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  • Gli Stati Uniti e l’Unione europea di fronte all’India

    Gli Stati Uniti e l’Unione europea di fronte all’India

    In un articolo precedente, abbiamo analizzato l’impetuosa emergenza di Cina ed India e le conseguenze che ne deriveranno sugli scenari internazionali: un cambio certamente profondo, dato che per la prima volta dai tempi della rivoluzione industriale il grosso della crescita economica mondiale non verrà da paesi ricchi ma piuttosto da paesi in cui maggioranza della popolazione sarà per ancora parecchi decenni relativamente poco abbiente.

    Le proiezioni dei tassi di crescita fanno poi notare il rischio d’una marginalizzazione progressiva dei paesi europei, senza che questi significhi necessariamente un sorpasso nei loro confronti da parte delle nuove potenze asiatiche in termini di qualità della vita, accesso a beni e servizi, reddito pro capita, ma certamente un peso decrescente dell’Europa nell’economia mondiale.

    Se l’attenzione internazionale è attualmente molto più centrata sulla Cina che sull’India, visto il relativo ritardo nelle riforme economiche in quest’ ultimo paese, negli ultimi due-tre anni anche l’India ha cominciato ad attirare lo sguardo degli osservatori. In quest’articolo analizzeremo come Stati Uniti ed Unione europea stanno strutturando le loro relazioni con il secondo gigante asiatico, cercando di porre l’accento su similitudini e differenze.

    Dall’indipendenza (1947) in poi, l’India non ha mai avuto una relazione particolarmente cordiale con gli Stati Uniti, né questi hanno mai avuto un particolare riguardo nei confronti di questo paese asiatico.

    Se l’impostazione di Nehru era essenzialmente socialista, non mancarono, all’interno del Congresso, sostenitori d’una politica economica liberale: il loro leader era Sardar Patel, ministro degli interni nel primo governo posteriore all’indipendenza.

    Sarebbe però approssimativo ridurre a tale connotazione socialista la ragione della scarsa empatia tra New Delhi e Washington: Nehru, che dominò completamente la vita politica indiana fino alla sua morte nel 1964, non era affatto anti-americano. Il suo socialismo non era ideologico ma piuttosto intellettuale. La sua visione di un’economia pianificata il risultato di un’analisi delle necessità specifiche dell’India, un paese arretrato nel quale la libera iniziativa capitalista non poteva essere sufficiente a trainare lo sviluppо.

    Al dibattito tra pianificatori e liberali dobbiamo aggiungere almeno una terza visione, che ebbe una grandissima importanza nel corso del processo che portò all’indipendenza: la visione gandhiana della valorizzazione dell’India dei villaggi, destinati a divenire migliaia di poli autosufficienti, nei quali la popolazione avrebbe badato a produrre direttamente gli alimenti e vestiti di cui aveva bisogno, al di fuori d’una realtà industriale, che il Mahatma non considerava adeguata per l’India. La lotta per l’indipendenza era stata però finanziata soprattutto dai grandi industriali indiani, e la morte di Gandhi mise sostanzialmente fine a quel sogno di un’India austera e rurale.

    La necessità di venire incontro agli enormi bisogni economici della popolazione indiana consigliò a Nehru un approccio di tipo pianificato, il cui artefice fu, a partire dal secondo piano quinquennale (1956-61) l’economista Mahalanobis.

    Da allora e fino all’avvio dell’apertura economica nel 1991 (governo Rao, ministro delle finanze l’attuale primo ministro Manmohan Singh), l’industria indiana fu essenzialmente un’industria di stato o dipendente dalle licenze statali per ogni sua decisione (il cosiddetto sistema del raj).

    In un paese fiero di un’indipendenza conquistata pacificamente e con le proprie forze, senza alcun aiuto esterno significativo, l’esigenza di mantenere nelle proprie mani il controllo del proprio sviluppo, della propria economia, della propria politica estera era fortissimo. Questo spiega la poca propensione dell’India a stimolare gli investimenti stranieri e il forte grado di protezione economica mantenuto sinora, anche se attenuatosi a partire dal 1991.

    Da qui il fondamentale contributo di Nehru al movimento dei non-allineati, dalla Conferenza di Bandung in poi. Non fu quindi un aprioristico allineamento dell’India con l’Urss a giustificare un rapporto difficile con gli Stati Uniti, ma piuttosto un insieme di fattori che portarono l’India, paese fiero come pochi della propria cultura e della propria specificità, a propendere per un cammino autonomo.

    Negli anni d’Indira Gandhi, la difficile situazione economica e il giro radicale intrapreso dalla figlia di Nehru portarono però ad un rapporto sempre più stretto con l’Urss, senza che questo significasse peraltro né sottomissione economica né tantomeno politica a Mosca. Anche il “tradimento” cinese (guerra indo-cinese del 1962) contribuirà a spingere New Delhi verso un rapporto più stretto con Mosca, mentre gli USA guarderanno sempre con favore all’avversario tradizionale dell’India, il Pakistan.

    Negli anni 80, Rajiv Gandhi da avvio al processo di riforme economiche, seppure certamente timide. Dal 1991 in poi, l’India apre progressivamente la sua economia.

    Nel nuovo contesto internazionale posteriore alla caduta del muro, diviene però difficilmente sostenibile per l’India mantenere un basso profilo nei confronti della superpotenza mondiale. La poca simpatia di fondo tra Washington e Delhi continuerà però almeno fino al gran cambio politico che porterà per la prima volta al governo la destra nazionalista del BJP nel 1998. Il governo di Vajpayee, tradizionalista in campo socio-culturale ma liberale in politica economica, cercherà d’impostare una relazione più cordiale con gli Stati Uniti, anche se i test nucleari di Pokhran porteranno ad un embargo tecnologico nei confronti dell’India, potenza nucleare non aderente al Trattato di non-proliferazione nucleare.

    Dopo l’11 settembre, lo scenario strategico cambia profondamente: se il Pakistan rimane un alleato fondamentale degli Usa, questi si rendono conto che non possono ipotecare per questo i rapporti con un’India emergente e con una poроlazione di oltre un miliardo di persone. Fondamentale per questa valutazione anche l’evidente necessità, per Washington, di rafforzare i rapporti militari e tecnologici con New Delhi anche in chiave anti – cinese. L’impetuosa crescita economica cinese, che fa sospettare una possibile aggressività, anche militare, di Pechino nei prossimi decenni rende necessario, agli occhi di Washington, valorizzare un rapporto positivo con l’India, sola potenza con dimensioni tali da poter contenere l’espansione cinese in Asia. Tramontato il rapporto privilegiato di New Delhi con Mosca ed attenuate le differenze in materia di concezione dell’economia, sulla strada del rafforzamento dei rapporti tra Stati Uniti ed India si frapponevano pero almeno due ostacoli: il rapporto tra Islamabad e Washington e l’embargo nucleare susseguente ai test indo – pakistani del 1998.

    È per questa ragione che l’annuncio d’un accordo in materia nucleare tra India e Stati Uniti in occasione della visita a Washington del primo ministro indiano Manmohan Singh (luglio 2005) è da interpretarsi come un passo fondamentale dalle molteplici conseguenze.

    I rapporti tra Stati Uniti ed India vengono, infatti, sdoganati: l’accordo con gli USA non richiede l’adesione dell’India al Trattato di non-proliferazione nucleare (NTP), il che significa che essa è riconosciuta come potenza nucleare al di fuori dei parametri di tale trattato.

    Ricordiamo che oltre ai cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza, India, Pakistan ed Israele sono i tre paеsi che possiedono armi nucleari. Dal momento che sia India che Pakistan erano stati sottoposti ad embargo per tecnologie sensibili di doppio uso, l’entrata in vigore dell’accordo nucleare significa l’ammissione di fatto dell’India nel club delle potenze nucleari ufficialmente accettate.

    L’accordo annunciato da Bush е М. Singh prevede la fine di tal embargo e l’avvio d’una cooperazione per il nucleare civile.

    Le condizioni che l’India dovrà rispettare sono la separazione tra programmi ed installazioni nucleari civili e militari (esse sono oggi sovrapposte), il rispetto della moratoria su test nucleari, l’adesione a misure di controllo delle esportazioni di materiali sensibili, l’impegno per la non – proliferazione.

    Il Pakistan non può riunire tali condizioni ed esistono prove delle commistioni tra scienziati pakistani e stati che in passato (Libia) o attualmente (Corea del Nord) hanno portato in essere programmi nucleari, o sono potenze nucleari (Cina).

    L’India ottiene così in un colpo solo un riconoscimento del proprio status nucleare, della propria potenza emergente, e delle proprie pretensioni a divenire membro permanente del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Ed acquisisce un oggettivo vantaggio strategico nei confronti del Pakistan, con cui ha peraltro avviato un “dialogo complessivo” che sta contribuendo, pur tra mille difficoltà, ad allentare la tensione tra i due grandi nemici del subcontinente indiano.

    Un altro gran vantaggio per l’India derivante da quest’accordo è in materia energetica: la crescita impetuosa dell’economia indiana potrebbe vedersi strangolata da deficienze in questo campo, inevitabili agli attuali ritmi di sviluppo.

    Nonostante la scoperta di nuovi giacimenti petroliferi nel Golfo del Bengala, l’aumento nel fabbisogno d’energia nei prossimi decenni sarà tale che questa è divenuta l’equazione fondamentale che New Delhi deve risolvere sin da ora.

    L’India prevede di decuplicare la propria produzione energetica da nucleare entro il 2020, e questa e’ un’altra delle chiavi dell’accordo con Washington.

    Alla luce dei nuovi equilibri strategici emergenti, India e Stati Uniti hanno avviato una cooperazione militare che rappresenta una novità assoluta rispetto al passato. Proprio in questi giorni le prime manovre aeree congiunte indo-statunitensi stanno avendo luogo in India, una realtà del tutto impensabile fino a pochi anni fa.

    Gli sviluppi degli ultimi tempi fanno presagire un aumento delle forniture militari da parte d’imprese americane, senza che questo significhi peraltro che i paesi europei, in primo luogo la Francia (aerei Mirage, sottomarino Scorpion) ma anche in certa misura la Germania, siano messi fuori gioco. Il fornitore abituale d’armi all’India era stato tradizionalmente la Russia, che conserva lo stesso un ruolo importante.

    Il recente contratto di fornitura di caccia F-16 al Pakistan ha allarmato l’India, cui gli Usa hanno quindi offerto degli F-18, in quella che può essere senz’altro definita, ed il Parlamento europeo lo ha denunciato, una pericolosa corsa all’escalation militare in Asia del sud.

    Sorprenderà sapere che l’elemento puramente economico-commerciale del rapporto tra Stati Uniti ed India è relativamente meno stringente rispetto a quella strategico-militare di cui siamo occupati sinora.

    I rapporti commerciali tra India e Stati Uniti sono tutt’altro che impressionanti, e si concentrano essenzialmente nel settore dei servizi, mediante il fenomeno dell’outsourcing (de-localizzazione di back-offices e di servizi forniti via rete dall’India), nel quale l’India è divenuto il leader mondiale.

    Molto limitati gli scambi di beni, che si scontrano con la relativa chiusura sia del mercato indiano (alte tariffe) che di quello statunitense (mediante barriere non tariffarie specie di natura sanitaria). Relativamente contenuti anche gli investimenti diretti statunitensi in India, mentre la legislazione indiana non permette consistenti investimenti finanziari o speculativi da parte di non residenti (il che ha tenuto il paese a salvo dalle crisi finanziarie degli ultimi anni).

    Di crescente importanza invece il ruolo della sempre più influente diaspora indiana negli USA, composta generalmente di persone d’elevata formazione e dal notevole successo economico. Nulla a che vedere con altri gruppi d’emigrati, meno inseriti nella vita economica e sociale americana.

    Se la lobby indiana negli Stati Uniti non è ancora paragonabile per importanza a quella israeliana, la sua influenza si sta comunque facendo, sentire sempre di più, creando i presupposti per un ulteriore rafforzamento dei rapporti indo-americani.

    Una delle questioni fondamentali per l’India, una volta ottenuto quel ruolo di potenza militare ed economica che le si sta riconoscendo, è la riforma del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, che certifichi definitivamente il suo nuovo status promuovendola a membro permanente del Consiglio.

    Se gli Stati Uniti non si sono mai espressi esplicitamente né a favore né contro tale ipotesi, la candidatura indiana è probabilmente una delle più solide, e non deve scontare l’opposizione evidente di nessun altro membro del Consiglio, come succede per esempio al Giappone. Il cosiddetto gruppo del G-4 (Brasile, Germania, Giappone ed India) non e pero riuscito a far prevalere la propria proposta, che prevedeva l’inclusione di cinque nuovi membri permanenti (i quattro più un rappresentante africano) e di diversi membri non permanenti, in occasione del recente Vertice del Millennio. Hanno giocato contro la cordata alternativa del Club per il Consenso, in cui l’Italia ha avuto un ruolo importante, е la posizione dell’Unione africana, che richiede due seggi per il continente. In chiaroscuro la questione dell’esistenza di un diritto di veto per i nuovi (eventuali) membri permanenti, cui l’India tiene, a differenza d’altri membri del G4, disposti a rinunciarvi.

    Proprio dalla riforma del Consiglio di Sicurezza possiamo prendere spunto per analizzare l’approccio dell’Unione europea nei confronti dell’India emergente e confrontarlo con quanto fanno gli USA. Sulla riforma del Consiglio di Sicurezza non esiste, sciaguratamente, una posizione comune dell’Ue, e questo purtroрpo penalizza oltre misura l’immagine della politica estera dell’Ue nei confronti d’un attore emergente come l’India.

    L’India ha adottato fino a tempi recenti un atteggiamento ambivalente nei confronti dell’Ue: se l’India fu tra i primi paesi a riconoscere, già nel 1964, la personalità internazionale delle Comunità europee, ed a concludere con esse nel 1974 un accordo di cooperazione, la conoscenza delle specificità dell’Unione europea, che pure è il primo partner commerciale ed investitore estero in India rimane comunque molto bassa anche tra le élites intellettuali.

    È molto comune in India pensare che l’Ue non sia altro che un blocco commerciale, paragonabile al NAFTA o all’АSEAN, mentre rimangono assai ignoti gli aspetti politici, diplomatici, culturali e sociali che fanno dell’Ue un caso senza pari d’integrazione economico – politica e rappresentano una nuova forma di governance internazionale.

    Contribuiscono a questo basso profilo vari fattori:

    • – la visione che gli indiani hanno dell’Europa passa essenzialmente attraverso la mediazione britannica, paese dove e concentrata la maggiore comunità indiana nel continente, dove hanno studiato gran parte delle élites indiane, da dove informano anche sull’Ue i corrispondenti della stampa indiana. Gli indiani tendono a conoscere dell’Europa la versione britannica e tutto ciò che ne consegue;
      -la relativamente bassa esposizione internazionale dell’economia indiana, che rende meno evidente la forza dell’Ue in campo commerciale: se l’Ue è il primo partner dell’India, gli indiani tendono a sottovalutare l’importanza della politica commerciale comune comunitaria perché gli scambi di questo paese con il resto del mondo sono relativamente ridotti rispetto al peso strategico del paese;
      – la classe politica indiana non può certo essere definita giovane, ed i riferimenti intellettuali dell’attuale governo affondano le loro radici nella visione dei rapporti internazionali di Nehru, quando l’Europa era solo agli inizi;
      -l’India, stato giovane ed orgoglioso della propria indipendenza, fa fatica a riconoscere nuove forme di governance internazionale ed a concepire possibili cessioni di sovranità (si pensi alla riluttanza a aderire al Tribunale penale internazionale, al Trattato di non-proliferazione, od al Protocollo di Kyoto);
      – l’India, potenza statale emergente, preferisce interagire con 25 stati, che vede più piccoli di sé, piuttosto che con un attore unico ed integrato quale l’Ue. Da parte sua, l’Europa ha a lungo ignorato l’India: all’assenza di una chiara strategia asiatica nelle capitali europee corrispondeva l’assenza di una strategia nei confronti dell’India a Bruxelles, anche a causa del peso economico relativamente limitato dell’India prima delle riforme economiche.

    Nel corso degli anni 90 questa realtà è cambiata, ma per diversi anni si è ancora considerato che il quadro delle riforme non era sufficientemente chiaro e che l’India “non valeva la pena”.

    Negli ultimi anni gli europei hanno scoperto l’India: le riforme e l’apertura economica sono ormai divenute irreversibili, anche se non realizzate sempre velocemente, i tassi di crescita impetuosi, il potenziale immenso. L’India si afferma come leader mondiale nei servizi, e come partner irrinunciabile a livello strategico. L’India è diventata di moda, e l’adagio imperante “Cina, non India” si è trasformato in “Cina ed India”.

    Dal 2000, l’Unione europea e l’India organizzano vertici politici annuali, accompagnati da vertici economici tra imprenditori. Oltre all’India, l’Ue ha rapporti di questo tipo solo con USA, Russia, Giappone, Cina e Canada.

    C’è voluto qualche tempo per far carburare questi vertici euro-indiani, ma il vertice tenutosi all’Aia nel 2004 approvò un “partenariato strategico” tra Unione europea ed India che apre una pagina totalmente nuova nei rapporti bilaterali.
    L’India e l’Unione europea superano veсchie definizioni e pregiudizi per avviare un vastissimo ventaglio d’azioni comuni, che ampliano lo spettro delle relazioni dal commercio e la cooperazione allo sviluppo, campi quasi esclusivi in passato, ad un insieme più ambizioso di raрporti.

    Il Piano d’azione per il nuovo Partenariato strategico euro – indiano, approvato dal recente vertice di New Delhi (7 Settembre 2005), comprende i seguenti cаpitoli:

    • – Rafforzamento dei meccanismi di dialogo e consultazione;
      – Dialogo politico e cooperazione;
      – Interazioni tra popoli e culture;
      – Dialogo economico e cooperazione;
      – Sviluppo di commercio ed investimenti.

    L’insieme d’azioni proposte è vastissimo e dettagliato, ed una realizzazione anche solo parziale del Piano d’azione comporterà una notevolissima accelerazione dei rapporti tra Ue ed India.

    Questi nuovi sviluppi sono importanti a vario titolo.

    In primo luogo, l’India e l’Unione europea riconoscono mutuamente la loro importanza sullo scenario internazionale e decidono di avviare consultazioni sistematiche sulla pratica totalità dei temi internazionali; l’India riconosce la specificità dell’Unione europea e la sua natura anche politica e non solo commerciale, avviando un dialogo con essa che va di là dei rapporti esistenti con i singoli Stati membri dell’Ue.

    L’Unione europea riconosce l’importanza crescente dell’India, il suo enorme potenziale e la necessità di legarsi con il paese asiatico in un’ottica di futuro che va al di là di rapporti presenti ancora relativamente limitati.

    Il peso strategico dell’India rende opportuna la partecipazione di questo paese ai grandi progetti internazionali: l’entrata dell’India, annunciata in occasione del vertice, nel progetto europeo di navigazione satellitare GALILEO, che si aggiunge a quella della Cina, apre a questo progetto, che vuole sviluppare l’uso per scopi civili di una tecnologia complementare al sistema americano GPS, risvolti strategici suggestivi.

    Così come il rafforzamento del dialogo tra Europa ed India in materia energetica, e l’annunciata adesione dell’India al progetto termonucleare ITER, nel quale l’Ue possiede il 50% del capitale e che vede la partecipazione di Stati Uniti, Giappone, Cina, Russia, Corea del Sud ed adesso India: un progetto che potrebbe rivoluzionare gli scenari energetici futuri e che ha per obiettivo sviluppare tecnologie per la fusione nucleare a partire dall’idrogeno.

    O il rafforzamento degli scambi universitari (apertura di una “finestra” per studenti e ricercatori indiani del programma Erasmus-Mundus) e della partecipazione di istituzioni e scienziati indiani ai progetti di ricerca del VI ProgrammaQuadro di Ricerca Scientifica. Sono tutti importanti cantieri per il futuro: l’Unione europea e l’India decidono di lavorare assieme con metodologie, per dirla alla Nye, di “potere soffice”, ed il multilateralismo non può che vedersi rafforzato da questo nuovo asse strategico. I nuovi rapporti euro-indiani non tralasciano certo ambiti più tradizionali, come l’intensificazione degli scambi commerciali e degli investimenti (High Level Trade Group), del dialogo tra imprenditori europei ed indiani (Business Round Table) o la cooperazione allo sviluppo (sanità e educazione) per aiutare l’India a centrare gli obiettivi del millennio, ma il valore aggiunto di questo nuovo quadro di cooperazione risiede soprattutto nel fatto che l’Ue e l’India hanno deciso di prendersi sul serio e di stabilire dei rapporti onnicomprensivi.

    Possiamo quindi concludere che Stati Uniti ed Unione europea affrontano la sfida indiana in coerenza con le caratteristiche essenziali della loro azione esterna: gli USA, che privilegiano l’hard power, vedono l’India come un partner strategico-militare ed un contrappeso alla Cina; l’Unione europea, che per convinzione ed anche per necessità privilegia i rapporti economici ed il soft-power, cerca di stabilire con l’India una relazione di lungo periodo più articolata e complessa.


    La gran difficoltà europea, e non è una novità, sarà quella di riuscire ad inserire nel quadro d’insieme della partnership strategica euro-indiana il gran potenziale portato dai singoli Stati membri, parecchi dei quali tendono ad avere con l’India rapporti soprattutto bilaterali. Se in questi tentativi la dimensione europea passasse in secondo piano, il nuovo edificio sarebbe minato alle fondamenta, ed il messaggio passato all’India contraddittorio.

    I rapporti con le nuove potenze emergenti sono proprio la cartina al tornasole attraverso cui passa il consolidamento della dimensione esterna dell’Unione europea: è nei rapporti con realtà come Cina, India, Russia, America Latina che si deve plasmare una politica estera comune in grado di dare un nuovo respiro ed una nuova dimensione all’Europa nel mondo.

  • I rapporti tra Cina e India, nuovo asse strategico del XXI secolo

    I rapporti tra Cina e India, nuovo asse strategico del XXI secolo

    Fino all’avvento della rivoluzione industriale, l’economia complessiva di Cina e India rappresentava circa la metà del PIL mondiale. Alla metà del XX secolo, questo valore d’insieme era sceso ad un magro 8%; era il momento dell’indipendenza indiana dopo la lunga parentesi britannica e dell’avvento del comunismo in Cina, susseguitosi all’invasione giapponese ed alla guerra civile.

    Oggi come oggi, le due economie rappresentano insieme tra il 15 ed il 20% mondiale: questo dato è per se espressivo, visto che testimonia un raddoppio relativo del peso economico di questi due paesi in cinquant’anni. Ma il dato acquisisce un ben maggiore significato se si proiettano i dati di crescita di queste due ecоnomie nei prossimi decenni. Se le tendenze attuali si confermeranno, il XXI secolo sarà profondamente diverso dal XX, e vedrà un peso preponderante dell’Asia, e soprattutto dei suoi giganti, che si avvicineranno progressivamente al ruolo che avevano prima dell’ottocento, ma nell’ambito di un mondo più piccoоlo e globalizzato.

    In questo articolo guarderemo al modo in cui questi due paesi hanno trovato il cammino dello sviluppo, per poi analizzare lo stato dei rapporti attuali tra loro e cercare di capire in che modo queste nuove realtà influenzeranno gli scenari internazionali prossimi venturi.

    In realtà, il calo nel peso relativo di Cina e India tra il 1800 ed il 1950 non significò un drammatico deterioramento delle condizioni di vita in questi due paesi. Al contrario, tali condizioni rimasero stabili, nel quadro di società essenzialmente agrarie e tradizionaliste.

    La gran novità nell’economia internazionale fu lo sviluppo del capitalismo prima in Europa e poi negli USA, che portò ad un aumento drammatico della crescita economica nei paesi che ne furono coinvolti. Tale sviluppo toccò solo marginalmente Cina e India: la prima, chiusa nel suo sdegnoso isolamento, fu costretta ad aprirsi parzialmente il proprio commercio estero nello XIX secolo, ma senza che questo intaccasse minimamente la propria organizzazione tradizionale, né che questo significasse l’adozione dei principi economici del capitalismo.

    L’India fu più influenzata della Cina dal nuovo modo di produzione, ma in maniera passiva, come soggetto dominato dal colonialismo britannico e fornitore di materie prime. Anzi, i britannici fecero di tutto per ostacolare la modernizzazione del sistema produttivo indiano.

    Non furono quindi India e Cina a decadere, ma piuttosto l’Europa a crescere vertiginosamente, a fronte d’una stasi asiatica.

    I modelli seguiti da entrambi i paesi dopo il 1950 non favorirono affatto la crescita economica, avendo come riferimento altri parametri: l’autosufficienza economica nel caso dell’India di Nehru. il comunismo agrario e l’industrializzazione pesante nel caso della Cina popolare.

    La prima ad introdurre elementi d’economia di mercato fu la Cina di Deng Xiao Ping: i risultati di tali riforme sono divenuti visibili nel corso dell’ultimo decennio e la Cina può considerarsi già oggi una potenza economica mondiale a pieno titolo. Le conseguenze dell’impatto economico cinese sui mercati energetici (corsi del petrolio), dell’acciaio o del tessile, dove la Cina è di gran lunga al primo posto tra gli esportatori di manufatti nello scenario successivo all’abolizione delle quote, sono sotto gli occhi di tutti.

    L’India fu più lenta nell’introdurre riforme: di fatto esse vennero solo nel 1991, quando il governo di Narasimha Rao, con l’attuale primo ministro Manmhoman Singh alle Finanze, fu costretto ad introdurre riforme – shock a causa dell’esaurimento delle riserve di valuta estera: il sistema di programmazione economica indiano si era inceppato.

    In realtà, Indira Gandhi e soprattutto suo figlio Rajiv avevano già lanciato qualche tentativo di riforma: ma erano venute a mancare sia una sistematicità d’approccio che la volontà politica complessiva di realizzare tali riforme.

    Sia i modelli seguiti da India e Cina nel riformare l’economia che i dati statistici riflettono le grandi differenze tra i due paesi: perché l’India e la Cina sono molto diverse, e sono in fondo accomunate solo dalle loro dimensioni, specie demografiche.

    La crescita cinese dal 1980 al 2003 è stata, in media, del 9,5% l’anno, la più veloce al mondo; quella indiana, del 5,7%. Nello stesso periodo, il PIL per capita è cresciuto del 300% in Cina, del 125% in India.

    Questi dati hanno fatto sì che l’attenzione dell’opinione pubblica mondiale si concentrasse soprattutto sulla Cina, mentre solo negli ultimi due – tre anni si è cominciato a tener conto anche dell’India, specie a causa dell’effetto “outsourcing” e della sua crescente importanza nel mondo delle alte tecnologie e dell’informatica.

    Al di là del fatto che oggi l’India ha un peso economico mondiale ancora sensibilmente inferiore a quello della Cina, altri sono i fattori che spiegano l’asimmetria nella percezione di questi due paesi. In primo luogo, l’India resta un paese ad economia relativamente chiusa, poco integrato con il resto del mondo: nel 2003, il commercio estero rappresentava 49% del PIL cinese, solo 21% del PIL indiano. La Cina esportava il 5,8% delle merci mondiali, l’India solo lo 0,7%.

    Nel 2003, a fronte di uno stock d’investimenti esteri di circa 500 miliardi di dollari in Cina, l’India non ne contava pосо più di 30 miliardi. Nel 2003, la Cina ne aggiungeva altri 53,5 miliardi, l’India solo 4,3.

    Ancora oggi, vicini dell’India come la Malesia o la Tailandia commerciano di più con il resto del mondo e ricevono più investimenti esteri che l’India.

    Questo ha fatto sì che l’India non facesse notizia. Ma un’osservazione più attenta della realtà mette in luce un potenziale di crescita con effetti dirompenti sugli equilibri mondiali a lungo periodo. Con più d’un miliardo d’abitanti ed una crescita demografica superiore a quella cinese, tanto da far stimare che il sorpasso in termini di popolazione avverrà prima del 2020 (a quota 1,25 miliardi d’abitanti ciascuno!), una crescita che si sta stabilizzando sul 6 – 7% annuale e che pоtrebbe accelerarsi in caso di miglioramento delle infrastrutture proietta l’India come un nuovo fattore d’urto nell’economia mondiale nei prossimi decenni. Già oggi, un abitante del mondo su tre è indiano o cinese: nel 2050, questo raрporto sarà di uno a due. Ad economie non più statiche ma in rapida crescita, questo significa che il mondo si sta trasformando radicalmente ed ogni scenario verosimile vede la Cina e l’India al centro.

    Come detto, India e Cina sono profondamente diverse l’una dall’altra, così come diverse le caratteristiche dei loro modelli di sviluppo.

    Dal punto di vista culturale, si tratta di civilizzazioni millenarie molto fiere delle proprie radici culturali. Entrambe hanno influenzato profondamente il resto dell’umanità: di solito abbiamo più presente l’influenza cinese, ma forse è ancora più forte quella indiana. In India nacquero molte religioni, tra cui il buddismo, che ha avuto un gran successo in oriente (e nella stessa Cina) ed è nel proprio il campo spirituale quello in cui l’India ha marcato maggiormente la propria presenza. Molti aspetti della spiritualità occidentale sono anch’essi di derivazione indiana (anche se tale aspetto è di solito ignorato in occidente, che tende a definirli come non meglio precisati “aspetti orientali”). Ma anche molta della nostra scienza, in primis la matematica, ebbe origine in India, anche se fu portata in Europa dagli arabi, con cui l’identifichiamo.

    Questo retroterra culturale rende fierissimi indiani e cinesi, che non hanno il minimo dubbio sulla superiorità delle loro civiltà rispetto a quella occidentale. Qualcuno può pensare a tale affermazione come esagerata, ma dovrà ricredersi: tale consapevolezza di sé accomuna questi due popoli, ed ha molta importanza anche per l’evoluzione degli scenari futuri. Ben lungi dal sentire un effetto di sudditanza nei confronti dell’occidente, questi due paesi vogliono usare la ritrovata crescita economica come fattore d’equilibrio ed eventualmente anche di supremazia nei confronti dell’occidente. Un fattore che differenzia di molto l’India dalla Cina è il sistema politico: la Cina ha un’economia per il momento molto più solida, ma anche un potenziale tallone d’Achille: il proprio sistema politico autoritario. Se la società cinese, abituata da sempre ad essere sottomessa ad un potere politico forte, non ha finora espresso, almeno dopo Tienammen, grandi fermenti democratici ed anzi sembra avere canalizzato tutte le sue energie nella ricerca della prosperità economica, sembra difficile che un sistema autoritario di partito unico possa rimanere un modello sostenibile a lungo periodo.

    Difficile coniugare i possibili contorni di una crisi di sistema in Cina, ma essa non è da escludere. Anzi, è molto probabile che la mancanza di democrazia si faccia prima o poi sentire, obbligando a riforme per il momento improbabili. Se l’autoritarismo del comunismo di mercato cinese è stato sinora funzionale al modello di sviluppo economico centrato su ingentissimi investimenti diretti dal centro, non è detto che in una fase successiva questo modello non si dimostri insufficiente.

    L’India ha preferito dare priorità allo sviluppo di un sistema democratico. Non dobbiamo sottovalutare i successi della democrazia indiana, che ha sopravvissuto per 55 anni in un paese con alti livelli di povertà, una demografia fuori controllo ed enormi diversità culturali. Oggi è facile dire che solo la democrazia poteva far funzionare il patchwork indiano: le difficoltà che però essa incontra in molte altre parti del mondo in sviluppo non possono non rendere ancora più ammirevole quanto gli indiani sono riusciti a costruire.

    Certo, la democrazia indiana è perfettibile, la corruzione diffusa, l’uso politico del sistema delle caste un rebus complesso, il livello della classe politica spesso angosciante. Ma il mero fatto che la democrazia indiana resista, e sia stata in grado di sorprendere il mondo con un cambio di maggioranza del tutto imprevista da qualunque osservatore (vittoria del Congresso guidato da Sonia Gandhi nel 2004) che ne dimostra l’intrinseca vitalità, e un valore in sé.

    Se la democrazia è, come sembra, un atout fondamentale, ebbene l’India ha perlomeno un gran vantaggio nei confronti del suo grande vicino.

    Democrazia e società aperta sono grandi vantaggi (anche se nel caso indiano i due termini non possono essere considerati sinonimi, a causa dell’alto grado di conservazione sociale che ancora permea i comportamenti in questo paese), e la Cina dovrà fare i conti con questa realtà.

    Ma livelli educativi, sanitari ed infrastrutture sono altri tre fattori – chiavi di cui nessuna società può fare a meno per svilupparsi pienamente.

    In queste voci è invece la Cina ad avere uno scarto importante nei confronti dell’India: 35% d’analfabetismo in India contro 6% in Cina, solo 47% dei bambini indiani completano il ciclo elementare contro il 98% in Cina.

    Le condizioni sanitarie su cui può contare la popolazione non sono brillanti in Cina, ma sono migliori di quelle, penose, con cui devono convivere centinaia di milioni d’indiani nelle campagne e in megalopoli invivibili.

    In questo senso, l’India non sta colmando il divario che la separa dal resto del mondo, o lo sta facendo per una parte troppo limitata della sua popolazione, le classi medie urbane (200 – 300 milioni di persone).

    In Cina il divario tra l’est e l’ovest, tra le città e le campagne, è grandissimo, ma nel complesso gli standard di vita e le opportunità aumentano per un maggiore numero di persone.

    Dov’è più evidente il differenziale di sviluppo acquisito sinora da Cina ed India è nelle infrastrutture. In India sono semplicemente patetiche: strade, porti, aeroporti, fornitura d’energia elettrica ed acqua potabile, condizioni sanitarie. In tutte questi campi l’India ha accumulato decenni di ritardo rispetto non solo al mondo sviluppato, ma rispetto a tutti i suoi vicini asiatici. I successivi governi indiani non si sono mai occupati d’investire in infrastrutture, intestarditi com’erano nel preservare l’indipendenza nazionale e nel limitare l’accesso agli investimenti stranieri.

    Negli ultimi venti anni la Cina ha seguito il cammino opposto: pur senza fare concessioni politiche, ha aperto le porte agli investitori internazionali ed ha modernizzato in modo ingente la parte del paese considerata strategicamente prioritaria (non il remoto ovest che rimane sottosviluppato).

    Il flusso di capitali esteri e di tecnologia è stato impressionante, ed oggi l’est della Cina, l’asse Pechino – Shangai – Guandong è divenuto una macchina produttiva dal potenziale impressionante.

    L’India ha preferito aprire solo timidamente ai capitali internazionali, preservare una forte autonomia economica (questo fa sì che il debito estero indiano sia molto basso e che l’India non sia colpita da crisi finanziarie), concentrare la propria attenzione su altre priorità, quali la crescita agricola. Ancora oggi, l’agricoltura occupa più di 600 milioni di persone, mentre in Cina l’esodo dal settore primario a quello industriale è stato massiccio.

    Le carenze infrastrutturali hanno penalizzato l’India, strangolandone i tassi di crescita potenziali. Solo ora il governo indiano incomincia ad occuparsi di questo problema, e cerca di favorire gli investimenti, sia interni che esteri, verso questo settore.

    L’industria indiana, sostanzialmente locale, sta modernizzandosi ma, oltre ai problemi infrastrutturali, deve ancora fare i conti con una manodopera poco istruita, una cultura della qualità inesistente, un mercato del lavoro rigidissimo. Fattori questi che controbilanciano un’elite dirigenziale d’alto livello e costi che di per sé sarebbero concorrenziali. Il Made in India non è ancora particolarmente competitivo in campo industriale. Dove l’India sta stupendo è nel campo dei servizi: Bangalore, Hyderabad, Pune ed altre città stanno diventando le “software house” del mondo. Fattori chiave di questo successo sono l’altissima scolarità delle elite indiane, la loro eccellente preparazione scientifico – tecnica, i costi contenuti, la capacità di lavorare in inglese, prima lingua delle classi alte indiane.

    Il settore dei servizi ha visto tassi di crescita straordinari negli ultimi anni, causando non poche polemiche in Europa, specie in Gran Bretagna e negli USA, sul fenomeno dell’outsourcing. Tale crescita è innegabile e probabilmente inarrestabile, ma crea solo pochi milioni di posti di lavoro e molto localizzati in una certa fascia d’alto livello della società. Difficile ipotizzare che servizi e software possano divenire l’unico vettore di sviluppo di un paese con più di un miliardo d’abitanti.

    Per stimolare la crescita indiana sara necessario investire in infrastrutture, comprese quelle “soft”, come sanità ed istruzione di base, rafforzare il settore manifatturiero, migliorare la produttività agricola e le condizioni di vita nelle campagne, dove forse non si muore più di fame ma dove centinaia di milioni d’indiani continuano a malvivere.

    I fattori di rischio della Cina sono diversi: una volta diminuito il ritmo febbrile degli investimenti, che hanno equipaggiato il paese con infrastrutture moderne ed alimentato la crescita, diverrà necessario gestire la transizione verso un sistema economico più “soffice” e creativo, che dia maggior spazio all’iniziativa individuale e meno alla pianificazione centralizzata. Sarà necessario tener conto del ritardo di sviluppo delle campagne e dell’ovest, superando un modello di sviluppo a chiazze come l’attuale. Sarà cruciale aumentare i gradi di decentramento per mettere in movimento le energie locali a scapito del centro, oggi onnipresente.

    È poi probabile che l’insieme di questi fattori abbia delle ripercussioni di carattere politico, che potrebbero mettere in crisi l’intero sistema.

    In sintesi, potremmo affermare che se gli indicatori indiani sono per il momento meno solidi di quelli cinesi, i problemi che l’India deve affrontare sono più essenziali, e richiedono soluzioni più lineari, quelli cinesi presentano forse più incognite e maggiori fattori di rischio.

    Se questi due paesi riusciranno a superare almeno in parte questi loro limiti, ed a confermare od addirittura a consolidare i tassi di crescita che li hanno caratterizzati negli ultimi anni, gli equilibri internazionali non potranno non vedersi profondamente cambiati.

    Ha fatto molto rumore uno studio di Deloitte & Touche che nel 2004 ha reso evidente la ridistribuzione del peso relativo delle economie mondiali nel XXI secolo. I cosiddetti BRIC (a Cina ed India vengono associati anche Brasile e Russia) avranno un peso economico significativamente maggiore nel corso del secolo, a fronte di un declino relativo dei paesi oсcidentali ma soprattutto dell’Europa.

    Un altro studio pubblicato recentemente da Icrier, un think – tank indiano, mette in luce il probabile emergere, nel corso del XXI secolo, di un mondo tripolare in termini di potere: dall’unipolarismo americano di oggi si passerebbe ad un bipolarismo USA – Cina attorno al 2020 ed ad un tripolarismo USA – Cina – India attorno al 2050.

    Tali studi sono per molti versi criticabili ed opinabili: molte ipotesi sono eccessivamente rigide, molti parametri ispirati nel passato quando l’ambizione di tali studi è invece quella di ipotizzare possibili scenari futuri.

    È però degno di nota sottolineare che in termini di PIL totale, la Cina ha già superato l’Italia ed il Canada, membri del G7, e si sta avvicinando ai valori del PIL francese e britannico.

    La Cina dovrebbe situarsi al quarto posto tra i produttori mondiali nel giro di pochissimi anni.

    Per quanto riguarda l’India, il PIL indiano è l’undicesimo al mondo, su valori assoluti ancora piuttosto bassi rispetto ai paesi del G7 (ad esempio, la produzione è meno della metà di quella italiana). Certo, se passiamo ad una valutazione in termini “per capita”, la Cina ed ancor più l’India sono abissalmente lontane dai valori che contraddistinguono i paesi occidentali. In dati 2000, ad un reddito annuale di 36.184 dollari a testa per un cittadino statunitense, corrispondevano 992 dollari per un cinese e 523 dollari per un indiano!

    Per molto tempo, l’occidente si è trastullato con dati di questo tipo, vista la centralità che per noi ha sempre avuto la distribuzione della ricchezza.

    Ma a fronte delle dimensioni demografiche combinate di Cina ed India e dei loro livelli di crescita, il dato corretto con cui contare è quello derivante dall’impatto d’urto sui mercati originato dall’emergere di paesi di tali dimensioni. Esso è già oggi ben visibile (quello della Cina sui prodotti manifatturati, quello dell’India sui servizi) pur in presenza di abissali differenze reddituali.

    Se poi valutiamo il PIL dei vari paesi non in dollari, ma secondo la metodologia statistica della parità del potere d’acquisto (PPP), che mette meglio in luce il potenziale di crescita di un’economia,possiamo notare che lo sfasamento tra valori assoluti e “reali” è minimo nel caso dei paesi sviluppati, ma molto elevato nel caso di India e Cina. Il PIL cinese si moltiplica per sei, collocando questo paese già al secondo posto dietro gli USA, quello indiano per cinque, portando l’India già al quarto posto in parità di valori d’acquisto, dietro al Giappone ma davanti alla Germania.

    Come detto, questa metodologia riflette in gran parte il potenziale in termini di crescita della produzione, poiché valori molto sfasati indicano un gran differenziale di crescita potenziale.

    Questo tipo d’approccio ha i suoi limiti: non sono presi in considerazioni i problemi distributivi, s’ignora il ruolo di nuove forme di governo internazionali quali i processi d’integrazione regionale, si da forse troppa importanza a concetti tradizionali rilevanti nella definizione del potere internazionale, quali il territorio, la popolazione, la forza militare e troppo poca al ruolo del commercio estero ed alle cosiddette forme di soft power, anch’ esse rilevanti nelle relazioni internazionali di oggi ed ancor più di domani.

    L’insieme di quest’analisi sembra fatta apposta per rendere evidente il declino europeo, visto che tutti i punti forti dell’integrazione europea (identità commerciale, politiche distributive del reddito, dimensione sociale) sono ignorati, е tutti i punti deboli (demografia, dipendenza energetica, assenza di potenza militare) amplificati.

    Ma è difficile ignorare una tendenza che sembra di lungo periodo, e che vede le grandi potenze asiatiche occupare un ruolo sempre maggiore nelle relazioni internazionali.

    Sulla base di queste proiezioni e delle percezioni che ne derivano, l’India e la Cina hanno avviato un processo d’avvicinamento che va seguito con attenzione. In Europa siamo portati a pensare soprattutto in termini d’integrazione ecоnomica. In realtà non è un mercato comune sino – indiano la prospettiva più probabile.

    Se è vero che queste due economie sono per il momento pienamente compatibili, con la Cina più competitiva a livello industriale, l’India nei servizi, e che l’intercambio bilaterale sta aumentando molto rapidamente, un’area di libero scambio indo – cinese od un’altra forma d’integrazione primariamente commerciale non è d’attualità: gli industriali indiani temono troppo la Cina, e le diffidenze reciproche sono troppo consolidate.

    Lo scenario più probabile, che di fatto si sta già prefigurando, è quello dell’aumento progressivo degli scambi mediante accordi preferenziali selettivi, l’intensificarsi di partnership tecnologiche, il rafforzamento di flussi d’investimenti cinesi in India nel settore infrastrutturale, d’investimenti indiani in Cina nel campo delle alte tecnologie, il rafforzamento dell’alleanza indo – cinese in vari ambiti multilaterali, compresa l’ОМС.

    La Cina è pronta a sostenere l’ingresso dell’India come membro permanente (senza diritto di veto) nel Consiglio di sicurezza ONU, mentre è molto meno favorevole alla candidatura giapponese, che ostacolerà finché potrà.

    Un tema di grande interesse comune tra Cina e India è quello dell’approvvigionamento energetico: si tratta del maggiore fattore di rischio per lo sviluppo a lungo periodo dei due paesi. Vanno letti in questo senso gli sviluppi triangolari in corso tra Pechino, Delhi e Mosca (recente vertice di Vladivostok). Lungi dal configurarsi come un’alleanza anti – americana, si tratta piuttosto di una “entente” pragmatica che ha l’energia e la cooperazione tecnologica come assi essenziali. D’altro canto, è proprio la dipendenza energetica che motiva l’impetuoso rafforzamento della marina cinese, finalizzato ad assicurare la fluidità delle rotte marittime verso la Cina (oltreché a mantenere aperto il caso Taiwan). In questo senso, l’intensificarsi della cooperazione militare e navale tra Washington e Nuova Delhi non è visto con favore dalla Cina.

    La Cina e l’India hanno finalmente intrapreso il cammino della crescita dopo secoli di letargo. Uno o due decenni di crescita permettono già di mettere in luce il loro enorme potenziale. Di fronte a tale situazione, Pechino e Nuova Delhi hanno deciso di mettere in cassetto alcuni contenziosi importanti (problemi di frontiera in Sikkim, Arunachal Pradesh, presenza cinese in Kashmir) e diffidenze secolari per mettere a frutto le loro sinergie economiche.

    L’analisi delle prospettive di lungo periodo rende probabile l’emergere di tre poli di potere nei prossimi decenni. La percezione di Washington del “pericolo” cinese giustifica l’attuale ravvicinamento tra India e USA, i cui rapporti nel passato erano stati tradizionalmente difficili. In questo contesto, l’Europa si vedrebbe penalizzata dalle proprie carenze strutturali in campo non economico. Nessun paese europeo è, infatti, in grado d’inserirsi da solo in uno scenario come quello configurato qui sopra.

    Il lato relativamente più debole di tale triangolo resterebbe l’India, che però si situerebbe tra Cina e Stati Uniti. Nello spazio asiatico, un’integrazione più ambiziosa tra Cina ed India è impensabile a causa della forte personalità culturale di tali civiltà millenarie. È risaputo che gli esperimenti nucleari indiani del 1998 non erano in chiave anti – pakistana, ma piuttosto anti – cinese. Le ferite del 1962, quando la Cina ignorò l’accordo di convivenza pacifica (Panchshell) stabilito con l’India e l’attaccò per poi ritirarsi all’improvviso, e l’asse privilegiata esistente tra Cina e Pakistan costituiscono un retroterra difficile da ignorare.

    È in ogni modo veramente improbabile che lo sviluppo cinese ed indiano si arrestino nei prossimi decenni: in questo quadro d’insieme l’unica ipotesi che attribuisce un qualche ruolo all’Europa è quello che vede un ulteriore approfondimento dell’integrazione ed un pieno consolidamento della dimensione esterna dell’UE. La timidezza in quest’ambito avrebbe come unico risultato accelerare il ridimensionamento verso il basso del peso europeo sulla scena mondiale.

  • La sorprendente vittoria del Congresso nelle elezioni indiane

    La sorprendente vittoria del Congresso nelle elezioni indiane

    “Non è un mistero per nessuno che le prossime elezioni saranno agevolmente vinte dalla coalizione diretta dal BJP (Bharatiya Janata Party, Partito del pоpolo indiano). La National Democratic Alliance (NDA), composta da una ventina di partiti ma sotto la chiara leadership del partito nazionalista hindù del primo ministro Atal Bihar Vajpayee, raccoglierà così i frutti di cinque anni di successi economici, di arricchimento delle classi medie (asse portante del BJP), di modernizzazione del paese”.

    Questo scrivevamo a pochi giorni dalle elezioni, nell’articolo pubblicato sullo scorso numero della rivista.

    Resta come consolazione per il “granchio” preso il fatto d’essere in buona compagnia: assolutamente nessuno, né in India né fuori, aveva minimamente previsto un risultato di questo tipo: ad essere sinceri, nemmeno i vincitori, che si sono dovuti affrettare a buttar giù un programma unitario della coalizione che non esisteva prima del voto.

    Cominciamo con qualche numero: su un totale di 539 seggi nella Lok Sabha (la Camera bassa), il Congresso ne ha ottenuti 145 (erano stati 114 nel 1999), il BJP 138 (182 nel 1999). Questi dati mettono in evidenza come i due partiti principali siano lontanissimi dal poter governare da soli. Nonostante in India si voti con un maggioritario secco all’inglese, la proliferazione di partiti d’estrazione regionale fa sì che sia sempre necessario formare coalizioni vastissime: la NDA (National Democratic Alliance) саpeggiata dal BJP contava con 24 partiti, la UPA (Unite Progressive Alliance) formata dal Congresso ne ha 19.

    Tale fenomeno è relativamente recente: Nehru, Indira e Rajiv Gandhi avevano sempre potuto contare su confortevoli maggioranze assolute, salvo nel breve periodo in cui Indira fu costretta all’opposizione a causa del formarsi di una grande coalizione, che aveva preso a bordo gran parte degli altri partiti in chiave anti-Congresso.

    Nelle elezioni del 1999, il BJP aveva raggiunto con gli alleati quota 302, il Congresso solo 137 (era in pratica senza alleati), 100 erano andati ad altri partiti (il cosiddetto “Third Front”).

    La chiave dell’inaspettato successo del Congresso sta proprio qui: il partito, da sempre dominante nella politica indiana, aveva sofferto negli anni novanta della sua incapacità di stringere alleanze, trovandosi isolato, nonostante la sua connotazione di unico partito veramente nazionale. Il BJP, un partito radicato solo nel nord, nella zona di lingua hindi (grosso modo metà del paese) s’era invece contraddistinto per la sua capacità di tessere una rete di rapporti che lo rafforzavano in quegli stati (sud ed est dell’India) dove il partito era invece quasi inesistente.

    Il grande successo di Sonia Gandhi, che ha preso alla sprovvista tutti gli osservatori, poco fiduciosi nella sua capacità di centrare questo obiettivo, è stato invece quello di riuscire a stringere una serie di alleanze che hanno permesso al Congresso, senza aumentare in maniera significativa il numero dei propri voti, di aumentare notevolmente la consistenza
    del proprio gruppo parlamentare.

    Facciamo attenzione a questi dati: Congresso e alleati (UPA) hanno ottenuto, su scala nazionale, il 35,19 per cento dei voti, BJp e alleati il 35,31 per cento, altri partiti il 27,58 per cento. In termini di seggi, il Congresso ha prevalso 217 a 185. Inoltre, i partiti di sinistra, che hanno raggiunto il loro massimo storico con 56 seggi, hanno assicurato il loro appoggio esterno all’UPA, così come altri partiti.

    Il mandato governativo dato al Congresso è quindi molto solido: per il BJP, che pure non ha perduto voti, la sconfitta è stata cocente perché i sondaggi, peraltro assai poco affidabili in India, avevano previsto che superasse i 300 seggi.

    La geografia del voto è comunque molto diversificata: gli alleati del Congresso, in questo caso il DMк, fanno cappotto nell’importante Tamil Nadu: 35-0! Da notare che questo partito aveva partecipato al governo del BJP, abbondando la NDA poco prima delle elezioni. Un voltafaccia che è costato carissimo al BJP, e un’alleanza di grande significato personale per Sonia, visto che quel partito era stato a lungo sospettato di connivenza nel complotto che uccise Rajiv Gandhi nel Tamil Nadu nel 1991.

    Inattesa disfatta del BIP anche nell’Andra Pradesh, importante stato meridionale dove un alleato del BJP, Chandrababu Naidu, era unanimemente considerato il più brillante Chief Minister (primo ministro statale) dell’India: ebbene, le campagne hanno spazzato via un Naidu del tutto orientato sulle nuove tecnologie e la modernità; il Congresso è passato da 5 a 29 seggi, il BJp da 7 a 0, il TDP di Naidu da 30 a 13. Anche nelle contemporanee elezioni locali, il Congresso ha dominato completamente la scena, mandando il TDP all’opposizione.

    I risultati in questi due soli stati sono quindi sufficienti a spiegare la debacle del BJP, mentre nel resto del paese non si è poi mosso molto.

    Interessante notare che anche l’altro Chief Minister additato come modello di buon governo, S.M. Krishna (Karnataka), questa volta del Congresso, è stato battuto, perdendo sia il governo nello stato che la maggioranza dei seggi nazionali.

    Krishna e Naidu avevano legato le loro fortune al rapido sviluppo delle capitali indiane della società dell’informazione, Bangalore e Hyderabad, città che attirano numerosi investimenti in alte tecnologie da tutto il mondo grazie anche a politiche pubbliche mirate a quest’obiettivo. Entrambi hanno però commesso l’errore di trascurare le campagne, alle prese tra l’altro con gravi siccità. Il voto dei contadini (70 per cento della popolazione indiana) è stato uno schiaffo per i tecnocrati della nuova India: un risultato che fa meditare perché, in termini di gestione, è vero che i governi dell’Andra Pradesh e del Karnataka erano davvero tra i migliori dell’India.

    Nell’Uttar Pradesh, stato-chiave del nord con i suoi 80 seggi, e che ha espresso 7 degli 11 premier della storia indiana, né il BJp né il Congresso hanno sfondato: 10 e 9 seggi rispettivamente (tra quelli del Congresso anche Sonia, eletta a Rae Ваreli e suo figlio Rahul, eletto nel collegio storico della famiglia Gandhi ad Amethi). La parte del leone l’hanno fatta due partiti locali, Sp e BsP, espressione delle caste più basse (il voto in India è fortemente influenzato dai legami di casta, e tale struttura sociale è particolarmente forte nel nord dell’India).

    Il BJP ha ottenuto successi pressoché totali in stati popolosi come il Rajasthan e il Madhya Pradesh. Equilibrio invece nel Maharashtra (stato di Bombay) e, sorprendentemente, anche nel Gujarat, dove si aspettava una marea zafferano, il colore del BJP. Molto significativo che candidati del BJP siano stati sconfitti proprio nei collegi dove avvennero i peggiori massacri nel 2002.

    Il fattore-chiave del successo del Congresso sta quindi nel buon rendimento delle sue alleanze e negli errori commessi invece dal BJP in alcuni stati importanti. Errori che sono costati carissimi.

    Penso che fosse importante sottolineare questi dati per evidenziare come certe analisi un po’ frettolose (voto contro le riforme economiche, rivincita dell’India rurale su quella urbana) siano in pratica campate per aria.

    Innegabili però alcuni fatti: il risultato delle elezioni rappresenta un indubbio successo personale per Sonia Gandhi, a lungo considerata una guida inadeguata e inopportuna per il Congresso. Il voto ha spazzato via ogni residuo dubbio sul suo ruolo politico: la sua rinuncia a divenire primo ministro, quando il posto le era destinato, è stata una mossa magistrale, sicuramente preventivata, che ha colto nel segno: ha tolto al BJP, ossessionato dal problema delle sue origini straniere, ogni motivo per attaccarla; ha rialzato la propria statura morale, dato che l’opinione pubblica indiana è rimasta impressionata dal gesto, non certo abituale tra i politici indiani; ha passato lo scettro a un riformista convinto, Manhoman Singh, che da ministro delle Finanze fu l’iniziatore delle riforme economiche nel 1991. Si tratta di una scelta ben accetta dai mercati e di un politico del tutto fedele a lei e senza ambizioni personali. Inoltre Sonia rimane leader del partito, rompendo con una tradizione che vuole il primo ministro contemporaneamente leader del partito maggioritario, e tutti i ministri-chiave sono legati a filo doppio a lei.

    Nulla da dire: Sonia ha sorpreso in positivo, e si afferma come la figura centrale della politica indiana.

    Un’altra lezione chiara di queste elezioni è il rifiuto chiaro del settarismo culturale e religioso sospinto dal BJP. In questo partito convivono due anime: quella che propugna riforme economiche liberali, ma anche quella integralista, che sostiene una visione politica dell’induismo (bindutva) dominante ed escludente nei confronti delle altre religioni presenti in India. Il BJP si è dedicato a riscrivere i libri di testo usati nelle scuole, minimizzando il contributo musulmano e di altre comunità alla storia dell’India; ha promosso un’aggressiva politica pro-induista nei villaggi, giungendo persino a proporre il divieto di conversioni religiose dall’induismo verso il cristianesimo o il buddismo (un fenomeno abituale tra i membri delle caste più basse, che cercano in questo di sfuggire alla rigidità del sistema di caste nelle campagne); vuole promuovere il divieto assoluto del macello di mucche, animale sacro dell’Induismo ma regolarmente consumato da membri di altre confessioni religiose. Il momento più nero di tale atteggiamento politico è stato l’atteggiamento permissivo del governo BJp del Gujarat nei confronti delle folle che nel 2002 massacrarono musulmani (duemila morti, senza che la polizia intervenisse).

    Queste due anime convivono nel BJP, е l’equilibrio tra le due non è sempre facile da raggiungere. Il primo ministro Vajpayee non è mai stato propenso a usare troppo l’arma religiosa, ma il suo vice, L.K. Advani, ora nominato leader dell’opposizione, ha basato tutta la sua campagna elettorale su una trionfalistica Rath Yatra (viaggio su carro) che, evocando la mitologia induista, l’ha portato da un capo all’altro dell’India. La Rath Yatra non ha portato voti, anzi i candidati oltranzisti sono spesso stati sconfitti là dove si sono presentati, nel Gujarat e a Bombay.

    È questo un altro grande successo per Sonia, che ha sempre affermato di essersi impegnata in politica per difendere i valori del secolarismo risalenti a Gandhi e Nehru. Uno dei capisaldi ideologici del Congresso esce sicuramente rafforzato da questo risultato, e il fronte dell’hindutva dovrà chiedersi cosa fare adesso.

    Più complesso il discorso sulla continuità delle riforme economiche: alcuni, presi dall’entusiasmo per la sconfitta del BJP, si sono avventurati a interpretarla come un rifiuto espresso dalle masse indiane contro le riforme economiche e la globalizzazione. Se è vero che in buona parte delle campagne, poco toccate dall’aumento del benessere visibile nelle città, la campagna pro-poor del Congresso ha fatto presa, è anche vero che in altre zone il BJP e i suoi alleati si sono invece imposti.

    Ferma restando l’evidente necessità per l’India di avviare delle serie riforme agricole che permettano a 700 milioni di persone di innalzare i loro livelli di vita, spesso bassissimi, la natura del voto rurale in India sembra essere stata più politica che strettamente economica. Gli elettori hanno espresso la loro insoddisfazione per le carenze infrastrutturali (strade, acqua, elettricità) e l’hanno fatta pagare ai governi in carica, quale che fosse il loro colore. Negli stati dove si è imposto il BJP (Rajasthan, Madhya Pradesh), il risultato non ha fatto che confermare quanto avvenuto pochi mesi prima, quando i governi del Congresso furono sconfitti nelle elezioni locali.

    C’è quindi una diffusa volontà di cambiamento tra gli elettori indiani, che mette in discussione la capacità della sfera politica di produrre risultati concreti sul terreno, piuttosto che una visione complessiva pro o contro le riforme economiche.

    Sorprende piuttosto che il BJP, che aveva puntato gran parte della sua campagna elettorale sul motto “India brillante”, sia stato pesantemente sconfitto anche nelle grandi città, dove sono concentrate quelle classi medio-alte che sembravano sensibili a tale discorso.

    In realtà, la lettura d’insieme del voto sembrerebbe suggerire più un rifiuto generalizzato del modo di governare le città e gli stati indiani da parte di un ceto politico anchilosato ed ereditario (cento dinastie politiche sono rappresentate in Parlamento) piuttosto che rispondere a una chiara scelta politica. In questo caso, il Congresso è risultato favorito in quanto opposizione, ma le cose potrebbero cambiare rapidamente.

    Il governo formato dal Congresso e dai suoi alleati denominato, come detto, UPA, ha per prima cosa voluto confermare che le riforme economiche verranno continuate. La stessa figura scelta per dirigere il governo, Manhoman Singh, è emblematica in questo senso: economista di grande prestigio, arrivato tardi alla politica e mai eletto, fu il ministro delle Finanze che diresse, a partire dal 1991, le riforme economiche lanciate dal governo Rao, che rappresentarono un vero punto di svolta rispetto alla tradizione dirigista seguita fino ad allora dai governi indiani. I mercati, estremamente volatili nei giorni successivi alle elezioni, si sono calmati con la nomina di Singh.

    Alle Finanze è andato un altro economista di grande prestigio, P. Chidambaram, che occupò questo posto già nel 1997. Un altro personaggio dalla reputazione piuttosto solida.

    Il Programma minimo comune (CMP) elaborato dalla coalizione diretta da M. Singh nei giorni immediatamente successivi alla formazione del governo introduce alcune novità nel tono, ma conferma che non è prevista alcuna interruzione né tantomeno un passo indietro nelle riforme economiche: l’appoggio esterno delle sinistre al governo avrebbe potuto farlo pensare, ma la necessità di alimentare una crescita economica sostenuta (7-8 per cento all’anno) per tenere testa alla crescita demografica e migliorare il livello di vita della popolazione rende impossibile pensare a un ritorno del protezionismo e del dirigismo.

    Ma le riforme intraprese in India non sono mai state selvagge: anzi, l’India rappresenta un caso senz’altro singolare di apertura economica abbinata a una grande prudenza: se il BJP, conservatore dal punto di vista sociale, voleva evitare il più possibile ogni sorta di occidentalizzazione, il Congresso e le sinistre sono altrettanto legati, anche se in un modо diverso, a preservare l’originalità dell’India. La differenza sta semmai nell’approccio: il BJp puntava allo sviluppo delle élites, trascurando il resto della popolazione; il Congresso ha a cuore, e lo ribadisce nel programma, le grandi masse rurali, le classi lavoratrici, l’”uomo comune”.


    Ma entrambe le visioni rifuggono le sirene della globalizzazione sine qua non.
    l’India deve rimanere in primo luogo se stessa, su questo v’è unanimità nella pоlitica indiana. Le riforme dovranno essere prudenti e selettive: come dice il programma, esse dovranno avere un “volto umano”.

    Questo atteggiamento è molto legato alla storia indiana: paese dalla cultura millenaria, da cui si sono originati concetti essenziali delle civiltà eurasiatiche e della stessa cultura universale, non accetta di piegarsi senza se e senza ma agli imperativi della modernizzazione. Dopo più di un decennio di riforme economiche, in India si respira ancora un’aria molto diversa da quella del Sud-Est asiatico, dove i valori del capitalismo occіdentale si sono fusi con gli elementi fondanti delle culture locali per dar luogo in fondo a uno shock culturale. L’India no, rimane prima di tutto India, con i suoi limiti e contraddizioni: ma troverete raramente un indiano disposto a premere sull’acceleratore della modernizzazione.

    Questo governo andrà quindi avanti sulla via di un’apertura selettiva dell’economia indiana al commercio estero e agli investimenti; andrà piano nelle privatizzazioni, che toccheranno solo imprese statali in perdita; non porterà avanti alcuna riforma per rendere più flessibile il mercato del lavoro; starà bene attento a non prendere impegni internazionali che lo obblighino a forzare i tempi della propria apertura economica (ad esempio all’OMC). Insomma, farà di tutto per tenere il pallino in mano.

    Nonostante il basso reddito pro capite dell’India, che colloca il paese molto indietro rispetto agli altri paesi emergenti, questa gode però di un vantaggio relativo: non dipende in misura significativa dai mercati finanziari internazionali, la maggioranza dei capitali sono nazionali, le riserve valutarie sono abbondanti. Anche se si può sostenere che questi siano altrettanti limiti od occasioni perdute del modello di sviluppo indiano, al tempo stesso questi fattori rendono l’India relativamente più autonoma rispetto ad altri paesi.

    I principali ministri del nuovo governo non sono certo giovanissimi: con l’eccezione di Chidambaram (58), sono tutti ultra-settantenni, e s’iscrivono nella tradizione nehruviana del Congresso. Molti sono legati personalmente a Sonia, altri le hanno fatto la guerra in passato ma sono leaders importanti del partito la cui presenza è necessaria al nuovo governo. Di certo, non ci si può aspettare da questo gruppo una gran ventata d’originalità: ma il primo obiettivo del Congresso dopo le elezioni vinte a sorpresa era quello di trasmettere una sensazione di stabilità. I volti nuovi, tra cui Raul Gandhi, dovranno farsi le ossa nella vita parlamentare prima di ambire a posizioni esecutive: anche questa è in fondo una tradizione indiana.

    In politica estera, c’è da attendersi la continuazione del disgelo con il Pakistan avviata dal precedente governo: è un capitolo fondamentale per liberare l’India da una grave ipoteca che la frena.

    L’amore a tutto tondo per gli USA professato dal BJP si vedrà senz’altro ripensato senza essere rinnegato: i due paesi hanno bisogno l’uno dell’altro e la comunità indiana d’America è sempre più benestante, influente e integrata.

    È anche prevedibile una maggiore attenzione dell’attuale governo indiano per l’Unione europea allargata, così come per la Russia. Il rapporto con la Cina presenta molte incognite, ma il governo Vajpayee si era mosso molto per rompere antiche diffidenze. Il fronte Nuova Delhi-Pechino rimane uno dei grandi assi potenziali del XXI secolo.

    Il nuovo governo sarà probabilmente meno attivo rispetto al precedente nella conclusione di accordi commerciali bilaterali e regionali, anche se il processo d’integrazione sud-asiatico (SAARC) dovrebbe vedersi rafforzato dal miglioramento delle relazioni tra India e Pakistan.

    L’India è rimasta sorpresa dall’inaspettato risultato elettorale, e la transizione è stata lunga: venti giorni di scrutinio, dieci di negoziati per la formazione del governo. Solo adesso l’azione dell’esecutivo sta partendo e un periodo d’aggiustamento è preventivabile. Anche se la maggioranza è numericamente solida, le sorprese non sono escluse. Il gran numero di politici regionali che sono divenuti ministri, e che tenderanno, com’è loro tradizione, a governare ad esclusivo beneficio del loro bacino d’utenza creerà senz’altro problemi e tensioni.

    Ma questa volta mi permetterete una certa prudenza, per cui non mi lancerò in previsioni precise.

  • l’India: analisi di una potenza emergente

    l’India: analisi di una potenza emergente

    L’India che dal 20 aprile al 10 maggio va alle elezioni per eleggere il suo 14° Parlamento (Lok Sabha), dal 1947 è un paese cui si suole dedicare in Europa pochissima attenzione: l’informazione sull’India che appare nei nostri media si limita di solito a qualche stereotipo. Da una parte si propagano immagini di pоvertà e drammatiche ingiustizie sociali, dall’altra si coltiva la dimensione spirituale dell’India. Entrambe queste realtà esistono e contribuiscono a formare la complessità di questo paese, ma non l’esauriscono di certo.

    Le élites indiane tendono a essere vittime di uno strabismo in fondo simile: esse passano letteralmente oltre l’esistenza di una problematica sociale in questo paese, e concentrano tutta la loro attenzione sullo sforzo di crescita del paese. Ancor più dello sviluppo economico e del miglioramento delle condizioni di vita, ciò che sembra attrarre tutte le loro energie è l’acquisizione di uno status internazionale di “superpotenza” per l’India. Ossessionati dalla necessità di dimostrare a ogni piè sospinto il loro cosmopolitismo, ma anche la loro originalità culturale derivante dall’essere indiani, gli strati più abbienti della popolazione indiana vedono solo un’India, quella moderna ed elitaria. Il resto viene ignorato, come se non esistesse.

    Tra queste due visioni estreme, esiste poi un paese reale di più di un miliardo di abitanti (il secondo al mondo), spesso ignorato perché considerato un mistero o un gigante addormentato senza possibilità di risveglio. Ma negli ultimi due-tre anni l’attenzione internazionale nei suoi confronti si è improvvisamente risvegliata, grazie ai notevoli risultati economici e alle ancor più impressionanti prospettive di crescita nei prossimi decenni. Al Foro economico mondiale di Davos si è parlato mondo di India, delle sue prospettive di crescita e della sua industria high-tech, l’alternativo Foro sociale mondiale si è svolto a Bombay e ha dato voce a chi invece di tale modello di sviluppo ha una visione critica.

    In questi mesi in India si cita a più riprese, con malcelato trionfalismo, uno studio della Goldman Sachs sulle prospettive di crescita economica da qui al 2050 di quattro grandi paesi emergenti: Cina, India, Brasile e Russia. Le conclusioni dello studio sorprenderanno chiunque sia abituato a guardare al mondo solo attraverso le lenti del presente: estrapolando tassi di crescita attuali e potenziali, questi paesi vedrebbero spettacolarmente innalzato il loro peso economico, e conseguentemente la loro influenza mondiale, nei prossimi decenni. I dati sono particolarmente significativi nel caso dei due giganti asiatici. In India non ci si stanca di ripetere che, secondo lo studio, il PiL dell’India supererà quello italiano attorno al 2016, quello francese e quello britannico verso il 2022, е che l’India si dovrebbe affermare come la terza economia mondiale (dopo USA e Cina) verso la metà del secolo. Naturalmente, tutto ceteris paribus, cioè dando per buoni per tutto il periodo tassi di crescita simili a quelli attuali (nei paesi emergenti e nei paesi a economia più matura).

    Le ipotesi sono quindi abbastanza limitanti, ma è altrettanto vero che, al di là dell’esattezza puntuale delle previsioni o del momento preciso dei “sorpassi”, la tendenza analizzata dallo studio sembra difficilmente contrastabile. Il mondo verso cui stiamo andando sarà significativamente diverso da quello attuale, e in quel contesto la misconosciuta India avrà un peso economico e geopolitico diverso dall’attuale.

    Nello studio di Goldman Sachs si citano le dimensioni assolute del PIL, non il suo livello pro capite. In termini relativi, i PIL cinese e indiano rimarranno per tutto il XXI secolo chiaramente al di sotto di quelli statunitensi ed europei, questo è fuori discussione. Ma ciò che fa pendere la bilancia verso l’Asia è l’effetto derivante dalla combinazione di una crescita economica sostenuta con livelli demografici elevatissimi: India e Cina assieme hanno oggi più di due miliardi e duecento milioni di abitanti. Anche se i tassi di natalità stanno riducendosi, come sempre in presenza di sviluppo economico, tra pochi decenni un abitante su due del pianeta sarà cinese o indiano!

    Alla Cina tutti fanno attenzione da tempo. Vale senzʼaltro la pena di seguire un po’ più da vicino anche le vicende indiane e capire di che paese stiamo parlando. Le operazioni elettorali prendono venti giorni per la semplice ragione che il paese è immenso, e per effettuarle tutte in contemporanea sarebbero necessari milioni di funzionari incaricati della supervisione. Questo ci ricorda che l’India è una democrazia (in Cina non hanno di questi problemi), la più grande democrazia del mondo in termini quantitativi (una democrazia “vibrante”, si dice da queste parti).

    Dal 1947 aoggi, l’India ha tenuto fede a questa caratteristica: salvo una breve eсcezione ai tempi di Indira Gandhi (sospensione delle garanzie democratiche dal 1977 al 1979, che le costò l’immediata ripulsa degli elettori nella tornata successiva), l’India ha sempre funzionato come una democrazia. Si può discutere di alcuni aspetti sostanziali di tale sistema democratico, come la limitatezza di certi diritti economici e sociali, ma sarebbe sbagliato sottovalutare la portata della democrazia indiana: un paese di proporzioni immense e in gran parte povero, nel quale non hanno peraltro mai prevalso tentazioni autoritarie. Non vi sono altri esempi simili al mondo, e questo è senz’altro un atout che onora questo paese e che gli va riconosciuto.

    Così come va giustamente valorizzato un altro aspetto: a partire dalla “Rivoluzione verde” degli anni settanta l’India, pur rimanendo un paese in cui diverse centinaia di milioni di persone vivono in povertà, è sostanzialmente autosufficiente dal punto di vista alimentare, e anzi si
    propone oggi come un esportatore di prodotti agricoli.

    Se teniamo conto che le carestie erano endemiche nell’India britannica (che non arrivava a quattrocento milioni di abitanti) e che oggi l’India riesce a sfamare più di un miliardo di abitanti con risorse proprie, non possiamo non riconoscere in questo un successo straordinario.

    Democrazia e autosufficienza sono due concetti-chiave dell’immaginario collettivo indiano, e spiegano molte delle scelte politiche effettuate dai governi di Nuova Delhi nel corso degli anni: la democrazia è la conseguenza del movimento collettivo che, sotto la guida spirituale e politica del Mahatma Gandhi, portò all’indipendenza. Questo movimento, un esempio raro nella storia di fusione tra una leadership illuminata e un movimento pacifico “dal basso” (oggi diremmo della società civile) era per sua natura democratico. Quindi tradire la democrazia significherebbe tradire le radici stesse dell’India indipendente.

    L’autosufficienza alimentare è importante perché la tappa coloniale rappresenta un passato doloroso che ha marcato profondamente l’India: paese ancora oggi rurale (circa 700 milioni di persone vivono dell’agricoltura), ha fortemente sofferto un modello economico funzionale esclusivamente agli interessi della potenza coloniale che soffocava ogni velleità di autonomia. L’India-colonia produceva ciò che faceva comodo all’Impero britannico, da cui a sua volta importava tutti i prodotti manufatturieri, a ragioni di scambio determinate da Londra. Anche nei primi decenni successivi all’indipendenza, la cronica insufficienza alimentare ha portato a rapporti conflittuali con le potenze (USa e URSS), che spesso usarono di quest’arma per estendere la loro influenza.

    Questo spiega l’ipersensibilità indiana nei confronti di chiunque cerchi di usare l’economia come forma di pressione: sin dai primi anni di indipendenza l’India volle sviluppare un’economia e un’industria saldamente in mani nazionali, ed eliminare la dipendenza dall’estero sia sotto forma di investimenti che di importazioni alimentari.

    Ancora oggi, gli investimenti esteri in India sono molto inferiori a quelli effettuati nelle altre economie emergenti, e il commercio estero indiano rappresenta una quota del PiL di molto inferiore a quella dei paesi più sviluppati o anche di molti Pvs. Questa caratteristica dell’economia indiana è ambivalente: da un lato preserva l’India da quelle dolorosissime crisi di liquidità che attanagliano l’America Latina o altri paesi emergenti, dall’altra ne limita in parte il potenziale di sviluppo in termini tecnologici.

    Questo modello nazionalista di sviluppo, che risale a Nehru e che era stato portato avanti anche dai successivi governi, si arrestò nel 1991, quando il governo Rao fu costretto a una svolta in termini di apertura economica: le riserve valutarie erano giunte quasi a zero e la crescita era divenuta asfittica, anche a causa dei troppi livelli di controllo e regolamentazione tipici di un’economia pianificata come quella indiana (sistema delle licenze o raj).

    Un decennio di riforme economiche (privatizzazioni, deburocratizzazione, liberalizzazione dell’economia) ha portato a una notevole accellerazione dei tassi di crescita, che si sono assestati su livelli sconosciuti prima dell’apertura e hanno portato a un’euforia impensabile in passato. In un contesto economico internazionale non brillante, un’economia come quella indiana cresce tra il 6 e l’8 per cento all’anno, e l’accumulazione nel tempo di tassi di questo tipo diviene davvero significativa, anche pensando all’ancora enorme fossato esistente tra 250 milioni di indiani inseriti nell’economia moderna e il resto.

    Come detto, l’economia indiana è ancora a forte connotazione agricola (essa rappresenta circa un quarto del PIL). In questi anni, è stata impressionante l’ascesa dei servizi, specialmente produzione di software e outsourcing, grazie alla straordinaria competitività indiana in questo settore: una popolazione molto istruita (diversi milioni di laureati l’anno), perfettamente a suo agio in inglese e con l’uso delle alte tecnologie, e dai costi molto contenuti se paragonati ai parametri internazionali.

    Questo spiega come mai in India si produca oggigiorno più della metà del software mondiale, perché la maggior parte dei centri di sviluppo tecnologico delle multinazionali si stiano localizzando in India, specie sull’asse Bangalore-Hyderabad-Pune. Non solo, ma negli USA e in Europa molte aziende del settore sono possedute da indiani o vedono molti ingegneri indiani nelle loro fila.

    Questa è una dimensione che non va trascurata: se gran parte dell’India vive ancora oggi ai margini dello sviluppo, specie nella “cintura dell’hindi”, che corrisponde in sostanza all’India settentrionale, questo paese ha una presenza marcatissima nei settori a maggior valore aggiunto. E non si tratta solo di trasferimento di funzioni a basso costo, ma della concezione e dello sviluppo di nuovi prodotti. L’India ha un futuro, parte dell’India è già nel futuro.

    Certo, l’high-tech non può dare lavoro a un miliardo di indiani, ma rappresenta comunque un asse di sviluppo di fondamentale importanza. L’India rappresenta un caso curiosissimo nella storia economica: non si ricordano altri casi di economie in sviluppo i cui due pilastri principali fossero l’agricoltura e i servizi.

    Per consolidare le prospettiva di crescita cui abbiamo fatto cenno, l’India si vede obbligata a rafforzare il proprio settore industriale, necessario anche per soddisfare la crescente domanda di beni delle nuove classi medie, che si affacciano ora sul mercato, in modo simile a quanto gli italiani fecero negli anni sessanta.

    L’industria indiana di oggi è di vaste dimensioni, ma nella maggior parte dei casi ancora incapace di produrre prodotti di qualità, in grado di competere sui mercati mondiali. Questo spiega la riluttanza dei governi indiani a ridurre con più decisione le tariffe doganali, oggi le più elevate al mondo. Questa spirale è negativa, perché molte importazioni sono invece necessarie proprio per modernizzare l’apparato produttivo. La contraddizione tra le ambizioni globali dell’India e il suo atteggiamento iperconservatore in materia di protezione economica rimane uno dei nodi da sciogliere nel prossimo futuro.

    Altre grandi questioni aperte con cui i futuri governi indiani dovranno fare seriamente i conti sono le seguenti:

    • – modernizzazione dell’agricoltura: l’agricoltura indiana è oggigiorno in gran parte di sussistenza, anche se relativamente meccanizzata (eredità della “Rivoluzione verde”). Esistono molte limitazioni alla libera circolazione dei prodotti agricoli da uno stato all’altro, enormi i problemi di finanziamento e organizzazione dei mercati. Una volta risolto il problema dell’autosufficienza alimentare, la prossima sfida da affrontare è quella della modernizzazione del settore, con l’inevitabile riduzione del numero di occupati;
      – l’inevitabile flusso di popolazione verso le città provocherà dei notevoli problemi di sostenibilità. Gli agglomerati urbani indiani sono già oggi tra i più grandi al mondo e le infrastrutture sono del tutto insufficienti: un ulteriore esodo non farà che mettere maggiormente a prova delle città già invivibili, nelle quali acqua pulita, energia elettrica, trasporti e abitazioni sono carenti;
      – l’ulteriore sviluppo economico dell’India si potrebbe vedere frenato proprio da queste carenze infrastrutturali: strade, produzione di energia elettrica, porti, aeroporti sono altrettante palle al piede dell’India di oggi. Non è pensabile un significativo passo in avanti in assenza di seri correttivi alle deficienze attuali;
      – per effettuare tali enormi investimenti sarà però necessaria una decisa modernizzazione e moralizzazione del sistema politico. L’India ha oggi un insostenibile deficit pubblico del 10 per cento annuale, essenzialmente dovuto a una spesa pubblica fuori controllo, risultato di una gestione clientelare delle finanze pubbliche da parte di un sistema politico paternalista e drammaticamente antiquato rispetto ai bisogni dell’India moderna. Se l’India non ha bisogno, a differenza di altri paesi emergenti, di un costante flusso di capitali esteri per saldare la propria bilancia dei pagamenti, è però chiaro che ipotecare le risorse pubbliche in spese improduttive non fa gli interessi del paese;
      – un’altra grande questione aperta è quella della scarsa attenzione prestata dai poteri pubblici a quelli che l’esperienza ha dimostrato essere i due assi portanti dello sviluppo: educazione e sanità. In India esiste un’impressionante asimmetria tra delle élites cosmopolite e coltissime, cittadine a pieno titolo del mondo, e una grande massa di diseredati le cui condizioni di vita sarebbero intollerabili nel mondo sviluppato. Il governo indiano dedica risorse irrisorie alla sanità pubblica e alla scuola primaria, contribuendo in questo modo ad ampliare il fossato tra le due Indie. È questa dimensione sostenibile per un paese che vuole consolidare la sua crescita?

    Non è un mistero per nessuno che le prossime elezioni saranno agevolmente vinte dalla coalizione diretta dal BJP (Bharatiya Janata Party – Partito del popolo indiano). La National Democratic Alliance (NDA), composta da una ventina di partiti ma sotto la chiara leadership del Partito nazionalista hindù del primo ministro Atal Bihar Vajpayee, raccoglierà così i frutti di cinque anni di successi economici, di arricchimento delle classi medie (asse portante del BJP), di modernizzazione del paese.

    Se è vero che l’apertura economica fu lanciata nel 1991 da un governo del Congresso (dall’allora ministro delle Finanze Mahoman Singh), è anche vero che molti dei dividendi risultano dalla continuità data a tali riforme dal BJP.

    Il progetto politico del BJP è ambivalente e va compreso nella sua originalità: i principali dirigenti del partito sono membri dell’Rss, movimento ultra-nazionalista dalle tinte fascisteggianti. Per passare dalla quasi irrilevanza all’epoca di Rajiv Gandhi (primi anni ottanta) al predominio di oggi, gli ideologi del partito hanno dovuto senz’altro contare con il logoramento fisiologico del Congresso, l’erede della tradizione politica gandhiana e nehruviana. Ma hanno anche forzato molto alcuni aspetti “hindừ” del loro discorso, al fine di creare un nuovo movimento popolare tra le masse indiane, deluse dal Congresso e stimolate a mobilitarsi attorno a un’agenda politica “color zafferano” (Hindutva) che predica la supremazia degli induisti sulle altre comunità indiane (musulmana, sikh, cristiana, buddista, jainista).

    Oggi il BJP è portatore di un progetto politico che sembra contraddittorio se visto con occhi occidentali: esso associa al liberalismo economico un’agenda sociale conservatrice, tesa a perpetuare l’originalità della società indiana, fondata sull’inamovibilità del sistema delle caste e il meccanismo dei matrimoni concordati dalle famiglie all’interno della stessa cаsta, un formidabile meccanismo di conversazione dei privilegi e del potere.

    L’esperienza occidentale farebbe pensare che le trasformazioni economiche siano destinate ad appianare quelle sociali: l’osservazione del caso indiano rende tale dinamica molto meno evidente: almeno è questo quanto il progetto politico del BJP, attualmente vincente, tende a fare.

    Questa proposta politica del BJp ferisce al cuore un caposaldo del Congresso: quello del “secolarismo”, l’uguaglianza tra le varie religioni dell’India. Pur se in maniera diversa, sia Gandhi che Nehru erano entrambi legati all’idea di un’India tollerante e laica, dove l’essere cittadini dell’India prevaleva su ogni altra considerazione. Rivelatosi impossibile evitare la divisione con il Pakistan, il Congresso ha sempre perseguito una politica di “unità laica”, anche se a volte con difficoltà (lo scontro con il fondamentalismo sikh costò la vita a Indira).

    Il BJp ha un’idea diversa: per questo partito l’uguaglianza tra comunità non è possible né consigliabile: gli 850 milioni di induisti sono i “veri indiani”, 130 milioni di musulmani, 40 milioni di cristiani, i sikh sono “meno indiani” rispetto ai loro concittadini induisti.

    Questo spiega l’esistenza di un’agenda ultra-induista i cui contenuti sembrano un po’ inverosimili a un’osservatore esterno: controversia su Ayodhya (città dove gli integralisti hindù hanno distrutto nel 1992 una moschea costruita sul luogo dove sarebbe nato Rama, uno degli dei più importanti dell’induismo), interdizione del macello di mucche (animale sacro dell’induismo ma consumato da musulmani e cristiani), eliminazione del codice civile specifico per i musulmani, divieto delle conversioni religiose.

    Pur in presenza di una politica dai contenuti laici, i conflitti tra diverse comunità (fenomeno chiamato commuпalism in India) sono scoppiati periodicamente dal 1947 a oggi. L’attuale intensificarsi dei riferimenti a una politica strettamente induista predicata dal BJP proietta però ombre inquietanti sul futuro di questo paese, che avrebbe invece interesse a mobilitare tutte le proprie energie sul resto dei problemi che lo affliggono piuttosto che a costruire nuove barriere e a seminare futuri conflitti.

    I tragici fatti del Gujarat, quando nel 2001 più di duemila musulmani furono trucidati senza che le autorità statali facessero il loro dovere per fermare le stragi, costituisce un esempio dell’India horribilis che potrebbe prevalere se il settarismo dovesse avere la meglio sul principio della convivenza.

    Se la coalizione attualmente al governo è alle prese con questa contraddizione di fondo, l’opposizione, guidata dall’All India Congress, partito che ha governato l’India per buona parte del periodo 1947-1999, sembra incapace di proporsi come alternativa credibile. La difesa del secolarismo a fronte dell’ascesa di programmi di ispirazione religiosa è un punto fermo del Congresso, ma sembra insufficiente ad arrestare la marea color zafferano (colore dell’induismo) del BJP.

    Il Congresso soffre anch’esso di parecchie contraddizioni: esso rimane un partito succube della famiglia Gandhi. Attualmente diretto da Sonia (la moglie di origini italiane di Rajiv), attaccata dai nazionalisti come inadatta a divenire primo ministro perché “straniera”, rimane un partito antiquato, mal organizzato, privo di capacità di “coalition-building”, una necessità in un paese nel quale il panorama politico è estremamente frammentato e dove i partiti regionali contano sempre più.

    Il dibattito sull’italianità o indianità di Sonia Gandhi è pretestuoso: Sonia è cittadina indiana e la legge le permette di accedere a qualsiasi carica pubblica, comprese le più elevate. Tocca semmai agli elettori, come in qualsiasi democrazia, deciderne il destino. Sonia è poi molto attenta a comportarsi da indiana: veste sempre in sari, parla molto spesso in un buon hindi (anche se esso non è, ovviamente la sua lingua materna). Vista da un italiano, Sonia Gandhi è oggettivamente oggi molto più indiana che italiana.

    La sua presenza in politica sembra molto più legata alla necessità di mantenere unito il partito nella tradizione nehruviana-gandhiana piuttosto che da ambizioni personali. Di fatto, la candidatura del trentatreenne figlio Rahul alle prossime elezioni sembra prefigurare una futura leadership di questi nel futuro del Congresso (anche la sorella Priyanka, trentaquattrenne, potrebbe avere ambizioni politiche).

    Certo, ci si può chiedere se sia logico se un partito dal glorioso passato come il Congresso debba per forza essere guidato, una generazione dopo l’altra, da un membro della famiglia Gandhi. Ma i concetti di famiglia e dinastia hanno molto peso nella cultura indiana.

    Ancor più grave per il Congresso è l’indeterminatezza programmatica: l’agenda economica non differisce molto da quella del BJP, certo con una diversa percezione dei problemi sociali e agricoli del paese, che rimane però assai poco declinata nei programmi e nei discorsi.

    Il grande partito che fu di Nehru sembra ancora lontano dalla compattezza necessaria per proporsi come forza di governo (in fondo lo è stata per decenni!) e il prossimo appuntamento elettorale non preannuncia nulla di buono.

    L’India è anche alle prese con una modifica sostanziale della propria politica estera: paese tradizionalmente geloso della propria autonomia, e desideroso di proporsi come leader dei paesi in via di sviluppo, ha recentemente modificato, con l’attuale governo, alcuni capisaldi che gli erano tradizionali.

    Il rapporto con gli Stati Uniti, tradizionalmente delicato, è divenuto molto pіù fluido sin dai tempi di Clinton (anche se i test nucleari del 1998 vennero a complicare momentaneamente questo riavvicinamento). Una nuova generazione di politici indiani, formati negli USA anziché in Europa, guarda con favore alla società americana, di cui vuole imitare i comportamenti economici (ma non quelli sociali). Dal punto di vista strategico, lo scenario post-11 settembre dà all’India un ruolo-chiave, in quanto grande democrazia nucleare con una posizione strategica fondamentale, tra il Medio Oriente in crisi e la Cina grande potenza emergente.

    L’India, paese in passato piuttosto ripiegato su se stesso e poco amico dell’integrazione economica, guarda anche con molta attenzione a est: il rapporto di tradizionale diffidenza/competizione con la Cina si sta trasformando in un tentativo di partnership economico/strategica tra le due grandi potenze emergenti dell’Asia. Nei confronti del Sud-Est asiatico, l’India ha modificato il proprio atteggiamento riluttante nei confronti dell’apertura economica, e ha intrapreso un’ambizioso ciclo di negoziati commerciali con tutti i suoi vicini (Asean, Thailandia, Singapore).

    Per potersi aprire al mondo senza complessi, l’India ha però bisogno di migliorare i propri rapporti con i vicini immediati, soprattutto con il tradizionale avversario, il Pakistan. Due anni fa si giunse ai limiti di un conflitto dalle conseguenze imprevedibili. Oggi il clima è migliorato parecchio, e il recente vertice SAARC di Islamabad (gennaio 2004) ha aperto la prospettiva di un dialogo tra Nuova Delhi e Islamabad che era divenuto più che necessario. Moltissime le nubi sul rapporto tra India e Pakistan, fortemente appoggiato anche da USA e Ue: principale ostacolo è l’eterno problema del Kashmir, un dossier complicato anche dalla contrapposizione di opposti integralismi (fare cambiare idea a un indiano non è precisamente impresa agevole, e i pakistani sono dei cugini di primo grado).

    Interessante anche l’emergere di un nuovo blocco Sud-Sud, i cui vertici sono Brasile, Sudafrica e India, apparso con tutta la sua forza alla Conferenza ministeriale di Cancún. Il G-20 sembra una versione aggiornata dei non allineati, ma adattata al contesto del mondo globalizzato. Di fatto, l’alleanza tra i grandi paesi emergenti viene ad arricchire lo scenario internazionale, e sarebbe un grave errore sottovalutarne la portata e il potenziale.

    In questo quadro, l’Unione europea e l’India fanno a volte fatica a ritrovarsi: ma recenti sviluppi dimostrano che entrambe le parti hanno capito che hanno interesse a sviluppare le loro sinergie. I vertici annuali UE-India, iniziatisi quattro anni fa, stanno riempiendosi di contenuti e significato. L’UE, primo socio commerciale dell’India e primo investitore, ha tutto l’interesse a legarsi a filo doppio a un grande paese che sarà senza dubbio protagonista, pur con tutte le sue contraddizioni, del XXI secolo.

    E l’India ha dal canto suo interesse a non sottovalutare il suo legame con un’Europa che sta poco a poco imparando ad apprezzare molti aspetti della cultura indiana: la spiritualità, l’inventiva, la musica, la cucina, il cinema.

    Le prossime elezioni non modificheranno queste tendenze di fondo: e sbaglia senz’altro chi decida di continuare a considerare l’India un gigante addormentato.

  • Il Foro sociale mondiale da Porto Alegre a Bombay

    Il Foro sociale mondiale da Porto Alegre a Bombay

    Dare un giudizio complessivo su un evento multiforme e variegato come il Foro sociale mondiale (Wsr), giunto quest’anno alla sua quarta edizione, è impresa assai complicata. Il Foro è la traduzione politica di una rete di reti, impossibile non averne una visione che non sia per definizione parziale. La sensazione che si ha partecipando è più o meno quella che si può avere navigando in Internet: vi si può trovare di tutto, la tentazione di saltare senza pause da un tema all’altro è fortissima. Quasi 100.000 partecipanti, migliaia di dibattiti, conferenze, mostre, attività culturali sui temi più svariati. Anche mettendoci tutta la buona volontà non si può partecipare che a una manciata delle attività previste.

    Ferme restando queste premesse, cercherò di riflettere su quella che mi sembra essere la tendenza del WSF dalla sua creazione a oggi: il fatto d’aver partecipato alle precedenti edizioni, tutte svoltesi a Porto Alegre, e a quella di quest’anno a Mumbai (ex-Bombay) mi permette perlomeno di paragonare sensazioni.

    Il Foro sociale mondiale nacque come idea nel 2000, per opera di un gruppo di intellettuali brasiliani legati al PT (Partido dos Trabalhadores), allora all’opposizione e attualmente al governo in Brasile. L’idea era quella di creare un contraltare rispetto al Foro economico mondiale di Davos (WEF), notissima riunione dei VIP mondiali che si celebra ogni gennaio
    nella stazione alpina svizzera, divenuto col tempo un appuntamento obbligato dei potenti del pianeta.

    L’idea era che, di fronte a una visione prevalente d’inevitabilità della globalizzazione e dei suoi effetti economici, rimasta nella pratica senza alternative dopo la caduta del muro di Berlino, fosse necessario creare uno spazio per i movimenti della società civile, molto meno in grado rispetto a stati, organismi internazionali e imprese di strutturare tra loro contatti stabili.

    A fronte di interessi economici in comunicazione costante tra loro e in grado di influenzare efficacemente il corso degli avvenimenti, gli operatori sociali si trovavano tendenzialmente isolati l’uno dall’altro, spesso alle prese con problemi simili ma non in grado di scambiare
    esperienze e di raggiungere una massa critica sufficiente per influenzare le scelte della politica su scala mondiale.

    Accanto a questa inadeguatezza strutturale dei movimenti della società civile, paradossalmente sempre più presenti nel dibattito politico a causa della riduzione complessiva della sfera d’azione pubblica operatasi un po’ ovunque a partire dagli anni ottanta, appariva anche la debolezza crescente o incapacità manifesta della maggior parte degli attori statali, perlomeno nei paesi in via di sviluppo, di partecipare efficacemente alla presa di
    decisioni politiche internazionali.
    Da qui l’impressione che un numero ridottissimo di attori (stati sviluppati, organismi economici multilaterali, multinazionali) stesse in pratica decidendo, in maniera esclusiva, delle sorti del mondo.

    L’altro paradosso era, ed è, che, contrariamente alle illusioni dei primi anni novanta, il ciclo virtuoso di diffusione degli effetti benefici della democrazia e dell’economia di mercato, che avrebbe dovuto trasmettere a pioggia il benessere da un capo all’altro del pianeta una volta superate le divisioni ideologiche, non si è verificato. O perlomeno non nelle proporzioni previste.

    Gli effetti negativi della globalizzazione sono chiaramente visibili: è discutibile se
    essi siano in aumento o in che misura siano legati a problemi di squilibrio delle relazioni internazionali o a problemi di governance. Ma è chiaro che la divisione tra nord e sud del mondo esiste, anche se essa non è così lineare come alcuni vorrebbero: esiste un nord del sud
    (le élites economiche in sintonia con i nuovi valori imperanti nel mondo globale) e un sud del nord (popolazioni dei paesi sviluppati spiazzate dalle nuove caratteristiche delle economie post-industriali). La linea divisoria corre sostanzialmente lungo la cosiddetta digital divide, che misura l’apertura al mondo dei vari soggetti.

    L’idea brasiliana non a caso è nata in quell’America Latina il cui ritardo di sviluppo era stato tradizionalmente indicato dalla sinistra nei meccanismi che ne accentuavano la dipendenza economica.
    All’epoca, il principale teorico di tale teoria, FH. Cardoso, governava il Brasile rinnegando buona parte dei postulati teorici da lui stesso elaborati. Il progetto brasiliano trovava immediata eco in
    Francia, dove un’opinione pubblica fortemente orientata verso un rifiuto della globalizzazione all’americana si trovava in sintonia con questa visione critica. Le Monde Diplomatique contribuì a internazionalizzare e a dare visibilità a tale fronte alternativo.
    Ma bisogna sin d’ora chiarire un punto: anche se la stampa e molti osservatori si sono semplicemente limitati a catalogare il WSF come una coalizione di antiglobalizzazione, questo non era affatto l’orientamento originale: il Foro sociale è anch’esso un prodotto della globalizzazione, non potrebbe rinnegarla. L’enfasi iniziale, che prevarrà nei primi anni,
    sarà quella della possibilità di un’”altra” globalizzazione, inclusiva e non esclusiva, attenta agli effetti sociali e non solo a quelli economici.

    In quest’ambito, le derive violente degli anti-global da Seattle a Genova hanno
    ben poco a che spartire con l’essenza del movimento di Porto Alegre, totalmente
    non violento.
    Il primo Foro di Porto Alegre (gennaio 2001) costituisce il banco di prova dell’esperimento: si riuniscono associazioni, si definiscono chiavi di lettura della globalizzazione “vista dal basso”. Il successivo Foro 2002, divenuto già un evento di prima grandezza, si struttura attorno a delle tematiche centrali che divengono il filo conduttore di dibattiti e iniziative. Su ogni tema vengono elaborati dei documenti finali che vogliono essere la base di lavoro per le collaborazioni spontanee tra associazioni di ogni parte del mondo, la Carta di Porto Alegre definisce i principi di base per aderire al movimento più che le risposte ai problemi sollevati.
    La sfida dell’11 settembre è naturalmente notevole: la stragrande maggioranza del movimento della società civile condannerà gli attentati, ma nel Foro 2002 era già percettibile l’onda montante “anti-imperialista”, ideale ai fini della vecchia sinistra di ritorno. Tale fenomeno è legato non agli attentati ma alla reazione americana prima in Afghanistan e poi in Iraq, giudicata illegittima e premeditata dalla maggior parte delle associazioni.

    A tre anni dal primo Foro, a che punto siamo con l’elaborazione dell’altro mondo possibile (“Another World is Possible” è il motto del WSr)?
    Alcune delle impressioni che ci ha lasciato Mumbai 2004 sono positive:

    1. Il Foro è stato organizzato per il quarto anno consecutivo, riunendo circa 100.000 rappresentanti della società civile. Il fatto che il luogo di svolgimento fosse Bombay ha naturalmente facilitato la partecipazione di asiatici e anche africani, assai poco rappresentati nelle edizioni precedenti del Foro, nelle quali la partecipazione era essenzialmenté europea e latino-americana. In questo caso, molti europei (con una rappresentanza più variegata rispetto alla prevalenza di francesi, italiani e spagnoli che si riscontrava a Porto Alegre), un buon numero di latinoamericani, un numero crescente di statunitensi, mobilitati essenzialmente dal movimento anti-guerra, e naturalmente una nutritissima rappresentanza di asiatici (assente la Cina). Buona anche la partecipazione africana.
      Il che significa che, in quattro anni, il movimento di articolazione della società civile sta raggiungendo un maggiore equilibrio geografico, sull’asse nord-sud e tra i continenti.
      È un risultato importante, perché non bisogna dimenticare che il primo obiettivo del movimento di Porto Alegre era la strutturazione di una rete mondiale di realtà interessate a sviluppare un approccio alternativo alla globalizzazione.
      Tra l’altro, tutto è basato sull’autofinanziamento, perché il WSF ha rifiutato contributi pubblici (salvo l’uso di strutture quali il campus dove si è svolta la manifestazione). È comunque vero che quasi tutte le ONG ottengono la maggior parte dei fondi da contributi pubblici, anche se non diretti esplicitamente alla partecipazione al WSF. Ma il Foro come tale non dipende da sovvenzioni.
    2. L’atmosfera a Bombay era, come anche a Porto Alegre, del tutto gioiosa e festiva. Fin troppo carnevalesca, se proprio vogliamo. Grande spirito egualitario, tutti i delegati sullo stesso piano, il ministro come il partecipante individuale con la stessa tessera e gli stessi diritti. Nessun tappeto rosso per i VIP. Una bella sensazione, un po’ anarchica ma rinfrescante.
      Anche questo è importante, perché significa che il movimento riesce a tenere fuori provocatori e disturbatori: se pensiamo agli effetti deleteri per la credibilità dei critici della globalizzazione derivante da gruppi come i Black Block, o al fatto che gruppi di estrema destra si dicano anch’essi contrari alla globalizzazione (a Bombay era temuta l’infiltrazione di militanti del Shiv Shena, il movimento integralista hindù e anti-islamico la cui roccaforte è proprio lì), contribuendo ad alimentare la confusione, riuscire a preservare un ambiente festivo e tranquillo quando si riuniscono decine di migliaia di persone dalle caratteristiche le più dispari è un fatto positivo.

    Veniamo alla sostanza dei dibattiti: la mia impressione è che il movimento per un’altra globalizzazione (ora denominato “alter-global”) si stia avvitando su se stesso, perdendo in questo modo gran parte del potenziale derivante dalla constatazione degli oggettivi limiti del modello di sviluppo prevalente.

    Uno dei punti di forza sottolineati prima, quello della democraticità e orizzontalità del movimento, diviene un punto di debolezza nel momento in cui i molti spunti/idee/denunce non vengono canalizzati in una piattaforma di proposte. A Porto Alegre 2001 si era fatta un’analisi
    delle anomalie della globalizzazione, identificando delle linee d’azione, tema per tema. A Porto Alegre 2002 si è lavorato su quelle linee e formulato proposte, alcune fattibili, altre irrealizzabili. Da allora in poi il WSF non ha sviluppato questa concezione strategica, ma si è rifugiato da un lato nello sviluppo di microreti, dall’altra ha dimostrato un’incapacità di legare tali micro-reti di idee/organizzazioni in una visione globale.

    O meglio, la visione globale c’è, ma è talmente poco declinata da rendere superfluo tutto il gran lavoro di analisi che vi sta dietro: no all’imperialismo, nuovo ordine economico internazionale, abolizione degli organismi fautori del consenso di Washington (FMI, BM, Омс есс.), superamento del capitalismo, ritorno al localismo per arginare i mali della globalizzazione.
    Per giungere a tali conclusioni non credo ci sia bisogno di mobilitare tante energie, chiunque può sognare di fronte al suo Pc. Come si dice in spagnolo, no es por aquí no van los tiros…
    Vari sono i motivi che portano a questa radicalizzazione. A mio avviso sono i seguenti:

    1. Organizzativo: la bellezza della democraticità assoluta porta a far sembrare illegittimo ogni tentativo di gerarchizzazione delle priorità da parte di qualcuno (partiti, comitato organizzatore ecc.)
      Questa caratteristica piacerà a chi ha simpatie per l’anarchia, ma il destino nel quale è incorsa tale opzione politica dovrebbe servire da monito. A un certo punto bisogna sforzarsi di sintetizzare e formulare proposte possibili.
    2. Politico: è vero che la radicalizzazione del dibattito politico a scapito del dialogo costruttivo, della capacità d’ascolto è una caratteristica del mondo d’oggi, acceleratasi dopo 1’11 settembre. La famiglia politica conservatrice lo è sempre di più, l’uso di termini ideologici senza significato è divenuto sempre più frequente proprio quando le ideologie sarebbero invece morte, la politica “neutra” e “tecnica” vuole presentarsi come amorfa quando è in realtà tremendamente ideologica, ma accusa chi dissente di essere a sua volta schiavo delle ideologie.
    3. Conseguenze della situazione internazionale: la guerra in Iraq ha monopolizzato l’attenzione del Foro di Bombay, trasferendo in pratica il centro dell’attenzione dal dibattito sull’altra globalizzazione alla lotta contro l’imperialismo. Il motto di quest’anno era: “è la stessa lotta”.
      È chiaro che l’anti-multilateralismo americano, la guerra preventiva, i comportamenti contrari al diritto internazionale sono manifestazioni di radicalità politica che possono avere come effetto il pessimismo cosmico. Da qui la radicalizzazione nell’altro senso. Ma è tra i due estremi che bisogna costruire.
    4. Generazionale: il movimento è composto essenzialmente da due blocchi generazionali; da una parte i ventenni, ancora al di fuori del mondo professionale, e legittimamente perplessi su molti aspetti del mondo che li circonda. Dall’altra i cinquanta-sessantenni reduci dal ’68 che ritrovano d’incanto un’audience perduta. “La nostra battaglia è la stessa, anche noi eravamo anti-globalizzazione ante litteram, il nemico è sempre lo stesso”.

    In questo quadro, la caduta del muro di Berlino diviene un dettaglio senza importanza, e un movimento nato come aideologico e aperto, euristico, tende a venire monopolizzato dai vecchi maestri, che le risposte le hanno già: le tirano fuori dai loro cassetti impolverati. E le nuove generazioni rimangono a boccа aperta ascoltando formule che già incantarono i loro fratelli maggiori e gentori. Parole cariche di fascino, certo, ma anche drammaticamente insufficienti per affrontare una realtà del tutto nuova.
    E con un appeal politico limitatissimo.
    Di fatto, il movimento di Porto Alegre sta scoprendo il linguaggio del comunismo e dell’anti-imperialismo. La montagna sta partorendo un topolino?
    Prendiamo il caso del commercio. Se Porto Alegre aveva avviato una lettura critica dell’OMC e delle sue insufficienze, sottolineando però la necessità di democratizzare l’agenda della liberalizzazione e il funzionamento dell’organizzazione (risultato: il lancio dell’Agenda per lo sviluppo di Doha, il più bilanciato quadro negoziale della storia del commercio internazionale) al fine di ottimizzare gli effetti del libero commercio su scala globale, gli scarsi progressi ottenuti nei due anni di negoziati e la conseguente/contemporanea radicalizzazione del WSF fanno sì che ora si parli solo di abolizione dell’OMC, nuovo ordine economico internazionale, abolizione dei brevetti, drastica riduzione degli scambi, ritorno all’economia locale.

    Nei dibattiti in materia al Foro non una sola voce discordante, non un solo dubbio in materia. Cancún un trionfo per i movimenti civili sui poteri stabiliti, alla prossima ministeriale di Hong Kong (ottobre) bisognerà ripetere l’esperienza.
    Bloccare tutto.
    Senza se e senza ma, per favorire il ritorno a una fantomatica età dell’oro preOMс e pre-capitalistica nella quale, apparentemente (io purtroppo non c’ero ancora, ma forse altri sono sufficientemente stagionati da averla vista coi loro oсchi) la povertà, le malattie e le ingiustizie non esistevano. Solo latte e miele.

    Inutile cercare di dissentire o di portare la discussione sui dettagli dei singoli punti negoziali (che alternative?). Sono solo “tecnicismi liberali”.
    Su molti altri temi, non si riesce a uscire da contraddizioni lampanti: ad esempio agricoltura e uso delle risorse. Giustissimo rivendicare i diritti delle popolazioni, la preservazione della sovranità alimentare e mettere la museruola a comportanti abusivi delle multinazionali (OGM,
    biopirateria есс.).
    Da questo a concludere che l’agricoltura deve rimanere al di fuori della sfera commerciale il passo è un po’ ardito. Quid degli interessi di decine di paesi la cui competitività è esclusivamente agricola?
    Non sarebbe meglio definire regole più equilibrate per il commercio, per esempio riducendo drasticamente quei sussidi che proteggono artificiosamente l’agricoltura dei paesi più ricchi penalizzando i paesi più poveri? E sbrogliare la matassa della confusione tra i “falsi amici” dei
    paesi in via di sviluppo, come Bové e molti altri, che smaniano per rendere quei sussidi eterni (OMC fuori dall’agricoltura significa proprio questo: mantenere l’autonomia di pagare i sussidi per chi può farlo. Chi non può s’arrangia, alla faccia della globalizzazione alternativa).
    In questo contesto, persino voci intelligemente critiche come uno Stieglitz rіmangono drammaticamente minoritarie. Prevale il clima da stadio e le opinioni catastrofistico-massimalistiche.

    Rimango convinto che la ricchezza del movimento internazionale della società civile possa produrre molto, ma molto di più di un cieco ritorno a un passato idealizzato e teorico. Le energie sono tante, gli spunti spesso buoni. Se si riuscisse a scendere dal treno del millenarismo e cominciare a lavorare tema per tema su ciò che è possibile fare, per costruire un ponte tra l’ideale e il possibile, la società civile potrebbe dare un grande contributo alla politica, drammaticamente a corto di idee.
    Purtroppo un discorso di questo tipo pare non interessi a nessuno: i partiti d’ispirazione liberale o conservatrice non hanno mai seguito con attenzione la realtà del WSF, relegando la visione alternativa della globalizzazione a fenomeno da baraсcone (e alcuni suoi esponenti rientrano e Social Forum fanno davvero di tutto per rispondere a questa definizione); la sinistra moderata si è dapprima avvicinata, salvo scottarsi le dita in un rapporto di disamore del tutto condiviso tra le parti; la sinistra tradizionale salta invece sul cavallo in corsa, ma anziché sviluppare nuove idee cerca di riciclare le vecchie già bruciate dalla storia.

    Non c’è davvero spazio nella politica di oggi (e non parlo solo dell’Italia) per una visione costruttiva ed equilibrata della globalizzazione? Probabilmente sì, ma per svilupparla sul serio è necessario che il movimento di Porto Alegre non si faccia incantare dalle sirene del vecchio, e prenda l’iniziativa per costruire nuove proposte. Lo può fare, e i risultati potrebbero essere piacevolmente sorprendenti.

  • La riunione ministeriale Омс a Cancún: a che punto siamo con l’Agenda dello Sviluppo proposta a Doha?

    Il fallimento del lancio del cosiddetto Millennium Round a Seattle aveva segnato un momento fondamentale nella storia dell’Organizzazione mondiale del commercio (Oмс) e in fondo della stessa diplomazia multilaterale: da quel momento in poi, apparve chiaro a tutti che, a fronte delle forti opposizioni esistenti a un’estensione indiscriminata della liberalizzazione commerciale, era tramontata l’epoca in cui i grandi (USA e UE) potevano imporre l’agenda agli altri. Tali opposizioni derivavano essenzialmente dalla consapevolezza che i benefici della globalizzazione non sono equilibrati: senza meccanismi correttivi e misure ad hoc per i paesi in via di sviluppo, questi ne avrebbero tratto ben pochi vantaggi, a scapito dei loro processi di sviluppo e degli equilibri planetari. A Seattle emerse poi che tale scetticismo nei confronti della liberalizzazione senza limiti era condiviso anche da parti significative delle popolazioni del nord.

    L’Agenda per lo Sviluppo di Doha, rubricata a fine 2001, impostò in maniera molto diversa il nuovo ciclo di negoziati commerciali, accentuando gli aspetti in grado di sostenere una maggiore partecipazione al commercio e quindi una maggiore crescita ai paesi del Sud.

    La riunione ministeriale di Cancún (10-14 settembre) è chiamata a fare un bilancio a metà strada dei negoziati intrapresi a Doha, la cui conclusione è prevista per il dicembre 2004.

    A che punto siamo in tali negoziati? Prendiamo in considerazione gli aspetti principali su cui si centreranno i dibattiti in Messico.

    In primo luogo, è stato appena raggiunto, e sarà ratificato a Cancún, un importantissimo accordo relativo alla commercializzazione di farmaci necessari per la lotta contro malattie molto diffuse nei Pvs (AIDS, tubercolosi, malaria). Il raggiungimento di tale accordo è stato molto difficile, ma il tema aveva assunto una tale centralità nell’agenda che sarebbe stato impossibile evitare un fallimento totale a Cancún senza uno sbocco positivo su di esso prima della conferenza. Grazie a tale accordo, i diritti di brevetto su farmaci essenziali nel trattamento di tali malattie, detenuti nella maggior parte dei casi da aziende farmaceutiche americane ed europee, sono sospesi nei paesi in cui l’incidenza di tali malattie è pesante. Aziende locali potranno produrre a prezzo di costo per il mercato nazionale, e anche esportare i farmaci a basso costo in paesi che non dispongano di tale capacità produttiva. La confezione di tale farmaco dovrà però essere dissimile da quella originale e tali prodotti non potranno essere smerciati nei paesi sviluppati, dove le royalties continueranno a valere.

    In definitiva, un buon accordo, che permetterà l’accesso a medicine essenziali a milioni di persone per le quali esse erano proibitive.

    Un buon esempio di come un foro multilaterale come l’OMC, se ben usato, possa portare a risultati positivi per l’umanità. Siamo proprio al cuore dell’ agenda di Doha!

    Da notare che la proposta, d’origine brasiliana e sudafricana, sia stata abbracciata dall’UE sin dagli inizi, e osteggiata sino all’ultimo dall’industria farmaceutica USA, che alla fine ha dovuto cedere.

    Scorriamo brevemente gli altri punti dell’agenda:

    Agricoltura: un tema chiave. Il commercio agricolo rimane molto meno libero di quello industriale e dei servizi. L’Ue ha presentato delle proposte d’apertura dei mercati compatibili con la recente riforma della PAC (Politica agricola comune). Esse sono sostanziali, ma considerate non sufficienti dai paesi esportatori (Gruppo di Cairns) e dagli USA (a loro volta protezionisti ma seguendo un modello diverso da quello europeo). In discussione l’intero sistema dei sussidi agli agricoltori, soprattutto i sussidi all’esportazione, che dovrebbero sparire alla fine di questo negoziato ma su cui l’Ue è restia a prendere impegni precisi. Il dibattito a Cancún sarà molto vivo soprattutto su questo.

    Prodotti industriali: sul tavolo la discussione sulle formule da usare per l’ulteriore riduzione dei dazi industriali, nonché la proposta di liberalizzare completamente il commercio in 7 settori-chiave per i Pvs (tessile, elettronica, gioielleria, cuoio e derivati…).

    Servizi: non saranno un punto centrale a Cancún, ma si farà un resoconto delle diverse offerte presentate dagli stati membri.L’UE l’ha già fatto e ha offerto unu’apertura di certi settori (soprattutto alte tecnologie) a professionisti dal resto del mondo, ma non, come alcuni prevedevano, nei settori della sanità e dell’educazione.


    Indicazioni geografiche: l’UE, sostenuta da altri, richiede l’estensione della protezione delle denominazioni d’origine al di là degli alcoolici, l’unico settore nel quale essa esista. Sono contro gli esportatori agricoli, tra cui gli USA, che producono prodotti contraffatti. Scarse le possibilità d’accordo a Cancún.

    Nuovi temi: sono i cosiddetti temi di Singapore. Si tratta di quattro settori attualmente non coperti da regole dell’Oмс ma fortemente legati al commercio (investimenti, concorrenza, facilitazione commerciale, trasparenza degli appalti pubblici). I paesi sviluppati gradirebbero l’apertura di negoziati tesi alla definizione di un quadro di regole minime multilaterali. Un certo numero di paesi in via di sviluppo teme l’estensione delle competenze OMC e l’ulteriore riduzione del loro spazio di manovra.


    Difficile prevedere l’esito delle discussioni a Cancún, probabilmente legato a progressi in altre parti dell’agenda (in primis sull’agricoltura)

    Trattamento speciale e differenziato: si tratta della definizione di un pacchetto di regole specifiche a favore dei paesi in via di sviluppo, per aiutarli a inserirsi maggiormente nei circuiti del commercio internazionale, e a partecipare più attivamente all’OMc e al suo sistema di soluzione delle controversie.

    Altri saranno gli argomenti all’ordine del giorno, ma quelli elencati sono i principali.

    Cancún non conclude il ciclo negoziale, ma è fondamentale che si facciano dei passi avanti nella direzione indicata a Doha. I negoziati commerciali hanno il pregio di poter offrire soluzioni favorevoli a tutti (win-win), ma per questo è necessario negoziare con realismo e talvolta, generosità. Sinora, l’UE ha fatto prova di entrambi, ma ancora molto resta da fare, specie sul tema sensibile dei sussidi agricoli.

    Dopo Cancún commenteremo i risultati della conferenza: non è chiaro se i negoziati termineranno davvero nel 2004, ma quello che è certo è che l’OMс è un foro di straordinaria rilevanza, da seguire con attenzione. E quando lo si fa, si scopre che la realtà è molto più ricca e complessa di quanto i fanatici di entrambi i bandi affermino.

  • La vittoria di Lula in Brasile

    La vittoria di Lula in Brasile

    L’elezione di Ignacio Lula da Silva (Lula per tutti i brasiliani) alla presidenza della Repubblica rappresenta un passaggio storico di grande significato per il Brasile: per la prima volta nella storia della Repubblica, accede alla massima carica istituzionale un politico che non proviene dalle élite economiche o intellettuali. Se il suo predecessore Fernando Enrique Cardoso aveva effettuato un percorso che l’aveva portato da posizioni di sinistra radicale alla socialdemocrazia, Lula, operaio metalmeccanico e sindacalista, è invece un genuino rappresentante della sinistra storica.

    In realtà Cardoso è stato a più riprese aсcusato dalla sinistra del PT, il partito di Lula, di essere un socialdemocratico solo di nome, e di avere invece perseguito nei suoi due mandati (1994-2002) un programma politico liberale, dettato dal Fondo Monetario Internazionale.

    Come si colloca Lula rispetto all’eredità riformista lasciatagli da Cardoso? Sono motivati i timori espressi da più parti (ma soprattutto fuori dal Brasile) su una possibilità di marcia indietro rispetto a tale periodo, verso un maggior protezionismo commerciale, un ritorno all’interventismo economico e una messa in discussione delle riforme strutturali? O addirittura verso una nuova stagione del “comunismo” in America latina, come paventano alcuni?

    Chi scrive ha appena lasciato il Brasile dopo quattro anni passati a seguire da vicino le vicende politiche ed economiche di quel Paese: come molti altri, avevamo previsto, nel corso di questo periodo, che il quarto tentativo presidenziale di Lula si sarebbe trasformato nel suo quarto onorevole secondo posto. Che la sinistra avrebbe dovuto invece puntare su un altro leader, più moderato e “moderno”, per avere delle reali possibilità di vittoria. Che i “poteri forti” non avrebbero mai permesso a un ex operaio di divenire presidente della Repubblica. Lula sembrava un onesto e rispettabile uomo politico destinato a “morrer na praia“, come si dice popolarmente in Brasile.

    L’evolversi degli avvenimenti nel corso dell’ultimo anno ci ha invece smentiti (venendo a dimostrare una volta di più che non sono gli analisti politici quelli che determinano le sorti del mondo…)

    Lula, che era stato sfidato dalla contro-candidatura di Eduardo Suplicy, si è via via stabilizzato su quote di consenso ben al di sopra di tutti gli altri candidati nel corso dei dodici mesi che hanno preceduto l’elezione, e questa tendenza non si è invertita in nessun momento fino al voto. La differenza nei sondaggi tra Lula e il primo dei suoi concorrenti non è mai stata inferiore ai 15 punti percentuali, anche dopo l’annuncio della candidatura del candidato governativo, appoggiato dal presidente uscente Cardoso, il ministro della Sanità José Serra. La governatrice del Maranhão Roseana Sarney, l’ex ministro delle Finanze Ciro Gomes, il governatore di Rio de Janeiro Anthony Garotinho si sono alternati al secondo posto, ma sempre molto lontani dall’inarrivabile Lula.

    Il Brasile si è quindi abituato poco a poco all’idea di Lula presidente, e l’ha eletto con una maggioranza più che confortevole a ottobre: se al primo turno era mancato un nonnulla perché Lula risultasse eletto (pur avendo ottenuto un numero maggiore di voti rispetto a F.H. Cardoso quattro anni prima), la distanza di venti milioni di voti tra lui e Serra si sarebbe dimostrata incolmabile tre settimane dopo. Lula ha ottenuto quindi il miglior risultato elettorale della storia della “república nova“, ricevendo piú di 52 milioni di voti al secondo turno (62,48 per cento), a fronte dei 33 milioni di voti (37,52 per cento) andati a José Serra.

    Il PT (Partido dos Trabalhadores) ha effettuato, sotto la guida di Lula e del presidente del partito, José Dirceu, un notevole cammino verso il centro e la socialdemocrazia nel corso degli ultimi anni. Un segno chiaro di questa svolta era stato dato dalle elezioni comunali del 2000, che avevano portato al governo di molte cittá brasiliane dei candidati della fazione moderata del partito (il cosiddetto РT “light”, pronunciato “laici” secondo la fonetica brasiliana). Marta Suplicy sindaco di Sâo Paulo, Olivio Dutra governatore del Rio Grande do Sul, culla del Foro di Porto Alegre, e altri si sono imposti come il volto rispettabile e competente di una nuova guida finalmente pronta e matura per prendere le redini del Paese.

    Il programma elaborato dal PT per la quarta candidatura di Lula prende le distanze dalle posizioni più tradizionali della sinistra brasiliana, impegnandosi a difendere le riforme dell’economia e dell’amministrazione intraprese negli anni novanta, ma completandole con un’enfasi maggiore sugli aspetti sociali.

    Questa nuova immagine si è innestata su un sentimento di stanchezza nei confronti delle politiche riformiste del governo Cardoso, apprezzate, questo sì, anche se questi vive in fondo una situazione simile a quella di Gorbaciov, apprezzatissimo all’estero e sottovalutato in casa: la storia dirà senz’altro che F.H. Cardoso è stato il presidente della svolta definitiva del Brasile verso la modernità, ma il Paеse ha dimostrato di essere stanco di macroeconomia, riforme strutturali e piani del FMI. L’elezione di Lula non viene a rinnegare il cammino intrapreso da Cardoso, ma piuttosto ad aprire delle nuove prospettive, dando una maggiore centralità alle dimensioni dello sviluppo e della distribuzione del benessere rispetto all’ortodossia finanziaria.

    Questo sentimento era così prevalente nel Brasile di questi anni che tutti i candidati, compreso il governista J. Serra, proponevano ricette fondate su una prospettiva di cambio nella continuità. Nessuno difendeva apertamente l’eredità di Cardoso, perché non redditizio in termini elettorali. Di fatto, un’eventuale presidenza Serra non sarebbe stata meno di rottura rispetto alla futura presidenza Lula.

    Questo è senz’altro ingiusto nei confronti di Cardoso, il cui bilancio è certamente molto positivo, ma i tempi della storia e della politica non sempre coincidono… Ma di che margini di manovra potrà disporre Lula per mutare l’accento della politica brasiliana? Purtroppo non molti.
    All’inizio del 2002 gli indizi erano chiari: il mondo imprenditoriale brasiliano dimostrava di accettare la prospettiva di una presidenza Lula, vista come un anatema fino al 1998. La crisi argentina toccava solo in parte il Brasile, i cui fondamenti economici erano (e rimangono) buoni, nonostante una notevole fragilità finanziatia legata al forte indebitamento estero.

    Ma dalla primavera in poi il consolidamento di Lula al primo posto dei sondaggi e la confusione fatta dai mercati tra la catastrofica situazione argentina e la ben più sana situazione brasiliana scatenava una spirale speculativa che portava la quotazione del real su parità del tutto artificiali rispetto al dollaro, aggravando gravemente in maniera esogena e ingiustificata il contesto economico brasiliano.

    Da più parti si è incominciato ad agitare ad arte lo spauracchio Lula per creare un’artificiale crisi brasiliana, che non ha sostanziali ragioni di esistere: l’economia brasiliana è forte e competitiva, le riforme sono senza ritorno, il Brasile non è l’Argentina.

    Poche voci attendibili l’hanno scritto e urlato, ma nella confusione generalizzata le grida lanciate da incompetenti o malinformati (a volte assai altolocati, anche se non vogliamo fare nomi) tendono a prevalere.

    Bene ha fatto il FMI a venire in soccorso del Brasile nel momento più acuto della crisi (luglio 2002), al tempo in cui negava un simile aiuto a un’Argentina allo sbando.

    Ma il prolungamento dell’accordo con il FMI, concesso una volta ottenute garanzie scritte sulla continuità delle riforme dai quattro candidati compreso Lula non è stato sufficiente per calmare i mercati, atterriti oltre ragione dalla prospettiva Lula.

    Come cinicamente ma acutamente disse Soros qualche mese fa: “il Brasile non può eleggere il proprio presidente, sono i mercati che lo fanno”. Il Brasile ha deciso di non fargli caso, i mercati lasceranno governare Lula? Non è affatto chiaro, nuove ondate speculative contro la moneta brasiliana possono portare l’esposizione esterna del Paese su livelli insostenibili (e ingiustificabili), in un contesto di sovranità limitata non dalla forza dei carri armati ma da quella della speculazione finanziaria.

    In questo senso, saranno cruciali i mesi di transizione tra l’attuale presidenza Cardoso, che durerà sino al 31 dicembre, e l’inizio della presidenza Lula. Nonostante il diverso colore politico, il processo si sta svolgendo in forma ordinata, e un’agenda comune è stata accordata per i prossimi mesi, estesa anche al lavoro delle Camere. Il messaggio al mondo è chiaro: il Brasile non è immerso in un cataclisma, ma alle prese come un cambio politico significativo ma realista che preserverà molti degli acquis del governo Cardoso.

    Di fatto, le tre principali riforme lasciate aperte da Cardoso (fiscale, previdenziale e del mercato del lavoro) saranno probabilmente portate avanti con maggiore facilità da un governo dichiaratamente di sinistra che da una coalizione dalle mille anime come quella che sosteneva Cardoso. E i contenuti delle proposte del PT sono molto ma molto simili a quelli che erano del precedente governo (e che il PT osteggiava…).

    Sul versante della politica estera, l’uscita di scena di Cardoso fa perdere al Brasile il peso oggettivo della sua figura carismatica. Ma non sono affatto da prevedersi mutamenti spettacolari negli scenari della politica estera brasiliana, sempre guidata con maestria da un competentissimo Ministero degli Esteri (Itamaraty): il Brasile farà il possibile per rinvigorire uno smorto Mercosur, negoziare accordi commerciali equilibrati in ambito OMC, con i vicini nel continente americano (FTAA O ALCA) e con l’Unione europea. Cercherà di consolidare la leadership subcontinentale in ambito latinoamericano resasi evidente negli ultimi anni (e così sgradita a Washington) e i legami con gli altri Paesi emergenti (Cina, India, Sudafrica), nell’ambito di un mondo il meno possibile unipolare.

    In questo senso, i rapporti tra Washington e Brasilia, già piuttosto freddi, non potranno migliorare granché. Negli ultimi anni la diplomazia brasiliana ha assunto un ruolo sempre più attivo nel controbilanciare (nei limiti del possibile) lo strapotere politico ed economico americano sul continente. Le crisi colombiane e peruviane, ma soprattutto i disaccordi in materia di modalità per la creazione di un’Area di Libero Scambio delle Americhe (FTAA O ALCA) hanno messo in luce l’importanza per l’ America latina, di un’autonomia decisionale del Brasile. L’amministrazione statunitense, poco amica delle analisi raffinate e più incline a far risuonare la voce del padrone, non ha affatto gradito, e le stupefacenti sortite del segretario del Tesoro Paul O’Neil e di altri nei giorni della crisi finanziaria brasiliana di quest’estate l’hanno dimostrato.

    Ebbene, il dialogo tra l’amministrazione repubblicana di Bush e quella di Lula non sarà certo più facile.

    Da qui a cadere nelle isterie di certe analisi americane, pubblicate anche su riviste e giornali che dovrebbero mantenere un po’ più di equilibrio, che farneticano di un potenziale “asse del male” tra соmunisti composto da Lula, Chávez e Саstro (!!!), ce ne corre. Queste sono semplici stupidaggini.

    In questo quadro, l’Unione europea ha tutto l’interesse a rafforzare le relazioni con un Paese (e una regione, il Mercosur) del quale è il primo partner commerciale e nel quale le imprese europee sono le prime investitrici. I progressi, lenti ma sicuri, del negoziato bilaterale UE-Mercosur contrastano con lo stallo dei negoziati ALCA.

    Ma per consolidare il ruolo-dell’Europa nella regione, e venire a controbilanciare in maniera sempre più efficace il peso degli Stati Uniti che sono i nostri concorrenti in quello scenario, è necessario adottare scelte coraggiose: per pretendere dai partner concessioni commerciali, sarà necessario aprire i nostri mercati anche in settori che tendiamo a proteggere per ragioni politiche. Questa è la chiave di tali negoziati.

    In Brasile l’elezione di Lula ha dato luogo a uno scoppio di euforia e di gioia, così tipica del carattere brasiliano. Indipendentemente dalle idee politiche che tutti noi possiamo avere, si tratta di un momento storico e importante per tutta l’America Latina. È interesse di tutti che Lula non fallisca, e il suo compito non sarà facile.

  • La crisi argentina

    La crisi argentina

    La situazione di acuta crisi che sta vivendo l’Argentina evolve di giorno in giorno: nel momento in cui scriviamo (1 aprile 2002) non possiamo essere per nulla sicuri di quale sarà la situazione istituzionale ed economica del Paese al momento dell’uscita della rivista. L’evoluzione degli avvenimenti da dicembre a oggi è stata talmente rapida, e i punti interrogativi tanti e di tale complessità che sarebbe illusorio pensare di poter valutare la situazione attuale come definitiva o stabilizzata. Sembrano passati secoli, ed è invece passato solo un anno, da quando Domingo Cavallo tornò alle redini dell’economia argentina come super ministro dotato di poteri eccezionali (aprile 2001).

    Un anno più tardi, non solo Cavallo ha fallito completamente nella sua missione, ma il presidente De la Rúa, che aveva puntato alla disperata su di lui come ultima carta per salvare la propria Presidenza ha dovuto dimettersi. In assenza di un vicepresidente (Chacho Alvárez, vicepresidente di De la Rúa, si era dimesso qualche mese prima senza essere sostituito),e di fronte all’evaporazione politica dell’alleanza di Governo tra radicali e Frepaso, tra l’altro divenuta minoritaria dopo le elezioni legislative dell’autunno, il Congresso a maggioranza peronista ha eletto un presidente, Adolfo Rodríguez Sáa, per reggere la Presidenza ad interim fino al 3 marzo 2002, giorno nel quale si sarebbero dovute svolgere nuove elezioni con una formula assai originale, che avrebbe permesso a ogni partito di presentare diverse candidature.

    A Rodríguez Sáa, che assunse il potere senza dare l’impressione di essersi reso conto della gravità della situazione del Paese, lanciandosi in annunci populisti e insensati, è però venuto a mancare l’appoggio dei pezzi grossi del peronismo, poco disposti a condividere con il neo presidente i costi di una gestione pressoché disperata e di bruciarsi in vista delle elezioni di marzo. Rodríguez Sáa si dimette dalla carica dopo una settimana. Il 1° gennaio, il Congresso elegge a sua volta Eduardo Duhalde, il candidato peronista sconfitto nelle elezioni del 1999, che assume la Presidenza sino alla fine del mandato non completato da De la Rúa (fine 2003). Dopo l’insuccesso di Rodríguez Sáa e tenendo conto dei disordini in piazza (30 morti nei giorni della caduta di De la Rúa, frequenti assalti a istituzioni e supermercati, sdegno della popolazione espresso mediante manifestazioni pacifiche ad altissima partecipazione (i cacerolazos), la maggioranza politica considera che non esistano le condizioni per una competizione elettorale. Due mesi dopo, la presidenza Duhalde è a sua volta alle prese con serissimi problemi, e solo la mancanza di alternative fattibili sembra tenere in piedi un Governo debolissimo. Ma non è per niente sicuro che Duhalde ce la possa fare. La crisi è totale: politica, economica, sociale. La convertibilità peso/dollaro, pezza chiave della politica economica argentina nell’ultimo decennio, è saltata, così come il tentativo del governo Duhalde di mantenere sotto controllo la quotazione del peso all’interno di una fascia tra 1 e 1,4 peso per dollaro.

    Oggi il Paese è sul bordo dell’anarchia, l’economia è praticamente paralizzata, il peso è in caduta libera (la settimana scorsa ha raggiunto anche i 4 peso per dollaro, per poi ritornare su valori inferiori ai 3 peso, lontanissimo comunque dalla parità artificiale che aveva imperato per dieci anni), l’inflazione è fuori controllo (i prezzi sono già aumentati del 50 per cento negli ultimi tre mesi, si teme un ritorno dell’inflazione a tre cifre, un pericolo che sembrava ormai scongiurato dopo un decennio “virtuoso”), le previsioni sulla crescita economica per il 2002 catastrofiche.

    Il tutto condito da un’assoluta indeterminazione delle scelte strategiche sul futuro (il bilancio statale 2002 è stato арprovato in base a delle previsioni ottimisticamente irreali che lo rendono in pratica carta straccia), dall’assenza di credibilità politica sia nelle file della maggioranza peronista, divisa al suo interno sul cammino da intraprendere, sia in quelle di un’opposizione assente e tagliata fuori da tutte le scelte dopo il fallimento della Presidenza De la Rúa, dalla mancanza di credibilità di tutti i poteri dello Stato (all’inefficacia dell’esecutivo e del legislativo corrisponde, infatti, l’immagine al di sotto di ogni sospetto di un giudiziario molto caratterizzato politicamente, e quindi invischiato nella crisi generalizzata del Paese), dalla disperazione di milioni di argentini alle prese con problemi di sussistenza cui non erano abituati, e i cui risparmi vanno in fumo.

    Difficile immaginare una situazione più grigia di quella che l’Argentina di oggi sta affrontando, aggravata anche dall’improvvisa indifferenza degli organismi finanziari internazionali, che, condizionati anche da un atteggiamento di notevole chiusura dell’Amministrazione Bush, sembrano assai poco disposti a venire in soccorso di Buenos Aires con misure concrete.

    L’Argentina di oggi, ex allieva modello delle istituzioni di Bretton Woods, è drammaticamente in balia di se stessa, e non sembra in grado di poter vincere la sua sfida.
    Tenendo conto di tali premesse, e dell’alto grado d’incertezza attuale, penso valga la pena fare qualche riflessione di carattere più generale sugli insegnamenti della crisi argentina piuttosto che entrare nei dettagli d’una situazione tutt’altro che definita.
    La prima questione da porsi è la seguente: se l’Argentina è stata per anni additata come l’esempio da seguire in termini di liberalizzazione dell’economia, privatizzazioni, risanamento dei conti pubblici, sistema monetario, com’è possibile che in pochi mesi lo scenario si sia deteriorato così drammaticamente?
    È tutta colpa loro, come un po’ ipocritamente il segretario americano al Tesoro Paul O’Neill afferma a ogni piè sospinto, o c’è qualcosa che non va nel sistema finanziario internazionale?
    E ancora: la situazione dell’Argentina di oggi è il risultato d’una politica economica sbagliata dell’ultimo governo, o affonda le sue radici in contraddizioni di più lungo periodo? I problemi argentini sono strutturali o congiunturali?

    A mio modo di vedere, la crisi di oggi è il risultato, a un tempo, dell’ostinazione nel mantenere in vita un modello economico che aveva già esaurito il suo compito, e della mancanza di decisione delle autorità argentine nell’intraprendere delle riforme a fondo del sistema competitivo del Paese quando lo scudo protettore del sistema di currency-board lo permetteva.
    Più indietro nel tempo, la crisi argentina di oggi è il frutto di una serie di scelte, o per meglio dire di non-scelte, effettuate dai successivi Governi argentini nell’ultimo secolo, o più precisamente dal 1880 a oggi. La nostra tesi è che coincidono nel manifestarsi della crisi argentina fattori di corto periodo (uscita tardiva dal modello di currency-board, insufficienze
    nel processo di modernizzazione dell’economia) con fattori strutturali che vengono limitando le potenzialità argentine già da molto tempo.

    Dal 1880 al 1930, l’economia argentina fondò la sua crescita su un modello agro-esportatore, pienamente inserito nello schema commerciale internazionale britannico. L’Argentina esportava prodotti agricoli e importava prodotti industriali dall’Europa, essenzialmente dalla Gran Bretagna. Tale commercio permise al Paese il raggiungimento di redditi pro capite non distanti da quelli prevalenti in Europa all’epoca, e una rispettabile partecipazione nel commercio mondiale del 3 per cento.

    La crisi patita dall’Argentina a partire dalla prima guerra mondiale e dall’indebolimento del sistema commerciale britannico mise in evidenza l’eccessiva dipendenza del Paese dal commercio internazionale. Da questa constatazione prende l’avvio una seconda fase della
    storia economica argentina, che va dal 1930 al 1975. Il nuovo modello economico era basato sulla sostituzione delle importazioni, mediante un processo d’industrializzazione a forte connotazione di capitali pubblici (era d’altronde il modello prevalente all’epoca in tutti i
    paesi d’industrializzazione tardiva).
    I risultati furono apprezzabili, sia in termini industriali che infrastrutturali. Durante il periodo peronista, un grandissimo sforzo in termini d’aumento del potere d’acquisto delle classi lavoratrici e ambiziose politiche in materia sanitaria, educativa e sociale portarono a una significativa crescita della qualità della vita di tali classi, su cui Perón aveva fondato
    il suo consenso. Le Presidenze Perón, e soprattutto la prima (1946-1951), trionfale, crearono l’illusione di una potenza argentina con ambizioni mondiali.
    Ma quello fu un miraggio, che era più frutto di una particolare situazione congiunturale, dovuta agli effetti della seconda guerra mondiale e all’impoverimento relativo delle principali potenze industriali mondiali, che il risultato di un’effettiva solidità del sistema produttivo argentino. La bilancia commerciale industriale argentina sarà infatti in permanente disavanzo per tutto questo реriodo, e l’Argentina non riuscirà in alcun momento a proporsi come potenza industriale innovativa.

    A partire dal 1976, la dittatura militare impone al Paese un modello neoliberale ortodosso. Il fulcro dell’economia passa dal settore industriale a quello finanziario, le finanze pubbliche vanno fuori controllo. Il ritorno alla democrazia avverrà in un contesto di tale catastrofe
    economica da provocare le dimissioni del pur carismatico e popolare presidente radicale Raúl Alfonsín (in Argentina si scherza amaramente sulla pericolosa propensione dei presidenti radicali a non terminare i loro mandati elettivi).
    I due mandati Menem (1989-2000) furono improntati all’idea della liberalizzazione: deregulation, privatizzazioni, apertura commerciale, liberalizzazione dei mercati del lavoro e dei servizi, integrazione economica regionale nel quadro del Mercosur. Un’autentica rivoluzione per l’Argentina, il cui caposaldo diviene il sistema di currency-board (parità 1-1 tra il peso e il dollaro). Tale misura, radicale quanto efficace, ebbe per merito quello di strangolare l’inflazione, che aveva avuto effetti destabilizzanti negli anni ottanta.

    In realtà, possiamo affermare che un sistema di questo tipo è sostenibile nel corto-medio periodo. Ma, a differenza del Brasile, che una volta sconfitta l’inflazione mediante il piano REAL, abbandonò dopo quattro anni la parità quasi fissa col dollaro (modello di svalutazione controllata a un tasso del 7,5 per cento annuale), in Argentina la parità fissa peso-dollaro era divenuta un tale orgoglio nazionale che nessuno osava metterne in dubbio i meriti. Farlo significava l’ostracismo politico, dato che nel frattempo le classi medie si erano indebitate in dollari, confidando nell’affidabilità a lungo periodo del sistema. Tali meriti erano esistiti, questo è indubbio, ma col passare del tempo, specie dopo la crisi finanziaria brasiliana e l’abbandono
    da parte del vicino del modello monetario sopra descritto, l’economia argentina si vedeva sempre più soffocata da una camicia di forza che annientava la competitività dei prodotti argentini e aumentava spettacolarmente il costo della vita.

    Se a questo aggiungiamo uno spettacolare aumento dell’indebitamento estero, quintuplicatosi dal 1975 al 2000, ma aumentato soprattutto nel decennio Menem, possiamo concludere che la liberalizzazione “selvaggia” dell’economia e della società argentine, pur avendo degli effetti sicuramente benefici, era comunque fondata su basi fragili.

    Ma il problema non era solo monetario: certo, era illusorio pensare di rendere permanente la parità fissa con il dollaro cementandola solo su basi finanziarie. Le riserve in dollari detenute dall’Argentina erano infatti tali da far pensare ai responsabili politici che la situazione finanziaria argentina fosse inattaccabile.

    Dal punto di vista strettamente tecnico sì, dato che le riserve in dollari erano equivalenti alla massa monetaria in peso, cioè la parità fissa era fisicamente garantita. Ma è stata l’asfissia dell’economia produttiva che ha portato alla crisi. Come pensare che un’economia come quella argentina, basata oggi come un secolo fa sull’esportazione di materie prime (oggi grano, soia, carni e petrolio), possa dar luogo a una parità monetaria permanente nei confronti di un’economia come quella americana, quaranta volte superiore in termini di volume e protagonista, nel corso degli anni novanta, di una straordinaria crescita della produttività basata sulle nuove tecnologie?

    Il miraggio della dollarizzazione può servire in un Paese come Panama, talmente piccolo da non avere nessuna pretesa né peso nel commercio internazionale. Per un Paese intermedio come l’Argentina rinunciare ad avere una moneta nazionale per adottare permanentemente una moneta forte è uno scenario ipoоtizzabile solo per un certo periodo, nel quale l’esistenza di un’ancora cambiale può essere utile per stabilizzare l’economia. Ma tale scelta non è sostenibile nel lungo periodo, specie nel contesto di una globalizzazione finanziaria che rende
    carissime le risorse disponibili per i paеsi emergenti.

    L’errore di Cavallo e dei suoi non è stato quello di puntare sul currency-board, ma piuttosto d’insistere su tale modello quando esso aveva ormai fatto il suo tempo. In economia esistono molti modelli teorici che hanno una loro validità pratica. Ma nessuno di loro sarà valido in tutte le circostanze: l’economista che pretenda d’avere identificato il modello onnicomprensivo, adatto a tutte le situazioni, mente o semplicemente si sbaglia. De la Rúa, incapace di far fronte alla sfida d’un’economia improduttiva e per di più ingessata, richiama Cavallo illudendosi delle doti taumaturgiche di costui. America Gli sono concessi poteri pressoché assoluti per portare avanti tutte le riforme necessarie per ridare fiato al modello-Paese.

    Di che cosa si trattava? La vera grande manchevolezza degli anni Menem non fu l’errore nel regime monetario, che errore non fu se non per eccesso d’insistenza. Non fu neanche l’attenzione limitata al sociale, che fu una conseguenza, non una causa. Non fu l’eccesso di corruzione, che pure esistette. Ma lo scarso rigore del processo di liberalizzazione.

    Le privatizzazioni argentine, effettuate a passo di carica negli anni novanta, sono il frutto di una visione limitata e parziale del concetto di privatizzazione. In quegli anni prevaleva l’idea, di stampo thatcheriano-reaganiano, che il pubblico era il male e il privato il bene. Per definizione e senza equivoci. Privatizzare era un bene in sé. Quest’approccio alla questione prevalse un po’ in tutto il mondo e oggi, dopo dieci anni di funzionamento di quel tipo d’operazioni, sappiamo che una privatizzazione non va valutata in termini ideologici, ma deve dare risultati in termini di maggior efficienza del mercato e maggior scelta e qualità per il consumatore.

    Negli anni ottanta, e in Argentina nei primi anni novanta, si privatizzò senza tener conto di che nuovo mercato si stesse costruendo. Si vendeva al miglior offerente, senza pensare a definire un nuovo quadro di regole, a effettivo beneficio dell’economia nel suo complesso. La logica era di cassa, e tremendamente ideologizzata. Nel mondo intero, le privatizzazioni ben concepite e ben attuate hanno portato a un miglior funzionamento del mercato, composto da operatori in maggioranza privati, ma non necessariamente, operanti all’interno di un sistema di regole eque.

    Le privatizzazioni fatte astraendo da questo quadro hanno dato risultati pessimi, e questo è stato specialmente vero in settori come i trasporti o l’energia, che hanno dato problemi un po’ ovunque.
    Negli anni di Menem in Argentina si privatizzò tutto così: in alcuni settori (telecomunicazioni su tutto) le cose sono migliorate spettacolarmente, in molti altri il nuovo contesto economico non ha fornito quegli stimoli virtuosi alla concorrenza che sono il principale risultato positivo d’una privatizzazione.
    Nel corso degli anni novanta l’Argentina ha perso un’occasione d’oro per riscrivere una volta per tutte le regole del funzionamento della propria economia, per definire finalmente un modello economico competitivo e sostenibile. Dopo l’esaurimento del modello agro-esportatore e quello dello Stato-imprenditore, era necessaria una sferzata liberale. Ma essa avrebbe dovuto essere guidata con spirito strategico, sforzandosi di modernizzare davvero l’economia argentina, non semplicemente di farla cambiare di mano. L’approccio puramente finanziario seguito da Menem e Cavallo (che poi ruppero tra loro ma per questioni d’ambizione politica personale) venne buono negli anni in cui il nemico da battere era l’inflazione. Ma questa è come la febbre, è un sintomo di un malessere, non ci si può illudere che una volta messi sotto controllo i prezzi l’economia possa funzionare da sola senz’altri interventi.
    L’Argentina è stata incapace di fondare un modello economico che vada al di là dell’esportazione delle materie prime: nell’anno 2002, il commercio estero argentino dipende dall’esportazione di carne (e ciò nonostante non si riesce a mantenere sotto controllo la febbre aftosa), di grano, di petrolio. È concepibile per un Paese che si vuole moderno e di primo mondo una struttura produttiva con queste caratteristiche? Difficile poter sostenere quest’argomento.
    Negli anni dell’apertura l’Argentina avrebbe dovuto perseguire con ben maggiore decisione la via delle riforme economiche strutturali del proprio sistema produttivo, approfittando della stabilità garantita dal modello monetario e della buona accettazione presso gli organismi
    finanziari internazionali, che avrebbe permesso di finanziare ambiziosi piani di sviluppo.

    Invece le istituzioni e gli imprenditori argentini si sono cullati nelle dolcezze della congiuntura, buttando a mare un’opportunità storica di modernizzare il Paеse. Quando si ripresenterà tale occasione? Di certo non a breve termine, oggi l’Argentina è divenuto un paria internazionale (sull’atteggiamento degli organismi finanziari internazionali ritorneremo).

    Non per nulla il ministro Cavallo, cosciente di queste manchevolezze, chiamò il suo progetto di riforma, portato avanti da aprile a dicembre 2001, piano di “competitività”. Quello era l’obiettivo da perseguire, anche se ormai era tardi. Tardi perché, per motivi politici, Cavallo non poteva abbandonare il suo modello monetario. Non potendolo rinnegare, si dedicò a due obiettivi: allungare la scadenza media del debito argentino, allontanando il momento del soffocamento, e cercare di flessibilizzare il sistema monetario mediante l’ancoraggio sia all’euro che al dollaro, che supponeva una svalutazione di fatto, ancorché parziale, del peso.

    Sul piano internazionale, Cavallo cerca di creare una nuova fiducia internazionale nei confronti del Paese, riversando tutte le colpe della situazione argentina sulla… slealtà del Brasile. Se è vero che a seguito del cambio di regime monetario in Brasile (gennaio 1999) la competitività commerciale argentina all’interno del Mercosur si era considerevolmente ridotta, è anche vero che non era sostenibile per l’Argentina una situazione nella quale la bilancia commerciale era deficitaria nei confronti di tutti i paesi del mondo salvo i soci del Mercosur. Il problema era di fondo: il Brasile seppe veuеre a tempo i limiti della rigidità mone aria, l’Argentina no. Il Brasile ha saputo approfittare della stabilità economica per portare avanti ambiziose riforme strutturali, su cui cementare la propria crescita. Tali riforme hanno bisogno di un’impostazione politica chiara e ferma, ottenuta da Cardoso in Brasile. Questo spiega perché i piani conclusi dal Brasile con l’FMI dopo la crisi finanziaria del 1999 siano riusciti, mentre dieci piani FMI-Argentina siano falliti nell’ultimo biennio.
    Non è solo una questione economica, ma politica: il sistema politico argentino, tanto dal lato radicale che da quello peronista, tanto a livello centrale come periferico, ha fallito nel disegnare i profili di un nuovo Paese.

    Le misure palliative di Cavallo si dimostrarono quindi insufficienti: quando il peggioramento della congiuntura economica internazionale dopo l’11 settembre rende insostenibile la situazione economica argentina (dal 1999 in crescita negativa) la misura per Cavallo è colma.
    L’introduzione del corralito (che fissa a 1000 dollari statunitensi mensili il tetto massimo di fondi ritirabili dal proprio conto bancario), unito al taglio del 13 per cento di stipendi pubblici e pensioni, crea una situazione insostenibile. La piazza non sopporta più Cavallo, il nuovo miracolo non avviene.

    La caduta di Cavallo comporta anche quella di De la Rúa, un presidente onesto ma inerme e inspiegabilmente assente dalla scena. “Frenando de la Dulа”, come lo si è soprannominato in Argentina, dubiterà persino al momento celle dimissioni, per sparire poi completamente dalla scena una volta ceduto il potere all’opposizione.

    Come detto, Adolfo Rodriguez Sáa, governatore peronista della provincia di San Luís, viene eletto presidente provvisorio dall’Assemblea legislativa. Nessuno dei grandi nomi del peronismo (Ruckauf, De la Sota, Duhalde, Reutemann) vuole occupare quel posto per due mesi, loro puntano alle elezioni di marzo.

    Ma il vertice peronista non sembra rendersi conto della gravità della situazione: Rodriguez Sáa dichiara la moratoria sul debito pubblico, e lo fa con un’aria trionfalistica, come se si trattasse di una vittoria per il Paese. Volendo difendere a tutti i costi la parità peso-dollaro, viene annunciata l’emissione d’una nuova moneta, denominata argentino. L’idea è un po’ balzana (e difatti non funzionerà): si mantiene la parità peso-dollaro, ma vista la scarsa liquidità presente nell’economia (bloccata dal corralito, misura tesa a proteggere il sistema bancario dalla bancarotta), si crea una nuova moneta che dovrebbe sostituire tutti i titoli con valori di moneta emessi dalle province (i cosiddetti patacones nel caso di Buenos Aires, ma che altrove avevano nomi pittoreschi come bonfles, quebrachos, bocaflores, lecops e persino evitas).

    Ecco a cosa porta l’intransigenza nella difesa di un modello insostenibile: per mantenere una parità ormai fasulla tra peso e dollaro, si riduce al minimo la quantità di circolante e, nella pratica, il Paese per funzionare ha bisogno d’inventarsi altre monete: si è arrivati a 17 (peso, dollaro, 15 tipi di patacones). L’argentino sarebbe stata la diciottesima valuta del Paese.

    Non era questa la via per risolvere lo strangolamento dell’economia argentina. I Governatori provinciali peronisti con ambizioni politiche lo sanno e non si presentano alla riunione convocata da Rodriguez Sáa per definire le nuove strategie. Rodriguez Sáa se ne va.

    Una volta eletto, Duhalde, un peronista della scuola “sociale”, intesa come oрposta alla fazione neoliberale di Menem, deve prendere atto della situazione e adottare decisioni più realiste rispetto al suo effimero predecessore.

    Il problema-chiave è quello monetario, legato anche all’impopolarissimo corralito. Siccome il nuovo Governo non può permettersi di revocare la misura che limita l’accesso alle banche, cerca di attenuarne gli effetti negativi stabilendo regole più favorevoli per i crediti fino a 100.000 dollari statunitensi e aumentando i tetti massimi previsti per la ritirata di fondi. Si pone fine alla convertibilità mediante l’introduzione di una nuova parità fissa (1,4 peso = 1 dollaro
    statunitense) per il commercio estero, е una quotazione fluttuante per tutti gli altri usi.

    In pratica, chi ha acceso dei crediti in peso/dollari sino a 100.000 dollari statunitensi, li vede “pesificati” a 1,4: sembra una fregatura, ma solo in parte, dato che nel corso degli anni i depositi peso avevano fruttato tassi d’interesse reali altissimi (attorno al 15 per cento). La perdita attuale è netta, ma ancora ragionevole. Per operazioni oltre 100.000 dollari statunitensi, il cambio è quello di mercato.

    Le grandi perdenti sono le imprese, specialmente europee, che sono entrate nel mercato argentino per offrire servizi (telefonia, energia ecc.). I loro contratti di concessione erano legati al dollaro, d’ora in poi le loro entrate saranno in peso svalutati. La situazione, specie nel settore bancario, è critica: molte banche probabilmente falliranno, generando una crisi difficile da controllare.

    Se la quotazione del peso per qualche settimana è rimasta su livelli più o meno ragionevoli, sotto i due dollari, nelle ultime settimane le incertezze derivanti soprattutto dal confuso quadro in materia di riforme e dalla mancanza di prospettive di un intervento internazionale hanno aggravato la pressione sul tasso di cambio, che ha sfiorato quota 4 dollari.

    Il Governo ha dovuto introdurre delle misure draconiane per riportare la quotazione del peso su valori più accettabili, ma la svalutazione della moneta ha già fatto ripartire l’inflazione, che probabilmente avvicinerà le tre cifre alla fine dell’anno: un salto indietro drammatico per l’Argentina, verso periodi che sembravano passati per sempre. Per quanto riguarda la crescita del PIB, le stime attuali parlano di valori attorno al -8,5 per cento nel 2002. Una situazione gravissima, se pensiamo che la crescita del PIB è già negativa dal 1999.

    L’impoverimento del Paese è drammatico: si calcola che il 40 per cento della popolazione viva in situazione di povertà, un fatto grave in un Paese abituato a ben altri livelli di benessere.

    In questo quadro complesso, la comunità internazionale chiede all’Argentina riforme credibili, in materia fiscale, monetaria, d’organizzazione dello Stato. Come già esposto in precedenza, l’Argentina ha perso molte occasioni per riformare sul serio il proprio sistema-Paese, dove convivono situazioni parassitarie, macroscopiche inefficienze, sperperi di fondi pubblici legati a favoritismi politici.

    In realtà non è un problema puramente economico, ma di vera e propria organizzazione del Paese: quando il sistema politico non offre alternative credibili, il settore privato non è efficiente ma vive spesso di favori e rendite di posizione, la giustizia è politicizzata (persino la credibilità del Tribunale Supremo, i cui membri sono notoriamente legati all’ ‘ex presidente Menem e hanno fatto di tutto per liberarlo dalle accuse che gli erano state rivolte nel caso sul traffico internazionale d’armi, è bassissima), cosa rimane?
    Solo la forza delle casseruole, che appresentano l’indignazione di una società civile beffata e derubata. Ma tale sdegno, comprensibile e condivisibile, ha poi bisogno d’essere articolato in un’azione politica positiva, e oggi nessuno in Argentina sembra in grado di raccogliere la sfida.

    È significativo come per uscire da quest’impasse d’idee e di progetti, il Governo Duhalde abbia proposto un’iniziativa di dialogo sociale tripartita: si tratta del cosiddetto “dialogo argentino”, un’istanza di dialogo con rappresentanti della politica, dell’economia e della società argentine portato avanti dal Governo, dalla Chiesa cattolica e dall’UNDP (Agenzia delle Nazioni Unite per lo Sviluppo). In altre parole, gli attori pubblici sono così screditati in Argentina che il Governo ha bisogno dell’aiuto istituzionale della Chiesa e delle Nazioni Unite per elaborаre un nuovo progetto di Paese.

    Forse l’unica lezione positiva che si può estrarre dall’attuale débâcle argentina riguarda il ruolo dell’Esercito: a fronte d’una crisi così profonda di tutta la società, l’esercito argentino non ha nemmeno pensato di scendere in campo). E dire che in passato la presenza delle forze armate nella storia politica argentina è stata molto significativa! Questo significa due cose: in chiave strettamente interna, le forze armate sono uscite triturate dall’ultima dittatura, e non costituiscono più un’alternativa credibile. In chiave latino-americana, si conferma una tesi che difendiamo da tempo su questa rivista: che l’Esercito, così presente in passato nella storia politica del subcontinente, è tornato per sempre nelle caserme, avendo esaurito il suo ruolo pоlitico. La separazione tra sfera civile e militare è ormai netta, e tocca alla società civile assumersi il compito di governare, la scappatoia militare non esiste più. Abbiamo quindi risposto ad alcune delle nostre domande iniziali: la crisi argentina non è solo congiunturale, ma strutturale, ed essa è il risultato d’una serie di fattori alcuni vicini e altri lontani nel tempo.

    Che dire dell’atteggiamento della comunità internazionale? È giusto dire che la crisi è un problema argentino che gli argentini devono risolversi da soli? Certo, gli errori di fondo che abbiamo elencato sono in gran parte interni: se nel corso degli anni la classe politica non ha saputo organizzare il Paese su basi solide ed efficienti le sue responsabilità sono evidenti.

    Ma sino a poco fa l’Argentina era il modello da seguire in materia finanziaria, era il Paese dove le riforme erano state fatte in maniera più radicale (alloro diviso con il Cile), era un mercato promettente ecc. Gli errori di cui abbiamo parlato sono invece antichi. Non sarà che le valutazioni sulla bontà dell’ultimo decennio sono state un po’ affrettate, che non era tutto oro ciò che luccicava nell’era Menem? E soprattutto, gli organismi finanziari internazionali che sino a pochi mesi prima insistevano sulle bontà del currency-board non hanno contribuito ad affondare l’Argentina? Adesso si chiamano fuori, affermando che quelle scelte erano argentine, e che il problema consiste nell’incapacità dei successivi governi di mettere in pratica i piani accordati con il FMI.

    Si richiedono riforme serie, ed è giusto, ma tanto rigore nei confronti del Paese nella congiuntura in cui esso si trova è ipocrita e ingiusto. L’Argentina deve essere aiutata, nell’interesse di tutti. Purtroppo, la nuova amministrazione americana ha ben altre priorità: in occasione della crisi brasiliana, un piano di salvataggio ben concepito, sotto la leadership USA ma con un decisivo contributo finanziario europeo, fu importantissimo per il superamento dell’impasse. Dopo un solo anno a crescita zero, il Brasile già nel 2000 tornò a crescere, stupendo un pó tutti gli analisti, e sbigottendo i ragazzini di Wall Street, quelli che decidono dei destini del mondo incollati al loro limitatissimo schermo di computer.

    Oggi l’Amministrazione Bush afferma che l’Argentina ha già bruciato in un anno 63 miliardi di dollari in aiuti senza risolvere i suoi problemi, e non merita d’essere ulteriormente aiutata. È vero, ma a chi giova il disastro argentino? Gli USA hanno perso importanti posizioni nel Mercosur negli ultimi anni. Le imprese europee sono state molto più dinamiche nell’approfittare dell’apertura di queste economie nel corso degli anni novanta. Lo stesso negoziato commerciale Eu-Mercosur è molto più avanzato rispetto all’ALCA (Area di Libero Commercio delle Americhe).

    Lo stesso Mercosur, e sul suo esempio l’America Latina nel suo complesso, ha acquisito, grazie ai successi ottenuti negli anni novanta, una densità e un peso strategico impensabili anche solo dieci anni fa.

    Forse sono malvagio nella mia visione, ma a pensare male non sempre si sbaglia: mantenere l’Argentina con l’acqua alla gola significa colpire a morte il Mercosur, un progetto d’integrazione che ha sempre infastidito gli USA, poco propensi a ritrovarsi dei partner forti in America Latina. La via d’uscita per l’Argentina potrebbe essere una dollarizzazione forzata, associata a un’apertura commerciale indiscriminata e rapidissima nel quadro di un’ALCA semplice trasposizione su scala continentale del NAFTA. Un progetto avversato dal Brasile, l’unico vero Paese in grado di fare da contrappeso (relativo) al dominio geopolitico USA nella regione. Un prolungamento della crisi argentina ferirebbe a morte il Mercosur e non potrebbe non avere conseguenze negative sul Brasile, che per il momento regge il colpo.

    E dietro l’Argentina e il Brasile, chi c’è?
    L’Europa, primo investitore e primo partner commerciale del Mercosur, molto più esposta degli USA nella regione. Ecco che in questo quadro agli USA non può fare molto dispiacere tenere l’Argentina a bagnomaria: il messaggio è, infatti, trasversale, e non è diretto solo a Buenos Aires.

    D’altro canto, un quadro di questo tipo mette anche in evidenza la necessità per l’UE di affinare le proprie strategie e le proprie modalità d’azione in crisi come queste: l’Argentina sarà pure lontana geograficamente, ma è vicinissima culturalmente ed economicamente. I paesi europei dovrebbero coordinare meglio la loro azione negli organismi finanziari internazionali, al fine di far maggiormente pesare la loro influenza, teoricamente significativa (quando si tratta di
    pagare il conto), nella pratica troppo condizionata dalle scelte USA (quando si tratta di decidere). E non stiamo parlando di azioni militari, dov’è chiaro che gli USA hanno anni luce di vantaggio rispetto a noi, ma di questioni economiche e finanziarie, dove l’EU pesa tanto quanto gli USA.
    Questa è la situazione oggi in Argentina: il quadro non è positivo, le nubi sono dense e cariche di pioggia. Ma non facciamo l’errore di credere che si tratti solo di un problema interno a quel Paese. La crisi argentina propone dubbi e interrogativi che vanno analizzati seriamente, e richiedono risposte coerenti e ambiziose.

  • OMC: il cammino da Seattle a Doha

    OMC: il cammino da Seattle a Doha

    Asolo due anni dagli strepiti di Seattle, la Conferenza ministeriale di Doha (Qatar) è riuscita a trovare un accordo sull’agenda di un nuovo ciclo di negoziati commerciali, che dovranno iniziare nel gennaio 2002 per concludersi entro il 31 dicembre 2004. Il nuovo round si chiamerà “Agenda per lo Sviluppo”, e avrà come obiettivo fare un nuovo passo avanti nel processo di liberalizzazione del commercio internazionale.
    Il nuovo round segue l’ormai famoso “Uruguay Round”, chiusosi nel 1993 con la Conferenza di Marrakech, che aveva tra l’altro supposto la trasformazione del GATT in OMC.

    Mi pare assai significativo che, a fronte dell’enorme attenzione che aveva suscitato Seattle, l’OMC sia riuscitaoggi, a solo due anni di distanza, a trovare un accordo (consensuale) su un progetto che era allora fallito, e a farlo nella sostanziale indifferenza dei media e dell’opinione pubblica. Cerchiamo di capire cosa è successo tra Seattle e Doha:

    1. A Seattle, è definitivamente morto un certo modo di fare politica internazionale e diplomazia ignorando l’opinione pubblica. Per molto tempo la politica internazionale è stata un ridotto per specialisti, sottoposta a uno scarso controllo dei poteri legislativi (in quanto domaine réservé) e ignorato dall’opinione pubblica (salvo in caso di guerre). Il giorno per giorno della politica estera è sempre stato ignorato dal grande pubblico, specie quando si trattava di questioni commerciali, tecniche e complesse;
    2. Le proteste di Seattle hanno messo in evidenza perlomeno due cose:
      – nell’opinione pubblica mondiale esiste, tanto nel Nord come nel Sud, un oggettivo disagio nei confronti degli effetti perversi della globalizzazione e della “mercantilizzazione” dei rapporti sociali da essa derivata;
      – gli effetti della liberalizzazione commerciale su scala mondiale sono ineguali, venendo beneficiati molto di più i paesi industrializzati che quelli più poveri, anche se persino nei primi si diffonde una percezione di “stare perdendo qualcosa”.
    3. Il fiasco di Seattle ha dimostrato anche che il metodo di creazione del consenso internazionale che aveva prevalso negli ultimi decenni in materia commerciale non era più valido: USA, UE e Giappone – le grandi potenze in campo non possono più permettersi di concludere accordi tra di loro obbligando nella pratica tutti gli altri a seguirle. Per le ragioni di cui sopra è necessario prendere seriamente in conto gli interessi dei paesi in via di sviluppo, ascoltare la loro voce e definire nuove regole del gioco, più equilibrate per tutti.
    4. Tra Seattle e Doha, l’Unione europea, sotto la direzione del Commissario francese Pascal Lamy, ha portato avanti uno sforzo capillare di consensus building, con l’obiettivo di riuscire a lanciare un nuovo ciclo di negoziati commerciali dal contenuto il più ambizioso possibile: è quello che è riuscito a Doha.
    5. Perché il ciclo doveva essere ambizioso? Proprio per rispondere ai nuovi stimoli che vengono dalle società e dal Sud del mondo: quanto più ampia è l’agenda di discussione, tanto più possibile sarà identificare proposte e soluzioni che possano interessare ai diversi membri dell’омс.

    Ed anche perché il commercio internazionale si è incredibilmente trasformato nel corso degli ultimi dieci anni: non solo il commercio in servizi è molto più significativo (e molto meno regolato) di quello tradizionale in beni, ma una molteplicità di altre dimensioni si sono venute ad aggiungere alla materia, creando un quadro realmente complesso: pensiamo alle questioni legate alla proprietà intellettuale e alle conseguenze in materia sanitaria, alle questioni di salute pubblica e protezione dei consumatori, ai legami con la protezione dell’ambiente, con le regole in materia lavorativa е altre ancora.
    Il nuovo ciclo non poteva quindi limitarsi a prevedere ulteriori quote di liberalizzazione, ma doveva per forza tenere conto di questo quadro più complesso.

    Con un’avvertenza: le soluzioni non sono affatto univoche. Quando José Bové si erge a paladino dell’agricoltura protetta europea (e dei sussidi che gradiva ricevere come esportatore di formaggi sovvenzionati) sta al tempo stesso proponendo soluzioni che mortificano le possibilità di sviluppo, tramite esportazioni agricole, proprio di quei paesi emergenti cui dichiara (a parole) grandi simpatie.
    O quando Brasile, India e Sudafrica sfidano (giustamente) le multinazionali mediante l’introduzione del principio della produzione locale di medicine in determinati casi, si pone il problema del rispetto della proprietà intellettuale e dei potenziali effetti negativi (per tutti) sul
    futuro della ricerca farmacologica.

    Bando quindi ai banalizzatori e ai fornitori di verità assolute e parziali: trovare soluzioni equilibrate non è affatto facile.
    Per cercare di rispondere a questa sfida, l’Unione europea ha quindi cercato di coinvolgere nel processo di creazione del consenso alcuni paesi considerati chiave tra gli emergenti, rompendo quell’asse privilegiato Washington-Bruxelles che ha fatto ormai il suo tempo.

    Questi paesi sono, grosso modo: Brasile, Messico, Sudafrica, India, Indonesia, Egitto, Malaysia, oltre a Canada e Australia. Questo nucleo duro si è quindi venuto ad aggiungere ai tradizionali UE, USA e Giappone nella preparazione, durata due anni, della nuova Conferenza.
    Del gruppo hanno comunque anche fatto parte altri paesi, soprattutto come rappresentati regionali, ma i key-players erano chiaramente quelli elencati.
    Infatti, sarebbe stato impossibile definire un’agenda di lavoro a 142, non c’è bisogno di essere un esperto per capirlo. L’agenda la definisce un gruppo ristretto, anche se ora allargato; l’insieme dei membri dell’Omcl’approva o meno. Se il processo è andato avanti con successo sino all’11 settembre, gli attentati hanno per un attimo distolto l’attenzione dalle questioni commerciali.

    La prima impressione fu che di negoziati commerciali non si sarebbe più parlato per un pò, guerre oblige.
    E invece la catastrofe dell’11 settembre è servita come input positivo: tra le altre cose, gli attentati sono venuti a rinforzare l’idea che il mondo è strutturato su basi ingiuste (anche se questo naturalmente non giustifica gli attentati). Un nuovo round di negoziati che permetta
    un rilancio del commercio su basi più giuste può quindi servire ad alleviare le tensioni che attanagliano l’umanità.
    Ecco quindi che le condizioni per il raggiungimento di un consenso sono aumentate notevolmente, dopo Seattle e dopo l’11 settembre.

    Com’è avvenuta questa costruzione consensuale dell’agenda del WTo? Da una parte, i contatti tra i Commissari europei e i loro omologhi, Ministri dei paesi scelti come riferimento, sono stati molto più frequenti che in passato. Ogni riunione aveva per scopo quello di avanzare passo passo sull’insieme dell’agenda, eliminando pregiudiziali o tabù. È chiaro che in un quadro di questo tipo tutti devono fare concessioni, non siamo più in un mondo dove i forti possono disporre a loro piacimento dei più deboli.
    Sono poi stati organizzati molti seminari regionali tipo brainstorming, ai quali sono stati invitati i funzionari dei vari paesi che avrebbero concretamente portato avanti i negoziati: queste iniziative, sponsorizzate dalla Commissione, sono state utilissime, perché hanno permesso alle persone che successivamente sarebbero state coinvolte nel negoziato di discutere in libertà sui temi oggetto dei negoziati, creando tra l’altro vincoli di familiarità sempre molto utili.
    E poi l’Ue ha lanciato alcune iniziative che andavano oggettivamente incontro alle esigenze dei paesi in sviluppo: l’iniziativa “Everything butArms”, che apre i mercati europei alla pratica totalità dei prodotti dei Pvs e “Access to Medicines” che, appoggiando l’iniziativa brasiliana
    e sudafricana di sospensione dei brevetti di alcune medicine in casi d’emergenza apriva la via al raggiungimento di un consenso internazionale su questa delicata materia.

    Da notare infine un’ultima, importantissima differenza di metodo tra Seattie e Doha: a Seattle si fallì anche perché si pretese di fissare nel documento iniziale dei negoziati quali sarebbero stati i risultati finali. A Doha, più modestamente, siè fissata un’agenda iniziale, che sarà oggetto di negoziati nei prossimi tre anni.
    Con tutte queste premesse, Doha è stato un successo, ma arrivare in fondo è stato
    comunque difficilissimo, e il round sarà molto, ma molto impervio.

    Ma da Doha sono usciti soddisfatti quasi tutti i paesi, e questa è una bella novità rispetto al passato.
    Veniamo ora alle conclusioni della conferenza e al contenuto dell’agenda del nuovo negoziato che si apre a gennaio. Il risultato di Doha è l’apertura della cosiddetta “Agenda per lo Sviluppo”, un negoziato la cui durata è prevista dal gennaio 2002 al dicembre 2004. Le parti dovranno trovare un accordo sui vari temi in discussione per quella data. In questo senso, Doha è stata un successo perché si è ottenuto l’obiettivo principale, proprio ciò che non era riuscito a
    Seattle.

    Se così non fosse stato, la credibilità del sistema multilaterale di commercio Sarebbe stata ferita a morte, portando probabilmente a un passo indietro nel precesso di apertura dei mercati.
    Ma cos’era davvero in gioco? In teoria, tutti i paesi del mondo e perlomeno tutti i membri dell’OMc sono a favore del libero commercio. Nella pratica, ognuno cerca di ottenere maggiori aperture nei settori dove è più competitivo e maggiori protezioni dove è invece più debole.
    I vari rounds del GATT dal 1945 in poi, sino all’ultimo (Uruguay Round del 1993) hanno avuto come effetto la progressiva riduzione delle tariffe doganalı, che sono oggi in termini generali molto basse e non costituiscono più un ostacolo al commercio.

    Ma rimane l’eccezione agricola: in quel settore, così importante per molti paesi esportatori anche in via di sviluppo, dazi sono diminuiti molto meno, rimanendo ancora oggi a livelli altissimi.
    A fronte della diminuzione dei dazi (misure tariffarie), sono poi emerse tutta una serie di nuove barriere (misure non tariffarie), di variegatissima natura, che creano ostacoli molto seri al commercio (misure sanitarie, regolamenti tecnici, certificati, standard ecc.). L’idea di fondo dell’OMc è quella di creare dei regolamenti multilaterali in maniera da evitare misure abusive o arbitrarie che in realtà nascondono atteggiamenti protezionistici.
    Il concetto chiave è quello di “non discriminazione”: si può introdurre il regolamento tecnico considerato più opportuno, ma facendolo in maniera trasparente, giustificandolo su basi serie e soprattutto applicandolo in maniera non discriminatoria nei confronti dei prodotti di altri paesi.

    Di esempi se ne potrebbero fare molti, ma ne bastino due: il primo caso giudicato dall’organo dell’Omc che si occupa della risoluzione delle controversie vide la condanna degli USA che avevano proibito l’acquisto di tonno messicano perché questo era stato pescato (in Messico!) senza rispettare i dettami della legge americana (cioè con reti speciali che impediscono la cattura di altre specie marine). Il WTo giudicò pretestuoso l’uso di tale legge, che in realtà copriva un atteggiamento protezionistico americano (protezione della flotta americana).
    Un caso simile oppose più tardi Canada e UE (soprattutto Spagna), quando i canadesi vollero limitare unilateralmente l’accesso alle acque canadesi di pescherecci europei (spagnoli), usando come argomento la protezione del fletano.

    Intendiamoci: tutti gli accordi in materia di pesca prevedono delle quote limitate di catture e tengono conto della protezione delle specie ittiche, ma ciò che non si può fare è emettere leggi unilaterali e poi applicarle solo a sudditi stranieri. Questa è discriminazione ed è illecita.
    Il problema della minore liberalizzazione del commercio agricolo rispetto a quello industriale fa sì che i paesi grandi esportatori agricoli (USA, ma anche Argentina, Brasile, Canada, Australia, Nuova Zelanda e molti Pvs) abbiano approfittato molto meno degli esportatori di beni industriali e servizi dell’apertura dei mercati.

    Certo, gli USA hanno potuto compensare questo fatto in altri settori, ma molti Pvs ed emergenti sono fondamentalmente competitivi solo nel settore agricolo o primario, e l’asimmetria del commercio internazionale li ha penalizzati.
    D’altro canto, questi paesi sono stati costretti ad aprire i loro mercati ai prodotti dei paesi industrializzati, senza però ricevere in contropartita l’apertura completa dei mercati agricoli.

    La situazione dell’UE è complessa: da un lato è il primo compratore di prodotti agricoli dei Pvs e dei grandi esportatori agricoli, ma dall’altro canto i meccanismi della PAC aumentano artificiosamente i prezzi interni creando una barriera pressoché insormontabile per i prodotti che competono con l’agricoltura europea.
    Il risultato sono i prezzi altissimi degli alimenti in Europa e il mantenimento di un’agricoltura europea relativamente inefficiente.
    Il dibattito sul tema potrebbe essere lunghissimo, ma la decisione europea, per molti versi legittima, di mantenere in piedi, per ragioni non solo economiche, ma piuttosto sociali e culturali, un settore agricolo inefficiente contrasta, e di molto, con le ambizioni libero cambiste
    mantenute dalla stessa Europa su scala mondiale. Si difende il libero-commercio negli altri settori dell’economia ma non in agricoltura.

    Per inciso, l’atteggiamento statunitense è del tutto identico, con l’aggravante che gli USA accusano l’Europa di protezionismo, chiudendo però tutti e due gli occhi sui potentissimi meccanismi protezionistici esistenti negli USA che rendono estremamente arduo ai Pvs esportare prodotti agricoli in quel mercato. E mentre i sussidi europei sono in netto calo dalla riforma della PAC del 1992, i sussidi americani sono aumentati vertiginosamente durante le presidenze Clinton e Bush.
    I problemi sono vari: da una parte si preclude a molti paesi più poveri un maggiore sviluppo, perché si riduce l’accesso dei loro prodotti (meno cari) ai nostri mercati, però d’altro canto si esige da loro che aprano i loro mercati ai beni e servizi dei paesi industrializzati.

    Un problema addizionale cui spesso non si pensa è poi che il prezzo finale degli alimenti in Europa è molto più caro rispetto al resto del mondo perché i prodotti ricevono forti sussidi alla produzione. I consumatori pagano quindi due volte i loro alimenti, una volta via finanziamento del sussidio (tasse) e un’altra volta attraverso il prezzo (alto) pagato al dettaglio.
    È una questione di scelte politiche ed economiche la cui legittimità può essere senz’altro difesa, così com’è legittimo che i nostri partner commerciali si sentano penalizzati da questo sistema e si diano da fare perché venga smantellato o almeno profondamente modificato.
    Il meccanismo che è realmente sotto accusa sono i sussidi all’esportazione di prodotti agricoli, che consistono nel pagamento all’esportatore europeo (o americano) della differenza tra il prezzo interno e il prezzo mondiale, naturalmente più basso, in maniera tale che il prodotto possa venire esportato su mercati terzi nonostante il suo costo di produzione sia superiore.

    La cosa curiosa è che per i prodotti industriali esistono severi meccanismi di lotta contro il dumping, però in materia agricola no. Di fatto, i sussidi pagati agli agricoltori dei paesi ricchi bruciano il mercato alle potenziali esportazioni dei paesi produttori di alimenti.
    In questo quadro, i paesi esportatori agricoli avevano imposto come condizione per il lancio del round l’eliminazione dei sussidi agricoli all’esportazione e una riduzione sostanziale dei sussidi interni alla produzione.

    Una precisazione: in termini assoluti, chi paga più sussidi sono gli europei, in termini pro capite (in base al numero degli addetti agricoli), sono gli americani.
    La dichiarazione di Doha prevede che siano aperti negoziati tendenti a questi due obiettivi anche se senza garanzia di risultato (frase fatta aggiungere dall’UE; nella versione originale si prevedeva l’eliminazione completa dei sussidi, adesso dipenderà dall’andamento del negoziato).
    I paesi esportatori sono soddisfatti, perché per la prima volta il principio del libero commercio passa anche all’agricoltura; i paesi che concedono sussidi anche perché riescono a eliminare l’automaticità dell’eliminazione dal testo. Le difficoltà che tale negoziato presenterà sono però facilmente intuibili. Gli altri punti principali del nuovo round saranno:

    1. Implementazione e revisione delle regole del WTo: i paesi emergenti tenevano molto a che si lavorasse sull’approfondimento degli impegni anteriormente presi piuttosto che aprire nuovi fronti negoziali. Sono stati soddisfatti in parte: la revisione degli accordi precedenti sarà effettuata e alcuni meccanismi esistenti (antidumping, crediti all’esportazione, regimi interni di promozione degli investimenti) giudicati oggi come sbilanciati a favore dei paesi ricchi saranno rivisti;
    2. Servizi: i negoziati partono subito su banca, assicurazioni, telecomunicazioni e turismo. Dobbiamo far notare che i servizi rappresentano una parte sempre maggiore del PIB mondiale, e la regolamentazione della materia è senza dubbio sfasata rispetto a tale realtà;
    3. Tariffe industriali: ulteriori abbassamenti sono previsti;
    4. Soluzione delle controversie: revisione dei meccanismi per renderli più equi funzionali;
    5. Ambiente: l’UE voleva l’introduzione di clausole ambientali nel commercio internazionale. È un principio utile, difeso da molte ONG e che risponde a una preoccupazione reale delle nostre opinioni pubbliche, ma è anche un’arma terribilmente a doppio taglio perché apre la porta a molti possibili abusi. I Pvs erano quindi contro, soprattutto sull’introduzione del cosiddetto principio di precauzione, che permette la sospensione unilaterale dell’importazione di un prodotto. Alla fine il compromesso è stato il seguente: entrano nel negoziato lo studio di meccanismi tra le regole del Wro e altre convenzioni internazionali in materia ambientale, in maniera da evitare incoerenze e contraddizioni. L’obiettivo è la definizione di regole chiare e trasparenti, appunto per evitare unilateralismi.
    6. TRIPS (accordo sulla proprietà intellettuale): grande vittoria dei Pvs (Brasile, India e Sudafrica in testa) che ottengono l’introduzione del principio di flessibilità in materia di rispetto dei brevetti. È l’effetto della battaglia sull’AiDs. In caso d’emergenze di natura sanitaria, il rispetto di brevetti e patenti può essere sospeso; introdotto anche il principio dell’identificazione di un legame con la Convenzione sulla Diversità Biologica e la valorizzazione della biodiversità e delle culture tradizionali (lotta contro la cosiddetta biopirateria);
    7. Altri temi: si trattava di una cesta di altre questioni sulle quali i paesi industrializzati e specialmente l’Ue hanno insistito molto. Di fronte alla crescente complessità del commercio internazionale, si trattava di includere nel negoziato la definizione di regole multilaterali su: investimenti, appalti pubblici, concorrenza, facilitazione commerciale. Alla fine i Pv3 I’hanno avuta vinta: per il momento ci si limiterà a effettuare studi tecnici in queste materie, per quanto riguarda eventuali negoziati se ne parlerà tra due anni.

    I paesi meno sviluppati temono infatti di essere sottomessi a nuove raffiche di corcessioni in questi campi, dove chiaramente sono di nuovo i paesi ricchi a godere di un maggiore potenziale.
    Bene, non è tutto quanto deciso a Doha, ma un riassunto dei punti più importanti.
    Concludo con due osservazioni:

    • – si tratta dell’agenda negoziale più equilibrata della storia dell’organizzazione: un insieme di fattori, già illustrati in precedenza, tra cui non ultimi lo shock post 11 settembre e le proteste internazionali antiglobalizzazione, hanno obbligato la comunità internazionale a prendere atto di un disagio largamente diffuso cui i deve rispondere con fatti concreti;
    • – l’essere riusciti a fissare un’agenda è già molto, ma adesso comincia il difficile. Il negoziato sarà durissimo e risulta chiaro come i temi siano molti e complessi. Le risposte non sono facili e le soluzioni richiederanno molta ma molta ambizione e coraggio. Da parte di tutti, non solo di chi negozia, ma anche delle società civili che seguono questi processi
      sempre più da vicino.

    Il dovere di tutti noi è quello di informarci per poter esprimere opinioni costruttive e non slogan: quelli sì che sono controproducenti.

  • L’America Latina di fronte al G8

    L’America Latina di fronte al G8

    Lo sviluppo degli scenari internazionali dopo Seattle ha avuto importanti conseguenze anche nei confronti dell’America Latina. Da una parte, l’affermarsi di un influente movimento di contestazione nei confronti della globalizzazione e dei suoi effetti ha portato al centro della attenzione mondiale dei temi tradizionalmente a cuore dei paesi della regione, così come dei paesi in via in sviluppo o “emergenti”: in sintesi, potremmo dire che si è affermata nel mondo una rinnovata sensibilità nei confronti dell’esistenza di relazioni squilibrate tra il Nord e il Sud del mondo, un tema che sembrava non più di moda e che invece chiaramente preoccupa parti importanti dell’opinione pubblica mondiale.

    Dall’altra, il subcontinente si trova, cоme forse mai prima nella sua storia, al centro di un complesso scacchiere commerciale caratterizzato dall’accavallarsi di più fronti: se il lancio di un nuovo round multilaterale in seno all’Organizzazione mondiale del commercio (Омс) rimane la prospettiva generale più probabile, o almeno quella desiderata dai più, la possibilità di un nuovo fallimento in Qatar dopo quello di Seattle ha portato alla ribalta altri scenari potenziali per la regione:

    • – integrazione emisferica nell’ambito del cosiddetto ALCA, Accordo di libero commercio delle Americhe;
      – conclusione di accordi commerciali bilaterali con l’Unione europea; già una realtà nel caso del Messico, un accordo simile è attualmente negoziato tra UE e MERCOSUR;
      – consolidamento dei processi d’integrazione economica sub-regionali: in primis, il MERCOSUR, alle prese con un’importante crisi interna a causa delle divergenze economiche tra Brasile e Argentina, ma tuttora un blocco regionale con prospettive solide e risultati significativi in termini di volume degli scambi commerciali; ma anche la Соmunità andina, e, in prospettiva, un possibile Mercato comune sudamericano, che risulterebbe dalla possibile integrazione dei due gruppi;
      – la possibilità alternativa di conclusione di accordi bilaterali con gli USA e con l’UE, rifuggendo dall’appartenenza a blocchi regionali: è il modello cileno, che altri nella regione vorrebbero seguire.

    Ma sarebbe errato pensare che tutte queste possibilità siano apparse sulla scena solo a seguito del fallimento di Seattle. I giochi sono più complessi, e s’inseriscono in quella nuova primavera dell’America Latina, o almeno di parte di essa, che ha caratterizzato gli anni Novanta: chiusosi il decennio perduto, tutti i paesi della regione hanno portato avanti, con maggiore o minore successo, ambiziosi processi di modernizzazione dei loro sistemi economici e sociali che hanno dimostrato come l’America Latina, lungi dall’essere composta da paesi destinati a fallire,ha di fronte a sé un futuro ricco di opportunità.

    Della realtà di questa nuova America Latina, ancora alle prese con problemi atavici ma che ha intrapreso il cammino nella giusta direzione, si sono rese conto in primo luogo (sorprende?) le imprese, multinazionali e no, che hanno investito in massa nei paesi più promettenti della regione, sia nel quadro dei processi di privatizzazione, sia al di fuori di esse.

    Se il Brasile si è andato affermando negli anni Novanta come il primo destinatario di investimenti tra i paesi emergenti dopo la Cina, la ragione non sta certo nell’amore dei capitali internazionali per la samba, ma piuttosto al successo delle riforme economiche intraprese dal governo di Fernando Henrique Cardoso e alle solide prospettive a lungo termine del mercato brasiliano e del MERCOSUR.

    Se un processo simile ha interessato il Messico, nel quale si è molto investito nonostante le turbolenze politiche, è perché la comunità imprenditoriale internazionale ha giudicato irreversibile il processo economico e sociale in corso nel paese nordamericano.

    Le attuali difficoltà argentine non devono trarre in inganno: questo paese, il più “europeo” dell’America Latina, era stato il primo ad attirare l’attenzione del business internazionale. Le privatizzazioni argentine degli anni Novanta erano infatti state citate come modello da seguire per i paesi emergenti. Ma oggi conosciamo le lezioni economiche di questa prima generazione di privatizzazioni “selvagge”. In Argentina, come negli USA o in Gran Bretagna, chi ha privatizzato senza definire regole chiare e trasparenti per il settore privatizzato si è trovato spesso alle prese con gravi problemi di efficienza. In questa prima tappa della storia delle
    privatizzazioni (anni Ottanta e primi anni Novanta), esse erano concepite, un po’ fideisticamente, come un bene assoluto, e la priorità era messa non sulle modalità delle stesse, ma piuttosto sugli aspetti retributivi per l’erario pubblico. Dopo risultati brillanti nei primi
    anni, alla lunga sono apparsi i problemi.

    L’Argentina è un caso chiaro di questa situazione: privatizzò tutto e subito, creando l’illusione di avere risolto d’un colpo tutti i suoi problemi. Ma queste privatizzazioni “contabili” non furono accompagnate da un parallelo processo di snellimento e modernizzazione dell’economia e del settore pubblico, portando all’impasse attuale, una crisi di competitività del modello-paese, aggravata dall’ingessamento del peso sui valori del dollaro, che spiazza completamente i prodotti argentini sui mercati internazionali.

    Gravi problemi strutturali spiegano quindi i problemi argentini, e la loro soluzione richiederà anni di politica economica virtuosa e di sacrifici: non sarà facile, ma sembra chiaro che l’Argentina ha compreso la lezione: la stabilizzazione economica e lo strangolamento dell’inflazione non erano la tappa finale, ma quella iniziale sul lungo cammino delle riforme.

    Se il Cile è stato considerato per anni il modello per eccellenza, e se la sua situazione macroeconomica è tuttora migliore rispetto a quella dei suoi vicini, anche questo paese deve oggi fare i conti con una certa stanchezza del proprio sistema-paese, il che non impedisce che Santiago si muova con spregiudicatezza e notevole abilità sullo scacchiere internazionale: una necessità per un paese di piccole dimensioni (demografiche), il cui Pil dipende per circa la metà dalle esportazioni.

    Gli altri paesi della regione sono stati tutti caratterizzati da processi simili, più o meno riusciti. Ma la strada intrapresa sembra chiara e, pur facendo tutti i distinguo di rigore, possiamo oggi parlare di un’America Latina che si affaccia al XXI secolo con una rinnovata credibilità economica.

    È proprio questa nuova dimensione che permette all’America Latina di giocare un ruolo di maggiore protagonismo nelle relazioni internazionali. Alla credibilità economica si viene infatti ad associare una maggiore credibilità internazionale, evidente nel caso dei maggiori paesi, come il Messico o il Brasile, ma riscontrabile anche in altri casi.

    Se l’America Latina interessa come mercato, essa, forse per la prima volta nella sua storia, sembra anche in grado di dire la sua, senza limitarsi a essere una protagonista passiva del proprio destino. Tramontata l’epoca della dipendenza, il subcontinente dimostra d’avere molto da dire (e da offrire) nell’era dell’interdipendenza e della globalizzazione.

    Non vorremmo che quanto detto sinora facesse trasparire un’immagine di immotivato ottimismo: i problemi della regione restano seri, e la frattura sociale esistente ovunque nella regione tra élites colte e parti integranti del Primo Mondo e una più numerosa frangia della popolazione ancora esclusa dalla modernità, rimane la grande sfida aperta dell’America Latina nel nuovo secolo. Solo una decisa sterzata verso il sociale da parte delle élites al potere in tutta la regione permetterà di affrontare davvero questa battaglia, e i segnali percepibili in questo senso non sempre sono incoraggianti.

    Ma le società civili latino-americane, una volta timide e sottomesse al potere politico, hanno fatto anch’esse passi da gigante negli anni Novanta, e hanno in un certo senso obbligato le oligarchie al potere a tenere conto delle loro istanze. In parte, questo fenomeno è dovuto all’ampiezza dei processi di privatizzazione in paesi in cui la presenza dello Stato era sempre stata forte (o pesante): il ritrarsi della mano pubblica ha obbligato i cittadini, un tempo passivi, a farsi carico dei problemi della collettività. Anche in Europa è successo qualcosa di simile, ma in un contesto eсоnomico che poteva disporre di ben maggiori risorse. In questo senso, il risveglio delle società civili latino-americane ha un che di eroico, ma è reale e palpabile.

    Molte le tematiche su cui s’incentrano le esperienze in corso in America Latina: sviluppo sociale, educazione, lotta alla criminalità e alla droga, protezione dell’ambiente, accesso alle nuove tecnologie. Nell’America Latina di oggi, i cittadini non si aspettano più soluzioni magiche dallo Stato ma s’impegnano in prima persona.

    Ma non è solo un atteggiamento difensivo quello che spiega questo fenomeno (sostituzione dello Stato che ha fallito), ma anche il risultato di un processo virtuoso. I paesi latino-americani hanno dimostrato di poter funzionare sul serio, e questo ha trasmesso alle loro popolazioni un senso di fiducia che spesso era mancato in passato.

    Se le critiche agli effetti perversi della globalizzazione sono moneta corrente in tutto il mondo, l’America Latina è certamente stata all’avanguardia in questo processo. Da un lato, l’esistenza di un’oggettiva diffidenza nei confronti del modello dominante di origine statunitense, amato e odiato a un tempo dai latino-americani, dall’altro, l’esistenza di gravi situazioni di squilibrio sul continente, acuite dall’intensificarsi della globalizzazione (i contrasti visibili a occhio nudo in qualsiasi città latino-americana risultano scioccanti agli occhi di un europeo) non hanno fatto che portare acqua al mulino di chi critica determinati aspetti di essa.

    Se la globalizzazione fa molte vittime, una buona parte di esse vive in questa parte del mondo.

    Non è quindi un caso che, proprio in America latina, sia sorto un processo critico ma costruttivo nei confronti della globalizzazione come quello che portò al Foro sociale di Porto Alegre, che all’inizio di quest’anno attirò l’attenzione di mezzo mondo.

    Col senno di poi, possiamo dire che Porto Alegre è stato il fiore all’occhiello del movimento mondiale critico nei confronti degli aspetti perversi della globalizzazione. La successiva spirale su cui si sono avvitate alcune frange dei movimenti anti-globalizzazione da Praga a Genova ha avuto il torto di svilire nella violenza tematiche di straordinario interesse e attualità.

    Il Foro sociale di Porto Alegre fu farina del sacco della sinistra latino-americana, e rappresentò un esempio positivo е costruttivo di come possono essere affrontati, senza violenze, temi di grande spessore. Il suo grande merito fu quello di dire ad alta voce cose che molti nel mondo pensavano senza avere il coraggio di dirlo.

    Se il Foro sociale diede corpo a inquietudini che le società civili latino-americane nutrivano da tempo, i governi latino-americani, rinfrancati dal relativo successo delle riforme intraprese e stimolate da società sempre più dinamiche ed esigenti, hanno avuto il coraggio di inserire nell’agenda internazionale temi che stanno a cuore all’America Latina e, più in generale, dei paesi emergenti e in via di sviluppo. E, sorpresa, si è scoperto che questi temi interessano a molti anche nel mondo industrializzato.

    Qualche tempo dopo lo svuotamento pratico del fronte dei non allineati, paesi che spesso in passato hanno ricercato ruoli autonomi nell’ambito internazionale si trovano in prima fila su temi che risvegliano molte simpatie anche nel Nord del mondo, soprattutto in Europa.

    Facciamo alcuni esempi: la battaglia intrapresa da Sud Africa, India e Brasile per l’accesso a costi ridotti ai farmaci contro l’Hiv e altre malattie endemiche, mediante la sospensione parziale dei diritti di proprietà intellettuale, è un tema molto delicato, perché mette a repentaglio una delle fondamenta dell’economia di mercato.

    Ma è, al tempo stesso, una rivendicazione oggettivamente giusta, dato che, a fronte di problemi di tale gravità, è necessario mettere in atto meccanismi audaci, fondati sul principio della solidarietà.

    Una questione di questo tipo si sarebbe trascinata per anni nelle stanze dell’OMC, per concludersi alla fine con una vittoria delle multinazionali farmaceutiche, se il clima mondiale non fosse drammaticamente cambiato nell’ultimo anno, e non si fosse originata una forte pressione internazionale a favore delle rivendicazioni dei paesi del Sud.

    Il Brasile e i suoi alleati non sarebbero poi riusciti nel loro intento se non avessero potuto contare sul significativo appoggio dell’Unione europea, la cui iniziativa Access to Medicines è pienamente compatibile con le rivendicazioni dei paesi emergenti (e molto lontana dalle posizioni statunitensi).

    In materia di cambiamento climatico e biosicurezza (Protocolli di Kyoto e Cartagena) e di biodiversità (Convenzione sulla diversità biologica di Rio, 1992), i paesi latino-americani e specialmente il Brasile che, forte della sua buona salute e del suo peso economico e strategico, ha abbandonato passate ambizioni su scala planetaria per assumere un ruolo, ben più realistico, e pregnante di leader del subcontinente, difendono con forza posizioni critiche rispetto alle visioni iperliberistiche statunitensi e anche giapponesi.

    Nell’ambito delle conferenze delle Nazioni unite, il Brasile e il blocco latinoamericano hanno generalmente dimostrato una notevole coesione, derivante non solo da un’omogeneità culturale, ma piuttosto da un’oggettiva comunione d’interessi. In quest’ambito, è notevole anche la sintonia con i paesi asiatici e africani, che permette quindi a paesi come il Brasile o il Messico di far parte del gruppo dei leaders dei paesi in via di sviluppo. Anche nella recente Conferenza di Durban, i paesi latinoamericani hanno giocato un ruolo significativo: senza essere in prima fila né sul tema delle rivendicazioni legate al passato schiavista, né su quello delle definizioni ideologiche in materia di razzismo, essi, guidati dal Brasile, hanno assunto un ruolo di mediazione che ha avuto il suo peso nel raggiungimento di un compromesso finale.

    L’America Latina tende quindi a non accettare più senza riserve modelli culturali e sociali importati da altrove, ma a sviluppare posizioni proprie e difenderle sulla scena internazionale, tessendo alleanze a geometria variabile che la vedono spesso convergere con altri paesi emergenti, asiatici e africani, ma anche con l’UE.

    Certo, non è possibile generalizzare sempre, e differenze significative esistono, ad esempio in materia di accettazione degli OGM, respinti dal Brasile e accettati senza riserve in Argentina, ma l’America Latina di oggi si pone di fronte al G8 con una personalità propria.

    Anche in campo culturale, sta dimostrando un gran dinamismo. La sensibilità al tema della “eccezione culturale” è crescente, e la tematica dell’accesso a una società dell’informazione multilingue si è molto sviluppata in una regione che parla spagnolo e portoghese (rispettivamente seconda e quarta lingua internazionale del mondo). Se la società dell’informazione vuol essere globale i suoi contenuti non possono essere solo in inglese, ma devono poter pervenire alla maggioranza della popolazione in lingua madre. Anche qui sono chiare le sintonie con i paesi asiatici e con una Europa per definizione multiculturale, e le frizioni con un modello globalizzante monocorde di stampo statunitense.

    In materia economica, come si pone l’America Latina di fronte al G8?

    Facendosi forti della loro rinnovata credibilità, che pareva per sempre perduta negli anni Ottanta, i paesi latino-americani si trovano in sintonia oggettiva con altri paesi emergenti nel richiedere una “democratizzazione” del commercio internazionale, fondato su un accesso crescente ai mercati del mondo sviluppato e sulla revisione dei meccanismi esistenti in seno all’Oмс, oggi visti come pesantemente squilibrati a favore dei paesi industrializzati, che favorisca i paesi del Sud.

    Pochi paesi latino-americani fanno parte del gruppo dei “Paesi meno avanzati” oggetto dell’iniziativa di condono del debito presa nel G7 di Colonia (1999), ma l’America Latina, sempre alle prese con severi problemi d’instabilità finanziaria, è invece molto sensibile al tema del disegno di una nuova architettura del sistema finanziario internazionale che favorisca la stabilità dei paesi emergenti. Le crisi messicane (1994), brasiliane (1999) e argentina hanno messo in evidenza la fragilità finanziaria dei paesi anche più forti della regione, comunque dipendenti dall’afflusso di capitali internazionali e spesso penalizzati da movimenti speculativi sui mercati che non sempre hanno riscontri oggettivi nei paesi interessati.


    La comunità finanziaria internazionale ha risposto positivamente ai successivi appelli brasiliani e argentini mediante la concessione di pacchetti finanziari ad hoc, ma il problema è lungi dall’essere risolto ed è una delle priorità che stanno più a cuore alle dirigenze latino-americane. Non ci sembra, però, che al di là degli interventi specifici già menzionati, sia probabile la definizione in un prossimo futuro di meccanismi di stabilizzazione dei mercati monetari, che continueranno a fluttuare con forza come hanno fatto dal 1973 in poi.

    Se il problema del debito estero, pur senza essere sparito del tutto, non attanaglia più come un tempo i paesi latino-americani che hanno ritrovato negli anni Novanta il cammino della crescita, il fattore chiave dello sviluppo economico è oggi identificato nell’accesso ai mercati internazionali.

    L’Uruguay Round dette luogo a un grande processo di liberalizzazione commerciale dei beni industriali e, in parte, dei servizi; i paesi emergenti, generalmente produttori agricoli, richiedono oggi di essere ricompensati per il grande sforzo di apertura delle loro economie, effettuato nel corso degli anni Novanta. Ciò è particolarmente vero per alcuni paesi latino-americani, che si sono fortemente aperti ai capitali e alle imprese internazionali e che sarebbero pronti a esportare prodotti agricoli sui mercati europeo, nordamericano e giapponese se all’apertura dell’Uruguay Round facesse ora seguito una significativa liberalizzazione dei mercati agricoli nel nuovo round commerciale. Sia gli USa sia l’UE e il Giappone dispongono di meccanismi di diversa natura che limitano fortemente le importazioni di prodotti agricoli dai paesi forti produttori (riuniti nel cosiddetto Gruppo di Cairns), e concedono anche sussidi alle esportazioni (USA e UE), spiazzando i paesi di Cairns anche su mercati terzi.

    Se, nel caso dell’UE, le riforme della PAC del 1992 e l’accordo finanziario di Berlino del 1999 hanno dato luogo a riduzioni progressive dei sussidi, soprattutto nel caso di quelli concessi agli esportatori, gli USA sono in preda a una vera e propria escalation del protezionismo agricolo.

    Secondo i paesi latino-americani, in primis i produttori agricoli come Argentina, Brasile e Uruguay, il nuovo round di negoziati OMC, il cui lancio fallì a Seattle e che sarà ora ritentato a Doha in novembre, dovrà in primo luogo riguardare la liberalizzazione del commercio agricolo, considerata una vera e propria priorità, ma anche la revisione di meccanismi il cui uso è considerato protezionistico e squilibrato a favore dei paesi industrializzati (anti-dumping, proprietà intellettuale).

    Solo in quel caso sarà possibile, secondo i latino-americani, discutere di ulteriori riduzioni dei dazi industriali e di liberalizzazioni addizionali di servizi e appalti pubblici. È da notarsi come, alla fermezza latino-americana, ispirata comunque da uno spirito costruttivo, faccia da contraltare una maggiore rigidità dei paesi emergenti asiatici (India, Indonesia, Malaysia), assai poco
    propensi ad appoggiare il lancio di un nuovo round.

    Prima di Seattle, queste remore dei paesi emergenti avrebbero potuto rimanere relegate in secondo piano: i tre grandi del commercio internazionale, soprattutto USA e UE, avrebbero potuto decidere sui destini del commercio mondiale da soli. Ma oggi non è più così, e il consenso di una decina di paesi emergenti “chiave” è divenuto imprescindibile. Nel caso dell’America Latina, si tratta di Brasile, Messico e Argentina, cui si aggiungono India, Indonesia, Malaysia, Singapore, Sud Africa, Egitto (oltre a paesi sviluppati come Canada e Australia e pochi altri).

    Difficilmente sarà possibile registrare progressi significativi nei negoziati о prevedere un lancio degli stessi senza essere riusciti a ottenere un consenso di massima all’interno di questo club.

    E se, nonostante questi sforzi, non risultasse possibile lanciare un nuovo round multilaterale all’OMс, quali sarebbero le conseguenze per l’America Latina?

    Come anticipato all’inizio, sarebbe un errore dipingere gli scenari alternativi come ripieghi rispetto al round multilaterale. In realtà, se Stati Uniti e Unione europea sono impegnati in ambiziose iniziative nei confronti dell’America Latina, la trama aveva incominciato a essere tessuta all’inizio degli anni Novanta, in coincidenza con l’inizio dei processi di stabilizzazione economica e riforme strutturali nella regione.

    Sin dalla firma del Trattato di Asunción (1991), che dà alla luce il MERCOSUR, l’Unione europea fornì al nuovo blocсо sudamericano un notevole appoggio politico e di cooperazione economica. Quest’approccio porterà alla firma dell’accordo di Cooperazione interregionale di Madrid (1995), una delle cui clausole prevedeva il lancio di negoziati di liberalizzazione commerciale tra i due blocchi quando fossero riunite le condizioni necessarie.

    La significativa evoluzione delle relazioni economiche tra UE E MERCOSUR (I’UE si è affermata nella seconda parte del decennio come il primo socio commerciale e il primo investitore nel blocco sudamericano) hanno creato in breve tempo le condizioni per il lancio di un negoziato, il cui obiettivo è la firma del primo Accordo di associazione interregionale della storia delle relazioni internazionali.

    In occasione del primo Summit euro-latinoamericano di Rio (giugno 1999), fu approvato l’inizio dei negoziati, che sono avanzati con una certa difficoltà all’inizio ma che sono già approdati, dopo cinque round negoziali, alla presentazione di un’offerta di accordo da parte dell’UE, cui dovrà corrispondere la presentazione di una controproposta da parte del MERCOSUR a fine ottobre.

    Esistono le condizioni per una conclusione dell’accordo nel prossimo biennio, e il prossimo Summit euro-latinoamericano di Madrid (giugno 2002) dovrebbe venire a scandire i tempi del negoziato, che creerà quindi un ambizioso spazio economico comune tra i quindici membri dell’Ue e i quattro paesi del MERCOSUR, cui si verrebbe ad aggiungere il Cile, con cui l’Ue sta negoziando in parallelo un accordo equivalente.

    A quello commerciale si vengono poi ad aggiungere un accordo politico e uno in materia di cooperazione, facenti tutti parte integrante dell’Accordo di associazione.

    Per quanto riguarda gli Stati Uniti, il lancio dell’ambizioso progetto di creazione di un mercato comune emisferico (ALCA in spagnolo, FTAA in inglese) risale alla presidenza Bush padre.

    Il processo avanzò ben poco durante le presidenze Clinton, ma nell’ultima parte del suo secondo mandato la sua amministrazione prese atto da un lato della crescente importanza strategica dei mercati della regione, che gli USa non potevano più considerare come acquisiti, e dall’altro delle difficoltà del quadro multilaterale (fallimento di Seattle). Di fatto, gli USA hanno sempre privilegiato un approccio strategico multilaterale nei negoziati commerciali, rimanendo sostanzialmente estranei al processo di conclusione di accordi bilaterali e regionali che ha caratterizzato tutte le regioni del mondo.

    Analisti e aziende americane hanno lanciato un grido d’allarme in questo senso al presidente George W. Bush, che ha deciso di spingere con forza sulla via del regionalismo, senza per questo rinunciare alla possibilità di lanciare un round multilaterale ancora quest’anno.

    Ma la prospettiva di un Mercato comune delle Americhe è ritornata d’attualità, e i trentaquattro paesi della regione hanno stabilito nel Summit delle Americhe di Québec (aprile 2001) un calendario e una struttura per i negoziati che dovrebbero concludersi nel 2005.

    Tale negoziato deve però far fronte a molte difficoltà, non ultima il peso delle lobbies americane, che rendono difficilmente preventivabile la concessione di un mandato negoziale ampio (TPA, Trading Promotion Authority, prima conosciuto come fast-track) al presidente Bush.

    Ma vi è anche un’altra fondamentale differenza tra l’ALCA immaginabile all’inizio degli anni Novanta e quella attuale. Se allora il processo negoziale sarebbe stato chiaramente a propulsione statunitense, con una scarsa possibilità per i paesi latino-americani di esercitare un peso significativo sul negoziato, la rinnovata forza di alcuni di loro, in primis del Brasile, e la presenza riequilibrante dell’Unione europea ha ora cambiato le carte in tavola. I paesi latino-americani hanno maggiore margine di manovra e, nel caso del Brasile, intendono esercitarlo a fondo.

    Questo non significa che l’ALCA non si farà, ma piuttosto che esso difficilmente sarà una semplice specchio del NAFTA (Accordo di libero commercio del Nord America): sarà invece un accordo ambizioso e di ampio respiro, nel quale anche gli USA Saranno costretti a fare concessioni su materie importanti (accesso ai mercati, regole sanitarie, uso dell’antidumping, riduzione dei sussidi agricoli).

    Di fatto il Brasile è già riuscito, nel periodo che ha preceduto Québec, a imporre il suo calendario agli USA e ai suoi alleati più stretti (Cile e Uruguay), che premevano per una conclusione dei mandati nel 2003, prima della fine del mandato di Bush. Era una prospettiva
    irreale, data la complessità del negoziato, ma molti paesi latino-americani,
    attirati dalla chimera di un accordo rapido con gli USA, sembravano disposti ad
    accettarla.

    La posizione brasiliana, sostenuta da paesi come il Venezuela e, con qualche dubbio, dall’Argentina, è che un negoziato rapido non possa che risultare squilibrato a favore degli USA, che devono dimostrare con concessioni reali la loro volontà di concludere un accordo. L’altro punto cui il Brasile tiene particolarmente è il consolidamento del MERCOSUR: se il blocco è dal 1999 alle prese con una crisi interna, essenzialmente dovuta all’incompatibilità dei regimi cambiari argentino e brasiliano, e oggi aggravata dalla situazione argentina, ciò non toglie che si tratti di un mercato interno significativo e di un acquis politico di peso cui il Brasile non vuole rinunciare. Da qui la decisione di negoziare come blocco in seno all’ALCA (ciò non entusiasmava l’Uruguay e in parte l’Argentina).

    Ma, che il MERCOSUR conti ancora parecchio, nonostante i suoi problemi interni, è dimostrato anche dal fatto che gli USA, a fronte delle difficoltà dei negoziati multilaterali (OMс) ed emisferici (ALCA), hanno accettato di avviare un dialogo chiamato 4+1 con il MERCOSUR su temi commerciali d’interesse comune. Non si tratta ancora di un vero e proprio negoziato, ma di un tavolo di discussione che riconosce al MERCOSUR un ruolo importante, spesso negatogli dagli USA in passato.

    Dall’evoluzione di questi scenari, cui si aggiunge anche il negoziato 4+5 tra MERCOSUR e Comunità andina che potrebbe portare alla creazione di un Mercato comune sudamericano come premessa per un suçcessivo ALCA, dipende il futuro dell’America Latina nel secolo che sta iniziando.

    Chiaramente, se qualcuno crede ancora che l’America Latina sia ancora un fuscello in balia di tempeste più grandi di lei, quanto esposto dovrebbe bastare a fargli cambiare idea.

    La nuova America Latina rimane alle prese con enormi problemi, ma dispone ora di voce e personalità propria: all’interno di essa, paesi come il Brasile e il Messico, ma anche il Cile o lo stesso Venezuela, dispongono di atouts di diversa natura che sono in grado di utilizzare.

    Di fronte alla crisi del modello G8 emersa negli ultimi due anni, risulta difficile pensare alla possibilità di mantenerne inalterata la sua struttura e le sue modalità di funzionamento. Sta svanendo, o forse è svanita del tutto, l’idea di un “direttorio” di paesi ricchi (i Sette) o armati (Russia) che possano esercitare da soli la leadership mondiale.

    È necessario ampliare lo spettro del G7: di fatto, già esiste da alcuni anni il G20, la cui prima riunione ha avuto luogo a Berlino nel dicembre 1999.

    In questo nuovo forum partecipano, oltre ai membri del G8, Argentina, Brasile, Messico, Australia, Sud Africa, Turchia, Cina, India, Indonesia e Corea del Sud, oltre alla Presidenza dell’UE e le istituzioni di Bretton Woods. Anche se il G20 non ha ancora il seguito mediatico del G8, è probabilmente in questo senso che la comunità internazionale dovrà dirigersi, senza dimenticare però di associare all’allargamento del gruppo la definizione di meccanismi di coinvolgimento dei paesi che ne sono esclusi e della società civile.

    In questo quadro, l’America Latina fa bella mostra di sé e non mancherà di far sentire la propria voce nella definizione dei nuovi equilibri mondiali.