Il Foro sociale mondiale da Porto Alegre a Bombay

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Dare un giudizio complessivo su un evento multiforme e variegato come il Foro sociale mondiale (Wsr), giunto quest’anno alla sua quarta edizione, è impresa assai complicata. Il Foro è la traduzione politica di una rete di reti, impossibile non averne una visione che non sia per definizione parziale. La sensazione che si ha partecipando è più o meno quella che si può avere navigando in Internet: vi si può trovare di tutto, la tentazione di saltare senza pause da un tema all’altro è fortissima. Quasi 100.000 partecipanti, migliaia di dibattiti, conferenze, mostre, attività culturali sui temi più svariati. Anche mettendoci tutta la buona volontà non si può partecipare che a una manciata delle attività previste.

Ferme restando queste premesse, cercherò di riflettere su quella che mi sembra essere la tendenza del WSF dalla sua creazione a oggi: il fatto d’aver partecipato alle precedenti edizioni, tutte svoltesi a Porto Alegre, e a quella di quest’anno a Mumbai (ex-Bombay) mi permette perlomeno di paragonare sensazioni.

Il Foro sociale mondiale nacque come idea nel 2000, per opera di un gruppo di intellettuali brasiliani legati al PT (Partido dos Trabalhadores), allora all’opposizione e attualmente al governo in Brasile. L’idea era quella di creare un contraltare rispetto al Foro economico mondiale di Davos (WEF), notissima riunione dei VIP mondiali che si celebra ogni gennaio
nella stazione alpina svizzera, divenuto col tempo un appuntamento obbligato dei potenti del pianeta.

L’idea era che, di fronte a una visione prevalente d’inevitabilità della globalizzazione e dei suoi effetti economici, rimasta nella pratica senza alternative dopo la caduta del muro di Berlino, fosse necessario creare uno spazio per i movimenti della società civile, molto meno in grado rispetto a stati, organismi internazionali e imprese di strutturare tra loro contatti stabili.

A fronte di interessi economici in comunicazione costante tra loro e in grado di influenzare efficacemente il corso degli avvenimenti, gli operatori sociali si trovavano tendenzialmente isolati l’uno dall’altro, spesso alle prese con problemi simili ma non in grado di scambiare
esperienze e di raggiungere una massa critica sufficiente per influenzare le scelte della politica su scala mondiale.

Accanto a questa inadeguatezza strutturale dei movimenti della società civile, paradossalmente sempre più presenti nel dibattito politico a causa della riduzione complessiva della sfera d’azione pubblica operatasi un po’ ovunque a partire dagli anni ottanta, appariva anche la debolezza crescente o incapacità manifesta della maggior parte degli attori statali, perlomeno nei paesi in via di sviluppo, di partecipare efficacemente alla presa di
decisioni politiche internazionali.
Da qui l’impressione che un numero ridottissimo di attori (stati sviluppati, organismi economici multilaterali, multinazionali) stesse in pratica decidendo, in maniera esclusiva, delle sorti del mondo.

L’altro paradosso era, ed è, che, contrariamente alle illusioni dei primi anni novanta, il ciclo virtuoso di diffusione degli effetti benefici della democrazia e dell’economia di mercato, che avrebbe dovuto trasmettere a pioggia il benessere da un capo all’altro del pianeta una volta superate le divisioni ideologiche, non si è verificato. O perlomeno non nelle proporzioni previste.

Gli effetti negativi della globalizzazione sono chiaramente visibili: è discutibile se
essi siano in aumento o in che misura siano legati a problemi di squilibrio delle relazioni internazionali o a problemi di governance. Ma è chiaro che la divisione tra nord e sud del mondo esiste, anche se essa non è così lineare come alcuni vorrebbero: esiste un nord del sud
(le élites economiche in sintonia con i nuovi valori imperanti nel mondo globale) e un sud del nord (popolazioni dei paesi sviluppati spiazzate dalle nuove caratteristiche delle economie post-industriali). La linea divisoria corre sostanzialmente lungo la cosiddetta digital divide, che misura l’apertura al mondo dei vari soggetti.

L’idea brasiliana non a caso è nata in quell’America Latina il cui ritardo di sviluppo era stato tradizionalmente indicato dalla sinistra nei meccanismi che ne accentuavano la dipendenza economica.
All’epoca, il principale teorico di tale teoria, FH. Cardoso, governava il Brasile rinnegando buona parte dei postulati teorici da lui stesso elaborati. Il progetto brasiliano trovava immediata eco in
Francia, dove un’opinione pubblica fortemente orientata verso un rifiuto della globalizzazione all’americana si trovava in sintonia con questa visione critica. Le Monde Diplomatique contribuì a internazionalizzare e a dare visibilità a tale fronte alternativo.
Ma bisogna sin d’ora chiarire un punto: anche se la stampa e molti osservatori si sono semplicemente limitati a catalogare il WSF come una coalizione di antiglobalizzazione, questo non era affatto l’orientamento originale: il Foro sociale è anch’esso un prodotto della globalizzazione, non potrebbe rinnegarla. L’enfasi iniziale, che prevarrà nei primi anni,
sarà quella della possibilità di un’”altra” globalizzazione, inclusiva e non esclusiva, attenta agli effetti sociali e non solo a quelli economici.

In quest’ambito, le derive violente degli anti-global da Seattle a Genova hanno
ben poco a che spartire con l’essenza del movimento di Porto Alegre, totalmente
non violento.
Il primo Foro di Porto Alegre (gennaio 2001) costituisce il banco di prova dell’esperimento: si riuniscono associazioni, si definiscono chiavi di lettura della globalizzazione “vista dal basso”. Il successivo Foro 2002, divenuto già un evento di prima grandezza, si struttura attorno a delle tematiche centrali che divengono il filo conduttore di dibattiti e iniziative. Su ogni tema vengono elaborati dei documenti finali che vogliono essere la base di lavoro per le collaborazioni spontanee tra associazioni di ogni parte del mondo, la Carta di Porto Alegre definisce i principi di base per aderire al movimento più che le risposte ai problemi sollevati.
La sfida dell’11 settembre è naturalmente notevole: la stragrande maggioranza del movimento della società civile condannerà gli attentati, ma nel Foro 2002 era già percettibile l’onda montante “anti-imperialista”, ideale ai fini della vecchia sinistra di ritorno. Tale fenomeno è legato non agli attentati ma alla reazione americana prima in Afghanistan e poi in Iraq, giudicata illegittima e premeditata dalla maggior parte delle associazioni.

A tre anni dal primo Foro, a che punto siamo con l’elaborazione dell’altro mondo possibile (“Another World is Possible” è il motto del WSr)?
Alcune delle impressioni che ci ha lasciato Mumbai 2004 sono positive:

  1. Il Foro è stato organizzato per il quarto anno consecutivo, riunendo circa 100.000 rappresentanti della società civile. Il fatto che il luogo di svolgimento fosse Bombay ha naturalmente facilitato la partecipazione di asiatici e anche africani, assai poco rappresentati nelle edizioni precedenti del Foro, nelle quali la partecipazione era essenzialmenté europea e latino-americana. In questo caso, molti europei (con una rappresentanza più variegata rispetto alla prevalenza di francesi, italiani e spagnoli che si riscontrava a Porto Alegre), un buon numero di latinoamericani, un numero crescente di statunitensi, mobilitati essenzialmente dal movimento anti-guerra, e naturalmente una nutritissima rappresentanza di asiatici (assente la Cina). Buona anche la partecipazione africana.
    Il che significa che, in quattro anni, il movimento di articolazione della società civile sta raggiungendo un maggiore equilibrio geografico, sull’asse nord-sud e tra i continenti.
    È un risultato importante, perché non bisogna dimenticare che il primo obiettivo del movimento di Porto Alegre era la strutturazione di una rete mondiale di realtà interessate a sviluppare un approccio alternativo alla globalizzazione.
    Tra l’altro, tutto è basato sull’autofinanziamento, perché il WSF ha rifiutato contributi pubblici (salvo l’uso di strutture quali il campus dove si è svolta la manifestazione). È comunque vero che quasi tutte le ONG ottengono la maggior parte dei fondi da contributi pubblici, anche se non diretti esplicitamente alla partecipazione al WSF. Ma il Foro come tale non dipende da sovvenzioni.
  2. L’atmosfera a Bombay era, come anche a Porto Alegre, del tutto gioiosa e festiva. Fin troppo carnevalesca, se proprio vogliamo. Grande spirito egualitario, tutti i delegati sullo stesso piano, il ministro come il partecipante individuale con la stessa tessera e gli stessi diritti. Nessun tappeto rosso per i VIP. Una bella sensazione, un po’ anarchica ma rinfrescante.
    Anche questo è importante, perché significa che il movimento riesce a tenere fuori provocatori e disturbatori: se pensiamo agli effetti deleteri per la credibilità dei critici della globalizzazione derivante da gruppi come i Black Block, o al fatto che gruppi di estrema destra si dicano anch’essi contrari alla globalizzazione (a Bombay era temuta l’infiltrazione di militanti del Shiv Shena, il movimento integralista hindù e anti-islamico la cui roccaforte è proprio lì), contribuendo ad alimentare la confusione, riuscire a preservare un ambiente festivo e tranquillo quando si riuniscono decine di migliaia di persone dalle caratteristiche le più dispari è un fatto positivo.

Veniamo alla sostanza dei dibattiti: la mia impressione è che il movimento per un’altra globalizzazione (ora denominato “alter-global”) si stia avvitando su se stesso, perdendo in questo modo gran parte del potenziale derivante dalla constatazione degli oggettivi limiti del modello di sviluppo prevalente.

    Uno dei punti di forza sottolineati prima, quello della democraticità e orizzontalità del movimento, diviene un punto di debolezza nel momento in cui i molti spunti/idee/denunce non vengono canalizzati in una piattaforma di proposte. A Porto Alegre 2001 si era fatta un’analisi
    delle anomalie della globalizzazione, identificando delle linee d’azione, tema per tema. A Porto Alegre 2002 si è lavorato su quelle linee e formulato proposte, alcune fattibili, altre irrealizzabili. Da allora in poi il WSF non ha sviluppato questa concezione strategica, ma si è rifugiato da un lato nello sviluppo di microreti, dall’altra ha dimostrato un’incapacità di legare tali micro-reti di idee/organizzazioni in una visione globale.

    O meglio, la visione globale c’è, ma è talmente poco declinata da rendere superfluo tutto il gran lavoro di analisi che vi sta dietro: no all’imperialismo, nuovo ordine economico internazionale, abolizione degli organismi fautori del consenso di Washington (FMI, BM, Омс есс.), superamento del capitalismo, ritorno al localismo per arginare i mali della globalizzazione.
    Per giungere a tali conclusioni non credo ci sia bisogno di mobilitare tante energie, chiunque può sognare di fronte al suo Pc. Come si dice in spagnolo, no es por aquí no van los tiros…
    Vari sono i motivi che portano a questa radicalizzazione. A mio avviso sono i seguenti:

    1. Organizzativo: la bellezza della democraticità assoluta porta a far sembrare illegittimo ogni tentativo di gerarchizzazione delle priorità da parte di qualcuno (partiti, comitato organizzatore ecc.)
      Questa caratteristica piacerà a chi ha simpatie per l’anarchia, ma il destino nel quale è incorsa tale opzione politica dovrebbe servire da monito. A un certo punto bisogna sforzarsi di sintetizzare e formulare proposte possibili.
    2. Politico: è vero che la radicalizzazione del dibattito politico a scapito del dialogo costruttivo, della capacità d’ascolto è una caratteristica del mondo d’oggi, acceleratasi dopo 1’11 settembre. La famiglia politica conservatrice lo è sempre di più, l’uso di termini ideologici senza significato è divenuto sempre più frequente proprio quando le ideologie sarebbero invece morte, la politica “neutra” e “tecnica” vuole presentarsi come amorfa quando è in realtà tremendamente ideologica, ma accusa chi dissente di essere a sua volta schiavo delle ideologie.
    3. Conseguenze della situazione internazionale: la guerra in Iraq ha monopolizzato l’attenzione del Foro di Bombay, trasferendo in pratica il centro dell’attenzione dal dibattito sull’altra globalizzazione alla lotta contro l’imperialismo. Il motto di quest’anno era: “è la stessa lotta”.
      È chiaro che l’anti-multilateralismo americano, la guerra preventiva, i comportamenti contrari al diritto internazionale sono manifestazioni di radicalità politica che possono avere come effetto il pessimismo cosmico. Da qui la radicalizzazione nell’altro senso. Ma è tra i due estremi che bisogna costruire.
    4. Generazionale: il movimento è composto essenzialmente da due blocchi generazionali; da una parte i ventenni, ancora al di fuori del mondo professionale, e legittimamente perplessi su molti aspetti del mondo che li circonda. Dall’altra i cinquanta-sessantenni reduci dal ’68 che ritrovano d’incanto un’audience perduta. “La nostra battaglia è la stessa, anche noi eravamo anti-globalizzazione ante litteram, il nemico è sempre lo stesso”.

    In questo quadro, la caduta del muro di Berlino diviene un dettaglio senza importanza, e un movimento nato come aideologico e aperto, euristico, tende a venire monopolizzato dai vecchi maestri, che le risposte le hanno già: le tirano fuori dai loro cassetti impolverati. E le nuove generazioni rimangono a boccа aperta ascoltando formule che già incantarono i loro fratelli maggiori e gentori. Parole cariche di fascino, certo, ma anche drammaticamente insufficienti per affrontare una realtà del tutto nuova.
    E con un appeal politico limitatissimo.
    Di fatto, il movimento di Porto Alegre sta scoprendo il linguaggio del comunismo e dell’anti-imperialismo. La montagna sta partorendo un topolino?
    Prendiamo il caso del commercio. Se Porto Alegre aveva avviato una lettura critica dell’OMC e delle sue insufficienze, sottolineando però la necessità di democratizzare l’agenda della liberalizzazione e il funzionamento dell’organizzazione (risultato: il lancio dell’Agenda per lo sviluppo di Doha, il più bilanciato quadro negoziale della storia del commercio internazionale) al fine di ottimizzare gli effetti del libero commercio su scala globale, gli scarsi progressi ottenuti nei due anni di negoziati e la conseguente/contemporanea radicalizzazione del WSF fanno sì che ora si parli solo di abolizione dell’OMC, nuovo ordine economico internazionale, abolizione dei brevetti, drastica riduzione degli scambi, ritorno all’economia locale.

    Nei dibattiti in materia al Foro non una sola voce discordante, non un solo dubbio in materia. Cancún un trionfo per i movimenti civili sui poteri stabiliti, alla prossima ministeriale di Hong Kong (ottobre) bisognerà ripetere l’esperienza.
    Bloccare tutto.
    Senza se e senza ma, per favorire il ritorno a una fantomatica età dell’oro preOMс e pre-capitalistica nella quale, apparentemente (io purtroppo non c’ero ancora, ma forse altri sono sufficientemente stagionati da averla vista coi loro oсchi) la povertà, le malattie e le ingiustizie non esistevano. Solo latte e miele.

    Inutile cercare di dissentire o di portare la discussione sui dettagli dei singoli punti negoziali (che alternative?). Sono solo “tecnicismi liberali”.
    Su molti altri temi, non si riesce a uscire da contraddizioni lampanti: ad esempio agricoltura e uso delle risorse. Giustissimo rivendicare i diritti delle popolazioni, la preservazione della sovranità alimentare e mettere la museruola a comportanti abusivi delle multinazionali (OGM,
    biopirateria есс.).
    Da questo a concludere che l’agricoltura deve rimanere al di fuori della sfera commerciale il passo è un po’ ardito. Quid degli interessi di decine di paesi la cui competitività è esclusivamente agricola?
    Non sarebbe meglio definire regole più equilibrate per il commercio, per esempio riducendo drasticamente quei sussidi che proteggono artificiosamente l’agricoltura dei paesi più ricchi penalizzando i paesi più poveri? E sbrogliare la matassa della confusione tra i “falsi amici” dei
    paesi in via di sviluppo, come Bové e molti altri, che smaniano per rendere quei sussidi eterni (OMC fuori dall’agricoltura significa proprio questo: mantenere l’autonomia di pagare i sussidi per chi può farlo. Chi non può s’arrangia, alla faccia della globalizzazione alternativa).
    In questo contesto, persino voci intelligemente critiche come uno Stieglitz rіmangono drammaticamente minoritarie. Prevale il clima da stadio e le opinioni catastrofistico-massimalistiche.

    Rimango convinto che la ricchezza del movimento internazionale della società civile possa produrre molto, ma molto di più di un cieco ritorno a un passato idealizzato e teorico. Le energie sono tante, gli spunti spesso buoni. Se si riuscisse a scendere dal treno del millenarismo e cominciare a lavorare tema per tema su ciò che è possibile fare, per costruire un ponte tra l’ideale e il possibile, la società civile potrebbe dare un grande contributo alla politica, drammaticamente a corto di idee.
    Purtroppo un discorso di questo tipo pare non interessi a nessuno: i partiti d’ispirazione liberale o conservatrice non hanno mai seguito con attenzione la realtà del WSF, relegando la visione alternativa della globalizzazione a fenomeno da baraсcone (e alcuni suoi esponenti rientrano e Social Forum fanno davvero di tutto per rispondere a questa definizione); la sinistra moderata si è dapprima avvicinata, salvo scottarsi le dita in un rapporto di disamore del tutto condiviso tra le parti; la sinistra tradizionale salta invece sul cavallo in corsa, ma anziché sviluppare nuove idee cerca di riciclare le vecchie già bruciate dalla storia.

    Non c’è davvero spazio nella politica di oggi (e non parlo solo dell’Italia) per una visione costruttiva ed equilibrata della globalizzazione? Probabilmente sì, ma per svilupparla sul serio è necessario che il movimento di Porto Alegre non si faccia incantare dalle sirene del vecchio, e prenda l’iniziativa per costruire nuove proposte. Lo può fare, e i risultati potrebbero essere piacevolmente sorprendenti.