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  • Haiti, il collasso invisibile

    Haiti, il collasso invisibile

    Strategic Horizons – Abbiamo raccolto le riflessioni di Stefano Gatto, Ambasciatore dell’UE ad Haiti, che ci ha descritto la situazione nel Paese con uno sguardo dal campo molto attento e profondo.

    Stefano Gatto, Ambasciatore dell’UE ad Haiti

    L’instabilità strutturale di Haiti non è una novità, ma il deterioramento recente delle condizioni di sicurezza e governance rappresenta un’evoluzione significativa del contesto. Il sistema statuale è paralizzato, l’autorità pubblica si esercita solo in modo intermittente e ampie porzioni del territorio urbano sono sotto il controllo di gruppi armati.

    Le osservazioni riportate dall’Ambasciatore Gatto delineano un quadro articolato, sintetizzabile nei seguenti punti:

    • Le gang armate operano in maniera coordinata, spesso con finalità non solo criminali ma anche funzionali a interessi politici ed economici.
    • Le forze di sicurezza haitiane sono sotto-dimensionate, sotto-equipaggiate e talvolta delegittimate. Non riescono a mantenere un controllo duraturo sul territorio.
    • La popolazione civile ha reagito creando forme autonome di difesa collettiva, che però pongono problemi di legittimità, controllo e sostenibilità nel lungo periodo.
    • Un numero significativo di abitanti è stato dislocato internamente e vive in condizioni precarie, in parte sostenuto dalla comunità internazionale.
    • L’attenzione internazionale è frammentaria, e il paese non sembra essere prioritario nell’agenda di molte capitali europee, né sui principali canali mediatici.

    La situazione haitiana rappresenta un caso di collasso sistemico in cui le dinamiche locali interagiscono con variabili regionali e internazionali. La testimonianza del rappresentante dell’UE costituisce un contributo prezioso per comprendere le implicazioni operative e politiche della crisi. In un contesto di limitate risorse e attenzione, la capacità di lettura e di anticipazione resta essenziale per ogni valutazione strategica.

    1. Stefano, quali sono oggi le caratteristiche fondamentali della crisi haitiana, dal tuo punto di vista sul campo?

    La crisi haitiana è il risultato di un collasso delle strutture statali di fronte all’attacco di gruppi criminali alimentati dal transito di traffici illegali in un’isola situata in una zona di passaggio, i Caraibi, che sono sulle rotte che collegano Nordamerica, USA e Africa. Due importanti regioni consumatrici di droga e una regione di transito di narcotici, ma anche di traffico di persone. Tale collasso non è provocato solo e neanche in maniera decisiva da fattori esterni, ma soprattutto dalla paralisi politica e amministrativa delle Istituzioni haitiane, mai rivelatesi efficaci.
    In questo quadro, la paralisi del Governo haitiano, che mai è riuscito a governare davvero sin dall’avvento di una tribolatissima democrazia (elezione di Aristide nel 1991) ha favorito la penetrazione nell’isola di ogni traffico per fini di profitto personale di leader politici e territoriali haitiani che cedono zone di territorio ai vari gruppi criminali internazionali (colombiani, venezuelani, ma anche con legami in medio oriente) per alimentare i traffici di armi e droga, spesso in forma di baratto. A loro volta tali gruppi pagano in armi i servizi loro prestati, e così oggi le gang criminali sono armatissime, potenti e in controllo pressoché totale della capitale, Port-au-Prince, dove impongono la legge del terrore per impedire allo Stato di esercitare le sue funzioni. Loro vivono e prosperano per la pratica inesistenza di servizi statali (non si raccoglie la spazzatura, per acqua ed elettricità bisogna ricorrere a camion o impianti individuali). Il resto segue la stessa tonica. Zero servizi, cittadini abbandonati, gangs potenti.

    2. Le operazioni delle gang appaiono strutturate. Ritieni che ci siano interessi esterni o attori politici ed economici locali o esterni che alimentano questa dinamica?

    Le gangs sono sempre esistite nella tradizione haitiana, una nazione che nasce da una ribellione generalizzata degli schiavi contro il sistema coloniale francese (1791-1804). Da allora esse hanno assunto varie forme, passando dalla resistenza al crimine con enorme facilità. Il potere haitiano ha spesso fatto uso di gruppi armati per reprimere la popolazione – la più famosa i tontons macoutes dei Duvalier, – ma le gang attuali sono figlie del disastro economico strutturale haitiano, Paese in crisi permanente, a crescita negativa da nove anni, e mai ripresosi dal terremoto del 2010 nonostante gli aiuti allora ricevuti in abbondanza, a causa dell’assenza assoluta di governance sensata, e dall’influenza crescente del banditismo sulla politica haitiana.

    Oggi è pressoché impossibile vivere degnamente in Haiti con un lavoro legale

    Come detto sopra, è un insieme di debolezza strutturale dello stato haitiano, dell’immenso bacino di miseria che alimenta le gangs e della confluenza d’interessi illegali, haitiani e non, che ambiscono a mantenere il Paese nell’anarchia.

    3. Qual è, secondo te, il principale ostacolo alla capacità operativa delle forze di sicurezza haitiane? Si tratta solo di mancanza di risorse, o anche di deficit istituzionale più ampio?

    Le forze di sicurezza haitiane, in pratica la PNH, Police Nationale d’Haiti (l’esercito è solo nominale, perché fu abolito all’epoca di Aristide per ragioni politiche, rimane un piccolo corpo dedito al genio civile) non riesce a far fronte alle gangs per carenze numeriche (6mila poliziotti in tutti il Paese contro almeno 30mila membri di gang), d’equipaggiamento (esiste un embargo sulla vendita di armi ad Haiti), strutturali (scarsa capacità di pianificazione e coordinamento delle azioni, assenza di strategia nazionale di sicurezza) e scarsa compenetrazione tra autorità politiche e di polizia. Ma, soprattutto, la polizia deve assumere compiti militari per cui non è preparata ed è, inutile tacerne, infiltrata dalle gangs, vanificando ogni tentativo d’intelligence.

    4. Le forme di autodifesa comunitaria, come le brigades, rappresentano una risposta locale. Quanto sono sostenibili, e quali rischi pongono nel medio periodo?

    L’autodifesa è tradizionale nella cultura haitiana, ed è molto violenta. Risale alla lotta per l’indipendenza, l’haitiano sa da sempre di non poter contare sulle Autorità. Deve difendere da solo sé stesso e i suoi. La forma attuale, denominata Bwa Kale, è degenerata in terribili stragi, effettuate dalla popolazione nei confronti dei membri delle gangs, che vengono retribuiti delle loro violenze venendo bruciati vivi in pubblico o decapitati e giustiziati, in presenza della polizia che non interviene. I corpi tendono a essere profanati, per ragioni legate alla cultura vudù e a non permettere ai morti il riposo eterno. Morire male ti converte in “zombie”, figura che esiste anche se non nella versione cinematografica che conosciamo. Morire “male” ti maledice per sempre.
    Questo avviene perché la giustizia è anch’essa completamente paralizzata, nessuno viene mai condannato e le carceri sono ormai quasi vuote, non avendo lo Stato la capacità di mantenerle o nutrire i reclusi.
    L’autodifesa in assenza di Stato è quello che si vive oggi ad Haiti, un Paese dove nessuno ha più ragionevoli garanzie di sopravvivenza.

    Haiti è un luogo dove morire, ma dove è molto più difficile vivere, nel senso che noi diamo alla vita, con un minimo di certezze. Oggi ad Haiti esse non esistono.

    5. La copertura mediatica internazionale della crisi ad Haiti è molto limitata. A cosa attribuisci questa scarsa visibilità? È solo una questione di priorità geopolitiche?

    L’invisibilità della crisi haitiana ha diverse letture. Da una parte, gli haitiani stessi hanno il vizio di non assumere mai le loro responsabilità e attribuire tutti i loro mali sempre solo allo schiavismo che soffrirono e poi all’emarginazione cui il Paese fu sottoposto per decenni, essendo una nazione nera e di ex-schiavi. Il debito francese non contribuì certo a consolidare il Paese, ma da trentacinque anni esiste una democrazia che non ha dato alcuna buona prova di sé, pur avendo ricevuto molti fondi internazionali. Anziché criticare loro stessi, gli haitiani criticano la comunità internazionale che non fa abbastanza. Ma che quando fa, viene criticata per “interferenza”. Diviene quindi difficile che Haiti generi una narrativa positiva e raccontabile.
    Questo Paese perse una straordinaria occasione per riprendersi dopo il catastrofico terremoto del 2010, che distrusse la capitale e uccise 200mila persone. I fondi affluirono numerosi, ma una serie di scelte strategiche sbagliate (creazione di parchi industriali in un Paese senza generazione elettrica sostenibile), l’estrema corruzione dei governanti e stuole di pessimi consulenti, specie statunitensi, che assorbirono molti dei fondi per progetti poi mai realizzati provocarono un nulla di fatto: la capitale non è stata ancora ricostruita oggi, nel 2025.
    A questo va aggiunto l’errata e forzata liberalizzazione accelerata richiesta dall’Amministrazione Clinton in cambio del supporto ad Aristide. Le importazioni dagli USA hanno distrutto l’agricoltura haitiana, trasformando il Paese in importatore strutturale. Solo le rimesse degli emigranti haitiani permettono alle famiglie di sopravvivere e allo Stato di (mal)vivere. La pressione fiscale è del 5% sul PIL, e ciò rende impossibile la fornitura di servizi.
    C’è quindi poco di grandioso da raccontare, tanti errori condivisi da nascondere e per di più si è generata una fatica nei confronti dell’eterna crisi haitiana, pozzo senza fondo di problemi infiniti. Russia e Cina non sono fattori qui e anche geopoliticamente questa non è terra di dibattiti manipolabili, che appassionano chi sviluppa certezza comode “da lontano”. Il Paese non ha poi grandi risorse potenziali, salvo la sua gente.

    6. Qual è il ruolo attuale dell’Unione Europea e della diplomazia ad Haiti, in un contesto dove le istituzioni centrali sono deboli o assenti? E quale spazio ha, realisticamente, l’Italia all’interno di questo quadro?

    Il ruolo della diplomazia è complesso perché, come accennato sopra, alla comunità internazionale chiedono di più, molto di più, ma anche la disprezzano. Ogni tentativo di offrire assistenza di tipo politico, giudiziario, amministrativo va gestito con molta prudenza perché, nonostante l’assenza di risultati, gli haitiani non vogliono essere tutelati. Per operare qui devi abituarti a fare molti sacrifici, devi smuovere montagne, ma come ringraziamento riceverai indifferenza o insulti. Anziché mettere in valore il 100, gli haitiani vogliono 10mila, e subito. Ci vuole quindi una tempra molto particolare per vivere e operare qui.
    L’Unione Europea non è considerata “un nemico” dall’opinione pubblica haitiana, ma anche sottovalutata rispetto alla grande quantità di cooperazione mobilitata dagli anni Novanta, diversi miliardi, molto significativi in infrastrutture, difesa dei diritti umani, istruzione, sostegno a riforme economiche. L’UE non ha interessi commerciali in Haiti e vuole solo promuovere una migliore governance. Attualmente, le nostre priorità riguardano il miglioramento dell’organizzazione statale, l’istruzione (formazione professionale e costruzione scuole), il rilancio della produzione agricola e la lotta contro la denutrizione. Contribuiamo anche al fondo per il sostegno alla Polizia Haitiana. Però dobbiamo in buona parte operare senza un reale supporto dello Stato. È difficile.
    L’Italia non è più presente ad Haiti se non attraverso i suoi più fedeli ambasciatori nel mondo: i numerosi missionari e cooperanti, molto benvoluti per la loro tradizionale umanità, schiettezza e assenza di senso di superiorità. L’Italia ha contribuito al fondo polizia, ma non ha avuto un’attenzione particolare recente al problema haitiano, salvo alcune ONG molto radicate qui, come AVSI.

    7. Se dovessi indicare tre priorità operative che la comunità internazionale – in particolare l’UE e l’Italia – dovrebbero adottare nel breve e nel medio termine, quali sarebbero?

    In questo momento la crisi umanitaria è tale (triplicati gli sfollati in un anno, da trecentomila a un milione, e in più gli haitiani vengono espulsi da Repubblica Dominicana e USA senza alcuna considerazione sulla crisi nel Paese d’origine), anche per il ritiro di USAID, che rappresentava il 60% dei fondi, che UE, Canada e Nazioni Unite siamo letteralmente sommersi da un lavoro che ci supera. Abbiamo bisogno di dieci volte più fondi solo per salvare vite.

    Fa rabbia l’assoluta assenza d’interesse delle nostre opinioni pubbliche nel confronto del dramma dei bambini e della popolazione haitiana. Fa pensare sulle motivazioni profonde di chi manifesta solidarietà selettive

    Quindi, assistenza umanitaria da rafforzare, e molto.
    Attenzione, ma a quella mediatica deve far seguito una strategica, e lì le prospettive sono oggettivamente pessime. La cooperazione è attualmente concepita sempre più come una piattaforma per promuovere interessi comuni, e ad Haiti, per qualche decennio, non c’è niente da guadagnare, solo problemi da risolvere.
    E la terza sono gli haitiani: in un mondo che cambia devono smetterla di attribuire colpe a tutti, tranne a loro stessi, uscire dalla logica coloniale e cominciare a governarsi sul serio. Per questo noi come UE lavoriamo molto coi giovani, l’unica speranza per Haiti.

    8. Quali sono, a tuo avviso, i segnali da monitorare per valutare una possibile inversione di tendenza o un ulteriore peggioramento?

    La situazione della sicurezza non può migliorare per carenze interne e l’insufficienza di una missione internazionale, debolissima, diretta dal Kenya. Ma soprattutto perché è alimentata da haitiani che giocano contro la normalizzazione del loro Paese.

    Per il momento, ad Haiti si continuerà a morire nell’indifferenza generale.

    Quando apparirà una nuova leadership haitiana, interessata a sviluppare il Paese e non a saccheggiarlo, quanto seminato dalla cooperazione, di ONG e Stati, in tutti questi anni in termini d’impegno civile, difesa di valori e principi democratici e iniziativa imprenditoriale potrà cominciare a prosperare. Il mio sogno è poter tornare tra qualche anno in questo meraviglioso Paese, la cui gente è bellissima in senso lato e resistente in un modo che dovrebbe far arrossire noi occidentali, e poter visitare quegli splendidi paesaggi oggi a me inaccessibili, e magari poter recarmi in quartieri dove oggi, come bianco, non sopravviverei che qualche minuto.

    A cura di Pietro Costanzo per Strategic Horizons e del Desk America Latina

  • UE: è l’anno dell’Italia

    UE: è l’anno dell’Italia

    Il Giro del Mondo in 30 Caffè – Nel secondo semestre 2014 l’Italia assumerà la Presidenza dell’Unione Europea, per la prima volta dall’adozione del Trattato di Lisbona nel 2009. Questo fattore è spesso evocato in Italia come un ostacolo insormontabile per eventuale crisi di governo: infatti, un esecutivo per gli affari correnti, sprovvisto quindi di pieni poteri, come potrebbe dirigere l’Unione? E anche se in teoria potrebbe farlo, quale sarebbe la credibilità, e quindi l’efficacia di tale presidenza?

    UNA PRESIDENZA “MONCA”? – Per verificare la correttezza di tale affermazione, dobbiamo capire in cosa consiste esattamente la presidenza europea nel contesto istituzionale post – Lisbona. L’ultimo esempio di presidenza “monca”, cioè ostentata da un paese il cui governo gestiva solo gli affari correnti, è quella belga del secondo semestre 2010, portata avanti interamente dal governo dimissionario di Yves Leterme, che in realtà avrebbe continuato a dirigere il Belgio fino al dicembre 2011, quando finirono i 541 giorni di negoziati successivi alle elezioni politiche belghe del giugno 2010. Quella presidenza dovette affrontare le sequele della crisi greca (primo bailout maggio 2010), il successivointervento per l’Irlanda (novembre 2010)e il processo di preparazione del meccanismo di stabilità, approvato nel gennaio 2011. Interessante notare che la provvisorietà del governo belga ebbe pochi effetti su queste importanti questioni: eventuali ritardi o manchevolezze nell’approccio europeo alla crisi economica possono essere attribuiti a molti fattori, ma di certo non all’eventuale debolezza della presidenza belga in quel momento di grande difficoltà.
    Nel quadro istituzionale di Lisbona, esiste un presidente dell’Unione, Herman Van Rompuy, che dà continuità all’azione della presidenza, superando i limiti della semestralità del sistema precedente. E la presidenza rotatoria UE ha perso un’importante funzione che esisteva prima di Lisbona, quella della rappresentanza internazionale dell’UE nei rapporti con i partner del blocco europeo, per esempio la presidenza dei vertici con Usa, Russia, Cina etc. Tale funzione è stata assorbita dalla presidenza permanente e dalla nuova funzione di alto rappresentante per la politica estera e di difesa comune, attualmente coperto dalla britannica Catherine Ashton. Tale cambiamento ha implicato anche la trasformazione delle Delegazioni UE in missioni diplomatiche a parte intera, divenute definitivamente ambasciate incluse nella “lista diplomatica” (elenco delle missioni diplomatiche accreditate in un paese e non più, com’era ancora il caso in alcuni paesi, tra gli organismi internazionali). L’ambasciatore UE oggi rappresenta l’UE in permanenza in un paese terzo, mentre fino al dicembre 2009 lo faceva l’ambasciatore della presidenza di turno.

    IL RISCHIO DI UN DOPPIONE – La perdita della dimensione esterna e la presenza d’un presidente permanente hanno quindi molto ridotto le prerogative di quella semestrale, che in tutta coerenza avrebbe dovuto essere eliminata dal Trattato di Lisbona, pur rimanendo, con buona pace della  trasparenza instituzionale, il Consiglio UE e il Consiglio Europeo due istituzioni distinte. Il suo mantenimento, dovuto a un atteggiamento conservatore da parte degli stati membri dell’UE, desiderosi di mantenere un ruolo di certa visibilità di fronte alle proprie opinioni pubbliche, ha di fatto creato un doppione abbastanza vuoto di contenuti concreti. Il ragionamento seguito è che si voleva che tutti gli attuali membri dell’UE post – allargamento potessero avere almeno una volta la presidenza UE, che ha un notevole effetto di mobilitazione pro – europea all’interno del paese. In questo nuovo quadro istituzionale, nel quale tra l’altro i vertici si tengono ormai solo a Bruxelles, il ruolo della presidenza semestrale si limita alla presidenza delle sessioni ministeriali del consiglio e alla facoltà di proporre alcuni temi di particolare interesse all’agenda del consiglio UE. In realtà, gli obiettivi raggiungibili in sei mesi sono davvero pochi, questa la ragione per cui la Costituzione prima e Lisbona poi introdussero la presidenza pluriennale. Per esempio, la tanto criticata lentezza delle istituzioni UE nell’approvare decisioni per affrontare la crisi economica sarebbe stata ancora superiore se l’UE fosse stata diretta da presidenze semestrali e non da un abile mediatore come Herman Van Rompuy.

    TOCCA ALLA GRECIA… – L’attuale presidenza greca ha proposto come priorità i seguenti temi: 1. Crescita – lavoro – coesione; 2. Ulteriore integrazione dell’eurozona; 3. Migrazioni – frontiere- mobilità;  4. Politiche marittime. La quarta è chiaramente un interesse specifico greco, dato che tocca il principale settore economico del paese, mentre le prime tre sono priorità che difficilmente potrebbero mancare qualunque fosse il paese presidente. Quindi possiamo dire che la presidenza greca è caratterizzata dal tema marittimo, gli altri sono obbligatori. In continuità con quella greca, la presidenza italiana concentrerà’ i propri sforzi sul Mediterraneo e le migrazioni, in particolare sulla necessità d’implicare maggiormente i paesi dell’UE non rivieraschi nello sforzo di contenimento dell’emergenza sulla frontiera meridionale dell’UE; la lotta alla disoccupazione e più in generale, una maggiore attenzione alla problematica della crescita rispetto al rigore nell’approccio alla crisi; il perfezionamento dei meccanismi dell’eurozona.

    …E POI A NOI –  Un fattore che pero condizionerà tantissimo la presidenza italiana è la rotazione di tutte le alte cariche comunitarie nel periodo successivo alle elezioni europee del 25 maggio 2014. Per la prima volta nella storia dell’UE, tali nomine (Presidente UE, Presidente Commissione, Presidente Parlamento, alto rappresentante politica estera) sono sincronizzate. Siccome è molto difficile immaginare lo scenario successivo alle elezioni europee, nelle quali si prevede un consistente aumento, anch’esso per la prima volta, di consensi per forze anti – integrazione o fortemente critiche dell’attuale modello europeo, non è chiarissimo quali saranno i tempi per l’accordo politico che porterà al rinnovo di tali cariche: ma in ogni caso l’accordo complessivo dovrà essere raggiunto durante la presidenza italiana. Il presidente della Commissione sarà il leader europeo della forza politica più votata il 25 maggio in Europa, Martin Schulz del PSE o un conservatore ancora non identificato, ma ai governi europei spetterà la nomina del successore di Van Rompuy e di quello della Ashton. Il “pacchetto” di nomine dovrà tenere conto degli equilibri politici evidenziatisi nelle elezioni europee, di quello tra generi e nazionalità d’origine delle alte cariche (difficile non immaginare almeno una donna, se non due, e almeno una delle cariche più importanti per un paese dell’est europeo), oltreché’ dell’eventuale peso degli euroscettici, che non si sa bene come influenzerà tali scelte. Non è molto chiaro che ruolo la presidenza rotatoria possa avere davvero nella soluzione di tale rebus. Di certo l’Italia non può proporre propri candidati, disponendo già di Mario Draghi alla BCE.
    Il ruolo della presidenza di turno potrebbe in definitiva essere di semplice facilitazione della decisione, senza però un vero peso specifico. In ogni modo, pausa d’agosto, transizione in attesa delle nuove nomine e periodo di rodaggio dei nuovi vertici eroderanno la pratica totalità del semestre. Sbagliato quindi illudersi circa i “miracoli” della presidenza italiana: con tutti i paletti esposti sopra,  rimane ben poco spazio per l’ottenimento di risultati significativi.

    OBIETTIVI POSSIBILI – Detto tutto ciò, rimane il fatto che la presidenza ci sarà e bisognerà gestirla il meglio possibile. Il fatto d’avere come presidente del consiglio una persona rispettata internazionalmente (e che parla le lingue) come Letta è indubbiamente un grande vantaggio di partenza. Nonostante tutti i limiti esposti, alcuni obiettivi possono comunque essere perseguiti e raggiunti.

    1. Sulle questioni economiche, la presidenza italiana avrà maggior peso nel creare attorno a sè un consenso di paesi interessati a rettificare l’attuale corso dell’unione economica e monetaria. Importante però che si capisca che non è in discussione, né lo sarà durante la presidenza italiana, una modifica dei trattati, un rilassamento dei criteri di deficit, o il lancio dei famosi (e lontanissimi)  eurobond. La presidenza italiana non ha interesse a cercare una rottura, che avrebbe come solo effetto quello di aumentare i dubbi sull’affidabilità del paese, ma piuttosto a lavorare a una convergenza di misure per stimolare la crescita (in materia di uso dei fondi strutturali, per favorire investimenti e occupazione e magari riuscire a rilanciare il credito bancario, aspetto questo su cui è pero difficile agire prima che sia pienamente operativa l’unione bancaria).

    E’ quindi necessario calibrare bene cosa si può ottenere davvero quando si proclama “vogliamo farci sentire in Europa”: i margini sono stretti e certamente non esiste consenso per rivedere trattati e fiscal compact.

    2. In questo senso, la presidenza italiana dovrà concentrare i propri sforzi sul compimento delle scadenze previste, proprio nel semestre di presidenza, del meccanismo unico di vigilanza bancaria e del meccanismo unico di risoluzione. Dovrebbe anche cercare di approfittare per definire i cosiddetti partenariati per la crescita, intese cogenti prese con i membri dell’eurozona con il fine d’accompagnare il processo di riforme interne e aiutare a eliminare i disequilibri strutturali che penalizzano attualmente l’eurozona, nel modo più costruttivo possibile. Tali disequilibri non sono causati solo da situazioni fiscali in collisione (nel passato più che nel presente, e per passato parliamo di prima dell’euro, giacché i dati dimostrano che i paesi considerati poco virtuosi hanno generalmente seguito una disciplina fiscale ortodossa), ma da alcune situazioni strutturali.

    Se i partenariati per la crescita saranno presi come un’ulteriore riduzione dei margini di discrezionalità per le politiche economiche nazionali, sarà una nuova occasione persa per dare una sterzata all’insoddisfacente situazione attuale.

    Se invece la presidenza italiana riuscisse ad agire per rendere questi nuovi “contractual arrangements” degli strumenti davvero cogenti per tutti i paesi dell’eurozona, non centrati solo sui dati di deficit, ma anche su quelli riguardante crescita, occupazione e funzionamento del mercato, e in grado di porre rimedio anche ai disequilibri strutturali dei paesi creditori, essi potrebbero alla fine risultare degli strumenti vincenti per perfezionare il funzionamento dell’eurozona.

    D’altronde, è risaputo che lo stimolo europeo è stato per anni il principale vettore per le riforme nel nostro paese: anche se l’immagine dell’UE in Europa si è indebitamente deteriorata per la colpevolizzazione dell’euro, presa da più parti come la ragione unica dei nostri problemi, il metodo rimane valido. Ma sarebbe utile riuscire a proporre e non a subire passivamente la definizione del formato di tali contratti. Convergenze con altri paesi con interessi simili, come Francia o Spagna, sarebbe senza dubbio utile.

    In questo senso, la presidenza UE diviene un’occasione per usare di nuovo l’arma europea come uno strumento utile alle nostre riforme.

    Il controllo dei confini e la gestione comune delle politiche migratorie sarà una delle priorità del semestre italiano
    Il controllo dei confini e la gestione comune delle politiche migratorie sarà una delle priorità del semestre italiano

    3. Disoccupazione: essa è provocata dalla bassa crescita, ma abbiamo comunque un problema strutturale che precede la crisi, specie nell’impiego giovanile. La presidenza italiana può offrire una nuova opportunità per saldare riforme interne (a partire dal famoso jobs act) e mercato europeo, usando il semestre per rilanciare il tema a livello UE, facendo un bilancio delle esperienze vincenti a livello continentale, per cercare di riprodurle nel nostro paese. In questo senso, anche se il lavoro da fare è soprattutto interno, importante usare l’Europa come stimolo per cambiare in meglio e non in peggio le nostre regole, per evitare sterili esercizi legislativi avulsi dal contesto in cui ci inseriamo.

    4. Migrazioni e frontiere: ci sono forti resistenze a fare uso degli strumenti di politica estera (PESC) per affrontare il problema della fragilità delle frontiere. E’ indubbio che la presidenza italiana non potrà però accantonare il problema: in questo senso, la presidenza potrà fare buon uso della prerogativa rimasta alla presidenza semestrale (proporre un tema in agenda) e insistere sul necessario impegno di altri paesi nello sforzo di controllo del mare mediterraneo, a fini anche umanitari. In una parola, spiegare meglio Mare Nostrum e proporne l’estensione ad altri paesi disposti a collaborare, se non sarà possibile lanciare una missione UE. Tutto ciò nell’ambito del rilancio della politica migratoria interna, un po’ sconnessa attualmente, e del ruolo dell’agenzia FRONTEX, e magari dando seguito ad alcune iniziative della presidenza greca.

    5. Fisco: nella sua relazione programmatica sulla presidenza, il governo italiano ha anche annunciato il suo impegno per portare avanti negoziati in materia di coordinamento fiscale, in materia di armonizzazione dei criteri sulle esenzioni, e una maggiore armonizzazione dell’IVA.

    Una caratteristica della presidenza italiana sarà il ruolo di Milano, scelta dal governo come sede di diverse riunioni ministeriali e in particolare del vertice UE – ASEM con i paesi dell’Asia: una buona idea, anche in prospettiva EXPO 2015. La visibilità di Milano aumenta: è soprattutto un investimento d’immagine, ma può essere utile.

    In conclusione, i margini per una presidenza semestrale si sono drasticamente ridotti: ciò nonostante, rimane qualche aspetto su cui la presidenza italiana può incidere, bisogna selezionarli con realismo: 1. Contribuire a modificare in maniera più utile i nuovi strumenti contrattuali, in modo tale che anche i paesi creditori assumano la loro parte di compiti e non solo i paesi denominati un po’ impropriamente debitori (non dimentichiamo che l’Italia è ancora contribuente netto dell’UE, tra l’altro il terzo in termini assoluti dopo Germania e Francia: altro che regali…);  2. Fare pressione sulle questioni migratorie, magari dando continuità a iniziative della presidenza greca in materia di politica comune d’asilo, visti e politiche migratorie necessarie per affrontare il problema a lungo termine e diminuire la pressione sui paesi in prima linea; 3. Gestire la Presidenza con efficienza, perché in fondo l’immagine del paese è il fattore più importante in gioco: mantenere quindi il semestre completamente fuori dai giochi e dalle manfrine politiche interne, che in Europa nuocciono tremendamente alla reputazione del paese.

  • L’invincibile Hugo

    L’invincibile Hugo

    La nuova rielezione di Chávez apre la prospettiva che resti vent’anni alla presidenza del Venezuela, dal 1998 al 2019. Un periodo che avrà marcato profondamente la storia del paese andino e avuto anche importanti influenze sugli equilibri latinoamericani, nei quali il Venezuela bolivariano di Chávez ha influito moltissimo in questi anni, portando vere novità

    UNA VITTORIA PIÙ CHIARA DEL PREVISTO – Le attese elezioni presidenziali venezuelane si sono concluse con una vittoria del presidente uscente Hugo Chávez più netta del previsto, anche se storicamente si tratta di un’affermazione meno ampia delle precedenti (1998, 2000 e 2006, cui va aggiunta la vittoria nel referendum derogatorio del 2004, che può essere assimilato a un’elezione presidenziale).Con questa vittoria, Chávez si assicura vent’anni di presidenza, dalla prima elezione nel 1998 al 2019, quando scadrà questo suo quarto mandato. Anche se il mistero rimane sul suo stato di salute: il cancro che l’ha colpito nel 2010, curato a Cuba, sembrerebbe essere sotto controllo, ma è impossibile essere sicuri che Chávez sopravviva per tutta la durata di questo nuovo mandato. Non è impossibile che muoia presidente, confermando ciò che molti esponenti dell’opposizione hanno sempre asserito: che Chávez non avrebbe mai lasciato il potere. La vittoria di Chávez è stata, come detto, più ampia di quanto si prevedesse: l’opposizione, unita nella Mesa de UnidadDemocrática (MUD)  attorno al giovane candidato Henrique Capriles (39 anni) ha ottenuto un risultato molto migliore rispetto al 2006, quando il candidato unico dell’opposizione fu l’allora governatore di Zulia Manuel Rosales (32% dei voti in quell’elezione). Capriles, emerso come candidato da un processo di primarie molto opportuno (una divisione delle opposizioni avrebbe consegnato una facile vittoria a Chávez), ha ottenuto il 44.25%, circa sei milioni e mezzo di voti, mentre Chávez il 55.13%, poco più di otto milioni di voti. L’unità dell’opposizione non è però stata sufficiente a sconfiggere la potente macchina del chavismo, che tra l’altra si è imposta in ben 22 dei 24 stati che compongono il paese, compreso lo stato di Miranda, governato fino a pochi mesi fa da Capriles. L’opposizione pensava d’essere vicina alla vittoria, ma Chávez si è dimostrato ancora una volta imbattibile, nonostante la malattia e la difficile situazione economica del paese che, nonostante il peso del petrolio (95% delle esportazioni) paga una gestione erratica, statalista e inefficiente da parte del governo di Chávez, che tra l’altro fa di tutto per scoraggiare gli investimenti esteri.

    UN PAESE CHE RIMANE PROFONDAMENTE DIVISO – I dati dimostrano però che gli elettori appartenenti alle classi sociali più umili, circa l’80% della popolazione in un paese con grandissime diseguaglianze sociali, rimangono in buona parte attratti dalle politiche di Chávez, imperniate sulle Misiones, programmi di politica sociale redistributiva che, finanziate dai proventi petroliferi, hanno avuto reali effetti, contribuendo a migliorare gli indicatori sociali e a ridurre in certa misura le disuguaglianze. Le classi sociali meno abbienti rimangono quindi molto legate a Chávez, mentre le classi a reddito più elevato confermano il loro schieramento con l’opposizione. Ma il sistema politico venezuelano, radicalmente polarizzato sin dai tempi dell’entrata in politica dell’ex-militare (1998) e del crollo del sistema di partiti tradizionali (AD e COPEI) che aveva governato il paese prima d’allora, sembra comunque incapace di superare la profonda bipolarità, con chiarissima caratterizzazione socio –economica, che lo contraddistingue.

    UNA PARTECIPAZIONE ELETTORALE IN CRESCITA – Da segnalare l’importante aumento della partecipazione elettorale, che all’80.56% colloca il paesi su livelli di partecipazione inauditi tra i paesi a simile livello di sviluppo e rari in America Latina: nel 2012 hanno votato 15 milioni di persone, contro 11.8 milioni del 2006 (74.7%). Ebbene, sembra che proprio Chávez riesca a captare il voto della maggioranza dei nuovi elettori, che sono anche il frutto delle imponenti campagne di censimento e identificazione portate avanti negli anni dall’amministrazione governativa chavista, che anziché aspettare che i cittadini non censiti (circa un 20% della popolazione dei quartieri più miseri) prendessero l’iniziativa di richiedere documenti, ha organizzato sistematiche campagne mobili in tali quartieri. Il progressivo aumento nel numero dei votanti è anche il risultato, legittimo, di quelle campagne: assieme ai funzionari dello stato civile, si muovono anche medici, infermieri e maestri, contribuendo a allargare lo spazio sociale venezuelano, una dimensione che era stata totalmente trascurata dai partiti tradizionali dell’epoca pre – Chávez e che rimane in buona parte inaccessibile ai movimenti politici d’opposizione, di connotazione tipicamente “borghese”. Il voto maggioritario dei meno abbienti, che sono di per sé maggioranza, compensa l’insoddisfazione di quelle forze ed elettori che si sono progressivamente allontanati da Chávez, il quale comunque sente da parte sua l’usura di quattordici anni al potere, esercitato perdi più in modo molto autoritario. Ma il sistema politico venezuelano rimane profondamente diviso e classista, su questo non c’è dubbio: se il Chávez attuale è il più debole di sempre, rimane comunque comodo vincitore in elezioni sufficientemente trasparenti.

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    ELEZIONI CORRETTE, UN SISTEMA SBILANCIATO – Su questo punto bisogna fare chiarezza, a causa di tante accuse proferite in passato: il sistema elettorale venezuelano è valido, in linea con gli standards internazionali e per certi versi molto avanzato: le urne elettroniche usate nel paese ne fanno uno dei sistemi più avanzati tecnologicamente e pur non risultando del tutto impeccabile, le frodi e manipolazioni che l’opposizione ha denunciato per anni non sono di per sé possibili. Non esistono dubbi sul fatto che la giornata elettorale si svolga regolarmente, né che Chávez disponga d’una maggioranza fisiologica nel paese. Il sistema rimane però profondamente squilibrato in materia d’equità nell’accesso ai mezzi d’informazione (l’opposizione non ha accesso alla televisione pubblica, i media privati sono appannaggio dell’opposizione) e di uso a fini politici delle strutture amministrative. L’amministrazione venezuelana è completamente asservita al chavismo, e non esiste nel paese il concetto di “neutralità”: tutti i funzionari pubblici devono vestirsi di rosso nei mesi di campagna, e devono votare e far votare le loro famiglie per il partito al potere. Tali forme d’intimidazione non sono certo segni d’una democrazia matura, ma anche tenendo conto di queste gravi anomalie, Chávez è oggettivamente maggioritario nel paese, piaccia o no all’opposizione.

    L’OPPOSIZIONE AVANZA, MA NON SFONDA – Sono dati preoccupanti per l’opposizione l’affermazione di Chávez su tutto il territorio nazionale o quasi, e il limitato aumento di consensi rispetto alle elezioni parlamentari del 2010, nella quali i partiti di Chávez e quelli dell’opposizione avevano in pratica “pareggiato” attorno ai cinque milioni e mezzo di voti (vedi http://stefanogatto.eu/index.php?option=com_content&view=article&id=118%3Ala-elezioni-politiche-venezuelane&catid=37&lang=it), anche se uno sbilanciatissimo sistema elettorale aveva “regalato” al blocco governativo una maggioranza di seggi del tutto inadeguata alla ripartizione dei voti (98 a 65). E comunque poco importa, perché l’Asamblea Nacional governa per decreto, avendo concesso al presidente una delega permanente per poter farlo. Nell’espletamento del proprio potere, il chavismo risulta quindi una forzatura dei normali modi democratici, anche se non nel consenso, che è reale. Per tornare al raffronto tra i dati elettorali del 2010 e del 2012, si noterà come la candidatura unica di Capriles non abbia attirato che 1.3 milioni di voti in più rispetto alle elezioni parlamentari del 2010, mentre quella di Chávez quasi tre milioni in più: dei quattro milioni di elettori in più tra il 2012 e il 2010, tre quarti li ha presi Chávez, solo un quarto Capriles. Questo significa che la presenza di Chávez come candidato ha un’enorme valenza elettorale, che non necessariamente si manifesta in sua assenza, e che rimane quindi parecchio da fare all’opposizione per scalfire questa forte base elettorale.

    UN CHÁVEZ DALLA SALUTE INCERTA – Il discorso cambierebbe sicuramente in caso di sparizione del presidente dalla vita politica per l’aggravarsi della sua malattia: in tutti questi anni, Chávez non ha mai indicato chiaramente un delfino. Il suo regime è troppo personalista per farlo. Tra l’altro, la costituzione venezuelana prevede che in caso si morte o impedimento del presidente nel corso dei primi quattro anni del suo mandato, sono necessarie nuove elezioni: il vice presidente completerebbe il mandato solo nel caso che l’impedimento avvenisse negli ultimi due anni. Nel corso delle frequenti assenze di Chávez dal paese durante la sua malattia, egli si è premunito di suddividere il potere, senza trasmetterlo al vice presidente nella sua integralità. E usando in abbondanza procedimenti di firma elettronica per evitare di delegare. Adesso, il vice presidente Elías Jaua sfiderà Henrique Capriles nelle elezioni per il posto di governatore di Miranda, in quello che sarà un test politico di prima grandezza per il leader dell’opposizione che, uscito rafforzato dalla tornata elettorale, anche grazie alla sua pronta accettazione dei risultati, sarebbe molto indebolito in caso di sconfitta nel proprio stato, riaprendo la contesa interna all’opposizione temporaneamente chiusa dalle primarie. Nel frattempo, Chávez ha nominato vice presidente e possibile successore il ministro degli esteri Nicholas Maduro, uno dei politici più strettamente legati alla sua linea ideologica. Maduro succederà a Chávez? È presto per dirlo. Anche se il chavismo senza Chávez rimane un’incognita.

    IL CHAVISMO, UN REALTÀ COMPOSITA – Negli anni, Chávez si è contraddistinto per grandi dosi di populismo, un’attenzione sicura ai temi sociali, ma a discapito del rispetto delle forme democratiche, un notevole interventismo, spesso maldestro in economia, con frequenti espropri d’imprese private e fughe d’investitori internazionali; un controllo assoluto dei mezzi di comunicazioni pubblici (leggendari i suoi programmi Aló Presidente, trasmessi per ore e ore dalle catene pubbliche unificate), una feroce retorica antiamericana (che convive con importanti flussi commerciali, il greggio venezuelano è esportato soprattutto negli Usa), un notevole attivismo internazionale, particolarmente penetrante in America Latina (mediante l’ALBA), eterodosso e più sterile fuori dalla regione (alleanze anti – sistema con Iran, Bielorussia, Zimbabwe, Corea del Nord). Chávez s’è ripromesso di sostituire Fidel Castro come leader alternativo, mentre è divenuto la stampella del comunismo cubano mediante la generosa assistenza economica, che ha sostituito per L’Avana quella di Mosca.

    La domanda dunque è: cosa resterà di tutto questo nel nuovo mandato?

    UNA GESTIONE ECONOMICA INSUFFICIENTE – È chiaro che la gestione economica del chavismo non può essere considerata soddisfacente: la necessaria diversificazione dell’economia venezuelana non è avvenuta: petrolio e derivati continuano a monopolizzare la bilancia commerciale, senza che altri settori produttivi vengano sviluppati. Anzi, possiamo dire che la dipendenza dal petrolio è probabilmente aumentata. Il continuo agire a colpi d’espropri, controlli e interferenze nel funzionamento del mercato ha ridotto al minimo l’efficienza economica, giungendosi al paradosso che in un paese con enormi risorse potenziali al di là dell’oro nero, sono venuti spesso a mancare alimenti e energia. Gli investitori esteri vengono scoraggiati e lasciano il paese temendo l’incertezza giuridica imperante: questo non aiuta di certo a diversificare e sviluppare l’economia in beneficio della popolazione. In conclusione, questo trend, alimentato dalla vocazione alla rottura e al confronto permanente, pare difficilmente sostenibile, e richiederà per forza correzioni, anche se per il petrolio non si prevedono riduzioni di prezzo in futuro (ma anche su un’economia mono-prodotto come la venezuelana la crisi si è fatta sentire eccome).

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    LA DIPLOMAZIA DEL PETROLIO E NUOVI SCHEMI D’INTEGRAZIONE REGIONALE – La diplomazia petrolifera di Chávez, tesa a fare del paese un nuovo leader alternativo dell’America latina e del Sud, sostituendo Cuba, non è stata priva di successi: Caracas ha preso il posto di Mosca come finanziatore di Cuba, ma soprattutto ha avviato nuovi processi d’integrazione regionale, come ALBA e Petrocaribe  che hanno rimescolato abbastanza le carte nella regione (vedasi anche: http://stefanogatto.eu/index.php?option=com_content&view=article&id=120%3Anouvi-venti-dintegrazione-in-america-latina&catid=37&lang=it). I primi due sono fondati essenzialmente sulla fornitura di petrolio a basso prezzo e favorevoli condizioni di pagamento a paesi e interlocutori “amici” (ad esempio, municipi di sinistra nei paesi i cui governi non sono in sintonia con il chavismo).

    Il Venezuela è anche molto attivo in UNASUR, la comunità di nazioni sudamericane che, sotto la leadership brasiliana, ha cominciato a pesare parecchio nella regione (si pensi alle deposizioni contestate di Zelaya in Honduras e di Lugo in Paraguay, e alla fermezza in proposito da parte di UNASUR e in conseguenza di buona parte della comunità internazionale, in una chiara dimostrazione di libertà dal pensiero di Washington). La nascita di CELAC, comunità dei paesi americani che esclude Stati Uniti e Canada e che vuole progressivamente emarginare l’OEA, istituzione contestata, a lungo vista come succube a Washington e ultimamente alla ricerca di una nuova identità e credibilità con il suo segretario generale Insulza, è un’altra dimostrazione degli effetti dell’attivismo venezuelano.

    Importantissima anche l’entrata del Venezuela nel Mercosur, materializzatasi a seguito della sospensione del Paraguay dal blocco successiva alla deposizione di Lugo: il Mercosur è un blocco di per sé in crisi, ma che potrebbe essere revitalizzato dall’ingresso, per altro problematico in termini tecnici, del Venezuela e del suo petrolio. L’attivismo regionale di Chávez continuerà a dipendere essenzialmente dai corsi del petrolio, che lo alimenta, e dalla salute del presidente, che non gli permetterà di mantenere il ritmo frenetico degli ultimi anni. Interessante però notare come alla profonda caratterizzazione ideologica di certi schemi (ALBA, Petrocaribe) si associ poi un notevole pragmatismo economico – strategico (Mercosur).

    La retorica anti – americana, già indebolita dall’elezione di Obama, si manterrà in parte: di fatto, l’amministrazione democratica non tende assolutamente nessun ponte a Caracas. Ma non potrà non temperarsi ulteriormente in caso di rielezione di Obama, che pur senza riservare un interesse eccessivo all’America Latina, adotta un approccio costruttivo nei confronti di quei paesi che si dimostrano più attivi nella dimensione economico – sociale. E sia con Obama che con Romney gli Usa riscopriranno in parte l’importanza dei rapporti economici con una regione poco colpita dalla crisi globale e in franca crescita. Chávez potrà difficilmente sostenere l’immagine dell’orco a stelle e strisce.

    La diplomazia “provocatrice” globale di Chávez ha già perso alcuni tasselli (Gheddafi) e molti altri sono indeboliti (Iran, Bielorussia, Cuba). L’alleanza “tutti contro gli Usa” porta pochi dividendi e tanti grattacapi: risentirà per forza dell’indebolimento fisico di Chávez, di quello dei suoi partner, quasi tutti molto anziani, e dell’isolamento che essa suppone, nonchè degli scarsissimi risultati concreti.

    CONCLUSIONI – In conclusione, Chávez si è dimostrato una volta di più imbattibile nell’ambito politico interno, anche se forse per la prima volta dal suo avvento è apparsa un’alternativa con possibilità reali di succedergli. Il chavismo rimane un efficace collante all’interno del paese, potendo poggiare su un ragguardevole consenso. Il suo futuro senza Chávez rimane però molto oscuro, e nei prossimi anni le condizioni di salute del leader rimarranno il fattore – chiave. Probabile però che il chavismo non possa sopravvivere senza il suo carisma. Alcuni aspetti dell’ideologia chavista possono mostrare la corda sul piano internazionale, ma gli effetti della sua azione sugli equilibri latinoamericani non vanno affatto trascurati: il Venezuela è divenuto un attore di peso nelle Americhe. Chávez è personaggio complesso e contraddittorio, che attira le reazioni più disparate e radicali: ma la sua consistenza politica in patria è notevole e la sua influenza internazionale assolutamente da non sottovalutare nè tantomeno dileggiare.

  • Da soli non si può, uniti sì

    Da soli non si può, uniti sì

    Alti livelli di violenza caratterizzano una regione che negli Ottanta salì alla ribalta internazionale a causa delle sue guerre civili, e oggi lo fa per l’elevata criminalità e l’influenza destabilizzante del narcotraffico. La povertà, l’emigrazione sistematica e una governance spesso difficoltosa complicano la situazione generale. Una politica puramente repressiva non può bastare senza cambi fondamentali nella politica antidroga nei mercati consumatori, in primis gli Usa. Ma un approccio regionale e un maggior interesse della comunità internazionale stanno emergendo. L’America Centrale non può essere lasciata sola in questo frangente

    UNA REGIONE IN PREDA ALLA VIOLENZA – La regione centroamericana si è caratterizzata negli ultimi anni per un drammatico aumento della criminalità, legato in parte ma non solo ai nuovi flussi del narcotraffico. L’istmo centroamericano è composto da paesi a reddito medio – basso, con la parziale eccezione della Costa Rica e di Panama, paese in pieno boom economico grazie agli introiti derivanti dal Canale, in mani nazionali dal 1999. Il paese più povero è il Nicaragua, che però paradossalmente presenta livelli di violenza e criminalità significativamente inferiori a quelli dei suoi tre vicini del Triangolo Nord: Guatemala, El Salvador e Honduras. Questi tre paesi si contendono il dubbio onore di essere, secondo le statistiche, i paesi più violenti al mondo: secondo recenti dati ONU, che hanno confermato una tendenza ben consolidata, l’indice di omicidi per abitante dell’Honduras (82 per 100.000 abitanti), di El Salvador (66 / 100.000) e Guatemala (41 / 100.000) è tra i più alti al mondo, rivaleggiando solo con l’Iraq. Il Messico, paese sotto la ribalta dei riflettori, ha un tasso di diciotto, che s’innalza su livelli centroamericani in certe zone del nord, specialmente Ciudad Juárez; gli Usa 5, l’Italia 1,23.

    LE RAGIONI DELLA VIOLENZA – Il livello di violenza nei tre paesi citati è sempre stato alto, sin dai tempi delle guerre civili guatemalteche e salvadoregne, che si sono concluse negli anni novanta, ma si sono ulteriormente innalzati negli ultimi anni, a causa di molteplici fattori: l’eredità appunto delle guerre civili, con la relativizzazione del valore attribuito alla vita umana; la scarsa crescita economica con relativa altissima disoccupazione e sottoccupazione; la pessima distribuzione della ricchezza (questi paesi sono tra i peggiori in questa categoria secondo l’indice di Gini che misura i livelli di diseguaglianza in un sistema economico); l’altissimo tasso d’emigrazione, che sgretola l’unità familiare e che lascia i giovani rimasti a casa in situazione precaria; la debolezza dei governi e l’inefficacia tanto dei sistemi repressivi (polizia) che di quelli giudiziari, che si traducono in livelli d’impunità quasi assoluta (attorno al 98 per cento dei delitti rimangono irrisolti). A tutti questi fattori, di per sé gravissimi, si è venuto aggiungere in questi ultimi anni la presenza crescente del narcotraffico: i successivi Piani Colombia e Mérida, di stampo puramente militare, hanno colpito i cartel prima colombiani e poi messicani, spostando il centro di gravità del traffico verso il primo mercato mondiale di consumo di stupefacenti (gli Usa) da questi paesi a quelli dell’istmo centramericano, che sono divenuti il principale asse di transito dai paesi produttori (Colombia, Bolivia, Perù, il Brasile amazzonico) a quelli consumatori (gli Usa appunto). Chiusa la rotta caraibica, che convogliava la droga in aereo e imbarcazioni verso la Florida, punto d’entrata principale (ricordate Miami Vice?), il traffico ora si fa via terra. I paesi centroamericani, di per sé deboli per tutte le ragioni sovraesposte, si sono trovati alla mercé dei cartel messicani, i veri padroni della nuova rotta di sangue. I cartel principali sono quelli degli Zeta e di Sinaloa, ma la guerra dichiarata dal presidente Calderón con l’aiuto del Piano Mérida, oltre a elevare drammaticamente il numero delle vittime del conflitto armato nel nord del paese, ha spezzettato i clan senza però distruggerli e ha avuto per effetto d’allargare il raggio della violenza ad altre parti del paese, in una spirale che sembra inarrestabile. I cartel messicani si sono anche progressivamente spostati verso paesi deboli, nei quali i loro enormi poteri economici e di corruzione hanno potuto fare facile presa: in primis il Guatemala, paese dalle istituzioni debolissime nel quale intere zone (il Petén, nel nord) sono sotto il controllo diretto dei trafficanti e nei quali lo stato fatica a farsi presente. Recentemente, i cartels hanno cominciato a infiltrarsi anche in Honduras e in El Salvador, mediante accordi con le bande giovanili (maras) che controllano i quartieri meno abbienti delle città e strade – chiave nella “triplice frontiera” tra i tre paesi, attraverso le quali passa la droga. Negli ultimi tempi sono state individuate molteplici tecniche usate dai cartels per far pervenire la droga in Honduras o El Salvador via mare, evitando il Nicaragua, paese nel quale la lotta contro il narcotraffico ha avuto più successo, e da lì risalire verso nord.

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    GLI EMIGRANTI, VITTIME DESIGNATE – Gruppi delinquenziali si servono dei numerosi emigranti che dall’America Centrale risalgono il Messico per cercare di penetrare negli Usa come “burritos“, portatori di droga: l’alternativa a tale servizio è la morte, come succede ogni giorno sulla tragica rotta seguita dagli emigranti: il caso più eclatante fu la strage di Tamaulipas nel 2010, 72 emigranti massacrati in un capannone perché non volevano prestarsi a questo gioco mortale. Ma sono eventi purtroppo frequenti. L’esodo di migliaia di centroamericani verso la terra promessa statunitense lascia dietro di sé una striscia di sangue, violenze d’ogni tipo, soprusi. L’istmo centroamericano e il Messico sono diventati scenari di profonde ingiustizie e sofferenze, una realtà che non può lasciare indifferente la comunità internazionale. L‘approccio armato del presidente messicano Calderón non ha risolto pressoché nulla, dimostrando che la sola repressione non sconfigge i traffici illegali (ma aumenta vertiginosamente la spirale di violenza). L‘amministrazione Obama si è resa conto che il Piano Mérida ha avuto come effetto quello di spostare la pressione sui paesi dell’America centrale, e ha deciso di deviare una parte dei fondi, per la verità piuttosto limitata (200 milioni di dollari su 1,6 miliardi) ai paesi dell’istmo (iniziativa CARSI). Ma al di là delle risorse, il problema è che la repressione da sola, o la mano dura, com’è conosciuta nella regione non basta: non è bastata in Messico e non sarà sufficiente in America Centrale.

    MA LA MANO DURA NON PUÒ BASTARE – Anche supponendo che i paesi della regione riuscissero a utilizzare al meglio e in forma coordinata questi fondi, comunque scarsi, rimarrebbero infatti aperte due anomalie fondamentali:

    1. gli Usa rimangono un mercato di forte consumo di stupefacenti: contro tale consumo, in crescita, è del tutto improbabile che si lanci una vera offensiva: l’attrazione esercitata dal paese più ricco e forte consumatore di droga non può non solleticare gli appetiti dei cartelli delinquenziali, pronti ad affrontare qualsiasi opposizione;
    2. al tempo che primo importatore di droga, gli Usa sono anche il primo esportatore di armi da fuoco, che si acquisiscono con enorme facilità e passano la frontiera con il Messico quasi impunemente, gettando benzina sul fuoco già dirompente delle guerre tra clans. Recenti tentativi dell’amministrazione Obama di limitare questo traffico illegale o di stabilire una tracciabilità delle armi, soprattutto i famigerati AK – 47 utilizzati dai narcos, dal nord verso il sud sono sostanzialmente falliti, boicottati dai grandi interessi occulti e dalle politiche liberistiche in materia a nord del Rio Grande, considerate da molti cittadini Usa un diritto sacro e irrinunciabile.

    Nella nostra analisi dedicata alla realtà centramericana, fatta di Paesi potenzialmente ricchi ma che instabilità politica, violenza e criminalità stanno condannando a una realtà ancora sottosviluppata. Che fare allora? La soluzione ai problemi della regione va ricercata in un approccio condiviso dagli Stati e nell’aiuto efficace da parte di soggetti terzi. Ecco perchè le iniziative del SICA (Sistema di Integrazione Centro Americana) e dell’accordo con l’Unione Europea possono essere un primo passo in avanti

    L’APPOGGIO INTERNAZIONALE A UN APPROCCIO REGIONALE – Sembra inevitabile che s’imponga nella regione un nuovo approccio al problema, più coordinato e multifattoriale: recentemente, i paesi centroamericani hanno finalmente deciso di lanciare un’iniziativa comune (Estrategia de Seguridad para Centroamérica), presentata in Guatemala nel giugno di quest’anno, al fine di coordinare i propri sforzi con l’aiuto della comunità internazionale, superando inerzie e difficoltà che favoriscono solo i delinquenti. Il nuovo piano, cui hanno aderito un gruppo di amici, cui appartengono gli Usa, l’Unione Europea, vari dei suoi stati membri, il Messico, la Colombia, il Canada, il Giappone, la Corea e l’Australia (tutti i principali partner per lo sviluppo della regione), oltre agli organismi finanziari internazionali (BID, FMI, Banca Mondiale), ha elaborato un piano d’azione fondato su quattro assi: lotta contro il crimine, prevenzione della violenza, riabilitazione, reinserimento e sicurezza penitenziaria e rafforzamento istituzionale. In tutte queste aree sono stati identificati dei progetti comuni, finalmente centroamericani e non meramente nazionali, attorno a cui si dovrà strutturare l’azione dei governi, coordinati dal segretariato del SICA (Sistema de Integración Centroamericano) e con il contributo finanziario dei partner internazionali, che potranno scegliere in questo meno i progetti che preferiscono appoggiare. Di un totale di ventidue progetti ne sono già stati identificati otto, che dovrebbero iniziare nel 2012: le aree riguardano la cooperazione tecnologica per lo scambio di informazioni in tempo reale, la sicurezza transfrontaliera (area in cui è particolarmente attiva l’UE, che ha molta esperienza in materia a seguito del processo di Schengen); la prevenzione sociale della violenza tra i giovani, il rafforzamento della capacità dei municipi per affrontare i problemi della violenza e della sua prevenzione sui loro territori (altro settore in cui è attiva l’UE, ad esempio mediante il progetto Projóvenes in El Salvador); la modernizzazione dei sistemi penitenziari nella regione (un punto nero, poiché è dalle prigioni che si controllano le bande delinquenziali e si ordinano i delitti da eseguire); la professionalizzazione delle polizie e dei corpi di sicurezza (non solo il loro armamento). Per questi otto progetti iniziali sono stati identificati dei bisogni finanziari di circa 350 milioni di dollari, cui dovrebbero contribuire in larga misura i “paesi amici”.

    È ancora incerto l’esito di tale nuova strategia regionale, che sarà difficile da mettere in esecuzione e cui i paesi amici potrebbero avere difficoltà ad aderire con fondi freschi in un momento di gravi difficoltà finanziarie, ma la sua mera esistenza evidenzia due progressi importanti, entrambi piuttosto recenti: la presa di coscienza della dimensione regionale del problema da parte dei paesi implicati, e l’interessamento da parte dei partner fondamentali della regione (Usa, UE, paesi asiatici) dell’importanza d’aiutare l’America centrale in difficoltà in un momento di grande bisogno. Tra l’altro, la regione centroamericana è quella che più ha risentito della crisi globale, legata com’è a filo doppio agli Usa tramite il commercio (CAFTA) e i flussi migratori (le rimesse degli emigranti negli Usa ammontano al 16% del PIB salvadoregno): crisi negli Usa significa drammatico aggravamento della precarietà nell’istmo, con tutte le conseguenze negative legate ai fattori elencati a inizio articolo. IL QUADRO POLITICO NELLA REGIONE – In questo quadro, si sono inseriti la crisi politica dell’Honduras, che ha emarginato il paese dalla comunità internazionale tra il 2009 e il 2010, e i recenti processi elettorali in Guatemala e Nicaragua. In Guatemala, confermando la regola nazionale secondo cui sempre s’impone il candidato sconfitto nelle elezioni precedenti, il generale in pensione Otto Pérez Molina, leader del Partido Patriota, si è imposto sul candidato – sorpresa Manuel Baldizón, emerso inaspettatamente dopo l’eliminazione da parte delle autorità elettorali della moglie del presidente uscente, Álvaro Colom. Durante il mandato di quest’ultimo, il paese è scivolato verso una sempre maggiore violenza e impunità, vanificando anche gli sforzi della CICIG (Commissione Internazionale contro l’Impunità in Guatemala), commissione internazionale avente per obiettivo di aiutare il sistema giudiziario guatemalteco a superare le sue inefficienze e distorsioni, quasi endemiche. La dimissione del giudice spagnolo Carlos Castresana nel 2010 è venuta a dimostrare un certo fallimento dell’esperimento CICIG, che non è riuscita a intaccare i meccanismi perversi del sistema giudiziario guatemalteco nonostante abbia raccolto qualche successo significativo, quale la soluzione del caso Rosenberg. La presidenza Colom è stata attiva nel campo sociale, ma non ha scalfito il problema dell’impunità e l’escalation del narcotraffico, che non ha fatto che aumentare negli ultimi anni. Il generale Pérez Molina, che ha un passato questionato in materia di rispetto dei diritti umani durante la guerra civile, è stato eletto per l’aspettativa degli elettori che il suo approccio di mano dura avrà successo (quando non l’ha avuto altrove): augurabile che tale fermezza dia risultati, ma altrettanto importante che non si perda di vista la strategia regionale, l’integrazione degli sforzi con i vicini e gli insegnamenti di altri casi di “mano dura” (vedi Messico). La repressione da sola non basta per far diminuire la violenza. In Nicaragua, il presidente uscente Daniel Ortega è stato appena rieletto in un’elezione criticata dagli osservatori internazionali (missioni OEA e UE) per le molte irregolarità e arbitrarietà commesse dal governo uscente e dalle autorità elettorali: la principale anomalia è stata l’accettazione da parte della Corte Suprema della possibilità del presidente uscente di farsi rieleggere quando la costituzione lo proibisce espressamente (sulla base del dubbiosissimo argomento che tale clausola violerebbe ingiustamente il principio d’uguaglianza tra i cittadini a sfavore del cittadino Daniel Ortega…) Se la vittoria di Ortega non è di per sé in dubbio, l’ammissibilità della sua candidatura certamente lo era: Ortega deve buona parte della sua popolarità ai consistenti aiuti economici fornitigli dal Venezuela nell’ambito dell’ALBA, che potrebbero sparire in caso di sconfitta di Chávez nelle prossime elezioni presidenziali venezuelane. Se lo scenario politico – istituzionale nicaraguense è quindi migliorabile, almeno questo paese ottiene buoni risultati quando la sua situazione in termini di criminalità viene paragonata ai vicini del Nord: sembra importante in questo dato l’impatto relativamente più modesto del narcotraffico, il cui transito sembra evitare il paese, probabilmente a causa dell’attenzione delle forze di sicurezza. El Salvador è stato recentemente scelto dagli Stati Uniti come partner strategico nel quadro dell’ Associazione per la Crescita, un nuovo programma americano avente per obiettivo stimolare la crescita in paesi con attenzione alla problematiche sociali (il centro dell’azione del governo dell‘indipendente di sinistra Mauricio Funes) ma difficoltà economiche strutturali. Gli altri paesi partner degli Usa sono Filippine, Ghana e Tanzania. Il programma, inteso come un gemellaggio teso a creare sinergie pubblico – private tra i due paesi, e non un tradizionale programma di cooperazione Nord – Sud, vuole aiutare El Salvador a sciogliere i nodi strutturali che bloccano la  crescita economica, la più bassa in America centrale e America latina: la violenza, la bassa produttività, le insufficienze del sistema educativo. Problemi di fondo che richiedono risposte a medio – lungo termine. Uno degli assi di tale nuovo programma strategico è il supporto al sistema giudiziario e alla polizia, che si spera dia risultati in un paese disperato per l’alta criminalità. Il resto della comunità internazionale impegnata nella regione, a cominciare dall’UE, primo partner assieme agli Usa anche grazie al peso della cooperazione spagnola, oltre che di quella comunitaria, centra la propria azione su obiettivi simili: prevenzione della violenza, educazione, coesione sociale, sviluppo economico nel quadro regionale. È chiaro che l’Accordo d’Associazione tra l’Unione Europea, l’America e Panama, firmato a Madrid nel 2010, che entrerà in vigore nel 2012, potrà contribuire a tale sforzo solo nella misura in cui si ridurrà il clima di violenza e potrà ripartire significativamente l’attività economica.

    UNA REGIONE CHE NON VA LASCIATA SOLA – Al di là di questi sforzi, è importante rendersi conto che i paesi centroamericani non possono fronteggiare da soli l’effetto combinato di crisi economica globale, cambio climatico e vulnerabilità territoriale (altro tallone d’Achille della regione) e violenza. La cooperazione serve, ma ancor di più il rafforzamento di strumenti regionali d’approccio a problemi comuni e alcuni cambiamenti fondamentali al di fuori della regione: se negli Usa non si modifica in qualche modo l’atteggiamento permissivo verso il consumo di droga, magari proprio mediante una legalizzazione delle droghe leggere che potrebbe tagliare le gambe ai traffici, così come lo fece l’abolizione del proibizionismo negli anni venti, e non si controlla con più rigore il traffico di armi, difficilmente l’America centrale potrà risollevarsi. D’altro canto, l’esodo attuale dell’emigrazione priva i paesi centroamericani delle loro risorse umane, provocando problemi sociali gravissimi (vedi l’emergenza delle maras, nate negli Usa e alimentate dalle costanti espulsioni di illegali dal territorio statunitense, quadruplicatesi durante la presidenza Obama). Sono quindi necessarie decisioni strategiche anche internazionali affinché l’America centrale possa uscire dalla delicata situazione in cui si trova. Risposte parziali (repressione di polizia, criminalizzazione dell’emigrazione) e poco lungimiranti non bastano. Si può pensare che di fronte alla crisi globale, poco importi la situazione di una regione per certi versi marginale negli equilibri globali: la storia insegna però che i problemi cui non si presta attenzione solo quelli che poi moltiplicano i loro effetti negativi qualche anno più tardi. Importante che la comunità internazionale sostenga l’America centrale nel suo sforzo per un futuro migliore.

  • Una crisi emblematica

    Una crisi emblematica

    Quanto accaduto nelle scorse settimane in Costa d’Avorio con l’arresto del presidente uscente Gbagbo (foto) non si può semplicemente catalogare alla voce “drammatico risvolto post elezioni”. La semplificazione mediatica è assai lontana dal comprendere le vere ragioni dello scenario ivoriano. Per andare a fondo della questione è necessario ripercorrere il cammino storico del Paese, per capire come la prosperità di un tempo sia potuta naufragare in guerra civile. Il Caffè, in due puntate, vi accompagna in questo viaggio

    UNA CRISI AFFATTO BANALE – La crisi sviluppatasi in Costa d’Avorio e solo recentemente conclusa con l’esautorazione del presidente uscente Laurent Gbagbo è emblematica di alcune delle difficoltà cui deve far fronte la democrazia in Africa. I media e la maggior parte degli analisti si sono generalmente occupati dello stallo post-elettorale, con un presidente uscente che rifiutava di riconoscere il risultato proclamato dalle autorità elettorali e si rifugiava in quello, artefatto, del Tribunale Costituzionale e un presidente eletto riconosciuto dalla pratica totalità della comunità internazionale ma confinato in un albergo di Abidjan assieme al suo governo. La Costa d’Avorio ha avuto per quattro mesi due governi, uno legale ma pressochè impotente e uno di fatto ma isolato dal mondo.

    In quest’ articolo vorremmo invece ritornare su alcuni aspetti a monte della crisi, che è non certo nata dal nulla, come un fulmine a ciel sereno, ma è il risultato di uno scenario conflittuale che per anni non ha fatto che prepararla. E valutare quali sono le lezioni per la governance africana.La soluzione di questa lunga crisi non è in effetti che l’ultimo atto di un processo di divisione di questo paese, ricco di risorse e per lungo tempo esempio di stabilità nel continente africano, iniziatosi con la morte del padre dell’indipendenza e presidente dal 1960 al 1993, Félix Houphouët-Boigny.

    GIOIE E DOLORI DELLA FRANCAFRIQUE – Houphouët-Boigny fu il tipico esempio della Françafrique, quel modello di gestione del potere nelle neo–repubbliche indipendenti dell’Africa coloniale francese che univa al mantenimento di relazioni forti tra i paesi indipendenti e la Francia un rapporto di sudditanza / paternalismo tra Parigi e tali paesi, governati da presidenti totalmente francesizzati per cultura e percorso. Houphouët costituisce, con il senegalese Senghor, poeta e intellettuale e apostolo della négritude, l’esempio piu’ probante di tale concezione, che faceva tra l’altro così comodo all’antica metropoli, che pur perdendo formalmente un impero lo manteneva di fatto, sia in termini di penetrazione economica (supportata anche dal Franco CFA, moneta comune della regione, garantita dal Tesoro francese) che d’influenza geopolitica. Sparito l’impero coloniale, rimaneva appunto la Françafrique, backyard di dominazione esclusiva francese.

    Il contro esempio di tale modello fu la Guinea di Sekou Tourè, l’unico paese che rifiutò il modello gollista d’indipendenza, ruppe del tutto i contatti con la Francia ed è rimasto a languire per cinquant’anni alla coda del plotone dei paesi africani.

    Rispetto al Senegal di Senghor, la Costa d’Avorio aveva il vantaggio, che mantiene tuttora, d’essere un paese molto ricco in risorse naturali, in primis il cacao, di cui Abidjan è uno dei primi produttori mondiali. Ma anche il caffè, il legno, la frutta tropicale.  

    TENSIONI ETNICHE SOTTO CONTROLLO – Sul rafforzamento di questo settore primario esportatore si costruisce la prosperità ivoriana, e il paese diviene la destinazione di migliaia d’emigrati dai paesi limitrofi. Il metodo politico di Houphouët, una dittatura paternalista finanziata dal benessere economico, mantiene sotto controllo anche le tensioni etniche, una costante preoccupazione nel contesto africano, che torneranno a emergere solo dopo la sua morte. In maniera simile al caos post–Tito in Jugoslavia, la morte del padre–padrone del paese nel 1993 fa saltare equilibri consolidati, aprendo il vaso di Pandora dell’instabilità, che accompagnerà la Costa d’Avorio sino ad oggi.

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    UNA SUCCESSIONE DIFFICILE – Laurent Gbagbo, sindacalista e socialista, si è contraddistinto sin dagli anni 70 come l’oppositore per antonomasia dell’houphouetismo. Ma non sarà l’alternanza che prevarrà al momento della sparizione di Houphouët, ma la continuità, nella persona del presidente dell’assemblea legislativa, Henri Konan Bédié, che ne diventerà il successore prevalendo sull’altro candidato, il primo ministro Alassane Ouattara. La costituzione ivoriana non era chiara su questo punto, ma Konan Bédié prevarrà su Ouattara anche per ragioni etniche: Ouattara era un mussulmano del nord, Konan Bédié un cristiano del centro – sud. Questa è la chiave di volta della crisi ivoriana da allora ad oggi.

    Konan Bédié non aveva le doti carismatiche ed aggregatrici di Houphouët, nè la situazione economica negli anni novanta è paragonabile a quegli anni sessanta e settanta che furono la base del modello houphouetista. Dal canto suo, Ouattara inizierà una carriera internazionale nelle istituzioni di Bretton Woods che contribuirà a renderlo un candidato con contatti estesi nel mondo e riconosciute competenze professionali, che gli verranno buone più in là.  

    IVORIETA’, CHIAVE DI TUTTI I MALI – Nel 1994, un fragile Konan Bédié apre una battaglia che finirà per spaccare il paese: quella dell’”ivorietà”, che porta a una modifica del codice elettorale tesa a impedire la candidatura di Ouattara. Ricordiamo che all’interno dell’Africa Occidentale Francofona le frontiere amministrative erano molto labili. Quando i paesi divengono indipendenti, essi si creano frontiere internazionali, e centinaia di migliaia di cittadini non ivoriani risultano residenti in un paese che sappiamo prospero. La comunità più numerosa è quella “burkinabé”, mussulmani del nord, cui appartenevano anche i genitori di Ouattara, l’avversario politico più pericoloso per Bédié. La perniciosa scelta di costui, assecondata dal capo dell’opposizione, Gbagbo, di modificare il codice elettorale per far fuori polticamente Ouattara sarà il fattore che originerà la guerra civile del 2002, dando passo a uno sciovinismo che era sconosciuto nel paese.

    Nel 1995 le elezioni sono boicottate da tutti i partiti d’opposizione. Bédié verrà poi spodestato in un colpo di stato nel 1999, diretto dal generale Robert Guéï. Nelle elezioni del 2000 questi verrà battuto da Gbagbo, ma non accetterà i risultati elettorali prima che inizino degli scontri che l’indurranno a ritirarsi.  

    SCOPPIA LA GUERRA CIVILE – Nel 2002, la profonda divisione tra nord e sud provocata dall’acutizzarsi del dibattito sull’”ivorietà”, che aveva per obiettivo ritirare la cittadinanza a migliaia di persone, porta alla guerra civile tra les Forces Nouvelles, basate a Boauké, e le forze governative. Tra alti e bassi, la guerra continuerà sino al 2007, mantenendo il paese diviso di fatto in due, come rimane oggi.

    Gli accordi di Marcoussis del 2003 vedranno il primo tentativo di ricomporre le differenze tra nordisti e sudisti, mediante l’entrata di ministri della ribellione al governo e l’interposizione di forze militari francesi (operazione Licorne) e della CEDEAO. Ma saranno solo gli accordi di Ouagadougou, simili a quelli di Marcoussis ma conclusi grazie alla mediazione del presidente del Burkina Faso Compaoré che permetteranno di concludere il conflitto armato. Ougadagou include la formazione di un governo d’unità nazionale, diretto dal leader politico dei ribelli, Guillaume Soro, la creazione di un organismo elettorale indipendente, la CENI, la derogazione della legge elettorale del 1994 che aveva tenuto fuori da tutte le elezioni il nordista Ouattara e la tenuta d’elezioni sulla base di un nuovo censimento elettorale che avrebbe dovuto fare chiarezza su chi avesse davvero diritto a votare (la tesi dei sudisti è sempre stata che i nordisti avessero intenzione di occupare il potere facendo votare in massa cittadini del Burkina).

    La Costa D’Avorio, uno dei Paesi potenzialmente più ricchi dell’Africa il cui sviluppo è stato frenato dalla instabilità istituzionale. Presentiamo la figura di Laurent Gbagbo, il Presidente che, dopo aver perso le ultime elezioni, per mesi si è rifiutato di lasciare il potere. Ripercorriamo infine le ultime tappe che portano fino agli eventi degli ultimi giorni

    UN PROCESSO ELETTORALE INFINITO –  Nel frattempo, il mandato di Gbagbo, scaduto nel 2005, era stato prolungato da una risoluzione ONU sino al momento della tenuta di nuove elezioni. La risoluzione crea anche l’ONUCI, contingente dicaschi blu schierato per vigilare il cessate il fuoco. Le Nazioni Unite sono anche incaricate di “certificare” il risultato elettorale, una funzione chiave nello sviluppo della crisi.

    Dal 2007 al 2010 le elezioni sono rinviate infinite volte, a causa del prolungarsi delle operazioni di censimento, rese estremamente complicate dalla carenza di uffici dello stato civile nel nord del paese, dalla distruzione di molti di essi, dalla pratica divisione in due del paese che rende complessa l’obiettività del processo di ricostituzione di tali registri, premessa per la successiva iscrizione nei registri elettorali.

    L’operazione va avanti lentamente, per l’esasperazione sia della comunità internazionale, che finanzia il tutto, compresa una carissima informatizzazione di tutto il processo che ha come obiettivo quello di ricostruire su basi durature lo stato civile del paese che di una popolazione che stenta a capire i tecnicismi d’un processo divenuto bizantino. Il presidente Gbagbo pare non preoccuparsi troppo dei ritardo, installato comodamente com’è al potere e in pieno controllo delle maggiori fonti di divise del paese, situate nel sud. Il suo obiettivo era che si votasse solo quando la lista fosse stata sufficientemente depurata da tutti i casi sospetti di nordisti in modo tale da garantirgli la rielezione.

    FINALMENTE SI VOTA – Dopo l’ennesimo blocco al processo, il presidente della CENI, inviso a Gbagbo, viene destituito. Si giunge finalmente al voto con una lista accettata dai tre principali candidati (Gbagbo, Ouattara, Bédié). Al primo turno prevalgono i primi due candidati (38 e 32%), con Bédié (25%) che invita i suoi elettori a votare Ouattara al secondo turno.

    Diverse le cattive notizie del primo turno per Gbagbo: non solo i voti ottenuti sono meno di quelli che lui prevedesse, ma oltre alla scelta di Bédié, prevista, si rivelano delle tendenze elettorali che non seguono le divisioni etniche, scaricando quindi l’arma della retorica di Gbagbo.

    Per il secondo turno, Gbagbo punterà su un’altro argomento, che userà anche nel dopo – elezioni: si presenterà come il difensore dell’africanità contro un Ouattara venduto ai bianchi (sposato con una francese, a lungo residente all’estero e in buoni rapporti con la comunità finanziaria internazionale). È questo un motivo sempre elettoralmente forte in Africa, usato specialmente da presidenti di lunga data a corto d’altri argomenti (la sua massima espressione ne è Mugabe, ma molti altri l’hanno usata in simili circostanze, lo stesso “re dei re africani” Gheddafi ci ha vissuto per anni).

    UN PERIODO POST–ELETTORALE CONFUSO – Le elezioni andranno in un altro modo: al secondo turno s’impone Ouattara. Così lo proclama la CENI, e lo certificano le Nazioni Unite e le varie misisoni d’osservazione elettorale internazionali, compresa quella dell’UE. Gbagbo, che non aveva mai pensato di poter perdere (da antico oppositore al regime personalista di Houphouët, si era trasformato nel tipico presidente africano convinto d’avere il diritto – dovere di governare sino alla morte), viene preso alla sprovvista e forza il Tribunale Costituzionale, formato da fedelissimi, a rovesciare il risultato elettorale sulla base dell’annulamento selettivo del voto in intere sezioni elettorali del nord. Il tutto viene fatto senza il minimo elemento probante e senza nemmeno seguire i procedimenti previsti dalla legge. La proclamazione della rielezione di Gbagbo è una farsa ma, a differenza di simili farse successe in passato in Africa, non è accettata dalla comunità internazionale che riconosce praticamente in toto Ouattara come presidente legittimo.

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    UNA MEDIAZIONE IMPOSSIBILE – I differenti sforzi di mediazione dell’Unione Africana e le minacce d’intervento militare della CEDEAO, l’organizzazione regionale cui appartiene la Costa d’Avorio, non hanno sortito effetto alcuno su Gbagbo, rinchiuso nel suo palazzo in preda ad autismo e ai suoi proclami di guerra contro il mondo.

    Ouattara, presidente riconosciuto del paese, nomina un governo (diretto da Soro) rinchiuso nell’Hotel Golf di Abidjan, cui si limita la sua giurisdizione e protetto dalle forze ONUCI.

    Finchè Gbagbo riesce a mentenere accesso ad alcuni conti bancari statali può tenersi fedele l’esercito. Gli eventi nel Nordafrica distraggono l’attenzione internazionale da Abidjan, facendo sperare a Gbagbo di potercela fare. Lui perde tempo, ma il congelamento dei conto ivoriani alla banca centrale regionale (BECEAO) e l’embargo internazionale sul commercio ivoriano strangolano Gbagbo.

    LE LEZIONI DELLA CRISI – La comunità internazionale ha fatto bene a appoggiare Ouattara: la sua vittoria elettorale è indiscutibile, e avallare una situazione di fatto avrebbe avuto conseguenze catastrofiche sullo stato della democrazia in Africa, un esercizio ancora in corso. Sicuramente non sarrebbe stata malvista una soluzione consensuale, sulla falsariga dei governi d’unità nazionale creati in Kenya e Zimbabwe per risolvere le crisi elettorali del 2007 e del 2008 rispettivamente. Ma quei governi sono asfittici e non governano, in preda a contraddizioni di fondo. È senz’altro preferibile assecondare l’idea che il risultato delle elezioni si rispetta, un concetto non ancora del tutto acquisito nel continente africano.

    In questo la soluzione delle crisi ivoriana rappresenta un passo avanti, anche se purtroppo non è stato possibile evitare che la situazione si sbloccasse mediante l’offensiva militare delle Forces Nouvelles e l’intervento, su risoluzione ONU, del contingente francese.

    L’alternativa sarebbe stata una nuova sanguinosa guerra civile e la delegittimazione della democrazia elettorale in Africa.

    IL FUTURO DELLA COSTA D’AVORIO – Ovviamente, la crisi ivoriana, così prolungata nel tempo, ha avuto effetti disatrosi sull’economia nazionale, e ci vorrà tempo per superare le ferite di tale conflitto. Gbagbo verrà giudicato in patria, e sarà necessario vigilare sulla correttezza di tale processo. Oggi come oggi pare difficile una soluzione di compromesso tra parti profondamente divise.

    La crisi ivoriana è emblematica delle difficoltà che affronta la democrazia per affermarsi in Africa, tra cultura tribale, gestione personale del potere, debolezza delle strutture statali e retorica populista ”anti bianca”. Il vero problema rimane il modo in cui gli uomini di stato gestiscono il potere, spesso a uso esclusivo del loro clan. Il vantaggio della Costa d’Avorio è la ricchezza del paese, che può rilanciarla rapidamente se usata in modo trasparente.

    È questa la grande sfida di Alassane Outtara, divenuto finalmente presidente diciott’anni dopo la morte di Houphouët. Rilanciare il paese mediante una gestione finalmente democratica e ricostruire la concordia nazionale perduta.

    La crisi ivoriana è stata tutto fourchè una delle qualsiasi indecifrabili crisi africane: è stato un momento di svolta che può marcare in positivo il futuro della democrazia africana.

  • Lo stato della democrazia in Africa

    Lo stato della democrazia in Africa

    Due parole che non possono stare nella stessa frase, o un’impresa possibile? Cosa succede sotto il Maghreb? Proviamo a fare luce sulle possibilità di sviluppo della democrazia nel continente africano, con questo documento in tre puntate. Nella prima, analizziamo il contesto storico e visualizziamo il quadro generale entro cui tenta di instaurarsi la democrazia, tra fatiche, limiti e fallimenti. Ma anche con alcuni sviluppi positivi e incoraggianti

    Anche alla luce di questa fase di grande attenzione nei confronti dei sorprendenti ed inattesi sviluppi politici in Nordafrica, appare importante analizzare lo stato della democrazia in Africa subsahariana, una regione del mondo che e’ probabilmente quella cui si presta meno attenzione dal punto di vista della politica interna, prendendola spesso al contrario come esempio di un fallimento endemico della democrazia.

    CONTAGIO DAL NORDAFRICA? – Può l’onda di proteste che ha sconvolto i paesi arabi del Nordafrica attraversare il Sahara e diffondersi anche nei paesi dell’Africa subsahariana? Qual è il bilancio della democrazia in Africa a una cinquantina d’anni dall’indipendenza e venticinque anni dopo la caduta del muro di Berlino, che tanti cambiamenti ha portato anche nel continente nero?

    Ipotizzando di scrivere questo testo anche solo due mesi fa, in ogni caso era opportuno tenere fuori dall’analisi i Paesi arabi della riva sud del Mediterraneo, che sono sì africani, ma la cui problematica è in gran parte diversa da quella dei loro soci membri dell’Unione Africana (54 paesi in totale con il prossimo arrivo del Sud Sudan).

    I CAMBIAMENTI NELL’AREA MEDITERRANEA – Per quanto riguarda quei Paesi, basti qui sottolineare come la democrazia nel mondo arabo abbia dato sinora scarse prove di sè, riducendosi nella maggior parte dei casi al compimento di riti elettorali privi di valore a causa della scarsa partecipazione (segno di sfiducia degli elettori nel sistema) e delle ricorrenti frodi tese a perpetuare ad aeternum il potere di leader autoritari spesso corrotti ma appoggiati internazionalmente in nome dell’alt agli islamici.

    Il tutto in un contesto di scarse o nulle prospettive di cambiamento: gli ultimi due mesi non hanno mutato queste prospettive, salvo l’ultima. Per un concorso di fattori, le popolazioni tunisina ed egiziana (oltre agli eventi libici tuttora in divenire) si sono ribellate come mai avevano fatto, abbattendo proprio quei regimi che sembravano più solidi (hanno sinora resistito meglio quei paesi, come Marocco ed Algeria, nei quali esiste maggior pluralismo).

    LIMITI DELLA DEMOCRAZIA IN AFRICA – L’Africa subsahariana è spesso presa come l’esempio perfetto di fallimento della democrazia, che sarebbe un vano esercizio a quelle latitudini. Almeno, questo è il sentire comune in Europa. È vero che esistono molti condizionanti che limitano l’espressione democratica in Africa, ma la realtà è più variegata e ci sono stati degli sviluppi positivi per la democrazia africana negli ultimi anni.

    LE INDIPENDENZE AFRICANE – Quando la maggior parte dei paesi africani divennero indipendenti, tra gli anni cinquanta e sessanta, la democrazia elettorale non era considerata una condizione essenziale per i nuovi Paesi. Anche se non mancarono elezioni in quei primi anni, spesso tra partiti definiti in chiave europea e non locale: la politica africana non disponeva di categorie proprie, perchè i processi d’indipendenza presero le potenze coloniali alla sprovvista. Esse non avevano minimamente previsto questa possibilità prima della guerra mondiale e, salvo in pochi casi, non avevano preparato tramite esperienze d’autogoverno una transizione verso l’autonomia dei territori coloniali. La prima preoccupazione dei nuovi stati fu poi di natura economica, più che politica: la chiave del futuro era assicurare agli africani l’accesso alle risorse naturali presenti nei loro paesi, non garantire il funzionamento di una democrazia, concetto poco presente nella cultura atavica africana.

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    I LEADER DIVENTANO DITTATORI – Una volta proclamata l’indipendenza e spariti gli imperi coloniali con l’eccezione di quello portoghese, i leader dei processi d’indipendenza si trasformano poco a poco in capi a vita o vengono deposti in frequenti colpi di stato militari, i cui istigatori si trasformano a loro volta in leader con vocazione all’eternità. Nel quadro della guerra fredda, l’Africa diviene un altro scenario del bipolarismo imperiale, nel quale i Paesi si schierano con Mosca o con Washington a seconda della convenienza e degli appoggi ricevuti. In questo contesto, a pochi importa che sopravviva una parvenza di democrazia elettorale. I partiti protagonisti dell’indipendenza tendono a diventare partiti unici con leader inamovibili, che possono essere rimossi solo mediante colpi di stato.

    I regimi si fanno personali, plutocratici e di polizia. Di democrazia non si parla più in Africa fino al 1989. In alcuni paesi i colpi di stato sono frequenti e l’instabilità perenne. In altri si consolidano regimi che durano decenni attorno ad un leader (Costa d’Avorio, Zaire, Camerun, Malawi).

    CADE IL MURO ANCHE IN AFRICA – La caduta del muro di Berlino cambia completamente il panorama anche in Africa. La sparizione del partner sovietico rende obbligata l’adozione della forma democratica occidentale, divenuta una conditio sine qua non per il mantenimento di rapporti economici privilegiati con le antiche potenze coloniali. Inizia la stagione delle conferenze nazionali, quando l’Africa, un po’ a malavoglia, cerca di costruire quasi dal nulla esperienze di multipartitismo, quando sino a poco prima gli oppositori erano perseguitati.

    Molto spesso, quello che succede è che l’ex-partito unico, convertitosi al multipartitismo per convenienza, s’impone facilmente in elezioni impossibili da vincere per i partiti d’opposizione: i dittatori si trasformano, negli anni Novanta, in presidenti rispettabili eletti in elezioni plurali nelle quali però hanno goduto di tutti i vantaggi e delle risorse accumulate in anni di permanenza al potere.

    L’UOMO FORTE AFRICANO – In questo gioca un elemento importante della psicologia africana, che condiziona parecchio la democrazia nella regione: l’africano tende a rispettare l’uomo forte, traslitterazione del capo villaggio della cultura tradizionale, piuttosto che considerare un suo diritto decidere chi lo debba governare. Per questo motivo di fondo, mentre in Europa dell’Est le prime elezioni multipartitiche videro ovunque la sconfitta dell’ex partito comunista ed il trionfo degli oppositori alla dittatura, in Africa, esse videro generalmente la conferma dell’ex-partito unico che, spogliatosi di una patina superficiale d’ideologia marxista importata, completamente estranea alla cultura africana e trasformatisi in una specie di primus inter pares trionfarono nelle prime elezioni pluraliste (anche se poco aperte).

    Ovvia eccezione il Sudafrica, che nel 1994 celebrò le prime elezioni aperte alle persone di colore e che videro il trionfo di Mandela e della sua ANC. Ma il Sudafrica è paese che ha ben poco a che spartire con i suoi vicini in termini di storia e società (e contrariamente alle previsioni di allora, si è trasformato nella prima democrazia africana). Un altro caso simile a quello del Sudafrica è quello dello Zimbabwe, dove lo ZANU di Robert Mugabe si consolidò al potere, senza però ottenere i risultati brillanti del Sudafrica: vi torneremo, ma senz’altro possiamo dire che Mugabe è molto distante da Mandela.

    Dopo aver esaminato il contesto generale e il quadro storico, entriamo nello specifico su alcune problematiche, che partono dalla ricerca di un “uomo forte”: oltre alla difficoltà dell’alternanza e della condivisione della leadership, che porta a un potere assoluto e a rielezioni pressochè infinite, guardiamo ai fattori etnici, assolutamente determinanti, senza dimenticare il ruolo delle ex-potenze coloniali, spesso tutt’altro che positivo

    Se – come visto nella prima parte dell’analisi – la ricerca dell’uomo forte, del capo supremo è connaturata alla psicologia africana, questa caratteristica ha una serie d’inconvenienti per l’affermazione d’una democrazia piena nel continente.

    IL POTERE NON SI CONDIVIDE – In primo luogo, alimenta il concetto che il potere appartiene ad uno solo, e che non è trasferibile: da qui l’ossessione di molti presidenti africani per perpetuarsi nel potere, sino alla morte. D’altra parte, la fissazione dei presidenti africani con il loro potere assoluto, senza limiti, vanifica il concetto di divisione di poteri, fondamentale per il funzionamento d’una democrazia. Governi, giudiziario, stampa, tutto deve essere sottomesso alla volontà e controllo del leader, che con il tempo tende ad isolarsi sempre più nel suo palazzo, circondato da sicofanti.

    Molte costituzioni africane, ad esempio nell’Africa francofona, sono modellate su quella della V Repubblica francese, ma non portano affatto agli stessi risultati, rimanendo spesso lettera morta quando applicate in un contesto africano.

    L’ALTERNANZA DIFFICILE – Se il potere appartiene per sempre ad un uomo forte, l’alternanza per via delle urne non è vista come un cammino possibile, ma in fondo neanche sempre desiderabile. Spesso in Africa s’apprezza di più la forza di chi ha vinto una guerra che quella di chi saputo vincere delle elezioni: pensiamo alla caduta di Mobutu dopo anni di potere in Zaire. Non portò al potere l’eterno oppositore Tsikehedi, ma Laurent Desirè Kabila, signore della guerra. Allo stesso modo, si può considerare la forza che all’angolano Dos Santos derivò dall’essere il vincitore della guerra civile che l’oppose per anni all’Unita di Savimbi: gli accordi successivi alle prime elezioni tra MPLA e UNITA non poterono mai funzionare, perchè una vicepresidenza come quella concessa allo sconfitto Savimbi non è nulla in Africa. E ancora, la legittimità eterna che la vittoria bellica concede a leader peraltro anche con caratteristiche positive come Kagamé in Rwanda o Museveni in Uganda.

    IL FATTORE ETNICO – Altra anomalia derivante dal potere assoluto nella persona del leader è la natura etnica del consenso politico. Salvo poche eccezioni, i partiti africani sono organizzati, al di là dei loro nomi, non secondo linee ideologiche o programmatiche ma secondo divisioni etniche, perfettamente conosciute ai votanti, che tendono a scegliere il partito della loro etnia o tribù, non il partito di cui preferiscono le idee.

    La democrazia funziona male in caso gli elettori pensino in questo modo: perchè il dibattito fra idee contrapposte non avviene mai, e le campagne elettorali africane ne sono prive. Questo non alimenta un humus, fondamentale in democrazia, di dibattiti o proposte alternative. Prevalgono invece messaggi d’appartenenza etnica e spesso fautori di divisione.

    Male hanno fatto le internazionali politiche ad accettare nel loro seno partiti africani basandosi solo su denominazioni prive di significato o testi di statuti del tutto disattesi nella pratica. Questo le ha trascinate ad appoggiare candidati e partiti che tali appoggi internazionali non meritavano affatto (vedi il caso recente di Gbagbo in Costa d’Avorio).

    In molti casi, la politica africana è quindi etnica e personalista. La gestione del potere segue poi gli stessi parametri:

    _ sovrarappresentazione dell’etnia al potere nei governi, uffici pubblici ed esercito;

    _ discriminazione delle altre etnie, in totale disprezzo alla cultura del merito e della competenza;

    _ conseguente cattivo funzionamento della pubblica amministrazione e sviluppo d’una cultura patrimonialista e di politiche economiche e infrastrutturali non legate a piani coerenti di sviluppo ma alla distribuzione sul territorio delle differenti etnie.

    Questo è particolarmente vero in grandi Paesi, nati a seguito della sparizione degli imperi coloniali ma poco coesi sul piano interno (Nigeria, Camerun, RD Congo) ma anche nei paesi del Golfo di Guinea, dove generalmente esiste una divisione storica di fondo tra etnie della costa (commercianti) e etnie dell’interno (di ascendenza guerriera e economicamente legate all’allevamento e all’agricoltura).

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    IL POTERE ASSOLUTO – Se quindi il potere assoluto è gestito come tale, poco cambia che sia fondato in elezioni o in un conflitto. Una volta che lo si ottiene, non lo si lascia. Essere oppositore in Africa è mestiere ingrato, privo di spazi, ruoli chiari e prospettive di diventare un giorno governante, a meno che non si diano condizioni particolari. Difficilmente si ottengono grandi appoggi, salvo quelli della propria etnia e semmai di qualcun’altra anch’essa emarginata, ma che ambirà piuttosto a gestire essa il potere tramite un suo rappresentante appena possibile.

    RIELEZIONI INDEFINITE – Dal canto loro, i presidenti da tempo al potere, ora eletti, hanno progressivamente eliminato regole costituzionali che li rendevano non rieleggibili o rieleggibili solo una volta. Uno dopo l’altro, vari presidenti hanno ottenuto riforme costituzionali, avallate da poteri non indipendenti a loro soggetti, che hanno trasformato le loro presidenze in monarchie costituzionali. Come monarchie di fatto nonostante la parvenza repubblicana, un’altra tendenza in corso in Africa è quella della successione, alla morte del capo, solo da parte di suo figlio, la cui legittimità può essere o no elettorale, ma è fondamentalmente di sangue. Togo (prima di fatto, e successivamente con elezioni), Gabon (mediante elezioni sospette), RD Congo i casi più recenti. Quest’ultimo fu il caso più sorprendente, dato che Joseph Kabila, figlio di Laurent Desiré, era praticamente sconosciuto fino all’assassinio del padre, ed imposto dall’esercito come successore. Nel 2006, dopo qualche anno al potere, vinse delle elezioni (le prime nella storia del Paese) ed ora le regole sono state modificate in maniera da assicurarne la rielezione nel 2011.

    IL PATERNALISMO COLONIALE – Le ex–potenze coloniali hanno spesso mantenuto politiche poco positive in Africa, sostenendo con frequenza, in nome della realpolitik, uomini forti che poco meritavano tali appoggi, in spregio del loro malgoverno e delle loro dubbiose (o inesistenti) credenziali democratiche, che del resto poco importavano almeno sino agli anni Novanta.

    Troppo spesso gli ex–dittatori si sono trasformati in presidenti eletti in esercizi elettorali che solo a fine anni Novanta sono stati sottoposti a serie osservazioni internazionali (che devono essere credibili e di lungo periodo, non limitarsi a turismo elettorale nella settimana del voto). La politica di cooperazione allo sviluppo, pur necessaria per accompagnare il processo di consolidamento di paesi fragili, troppo spesso è stata ostaggio di malgoverno e corruzione che non erano ignorate ma non sufficientemente combattuti.

    Dopo il contesto generale e il quadro storico, e dopo l’analisi ricorrente di alcune problematiche (alternanza, ricerca dell’uomo forte, divisione dei poteri, fattori etnici, ruolo delle ex-colonie), è il momento di alcuni esempi concreti, sia positivi che negativi. Se in diversi Paesi si registrano passi in avanti significativi (tra gli altri, la prima donna al governo, in Liberia), permangono ancora molte zone d’ombra, tra cui i casi di Zimbabwe e Costa d’Avorio appaiono paradigmatici. E in conclusione, quale futuro per la democrazia in questo continente?

    (Segue. Clicca qui per leggerela prima e la seconda puntata)

    PROGRESSI RECENTI – A partire dagli anni Novanta, diverse cose sono cambiate per il meglio, pur rimanendo aperte le complesse questioni di fondo cui abbiamo accennato sin qui.

    In alcuni casi, il principio dell’alternanza tra governo ed opposizione ha cominciato a farsi strada: il primo caso fu quello del Senegal (2000), quando l’uscente Abdou Diouf accettò la sua non rielezione a favore dell’oppositore di sempre (Wade), al potere da due mandati ma che ora culla l’idea di farsi succedere dal proprio figlio Karim (gli oppositori spesso cambiano idea quando divengono forza di governo).

    Seguirono poi altri casi positivi d’alternanza, normale in altri contesti ma felici novità in Africa: Benin, due volte il Ghana (2000, vittoria dell’opposizione, 2008 ritorno al potere del partito precedentemente sconfitto in elezioni decise per strettissimo margine ma non contestate). In tre occasioni (Mali, Ahmadou Toumani Touré, 1991), Mauritania (Vall 2005) e Guinea (Kounatè) si sono registrati dei casi di colpi militari che al termine di corti periodi di transizione sono sfociati in elezioni libere nelle quali i golpisti non si sono presentati. In Mali, Ahmadou Toumani Touré ritornò al potere mediante elezioni sono anni più tardi, circondato da un’aureola di salvatore della democrazia. Nel caso della Mauritania, purtroppo, la presidenza di Abdallahi fu presto disarcionata da un altro colpo di stato militare, quello di Abdelaziz nel 2008, successivamente legittimato da elezioni cui purtroppo il golpista si presentò.

    In Liberia e Sierra Leone, paesi distrutti da tremende guerre civili, si sono svolte elezioni ragionevolmente trasparenti che hanno portato al potere presidenti civili (in Liberia, la prima donna presidentessa africana, Ellen Johnson Sirlaef).

    Le elezioni nigeriane del 2005 furono una buona notizia, ma quelle successive furono purtroppo molto meno limpide, dimostrando che il progresso della democrazia non è esente da possibili marce indietro. Alcune elezioni recenti sono state particolarmente significative, e non sono state necessariamente portatrici di buone notizie.

    OMBRE RECENTI – In Kenya, Paese nel quale era avvenuta nel 2002 una transizione indolore, l’ex–oppositore Kibaki fece di tutto per farsi rieleggere nel 2007. La sua frettolosa proclamazione come vincitore a conteggio non ancora finalizzato e in presenza di margini strettissimi nei confronti del suo oppositore Odinga, che avrebbero consigliato maggiore prudenza, provocò un inizio di guerra civile, in seguito bloccata per la mediazione di un gruppo di esperti internazionali, che consigliò al Paese l’adozione di una riforma costituzionale che creasse un posto di primo ministro da assegnare allo sconfitto. I risultati dell’elezione non erano chiari, e nella confusione succeduta alla proclamazione di Kibaki molte schede furono bruciate, rendendo impossibile un riconteggio.

    In Zimbabwe, nel 2008, il “padre della patria” Robert Mugabe rifiutò d’accettare la sua sconfitta elettorale al primo turno ad opera di Morgan Tsvangirai. Autorità elettorali partigiane dichiararono necessario, in disprezzo d’ogni evidenza, un secondo turno, in attesa del quale i militante dello ZANU di Mugabe si dedicarono ad intimidare (e spesso ad uccidere) i militanti dell’opposizione. Alla fine Tsvangirai si ritirò per evitare ulteriori spargimenti di sangue. Risultato: un Presidente sconfitto nelle urne riusciva a mantenersi alla presidenza, tra l’altro sostenuto nella sua pretesa dalla maggior parte dei suoi colleghi africani, che rispettano molto l’anzianità al potere ostentata da un Mugabe.

    La crisi dello Zimbabwe è tra le più gravi. Il malgoverno di Mugabe, che ha portato il Paese – un tempo prospero – alla bancarotta, è potuto proseguire mediante una riforma costituzionale appoggiata dalla comunità internazionale, che ha offerto allo sconfitto un posto, di fatto onorifico, di primo ministro. Ma come si è già visto, in Africa il potere lo gestisce spesso una sola persona, e immaginare soluzioni sulla carta impeccabili serve a poco, perchè la divisione dei poteri non è di facile applicazione nel continente.

    Sostenere soluzioni di questo tipo ha il pregio di evitare sanguinose guerre civili, ma il difetto di assecondare l’idea che comportarsi da prepotenti, frodare e intimidire gli avversari alla fine si traduce nel mantenere in un modo o nell’altro il potere: la prepotenza paga, e non è un bel messaggio. Sarebbe molto meglio appoggiare le democrazie africane introducendo su vasta scala, e non solo come eccezione, il principio sacrosanto dell’accettazione del risultato elettorale, quand’anche fosse di corta misura (le elezioni ghanesi del 2008 sono apparse un buon esempio in merito).

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    LA CRISI IN COSTA D’AVORIO – L’attuale crisi della Costa d’Avorio è emblematica rispetto alle ambiguità sin qui mostrate. La crisi ivoriana richiederebbe centinaia di pagine per essere descritta compiutamente, e potrebbe rappresentare bene la complessità africana in tutte le sue dimensioni.

    Un Paese stabile e prospero sotto il padre dell’indipendenza Houphouet Bigny, alla sua morte nel 1992, senza successore, entra in una deriva che lo porta alla guerra civile, con conseguente instabilità e decadenza. L’oppositore di sempre Laurent Gbagbo ottiene finalmente, non senza difficoltà, una vittoria elettorale nel 2000. Scaduto il suo mandato nel 2005, la divisione tra nordisti e sudisti si accentua sino al punto di rendere impossibili elezioni sino alla fine del 2010. Il contenzioso è il censimento elettorale in un Paese erede dell’Africa Occidentale Francese e dalle frontiere porose. Il censimento elettorale più lungo e caro della storia avrebbe dovuto portare ad elezioni finalmente limpide. Questa era la speranza di tutti, affinchè la normalità potesse tornare in un Paese dal grande potenziale.

    Purtroppo, i risultati del secondo turno del 29 novembre 2010 tra l’uscente Gbagbo ed il suo avversario Ouattara non sono stati accettati dal primo, che nonostante l’evidenza della sconfitta, dichiarata dalle autorità elettorali e certificata da Nazioni Unite e da tutti gli osservatori internazionali, ha rifiutato di lasciare il palazzo presidenziale e, forte d’un pretestuoso controconteggio della Corte Costituzionale a lui asservita, ha proclamato il risultato opposto. Ora la Costa d’Avorio ha due Presidenti e due governi, uno riconosciuto da tutta la comunità internazionale, l’altro detentore del potere di fatto. Per l’ostinazione cieca d’un uomo, il Paese è di nuovo alle porte della guerra civile. Tra l’altro, il voto ivoriano è particolarmente interessante, dato che, in maniera eccezionale, non aveva seguito le linee etniche, sconvolgendo le previsioni del presidente uscente.

    CONCLUSIONI – Si sono sin qui analizzate alcune delle caratteristiche che rendono complessa l’applicazione piena della democrazia in Africa. È ovviamente un work in progress, ma non si dovrebbe fare l’errore di dare l’impresa per impossibile ed accettare il ricatto dei prepotenti, interessati a che nulla cambi. In pochi hanno il coraggio di non dichiararsi democratici: appare importante però identificare meccanismi che permettano di sostenere le emergenti democrazie africane (osservazione elettorale, internazionale ma anche nazionale; sostegno ai partiti politici, ai media, al sistema giudiziario, ad autorità elettorali indipendenti, alla società civile; condizionalità della cooperazione al buongoverno e dalle riforme economiche nell’interesse generale). Purtroppo, la crescente influenza cinese in Africa, in cerca di penetrazione economica (materie prime) costituisce un’alternativa che ai leader africani piace, perchè non richiede impegni in termini di democrazia e rispetto dei diritti umani. I buoni esempi, anche se ancora minoritari, non mancano, ed i giovani africani meritano d’essere sostenuti e non scoraggiati, in un’epoca nella quale la gioventù araba ha dato a tutti una grande lezione.

    I tempi non sono ancora maturi per una piazza Tahrir africana, ma la democrazia dev’essere il futuro anche dell’Africa, perchè i risultati di cinquant’anni di natura diversa non provano affatto che l’Africa abbia identificato una miglior forma di governo.