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Categoria: Italia
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Legarsi ai paesi emergenti
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L’ agro alimentare: un potenziale da sfruttare
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La diaspora italiana: un input da valorizzare
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Ha senso una cooperazione allo sviluppo italiana?
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Segunda republica, izquierda al gobierno, secesion del norte ¿hacia donde va Italia ? (1996)
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Le linee maestre di una nuova politica estera italiana : spunti di riflessione
Lo sviluppo del multilateralismo ed il rafforzamento dell’Unione Europea come attore fondamentale della comunità internazionale sono gli scenari fondamentali che tutelano al
meglio gli interessi internazionali dell’Italia. Il nuovo governo dovrebbe dare priorità al rilancio dei contenuti della Costituzione Europea, ed a sviluppare un dialogo capillare con la cittadinanza sulle sfide internazionali che l’Italia deve attrezzarsi per affrontare. A livello multilaterale, pace, democrazia e equilibrio degli scambi economici sono le tre dimensioni da privilegiare. Legarsi ai paesi emergenti con strategie di lungo periodo per consolidare il rilancio della nostra economia e coinvolgere maggiormente la società civile, gli operatori privati e le comunità nel mondo nella strategia nei confronti del Sud sono sfide che richiedono un superamento della dimensione troppo personalista che ha prevalso nella gestione recente dei rapporti internazionali.Nella mia analisi prendo spunto dall’ottimo documento di Pistelli e Vecchi (Una nuova Italia in un mondo che cambia, 19.05.2005) che condivido pienamente, per sviluppare alcune proposte specifiche.
L’asse portante delle mie riflessioni è la necessità, per il nuovo governo italiano, di riprendere l’iniziativa per lo sviluppo di un mondo multipolare, del quale l’Unione Europеа è un attore fondamentale. Il rafforzamento dell’Ue è conditio sine qua non per un successo dell’approccio multilaterale, l’unico che permette infatti di affrontare compiutamente le grandi sfide della globalizzazione, del cambio climatico, della sicurezza, dello sviluppo economico.
Se nell’Ue prevalesse, alla luce della difficoltà attuali, un profilo basso che limitasse il perfezionamento dell’identità e delle strutture di un vera politica estera e di sicurezza comune, il multilateralismo ne soffrirebbe terribilmente, perché l’Europa ne è il modello più compiuto. L’integrazione europea, il suo progressivo allargamento geografico l’estensione delle sue competenze al di là della materia strettamente commerciale sono stati la risposta più brillante che il nostro continente ha potuto dare alle sfide della seconda e metà del XX secolo.
Gli scenari strategici prevedibili per il XXI secolo vedono tutti l’emergenza di nuovi attori (Cina ed India in primo luogo, ma anche Brasile, Sudafrica ed altri) che aumenteranno il loro peso globale, venendo a modificare gli equilibri attuali. Se il ruolo centrale degli Usa non è in discussione, le nazioni europee sembrano condannate ad una crescente emarginazione, che sfocerà presto nell’irrilevanza, al di fuori di un’Ue forte e dinamica.
Se questo è vero per Gran Bretagna, Francia e Germania, che s’illudono di conservare un loro peso specifico proprio a causa della loro storia o di certe situazioni che ne sono l’eredità (Consiglio di Sicurezza, passato imperiale, peso economico), è ancora più vero per un paese come il nostro che ha sempre dovuto affannarsi per essere trattato alla pari di quelli menzionati e per affermare una personalità propria in politica estera.
Gli anni del governo Berlusconi hanno ulteriormente allargato questo fossato tra pretese interne e credibilità reale dell’Italia in campo internazionale. Il profilo personale del Presidente del Consiglio, il suo intervenzionismo dilettantesco e personalista in politica estera, le sue provocazioni, che possono indurre al sorriso in un contesto italiano ma costano care a livello internazionale, l’occasione perduta della Presidenza europea, sono tutti fattori che hanno giocato contro l’Italia in questi anni.
Ma l’errore più grave compiuto dal governo italiano di centrodestra è stato quello d’assecondare la deriva unilateralista dell’attuale amministrazione americana, che non ha fatto che rendere evidenti i limiti di ogni soluzione non multilaterale; su molte questioni, in questi anni si sono fatti passi indietro anziché avanti. E l’Italia ha purtroppo contribuito tutto ciò: minare l’efficacia delle Nazioni Unite ed indebolire sistematicamente progresso dell’integrazione europea e lo sviluppo della personalità estera internazionale dell’Ue ha significato andare esattamente nella direzione contraria agli interessi dell’Italia.
L’Unione, che può contare su competenze di uno spessore internazionale ben diverso agli squinternati provincialismi della maggioranza attuale, buoni solo per assicurarsi un marginalissimo strapuntino al tavolo dell’unilateralismo “neoconservatore”, dovrà appunto ribaltare queste due tendenze, facendosi portatrice d’iniziative nella direzione opposta.
Intendiamoci; non si tratta di sostituire all’americanismo “a prescindere” un europeismo anch’esso “a prescindere”. Dopo l’11 Settembre, il mondo si e riempito di “migliori amici dell’America”, tutti disposti a fare il loro meglio per ingraziarsi la più retriva amministrazione americana del dopoguerra, intestarditasi a mettere in atto un’agenda internazionale squilibrata e superficiale.
I dividendi che l’Italia ne ha tratti sono stati l’avventura irakena, le cui vie d’uscita sono state chiaramente indicate da Romano Prodi in suoi recenti interventi su cui non è necessario ritornare; nel corso del tempo, la marginalità del contributo italiano è stata più volte messa in evidenza, dimostrando che il rischio di vite italiane non ha minimamente contribuito ad affermare un rapporto privilegiato con gli Usa. Anzi, in momenti di crisi, gli Usa non si sono preoccupati di passare oltre il loro “miglior amico”. Le aspettative ottimistiche legate alla ricostruzione dell’Irak si sono rivelate l’ennesima buggeratura: non c’è stato spazio proprio per nessuna impresa che non fosse legata a filo doppio all’amministrazione Bush, e questo dovrebbe far riflettere un governo che confonde politica estera con commercio estero (Berlusconi dixit).
L’appiattimento sulle posizioni di Washington e la perdita d’iniziativa italiana in politica estera si sono tradotte in una crescente irrilevanza italiana in ambito europeo ed in una conseguente perdita di peso su scenari di fondamentale importanza per un’Italia che vuole crescere economicamente, quali l’Asia, il Mediterraneo, l’America latina. In una parola nei rapporti con i paesi emergenti, con i quali l’Italia non solo non ha intensificato i propri rapporti, ma riesce persino a deteriorare le proprie posizioni rispetto ad un passato che aveva visto certi segmenti dell’imprenditoria italiana protagonista (industria meccanica, grandi opere, agri – food).
Non si tratta quindi di sostituire un europeismo acritico ad un americanismo acritico: ma è necessario che gli italiani comprendano una volte per tutte che se è vero che gli Stati Uniti rimangono un partner irrinunciabile, l’Europa costituisce lo spazio democratico di riferimento nel quale l’Italia deve coniugare le proprie posizioni. Con realismo e convinzione.
La politica estera italiana è la politica estera europea, a cui un’Italia post – berlusconiana contribuire. Perché non solo l’Italia ha bisogno di un’Europa forte, ma anche l’Europa sente il bisogno di contare di nuovo con l’apporto italiano.
L’essersi intestarditi nel voler firmare la Costituzione Europea a Roma, come se quello fosse il punto, è stata l’ennesima dimostrazione della superficialità dell’azione estera italiana negli ultimi anni. Importante invece che l’Italia ritorni protagonista nella sostanza, facendosi portatrice di una capacità di proposta in ambito europeo ed evitando ogni tentazione di cammini paralleli che non portano da nessuna parte.
Fatte queste premesse, come riprendere l’iniziativa sui diversi scenari internazionali?
Europa: il prossimo governo italiano dovrà adoperarsi per far ritrovare all’Italia il ruolo e la voce perduti in ambito europeo.
Interesse primario dell’Italia è rafforzare i meccanismi decisionali in seno all’Ue, consolidare lo spazio giuridico europeo, superando le reticenze in materia dell’attuale governo, rilanciare la strategia di Lisbona, di cui il nostro paese ha bisogno ancor più di altri, adoperarsi per la creazione del corpo diplomatico europeo sotto la tutela di un Ministro degli Esteri comunitario e per il rafforzamento della politica di difesa comune.
L’Italia ha già ratificato la Costituzione Europea: se essa non è più d’attualità nel suo testo attuale, il nostro governo dovrebbe però farsi forte di tale ratifica, effettuata assieme altri 12 membri dell’Ue, per proporre l’approvazione per stralcio delle parti meno conflittuali della Costituzione (ricordandosi che i sondaggi dicono che la gran maggioranza degli europei, anche in Francia ed Olanda, è a favore dell’integrazione europea), quali la riforma istituzionale, la carta dei diritti, la politica estera.
L’Italia dovrebbe poi proporre una riscrittura della Costituzione su nuove basi, per venire incontro al problema fondamentale del testo costituzionale, che ha disatteso in questo il mandato: quello di rendere leggibili e comprensibili i trattati. Per questo, è necessario riscrivere i testi su nuove basi, e produrre una vera e propria carta costituzionale corta e chiara.
Per fare ciò, non è sufficiente prendere l’iniziativa a livello comunitario: è necessario portare avanti una gran campagna informativa, che porti pool d’esperti in tutte le province italiane (e l’Unione può contare con molti simpatizzanti con curriculum adeguati ma questo scopo), con il compito di discutere con la cittadinanza l’agenda europea ed internazionale. Bisogna sfatare il mito della politica estera “domaine réservé” di pochi esperti, che ha portato all’euro – scetticismo ed al populismo di ritorno dell’attuale governo, per spiegare con chiarezza e competenza agli italiani che cosa rappresentano per l’Italia l’integrazione europea, la sfida asiatica, i rapporti mediterranei, i negoziati WTO, le riforme agricole.
Continuare a non parlarne, a non portare nelle nostre cento città questi temi significa lasciare tutto lo spazio ai pressappochismi, agli scenari catastrofici, ai protezionismi interessati.
A livello di politica estera europea, la creazione del servizio diplomatico europeo prevista dalla Costituzione ed il conseguente rafforzamento progressivo delle Ambasciate Ue nei confronti di quelle nazionali avrà un effetto catalizzatore sull’immagine dell’Ue nel mondo, sulla sua efficacia operativa, sulla sua affidabilità, oltre a comportare un notevole risparmio finanziario. Tutti questi aspetti beneficiano l’Italia e gli italiani.
La fondamentale battaglia per un seggio permanente nel Consiglio di Sicurezza, acutamente analizzata da Pagani e de Guttry, diviene una cartina al tornasole cruciale per l’Ue attore mondiale. La candidatura tedesca e del tutto incoerente con il rafforzamento dell’Europa nel mondo, cosi come lo sarebbe un’ipotetica candidatura italiana.
Pur senza negare i meriti della posizione assunta dall’attuale governo italiano, solo l’affiancamento di un seggio permanente Ue a quelli francese e britannico, con cui esisterebbe un obbligo di coordinamento sistematico, farebbe giustizia al peso dell’Ue nel mondo, oggi penalizzato dagli arcaismi istituzionali.
Si pensi anche all’insufficiente coordinamento tra europei in seno agli organismi finanziari internazionali, che vanifica spesso l’efficacia dell’azione europea anche dopo l’apparizione dell’Euro e regala agli Usa un ruolo principe che squilibra i mercati finanziari internazionali, e si vedrà chiaramente come la posizione tedesca non significhi affatto maggiore, ma minore peso per l’Europa nel CdS.
Il governo dell’Unione dovrebbe adottare questi due obiettivi di fondo in ambito Pesc, pur sapendo che non saranno necessariamente realizzabili nell’immediato.
Il rafforzamento della dimensione difensiva dell’Unione è stato adeguatamente affrontato da Romano Prodi nel suo intervento programmatico a Traversetolo, e non richiede ulteriori sviluppi, salvo sottolinearne la sua necessità urgente per dare peso all’Europa nel mondo.
In ambito multilaterale, un’Italia ridivenuta protagonista in sede europea dovrebbe adottare come pilastri delle proprie posizioni i seguenti principi:
– il contributo attivo alla pace mondiale, a cominciare dall’Irak, in un’ottica di transizione dalla dimensione del peace-keeping a quella del peace – building, che sviluppi tutte sinergie necessarie con un rilancio della politica di cooperazione allo sviluppo e straordinario attivismo della società civile e degli enti locali italiani;
– il consolidamento della democrazia e dei diritti umani, quella che Prodi definisce una politica etica, in consonanza con gli altri principi che tanti italiani condividono promuovono mediante le loro attività nel mondo;
– l’intensificazione, su basi equilibrate, degli scambi economici, che tenga dovuto conto, in un contesto multilaterale, delle nostre legittime esigenze di mantenimento dei nostri standard economici e sociali ma anche dell’emergere di nuove economie e della necessità di sviluppo delle economie meno avanzate. Questo richiede un maggior sforzo di comprensione e d’adattamento ai nuovi scenari internazionali, sia parte del governo che degli operatori privati, che stanno soffrendo d’un certo ritardo del sistema Italia nella transizione dallo spazio economico europeo a quello globale.Nei confronti dei paesi emergenti, l’Italia ha perso spazi che si era saputa creare in passato. Non favorire l’europeizzazione della politica estera ed in particolare sforzi congiunti di promozione commerciale europea penalizza le imprese italiane in crisi di competitività.
Nei confronti dell’Asia, è necessario impostare da subito un approccio attivo a Cina ed India, potenze economiche del futuro, adattando il nostro sistema d’appoggio alle imprese alle necessità di tali mercati, sviluppando sinergie con i soci europei superiori alle attuali, rilanciando la politica di supporto all’innovazione in legame con la potenza emergente nel settore, I’India. Il governo italiano dovrebbe poi farsi fautore in sede europeo di negoziati commerciali miranti la conclusione di accordi commerciali di mutuo interesse con i partner suddetti, nonché con Giappone ed Asean.
Nei confronti dell’America Latina, l’Italia deve finalmente farsi portatrice d’iniziative politiche ed economiche, sempre carenti in passato, con qualche eccezione nel caso argentino. In seno all’Ue, l’Italia dovrebbe assumere un ruolo di amico dell’America Latina, cui ci legano storia ed interessi comuni, simile a quello della Spagna, con cui in ogni caso non si avrebbe la pretesa di competere, ma di cooperare. L’integrazione regionale, nel Mercosur o nel più esteso ambito sudamericano dovrebbe ritrovare il protagonismo ebbe in tempi anche recenti, e l’Italia dovrebbe darsi da fare per rilanciare i negoziati il Mercosur, attualmente stagnanti.
Nei confronti del Mediterraneo, l’Italia dovrebbe darsi da fare per rilanciare il processo di Barcellona, vittima delle rarefazioni politiche ma anche d’un approccio eccessivamente burocratico. Andando contro a chi si dichiara convinto della nostra indiscutibile superiorità culturale, l’Italia, paese mediterraneo per eccellenza, dovrebbe fare molto di più per rafforzare la cooperazione culturale e tra collettività locali e società civile.
Nei confronti dell’Africa, è fondamentale che l’Italia contribuisca attivamente al raggiungimento degli Obiettivi di Sviluppo per il Millennio, mediante un rafforzamento nei limiti del possibile degli aiuti pubblici allo sviluppo (meglio un piano ragionevole e pluriannnuale che promesse al vento) ed una riforma che rilanci la cooperazione in sinergia con il settore privato e sfruttando le notevoli competenze dei cooperanti italiani, molto apprezzati nel mondo.
Per quanto riguarda la nuova pagina degli Italiani nel Mondo, l’Unione si sta adoperando per contrastare l’approccio di stampo assistenzialistico – corporativo caro al ministro attuale, che si rivolge agli italiani nel mondo di cinquanta anni fa, non a quelli di oggi.
Il nuovo drappello di rappresentanti degli italiani nel mondo dovrebbe essere invece composto di rappresentanti di una diaspora italiana moderna e competente, che non guarda all’Italia con nostalgie mal riposte ma con realismo e volonta di cooperazione. Gli italiani nel mondo non devono venire a chiedere, ma a proporre. La transizione dal Cgie al Parlamento non sarà semplice, ma. permetterå di sviluppare importanti sinergie con la presenza italiana nel mondo, e rilanciare la diffusione della cultura italiana in modo più capillare, anche grazie al protagonismo delle nostre comunità.
Dall’insieme di tutte queste proposte, è chiaro che l’Italia è ad una svolta anche in materia di politica estera. In un mondo che corre, abbiamo bisogno di un’Italia che sappia analizzare le nuove realtà, proporre azioni che vadano di là della facciata, tessere nuovi rapporti che mettano in valore il potenziale delle nostre imprese, della nostra società civile, delle nostre comunità nel mondo. E’ una sfida difficile, ma necessaria: se l’Italia non si muove, nessuno lo farà per noi. Vale senz’altro la pena di farlo.
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Legarsi ai paesi emergenti
La futura politica estera italiana dovrà dedicare un’attenzione molto maggiore dell’attuale al rapporto con le economie emergenti.
Una volta di più, tanto il nostro sistema politico come, ed è ancor più grave, quello produttivo, si sono fatti trovare impreparati: oggi tutti si svegliano e scoprono la Cina, nuovo spauracchio mondiale. Ma lo smantellamento delle quote tessili e l’ingresso della Cina nell’OMC sono il risultato d’un processo durato anni.
Molto tempo è stato perso ma, come già molti altri hanno segnalato, pensare di poter che ci sia qualcosa da salvare dietro l’erezione di estemporanee (ed illegali) barriere tariffarie non è che l’ennesimo errore d’approssimazione.
La strada della crescita economica è in salita in diversi anni, nell’UE come in Italia. L’Asia sta sperimentando tassi di crescita nei prossimi anni l’America Latina notevolissimi, che continueranno nei prossimi anni. L’America Latina, pur soffrendo di periodiche crisi finanziarie dovute alla propria esposizione ai capitali esteri, è comunque un altro mercato che non potrà che crescere nei prossimi decenni.
A tali due aree, vanno aggiunti il Mediterraneo, forse meno promettente in termini di crescita a corto periodo, ma scenario comunque d’ ineludibile importanza per il nostro paese, ed il Sudafrica.
Saranno queste economie a sperimentare i maggiori tassi di crescita nei prossimi decenni: l’unica strategia fattibile è quella di legarsi ad esse, non di rinchiudersi in un insostenibile neo – protezionismo che ci isoli dal mondo.
L’Italia si è sviluppata a livelli straordinari grazie all’integrazione europea: la formula allora vincente (qualità, flessibilità produttivo / commerciale, svalutazione competitiva) non può essere usata mostrò nell’ambito della globalizzazione, ma quell’esperienza dimostrò che
l’apertura concorrenziale è’ benefica.Il paradosso italiano di oggi è il seguente: non possiamo competere con i paesi emergenti, ma la nostra economia non riunisce nemmeno caratteristiche tali da permettere di catalogarla come pienamente avanzata. Lo scollamento dalle economie di punta sta infatti diventando drammatico, come i dati sull’evoluzione dell’export ed i flussi d’investimenti verso l’Italia dimostrano.
Anche se membro del G – 8, come Italia contiamo economicamente sempre meno.Che fare quindi?
- Ripartire, con rigore e decisione, dall’Agenda di Lisbona, oggi totalmente trascurata. Il nuovo governo deve farne la priorità numero uno, e fare capire al paese che la sua applicazione rappresenta una sfida d’importanza paragonabile a quella di Maastricht.
- Rilanciare la competitività smantellando monopoli ed inefficienze che penalizzano il nostro paese in ambito europeo e figuriamoci a quello mondiale.
In parallelo a questi “lavori di casa”, il nuovo governo dovrebbe farsi fautore, in ambito europeo, di politiche coraggiose ed aperte nei confronti dei paesi emergenti.
Raggiungere accordi commerciali equilibrati, con concessioni ambizione in entrambi le direzioni, è la via maestra per agganciare la nostra crescita a quella del mondo emergente. L’alternativa e l’atrofizzazione della nostra presenza internazionale.
L’Italia dovrebbe sostenere un rilancio dei negoziati UE – Mercosur, contribuendo a migliorare l’offerta d’apertura del commercio agricolo, nell’interesse anche dei nostri consumatori (notevole riduzione dei prezzi dei prodotti alimentari).
Nei confronti della Cina, l’Italia dovrebbe contribuire fattivamente all’approfondimento del dialogo con questo nuovo grande protagonista dell’economia mondiale. L’entrata della Cina nell’OMС era passo fondamentale per regolarne l’interrelazione con il resto del mondo. È nell’ambito OMC che bisognerà trovare le formule adatte per introdurre nell’agenda delle regole internazionali i temi sociali e lavorativi che oggi costituiscono un differenziale di competitività a nostro sfavore.
Non si tratta quindi di concludere accordi di libero commercio con la Cina, ma di sviluppare collaborazioni e partnership che possano risultare vincenti.
Con un mix di qualità, innovazione e capacità di pianificazione un futuro industriale per l’Italia è ancora possibile, anche nei confronti della Cina.
Da non dimenticare poi la necessità di tenere d’occhio, con un approccio simile, ma differenziato nei tempi, l’altro grande gigante asiatico, l’India, che sta anch’esso crescendo impetuosamente e non cesserà di farlo per tutto il XXI secolo, e l’Asean.
Da migliorare poi lo sforzo di promozione commerciale anche sugli altri mercati esteri: senza trascurare il Made in Italy ed il design, paesi europei avrebbero tutto da guadagnare migliorando le loro sinergie in materia di export promotion a livello di consorzi europei, anziché in ordine sparso, come oggi amano fare.
Tale approccio integrato dovrebbe essere usato ovunque fuori Europa, ma specialmente in mercati maturi ed importanti come gli Usa ed il Giappone, un mercato oggi troppo trascurato.
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L’Italia per il progresso dell’integrazione europea
L’integrazione europea sembra in crisi. Nonostante il mercato unico, l’Euro, la Costituzione e tanti altri successi, i cittadini europei sembrano avere una visione sempre piu’ sfuocata del progetto politico europeo.
Quello che noi europei siamo stati capaci di costruire in cinquant’anni verrà probabilmente considerato dagli storici prossimi venturi una straordinaria evoluzione in positivo del concetto di “governance”: già oggi un Rifkin ne parla in questi termini.
Dalla guerra alla prosperità economica e l’eliminazione assoluta di prospettive belliche tra i membri dell’Unione: un risultato da poсо?
Molti sembrano sottovalutarlo.
Di fronte a questi grandi successi, che tra l’altro hanno costituito lo scenario necessario anche per lo sviluppo economico del nostro paese, che non avrebbe mai raggiunto i livelli di benessere attuali se non avesse partecipato al progetto europeo, è sconfortante vedere
come oggi molte parti del mondo politico e dell’opinione pubblica e europea abbiano perso di vista l’insieme della questione.Trattare l’integrazione europea come un processo tecnico burocratico, come un gioco a somma zero dove uno vince e l’altro perde è un gravissimo errore di prospettiva.
In questo quadro, al nuovo governo italiano spettano tre compiti fondamentali:
- Ridare all’Italia quel ruolo preminente ed attivo in Europa che la crisi post – Tangentopoli e l’attuale governo di centro – destra, privo di credibilità internazionale, le hanno tolto: in Europa oggi l’Italia non pesa quanto dovrebbe come paese “grande” e fondatore della
Comunità.
L’Italia deve rimettere la politica europea al centro, esprimere proposte e difenderle attivamente, creando le alleanze e le sinergie necessarie per la loro approvazione.
L’Italia deve abbandonare la passività e riottosità che I’ha contraddistinta in tempi recenti in ambito europeo: l’Europa ha bisogno dell’Italia, delle sue idee, del suo contributo politico. - Usare la dimensione europea come volano per le riforme di seconda generazione.
Storicamente, e’ stata lo stimolo europeo quello che ha permesso di portare avanti le riforme intraprese in Italia, in campo economico, finanziario, commerciale.
Molto resta da fare, ma l’euro – scetticismo serve solo a mascherare l’immobilismo.
Ridivenire attivi in Europa significa vincolare le nostre politiche, in materia d’innovazione, ricerca, ca, imprenditorialità, mercato, lavoro, agli scenari prevalenti in Europa. L’Italia può divenire esempio di in dinamismo in Europa, come lo fu d’imprenditorialità in decenni passati. Basta decidersi a ripartire con coraggio e visione di futuro.
Il recente rilassamento del patto di Stabilità non è di per sé una buona notizia, ma può dare un certo respiro in termini di conti pubblici, anche se vista la situazione specifica che lascerà il centro destra i margini non saranno enormi. - Per rilanciare iniziative in Europa, è necessario che il governo italiano faccia uno sforzo pedagogico molto maggiore per spiegare l’Europa ai nostri cittadini, cui sfuggono i contorni del processo. Questo richiede onestà e chiarezza: l’Europa deve essere spiegata non come vincolo, ma come risorsa e stimolo.
Il centro sinistra lo può fare, e lo deve fare.
È poi importante che si rifletta agli scenari che si aprono in caso di non ratifica della Costituzione in altri paesi. In quel caso, l’Italia dovrebbe farsi portatrice non di un rinegoziato al ribasso, ma forse d’una nuova impostazione: ripartire su basi più ambiziose con i paesi che ci stanno, includendo la politica estera e di difesa come scenari d’integrazione, nel quadro d’un Unione a cerchi concentrici. Non è una soluzione ideale, ma può divenire uno scenario ragionevole cui pensare.
L’Italia, per sua natura, interesse e vocazione, dovrebbe far parte dei
paesi del nucleo centrale, più integrato. - Ridare all’Italia quel ruolo preminente ed attivo in Europa che la crisi post – Tangentopoli e l’attuale governo di centro – destra, privo di credibilità internazionale, le hanno tolto: in Europa oggi l’Italia non pesa quanto dovrebbe come paese “grande” e fondatore della
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Pace, diritti umani, interdipendenze economiche
Le linee maestre d’una politica estera italiana
Quali sono le relazioni internazionali che un’Italia pienamente integrata in Europa dovrebbe cercare di costruire?
L’Italia e I’UE dovrebbero in primo luogo perseguire il rafforzamento del multilateralismo, conditio sine qua non per il raggiungimento di soluzioni equilibrate.
Il raggiungimento di soluzioni multilaterali ai diversi problemi internazionali non è certo facile, come dimostrano i negoziati OMC equilibrio od in materia ambientale, ma è difficile immaginare equilibrio e collaborazione di tutti quando le soluzioni vengono imposte dall’alto o da qualcuno.
Qualcuno potrebbe obiettare da “realista” che si tratta d’un utopia irrealizzabile: l’esempio dell’integrazione europea dimostra invece che quando si condividono i valori essenziali e gli obiettivi di fondo, si trova comunque il modo di progredire e d’avanzare insieme, anche se spesso è difficile ed a volte è opportuno arrestarsi.
L’Europa è multilateralista per definizione, l’Italia non ha interesse alcuno a smarcarsi dal contesto europeo nei vari dibattiti internazionali.
Come già accennato in un contributo precedente, l’Italia dovrebbe battersi instancabilmente per il raggiungimento sistematico d’una posizione europea.
In questo, il futuro governo di centro – sinistra avrà interesse e smarcarsi dalle tentazioni neo – nazionaliste o acriticamente filo americane dell’attuale governo e far ritrovare all’Italia il posto che le spetta come membro fondatore dell’Unione Europea, oggi un po’ appannato.
Questo non significa sostituire un americanismo acritico con un europeismo anch’esso acritico.
L’Italia dovrà battersi per ma definire posizioni realistiche coraggiose, e sviluppare le sinergie necessarie con gli altri membri dell’Unione affinché divengano maggioritarie.
I capisaldi di quest’approccio di politica estera dovrebbero essere, a mio avviso:
- – il contributo attivo alla pace mondiale;
– il consolidamento della democrazia e dei diritti umani;
– l’intensificazione, su basi equilibrate, degli scambi economici.
L”Italia da’ da tempo un contributo importante alle operazioni di peace – keeping. Tale contributo dovrebbe continuare, ma sempre e solo in un quadro d’una legalità internazionale che venne a mancare nel caso dell’intervento in Irak.
L’Italia dovrebbe impegnarsi per una sempre maggiore europeizzazione delle operazioni di peace-keeping. Al tempo stesso, una capacità d’azione militare rapida a livello europeo dovrebbe essere resa operativa in tempi brevi. In questo modo, l’Italia e l’UE potrebbero sempre più contribuire alla soluzione di crisi umanitarie e belliche qualora ne esistano i presupposti condivisi.
La nostra politica estera dovrebbe quindi contribuire a sviluppare una dottrina europea per gli interventi umanitari ed in caso di crisi, un passo che servirebbe ad evitare inerzie del passato.
Allo sviluppo di tale dottrina dovrebbe poi associarsi uno sforzo logistico ed operativo che permetta all’Italia ed all’Europa d’assumere un ruolo adeguato nella soluzione delle crisi internazionali.
Ma interventi di tipo militare possono smorzare le crisi, ma non certo costruire la pace.
Una pace stabile è raggiungibile solo mediante una generalizzazione della democrazia ed il rispetto dei sistematico dei diritti umani, accompagnata da un riequilibrio dei rapporti economici.L’Italia dovrebbe contribuire all’affermazione d’un concetto euroрео ed internazionalmente condiviso della democrazia e dei diritti umani, senza eccezioni e deviazioni. In questo senso, un’equazione spesso complessa con i legittimi interessi economici dei nostri operatori dovrebbe essere effettuato, ma senza divenire una scusa per venire meno ai nostri impegni.
Un esempio: se è fondamentale rafforzare i nostri rapporti economici con la Cina, nuova potenza economica mondiale, questo non significa dare il via al commercio di armi e tecnologie sensibili con quel paese, in assenza di precise garanzie e progressi tangibili in materia di democrazia e diritti umani.
Diffondere la democrazia si può, intensificando la cooperazione e gli scambi d’esperienze, rafforzando quella che si definisce “politica soffice”, una materia in cui l’Europa ha un “know’-how” significativo e l’Italia la sua voce in capitolo.
Ma relazioni internazionali equilibrate richiedono anche flussi economici più equilibrati. Concessioni significative vanno fatte in materia d’accesso ai nostri mercati: senza contribuire fattivamente ad un maggiore sviluppo economico delle economie del Sud è anche impossibile pensare d’ottenere migliori condizioni per i nostri prodotti. Dobbiamo legare maggiormente la nostra economia a quella dei paesi emergenti, senza cedere alle sirene del protezionismo.
Questo richiede scelte a volte coraggiose ed una maggiore capacità pianificazione strategica sugli scenari internazionali, che tenga conto dell’evoluzione a lungo periodo sia degli scenari politici che di quelli economici.
- – il contributo attivo alla pace mondiale;