L’elezione di Ignacio Lula da Silva (Lula per tutti i brasiliani) alla presidenza della Repubblica rappresenta un passaggio storico di grande significato per il Brasile: per la prima volta nella storia della Repubblica, accede alla massima carica istituzionale un politico che non proviene dalle élite economiche o intellettuali. Se il suo predecessore Fernando Enrique Cardoso aveva effettuato un percorso che l’aveva portato da posizioni di sinistra radicale alla socialdemocrazia, Lula, operaio metalmeccanico e sindacalista, è invece un genuino rappresentante della sinistra storica.
In realtà Cardoso è stato a più riprese aсcusato dalla sinistra del PT, il partito di Lula, di essere un socialdemocratico solo di nome, e di avere invece perseguito nei suoi due mandati (1994-2002) un programma politico liberale, dettato dal Fondo Monetario Internazionale.
Come si colloca Lula rispetto all’eredità riformista lasciatagli da Cardoso? Sono motivati i timori espressi da più parti (ma soprattutto fuori dal Brasile) su una possibilità di marcia indietro rispetto a tale periodo, verso un maggior protezionismo commerciale, un ritorno all’interventismo economico e una messa in discussione delle riforme strutturali? O addirittura verso una nuova stagione del “comunismo” in America latina, come paventano alcuni?
Chi scrive ha appena lasciato il Brasile dopo quattro anni passati a seguire da vicino le vicende politiche ed economiche di quel Paese: come molti altri, avevamo previsto, nel corso di questo periodo, che il quarto tentativo presidenziale di Lula si sarebbe trasformato nel suo quarto onorevole secondo posto. Che la sinistra avrebbe dovuto invece puntare su un altro leader, più moderato e “moderno”, per avere delle reali possibilità di vittoria. Che i “poteri forti” non avrebbero mai permesso a un ex operaio di divenire presidente della Repubblica. Lula sembrava un onesto e rispettabile uomo politico destinato a “morrer na praia“, come si dice popolarmente in Brasile.
L’evolversi degli avvenimenti nel corso dell’ultimo anno ci ha invece smentiti (venendo a dimostrare una volta di più che non sono gli analisti politici quelli che determinano le sorti del mondo…)
Lula, che era stato sfidato dalla contro-candidatura di Eduardo Suplicy, si è via via stabilizzato su quote di consenso ben al di sopra di tutti gli altri candidati nel corso dei dodici mesi che hanno preceduto l’elezione, e questa tendenza non si è invertita in nessun momento fino al voto. La differenza nei sondaggi tra Lula e il primo dei suoi concorrenti non è mai stata inferiore ai 15 punti percentuali, anche dopo l’annuncio della candidatura del candidato governativo, appoggiato dal presidente uscente Cardoso, il ministro della Sanità José Serra. La governatrice del Maranhão Roseana Sarney, l’ex ministro delle Finanze Ciro Gomes, il governatore di Rio de Janeiro Anthony Garotinho si sono alternati al secondo posto, ma sempre molto lontani dall’inarrivabile Lula.
Il Brasile si è quindi abituato poco a poco all’idea di Lula presidente, e l’ha eletto con una maggioranza più che confortevole a ottobre: se al primo turno era mancato un nonnulla perché Lula risultasse eletto (pur avendo ottenuto un numero maggiore di voti rispetto a F.H. Cardoso quattro anni prima), la distanza di venti milioni di voti tra lui e Serra si sarebbe dimostrata incolmabile tre settimane dopo. Lula ha ottenuto quindi il miglior risultato elettorale della storia della “república nova“, ricevendo piú di 52 milioni di voti al secondo turno (62,48 per cento), a fronte dei 33 milioni di voti (37,52 per cento) andati a José Serra.
Il PT (Partido dos Trabalhadores) ha effettuato, sotto la guida di Lula e del presidente del partito, José Dirceu, un notevole cammino verso il centro e la socialdemocrazia nel corso degli ultimi anni. Un segno chiaro di questa svolta era stato dato dalle elezioni comunali del 2000, che avevano portato al governo di molte cittá brasiliane dei candidati della fazione moderata del partito (il cosiddetto РT “light”, pronunciato “laici” secondo la fonetica brasiliana). Marta Suplicy sindaco di Sâo Paulo, Olivio Dutra governatore del Rio Grande do Sul, culla del Foro di Porto Alegre, e altri si sono imposti come il volto rispettabile e competente di una nuova guida finalmente pronta e matura per prendere le redini del Paese.
Il programma elaborato dal PT per la quarta candidatura di Lula prende le distanze dalle posizioni più tradizionali della sinistra brasiliana, impegnandosi a difendere le riforme dell’economia e dell’amministrazione intraprese negli anni novanta, ma completandole con un’enfasi maggiore sugli aspetti sociali.
Questa nuova immagine si è innestata su un sentimento di stanchezza nei confronti delle politiche riformiste del governo Cardoso, apprezzate, questo sì, anche se questi vive in fondo una situazione simile a quella di Gorbaciov, apprezzatissimo all’estero e sottovalutato in casa: la storia dirà senz’altro che F.H. Cardoso è stato il presidente della svolta definitiva del Brasile verso la modernità, ma il Paеse ha dimostrato di essere stanco di macroeconomia, riforme strutturali e piani del FMI. L’elezione di Lula non viene a rinnegare il cammino intrapreso da Cardoso, ma piuttosto ad aprire delle nuove prospettive, dando una maggiore centralità alle dimensioni dello sviluppo e della distribuzione del benessere rispetto all’ortodossia finanziaria.

Questo sentimento era così prevalente nel Brasile di questi anni che tutti i candidati, compreso il governista J. Serra, proponevano ricette fondate su una prospettiva di cambio nella continuità. Nessuno difendeva apertamente l’eredità di Cardoso, perché non redditizio in termini elettorali. Di fatto, un’eventuale presidenza Serra non sarebbe stata meno di rottura rispetto alla futura presidenza Lula.
Questo è senz’altro ingiusto nei confronti di Cardoso, il cui bilancio è certamente molto positivo, ma i tempi della storia e della politica non sempre coincidono… Ma di che margini di manovra potrà disporre Lula per mutare l’accento della politica brasiliana? Purtroppo non molti.
All’inizio del 2002 gli indizi erano chiari: il mondo imprenditoriale brasiliano dimostrava di accettare la prospettiva di una presidenza Lula, vista come un anatema fino al 1998. La crisi argentina toccava solo in parte il Brasile, i cui fondamenti economici erano (e rimangono) buoni, nonostante una notevole fragilità finanziatia legata al forte indebitamento estero.
Ma dalla primavera in poi il consolidamento di Lula al primo posto dei sondaggi e la confusione fatta dai mercati tra la catastrofica situazione argentina e la ben più sana situazione brasiliana scatenava una spirale speculativa che portava la quotazione del real su parità del tutto artificiali rispetto al dollaro, aggravando gravemente in maniera esogena e ingiustificata il contesto economico brasiliano.
Da più parti si è incominciato ad agitare ad arte lo spauracchio Lula per creare un’artificiale crisi brasiliana, che non ha sostanziali ragioni di esistere: l’economia brasiliana è forte e competitiva, le riforme sono senza ritorno, il Brasile non è l’Argentina.
Poche voci attendibili l’hanno scritto e urlato, ma nella confusione generalizzata le grida lanciate da incompetenti o malinformati (a volte assai altolocati, anche se non vogliamo fare nomi) tendono a prevalere.
Bene ha fatto il FMI a venire in soccorso del Brasile nel momento più acuto della crisi (luglio 2002), al tempo in cui negava un simile aiuto a un’Argentina allo sbando.
Ma il prolungamento dell’accordo con il FMI, concesso una volta ottenute garanzie scritte sulla continuità delle riforme dai quattro candidati compreso Lula non è stato sufficiente per calmare i mercati, atterriti oltre ragione dalla prospettiva Lula.
Come cinicamente ma acutamente disse Soros qualche mese fa: “il Brasile non può eleggere il proprio presidente, sono i mercati che lo fanno”. Il Brasile ha deciso di non fargli caso, i mercati lasceranno governare Lula? Non è affatto chiaro, nuove ondate speculative contro la moneta brasiliana possono portare l’esposizione esterna del Paese su livelli insostenibili (e ingiustificabili), in un contesto di sovranità limitata non dalla forza dei carri armati ma da quella della speculazione finanziaria.
In questo senso, saranno cruciali i mesi di transizione tra l’attuale presidenza Cardoso, che durerà sino al 31 dicembre, e l’inizio della presidenza Lula. Nonostante il diverso colore politico, il processo si sta svolgendo in forma ordinata, e un’agenda comune è stata accordata per i prossimi mesi, estesa anche al lavoro delle Camere. Il messaggio al mondo è chiaro: il Brasile non è immerso in un cataclisma, ma alle prese come un cambio politico significativo ma realista che preserverà molti degli acquis del governo Cardoso.
Di fatto, le tre principali riforme lasciate aperte da Cardoso (fiscale, previdenziale e del mercato del lavoro) saranno probabilmente portate avanti con maggiore facilità da un governo dichiaratamente di sinistra che da una coalizione dalle mille anime come quella che sosteneva Cardoso. E i contenuti delle proposte del PT sono molto ma molto simili a quelli che erano del precedente governo (e che il PT osteggiava…).
Sul versante della politica estera, l’uscita di scena di Cardoso fa perdere al Brasile il peso oggettivo della sua figura carismatica. Ma non sono affatto da prevedersi mutamenti spettacolari negli scenari della politica estera brasiliana, sempre guidata con maestria da un competentissimo Ministero degli Esteri (Itamaraty): il Brasile farà il possibile per rinvigorire uno smorto Mercosur, negoziare accordi commerciali equilibrati in ambito OMC, con i vicini nel continente americano (FTAA O ALCA) e con l’Unione europea. Cercherà di consolidare la leadership subcontinentale in ambito latinoamericano resasi evidente negli ultimi anni (e così sgradita a Washington) e i legami con gli altri Paesi emergenti (Cina, India, Sudafrica), nell’ambito di un mondo il meno possibile unipolare.
In questo senso, i rapporti tra Washington e Brasilia, già piuttosto freddi, non potranno migliorare granché. Negli ultimi anni la diplomazia brasiliana ha assunto un ruolo sempre più attivo nel controbilanciare (nei limiti del possibile) lo strapotere politico ed economico americano sul continente. Le crisi colombiane e peruviane, ma soprattutto i disaccordi in materia di modalità per la creazione di un’Area di Libero Scambio delle Americhe (FTAA O ALCA) hanno messo in luce l’importanza per l’ America latina, di un’autonomia decisionale del Brasile. L’amministrazione statunitense, poco amica delle analisi raffinate e più incline a far risuonare la voce del padrone, non ha affatto gradito, e le stupefacenti sortite del segretario del Tesoro Paul O’Neil e di altri nei giorni della crisi finanziaria brasiliana di quest’estate l’hanno dimostrato.
Ebbene, il dialogo tra l’amministrazione repubblicana di Bush e quella di Lula non sarà certo più facile.
Da qui a cadere nelle isterie di certe analisi americane, pubblicate anche su riviste e giornali che dovrebbero mantenere un po’ più di equilibrio, che farneticano di un potenziale “asse del male” tra соmunisti composto da Lula, Chávez e Саstro (!!!), ce ne corre. Queste sono semplici stupidaggini.
In questo quadro, l’Unione europea ha tutto l’interesse a rafforzare le relazioni con un Paese (e una regione, il Mercosur) del quale è il primo partner commerciale e nel quale le imprese europee sono le prime investitrici. I progressi, lenti ma sicuri, del negoziato bilaterale UE-Mercosur contrastano con lo stallo dei negoziati ALCA.
Ma per consolidare il ruolo-dell’Europa nella regione, e venire a controbilanciare in maniera sempre più efficace il peso degli Stati Uniti che sono i nostri concorrenti in quello scenario, è necessario adottare scelte coraggiose: per pretendere dai partner concessioni commerciali, sarà necessario aprire i nostri mercati anche in settori che tendiamo a proteggere per ragioni politiche. Questa è la chiave di tali negoziati.
In Brasile l’elezione di Lula ha dato luogo a uno scoppio di euforia e di gioia, così tipica del carattere brasiliano. Indipendentemente dalle idee politiche che tutti noi possiamo avere, si tratta di un momento storico e importante per tutta l’America Latina. È interesse di tutti che Lula non fallisca, e il suo compito non sarà facile.