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  • L’America Latina di fronte al G8

    L’America Latina di fronte al G8

    Lo sviluppo degli scenari internazionali dopo Seattle ha avuto importanti conseguenze anche nei confronti dell’America Latina. Da una parte, l’affermarsi di un influente movimento di contestazione nei confronti della globalizzazione e dei suoi effetti ha portato al centro della attenzione mondiale dei temi tradizionalmente a cuore dei paesi della regione, così come dei paesi in via in sviluppo o “emergenti”: in sintesi, potremmo dire che si è affermata nel mondo una rinnovata sensibilità nei confronti dell’esistenza di relazioni squilibrate tra il Nord e il Sud del mondo, un tema che sembrava non più di moda e che invece chiaramente preoccupa parti importanti dell’opinione pubblica mondiale.

    Dall’altra, il subcontinente si trova, cоme forse mai prima nella sua storia, al centro di un complesso scacchiere commerciale caratterizzato dall’accavallarsi di più fronti: se il lancio di un nuovo round multilaterale in seno all’Organizzazione mondiale del commercio (Омс) rimane la prospettiva generale più probabile, o almeno quella desiderata dai più, la possibilità di un nuovo fallimento in Qatar dopo quello di Seattle ha portato alla ribalta altri scenari potenziali per la regione:

    • – integrazione emisferica nell’ambito del cosiddetto ALCA, Accordo di libero commercio delle Americhe;
      – conclusione di accordi commerciali bilaterali con l’Unione europea; già una realtà nel caso del Messico, un accordo simile è attualmente negoziato tra UE e MERCOSUR;
      – consolidamento dei processi d’integrazione economica sub-regionali: in primis, il MERCOSUR, alle prese con un’importante crisi interna a causa delle divergenze economiche tra Brasile e Argentina, ma tuttora un blocco regionale con prospettive solide e risultati significativi in termini di volume degli scambi commerciali; ma anche la Соmunità andina, e, in prospettiva, un possibile Mercato comune sudamericano, che risulterebbe dalla possibile integrazione dei due gruppi;
      – la possibilità alternativa di conclusione di accordi bilaterali con gli USA e con l’UE, rifuggendo dall’appartenenza a blocchi regionali: è il modello cileno, che altri nella regione vorrebbero seguire.

    Ma sarebbe errato pensare che tutte queste possibilità siano apparse sulla scena solo a seguito del fallimento di Seattle. I giochi sono più complessi, e s’inseriscono in quella nuova primavera dell’America Latina, o almeno di parte di essa, che ha caratterizzato gli anni Novanta: chiusosi il decennio perduto, tutti i paesi della regione hanno portato avanti, con maggiore o minore successo, ambiziosi processi di modernizzazione dei loro sistemi economici e sociali che hanno dimostrato come l’America Latina, lungi dall’essere composta da paesi destinati a fallire,ha di fronte a sé un futuro ricco di opportunità.

    Della realtà di questa nuova America Latina, ancora alle prese con problemi atavici ma che ha intrapreso il cammino nella giusta direzione, si sono rese conto in primo luogo (sorprende?) le imprese, multinazionali e no, che hanno investito in massa nei paesi più promettenti della regione, sia nel quadro dei processi di privatizzazione, sia al di fuori di esse.

    Se il Brasile si è andato affermando negli anni Novanta come il primo destinatario di investimenti tra i paesi emergenti dopo la Cina, la ragione non sta certo nell’amore dei capitali internazionali per la samba, ma piuttosto al successo delle riforme economiche intraprese dal governo di Fernando Henrique Cardoso e alle solide prospettive a lungo termine del mercato brasiliano e del MERCOSUR.

    Se un processo simile ha interessato il Messico, nel quale si è molto investito nonostante le turbolenze politiche, è perché la comunità imprenditoriale internazionale ha giudicato irreversibile il processo economico e sociale in corso nel paese nordamericano.

    Le attuali difficoltà argentine non devono trarre in inganno: questo paese, il più “europeo” dell’America Latina, era stato il primo ad attirare l’attenzione del business internazionale. Le privatizzazioni argentine degli anni Novanta erano infatti state citate come modello da seguire per i paesi emergenti. Ma oggi conosciamo le lezioni economiche di questa prima generazione di privatizzazioni “selvagge”. In Argentina, come negli USA o in Gran Bretagna, chi ha privatizzato senza definire regole chiare e trasparenti per il settore privatizzato si è trovato spesso alle prese con gravi problemi di efficienza. In questa prima tappa della storia delle
    privatizzazioni (anni Ottanta e primi anni Novanta), esse erano concepite, un po’ fideisticamente, come un bene assoluto, e la priorità era messa non sulle modalità delle stesse, ma piuttosto sugli aspetti retributivi per l’erario pubblico. Dopo risultati brillanti nei primi
    anni, alla lunga sono apparsi i problemi.

    L’Argentina è un caso chiaro di questa situazione: privatizzò tutto e subito, creando l’illusione di avere risolto d’un colpo tutti i suoi problemi. Ma queste privatizzazioni “contabili” non furono accompagnate da un parallelo processo di snellimento e modernizzazione dell’economia e del settore pubblico, portando all’impasse attuale, una crisi di competitività del modello-paese, aggravata dall’ingessamento del peso sui valori del dollaro, che spiazza completamente i prodotti argentini sui mercati internazionali.

    Gravi problemi strutturali spiegano quindi i problemi argentini, e la loro soluzione richiederà anni di politica economica virtuosa e di sacrifici: non sarà facile, ma sembra chiaro che l’Argentina ha compreso la lezione: la stabilizzazione economica e lo strangolamento dell’inflazione non erano la tappa finale, ma quella iniziale sul lungo cammino delle riforme.

    Se il Cile è stato considerato per anni il modello per eccellenza, e se la sua situazione macroeconomica è tuttora migliore rispetto a quella dei suoi vicini, anche questo paese deve oggi fare i conti con una certa stanchezza del proprio sistema-paese, il che non impedisce che Santiago si muova con spregiudicatezza e notevole abilità sullo scacchiere internazionale: una necessità per un paese di piccole dimensioni (demografiche), il cui Pil dipende per circa la metà dalle esportazioni.

    Gli altri paesi della regione sono stati tutti caratterizzati da processi simili, più o meno riusciti. Ma la strada intrapresa sembra chiara e, pur facendo tutti i distinguo di rigore, possiamo oggi parlare di un’America Latina che si affaccia al XXI secolo con una rinnovata credibilità economica.

    È proprio questa nuova dimensione che permette all’America Latina di giocare un ruolo di maggiore protagonismo nelle relazioni internazionali. Alla credibilità economica si viene infatti ad associare una maggiore credibilità internazionale, evidente nel caso dei maggiori paesi, come il Messico o il Brasile, ma riscontrabile anche in altri casi.

    Se l’America Latina interessa come mercato, essa, forse per la prima volta nella sua storia, sembra anche in grado di dire la sua, senza limitarsi a essere una protagonista passiva del proprio destino. Tramontata l’epoca della dipendenza, il subcontinente dimostra d’avere molto da dire (e da offrire) nell’era dell’interdipendenza e della globalizzazione.

    Non vorremmo che quanto detto sinora facesse trasparire un’immagine di immotivato ottimismo: i problemi della regione restano seri, e la frattura sociale esistente ovunque nella regione tra élites colte e parti integranti del Primo Mondo e una più numerosa frangia della popolazione ancora esclusa dalla modernità, rimane la grande sfida aperta dell’America Latina nel nuovo secolo. Solo una decisa sterzata verso il sociale da parte delle élites al potere in tutta la regione permetterà di affrontare davvero questa battaglia, e i segnali percepibili in questo senso non sempre sono incoraggianti.

    Ma le società civili latino-americane, una volta timide e sottomesse al potere politico, hanno fatto anch’esse passi da gigante negli anni Novanta, e hanno in un certo senso obbligato le oligarchie al potere a tenere conto delle loro istanze. In parte, questo fenomeno è dovuto all’ampiezza dei processi di privatizzazione in paesi in cui la presenza dello Stato era sempre stata forte (o pesante): il ritrarsi della mano pubblica ha obbligato i cittadini, un tempo passivi, a farsi carico dei problemi della collettività. Anche in Europa è successo qualcosa di simile, ma in un contesto eсоnomico che poteva disporre di ben maggiori risorse. In questo senso, il risveglio delle società civili latino-americane ha un che di eroico, ma è reale e palpabile.

    Molte le tematiche su cui s’incentrano le esperienze in corso in America Latina: sviluppo sociale, educazione, lotta alla criminalità e alla droga, protezione dell’ambiente, accesso alle nuove tecnologie. Nell’America Latina di oggi, i cittadini non si aspettano più soluzioni magiche dallo Stato ma s’impegnano in prima persona.

    Ma non è solo un atteggiamento difensivo quello che spiega questo fenomeno (sostituzione dello Stato che ha fallito), ma anche il risultato di un processo virtuoso. I paesi latino-americani hanno dimostrato di poter funzionare sul serio, e questo ha trasmesso alle loro popolazioni un senso di fiducia che spesso era mancato in passato.

    Se le critiche agli effetti perversi della globalizzazione sono moneta corrente in tutto il mondo, l’America Latina è certamente stata all’avanguardia in questo processo. Da un lato, l’esistenza di un’oggettiva diffidenza nei confronti del modello dominante di origine statunitense, amato e odiato a un tempo dai latino-americani, dall’altro, l’esistenza di gravi situazioni di squilibrio sul continente, acuite dall’intensificarsi della globalizzazione (i contrasti visibili a occhio nudo in qualsiasi città latino-americana risultano scioccanti agli occhi di un europeo) non hanno fatto che portare acqua al mulino di chi critica determinati aspetti di essa.

    Se la globalizzazione fa molte vittime, una buona parte di esse vive in questa parte del mondo.

    Non è quindi un caso che, proprio in America latina, sia sorto un processo critico ma costruttivo nei confronti della globalizzazione come quello che portò al Foro sociale di Porto Alegre, che all’inizio di quest’anno attirò l’attenzione di mezzo mondo.

    Col senno di poi, possiamo dire che Porto Alegre è stato il fiore all’occhiello del movimento mondiale critico nei confronti degli aspetti perversi della globalizzazione. La successiva spirale su cui si sono avvitate alcune frange dei movimenti anti-globalizzazione da Praga a Genova ha avuto il torto di svilire nella violenza tematiche di straordinario interesse e attualità.

    Il Foro sociale di Porto Alegre fu farina del sacco della sinistra latino-americana, e rappresentò un esempio positivo е costruttivo di come possono essere affrontati, senza violenze, temi di grande spessore. Il suo grande merito fu quello di dire ad alta voce cose che molti nel mondo pensavano senza avere il coraggio di dirlo.

    Se il Foro sociale diede corpo a inquietudini che le società civili latino-americane nutrivano da tempo, i governi latino-americani, rinfrancati dal relativo successo delle riforme intraprese e stimolate da società sempre più dinamiche ed esigenti, hanno avuto il coraggio di inserire nell’agenda internazionale temi che stanno a cuore all’America Latina e, più in generale, dei paesi emergenti e in via di sviluppo. E, sorpresa, si è scoperto che questi temi interessano a molti anche nel mondo industrializzato.

    Qualche tempo dopo lo svuotamento pratico del fronte dei non allineati, paesi che spesso in passato hanno ricercato ruoli autonomi nell’ambito internazionale si trovano in prima fila su temi che risvegliano molte simpatie anche nel Nord del mondo, soprattutto in Europa.

    Facciamo alcuni esempi: la battaglia intrapresa da Sud Africa, India e Brasile per l’accesso a costi ridotti ai farmaci contro l’Hiv e altre malattie endemiche, mediante la sospensione parziale dei diritti di proprietà intellettuale, è un tema molto delicato, perché mette a repentaglio una delle fondamenta dell’economia di mercato.

    Ma è, al tempo stesso, una rivendicazione oggettivamente giusta, dato che, a fronte di problemi di tale gravità, è necessario mettere in atto meccanismi audaci, fondati sul principio della solidarietà.

    Una questione di questo tipo si sarebbe trascinata per anni nelle stanze dell’OMC, per concludersi alla fine con una vittoria delle multinazionali farmaceutiche, se il clima mondiale non fosse drammaticamente cambiato nell’ultimo anno, e non si fosse originata una forte pressione internazionale a favore delle rivendicazioni dei paesi del Sud.

    Il Brasile e i suoi alleati non sarebbero poi riusciti nel loro intento se non avessero potuto contare sul significativo appoggio dell’Unione europea, la cui iniziativa Access to Medicines è pienamente compatibile con le rivendicazioni dei paesi emergenti (e molto lontana dalle posizioni statunitensi).

    In materia di cambiamento climatico e biosicurezza (Protocolli di Kyoto e Cartagena) e di biodiversità (Convenzione sulla diversità biologica di Rio, 1992), i paesi latino-americani e specialmente il Brasile che, forte della sua buona salute e del suo peso economico e strategico, ha abbandonato passate ambizioni su scala planetaria per assumere un ruolo, ben più realistico, e pregnante di leader del subcontinente, difendono con forza posizioni critiche rispetto alle visioni iperliberistiche statunitensi e anche giapponesi.

    Nell’ambito delle conferenze delle Nazioni unite, il Brasile e il blocco latinoamericano hanno generalmente dimostrato una notevole coesione, derivante non solo da un’omogeneità culturale, ma piuttosto da un’oggettiva comunione d’interessi. In quest’ambito, è notevole anche la sintonia con i paesi asiatici e africani, che permette quindi a paesi come il Brasile o il Messico di far parte del gruppo dei leaders dei paesi in via di sviluppo. Anche nella recente Conferenza di Durban, i paesi latinoamericani hanno giocato un ruolo significativo: senza essere in prima fila né sul tema delle rivendicazioni legate al passato schiavista, né su quello delle definizioni ideologiche in materia di razzismo, essi, guidati dal Brasile, hanno assunto un ruolo di mediazione che ha avuto il suo peso nel raggiungimento di un compromesso finale.

    L’America Latina tende quindi a non accettare più senza riserve modelli culturali e sociali importati da altrove, ma a sviluppare posizioni proprie e difenderle sulla scena internazionale, tessendo alleanze a geometria variabile che la vedono spesso convergere con altri paesi emergenti, asiatici e africani, ma anche con l’UE.

    Certo, non è possibile generalizzare sempre, e differenze significative esistono, ad esempio in materia di accettazione degli OGM, respinti dal Brasile e accettati senza riserve in Argentina, ma l’America Latina di oggi si pone di fronte al G8 con una personalità propria.

    Anche in campo culturale, sta dimostrando un gran dinamismo. La sensibilità al tema della “eccezione culturale” è crescente, e la tematica dell’accesso a una società dell’informazione multilingue si è molto sviluppata in una regione che parla spagnolo e portoghese (rispettivamente seconda e quarta lingua internazionale del mondo). Se la società dell’informazione vuol essere globale i suoi contenuti non possono essere solo in inglese, ma devono poter pervenire alla maggioranza della popolazione in lingua madre. Anche qui sono chiare le sintonie con i paesi asiatici e con una Europa per definizione multiculturale, e le frizioni con un modello globalizzante monocorde di stampo statunitense.

    In materia economica, come si pone l’America Latina di fronte al G8?

    Facendosi forti della loro rinnovata credibilità, che pareva per sempre perduta negli anni Ottanta, i paesi latino-americani si trovano in sintonia oggettiva con altri paesi emergenti nel richiedere una “democratizzazione” del commercio internazionale, fondato su un accesso crescente ai mercati del mondo sviluppato e sulla revisione dei meccanismi esistenti in seno all’Oмс, oggi visti come pesantemente squilibrati a favore dei paesi industrializzati, che favorisca i paesi del Sud.

    Pochi paesi latino-americani fanno parte del gruppo dei “Paesi meno avanzati” oggetto dell’iniziativa di condono del debito presa nel G7 di Colonia (1999), ma l’America Latina, sempre alle prese con severi problemi d’instabilità finanziaria, è invece molto sensibile al tema del disegno di una nuova architettura del sistema finanziario internazionale che favorisca la stabilità dei paesi emergenti. Le crisi messicane (1994), brasiliane (1999) e argentina hanno messo in evidenza la fragilità finanziaria dei paesi anche più forti della regione, comunque dipendenti dall’afflusso di capitali internazionali e spesso penalizzati da movimenti speculativi sui mercati che non sempre hanno riscontri oggettivi nei paesi interessati.


    La comunità finanziaria internazionale ha risposto positivamente ai successivi appelli brasiliani e argentini mediante la concessione di pacchetti finanziari ad hoc, ma il problema è lungi dall’essere risolto ed è una delle priorità che stanno più a cuore alle dirigenze latino-americane. Non ci sembra, però, che al di là degli interventi specifici già menzionati, sia probabile la definizione in un prossimo futuro di meccanismi di stabilizzazione dei mercati monetari, che continueranno a fluttuare con forza come hanno fatto dal 1973 in poi.

    Se il problema del debito estero, pur senza essere sparito del tutto, non attanaglia più come un tempo i paesi latino-americani che hanno ritrovato negli anni Novanta il cammino della crescita, il fattore chiave dello sviluppo economico è oggi identificato nell’accesso ai mercati internazionali.

    L’Uruguay Round dette luogo a un grande processo di liberalizzazione commerciale dei beni industriali e, in parte, dei servizi; i paesi emergenti, generalmente produttori agricoli, richiedono oggi di essere ricompensati per il grande sforzo di apertura delle loro economie, effettuato nel corso degli anni Novanta. Ciò è particolarmente vero per alcuni paesi latino-americani, che si sono fortemente aperti ai capitali e alle imprese internazionali e che sarebbero pronti a esportare prodotti agricoli sui mercati europeo, nordamericano e giapponese se all’apertura dell’Uruguay Round facesse ora seguito una significativa liberalizzazione dei mercati agricoli nel nuovo round commerciale. Sia gli USa sia l’UE e il Giappone dispongono di meccanismi di diversa natura che limitano fortemente le importazioni di prodotti agricoli dai paesi forti produttori (riuniti nel cosiddetto Gruppo di Cairns), e concedono anche sussidi alle esportazioni (USA e UE), spiazzando i paesi di Cairns anche su mercati terzi.

    Se, nel caso dell’UE, le riforme della PAC del 1992 e l’accordo finanziario di Berlino del 1999 hanno dato luogo a riduzioni progressive dei sussidi, soprattutto nel caso di quelli concessi agli esportatori, gli USA sono in preda a una vera e propria escalation del protezionismo agricolo.

    Secondo i paesi latino-americani, in primis i produttori agricoli come Argentina, Brasile e Uruguay, il nuovo round di negoziati OMC, il cui lancio fallì a Seattle e che sarà ora ritentato a Doha in novembre, dovrà in primo luogo riguardare la liberalizzazione del commercio agricolo, considerata una vera e propria priorità, ma anche la revisione di meccanismi il cui uso è considerato protezionistico e squilibrato a favore dei paesi industrializzati (anti-dumping, proprietà intellettuale).

    Solo in quel caso sarà possibile, secondo i latino-americani, discutere di ulteriori riduzioni dei dazi industriali e di liberalizzazioni addizionali di servizi e appalti pubblici. È da notarsi come, alla fermezza latino-americana, ispirata comunque da uno spirito costruttivo, faccia da contraltare una maggiore rigidità dei paesi emergenti asiatici (India, Indonesia, Malaysia), assai poco
    propensi ad appoggiare il lancio di un nuovo round.

    Prima di Seattle, queste remore dei paesi emergenti avrebbero potuto rimanere relegate in secondo piano: i tre grandi del commercio internazionale, soprattutto USA e UE, avrebbero potuto decidere sui destini del commercio mondiale da soli. Ma oggi non è più così, e il consenso di una decina di paesi emergenti “chiave” è divenuto imprescindibile. Nel caso dell’America Latina, si tratta di Brasile, Messico e Argentina, cui si aggiungono India, Indonesia, Malaysia, Singapore, Sud Africa, Egitto (oltre a paesi sviluppati come Canada e Australia e pochi altri).

    Difficilmente sarà possibile registrare progressi significativi nei negoziati о prevedere un lancio degli stessi senza essere riusciti a ottenere un consenso di massima all’interno di questo club.

    E se, nonostante questi sforzi, non risultasse possibile lanciare un nuovo round multilaterale all’OMс, quali sarebbero le conseguenze per l’America Latina?

    Come anticipato all’inizio, sarebbe un errore dipingere gli scenari alternativi come ripieghi rispetto al round multilaterale. In realtà, se Stati Uniti e Unione europea sono impegnati in ambiziose iniziative nei confronti dell’America Latina, la trama aveva incominciato a essere tessuta all’inizio degli anni Novanta, in coincidenza con l’inizio dei processi di stabilizzazione economica e riforme strutturali nella regione.

    Sin dalla firma del Trattato di Asunción (1991), che dà alla luce il MERCOSUR, l’Unione europea fornì al nuovo blocсо sudamericano un notevole appoggio politico e di cooperazione economica. Quest’approccio porterà alla firma dell’accordo di Cooperazione interregionale di Madrid (1995), una delle cui clausole prevedeva il lancio di negoziati di liberalizzazione commerciale tra i due blocchi quando fossero riunite le condizioni necessarie.

    La significativa evoluzione delle relazioni economiche tra UE E MERCOSUR (I’UE si è affermata nella seconda parte del decennio come il primo socio commerciale e il primo investitore nel blocco sudamericano) hanno creato in breve tempo le condizioni per il lancio di un negoziato, il cui obiettivo è la firma del primo Accordo di associazione interregionale della storia delle relazioni internazionali.

    In occasione del primo Summit euro-latinoamericano di Rio (giugno 1999), fu approvato l’inizio dei negoziati, che sono avanzati con una certa difficoltà all’inizio ma che sono già approdati, dopo cinque round negoziali, alla presentazione di un’offerta di accordo da parte dell’UE, cui dovrà corrispondere la presentazione di una controproposta da parte del MERCOSUR a fine ottobre.

    Esistono le condizioni per una conclusione dell’accordo nel prossimo biennio, e il prossimo Summit euro-latinoamericano di Madrid (giugno 2002) dovrebbe venire a scandire i tempi del negoziato, che creerà quindi un ambizioso spazio economico comune tra i quindici membri dell’Ue e i quattro paesi del MERCOSUR, cui si verrebbe ad aggiungere il Cile, con cui l’Ue sta negoziando in parallelo un accordo equivalente.

    A quello commerciale si vengono poi ad aggiungere un accordo politico e uno in materia di cooperazione, facenti tutti parte integrante dell’Accordo di associazione.

    Per quanto riguarda gli Stati Uniti, il lancio dell’ambizioso progetto di creazione di un mercato comune emisferico (ALCA in spagnolo, FTAA in inglese) risale alla presidenza Bush padre.

    Il processo avanzò ben poco durante le presidenze Clinton, ma nell’ultima parte del suo secondo mandato la sua amministrazione prese atto da un lato della crescente importanza strategica dei mercati della regione, che gli USa non potevano più considerare come acquisiti, e dall’altro delle difficoltà del quadro multilaterale (fallimento di Seattle). Di fatto, gli USA hanno sempre privilegiato un approccio strategico multilaterale nei negoziati commerciali, rimanendo sostanzialmente estranei al processo di conclusione di accordi bilaterali e regionali che ha caratterizzato tutte le regioni del mondo.

    Analisti e aziende americane hanno lanciato un grido d’allarme in questo senso al presidente George W. Bush, che ha deciso di spingere con forza sulla via del regionalismo, senza per questo rinunciare alla possibilità di lanciare un round multilaterale ancora quest’anno.

    Ma la prospettiva di un Mercato comune delle Americhe è ritornata d’attualità, e i trentaquattro paesi della regione hanno stabilito nel Summit delle Americhe di Québec (aprile 2001) un calendario e una struttura per i negoziati che dovrebbero concludersi nel 2005.

    Tale negoziato deve però far fronte a molte difficoltà, non ultima il peso delle lobbies americane, che rendono difficilmente preventivabile la concessione di un mandato negoziale ampio (TPA, Trading Promotion Authority, prima conosciuto come fast-track) al presidente Bush.

    Ma vi è anche un’altra fondamentale differenza tra l’ALCA immaginabile all’inizio degli anni Novanta e quella attuale. Se allora il processo negoziale sarebbe stato chiaramente a propulsione statunitense, con una scarsa possibilità per i paesi latino-americani di esercitare un peso significativo sul negoziato, la rinnovata forza di alcuni di loro, in primis del Brasile, e la presenza riequilibrante dell’Unione europea ha ora cambiato le carte in tavola. I paesi latino-americani hanno maggiore margine di manovra e, nel caso del Brasile, intendono esercitarlo a fondo.

    Questo non significa che l’ALCA non si farà, ma piuttosto che esso difficilmente sarà una semplice specchio del NAFTA (Accordo di libero commercio del Nord America): sarà invece un accordo ambizioso e di ampio respiro, nel quale anche gli USA Saranno costretti a fare concessioni su materie importanti (accesso ai mercati, regole sanitarie, uso dell’antidumping, riduzione dei sussidi agricoli).

    Di fatto il Brasile è già riuscito, nel periodo che ha preceduto Québec, a imporre il suo calendario agli USA e ai suoi alleati più stretti (Cile e Uruguay), che premevano per una conclusione dei mandati nel 2003, prima della fine del mandato di Bush. Era una prospettiva
    irreale, data la complessità del negoziato, ma molti paesi latino-americani,
    attirati dalla chimera di un accordo rapido con gli USA, sembravano disposti ad
    accettarla.

    La posizione brasiliana, sostenuta da paesi come il Venezuela e, con qualche dubbio, dall’Argentina, è che un negoziato rapido non possa che risultare squilibrato a favore degli USA, che devono dimostrare con concessioni reali la loro volontà di concludere un accordo. L’altro punto cui il Brasile tiene particolarmente è il consolidamento del MERCOSUR: se il blocco è dal 1999 alle prese con una crisi interna, essenzialmente dovuta all’incompatibilità dei regimi cambiari argentino e brasiliano, e oggi aggravata dalla situazione argentina, ciò non toglie che si tratti di un mercato interno significativo e di un acquis politico di peso cui il Brasile non vuole rinunciare. Da qui la decisione di negoziare come blocco in seno all’ALCA (ciò non entusiasmava l’Uruguay e in parte l’Argentina).

    Ma, che il MERCOSUR conti ancora parecchio, nonostante i suoi problemi interni, è dimostrato anche dal fatto che gli USA, a fronte delle difficoltà dei negoziati multilaterali (OMс) ed emisferici (ALCA), hanno accettato di avviare un dialogo chiamato 4+1 con il MERCOSUR su temi commerciali d’interesse comune. Non si tratta ancora di un vero e proprio negoziato, ma di un tavolo di discussione che riconosce al MERCOSUR un ruolo importante, spesso negatogli dagli USA in passato.

    Dall’evoluzione di questi scenari, cui si aggiunge anche il negoziato 4+5 tra MERCOSUR e Comunità andina che potrebbe portare alla creazione di un Mercato comune sudamericano come premessa per un suçcessivo ALCA, dipende il futuro dell’America Latina nel secolo che sta iniziando.

    Chiaramente, se qualcuno crede ancora che l’America Latina sia ancora un fuscello in balia di tempeste più grandi di lei, quanto esposto dovrebbe bastare a fargli cambiare idea.

    La nuova America Latina rimane alle prese con enormi problemi, ma dispone ora di voce e personalità propria: all’interno di essa, paesi come il Brasile e il Messico, ma anche il Cile o lo stesso Venezuela, dispongono di atouts di diversa natura che sono in grado di utilizzare.

    Di fronte alla crisi del modello G8 emersa negli ultimi due anni, risulta difficile pensare alla possibilità di mantenerne inalterata la sua struttura e le sue modalità di funzionamento. Sta svanendo, o forse è svanita del tutto, l’idea di un “direttorio” di paesi ricchi (i Sette) o armati (Russia) che possano esercitare da soli la leadership mondiale.

    È necessario ampliare lo spettro del G7: di fatto, già esiste da alcuni anni il G20, la cui prima riunione ha avuto luogo a Berlino nel dicembre 1999.

    In questo nuovo forum partecipano, oltre ai membri del G8, Argentina, Brasile, Messico, Australia, Sud Africa, Turchia, Cina, India, Indonesia e Corea del Sud, oltre alla Presidenza dell’UE e le istituzioni di Bretton Woods. Anche se il G20 non ha ancora il seguito mediatico del G8, è probabilmente in questo senso che la comunità internazionale dovrà dirigersi, senza dimenticare però di associare all’allargamento del gruppo la definizione di meccanismi di coinvolgimento dei paesi che ne sono esclusi e della società civile.

    In questo quadro, l’America Latina fa bella mostra di sé e non mancherà di far sentire la propria voce nella definizione dei nuovi equilibri mondiali.

  • La contestata rielezione di Fujimori in Perù

    Le vicissitudini che hanno portato alla seconda rielezione del presidente Alberto Fujimori in Perù hanno destato un grande interesse anche al di fuori dell’America Latina. Alcuni osservatori hanno visto nella discutibile vittoria del presidente uscente una conferma della
    regressione democratica che sarebbe in atto nella regione.

    Alcuni dati recenti sono, in effetti, inquietanti: in Ecuador un colpo di stato che ha affiancato parti dell’esercito е militanti indios è stato abortito, ma ha portato alla sostituzione (di dubbiosa legalità) del presidente Mahuad con il suo vice Noboa. In Venezuela il processo che ha portato al potere Chávez è stato generalmente interpretato come preoccupante in termini di democrazia: per una visione un po’ più articolata rimandiamo al nostro recente articolo sull’argomento (La riforma costituzionale in Venezuela: ritorno all’autoritarismo in America Latina?, in “Acque & Terre”, n. 1.2000), ma è chiaro che le speranze accese in un primo tempo da Chávez si stanno affievolendo e che egli, incapace di materializzare le promesse fatte, ha già perso in poco più d’un anno buona parte dell’enorme capitale di fiducia di cui aveva goduto nel corso del 1999. In Bolivia il presidente Banzer dichiara lo stato d’emergenza per soffocare delle sommosse popolari. In Colombia il processo di pace si contorce su se stesso senza che s’intravedano sbocchi concreti. E ora, in Perù, Fujimori ottiene, in elezioni messe in discussione non solo dall’opposizione ma anche da tutti gli osservatori internazionali, un terzo mandato cui non aveva probabilmente diritto se fosse stato rispettato lo spirito della Costituzione da lui stesso introdotta.

    I cinque paesi che formano la Comunità Andina sono quindi tutti alle prese con problemi complessi e diversi tra loro ma che possono essere in ogni modo ricondotti a una matrice comune: il difficile consolidamento della democrazia in una regione del mondo nella quale la modernizzazione economica non riesce a produrre risultati tali da intaccare in maniera sufficiente il substrato di povertà e le diseguaglianze sociali che affliggono la maggior parte della popolazione.
    Che tutto il percorso politico di Fujimori dimostri il suo carattere autoritario e opportunista è fuori discussione: nei suoi dieci anni alla presidenza del Perù (1990-2000) si sono alternate luci e ombre, ma la sua azione è stata improntata all’accentramento del potere nella sua persona e alla sistematica ricerca, all’interno della società peruviana, degli appoggi necessari per consolidare il suo controllo assoluto della situazione.
    Nel nostro articolo del 1995 (Le contraddizioni apparenti della fragile democrazia peruviana, “Acque & Terre”,n. 1.1995), avevamo cercato di presentare le ragioni che spiegavano la sua netta vittoria di allora su Pérez de Cuellar, candidato appoggiato dall’opinione pubblica internazionale, travolto nelle precedenti presidenziali da un Fujimori inviso a molti (fuori dal
    Perù). Esse andavano ricondotte essenzialmente a: 1) il successo riportato su Sendero Luminoso, la cui azione di guerriglia e terrorismo aveva avuto delle conseguenze disastrose per il paese, mettendo a repentaglio i fondamenti stessi della vita della popolazione peruviana; 2) l’assoluta mancanza di credibilità degli esponenti dei partiti tradizionali, che avevano portato il paese sull’orlo della bancarotta; 3) i buoni risultati economici seguiti al fujichoque immediatamente successivo alla sua elezione del 1990, abilmente accompagnati da una politica sociale di stampo populista – in cui Fujimori è maestro – che, anche se non intacca le radici della povertà che affligge una buona metà della popolazione peruviana, ha comunque un
    grande impatto d’immagine nei confronti dei ceti più bisognosi.

    Questo cocktail ha reso el chino (come è popolarmente conosciuto Fujimori in Perù, nonostante sia d’origine giapponese) un candidato imbattibile per diversi anni.

    Questi risultati, apprezzati positivamente dalla maggioranza della popolazione peruviana, nonostante la diffidenza degli osservatori internazionali e degli esponenti dei partiti tradizionali, completamente emarginati nel decennio Fujimori, sono stati però accompagnati da pratiche dubbiose che non hanno fatto che aggravarsi nel corso del decennio.

    In primo luogo, Fujimori – eletto a sorpresa al secondo turno delle elezioni del 1990 grazie all’appoggio di tutti i candidati dell’opposizione, il cui obiettivo era quello di sconfiggere il candidato maggioritario al primo turno, lo scrittore Vargas Llosa – non poteva contare al momento dell’elezione su un significativo appoggio parlamentare: il suo movimento, l’improvvisato Cambio 90 sorto per appoggiarlo alle elezioni, non aveva ottenuto che pochi seggi (in Perù le elezioni parlamentari coincidono con il primo turno delle presidenziali). Fujimori aveva quindi bisogno di trovare appoggi per governare nella maniera desiderata. Sarà l’esercito a fornirgli questi appoggi: tale scelta va letta alla luce della situazione del Perù dei primi anni Novanta, alle prese con una vera e propria guerra interna con Sendero Luminoso che metteva i militari in primo piano nella vita del paese.

    Fujimori chiede al Parlamento poteri eccezionali per combattere il terrorismo; non li ottiene e scioglie le Camere assumendo il potere dittatoriale con l’appoggio delle forze armate: è il fujigolpe dell’aprile 1992. I partiti d’opposizione non si presentano alle successive elezioni per l’Assemblea costituente, nella quale il presidente-dittatore ha via libera per fare approvare una Costituzione, accentratrice e ultra-presidenzialista, di suo gradimento. Tale Costituzione è approvata mediante referendum popolare nell’ottobre 1993.

    Nel frattempo, Sendero Luminoso è colpito a morte: a partire dalla cattura del líder máximo Abimael Guzmán (settembre 1992), il gruppo terrorista si sfalda e perde in poco tempo gran parte della sua forza. In Perù la vita ritorna alla normalita.

    Il lato negativo della fine dell’emergenza senderista è il progressivo aumento del potere delle forze armate: protagoniste della sconfitta del terrorismo e alleate del presidente autoritario, divengono il vero pilastro dell’edificio fujimorista.

    Attorno all’uomo-chiave di Fujimori, il consigliere presidenziale Vladimir Montesinos, responsabile del sempre più potente servizio di sicurezza interna (Servicio de Inteligencia Nacional, SIN), si crea una densa rete d’uomini e interessi economici legati a filo doppio a Montesinos e al presidente: i ventidue militari di più alto rango delle forze armate peruviane (otto generali di divisione e quattordici di brigata) sono tutti compagni di classe di Montesinos, diplomatisi all’Accademia militare di Chorrillos nel gennaio 1966. Per arrivare a questo risultato, è stata necessaria un’epurazione degli ufficiali non fedeli al presidente. Il risultato di tale processo sono delle forze armate totalmente identificate con il presidente, al cui interno le carriere sono in praticа bloccate: la cupola dovrebbe andare in pensione in blocco a fine 2000, ma già si sta preparando una modifica legislativa che prorogherebbe la situazione per altri cinque anni (guarda caso, i cinque anni del terzo mandato Fujimori).

    In parallelo a questo processo d’asservimento delle cupole militari, Fujimori ha progressivamente allargato il raggio d’azione del Sin, che sotto l’attenta regia di Montesinos ha sviluppato una gran capacità d’intossicazione informativa e di distruzione sistematica degli avversari di Fujimori.

    L’altro punto-chiave del potere di Fujimori è il controllo assoluto dei mezzi di comunicazione, ottenuto anche ricorrendo a metodi poco ortodossi, come pretestuose espropriazioni forzate: emblematico è stato il caso di Baruch Ivcher, proprietario di Canal 2 Frecuencia Latina, canale televisivo non particolarmente critico rispetto a Fujimori, ma divenuto il nemico pubblico numero uno a seguito della diffusione di denunce contro il SIN e Montesinos. Ivcher, israeliano naturalizzato peruviano, è stato espropriato e privato della cittadinanza.

    Il risultato di tali metodi è l’inesistenza di voci discordanti nelle televisioni peruviane: i sei canali aperti esistenti nel paese non hanno accettato alcun tipo di pubblicità elettorale dell’opposizione, confinata su un solo canale via cаvo dalla diffusione assai ridotta.

    Se a livello della stampa scritta non si è raggiunta una tale unanimità, lo squilibrio esistente in televisione è sufficiente per giustificare le denunce d’assoluta parzialità della campagna elettorale peruviana.

    La Costituzione del 1992 è poi fortemente centralizzata: le attribuzioni dell’unica Camera sono molto ridotte, e la stessa figura del primo ministro è fortemente appiattita su quella del presidente, vero padrone della situazione. Nelle elezioni del 1995 Fujimori aveva per di più ottenuto una comoda maggioranza parlamentare, che gli ha permesso un’ampia libertà d’azione nel corso del suo secondo mandato.

    La situazione si è ulteriormente deteriorata quando Fujimori ha deciso di puntare a una nuova rielezione: il primo responso del Tribunale costituzionale è negativo, ma per ovviare a tale contrattempo Fujimori destituisce tre giudici per sostituirli con tre fedeli. Il nuovo responso gli dà ragione, per cui la prospettiva della re-relección diviene reale: il ragionamento seguito, assai bizzarro, è che la prima elezione di Fujimori era stata ottenuta con un’altra Costituzione (da lui stesso violata!), per cui l’attuale rielezione sarebbe in realtà la prima secondo la Costituzione attuale.

    Un’iniziativa di referendum popolare avente per obiettivo il rovesciamento di tale interpretazione è poi considerato illegittimo dalla stessa Corte, tagliando l’erba sotto i piedi dei sempre più numerosi critici del fujimorismo.

    Questi sviluppi, associati a un forte rallentamento della crescita economica avvenuto nel 1998 e nel 1999, hanno alienato molte simpatie a Fujimori nel corso dell’ultimo biennio: per queste ragioni, e per la crescente usura di un metodo di governo eccessivamente autoritario che asfissia la società civile e che mette in discussione i fondamenti stessi della democrazia, pur rispettando i dettami della forma, la prospettiva di una sconfitta di Fujimori nelle elezioni di quest’anno si era fatta concreta.

    Alcuni candidati d’opposizione avevano i numeri per ottenere un buon risultato: Alberto Andrade, sindaco di Lima e Luís Castañeda Lossio, che si è costruito un’ottima reputazione nel suo passaggio alla presidenza dell’IPSs, (Istituto peruviano di previdenza sociale). Ma l’incapacità dell’opposizione di unirsi attorno a un solo candidato e le sistematiche campagne di disinformazione di cui questi due candidati sono stati oggetto hanno ridotto al lumicino i loro consensi.

    Negli ultimi mesi di campagna è però apparsa una candidatura che non aveva meritato l’attenzione dell’establishment: quella dell’economista Alejandro Toledo, che facendo campagna nel Perù profondo e senza contare sui mezzi d’informazione è riuscito sorprendentemente a coagulare attorno a sé la maggioranza dei consensi degli scontenti di Fujimori.

    Toledo, economista pluri-diplomato (dottorato a Stanford, professore a Harvard), ha fatto presa sull’elettorato: le sue fattezze indiscutibilmente andine e il suo messaggio diretto e comprensibile hanno saputo smuovere una società peruviana non più disposta a sopportare a ogni costo il pugno duro della cupola al potere e desiderosa di cambiamenti concreti e profondi delle proprie condizioni di vita.

    La T di trabajo è stata il motto della campagna di Toledo, che dice di se stesso: “sono l’esempio vivente di come la formazione può trasformare un uomo”.

    A fronte di questa crescita imprevista dei consensi per Toledo, molti osservatori mettevano in dubbio che Fujimori potesse accettare una possibile sconfitta: la previsione unanime era che avrebbe cercato a tutti i costi un’affermazione al primo turno, per evitare la possibile concentrazione dei voti dell’opposizione su Toledo nel secondo turno.

    La missione d’osservazione elettorale dell’OSA (Organizzazione degli stati americani), nonché della Fondazione Carter, di Transparencia e d’altre istituzioni internazionali hanno tutte dato fede delle gravi irregolarità del primo turno elettorale, svoltosi il 9 aprile: 1 milione 200 mila schede scrutate in più rispetto al numero dei votanti, gravi anomalie riscontrate nelle sezioni elettorali nelle quali non erano presenti osservatori internazionali o dell’opposizione, cancellazione della lista di Toledo (Perù Posible) in molte schede e così via.

    La saga del conteggio dei voti del primo turno elettorale è durata vari giorni: alla fine i risultati officiali hanno visto Fujimori al 49,79 per cento dei vOti e Toledo al 40,31 per cento, numeri che hanno reso necessario il secondo turno.

    L’impressione derivante dall’altalenarsi delle notizie provenienti da Lima nei giorni successivi al 9 aprile è quella di un conteggio viziato, effettuato da istituzioni elettorali succubi al presidente, che ha accarezzato fino all’ultimo l’idea di ottenere la vittoria al primo turno: il peso delle pressioni internazionali e delle oggettive anomalie messe in luce dagli osservatori e dall’opposizione ha però reso impossibile la proclamazione della vittoria di Fujimori già al primo turno.

    In vista di questo secondo turno, la missione dell’OAs ha richiesto alle istituzioni elettorali una rapida correzione delle anomalie riscontrate, così come la garanzia di un’apertura di spazi televisivi al candidato oppositore.

    A pochi giorni dal voto, Toledo ha richiesto un rinvio di venti giorni del secondo turno, previsto per il 28 maggio, al fine di permettere l’adozione delle misure necessarie per assicurare la trasparenza della tornata elettorale: l’OAS ha appoggiato la richiesta, respinta dalle autorità peruviane. Toledo ha allora annunciato il suo ritiro dal secondo turno, invitando i suoi elettori ad astenersi o ad annullare la scheda.

    Preso poi atto dell’insufficienza delle misure adottate dalla JNE e dall’ONPE, le due istituzioni interessate, che all’ultimo momento hanno cambiato il programma usato per il conteggio anziché correggere gli errori esistenti nel programma usato al primo turno, la missione dell’OAs ha deciso anch’essa di ritirarsi, non sentendosi in grado di avallare il processo elettorale in corso.

    Si è quindi votato il 28 maggio, con il nome di Toledo sulle schede nonostante questi avesse richiesto che fosse ritirato: la sua consegna agli elettori è stata l’astensione.

    In questo quadro turbolento (elezioni senza opposizione e senza osservatori internazionali), Fujimori ha ottenuto il 51,2 per cento dei voti validi, Toledo il 17,68 per cento e il 29,93 per cento delle schede sono state annullate cоme richiesto da Toledo (il voto è obbligatorio in Perù e la sanzione è molto onerosa, il che impediva un massiccio boicottaggio delle urne, che comunque ha raggiunto il 19 per cento).

    Fujimori è stato rieletto al termine d’un processo macchiato di molteplici irregolarità, ma la situazione reale è quella di un pareggio tecnico che apre la strada a una grande instabilità politica in Perù.
    Toledo ha denunciato i risultati elettorali. Sostiene che la sua rinuncia fosse obbligata perché i brogli avrebbero in ogni caso (gli indizi ci sono) permesso a Fujimori di aggiudicarsi la vittoria, e
    partecipare al secondo turno avrebbe legittimato tali brogli: risulta però difficile sostenere che Fujimori sia un presidente illegittimo. Il processo elettorale è stato senza dubbio irregolare e merita un giudizio negativo, ma Fujimori ha la forma dalla sua. Chi potrebbe ora esautorarlo? La pressione statunitense sull’OAs, avente per obiettivo l’imposizione di sanzioni al Perù, è stata mitigata in occasione della riunione ministeriale di Windsor (4 giugno) dall’opposizione esercitata da molti paesi latino-americani (in prima fila Messico, Brasile e Venezuela), contrari all’adozione di misure drastiche. Dietro l’angolo vi è il sospetto con cui molti governi latino-americani guardano all’uso del principio del rispetto democratico come forma d’ingerenza statunitense nelle questioni interne. I governi della regione avevano già espresso molte riserve nei confronti dell’azione della NATO in Kosovo e Jugoslavia adottata al di fuori del sistema delle Nazioni Unite, mostrando riluttanza ad accettare il principio dell’ingerenza umanitaria.

    Al tempo stesso, l’esempio peruviano solleva preoccupazioni tra i paesi della regione anche perché non è un caso isolato ma si inserisce in un momento difficile dello sviluppo democratico in America Latina.

    Il trade-off tra le due posizioni (ingerenza in nome della democrazia e rispetto della dimensione politica nazionale) è in ogni caso difficile, come del resto ben sappiamo in Europa (l’ambasciatore austriaco presso l’Oas ha affermato che l’Unione europea dovrebbe prendere esempio dalle decisioni adottate da tale organizzazione nel caso peruviano).

    Se è prevedibile che Fujimori,che non è certo persona di molti scrupoli, si arroccherà sulle sue posizioni, è altrettanto vero che l’imprevedibile sviluppo della situazione peruviana apre scenari impensabili sino a qualche mese fa: Fujimori non dispone più d’una maggioranza parlamentare (ha solo cinquantadue deputati su centoventi) e l’opposizione pare finalmente essersi unita attorno a Toledo. Fujimori non potrà più governare nel modo cui era abituato, perché delle crepe si sono chiaramente aperte nell’edificio che sostiene il suo potere. Anche nelle forze armate sono apparse voci di dissenso, е anche in assenza di sanzioni esplicite, il Perù di Fujimori soffrirà di un crescente isolamento internazionale.

    Sfocerà questa situazione su una caduta di Fujimori prima della fine del suo mandato? È difficile a dirsi. In questo momento l’opposizione, fuori gioco per dieci anni, è rientrata in campо con un ragionevole raggio d’azione: il suo successo, e il relativo indebolimento di Fujimori, dipenderanno molto dal suo operato, più che dalla pressione internazionale.

    In passato, l’opposizione peruviana ha spesso sbagliato le sue mosse, sottovalutando l’intraprendenza e le risorse di Fujimori (in occasione del secondo turno del Novanta, dell’autogolpe del 1992, della scelta del candidato nel 1995, della tardiva unità nel 2000, forse persino nella rinuncia di Toledo il 28 maggio).

    Riprendendo le conclusioni dell’articolo, già citato, del 1995, possiamo concludere che una volta di più la democrazia deve fare i conti, in America Latina, con le specificità politiche e sociali che caratterizzano la regione.

    È però indubbio che, rispetto alla situazione di cinque anni fa, Fujimori ha ecceduto sul cammino dell’autoritarismo e che gli ultimi avvenimenti costituiscono un chiaro passo indietro per la democrazia peruviana.

    Mentre nel Cono Sud (Argentina, Brasile, Uruguay e Cile) la democrazia può considerarsi ormai del tutto stabile, con l’eccezione del Paraguay, paese avente un livello di sviluppo paragonabile più ai suoi vicini andini che ai suoi soci nel MERCOSUR, nella regione andina i segnali pericolosi per la democrazia sono molteplici.

    A nostro parere, questa constatazione non autorizza a parlare di possibile regressione della democrazia in America Latina: i risultati del processo di modernizzazione economica e democratizzazione politica iniziato negli anni Ottanta sono tangibili e irreversibili.

    Dove però i risultati economici non riescono a raggiungere con sufficiente rapidità una parte significativa della popolazione e dove la società civile trova più difficoltà a organizzarsi e farsi sentire, servendo da contrappeso al potere della classe politica o dei “poteri di fatto”, la tentazione autoritaria può fare di nuovo capolino: in questo senso, i paesi andini presentano ancora situazioni a rischio.

    Lo scenario di fondo è quello della grande sfida che l’America Latina deve affrontare nel XXI secolo: il grande nemico da sconfiggere è il deficit sociale che separa le élites dal resto della popolazione. Solo quando questa sfida sarà stata vinta la democrazia non sarà più in pericolo.

  • II MERCOSUR al banco di prova della crisi finanziaria brasiliana

    II MERCOSUR al banco di prova della crisi finanziaria brasiliana

    Nel nostro ultimo articolo (Acque &Terre n. 6.98) avevamo descritto la situazione del Brasile nel quadro della crisi finanziaria internazionale: la nostra analisi, pur sottolineando le debolezze strutturali tuttora esistenti nel contesto economico e sociale brasiliano, aveva però concluso che gli enormi progressi fatti registrare dal Brasile negli anni Novanta (apertura economica, stabilizzazione finanziaria, modernizzazione del sistema produttivo, integrazione regionale nell’ ambito del MERCOSUR) hanno creato una situazione d’insieme sostanzialmente positiva per lo sviluppo economico del Paese e il rafforzamento del suo ruolo internazionale.

    Ci si può chiedere in che misura queste conclusioni siano state inficiate dal tourbillon di avvenimenti succedutisi a partire dal 13 gennaio, quando la tanto temuta svalutazione del real è divenuta una realtà, trascinando il Brasile, sotto il peso della pressione speculativa dei
    mercati, in una spirale che sembrava compromettere in poche settimane un processo di stabilizzazione economica in corso da quattro anni e mezzo (il piano Real).

    In questo articolo analizzeremo brevemente l’evolversi della crisi finanziaria brasiliana (il cosiddetto effetto samba) come punto di partenza per esaminare i suoi effetti sul MERCOSUR, il bloccо d’integrazione economica composta da Argentina, Brasile, Paraguay e Uruguay che sta vivendo la sua prima veri crisi dopo anni di successi.


    Perché scegliere questo angolo visuale? Il MERCOSUR non solo è un blocco regionale con un importante peso specifico proprio (il quarto per popolazione e volume degli scambi dopo NAFTA,
    Unione europea e ASEAN), ma rappresenta un esempio particolarmente ben riuscito di processo d’integrazione economica tra paesi emergenti. Il suo pоtenziale in termini di partnership commerciale e attrazione di investimenti è stato tale che nel corso degli anni Novanta i grandi operatori internazionali si sono affacciati tutti, praticamente senza eccezioni, su questo mercato.

    Sia l’ Unione europea sia gli USA hanno avviato o stanno per avviare dei negoziati aventi per obiettivo la conclusione di accordi commerciali intra-regionali: nel caso dell’UE un eventuale accordo con il MERCOSUR rappresentebbe il primo esempio di un’intesa tra due blocchi regionali, mentre l’insieme dei paesi dell’emisfero americano sta iniziando il processo negoziale dell’ALCA (Area di libero scambio delle Americhe), nel quale il MERCOSUR ha assunto un ruolo chiave.

    Il rapido successo del MERCOSUR ha inoltre fortemente condizionato gli equilibri economico-commerciali in America Latina (vedasi l’articolo “Fermenti di integrazione regionale in America Latina: dal Patto alla Comunità andina”, su Acque & Terre n. 2.97).

    Se pensiamo alla situazione d’insieme del commercio internazionale alla vigilia del lancio del Millennium Round dell’Oмс (Organizzazione mondiale del commercio) e, più in generale, alle conseguenze della globalizzazione e dell’integrazione dei mercati finanziari che proprio la crisi brasiliana è venuta una volta di più a sottolineare, possiamo concludere che il destino del MERCOSUR non è un problema regionale ma una questione di interesse globale per il commercio internazionale. Come si è prodotta la crisi finanziaria brasiliana? Il legame stretto del real al dollaro, mediante una svalutazione tenuta sotto controllo dalla Banca centrale a un tasso del 7.5 per cento annuo, ha tenuto per tutto il primo mandato di Cardoso. Gli effetti erano stati molto positivi sia in termini di controllo dell’inflazione, una sorta di male endemico in Brasile, dove essa è stata sempre usata per finanziare la costante espansione della spesa pubblica, sia in termini di accresciuta credibilità internazionale del Brasile.

    Su queste basi, gli ultimi quattro anni erano stati caratterizzati da un notevole rafforzamento del potere d’acquisto delle classi medie e da tassi di crescita significativi del PIB.

    Tuttavia, nella parte finale del primo mandato Cardoso questa politica economica aveva cominciato a ricevere critiche crescenti, essenzialmente da parte degli industriali, a causa del relativo ingessamento dell’economia derivante dal legame con il dollaro: in particolare, dopo le crisi asiatica e russa, la difesa del real era divenuta sempre più difficile, spingendo i tassi d’interesse verso livelli altissimi (quasi al 50 per cento reale!).

    In questa difesa a tutti i costi del proprio modello monetario, il Brasile bruciò nella seconda parte del 1998 più della metà delle sue riserve: nonostante le iniezioni di fiducia e di capitali fornite dal piano d’assistenza coordinato dal FMI dell’ottobre 1998, alcuni ritardi nell’approvazione delle riforme previdenziali e fiscali da parte del Congresso e la moratoria dichiarata dallo Stato di Minas Gerais scatenarono, ai primi di gennaio del 1999, un’ondata speculativa che rese impossibile difendere ulteriormente il real.

    Il primo tentativo di riforma fatto (introduzione di una fascia d’oscillazione larga, da 1,22 a 1,32 reais per dollaro) non durò che 24 ore: la pressione dei mercati obbligò la Banca centrale ad abbandonare la difesa del real. In poche settimane il real si inabissò verso valori considerati esagerati da tutti gli analisti, raggiungendo a fine febbraio un valore attorno ai 2,20 reais per dollaro (una svalutazione dell’80 per cento in sei settimane a fronte di una svalutazione accumulata del 30 per cento nei quattro anni precedenti!).

    La crisi provocò scosse ai vertici della Banca centrale: se l’ortodosso Gustavo Franco, contrario all’attenuazione della politica monetaria, era stato sostituito il 13 gennaio dal suo vice Francisco Lopes, questi non resisterà che diciotto giorni all’effetto samba e verrà sostituito ai primi di febbraio da Arminio Fraga, uomo legato a George Soros: una nomina che non ha mancato di suscitare vive polemiche nella classe politica brasiliana, restia ad accettare un esponente della “speculazione internazionale” alle redini della politica monetaria del Paese.

    Ma le prime illazioni su eventuali irregolarità commesse da Fraga a favore del fondo Soros nel periodo tra la nomina e l’assunzione delle funzioni si sono rilevate infondate, e di fatto i primi due mesi della gestione Fraga si sono dimostrati estremamente positivi: l’effetto voluto da Cardoso, nominare un esperto dei mercati finanziari internazionali per ottenere credibilità, è stato raggiunto e il real ha recuperato posizioni ben più rapidamente del previsto.

    L’ondata speculativa si è arrestata oggi (fine aprile), il real è ritornato su valori tra l’1.60 e l’1.70 rispetto al dollaro, che erano sempre stati unanimemente indicati dagli esperti come corretti rispetto alla valuta statunitense.

    Questa stabilizzazione rapida, che ha controbilanciato i picchi speculativi di gennaio-febbraio, permette oggi di approntare delle previsioni macroeconomiche assai più ottimistiche rispetto ai timori di recessione profonda vigenti nelle prime settimane dopo la crisi: se il 1999 si chiuderà in recessione (-1 per cento), la deriva verso valori negativi attorno al 4-5 per cento sembra scongiurata.

    Per quanto riguarda l’altra grande incognita, l’inflazione, partita a razzo nelle prime settimane, facendo presagire uno scenario catastrofico al 30-40 per cento annuale per il 1999, è oggi rientrata, grazie ad alcuni provvedimenti governativi riusciti e a una risposta responsabile dei commercianti e soprattutto dei consumatori, che hanno rifiutato di seguire l’escalation dei prezzi modificando le loro abitudini d’acquisto: oggi le previsioni più ragionevoli situano l’inflazione a fine anno più vicino al 10 che al 15 per cento.

    Un altro fattore che ha contribuito a migliorare la situazione è stato di natura politica: Cardoso è riuscito a raggiungere un accordo con i governatori statali che, pur senza annunciare una moratoria seguendo l’esempio di Itamar Franco (Minas Gerais), avevano sottolineato la necessità di ammorbidire le condizioni di rimborso dei debiti statali nei confronti dell’amministrazione centrale a causa della crisi. Una generalizzazione della moratoria avrebbe avuto conseguenze drammatiche sulla credibilità internazionale del Brasile. Cardoso ha invece concesso agli stati alcune facilitazioni alternative senza condonare né scaglionare i pagamenti
    previsti. L’unico stato che prosegue la sua ribellione è Minas Gerais, più per ragioni politiche (avversione FrancoCardoso e mire presidenziali del primo) che per ragioni finanziarie (la situazione di Minas Gerais è tutt’altro che drammatica se paragonata ad altri stati).


    La svalutazione, pur parzialmente rientrata, ha però aggravato il problema del debito pubblico, rendendo impossibile il raggiungimento degli obiettivi fissati a ottobre con il FMI. Una revisione di tale accordo è stata firmata 1’8 marzo, sulla base di nuove previsioni economiche, che in gran parte si stanno concretizzando nel quadro di uno scenario moderatamente positivo.

    L’ancora dell’accordo non è più il mantenimento del tasso di cambio ma il controllo dell’inflazione. In questo contesto, i tassi d’interesse hanno cominciato a diminuire (l’accordo prevede un tasso di riferimento al 28,8 per cento a fine anno). Se questo è lo scenario finanziario brasiliano a fine aprile, quali sono state le conseguenze della crisi sul MERCOSUR?


    Le prime reazioni argentine sono state di preoccupazione: la svalutazione selvaggia del real tra gennaio e inizio marzo faceva temere agli imprenditori argentini un’importante perdita di competitività dei prodotti argentini nei confronti dei brasiliani, dal momento che il peso argentino è legato al dollaro mediante il sistema del currency board. Dobbiamo segnalare che dall’entrata in vigore del MERCOSUR l’Argentina ha sempre avuto dei saldi positivi di bilancia commerciale nei confronti del Brasile. Gli imprenditori hanno quindi fatto pressione sul governo per ottenere delle misure compensatorie.

    D’altro canto, il presidente Menem ha proposto di risolvere una volta per tutte i problemi monetari del blocco adottando il dollaro come moneta unica, seguendo l’esempio argentino: se Menem in passato aveva già parlato di unione monetaria del MERCOSUR sulla falsariga dell’UEM, questo cambio di tendenza verso il dollaro ha ben pochi amici in Brasile, un paese assai restio a concedere cessioni di sovranità e ben conscio della poca popolarità che un’adozione del dollaro avrebbe presso l’opinione pubblica, in buona parte già scettica sull’accordo con il FMI, visto da molti come un’ingerenza.

    Le autorità brasiliane hanno quindi fatto sapere che l’eventuale adozione di una moneta unica regionale “richiederà decenni”.

    In piena crisi, i presidenti del MERCOSUR si sono riuniti in più occasioni per ribadire la consistenza del MERCOSUR: l’incontro bilaterale Menem-Cardoso di São José de Campos del 17 febbraio, e gli incontri di Cardoso con i presidenti uruguayano Sanguinetti e paraguayano Cubas Grau, evidentemente anch’essi assai preoccupati per le conseguenze della crisi brasiliana sulle economie dei loro paesi e sulla tenuta del blocco, sono serviti per ribadire la solidarietà tra i paesi del gruppo, l’esclusione di misure di salvaguardia da parte dei partners del Brasile, la conferma del principio della consensualità delle decisioni, l’introduzione del concetto di coordinamento macro-economico all’interno del MERCOSUR.

    Quest’ultima decisione è particolarmente significativa se pensiamo che il MERCOSUR è stato concepito fino ad oggi come un accordo commerciale, senza che fosse chiara una vocazione di ulteriore approfondimento delle dimensioni dell’integrazione: la prima grande scossa, a un tempo esogena ed endogena, ha dimostrato ai paesi del blocco la necessità di intraprendere gradualmente la via dell’integrazione macroeconomica e monetaria al fine di creare un vero spazio economico regionale: in questo senso, l’esperienza europea è spesso citata nel MERCOSUR come un significativo punto di riferimento.

    Dopo gli incontri bilaterali, i presidenti MERCOSUR si sono riuniti in occasione del primo Foro imprenditoriale UE-MERCOSUR di Rio di Janeiro (fine febbraio).

    I due mesi successivi a queste prese di posizione presidenziali hanno testimoniato tuttavia un grado crescente di tensione tra i due principali partners del MERCOSUR, Brasile e Argentina. Nonostante siano state adottate alcune misure per contenere gli effetti della crisi (ritirata da parte brasiliana di meccanismi di sussidio all’esportazione all’interno del MERCOSUR, ritirata da parte argentina di misure annunciate in materia di restituzione automatica di saldi negativi nei crediti commerciali bilaterali), l’introduzione di altre misure protettive da parte argentina (provvedimenti fitosanitari, anti-dumping e di restituzione parziale dell’IVA sulle esportazioni) ha inasprito i rapporti tra i due governi in materia commerciale. Bisogna sottolineare che fino a dicembre era l’Argentina che si lamentava di misure discriminatorie da parte del Brasile. Ora non è impossibile pensare ad azioni brasiliane contro l’Argentina presso l’OMс, un brutto segnale per la salute del MERCOSUR.

    Altre serie divergenze riguardano le strategie negoziali del MERCOSUR con gli altri paesi dell’America Latina: se il Brasile non aveva apprezzato, alla fine del 1998, il rinnovo di un accordo bilaterale tra l’Argentina e il Messico, considerando che ormai solo il MERCOSUR dovrebbe concludere questo tipo di accordi, lo stesso Brasile ha deciso ora di abbandonare i negoziati per la creazione di un’area di libero scambio tra il MERCOSUR e la Comunità andina per negoziare in solitudine un accordo preferenziale con i paesi di tale gruppo.

    In realtà questo negoziato, tecnicamente assai complesso a causa dell’esistenza di un complesso reticolato di accordi bilaterali preessistenti tra le parti conclusi nel quadro dell’ALADI, interessa ben più il Brasile, interessato a rafforzare i propri scambi in particolare con il Venezuela, che l’Argentina. Di fatto, il neo-eletto presidente Chavez ha già visitato Brasilia in due occasioni e ha richiesto l’ingresso del Venezuela nel MERCOSUR.


    In conclusione, il clima all’interno del blocco si è deteriorato e alcune dichiarazioni ministeriali argentine stanno facendo planare delle ombre sulla viabilità futura del MERCOSUR: rifacendoci all’esempio europeo, dobbiamo però sottolineare come un progetto d’integrazione sia un disegno per definizione di lungo periodo, soggetto a crisi puntuali e problemi passeggeri. In questo senso, le prese di posizione presidenziali propendono per un approfondimento dell’integrazione come risposta alla crisi: questo atteggiamento sembra ancora maggioritario rispetto a ipotesi di rottura.


    Come già sottolineato, l’approfondimento proposto dell’integrazione amplia il raggio d’azione del MERCOSUR al coordinamento macro-economico: poco a poco sta maturando anche la riflessione su temi che fino ad oggi erano stati tabù, almeno nei due grandi paesi del MERCOSUR: l’instaurazione di mессanismi sovranazionali per la risoluzione di controversie e la definizione di una struttura istituzionale del MERCOSUR che integri la dimensione intergovernativa. Se la crisi finanziaria brasiliana ha scosso duramente il MERCOSUR, la crisi politica paraguayana ha invece fornito un segnale positivo sulla saldezza democratica del blocco.

    Non entriamo nei dettagli delle vicende politiche paraguayane, pur estremamente interessanti e per certi versi romanzesche. La convulsa situazione è il risultato di una transizione imperfetta dalla dittatura di Stroessner alla democrazia attuale, nella quale il potere è però sempre rimasto nelle mani dell’antico partito stroessnerista (Partido Colorado). Gli odii e le divisioni tra le varie fazioni del “coloradismo” hanno dato luogo a una costante instabilità, già messa alla prova nel 1996 dal tentativo golpista del generale Oviedo contro l’allora presidente Wasmossy.

    Se già in quell’occasione il MERCOSUR aveva dimostrato la sua valenza democratica (i partners fecero sapere al Paraguay che un colpo di stato ad Asunción avrebbe significato l’esclusione del Paese dal gruppo), la situazione si è riprodotta nei giorni convulsi che hanno seguito l’assassinio del vicepresidente Argaña. Di fatto, l’intervento diplomatico brasiliano e argentino è stato di grande utilità per scongiurare una escalation violenta tra le fazioni legate al presidente Cubas Grau e a Oviedo e quelle legate al defunto Argaña. Il fattore MERCOSUR ha evitato l’ipotesi di un golpe successivo all’eventuale impeachement di Cubas Grau e l’intervento dei vicini ha facilitato le dimissioni di Cubas Grau che hanno chiuso la crisi.


    La crisi paraguayana ha dimostrato una volta di più l’irreversibilità della democrazia nella regione e l’importanza strategica dell’appartenenza al MERCOSUR per i suoi membri.

    Il MERCOSUR sta quindi vivendo una crisi di maturità: i primi anni del processo hanno fatto registrare risultati straordinari in termini d’intensificazione degli scambi commerciali, fatto assai significativo in una regione nella quale tali scambi erano sempre stati limitati. La riuscita del MERCOSUR ha inoltre contribuito in maniera decisiva ad accrescere la credibilità internazionale dei paesi membri.

    Le difficoltà attuali derivano da complicazioni congiunturali, ma stanno servendo ad approfondire la riflessione sul cammino che il blocco dovrà intraprendere:vari segnali fanno pensare che l’approfondimento dell’integrazione potrebbe essere la risposta alla crisi.

    Il MERCOSUR è divenuto il fulcro dell’integrazione economica sudamericana: la creazione a termine di un MERCOSUR allargato a tutti i paesi sudamericani (il cosiddetto AMERCOSUR) non è più un’utopia, anche se tale processo sarà di una certa difficoltà.


    Tale dimensione sudamericana s’integra nel processo negoziale dell’ALCA, nel quale il MERCOSUr ha assunto una leadership latino-americana che vuole controbilanciare il peso degli Stati Uniti.


    D’altro canto, il MERCOSUR è estremamente interessato ad approfondire i propri legami con l’Unione europea mediante la creazione di un’area di libero scambio tra i due blocchi regionali (l’UE è già oggi il primo partner commerciale del MERCOSUR): l’accesso dei prodotti agricoli del MERCOSUR al mercato europeo è la chiave di volta della questione, la cui formula negoziale non è stata ancora definita.

    I prossimi anni dovrebbero quindi vedere un consolidamento progressivo del MERCOSUR Come volano dell’integrazione economica dell’America Latina e una notevole intensificazione delle sue attività di diplomazia commerciale con i principali blocchi commerciali mondiali (UE, NAFTA).

    Wassily Kandinsky:
    “Il cavaliere azzurro”.
    Incisione per il frontespizio
    dell’almanaссо (1911-12).
  • Il Nicaragua dall’utopia alla realtà

    Come si inquadrano le recenti elezioni nicaraguensi nel contesto роlitico centroamericano? L’ascesa alla presidenza di Arnoldo Alemán riflette una situazione puramente interna al Nicaragua o è in linea con una tendenza più generale in America centrale?

    Al momento in cui scriviamo, nei giorni immediatamente successivi alle elezioni del 20 ottobre, non disponiamo ancora dei risultati definitivi: è però fuori discussione che il presidente eletto sia Arnoldo Alemán. candidato di Alianza Liberal, che ha senz’altro oltrepassato la soglia del quarantacinque per cento necessaria per essere proclamato vincitore al primo turno. Secondo gli ultimi dati Alemán supererebbe il quarantotto per cento dei voti, mentre i consensi raccolti
    dal candidato del Frente Sandinista de Liberación Nacional, l’ex presidente Daniel Ortega, si aggirerebbero intorno al trentotto per cento.
    Il Fsln non ha accettato immediatamente il responso delle urne, adducendo irregolarità nel voto, specie nelle regioni periferiche. Ma se è indubbio che l’organizzazione sia stata molto carente e confusa, in particolare nelle zone rurali, gli osservatori internazionali sono stati
    unanimi nell’affermare che le anomalie non erano tali da inficiare il risultato elettorale.

    Com’era largamente previsto gli altri candidati, tra cui l’ex vicepresidente Sergio Ramirez, ora transfuga dal Fsln e candidato del Movimiento Renovador Sandinista, che si proclama l’erede autentico del sandinismo, si sono piazzati lontanissimo dai due contendenti principali, stritolati dalla forte bipolarizzazione che caratterizza la vita politica nicaraguense. Tale risultato penalizza numerosi personaggi politici e molti dei partiti della Unión Nacional Opositora, la coalizione che nel 1990 aveva portato alla vittoria Violeta Barrios de Chamorro, la presidentessa uscente. Basti dire che al terzo posto troviamo, con il cinque per cento, il pastore evangelico Guillermo Osorno, candidato del Camino Cristiano Nicaraguense, che di certo non è espressione delle forze politiche tradizionali.
    La vittoria di Alemán era prevista da tempo: da almeno un anno l’ex sindaco di Managua si era profilato come il candidato da battere, sembrando in grado di poter attrarre su di sé la maggior parte dell’elettorato di centro-destra, contrario a qualsiasi tentazione di ritorno al
    sandinismo.
    Il suo avversario più pericoloso, l’ex ministro della Presidenza e genero di Violeta Chamorro, Antonio Lacayo, non ha avuto la possibilità di partecipare alla competizione. Questi è stato, di fatto, l’uomo-chiave della passata presidenza, il vero presidente-ombra; però non ha potuto presentarsi a seguito della riforma costituzionale, che limita le candidature di familiari del presidente in carica (sull’importanza di questo provvedimento ritorneremo in seguito).

    La signora Chamorro, il cui merito essenziale come candidata dell’Uno alle elezioni del 1990 era quello di essere la vedova della figura-simbolo dell’antisomozismo, il giornalista Pedro Joaquín
    Chamorro, non era nulla più che una scelta di bandiera per tenere assieme una coalizione eterogenea di quattordici partiti (tutti i movimenti politici есcetto quello sandinista). Questa, infatti, rappresentava l’unica possibilità per le opposizioni di sconfiggere il Fsln, che
    governava dalla caduta di Somoza (1979).
    Prevedibilmente, una volta raggiunto il grande obiettivo elettorale con la vittoria su Ortega nel febbraio 1990, la convivenza si dimostrò impossibile. La bancada (così si chiamano i gruppi
    parlamentari in Nicaragua) Uno perse rapidamente la propria unità e Violeta Chamorro, che di fatto non era una personalità politica, ruppe con una parte importante della coalizione che l’aveva sorretta delegando la gestione del potere al genero e assumendo un ruolo più che altro di rappresentanza e di prima ambasciatrice del nuovo Nicaragua sulla scena internazionale.

    L’equidistanza della Chamorro dalle diverse forze politiche componenti la Uno si era però perduta; del resto, la maggioranza raggiunta non era tale da permettere alla coalizione di portare avanti delle riforme in grado di incidere in modo significativo sull’eredità sandinista. Il duo Lacayo-Chamorro impostò dunque la propria azione di governo su una collaborazione fattuale con l’opposizione, la cui bancada era guidata da Sergio Ramirez.
    Che senso aveva tale collaborazione, che faceva seguito al durissimo «muro contro muro» di quelle drammatiche elezioni?

    Se da un lato abbiamo già sottolineato la debolezza strutturale della nuova maggioranza, dall’altro crediamo che ogni osservatore imparziale debba ammettere che il bilancio di undici anni di sandinismo non possa considerarsi totalmente negativo. I sandinisti, guidati da Daniel Ortega e da suo fratello Humberto, capo delle forze armate, avevano certo commesso, trascinati da impostazioni ideologiche radicalmente di sinistra, errori gravi nella gestione dell’ecоnomia, perseguendo un modello di proprietà collettiva dei mezzi di produzione che ha avuto risultati nefasti ovünque sia stato applicato. Ma il loro altro grande torto non era forse stato quello di dare priorità alle politiche sociali ed educative in un’epoca nella quale il leitmotiv dominante l’economia mondiale era diametralmente opposto a tali priorità? Era di fatto possibile negli anni Ottanta, al di là del valore personale di qualche leader o della supposta buona volontà di una classe dirigente, portare avanti un esperimento di trasformazione
    sociale in un paese centro-americano?

    Il sandinismo, ideologia di sinistra di concezione latino-americana e non sovietica, era giunto a cogliere la sua oсcasione storica in un momento nel quale le condizioni esterne non avrebbero potuto essere più negative. Il Nicaragua, divenuto suo malgrado teatro di una battaglia politica e militare che andava molto al di là della portata effettiva della «rivoluzione sandinista, dovette assumere per un decennio un ruolo sproporzionato sulla scacchiera internazionale come protagonista di un confronto ideologico che trascendeva la realtà nazionale.
    L’ostracismo delle amministrazioni Reagan e Bush nei confronti del governo di Managua, manifestatosi platealmente con l’appoggio ai contras, creò condizioni tali da rendere impraticabile l’esperimento sandinista. Se a questo aggiungiamo le difficoltà oggettive della guerra civile e la radicalizzazione dei dirigenti sandinisti, che di fronte a tale situazione rifuggirono ogni compromesso chiudendosi a riccio su posizioni strategico-ideologiche impossibili da mantenere, possiamo comprendere come il sandinismo non abbia potuto ottenere un successo pieno. Ma se questo è fallito per le ragioni sopra illustrate, certe conquiste sociali che per la prima volta i nicaraguensi avevano potuto conseguire vanno messe, nonostante tutto, all’attivo del sandinismo.

    Il Fsln ha praticato per un decennio una politica utopica e forse eccessiva nel suo radicalismo, ma non totalmente fuori luogo in un paese i cui livelli di povertà e ingiustizia sociale sono sconcertanti (attraversare Managua è un’esperienza che coglie impreparato anche chi è abituato agli scenari di povertà così frequenti negli agglomerati urbani del Terzo Mondo). L’aquis non poteva essere eliminato da un giorno all’altro, e di questo erano coscienti anche i sostenitori dell’oрposizione vincitrice nel 1990 e la Chiesa cattolica, che pure ha sempre avuto un rapporto molto conflittuale con il sandinismo. La concomitanza di fattori rendeva necessaria una coabitazione cooреrativa tra il governo dell’Uno (o di Violeta Chamorro) e l’opposizione sandinista, materializzatasi però solo nella seconda parte del mandato presidenziale, dopo un lungo periodo di diatribe all’interno della maggioranza e tra maggioranza e opposizione.

    Principale risultato di tale mutamento di tendenza, verificatosi a partire dal 1994, è stata la riforma costituzionale approvata nel giugno 1995, che ha modificato la composizione della Corte suprema e del Consiglio elettorale – organismi che si è cercato di depoliticizzare -, ha ridotto la durata del mandato presidenziale da sei a cinque anni e ha ristretto l’accesso alle
    cariche elettive dei familiari del presidente in carica. Questultima modifica, introdotta per emendamento e non presente nella proposta iniziale, può sembrare di poca importanza ma è invece molto significativa nel contesto del Nicaragua, un paese nel quale un ristretto numero di famiglie ha concentrato da sempre il potere economico e politico: risulta curioso a un osservatore esterno di tale realtà notare come una quindicina di cognomi si rincorrano ossessivamente da un lato all’altro dello steccato politico e nei posti-chiave dell’Amministrazione e del settore privato. La riforma, pur senza apportare modifiche sostanziali, risulta comunque un passo in avanti di sicuro significato sulla via della
    modernizzazione del sistema politico nazionale.
    Ma la convivenza tra governo e opposizione, che pure ha dato luogo a questi risultati, non ha impedito che la vita politica nicaraguense continuasse a essere caratterizzata da contrasti ideologici profondi. Tale situazione è forse inevitabile in un paese che ha vissuto un lungo pеriodo di guerra (cinquantamila morti dal 1978 su una popolazione di 4,5 milioni di abitanti) e deve confrontarsi con una situazione di povertà estrema: il reddito pro capite del Nicaragua è di 430 dollari americani, il più basso dell’America continentale e superiore solo al dato di Haiti. La polarizzazione del sistema politico è quindi una conseguenza delle lacerazioni provocate dalla lunga guerra civile e della drammaticità della situazione sociale che inasprisce i conflitti ideologici.

    Come interpretare la seconda sconfitta elettorale del Fsln, che pure rimane, individualmente considerato, il primo partito nicaraguense?
    Il fallimento del sandinismo nella sua accezione radicale è stato seguito dalla sconfitta del sandinismo nella sua versione «socialdemocratica». Aveva causato grande sorpresa il nuovo look di Ortega, la cui strategia elettorale era basata su toni concilianti e pacifici che poco avevano da spartire con gli atteggiamenti guerreggianti del passato.
    Il Fsnl ha candidato alla vicepresidenza un ex proprietario terriero espropriato, Juan Manuel Caldera, a significare il nuovo spirito conciliatore del sandinismo light. Il grigioverde tradizionale del presidente Ortega è stato sostituito dal bianco immacolato del candidato Ortega. Di fatto questa strategia ha dato dei buoni risultati perché il partito ha recuperato terreno nel corso dell’ultimo anno, raddoppiando i consensi ottenuti rispetto alle intenzioni di voto espresse un anno fa. Ma una volta di più la sinistra centroamericana si è dimostrata incapace di vincere delle elezioni: alla sconfitta a sorpresa del 1990 è seguita la sconfitta prevista del 1996.

    Al di là della scarsa credibilità della riconversione, ha fatto forse ancor più male al sandinismo il fenomeno del piñatismo», espressione che sta a significare l’appropriazione indiscriminata di beni espropriati di cui si sono resi protagonisti le maggiori figure del sandinismo nel periodo intercorso tra la sconfitta elettorale del 1990 e l’accesso formale alla presidenza di Violeta Chamorro. Oltre agli errori del passato, comuni a molti altri paesi del socialismo reale.
    questo atteggiamento ha inciso pesantemente sulla coerenza e la credibilità della conversione dei sandinisti alla democrazia e ha annacquato i risultati positivi della loro gestione.
    La riconversione difficile della sinistra rivoluzionaria alle responsabilità della democrazia non è un fenomeno nicaraguense ma è comune agli altri paesi centroamericani e riflette le difficoltà più generali della sinistra in America Latina, che sta vivendo una profonda crisi esistenziale legata solo in parte al tramonto del socialismo reale e alla crisi della sinistra nei paesi occidentali.
    La debolezza di fondo è legata all’inesistenza dello stato sociale, la cui difesa e modernizzazione è divenuto il contesto nel quale si muove la sinistra europea.
    In America centrale l’utopia rivoluzionaria è tramontata e la sinistra non è stata in grado di trasformare le sue istanze radicali di cambio in proposte riformistiche credibili nell’ambito del processo di ricostruzione delle società civili nell’istmo. La situazione di estremo disagio economico che vivono la maggior parte dei paesi della regione rende nei fatti impossibile una politica sociale compatibile con le ricette internazionali a cui questi paesi sono sottoposti e nei fatti risultano vincenti le proposte politiche di centro-destra, venate spesso di populismo.
    Il tramonto delle ideologie ha significato l’auge di politiche che abbiano dimostrato una certa efficacia gestionale e ciò spiega le frequenti vittorie di ex sindaci delle capitali nelle recenti competizioni elettorali (a Aléman dobbiamo aggiungere Calderón, già primo cittadino di San Salvador e Arzù, ex sindaco di Ciudad de Guatemala).

    L’ultimo decennio ha visto dapprima la pacificazione progressiva dell’istmo centro-americano e poi T’inizio dei processi di ricostruzione delle società e dei sistemi economici. Il passo successivo, già parzialmente intrapreso in alcuni paesi, è quello della modernizzazione delle strutture statali e della diminuzione delle disuguaglianze sociali tramite lo sviluppo economico.
    In questo senso il Nicaragua, ma anche il Salvador, il Guatemala e l’Honduras hanno tutto da guadagnare da un ampliamento progressivo delle basi del pоtere reale e da una riduzione ai minimi termini dei contrasti ideologici del passato. Quindi l’affermazione di Amoldo Aléman non va letta riduttivamente come un ritorno al passato (il somozismo), ma come un ulteriore passo verso la stabilizzazione economica e sociale nel quadro del consolidamento progressivo della democrazia.

  • Le conseguenze della svalutazione del franco Cfa sullo sviluppo dei paesi dell’Africa francofona

    Le conseguenze della svalutazione del franco Cfa sullo sviluppo dei paesi dell’Africa francofona

    Nel gennaio 1994 il franco Cfa, valuta comune di quattordici paesi dell’Africa occidentale e centrale di lingua francese, è stato svalutato del cento per cento rispetto al franco francese: si è trattato del primo provvedimento di questo tipo dal 1948.

    Tale misura, da tempo auspicata dal Fondo monetario internazionale e dalla Banca mondiale, è stata presentata come un passo necessario e inevitabile nel quadro delle riforme di aggiustamento strutturale in atto nella regione, aventi per obiettivo il rilancio della crescita
    economica in paesi da tempo in preda a una crisi profonda.
    A distanza di quasi due anni dalla svalutazione, una decisione di enorme peso per gli interessati e che ha suscitato in Francia un vivace dibattito tra gli specialisti, ci sembra interessante analizzare brevemente se gli effetti preannunciati in termini di rilancio dello sviluppo si siano concretizzati o se, al contrario, gli effetti negativi di tale misura non abbiano più che controbilanciato quelli positivi aggravando ulteriormente la difficile situazione economica e sociale dei paesi della zona.
    Per poter valutare compiutamente la situazione è opportuno fare un passo indietro e illustrare le principali caratteristiche del legame tra franco francese e franco Cfa.

    Sin dal 1945 il Tesoro francese ha garantito nella «zona-franco» (che allora costituiva l’Africa occidentale francese) una convertibilità fissa tra le due monete alla parità 1/50 (1 franco francese = 50 franchi Cfa). La convertibilità tra le due monete è senza limiti e la mobilità dei capitali all’interno della regione assoluta. I paesi sono obbligati a depositare presso il tesoro francese il sessantacinque per cento delle loro riserve come controparte della copertura da parte della Francia dei loro eventuali deficit di bilancia corrente. Tra i quattordici paesi della regione esiste dunque un’unione monetaria. Essi sono divisi in due gruppi: i sette paesi dell’Umoa (Union Monétaire Ouest-Africaine, composta da Senegal, Mali, Niger, Burkina Faso, Соsta d’Avorio, Togo e Benin) e i sei dell’Africa centrale (Ciad, Centrafrica, Congo, Gabon, Camerun e Guinea equatoriale), oltre alle Comore, paese che, pur essendo situato fuori zona, prende parte comunque al meccanismo.
    L’emissione di moneta nell’Umoa è gestita dalla Bceao (Banque centrale des Etats d’Afrique de l’Ouest) e nei paesi dell’Africa centrale dalla Beac (Banque des Etats d’Afrique Centrale). Curiosamente la sigla Cfa non ha lo stesso significato nelle due sotto-zone: in Africa occidentale è l’abbreviazione di Communauté financière d’Afrique, in Africa centrale di Coopération financière en Afrique Centrale.
    Non fanno parte dell’area franco i paesi di lingua non francese, con l’eccezione della Guinea equatoriale, che vi si associò nel 1985.

    Dobbiamo sottolineare come la parità tra franco francese e franco Cfa sia sopravvissutaa due autentiche rivoluzioni, una politica e l’altra monetaria: il processo di decolonizzazione che ha trasformato, nel corso degli anni Sessanta,le colonie francesi in stati indipendenti e il crollo del sistema monetario internazionale a cambi fissi nel 1973.
    Fino al 1985 i paesi della zona franco hanno avuto tassi di crescita superiori agli altri paesi non africani, mentre successivamente le loro condizioni economiche si sono deteriorate notevolmente.
    Nel periodo 1986-1992 la crescita del Pib annuale dei paesi Cfa è stata dell’uno per cento, mentre quelli fuori zona crescevano nello stesso periodo del tre per cento annuale. Contemporaneamente, le esportazioni Cfa decrebbero del quaranta per cento raggiungendo
    quasi lo zero, mentre i paesi africani non Cfa registrarono una crescita delle esportazioni.
    Se l’ancoraggio al franco francese non aveva avuto che effetti positivi sino al
    1985, a partire da allora si è rivelato una corazza assai scomoda da indossare per
    i paesi della regione (e per il Tesoro francese…). Alcuni dei fattori che spiegano il declino relativo della regione sono indipendenti dalle questioni monetarie, come il peggioramento delle ragioni di scambio delle esportazioni tradizionali della regione (petrolio, caffè, cacao, cotone e arachidi) – fenomeno questo di natura mondiale – e la bassa produttività dei fattori di produzione; ma un dato di estrema importanza è stato l’apprezzamento complessivo del franco francese rispetto al dollaro (quaranta per cento nel periodo 1986-1992), che ha influenzato pesantemente la competitività dei prodotti primari dell’area, quotati in dollari.

    La perdita di competitività ha originato un crescente indebitamento pubblico ed estero, che ha sprofondato la regione in una grave depressione economica.
    In questo contesto, le politiche di aggiustamento strutturale preconizzate dalle instituzioni di Bretton Woods prevedono una liberalizzazione della vita economica, con una riduzione del ruolo dello stato e un riavvicinamento alle realtà del mercato: una ricetta difficile da digerire
    per i paesi africani, ove lo stato ha tradizionalmente esercitato un ruolo importante, necessario per supplire alla carenza di una classe imprenditoriale dinamica e alle debolezze strutturali di tutti quei fattori (infrastrutture, comunicazioni, mercato dei capitali) imprescindibili per il buon funzionamento dell’economia di mercato.
    E’ chiaro che, in un quadro di questo tipo, l’esistenza di una relazione fissa di cambio tra il franco Cfa e il franco francese non potesse che risultare un’anomalia, dato che il valore «reale del franco Cfa nel periodo 1973-1994 non poteva essere quello immutabile garantito
    dall’accordo con Parigi.
    Della possibilità di una svalutazione si parlava da tempo, ma tale eventualità si è concretizzata solo nel gennaio 1994, quando i capi di stato africani dovettero accettare (volenti o nolenti) la decisione imposta dalla Francia in accordo con le istituzioni di Bretton Woods di svalutare il valore del franco Cfa del cento per cento rispetto al franco francese (solo del cinquanta per cento nel caso del franco delle Comore).

    Cosa ci si aspettava da tale provvedimento? Un effetto positivo si sarebbe dovuto produrre dallo stimolo delle esportazioni e dalla compressione delle importazioni. Un altro era l’intensificazione del commercio intraregionale, assai limitato nonostante la moneta comune. E’ da notarsi come tale effetto non fosse però immediato, ma supponesse un approfondimento delle misure di integrazione economica al di là dell’unione monetaria. In effetti, parallelamente alla svalutazione, i sette paesi francofoni dell’Africa occidentale hanno deciso di creare (riunione dell’11 gennaio 1994 a Dakar) l’Uemoa, che affianca l’integrazione delle politiche economiche e l’obiettivo della creazione di un mercato comune alla tradizionale politica monetaria comune. L’integrazione nel quadro dell’Uemoa ha fatto parecchi progressi
    nel corso di questi ultimi due anni e fa ben sperare per il futuro: il nuovo processo d’integrazione lascia un po’ fuorigioco l’altra istituzione regionale d’integrazione (Cedeao o Ecowas, secondo la dizione francese o inglese della sigla, che significa Comunità economica degli stati dell’Africa occidentale), alla quale appartengono tutti i paesi della regione
    ma che non si è dimostrata in passato molto efficace.

    Le prospettive di integrazione economica sono meno positive in Africa centrale: l’Udeac (Union Douanière des Etats d’Afrique Centrale) vive da anni in una situazione di stagnazione dalla quale non sembra in grado di uscire: l’integrazione economica tra i paesi di questa regione, afflitta anche da gravi crisi politiche a livello dei singoli stati, non sta facendo quindi nessun progresso sostanziale neanche dopo la svalutazione.
    L’effetto atteso della svalutazione sui deficit pubblici non era facile da prevedere, dato che sia le entrate sia le spese ne sarebbero state influenzate.
    Un punto cruciale ai fini della riuscita della manovra era quello del controllo dell’inflazione: se la svalutazione si fosse tradotta immediatamente in un aumento dei prezzi dello stesso ammontare, gli effetti sarebbero svaniti nel nulla.
    A più di un anno di distanza, che bilancio possiamo tracciare delle conseguenze della svalutazione? Essa serviva solo a placare le coscienze dei malati di ortodossia finanziaria e ad alleggerire il peso finanziario gravante sul Tesoro francese o ha avuto un effetto reale di
    creazione di sviluppo?

    In primo luogo dobbiamo notare come il tasso di inflazione medio nel corso del primo anno dopo la svalutazione sia stato del quarantacinque per cento: la temuta erosione immediata degli effetti della svalutazione non si è prodotta, grazie a un rigido controllo della domanda (i salari sono stati aumentati in media del dieci per cento). Il controllo dell’inflazione non è stato
    però uniforme nei vari paesi: dal trenta per cento di Burkina e Mali al cinquanta per cento e più dei paesi vicini alla Nigeria (che consumano molti prodotti importati da questo paese e diventati più cari dopo la svalutazione) vi è una notevole differenza.
    Ma ancora più significative sono state le differenze tra gli effetti dell’inflazione nelle popolazioni urbane e rurali: le prime hanno dovuto sopportare le conseguenze peggiori, dato che le remunerazioni sono aumentate, come abbiamo visto, in misura molto inferiore all’inflazione, provocando una riduzione drastica del livello di vita: le seconde hanno invece beneficiato di un netto miglioramento delle proprie condizioni economiche, dato che non si sono dovute confrontare con una diminuzione relativa delle entrate ma con un miglioramento
    delle ragioni di scambio dei prodotti agricoli che ha aumentato il loro reddito relativo.

    L’effetto positivo più importante della svalutazione è stato proprio quello sull’agricoltura della regione, specie delle colture d’esportazione. La coincidenza della svalutazione con un aumento generalizzato dei prezzi internazionali dei prodotti agricoli, ha generato un doppio effetto positivo che ha stimolato esportazione e crescita nel settore primario.
    Se questo è stato il principale risultato positivo della svalutazione, non bisogna dimenticare che esso è dipeso in buona parte dall’aumento dei prezzi mondiali, indipendente dalla svalutazione. Gli effetti positivi sarebbero stati ben inferiori in caso di diminuzione dei prezzi mondiali: siamo quindi di fronte a un effetto puramente congiunturale.
    Per quanto riguarda invece i prodotti agricoli non d’esportazione ma piuttosto di consumo locale (riso, mais, zucchero, carne) i loro prezzi, che prima della svalutazione erano generalmente più alti di quelli dei prodotti importati, sono ridivenuti competitivi.

    Le importazioni sono in generale diminuite e gli effetti della svalutazione sulle bilance dei pagamenti sono stati nel complesso positivi.
    Dobbiamo però sottolineare come il consumo dei prodotti importati sia molto superiore per le popolazioni urbane, che anche da questo punto di vista hanno dovuto fronteggiare la situazione più complessa (le maggiori difficoltà sono quelle sperimentate dal Benin e dal
    Camerun, paesi forti importatori dalla Nigeria).
    Il bilancio della svalutazione sul commercio estero è stato quindi generalmente positivo ma variegato, dato che i paesi con maggiore potenziale d’esportazione (Costa d’Avorio, Senegal, Camerun) hanno ottenuto i maggiori dividendi, mentre altri paesi hanno migliorato i loro conti con l’estero più sulla base di una riduzione delle importazioni e quindi della domanda che sulla base di un rilancio delle esportazioni, il primo obiettivo della svalutazione.

    Per quanto riguarda invece le prospettive di sviluppo industriale, gli effetti della svalutazione sono stati pressoché nulli o addirittura negativi nella misura in cui l’importazione di prodotti intermedi è divenuta più onerosa: di fatto solo le imprese agroindustriali hanno migliorato la loro situazione. Il problema di fondo è l’impostazione stessa del sistema industriale dell’Africa francofona, ancora orientato verso il vecchio modello di sostituzione delle importazioni e assai poco export-oriented.
    Lo sviluppo di un sistema industriale orientato all’esportazione sui mercati mondiali sembra quindi l’obiettivo più importante da raggiungere per i prossimi anni, ma non sono certo misure quali la svalutazione che si possono dimostrare utili allo scopo.

    E’ in questo senso fondamentale che gli stati della regione intensifichino il loro
    impegno su due fronti principali: da una
    parte quello degli investimenti, tesi alla
    modernizzazione del sistema produttivo
    e al miglioramento delle condizioni d’attrazione dei capitali internazionali, che
    hanno fuggito la regione negli ultimi anni spaventati dagli scarsi rendimenti е
    dalle incertezze politiche; dall’altro quello dell’intensificazione dei processi regionali di integrazione economica, sempre troppo timidi in passato e assolutamente necessari all’attuale contesto economico mondiale.

    L’ora della preghiera di O. Bot (1940)

    Se infatti pensiamo a quali regioni del Terzo Mondo hanno ottenuto recentemente i risultati migliori in termini di creazione, abbiamo da un lato i paesi asiatici la cui crescita economica è stata trainata dalle esportazioni ed è quindi stata il risultato di un sistema industriale
    competitivo; dall’altro i paesi dell’America Latina, che stanno uscendo dalla grande crisi degli anni Ottanta puntando sull’approfondimento dei processi di integrazione e sulla modernizzazione delle loro economie.
    Senza volere a tutti i costi riprodurre pedissequamente in Africa modelli esogeni di sviluppo economico (l’Africa deve infatti essere in grado di elaborarne uno proprio), è chiaro che sembra difficile ipotizzare per il continente un’uscita dal sottosviluppo che prescinda da una maggiore partecipazione dei paesi africani al commercio mondiale.

    Abbiamo già visto come passi positivi verso la creazione di un mercato comune siano stati dati in Africa occidentale (creazione dell’Uemoa); è però la prospettiva di un mercato comune che unisca i paesi dell’Africa occidentale e quelli dell’Africa centrale che dovrebbe essere presa come punto di riferimento ottimale, dato che in ogni caso il mercato costituito dai paesi dell’Uemoa sarebbe ancora di dimensioni limitate. Il problema è che in Africa centrale la situazione attuale è molto complessa (basti pensare ai problemi cronici di un paese dell’importanza dello Zaire) e che le prospettive esistenti di creazione di un grande mercato regionale sono per il momento remote.
    Per quanto riguarda poi le possibilità esistenti di lanciare grandi piani pluriannuali di investimento aventi come obiettivo la modernizzazione e diversificazione del loro sistema produttivo, è chiaro che i benefici reali ma limitati originati dalla svalutazione non sono cоmunque sufficienti a generare le risorse necessarie. La cooperazione internazionale dovrà quindi accompagnare gli sforzi di quei paesi della regione che dimostreranno di essere seriamente orientati sulla via dei cambiamenti strutturali.

    Com’è noto, le politiche di cooperazione allo sviluppo, sono seriamente messe in discussione nei paesi industrializzati, alle prese con processi di riduzione della spesa pubblica e con uno scetticismo crescente dell’opinione pubblica sui risultati delle politiche Nord-Sud. Il recente dibattito sulla definizione del secondo protocollo finanziario della IV Convenzione di Lomè ha evidenziato un dissenso importante al riguardo tra i diversi membri dell’Unione europea.
    La tendenza attuale del dibattito non va però nella direzione di un disimpegno generalizzato dei paesi donatori, ma piuttosto verso una maggiore selettività e un accresciuto rigore nella concezione dei programmi di sviluppo.

    In questo senso, la svalutazione del franco Cfa può essere valutata come una misura necessaria per correggere degli squilibri evidenti: suoi effetti in termini di creazione di sviluppo non sono però né immediati né automatici: la svalutazione deve essere intesa come
    il primo passo di un programma più ambizioso mirante a cambiamenti profondi del tessuto economico dei paesi interessati.
    La riuscita di tale programma non può dipendere da ricette più o meno miracolose ma da uno sforzo comune dei governi africani e dei donatori internazionali. Se ciò non si verificasse, i limitati effetti positivi della svalutazione svanirebbero in pochi anni e lo sottosviluppo dei paesi della regione non potrebbe che approfondirsi.

  • Il conflitto tra Perù e Ecuador nel quadro delle controversie territoriali in America Latina

    L’obiettivo di questo articolo non è tanto quello di illustrare nei dettagli la breve guerra che per quaranta giorni, tra la fine di gennaio ed i primi di marzo di quest’anno, ha messo di fronte il Perù e l’Ecuador nel territorio della cosiddetta cordigliera del Condor, quanto quello di inserire tale conflitto nel contesto delle relazioni internazionali nel subcontinente latino-americano, e in particolare della problematica legata ai conflitti di frontiera.

    Questo tipo di controversie è infatti quello che ha provocato la pratica totalità dei conflitti che si sono verificati tra le repubbliche latino-americane dal momento della loro indipendenza. Facciamo dapprima il punto sul conflitto tra Perù e Ecuador per ampliare successivamente la portata del nostro discorso.

    La rivalità tra i due paesi derivante da controversie sulla delimitazione della frontiera comune è di vecchia data: essa si è prodotta praticamente sin dai tempi dell’indipendenza, ed è dovuta al fatto che Perù e Ecuador hanno ereditato. come del resto le altre repubbliche, le preesistenti delimitazioni dei diversi virreinatos dell’impero spagnolo, che si trasformarono quindi da frontiere amministrative a frontiere internazionali.

    E qui, come altrove, tali delimitazioni non erano state definite con chiarezza in regioni pressoché inaccessibili, la cui conoscenza era rimasta molto imprecisa sin dai tempi della colonizzazione spagnola.

    In questo caso la controversia si situa nella zona della cosiddetta cordigliera del Condor, nella quale per un tratto di 78 kmq. la frontiera non è definita ed esiste quindi un territorio di 340 kmq che entrambi i paesi considerano proprio.

    Il primo conflitto tra Perù e Ecuador in questa zona si era prodotto tra il 1858 e il 1861. La pace di Mapasingue che vi aveva fatto seguito non chiuse però la questione, e fu richiesta la mediazione del re di Spagna. La sua sentenza arbitrale non fu però accettata dall’Ecuador. La controversia rimase quindi aperta, per sfociare in conflitto nel 1941.

    La guerra terminò con una severa sconfitta per l’Ecuador, che dovette accettare una perdita territoriale di 174 mila kmq, cioè di un 40 per cento della sua superficie complessiva.

    In situazione d’inferiorità l’Ecuador dovette accettare l’anno successivo le condizioni imposte nel Protocollo di Rio, che defini le frontiere stabilite dalla guerra, fatta eccezione per i 78 km. cui
    abbiamo già accennato, dato che non era disponibile una cartografia attendibile della zona.

    l Protocollo ebbe la forma di un trattato tra i due paesi, firmato con la garanzia di quattro potenze: Argentina, Brasile, Cile e Stati Uniti d’America. Tale formula avrà le sue conseguenze anche nella soluzione del conflitto attuale.

    Nel 1960 l’Ecuador denunciò formalmente il Protocollo, che considerava impossibile da applicare, e da allora il contenzioso si è trascinato tra scaramucce fino a oggi, con un conflitto di più ampie dimensioni nel 1981.

    Lo scontro di quest’anno è stato però il più grave dalla guerra del 1941.

    Bisogna sottolineare il fatto che l’Ecuador non si limita a rivendicare il territorio attualmente conteso, ma continua ad avere pretese su tutta la zona persa nel 1941: quindi su tutto il territorio a ovest del fiume Marañón, in piena foresta amazzonica.

    Mantenere vivo il conflitto con il Perù nella zona del Condor significa quindi mantenere aperta la possibilità di riconquistare la propria porzione di foresta amazzonica, dalla quale l’Ecuador è stato estromesso.

    Questo fatto spiega in parte che in Ecuador si sia seguita tutta la vicenda con maggior fervore che in Perù (ma non porta certo ad attribuire a Quito le responsabilità della guerra, di pressoché impossibile assegnazione).

    Ma perché il Protocollo di Rio non definì un tracciato chiaro della frontiera in questa regione, lasciando quindi aperta una controversia pericolosa?

    Il problema è legato alla scarsa conoscenza della regione, impervia e abitata quasi solo da tribù di indios (shuar, achuara e aguarunas). La delimitazione definita nel Protocollo aveva preso come punto di riferimento un presunto corso dei fiumi Zamora e Santiago che non corrispondeva alla realtà, mentre la presenza di un altro fiume di cui si ignorava l’esistenza, il Cenepa, veniva a complicare ulteriormente la delimitazione dei confini.

    La valle del fiume Cenepa, considerata da entrambe le parti territorio nazionale, è il luogo dove si sono svolti i combattimenti.

    Si è parlato di presunte ricchezze minerali nella zona, in particolare della presenza di importanti giacimenti auriferi. Ma non esistono informazioni realmente attendibili su questo punto, e in ogni caso lo sfruttamento eventuale di tali risorse richiederebbe degli investimenti ingenti dalla dubbia reddittività: in realtà alle radici della controversia non ci sono delle motivazioni economiche, ma piuttosto delle considerazioni di tipo nazionalistico, che trovano nella controversia territoriale una possibilità di sfogo.

    La crisi è stata gestita, dopo un tentativo di intervento del segretario generale dell’Organizzazione degli stati americani (Oea) César Gaviria, dalle potenze garanti del Protocollo di Rio: i negoziati si sono svolti dapprima a Brasilia e dopo la mancata accettazione da parte dell’Ecuador di una prima proposta di accordo sono sfociate nella pace dell’Itamaraty (17 febbraio).

    Tale patto, che prevedeva un cessate il fuoco e il ritiro delle truppe in territorio non in conflitto in presenza di osservatori internazionali, non è stato rispettato dalle parti. Successivamente è stato raggiunto un altro accordo, di natura simile, firmato a Montevideo il 1° marzo, in occasione della cerimonia di assunzione della presidenza della Repubblicaа dell’Uruguay da parte di Sanguinetti, alla quale hanno partecipato tanto il capo di stato peruviano Fujimori quanto il presidente dell’Ecuador Durán Bailén.

    Questo accordo è attualmente in fase di applicazione: dobbiamo sottolineare il fatto che apparentemente gli scontri sono questa volta davvero cessati e che la fase bellica della controversia sembra essersi arrestata.

    Il bilancio in termini di vite umane varia, secondo le fonti. da 100 a 300. Ingente lo sperpero di risorse economiche, se pensiamo che il costo di un giorno di guerra sarebbe stato, secondo alcune stime, di circa dieci milioni di dollari per il solo Perù, e che tali spese sono state effettuate da economie in netta difficoltà.

    Ma al di là della controversia territoriale, quali sono stati i fattori che hanno portato alla escalation del conflitto, giudicato dalla comunità internazionale un’assurdità?

    In primo luogo dobbiamo chiarire che è praticamente impossibile attribuire delle responsabilità sull’inizio delle ostilità a uno dei due paesi in particolare: non esistono prove al riguardo, e difficilmente potrà mai essere fatta piena luce su questo punto.

    In assenza di osservatori internazionali e di qualsiasi tipo di testimonianza non di parte, l’unica fonte di informazione esistente sono le accuse contrapposte di sconfinamento mosse sia dall’una sia dall’altra parte: essendo perdipiù la zona di difficile accesso risulta arduo uscire dal gioco delle propagande contrapposte, oggettivamente di poca utilità per l’analisi.

    L’ipotesi che ci sembra più corretta è la seguente: più che da una responsabilità chiara di uno dei due paesi il conflitto è stato provocato dalla coincidenza di movimenti militari di entrambe le parti nella zona rivendicata nei giorni dell’anniversario della firma del Protocollo (29 gennaio 1942).

    Le autorità militari dei due paesi hanno probabilmente elevato il tono della contesa, anziché assumere l’atteggiamento contrario. La dinamica in cui ci si è trovati è stata quindi quella della
    guerra (non ufficialmente dichiarata), anche se le cause oggettive che la giustificavano non erano in quest’occasione più pregnanti che in passato. Più che di motivazioni particolari possiamo parlare di condizioni che hanno favorito questo sviluppo della situazione.

    Abbiamo già accennato all’aleatorietà delle motivazioni economiche. Il quadro di fondo nel quale si inserisce il conflitto è caratterizzato piuttosto da motivi di politica interna.

    La prossimità delle elezioni presidenziali del 9 aprile può avere in certa misura influenzato gli atteggiamenti del governo peruviano, date le strette relazioni di quest’ultimo con le forze armate.

    Se il conflitto non è stato provocato per questo motivo, di certo è stato usato per fini propagandistici.

    Come già sottolineavamo nell’articolo sul Perù pubblicato nello scorso numero della rivista, può non essere estraneo allo sviluppo bellico da parte peruviana il ridimensionamento del pericolo interno causato da Sendero Luminoso: per la prima volta dopo molti anni l’esercito peruviano è stato in grado di mobilitare forze ingenti e truppe di élite in un conflitto esterno. Eccoci quindi in presenza di un’altra delle condizioni che possono avere favorito la escalation del conflitto.

    Per quanto riguarda l’Ecuador, il presidente Sixto Durán Bailén era al nadir della sua popolarità prima del conflitto e l’ondata di fervore nazionalistico provocata dalla guerra, molto più accentuata a Quito che a Lima, ha giocato a suo favore nel quadro degli equilibri politici interni. Anche se l’interessato ha negato più volte di essere in una posizione difficile di fronte all’esercito, è probabile che lo sviluppo della crisi abbia portato dei dividendi sia alla sua immagine sia alle forze armate, una istituzione-chiave nel sistema politico ecuadoriano.

    Il motivo per il quale la guerra è stata vissuta con molta più partecipazione in Ecuador che in Perù è legato alle radici storiche del conflitto: il Perù è il nemico per antonomasia dell’Ecuador dai tempi della guerra del 1941 e della relativa amputazione territoriale.

    Il Perù considera invece suo principale nemico il Cile, che a sua volta conquistò nella guerra del Pacifico significative parti di territorio peruviano. La controversia con l’Ecuador ha quindi per il Perù un’importanza minore e fa meno parte dei valori collettivi nazionali.

    La situazione attuale del conflitto è quella più logica: le ostilità sono cessate (militarmente nessuna delle due parti, nonostante la superiorità peruviana, aveva la possibilità di raggiungere la vittoria totale) e l’accordo raggiunto tra le parti nel quadro degli strumenti giuridici previsti dal Protocollo di Rio è la premessa per un negoziato approfondito che, in presenza di osservatori internazionali, permetta di giungere a un regolamento definitivo della controversia.

    È da sottolinearsi come in questa circostanza la diplomazia interamericana abbia dato buoni risultati e il conflitto si sia potuto ricomporre nel quadro delle strutture previste dal trattato del 1941, senza intervento diretto delle Nazioni Unite.

    Come dicevamo all’inizio del nostro articolo, il conflitto della cordigliera del Condor si inserisce in una tradizione bellica latino-americana motivata essenzialmente da controversie sulla delimitazione delle frontiere.

    Le contrapposizioni di tipo ideologico-politico hanno avuto scarso peso nei contrasti tra le repubbliche latinoamericane, che d’altro canto sono rimaste sostanzialmente estranee alle grandi guerre mondiali del XX secolo: quasi sempre sono state le controversie su porzioni di territorio che hanno motivato delle guerre interamericane, che però nel loro complesso hanno avuto delle conseguenze infinitamente minori, in termini di perdite umane e materiali, rispetto a quanto successo ad esempio in Europa nel periodo dal 1820 a oggi (cioè dai tempi dell’indipendenza delle repubbliche).

    Come già accennato in precedenza, i numerosi contenziosi territoriali sono originati dal fatto che, una volta tramontata l’utopia bolivariana di un’unica patria latino-americana, nacquero degli stati che ereditarono le frontiere amministrative preesistenti, che molto spesso non erano chiaramente definite a causa della mancanza di informazioni geografiche precise che si univano alla mancanza di interesse da parte delle autorità provinciali (perché delimitare precisamente porzioni di territorio inaccessibili che in fondo appartenevano alla stessa entità statale?).

    Le repubbliche latino-americane nascono quasi tutte nello stesso periodo e sulla base di processi simili: non esiste una diversificazione forte alla radice dei nazionalismi latino-americani.

    Le controversie territoriali costituiscono quindi l’asse portante attorno al quale si strutturano i particolarismi nazionali in America Latina.

    L’enfatizzazione del concetto di territorio «virtuale», coincidente quindi con le pretese nazionali, è divenuta la regola, è passato a far parte dei valori collettivi nazionali ed è stata la causa di numerosi conflitti.

    Limitiamoci a ricordare alcuni di questi confronti bellici: il più importante fu forse la guerra del Pacifico del 1883, grazie alla quale il Cile si impossessò della provincia peruviana di Tarapaca e
    della regione costiera boliviana di Antofagasta, privando così da allora la Bolivia di un accesso all’Oceano. Nel XX secolo ricordiamo la guerra del Chaco tra la Bolivia e il Paraguay, il conflitto di Tacna-Arica tra il Cile e il Perù, il conflitto di Leticia tra il Perù e la Colombia, naturalmente la guerra del 1941 tra il Perù e l’Ecuador, la guerra del 1969 scoppiata tra El Salvador e l’Honduras.

    Attualmente circa metà del tracciato delle frontiere latino-americane è il risultato di una guerra o di un accordo tra ineguali; rimangono aperti contenziosi su circa tremila km. di frontiera (7 per
    cento del totale) e su circa 600 mila kmq. di territorio (3 per cento del totale).

    Alcune controversie sono state risolte pacificamente: ricordiamo il contenzioso tra Cile e Argentina sulla laguna del Desierto, territorio patagonico che nel 1994 passò all’Argentina per accordo mutuo e quello relativo al canale di Reagle, risolta nel 1978 con mediazione papale.

    Una sentenza del settembre 1992 della Corte internazionale di giustizia ha роsto fine alla controversia tra Honduras e El Salvador, che aveva causato la guerra del 1969 (la guerra cosiddetta del «pallone»).

    Parecchi contenziosi sono ancora aperti:

    • – Colombia e Venezuela sono in disaccordo sulla delimitazione delle rispettive acque territoriali nel golfo di Maracaibo, ricco di petrolio, anche se una commissione bilaterale è stata formata nel 1990 per dirimere la questione;
      – la Bolivia non ha mai accettato la perdita del suo accesso al Pacifico e rivendica i territori persi nella guerra del 1883: le relazioni tra Perù e Cile sono migliorate, ma rimane aperto il contenzioso della provincia di Tarapaca;
      – il Guatemala, che ha riconosciuto solo nel 1990 l’indipendenza del vicino Belize, ne rivendica ampie parti di territorio;
      – tra Argentina e Paraguay vi è una frontiera irregolare, quella delimitata dal fiume Pilcomayo;
      – Guyana francese e Suriname sono in litigio per cinquemila kmq attorno al fiume Maroní;
      – tra Suriname e Guyana vi è un conflitto di attribuzione su 15 mila kmq di foresta tropicale; altri 130 mila kmq sono oggetto di disputa tra la stessa Guyana e il Venezuela;
      – il Nicaragua rivendica l’arcipelago caraibico di San Andrés, oggi colombiano.

    Vi sono quindi ancora parecchie questioni aperte: quali possibilità ci sono che tali situazioni possano sfociare in conflitti aperti? Nella maggior parte dei casi sono piuttosto scarse, dato che gli interessi economici in gioco sono relativi.

    Bisogna poi considerare che se in passato la diplomazia multilaterale interamericana non ha ottenuto sempre risultati brillanti nella soluzione delle controversie internazionali, l’aria che si respira attualmente nel subcontinente è quella dell’integrazione economica quale cammino per lo sviluppo piuttosto che quella del confronto: in questo contesto, e in presenza in tutti i paesi latino-americani di sistemi democratici, le dispute territoriali dovrebbero perdere gradatamente peso.

    In tal senso il conflitto tra Perù e Ecuador avrebbe rappresentato un’eccezione: i due paesi sono democrazie e appartengono alla stessa organizzazione economica regionale, il Patto Andino e malgrado questo fatto sono arrivate alle armi.

    Bisogna però sottolineare come questo processo di integrazione sia probabilmente il meno dinamico in America Latina (il Perù se ne era anche ritirato) e come sia la democrazia peruviana sia quella ecuadoriana siano caratterizzate da un notevole peso delle forze armate nella vita politica, che condiziona in buona misura i comportamenti presidenziali.

    Se cerchiamo di stabilire in America Latina una correlazione tra lo scoppio di conflitti e la presenza nei paesi coinvolti di governi democraticamente eletti, non siamo in grado di trarne delle conclusioni significative.

    Ma se invece cercassimo di stabilire tale correlazione tenendo conto del peso dell’esercito nella vita politica nazionale i risultati sarebbero assai più significativi.

    Il ricorso alla guerra diviene in questo quadro più legato a obiettivi di politica interna che di politica estera e le gerarchie militari possono avere la tendenza a sottolineare il loro peso politico in un contesto del quale la diffusione della democrazia può far presagire un loro ridimensionamento.

    L’importanza del concetto di territorio nazionale nella cultura collettiva delle nazioni latino-americane costituisce lo scenario di fondo che può favorire tali situazioni.

    Nel caso del conflitto tra Perù e Ecuador, tali fattori hanno avuto senz’altro un loro ruolo.

    In termini più generali possiamo però affermare che la guerra della cordigliera del Condor dovrebbe essere stata un’eccezione e che le controversie territoriali in America Latina troveranno una loro soluzione sempre più in un ambito negoziale.

  • Le elezioni presidenziali in Messico: continuità o cambiamento?

    Si sono date interpretazioni discordanti del risultato delle elezioni messicane del 21 agosto. Alcuni osservatori vi hanno visto uno smacco per il Pri (Partido revolucionario institucional), al potere ininterrottamente da 65 anni, che, pur vincitore, ha visto scendere i consensi per il suo candidato, Ernesto Zedillo Ponce de León, sotto la soglia del cinquanta per cento: è la prima volta che succede, dato che nel passato i candidati alla presidenza presentati dal Pri erano stati sovente candidati quasi unici.

    Altri preferiscono sottolineare il fatto che le recenti elezioni sono state le più equilibrate dell’intera storia repubblicana: per la prima volta ben tre candidati erano in lizza con serie probabilità di successo, e le previsioni della vigilia lasciavano presagire anche la possibilità di una sconfitta per Zedillo. In questo senso il risultato rappresenterebbe un successo per il Pri,
    che non solo riesce a ottenere l’elezione del suo candidato, ma soprattutto riesce a farlo nel contesto di un processo elettorale accettabilmente limpido, migliorando quindi la sua credibilità non solo interna ma anche internazionale.

    Per dare un giudizio equilibrato dobbiamo analizzare cosa era davvero in gioсо nelle elezioni del 21 agosto. Prima di tutto diamo breve spazio ai numeri.

    Alle elezioni presidenziali del 21 agosto si presentavano tre candidati principali: quello del Pri, Ernesto Zedillo, è risultato vincitore con il 48,87 per cento dei voti; quello del conservatore Pan (Partido de acción nacional), Diego Fernandez de Cevallos, ha ottenuto il 26,09 per cento, mentre il candidato di sinistra, Cuauhtémoc Cardenas, leader del Prd (Partido de la revolución democrática), si è piazzato in terza posizione con il 16,42 per cento dei suffragi.

    Alle elezioni presidenziali erano abbinate le elezioni legislative, che hanno visto un trionfo del Pri: dei 298 seggi assegnati alla Camara de diputados (al momento in cui scriviamo due seggi erano ancora in lizza), il Pri ne ha ottenuti 268, il Pan 25 e il Prd 5. Al Senado la situazione migliorava un poco per le opposizioni dato che il sistema elettorale prevede una doppia ripartizione dei seggi: in prima istanza si assegnano dei seggi ai candidati del partito primo classificato nel collegio elettorale, mentre un certo numero di seggi va ai candidati secondi classificati. Dei 64 seggi assegnati secondo il primo metodo il Pri ne ha ottenuti 62 (2 sono stati per il Pan), mentre tra i candidati secondi classificati il Pan ha avuto 22 eletti, il Prd 9 e il Pri 1. Se aggiungiamo al calcolo i senatori di cui non scadeva il mandato, il Senado ha la seguente composizione: Pri 94, Pan 25, Prd 9.

    Molto significativa la partecipazione dei cittadini, dato che i votanti sono stati più del 70 per cento degli aventi diritto, percentuale ben superiore alla consueta che si aggira attorno al 50 per cento, a dimostrazione dell’importanza attribuita a questa tornata elettorale.

    Queste elezioni erano state un poco enfaticamente presentate come le più importanti della storia del Messico: non solo il Pri rischiava per la prima volta di perderle, ma esse si inserivano nel quadro di una serie di avvenimenti di importanza fondamentale per la storia del Paese.

    Tali avvenimenti sono l’entrata in vigore dell’Area di libero scambio nordamericana (Nafta in inglese, Alena in spagnolo) con Stati Uniti e Canada, avvenuta 1’1 gennaio di quest’anno; la rivolta contadina dello Stato di Chiapas, scoppiata lo stesso giorno, che ha avuto un enorme impatto sull’opinione pubblica e sulla situazione politica messicana; il clamoroso assassinio, avvenuto a Tijuana il 6 marzo, del candidato del Pri alla Presidenza della Repubblica, Luis Donaldo Colosio. Accanto a tali avvenimenti-cardine dobbiamo segnalare altri fattori che testimoniano una realtà in ebollizione: le riforme economiche di stampo liberale portate
    avanti nel corso del suo mandato dal presidente uscente Salinas de Gortari, che hanno avuto successo ma che non hanno ancora intaccato le contraddizioni di fondo del sistema sociale di un paese nel quale convivono il favoloso tenore di vita delle classi legate al potere e la miseria da Terzo Mondo di una buona parte della popolazione; il peso crescente delle bande messicane di narcotrafficanti (1), il cui ruolo non è tanto legato alla produzione quanto al transito degli stupefacenti dai paesi produttori sudamericani verso gli Stati Uniti; il clima di violenza politica che ha sempre contraddistinto il Messico ma che non accenna ad attenuarsi; le sequele di crimini sui quali non è stata fatta piena luce e che hanno delle relazioni evidenti con le profonde trasformazioni in atto nel Paеse, quali l’assassinio, avvenuto lo scorso anno a Guadalajara, del cardinale Juan José Posadas e il rapimento del più importante banchiere messicano, Harp Helu, intimo del presidente Salinas e uomo-chiave del processo di privatizzazioni da questi avviate.

    Tutto questo insieme di fattori evidenzia una situazione estremamente complessa, per cui è opportuno che facciamo un passo indietro per analizzare cos’è successo negli ultimi anni.

    Quello del Messico è sempre stato un cаso atipico nel quadro dei sistemi politici latinoamericani: un paese caratterizzato da una singolare stabilità politica che faceva seguito ai turbolenti anni Dieci e Venti.

    Il partito che raccoglie l’eredità rivoluzionaria fu fondato da Lázaro Cárdenas (padre di Cuauhtémoc) alla fine degli anni Venti. Il Pri evidenzia nel suo nome quella che per un europeo è una contraddizione di fondo, ma che per un latinoamericano non è tale: vi si associano infatti la rivoluzione e quello che apparentemente è il suo contrario, le istituzioni.

    Il messaggio che traspare da questa impostazione è quello della trasformazione delle istanze rivoluzionarie in slancio permanente.

    Il cardine del consenso del Pri è stata, nel corso dei decenni, la riforma agraria: la distribuzione delle terre ai contadini è stato il principale collante mediante il quale il Partito ha potuto controllare le sterminate campagne messicane. La terra rimaneva proprietà della nazione ma era affidata ai campesinos. Attorno a questo elemento il Pri ha costruito un sistema di controllo politico delle campagne che gli ha permesso di vivere indisturbato, senza alcuna opposizione politica, fino agli anni Ottanta. I processi elettorali erano rigidamente controllati con svariati metodi; il sindacalismo sempre stato di natura politica e di stretta osservanza priista; le stesse forze armate non hanno mai assunto in Messico un ruolo politico, rimanendo ai margini della vita civile in un ruolo molto defilato.

    Il Pri si è quindi identificato con lo Stato, quasi un partito unico al riparo da qualsiasi tipo di attacco esterno.

    Naturalmente al suo interno si sono formate varie famiglie politiche spesso in lotta tra loro, ma è sempre esistito un consenso di fondo che rendeva possibile una ripartizione delle cariche politiche e dei posti-chiave dell’economia.

    Il controllo del Pri sulla vita sociale è stato per decenni assoluto: chiunque ambisse a qualcosa in Messico doveva fare i conti con questo sistema e adeguarsi.

    Il fulcro del sistema politico messicano è il presidente, che esercita poteri pseudoregali durante i sei anni del suo mandato. Particolarmente significativa è la facoltà che il presidente uscente, non rieleggibile, ha sempre avuto di nominare il candidato del Pri alle successive presidenziali, (il cosiddetto dedazo), il che equivale a dire che ha sempre potuto nominare il suo successore.

    Per quanto riguarda l’economia, essa è stata tradizionalmente caratterizzata da una notevole presenza del settore pubblico, cui appartenevano le principali imprese, in logica coerenza con i principi ideologici di fondo. Particolarmente significativo il controllo pubblico sul petrolio (Pemex): in questo settore, che rappresenta una delle principali risorse del Paese, il Messico ha sempre seguito una politica autonoma, al di fuori dell’Opeс.

    I due principali punti deboli dell’economia messicana sono tradizionalmente lo scarso afflusso di capitali stranieri, reso difficile dalle difficoltà legali, visto che per lungo tempo i cittadini stranieri non hanno potuto possedere beni messicani (appartenenti in esclusiva alla nazione) e i già menzionati problemi di distribuzione della ricchezza tra le classi sociali.

    Inoltre negli anni Ottanta il Messico è investito in pieno dal problema dell’indebitamento estero: per uscire da questa spirale negativa il governo del presidente De la Madrid, nel quale aveva un ruolo chiave al dicastero (secreteria) della Programmazione e del Bilancio il futuro presidente Salinas, lancia le prime liberizzatrici dell’economia.

    Sarà però con la presidenza di Salinas, tecnocrate quarantenne con Ph. D. a Harvard, personaggio con un profilo completamente diverso da quello dei dinosauri dell’apparato priista, che la strada della liberalizzazione verrà imboccata definitivamente.

    Salinas arriva alla presidenza nel 1988 caratterizzato da un profilo di eccellente economista, brillante ministro ma con non molto peso all’interno delle vecchie famiglie del Pri. Ma questo non era un handicap per il presidente, dato che uno dei punti salienti del suo programma era la rottura dei legami fisiologici del governo con il partito come passo decisivo verso il raggiungimento della pienezza democratica; l’altro punto chiave era, logicamente, la liberalizzazione dell’economia.

    Il grande problema iniziale di Salinas è stato quello della sua elezione, la cui legittimità è stata messa in discussione da più parti: è noto come Cárdenas, già allora candidato, fosse in testa nello spoglio dei voti prima che un sospettissimo guasto informatico obbligasse a uno spoglio manuale controllato in pratica dal Pri.

    Alla fine fu dichiarato vincitore Salinas con un margine minimo sul rivale, che però si imponeva nell’enorme Distrito federal (dettaglio molto significativo se si pensa al peso dello stesso nel contesto del Paese): il candidato del Pri aveva la meglio grazie alle campagne, nelle quali i meccanismi clientelari del Partito e la presenza sistematica dei suoi militanti nei seggi, cui non poteva corrispondere una presenza parimenti significativa dei militanti del Prd, inficiavano enormemente la legittimità del risultato. Si era verificata quindi l’ennesima chapuza (pasticcio): per un presidente il cui programma era imperniato sulla liberalizzazione e la trasparenza, non ci poteva essere partenza peggiore.

    Nel corso del suo mandato Salinas ha ottenuto risultati molto importanti: dal punto di vista economico la privatizzazione del sistema bancario, lo stimolo degli investimenti, il rilancio borsistico, la sostanziale tenuta della moneta a cui però bisogna contrapporre un peggioramento dei conti con l’estero e una tendenza alla diminuzione del tasso di crescita del Pib; dal punto di vista della politica estera, la recente ammissione del Messico nell’Ocse (sul Nafta torneremo); l’accordo con la Chiesa cattolica è stato un altro importante risultato, che ha temperato gli eccessi un poco paradossali del rigoroso rispetto del principio della laicità dello stato in un paese profondamente cattolico (basti pensare che, ad esempio, i religiosi non avevano diritto di voto e non possono vestire l’abito talare in pubblico). Anche per quanto riguarda la pulizia del Pri e il ridimensionamento delle sue grandi famiglie Salinas ha ottenuto buoni risultati. In questo campo il migliore alleato del presidente è stato Luis Donaldo Colosio, per quasi quattro anni presidente del Pri prima di essere nominato candidato.

    Ma il punto di svolta della presidenza Salinas è stato lo storico accordo con gli Stati Uniti d’America e il Canada (Nafta). Tale trattato ha rappresentato una scelta strategica fondamentale per il Messico, che ha sempre avuto rapporti complessi con il potente vicino: forse è fin troppo abusata la citazione del detto del presidente Porfirio Diaz, per cui il principale problema del Messico era quello di essere tan lejos de Dios y tan cerca de los Estados Unidos, ma questa visione ha sempre avuto molti sostenitori nel Paese.

    Si può discutere a lungo su vantaggi e svantaggi del Nafta per il Messico e per i suoi due partners (2), ma quando anche i vantaggi del trattato fossero solo psicologici la scelta Salinas è stata comunque capitale: in un mondo che si avvia verso la liberalizzazione globale degli scambi, attuata in primo luogo mediante processi di integrazione regionale, il Messico ha deciso di rompere definitivamente con un passato di dirigismo e protezionismo per scegliere la sfida della concorrenza, formando con gli Stati Uniti e il Canada il mercato più grande del mondo.

    Salinas e il suo gruppo di tecnocrati formatisi negli States hanno scelto, coerentemente con il loro background intellettuale, di percorrere la via preconizzata dalle istituzioni di Bretton Woods.

    Ma l’equazione liberalizzazione = sviluppo deve necessariamente completarsi con la democratizzazione: alla modernizzazione delle strutture economiche deve corrispondere necessariamente la modernizzazione delle strutture politiche.

    Salinas aveva quindi bisogno di scegliere un successore che avesse le sue stesse caratteristiche, ma soprattutto aveva bisogno che il prescelto fosse eletto democraticamente, senza alcun dubbio sulla legittimità del processo elettorale.

    Colosio, anch’egli del gruppo dei quarantenni, aveva il profilo giusto: aveva inoltre una vena popolare che lo avvicinava alla gente in maniera più diretta rispetto al freddo Salinas.

    L’omicidio di Colosio a Tijuana resterà probabilmente uno dei grandi misteri della storia messicana: tra le varie ipotesi vi sono quella di una vendetta interna del Pri (si ricordi il ruolo di Colosio alla presidenza del partito), la pista del narcotraffico, un incrocio delle due precedenti e mille altre ancora.

    Ad ogni modo Salinas si è trovato di fronte alla difficile scelta di un candidato in piena campagna elettorale. Si è inclinato per Zedillo, ex ministro del Bilancio responsabile della campagna elettorale di Colosio, uno dei pochi personaggi liberi da incarichi statali e quindi candidabile ai sensi della Costituzione messicana.

    Zedillo, economista quarantaduenne, poco carismatico, ha la stessa tipologia di Salinas e Colosio, che sappiamo essere quella necessaria agli occhi del presidente uscente.

    Ma prima di analizzare comparativamente le tre opzioni che erano offerte agli elettori messicani nelle elezioni presidenziali dobbiamo soffermarci un momento sulla rivolta di Chiapas.

    Abbiamo sottolineato come tale ribellione abbia avuto un forte impatto sull’opinione pubblica messicana: la rivolta, scoppiata nello Stato più meridionale del Paese, uno dei meno sviluppati e caratterizzato da una forte comunità di indios, è legata a un complesso di motivazioni che vanno dalla situazione di sottosviluppo oggettivo della regione alla fine del miraggio della distribuzione delle terre (Salinas ha dato infatti per terminato questo fenomeno), dalla diffidenza nei confronti del Nafta, interpretato cоme poco vantaggioso per gli stati meridionali, al difficile rapporto tra gli indios e il potere centrale. L’Ezln (Ejército zapatista de liberación nacional) si richiama esplicitamente alla figura più radicale della rivoluzione messicana, Emiliano Zapata. Non è solo la sommossa in sé, sorprendentemente ben organizzata per
    un paese senza grandi tradizioni di guerriglia, che ha richiamato l’attenzione di tutti su Chiapas, quanto piuttosto il clamoroso grido d’allarme sulla situazione di sottosviluppo di frange importanti della popolazione messicana e le possibili conseguenze politiche in un anno elettorale.

    Dobbiamo segnalare come il governo abbia scelto la via del dialogo ottenendo se non l’appoggio dei ribelli almeno la loro partecipazione alle elezioni, che ha contribuito in modo significativo alla legittimazione del processo elettorale.

    Veniamo dunque ai tre candidati principali: i loro programmi non erano poi così radicalmente diversi: tutti e tre accettavano il Nafta, anche se Cardenas voleva rinegoziarlo parzialmente; Cevallos insisteva sulla decentralizzazione verso gli stati a scapito dell’amministrazione centrale; Cardenas prometteva una maggiore spesa pubblica, mentre Zedillo era più prudente su questo punto, pur prospettando investimenti in educazione e sanità; Cevallos preconizzava un peso crescente del Congresso nella vita politiсa.

    I sondaggi pre-elettorali (una novità in Messico: prima non avevano nessun interesse!) prevedevano un risultato sostanzialmente simile a quello reale, ma nessuno ci credeva.

    Una volta noto tale risultato, quali ne sono le conseguenze?

    In primo luogo, bisogna dire che l’importante banco di prova costituito dalla correttezza del processo elettorale è stato superato: gli osservatori nazionali e internazionali coincidono nel segnalare che se delle anomalie si sono registrate, esse non inficiano la sostanziale validità
    nel risultato: Zedillo parte quindi con il vantaggio rispetto a Salinas di essere un
    presidente sicuramente legittimo.

    In questo senso le prese di posizione di Cárdenas sembrano fuori luogo: il suo ritardo nei confronti di Zedillo è tale che le sue proteste sembrano rispondere più a un cliché che a una convinzione reale. Sorprende poi l’ascesa del Pan, che mai aveva raggiunto tali livelli: tale partito aveva sempre raggiunto buone quote di consenso negli stati del nord, dove il fattore dell’attrazione esercitata dagli Usa gioca un suo ruolo fondamentale. A mio modo di vedere il consenso per il Pan è venuto da chi, convinto delle politiche di liberalizzazione economica, non lo era però tanto dall’apparato del Pri e si augurava quindi un cambio di classe dirigente.

    Il declino, per certi versi inatteso, di Cárdenas può essere letto come la sconfitta della sinistra tradizionale latinoamericana, populista e in fondo antistorica in diverse delle sue manifestazioni. Di certo la caduta dei consensi per Cárdenas è stata drastica, anche se non va sottovalutato il fatto che a questi è stato negato per cinque anni l’accesso al principale canale televisivo nazionale (Televisa), veto durato fino a quando la legge in materia elettorale non ha obbligato al contrario. Ma al di là di questa considerazione, è chiaro che il ridimensionamento della sinistra messicana è assai rilevante.

    Quindi il Pri ha vinto o perso la sua battaglia? L’idea di un cambio nella continuità, cara agli strateghi del Partito, sembra avere prevalso.

    Certo, Zedillo ha già dichiarato di voler formare il suo governo con personalità non compromesse con le pratiche dominanti nel «vecchio» Pri e di voler collaborare con i due partiti di opposizione: sono fenomeni inauditi per i canoni della tradizionale politica messicana е fanno presagire la possibilità che, in futuro, il Pri, ormai sceso dal piedistallo della sua quasi unicità, possa perdere il potere.

    Ma un declino di questa formazione politica era inevitabile, in quanto il suo monopolio si collocava al di fuori della logica dell’evoluzione storica.

    Il punto importante è che il Pri sembra in grado di poter canalizzare le esigenze di cambiamento emerse dalla società in un modo accettabile.

    Paradossalmente la sconfitta di Cárdenas va letta proprio in questo senso: l’avere preso a riferimento l’eredità rivoluzionaria è risultata una scelta anacronistica. In un Messico pieno di contraddizioni ma dove il mito della modernità ha comunque fatto breccia, i valori ideologici tradizionali sono risultati perdenti rispetto ai nuovi schemi che vedono nel liberalismo la chiave dello sviluppo.

    Se il processo di democratizzazione formale del Paese sembra inarrestabile, e dovrebbe potersi completare senza che il Pri debba necessariamente passare all’opposizione, il futuro del Messico si giocherà proprio sulla tematica dello sviluppo sociale e quindi della democratizzazione sostanziale.

    Solo se troverà il modo di redistribuire più efficacemente i benefici della crescita economica e di aumentare in maniera significativa il livello di vita della popolazione, la classe politica attuale può pensare di sopravvivere.

    Se, al contrario, il Messico rimarrà il paese delle diseguaglianze manifeste, il futuro non può che essere pieno di incognite.

    Note
    (1) Vedasi Le Mexique confronté à la
    puissance des narco-trafiquants su Le
    Monde Diplomatique
    , agosto 1994.
    (2) Per un esame del dibattito sui vantaggi e gli svantaggi del Nafta si può fare riferimento a:
    Myths versus Facts di W.A. Orme jr. su
    Foreign Affairs di novembre-dicembre
    1993.
    Can Nafta change Mexico? di J.G.
    Castaneda su Foreign Affairs di settembre-ottobre 1993.
    Lo stesso articolo è stato pubblicato anche in spagnolo su Politica Exterior con
    il titolo: Nafta y el futuro de Méjico
    (numero 35, autunno 1993).

  • La crisi politica spagnola: una breve analisi

    Passata l’euforia del 1992, la Spagna sta vivendo una durissima crisi sociale, politica ed economica: è prevedibile che in tempi brevi esca dal tunnel nel quale sembra essersi infilata o è piuttosto preventivabile un’implosione del sistema di tipo italiano?

    Solamente un anno fa, nel giugno 1993, Felipe Gonzàlez aveva ottenuto un’insperata vittoria elettorale (la quarta consecutiva): pur non confermando la maggioranza assoluta dei seggi che aveva accompagnato il Partido socialista obrero español (Psoe) dal 1982, i socialisti avevano potuto contare su una chiara maggioranza relativa nei confronti del Partido popular (Pp) di José María Aznar. Grazie all’appoggio esterno dei nazionalisti moderati catalani e baschi, Felipe (così tutti chiamano in Spagna il leader socialista) aveva potuto formare un governo monocolore, evitando l’alleanza impossibile a sinistra con la coalizione Izquierda unida del comunista, non troppo modernista, Julio Anguita.
    La vittoria si era prodotta nonostante la crisi economica del dopo ’92 di fosse già scatenata e il tasso di disoccupazione, gran tallone d’Achille dell’economia spagnola, avesse già raggiunto livelli drammatici.

    La nueva derecha di Aznar era sembrata più convincente nel corso della campagna elettorale e il Pp sembrava poter rappresentare per la prima volta un centro-destra credibile in un paese nel quale i fantasmi di quarant’anni di franchismo sono ancora racchiusi in molto armadi.
    Dall’altra parte il Psoe, come partito, appariva senz’altro logorato dalla lunga tappa governativa (undici anni in solitario). La sua inattesa vittoria non è da accreditarsi tanto al partito, quanto alla figura di Felipe, politico di gran carisma, al quale buona parte degli elettori dubbiosi diedero alla fine un ultimo voto di fiducia, facendo registrare una partecipazione alle urne molto superiore a quella tradizionale. Molti élettori, che in condizioni normali non avrebbero votato per i deludenti socialisti, ma che mai e poi mai l’avrebbero fatto per i popolari, preferirono rinunciare all’astensione per evitare il pericolo di un ritorno al potere della destra.

    Nella stessa notte elettorale Felipe riconobbe il messaggio degli elettori e promise un cambio sobre el cambio: riaprire il Psoe alla società e fronteggiare la crisi economica.
    Cos’è successo da allora? Sul fronte del partito González ha guidato un rinnovamento interno, le cui principali vittime dovevano essere i seguaci del suo ex numero due, Alfonso Guerra, l’uomochiave del partito. Se i renovadores si sono presentati al XXXIII Congresso federale del partito tenutosi a marzo con una chiara maggioranza dei delegati, González non è riuscito in quella sede a riappropriarsi completamente del Psoе: la composizione della nuova giunta esecutiva è stata piuttosto il frutto di un compromesso con la componente guerrista del partito, espressione di un socialismo di vecchia maniera, forse malvisto dall’opinione pubblica a livello nazionale, ma molto forte a livello di consensi nelle comunità autonome, che fungono
    da serbatoio tradizionale di voti per il Psoe (Andalusia e Extremadura).

    L’opinione pubblica ha quindi percepito i risultati del congresso come un sostanziale tradimento delle promesse elettorali di Felipe.
    Sul fronte della crisi economica il governo non ha mostrato nel corso dell’anno alcuna capacità di reazione: il poсо amato ministro dell’Economia Carlos Solchaga è stato sacrificato sull’altare del riavvicinamento alla società, ma la sua sostituzione con Pedro Solbes non ha apportato nessuna iniezione di fiducia all’esangue economia spagnola.
    E’ senz’altro vero che i problemi che deve affrontare il sistema economico spagnolo sono generali e non legati solo alla congiuntura, ma soprattutto alle rigidità strutturali del sistema stesso.

    Ma fino a che punto un partito da dodici anni al potere può mascherarsi dietro meccanismi che ha provveduto in buona parte ad alimentare?
    La generosità dei sussidi di disoccupazione o l’onerosità per le imprese dei meccanismi di licenziamento nel sistema precedente alla recente riforma del mercato del lavoro erano dei chiari segnali di un notevole sbilanciamento a sinistra della legislazione nel campo del diritto del lavoro.
    Tale tendenza era certo legittima per un partito socialista nei primi anni Ottanta e ha svolto un ruolo importante nel processo di eliminazione del paternalismo dominante nella stessa materia nel periodo franchista, ma risulta difficilmente compatibile con la realtà economica degli anni Novanta.

    Il problema è che González risulta pосо credibile come profeta di ricette neo-liberali. Il ragionamento che sempre più spagnoli fanno è il seguente: non sarebbe più logico che fosse la destra moderata a comportarsi da destra? Il Psoe è stato il protagonista della modernizzazione della Spagna e del suo inserimento a pieno titolo nel contesto europeo. Può
    essere il suo stesso establishment il fulcro della fase politica successiva?
    A parte il drammatico problema della disoccupazione (24 per cento!), altre scelte-chiave di politica economica fanno discutere: ad esempio, l’ostinazione nel voler mantenere la peseta agganciata al Sistema monetario europeo non ha permesso che si verificasse quell’effetto benefico sulle esportazioni che ha avuto invece molta importanza nel caso italiano e ha bruciato ingenti quantità di riserve valutarie.
    Ma soprattutto è la mancanza di mordente del governo, l’assenza d’iniziativa che ha inquietato maggiormente l’opinione pubblica spagnola negli ultimi dodici mesi.
    A tutto ciò si deve aggiungere la valanga di scandali emersi ultimamente, che hanno messo in serio pericolo il governo González.

    Al riguardo è opportuna una premessa: in Spagna la corruzione non è endemica, non è un «sistema».
    Una pubblica amministrazione relativamente efficiente non è stata mai coinvolta, negli ultimi anni della democrazia, in grossi scandali.
    Per questo motivo l’ondata di rivelazioni sulle attività illegali del governatore della Banca di Spagna, Mariano Rubio e del direttore generale della Guardia Civil, Luis Roldán ha provocato una commozione popolare senza precedenti nel paese.
    A questi scandali istituzionali si deve aggiungere il clamoroso crollo di uno dei miti nazionali del settore privato, il presidente del Banco español de crédito, Mario Conde, che dietro la facciata di uomocopertina si è rivelato un banchiere semplicemente nefasto. Alcune istituzioni tradizionalmente più solide del Paese (Banco de España, Guardia Civil, Banesto) sono servite ad affaristi senza scrupoli per facili arricchimenti, facilitati da complicità ad alto livello e dal clima di frenesia speculativa che ha caratterizzato la seconda metà degli anni Ottanta.
    González è additato come il principale responsabile politico del clima venutosi a creare e anche se è legittimato a governare fino al 1997, pare attualmente difficile che possa portare a termine la legislatura.
    Ma quali sono le alternative?
    Il Partido popular di José M. Aznar è l’unico che possa assumere il potere: il giovane leader dei popolari ha riorganizzato il partito, modernizzandolo e adattandolo alle esigenze di un paese
    che è stato a lungo alla ricerca di una forza di centro-destra chiaramente democratica.
    In questo senso il Pp si è liberato dall’ingombrante presenza del suo fondatore, Manuel Fraga Iribarne, un po’ emarginato nella sua Galizia, dove presiede la Xunta con modo di fare da capo di stato.
    I collaboratori di Aznar sono giovani, preparati, senza legami col passato franchista. Ma basterà tutto ciò per mandare il Psoe un giorno all’opposizione?
    Probabilmente sì, ma non bisogna sottovalutare la lezione delle ultime elezioni generali.

    Finchè il Pp non supererà il problema della propria debolezza in tre comunità-chiave, quali l’Andalusia (dove il Psoe ha ancora un enorme vantaggio sui popolari in termini di consensi), la Catalogna e i Paesi Baschi (nei quali l’elettorato moderato è accaparrato dai partiti nazionalisti, Convergencia i Unió e il Partido nacionalista vasco) difficilmente pоtrà raggiungere una maggioranza di seggi nelle Cortes.
    Aznar ha puntato sull’emergente Javier Arenas in Andalusia, nominandolo presidente del partito locale: saranno illuminanti al riguardo i risultati delle elezioni locali in Andalusia per vedere se il Pp può ridurre in maniera significativa il proprio gaprispetto al Psoe.
    In Catalogna e nei Paesi Baschi la scelta dei partiti maggioritari di continuare ad
    appoggiare il governo socialista mette in una posizione imbarazzante il Pp, che non può rivendicare una sensibilità particolare per i problemi nazionalisti così importanti in queste due comunità autonome.
    La collaborazione di Convergencia е Pnv con il governo centrale sta distribuendo dividendi importanti per le comunità autonome in generale (vedasi la cessione da parte dell’Amministrazione centrale del 5 per cento del gettito dell’Irpef, l’imposta sul reddito) e per le due comunità citate in particolare: il Pp si trova quindi senza un ruolo specifico in
    Catalogna e nei Paesi Baschi, dato che l’elettorato di centro-destra ben difficilmente abbandonerà i partito nazionalisti moderati e gli elettori di centro-sinistra difficilmente passeranno al Pp dovendo superare non solo pregiudiziali di ordine ideologico, ma anche altre di ordine regionalista.

    Tale complessa situazione sta limitando fortemente l’ascesa del Partido popular, che è invece stata assai significativa nel resto del Paese.
    Altre possibilità non esistono: Izquierda unida ha un tetto limitato di consensi; altre opzioni di centro si sono evaporate (il Centro democrático y social di Suárez).
    Il sistema politico spagnolo è quindi divenuto bipolare, ma in tale quadro le possibilità di alternanza nel potere non sono ancora del tutto chiare.
    Il Psoe ha svolto un ruolo fondamentale nella storia spagnola: l’esemplare processo di transizione non avrebbe potuto completarsi senza la sua presenza al governo.
    Il problema attuale del partito è quello della sua perdita di slancio, del suo logorio: vivere in Spagna negli anni Ottanta significava essere pervasi dall’entusiasmo, dall’ottimismo innovativo di una generazione di quarantenni che aveva preso in mano le redini di un paese che scopriva finalmente le proprie grandi potenzialità, lasciandosi dietro le spalle decenni di sostanziale isolamento.

    Oggi si sorride vedendo le giacche di velluto e le camicie a quadretti indossate nei primi anni Ottanta dai leaders del Psoe, passati ora a un rigoroso grigio. Risultano irriconoscibili. Ma l’impronta che i socialisti hanno dato alla Spagna è comunque indelebile e fondamentale: essi hanno rappresentato la migliore opzione possibile per il Paese negli ultimi dieci anni.
    Questo li legittima a restare al potere per ancora molto tempo? (Felipe ama ripetere di aver bisogno di venticinque anni per trasformare completamente il Paese: saremmo quindi solo alla metà del suo tragitto).
    A parte loro la perdita di credibilità dell’ultimo anno, il grosso problema che i socialisti si portano dietro da anni è l’assoluta assenza di un leader alternativo a González: tutti i sondaggi d’opinione vedono una drastica caduta di consensi elettorali per il Psoe nel caso in cui l’attuale primo ministro non ripresentasse la propria candidatura: probabilmente rinunciare a Felipe sarebbe un passo decisivo verso la sconfitta.

    Aznar sa che, nonostante i suoi progressi personali a livello d’immagine, non può competere con González a livello di cаrisma: anche per questo motivo la tattica attuale del Pp è quella di chiederne le dimissioni, ma senza elezioni anticipate.
    Un altro socialista dovrebbe formare un governo fino alle prossime elezioni: Aznar spera di poter confrontarsi con un altro leader socialista molto meno poроlare di Felipe, attendendo al tempo stesso l’onda lunga dell’uscita dalla recessione economica (che non è ancora dietro l’angolo in Spagna). Di fatto al Partido popular non converrebbe vincere delle eventuali elezioni anticipate nell’anno in corso e coscienti di questo gli strateghi del Pp gridano allo scandalo, ma cercano di prendere tempo prima di trarre le logiche conseguenze della loro opposizione.
    La situazione politica spagnola è quindi in buona misura bloccata: il Psoe come partito può perdere le elezioni, ma Felipe ha ancora un capitale di credito personale non indifferente. Per sfruttarlo è però condannato a essere il candidato eterno del suo partito.
    La cartina al tornasole attraverso la quale verrà giudicato l’operato di Felipe in quel che resta della legislatura attuale sarà il suo impegno contro la corruzione e la sua capacità di liberare il partito dall’ipoteca degli scandali.

    Il Partido popular non può che crescere, ma con le limitazioni territoriali di cui abbiamo già discusso, che gli amputano una quota decisiva di consensi.
    Tale situazione bloccata non fa però presagire una escalation di tipo italiano, dato che non sembrano in gioco le basi stesse del sistema. Si tratta solamente di un passaggio difficile verso il completamento del processo di transizione democratica, che potrà dirsi compiuto solo nel
    momento in cui un’alternanza sarà davvero possibile: è curioso ascoltare un leader della destra spagnola proclamarsi l’erede di Manuel Azaña, il mitico presidente della II Repubblica spagnola uscita sconfitta dalla guerra civile: Aznar ha bisogno di presentarsi all’opinione pubblica come un leader affidabile, in grado di ispirarsi all’insegnamento di un grande progressista (non di sinistra) del passato, per potere far presa su quei tre milioni di elettori di centro che rappresentano l’ago della bilancia.
    Paradossalmente,González aveva adottato la stessa tattica nel 1982: citare Azaña gli era servito per convincere gli elettori di centro a vincere le proprie riluttanze e a dare una possibilità alla sinistra.
    Certo fa effetto pensare che dopo quasi sessant’anni il presidente Azaña ridiventi un punto di riferimento della politica spagnola: è questa una di quelle grandi rivincite che la Storia, a volte, riserva a personaggi a loro tempo sconfitti.