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  • Il Vertice sudamericano di Brasilia: democrazia e integrazione economica, chiavi dello sviluppo della regione nel XXI secolo

    Il Vertice sudamericano di Brasilia: democrazia e integrazione economica, chiavi dello sviluppo della regione nel XXI secolo

    Il Vertice sudamericano di Brasilia (30 agosto – 1 settembre 2000) ha riunito, per la prima volta nella storia, i presidenti dei dodici paesi del subcontinente (oltre al Brasile e alle nove repubbliche sudamericane di lingua spagnola, erano presenti anche il Suriname e la Guyana). Ci si può stupire del fatto che in un mondo nel quale i vertici tra capi di stato e di governo non fanno neanche più notizia tanto sono frequenti e spesso ‘sterili di novità, i paesi sudamericani non avessero mai organizzato in passato una riunione di questo tipo.

    Ma tant’è: se esiste dal 1991 un vertice biennale dei paesi latino-americani (con la partecipazione di Spagna e Portogallo), se esiste da molto più tempo l’Organizzazione degli stati americani con sede a Washington (OAS in inglese, OEA in spagnolo) e se all’inizio degli anni Ottanta è nato il Gruppo di Rio, foro di discussione politica dedicato alla difesa dei valori democratici e dei diritti umani, cui partecipano i dieci paesi ibero-americani del subcontinente più Messico e Panama, i paesi geograficamente sudamericani non avevano mai creato un loro foro specifico.

    Analizzando brevemente quanto discusso a Brasilia, potremo capire perché un’iniziativa di questo tipo veda la luce proprio adesso e come il Vertice sudamericano si inserisca nel cruciale momento di trasformazione che sta vivendo l’America Latina all’alba del XXI secolo.

    Il Vertice di Brasilia è stato centrato su tre argomenti fondamentali: la difesa della democrazia e dei diritti umani nella regione, la promozione dello sviluppo e dell’integrazione economica, la carenza di infrastrutture su scala regionale che possano favorire tale sviluppo economico.

    Il consolidamento della democrazia e la promozione dei diritti umani sono stati interpretati dal Vertice come condizioni essenziali per il rafforzamento dello sviluppo dei paesi della regione e
    dei loro processi d’integrazione economica.

    La clausola democratica, già in vigore nel MERCOSUR, è stata estesa a livello sudamericano: il rispetto della democrazia è stato considerato condizione sine qua non per essere ammessi a futuri vertici ed essere chiamati a far parte di negoziati politici regionali: di fatto, chi abbandona le regole democratiche si isola dalla comunità sudamericana.

    L’esistenza di tale clausola democratica all’interno del MERCOSUR è stata decisiva nell’evitare derive autoritarie nel corso delle successive crisi paraguaiane degli ultimi anni – quella del febbraio 1999, che vide la deposizione del presidente Cubas Grau e la sua sostituzione con il presidente del Congresso González Macchi, presidente attualmente in carica, e il successivo tentativo di colpo di stato militare del maggio 2000, apparentemente diretto da elementi legati al generale in esilio Lino Oviedo.

    Se la situazione paraguaiana non può ancora essere considerata stabile, è indubbio che la fermezza dei tre soci nel MERCOSUR (Brasile, Argentina e Uruguay) nel sottolineare a ogni occasione che una svolta autoritaria nel paese avrebbe automaticamente significato l’estromissione dello stesso dal MERCOSUR ha avuto un influsso positivo sulla piega degli avvenimenti in Paraguay. Ormai è chiaro a tutti in America Latina che l’autoritarismo porta all’isolamento e l’isolamento alla depressione economica. In questo senso la democrazia latino-americana – di cui spesso si denuncia la crisi più in base a riferimenti al passato che a una valutazione rigorosa delle realtà presenti – è praticamente obbligata a sussistere, se non altro per mancanza di alternative: le dittature di vecchio stampo non sono più proponibili nel contesto dell’apertura economica e della globalizzazione.

    La crisi di crescita della democrazia latino-americana è semmai di un’altra natura: se le forme democratiche non possono essere messe in discussione, la grande sfida attuale, dopo quasi due decenni di vita democratica nella regione, è quella dell’estensione della democrazia sostanziale e delle pari opportunità alla maggioranza della popolazione, una prospettiva ancora molto remota, se teniamo conto delle drammatiche disuguaglianze esistenti
    in campo educativo ed economico in tutta la regione.

    Il Vertice di Brasilia ha quindi ribadito la centralità della democrazia in seno alla famiglia delle nazioni sudamericane: nella mente di tutti faceva naturalmente da padrone la situazione peruviana.

    Il neo rieletto presidente Fujimori si è discretamente defilato a Brasilia, ben contento di perdere protagonismo nei confronti del presidente colombiano Andrés Pastrana, alle prese con il difficile compito di difendere il Piano Colombia, lanciato, insieme con Clinton, il giorno prima a Cartagena. Ne parleremo più in là.

    La situazione peruviana, da noi descritta in un recente articolo (Acque & Terre 3.2000), non ha fatto che complicarsi dopo il Vertice di Brasilia. Si ricorderà che la contestatissima rielezione del presidente Fujimori, pur osteggiata praticamente dalla totalità della comunità internazionale, non era stata oggetto di sanzioni, anche se gli Stati Uniti avevano cercato di convincere in quel senso i membri dell’Organizzazione degli stati americani.

    Vari paesi latino-americani e in primis il Brasile, pur deplorando l’evoluzione della situazione peruviana e non lesinando critiche a Fujimori, avevano poco gradito l’attivismo statunitense, considerato eccessivo e quasi sconfinante nell’ingerenza. L’Osa si era quindi limitata a inviare a Lima degli osservatori che aiutassero il governo peruviano ad adottare misure in grado di migliorare il funzionamento della traballante democrazia peruviana.

    Tale missione era in corso, e le principali debolezze del sistema erano state identificate nell’eccessivo potere dei servizi segreti e dell’esercito peruviano, nonché nella pratica assenza di pluralismo informativo, quando la denuncia televisiva dell’opera di corruzione svolta da Vladimir Montesinos, eminenza grigia del potere fujimorista, nei confronti di un deputato d’opposizione, blandito per ottenere il suo appoggio a Fujimori, ha fatto precipitare la crisi in un modo del tutto imprevisto.

    Fujimori, che solo pochi mesi prima aveva usato tutti i mezzi leciti e illeciti per ottenere una seconda rielezione, dimostrando una totale indifferenza verso le pressioni internazionali, di fronte all’inoppugnabile e diafana dimostrazione della vasta rete di complicità che sosteneva il suo regime ha annunciato il proprio ritiro a termine (cioè un anno dopo…), ben prima della conclusione del suo mandato, prevista per il 2005.

    A fronte delle proteste dell’opposizione, guidata da Alejandro Toledo, che ha richiesto subito nuove elezioni, timorosa di essere di fronte a un trucco dell’imprevedibile Fujimori, questi ha nicchiato per un po’ senza chiarire la portata reale delle proprie intenzioni.

    Nel frattempo Montesinos lasciava il paese e l’esercito – di cui si sospettavano tentazioni golpiste – dichiarava la propria fedeltà alle istituzioni democratiche. Montesinos passava un mese a Pаnama, dove richiedeva l’asilo politico senza che gli venisse concesso, per poi riapparire inaspettatamente in Perù a fine ottobre, quando Fujimori si metteva a dirigere in prima persona le battute di ricerca dell’ex collaboratore. Nel frattempo, il ministro della Giustizia presentava una proposta di piano di riconciliazione nazionale prevedendo un’ampia amnistia nei confronti di eventuali abusi commessi dall’esercito nel quadro della lotta contro il terrorismo o il narcotraffico: la reazione dell’opposizione è veemente.

    A quel punto persino il vicepresidente ed ex ministro degli Esteri, Francisco Tudela, anima del fujimorismo moderato e probabile candidato oficialista alle elezioni presidenziali dell’anno prossimo, gettava la spugna e presentava le dimissioni: la confusione a Lima era ormai totale.

    In questo quadro, il MERCOSUR allargato (che include Cile e Bolivia) emetteva un comunicato avvertendo il Perù delle conseguenze negative di un’eventuale involuzione autoritaria: un’altra dimostrazione della nuova “dottrina di Brasilia”.

    Mentre scriviamo, il primo ministro Salas ha annunciato le prossime dimissioni del presidente, attualmente in Giappone: ciò potrebbe significare un ulteriore anticipo delle prossime elezioni, previste per l’aprile 2001, che saranno una sorta di nuovo inizio per la democrazia peruviana, messa a dura prova dagli eccessi del fujimorismo.

    Che conclusioni trarre dalle vicende peruviane? La situazione di questo paese era senza dubbio la più complessa nell’universo delle democrazie latinoamericane, e sembrava anche la più disperata. Invece, anche in questo caso, il cocktail esplosivo “crisi economica-autoritarismo politico” ha finalmente mostrato la corda: non siamo più negli anni Settanta, la democrazia s’impone in America Latina pur tra mille difficoltà. In Perù l’intero sistema politico è da ricostruire, i partiti tradizionali erano stati sbriciolati dalla propria mancanza di credibilità e dai successi del primo mandato di Fujimori, ma la reazione della società civile in occasione dell’ultima rielezione di Fujimori fa ben sperare per il futuro, anche se la confusione istituzionale esistente oggi a Lima è davvero preoccupante.

    Se il consolidamento della dimensione democratica nella regione ha costituito il piatto forte della riunione di Brasilia, gli altri due grandi temi orizzontali trattati nel vertice sono stati l’intensificazione dei processi di integrazione economica in corso nella regione e il lancio di un’iniziativa tesa a rimediare al gap infrastrutturale che penalizza l’America del Sud.

    In America del Sud, gli anni Ottanta sono stati testimoni d’autentiche trasformazioni epocali rispetto al passato in materia economica. La massiccia riduzione della presenza dello Stato nell’economia, l’apertura agli investimenti stranieri, l’abbattimento delle barriere protettive, il progresso spettacolare dei processi d’integrazione economica – particolarmente significativo il caso del MERCOSUR, il cui successo ha rotto con un passato fatto di decenni di diffidenza tra i due grandi paesi della regione, Brasile e Argentina – sono tutti segni dell’affermarsi di nuovi valori economici e politici che non sembrano avere rivali all’orizzonte (anche se comincia a rifarsi strada una certa attenzione al concetto di “nazionalismo economico”, così importante qualche decennio fa in America Latina).

    In quest’ambito i paesi del subcontinente cominciano a sviluppare una visione quasi del tutto nuova d’integrazione economica su base continentale. Non si tratta tanto di eliminare le frontiere “alla Schengen”, ma di trasformarle da barriere invalicabili, quali esse sono state per due secoli, in fattori di sviluppo economico.

    I due processi d’integrazione economica in America del Sud, il MERCOSUR e la Comunità andina di nazioni (ex Patto andino), non spariscono ma diventano la base di partenza per un nuovo processo d’aggregazione su base continentale. L’Area di libero scambio sudamericana (SAFTA O ALCSA, secondo la lingua di riferimento) viene definita come un obiettivo da raggiungere a breve termine, già nel 2002. Essa risulterà dal processo negoziale tra MERCOSUR e Comunità andina, cui si aggrega il Cile tramite la sua prossima. adesione al MERCOSUR (annunciata per fine anno, avverrà probabilmente nel 2001) e la Guyana e il Suriname mediante accordi specifici.

    Il calendario è forse troppo ambizioso se teniamo conto delle difficoltà cui hanno dovuto fare fronte in un passato anche recente i negoziati tra i paesi andini e quelli del cono sud, ma d’altro canto il tempo stringe anche in previsione dell’accelerazione probabile dell’ALCA (Area di libero scambio delle Americhe), il processo d’integrazione emisferico cui i paesi dell’America Latina vogliono arrivare compatti e non in ordine sparso.

    Dopo le elezioni americane, è probabile che l’ALCA entri nella sua fase di negoziato attivo nel corso del 2001, per una sua probabile conclusione entro il mandato del presidente neoeletto, quindi entro il 2004, prima ancora di quel 2005 di cui si era sempre parlato.

    I paesi latino-americani, che già siedono in quel negoziato su base subregionale e non nazionale (MERCOSUR, CAN, Mercato comune centroamericano, CARICOM, con le sole eccezioni di Cile e Messico), hanno tutto l’interesse a rendere operativo il loro mercato prima della conclusione del negoziato ALCA, in maniera tale da aumentare il loro peso specifico nei confronti degli Stati Uniti e del Canada.

    Si tratta di un momento decisivo per le sorti dell’America Latina nel XXI secolo: come osservano alcuni, le scelte strategiche dei prossimi cinque anni saranno probabilmente decisive per il destino prossimo venturo dei paesi latino-americani.

    In questo contesto, è cruciale per l’America Latina riuscire a compiere una svolta modernizzatrice nell’era della globalizzazione, dimostrando di poter essere protagonista del proprio futuro: di qui l’importanza delle sfide interne (adozione di modelli vincenti di sviluppo economico e sociale) ed esterne (affermazione di un’originalità e una matrice latino-americana nel contesto di un mondo senza frontiere).

    È quindi importante che i paesi dell’America Latina, e in particolare quelli dell’America del Sud, stiano cercando di creare meccanismi autonomi di dialogo e sviluppo, senza che peraltro ciò significhi un ritorno alle chiusure del passato, ma piuttosto una maggiore consapevolezza del proprio ruolo internazionale e un rafforzamento della loro capacità negoziale.

    I primi cinque anni del prossimo secolo non saranno solo caratterizzati dall’approfondimento dell’integrazione regionale subcontinentale ed emisferica, ma anche dai negoziati con l’Unione europea, già cominciati nel caso del MERCOSUR e già conclusi nel caso del Messico, e dai negoziati multilaterali in seno all’OMC, anch’essi decisivi per il futuro dell’America Latina nonché del commercio mondiale.

    L’insieme di questi scenari intrecciati
    tra loro crea una situazione complessa
    di difficile lettura, ed è assai arduo prevedere quale sarà la realtà del commercio internazionale nel 2005, quando tutti i nodi dovranno venire al pettine, ma
    quello che è sicuro è che i paesi latinoamericani sembrano coscienti dell’importanza del momento.

    In questo senso il Vertice di Brasilia non è stata una riunione qualsiasi, ma la dimostrazione di una nuova consapevolezza in fieri tra i paesi della regione. La carenza d’infrastrutture (strade, porti, ferrovie, logistica) su scala sudamericana è una delle eredità del passato е rappresenta forse il limite più grave per le possibilità di uno sviluppo economico regionale.

    Essa è da una parte conseguenza delle peculiarità geografiche del subcontinente: delle sue dimensioni e della presenza di due formidabili ostacoli naturali come la foresta amazzonica e le Ande.

    Ma è soprattutto dovuta all’imposta zione che tutti i paesi sudamericani hanno sempre dato ai loro piani di sviluppo infrastrutturali; anche quando, negli anni Sessanta, tali grandi opere erano concepibili (pensiamo alla diga di Itaipù o alla Transamazzonica), la loro concezione è sempre stata puramente nazionale. Era la visione dominante all’epoca, centrata su economie chiuse e sviluppo basato sull’economia nazionale.

    A fine secolo le priorità sono cambiate, ma l’America Latina si ritrova senza infrastrutture regionali e in preda a problemi logistici quasi insolubili che riducono la competitività dei suoi prodotti: basti pensare all’assenza d’infrastrutture di trasporto tra il nord e il sud del continente e tra l’est e l’ovest. Ogni paese è orientato solo su se stesso e i prodotti del Nord o Nord-Est brasiliano devono viaggiare sino ai porti di Santos (San Paolo) o Rio per poi ripartire in senso opposto verso i mercati del Nord. Il Brasile, che da solo occupa metà dell’America del Sud e confina con quasi tutti gli altri paesi della regione, è il più conscio del problema. Nel 1998, il lancio di un grande piano infrastrutturale interno (Avança Brasil) volle rompere con anni d’assenza di politiche infrastrutturali coerenti.

    A partire dalla base concettuale di tale piano, il Brasile si propone ora di coinvolgere i vicini nel lancio di un piano infrastrutturale complessivo: uno studio preliminare è stato affidato al BID (Banco interamericano di sviluppo). I paesi andini possono contare con una istituzione finanziaria di prestigio come la CAF (Corporación Andina de Fomento); il MERCOSUR non ne possiede una ma conta di coinvolgere il settore privato nel finanziamento di tali infrastrutture – naturalmente, le telecomunicazioni sono in primo piano in questo sforzo.

    Si tratta di un progetto ambizioso, forse destinato a rimanere al di qua degli obiettivi attuali, a causa delle ardue condizioni di finanziamento cui sono sottoposti i paesi latino-americani sui mercati finanziari internazionali.

    Ma anche in questo caso il Vertice di Brasilia è stato significativo perché ha rotto con i fantasmi del passato per proporre al mondo una nuova America Latina.

    Se democrazia, integrazione economica e infrastrutture hanno caratterizzato il Vertice, la situazione colombiana non ha potuto non attirare l’attenzione dei presidenti sudamericani.

    Il presidente Pastrana si è presentato a Brasilia dopo aver ricevuto a Cartagena il presidente Clinton, che vi aveva annunciato il lancio del Piano Colombia, presentato come un piano d’aiuto alla Colombia per assisterla nella lotta contro il narcotraffico.

    Qual è il suo significato? Da una parte il lancio del Piano viene ad annunciare il fallimento della politica di dialogo con la guerriglia (FARC) che aveva costituito il leitmotiv della campagna elettorale del leader conservatore colombiano. I negoziati – che avevano persino portato alla cessione di una parte di territorio colombiano “in gestione” al FARC (regione di San Vicente del Caguán) – si sono ingolfati senza rimedio: perché il dialogo, che è servito a risolvere crisi assai complesse come quelle derivanti dalle guerre civili centro-americane, è fallito nel caso colombiano?

    La risposta è una sola: la droga. Da anni la pioggia di denaro legata al narcotraffico ha fatto saltare tutti gli equilibri nel paese andino. Se per diverso tempo la lotta contro i cartelli dei narcotrafficanti aveva portato la Colombia sull’orlo del collasso, il vero ero problema eversivo apparso recentemente è quello della narco-guerrilla. I gruppi guerriglieri (oltre al FARC, l’altro gruppo principale è l’ELN), tralasciata ormai ogni velleità ideologica, lucrano e si finanziano con il traffico di stupefacenti, favorito dal controllo da essi esercitato su buona parte del territorio nazionale. Si calcola che il solo FARC ricavi 500 milioni di dollari annui dal narcotraffico.

    La cessione al FARC della regione di San Vicente del Caguán, lungi dal dimostrare una capacità effettiva di governo di quest’ultimo, ha solo certificato l’esistenza di un santuario intoccabile per la coltivazione della coca. Gli scontri armati tra guerriglia ed esercito non fanno che continuare e il dialogo può dirsi fallito.

    Per quanto riguarda l’ELN, che ha anch’esso richiesto la concessione di una zona protetta nel sud dello Stato di Bolivar, la costituzione di un gruppo di “amici del dialogo” (Francia, Spagna, Svizzera, Norvegia e Cuba), il cui obiettivo è facilitare il negoziato, potrebbe far pensare a sviluppi più positivi, ma il fallimento del negoziato con il FARC non lascia presagire nulla di buono.

    In questo quadro, la messa a disposizione del governo colombiano da parte degli Stati Uniti di un pacchetto di aiuti, essenzialmente di natura militare, di 1.3 miliardi di dollari (su un totale di 4,5 miliardi, la maggioranza dei quali pagati dallo stesso governo colombiano), rappresenta un deciso cambio di rotta nei confronti della guerriglia. Chiuso il dialogo, almeno per quanto riguarda il FARC, si passa ai metodi violenti per la riconquista del territorio e l’estirpazione delle colture, anche mediante prodotti chimici.

    L’iniziativa ha sollevato ben pochi entusiasmi tra gli altri paesi della regione e presso l’Unione europea, da sempre propensa a un altro tipo d’approccio, più cooperativo, al problema.

    Di fatto, la Commissione europea ha annunciato il lancio di un pacchetto di aiuti alla Colombia di 105 milioni di euro dal 2000 al 2006 nei seguenti campi: sviluppo economico e sociale e lotta alla povertà, sviluppo alternativo, riforma del sistema giudiziario, difesa dei diritti umani, a cui va aggiunta una previsione di 10,5 milioni annuali per aiuti d’emergenza e umanitari.

    I paesi sudamericani hanno accolto molto freddamente l’annuncio del Piano Colombia: le possibilità di escalation di un conflitto di questo tipo non sembrano sotto controllo, la presenza di “consiglieri militari” americani in Colombia ricorda scenari inquietanti che nessuno si augura di vedere in futuro in America del Sud.

    D’altro canto, l’approccio di tipo militare al problema colombiano non è una novità: gli Stati Uniti l’avevano già proposto durante le amministrazioni repubblicane di Reagan e Bush, e ora vi ritornano in forza. La recente partenza delle truppe statunitensi da Panama non è certo estranea a questo sviluppo.

    I paesi sudamericani, e soprattutto quelli confinanti con la Colombia, hanno espresso, sia a Brasilia sia nella successiva Conferenza dei ministri della difesa delle Americhe (Manaus, 16-21 ottobre), il loro appoggio alla lotta contro il narcotraffico ma anche la loro preoccupazione per le possibili conseguenze sugli equilibri regionali derivanti da un possibile conflitto in Colombia, che potrebbe dare luogo a flussi di rifugiati, sconfinamenti di truppe e avere anche conseguenze ambientali (uso di diserbanti nella regione amazzonica).

    Il Brasile, che ha con la Colombia una frontiera amazzonica di difficilissimo controllo, è in prima linea nell’esprimere le proprie preoccupazioni.

    In conclusione, il Vertice di Brasilia è stato un momento molto significativo per il Sudamerica alla fine del XX secolo. Iniziativa brasiliana, particolarmente voluta dal presidente Fernando Henrique Cardoso, il Vertice ha messo in evidenza gli importanti cambiamenti strategici in corso nella regione. È inoltre indubbio che il Brasile, forte del suo peso economico, demografico e territoriale, del successo delle sue riforme interne e del brillante superamento della crisi finanziaria dell’anno scorso, ha voluto dimostrare di essere pronto ad assumere nei fatti quella leadership sudamericana che in passato aveva sempre esitato ad assumere.

    Probabilmente è un grande passo in avanti per la comunità internazionale nel suo complesso il fatto che i paesi sudamericani dimostrino una sempre maggiore consapevolezza del proprio peso internazionale.

  • La sconfitta del PRI in Messico: la fine di un’epoca

    Infine è successo: sembrava che questo momento non dovesse mai arrivare, ma la vittoria di Vicente Fox nelle elezioni presidenziali messicane del 2 luglio rappresenta una svolta epocale: il Partido Revolucionario Institucional (PRI) perde il potere per la prima volta dalla sua fondazione – settantuno anni fa! Pensateci, la stragrande maggioranza dei messicani, un popolo demograficamente giovane, ha vissuto sempre con il PRI al potere.

    Dopo settantuno anni e quindici successivi presidenti, il Pri deve passare la mano. Certo, era nella logica delle cose che ciò alla fine avvenisse, ma molti messicani non erano per niente sicuri di riuscire a vederlo con i propri occhi. In realtà, il potere monolitico del PRI aveva già cominciato a erodersi: fino ai tempi della presidenza di Miguel de la Madrid (1982-88), il PRI ha avuto nelle sue mani una specie di potere assoluto, esercitando un controllo verticale su tutte le espressioni della vita politica, economica e sociale, configurandosi nella pratica come un “quasi partito unico”. L’opposizione si riduceva al Partido de Acción Nacional (PAN), che rappresentava gli interessi imprenditoriali, pur senza riuscire a scalfire la struttura di potere del PRI.

    Sino ad allora le elezioni, tanto le presidenziali come le legislative e amministrative, non davano adito ad alcuna suspense. Il candidato del PRI poteva contare a priori sulla vittoria, assicurata dalla potentissima macchina elettorale priista, in grado di sbriciolare ogni tentativo di resistenza.

    Il PRI controllava perfettamente ogni lembo di territorio messicano, e tale controllo era ancora più serrato nelle zone rurali. Ma anche nelle città, solo pensare a una sconfitta del PRI era fantascientifico: il partito, erede della gloriosa rivoluzione d’inizio secolo, incarnava l’insieme dei valori costitutivi della nazione messicana, e una sua sconfitta era impensabile.

    Si è parlato spesso del modello messicano come di una “dittatura perfetta”: in realtà non è corretto parlare di dittatura, dato che la legittimazione del potere del PRI, partito-stato, non si basava solo sul controllo della macchina elettorale. Il PRi non vinceva solo a causa dei brogli, che avevano semmai la funzione di far sembrare schiaccianti e inevitabili delle vittorie che sarebbero state acquisite comunque. In realtà la politica del PRI, partito ideologicamente di sinistra, fondava il suo potere su dogmi che seppe trasformare in verità nazionali: laicismo (separazione assoluta tra Stato e Chiesa), nazionalismo (con particolare enfasi sull’autonomia rispetto agli Stati Uniti), statalismo, agrarismo (permanente distribuzione di terre), sindacalismo (di tipo verticale e identificato col partito).

    La combinazione di questi fattori riuscì a soddisfare per molto tempo le esigenze della società: il PRI non è mai divenuto una dittatura in senso stretto per ché il partito era riuscito a inglobare in sé lo stato e la società; e quest’ultima non poteva non riaffermare periodicamente, in occasione delle elezioni, la propria approvazione di tale modello.

    Tale sistema non ebbe mai bisogno di mostrarsi particolarmente autoritario: salvo poche eccezioni, come la rivolta studentesca del 1968 che portò alla strage di Tlatelolco, il PRI non usò metodi repressivi. Il controllo del partito era a monte, sulla società stessa.

    Inoltre, riprendendo la suggestiva lettura di Vargas Llosa, la “dittatura perfetta” non degenerava perché ogni sei anni immolava il suo dittatore: il presidente della repubblica esercitava un potere assoluto, per sei anni, sul paese e sul partito, e le sue prerogative comprendevano anche la scelta, insindacabile, del successore (il famoso dedazo). Ma l’ex presidente abbandonava poi la vita pubblica, trasformandosi in un intoccabile monumento nazionale privo ormai di qualsiasi influenza. In questo modo si è sempre evitato che il sistema
    s’incancrenisse, tramite un eccessivo prolungamento del potere personale, che invece si diluiva nel partito.

    Durante il mandato presidenziale di De la Madrid, la crisi del debito estero impone per la prima volta seri vincoli sulle finanze pubbliche, perno del sistema. Emerge nel PRI una nuova generazione di “tecnocrati”, formati negli Usa, decisi a modernizzare il Messico somministrandogli una cura di liberalismo.

    Nel 1988, l’elezione di Carlos Salinas de Gortari viene per la prima volta contesa da un avversario con possibilità di vittoria: Cuauthémoc Cárdenas, figlio dell’ex presidente Lázaro Cárdenas, uno dei fondatori del partito. Egli stesso ex priista, Cárdenas aveva fondato un proprio partito, il Partido de la Revolución Democrática (PRD), che proponeva una opposizione al PRI non da destra ma da sinistra, pretendendo di rappresentare i valori autentici della rivoluzione messicana.

    La vittoria di Salinas de Gortari, di stretta misura, diviene probabilmente possibile solo grazie a un black-out di alcune ore del sistema informatico elettorale, al termine del quale la tendenza
    a favore di Cárdenas si trasforma sorprendentemente in sconfitta.

    Nello stesso periodo, il PRI comincia a perdere il controllo di alcuni stati, approfittò sia del PAN sia del PRD.

    Il mandato di Salinas porta novità straordinarie (ALCA, fine della distribuzione di terre, concordato con il Vaticano, rottura con il sindacato unico). Il Messico del 1994 non era più lo stesso del 1988.

    Anziché passare alla storia come l’artefice del cambio messicano, Salinas lascia la presidenza soffocato dai misteriosi intrecci legati al vorticoso circolo di corruzione che circonda il suo entourage (omicidi Posadas, Colosio e Ruiz Massieu): Salinas non aveva saputo (o voluto) mettere le mani sul partito, e questo suo limite gli si ritorce contro.

    Ernesto Zedillo Ponce de León, presidente per caso, assume il potere il giorno in cui scoppia la rivolta in Chiapas e crolla il peso messicano (effetto-tequila): gli auspici non potevano essere peggiori. E invece il grigio economista, la cui vittoria elettorale era stata più tranquilla del previsto, porta avanti con decisione riforme che completano l’opera modernizzatrice di Salinas: i risultati economici messicani sono brillanti, il paese supera i pregiudizi del passato e completa la sua perestrojka.

    Zedillo compie poi scelte fondamentali nei riguardi del partito. Sparisce il dedazo: il candidato presidenziale per il 2000, Francisco Labastida è il vincitore delle prime primarie interne della storia del partito.

    Si rompono i lacci del governo con l’Instituto Federal Electoral (IFE), che finalmente diviene un organo davvero indipendente: le elezioni del 1997 (legislative e per la carica di governatore del Distretto federale) risultano impeccabili, e il PRi perde posizioni significative. Pur rimanendo il primo partito, per la prima volta perde la maggioranza assoluta alla Camera; Cuauthémoc Cárdenas ottiene una affermazione netta nel Distretto federale.

    Le elezioni del 1997 dimostrano che il Messico sta divenendo multipartitico, con tre formazioni dominanti: PRI, PAN e PRD.

    Da allora, la possibilità di un’alternanza, anche a livello della Presidenza della Repubblica, diviene reale.

    Sembrava però che la union sacrée dell’opposizione fosse necessaria per sbancare il PRi nelle elezioni di quest’anno.

    Ma il matrimonio “contro-natura” tra PAN e PRD dura pochi mesi, naufragando sulla questione più spinosa: il nome del candidato. Né Fox né Cárdenas sono disposti a rinunciare, e non si riesce a trovare un accordo nemmeno sulle norme di scelta del candidato unico.

    Tuttavia, una parte del PRD (legata all’influente Porfirio Muñoz Ledo, rivale interno di Cárdenas) accetta di sostenere Fox e abbandona il partito. Gli intellettuali messicani, in prevalenza legati al PRD, si spaccano, ma l’appoggio a Fox aumenta anche in questo collettivo: al di là delle differenze ideologiche, quello che conta è sconfiggere il PRI, per permettere al Messico di voltare definitivamente pagina.

    I risultati elettorali confermeranno questa tendenza e il PRD otterrà un risultato assai magro: Fox vince la sua scommessa.

    Chi è Vicente Fox Quesada? 58 anni, ex dirigente della Coca-Cola, dove entra come venditore per poi scalare tutti i gradini fino a raggiungere la presidenza della filiale messicana, lascia successivamente la multinazionale per dedicarsi al business familiare. Entra nel 1988 nel PAN, divenendo nel 1995 governatore dello Stato di Guanajuato. Uomo d’azienda e cattolico convinto, sostenitore della famiglia e contrario all’aborto, populista e verbalmente aggressivo, è l’esatto opposto rispetto alla falsariga del politico priista, ben rappresentato da Francisco Labastida.

    Il PRI concentra la sua campagna proprio su queste caratteristiche di Fox, accusandolo di voler mettere in discussione tutte le conquiste della “rivoluzione messicana”, vendendo il paese alle multinazionali e privilegiando le posizioni della Chiesa cattolica.

    La campagna si fa particolarmente aggressiva quando, negli ultimi mesi, il partito fa ricorso ai cosiddetti “dinosauri”, vecchi gerarchi contrari alla linea “tecnocratica” di Zedillo e profondamente critici nei suoi confronti, ma disposti a tutto pur di non perdere le ancora ragguardevoli quote di potere. Questo ritorno in forza del vecchio PRI può in fondo avere penalizzato Labastida, che pur essendo un uomo dell’apparato, era pur sempre il vincitore delle primarie, dove aveva sconfitto i candidati della linea più conservatrice, in primis Roberto Madrazo, e che si presentava come il simbolo del nuovo Pri, democratico e pluralista.

    Probabilmente questo fatto ha spinto molti elettori di Cárdenas a sostenere Fox, convinti che un PRI nuovamente vincitore avrebbe fagocitato le ipotesi di cambio.

    Francisco Labastida Ochoa, anche lui cinquantottenne, è, come detto, un uomo d’apparato del PRI. Ministro dell’Energia nel 1982, diviene nel 1987 governatore dello Stato di Sinaloa, dove subisce un attentato organizzato dai narcotrafficanti. Sembrava avere abbandonato la ribalta politica con la nomina ad ambasciatore in Portogallo: al ritorno da Lisbona ottiene un posto burocratico, per poi tornare alla ribalta con Zedillo, prima al ministero dell’Agricoltura e poi a quello, delicato, degli Interni, dove si deve occupare della questione aperta del Chiapas e della crescente influenza del narcotraffico.

    Si propone come riformatore moderato e gode certamente della fiducia del presidente Zedillo, che sicuramente ha visto di buon occhio la sua vittoria nelle primarie.

    Meno carismatico di Fox, perde chiaramente nel confronto diretto (per la prima volta in questa campagna elettorale è stato organizzato un dibattito televisivo tra i sei candidati alla presidenza). I risultati diranno che la sua immagine di un Prı dalla faccia pulita non ha tenuto rispetto alla volontà di cambio esistente nel paese.

    Cuauthémoc Cárdenas, il vincitore virtuale del 1988 e da allora eterno sfidante del PRI, perde via via forza a causa della diaspora dei suoi votanti che “turandosi il naso”, sono andati alla ricerca del cosiddetto “voto utile”. Cárdenas non è aiutato dal relativo vecchiume del suo programma, per molti versi pre-1989 e poco ispirato ai valori della sinistra moderna. Nemmeno gli zapatisti gli hanno dato una grossa mano: certo hanno votato per lui, ma hanno seguito con distacco il processo elettorale (d’altro canto, il “subcomandante” Marcos è molto più influente nell’immaginario collettivo della sinistra europea che nella realtà messicana).

    La sua gestione a capo del Distretto federale non è stata poi particolarmente incisiva, e non gli è servita come trampolino per la corsa presidenziale.

    L’affermazione di Fox è alla fine più netta del previsto: ottiene 15.988.740 voti (42,52 per cento), rispetto ai 13.576.385 voti (36,10 per cento) per Labastida e ai 6.259.048 (1,64 per cento) per Cárdenas.

    I margini di questi risultati sono tali da annacquare tutti i sospetti della vigilia sulla possibilità di eventuali brogli: in realtà l’elezione, alla quale per la prima volta hanno assistito anche degli osservatori internazionali, è stata limpida e regolare.

    Il PAN diviene il primo partito alla Camera, con 224 seggi su 500 (+102), il PRI si ferma a 209 (-30), il PRD a 124 (-57). L’avanzata del Pan è impressionante, anche se i numeri non gli concedono la maggioranza assoluta.

    A seguito delle elezioni parziali del Senato, il PRi perde la maggioranza assoluta di cui godeva ma rimane il primo partito, con 58 seggi su 128 (53 vanno al PAN e 17 al PRD).

    Lo scossone politico è quindi davvero straordinario, ma quali scenari si aprono per la politica messicana? Nonostante le accuse rivoltegli e la sua volontà di “riformare quasi tutto”, Fox probabilmente non avrà la forza per modificare drasticamente il panorama messicano.

    Tra l’altro, molte delle linee essenziali portate avanti da Salinas e Zedillo (apertura internazionale del paese, modernizzazione, fine dello statalismo) sono coerenti con il credo di Fox.

    Le scelte strategiche fondamentali (NAFTA, di recente completato e bilanciato dall’accordo di libero scambio con l’Unione europea, che contribuisce a rendere il Messico uno dei mercati più aperti del mondo) non saranno messe in discussione ma rafforzate.

    Fox cercherà piuttosto di mettere in cantina gli aspetti più ammuffiti del sistema-PRI, ma dovrà fare i conti con una probabile alleanza “revisionista” tra PRI e PRD che gli renderà la vita difficile.

    Fox deve poi scontare una certa inesperienza: personaggio eterodosso rispetto ai canoni del suo stesso partito, ha personalizzato la campagna elettorale, ma non è chiaro di chi si circonderà; di fatto, ha contrattato dei cacciatori di teste per formare il suo governo (la cultura aziendale!).

    In seno al Pri, divenuto ormai un “partito normale”, la caccia alle streghe è già cominciata: Zedillo, presidente atipico, cercherà probabilmente di difendere le sue scelte moderniste e di guidare il partito verso l’aggiornamento definitivo. Ma è apertamente contestato dai “dinosauri”, nostalgici del vecchio PRI, che dovranno però imparare a vivere lontani dal potere, qualcosa d’impensabile sino a poco tempo fa.

    Il PRD probabilmente si avvicinerà al PRI e continuerà a fare la corte all’elettorato di sinistra, ma la necessità di un ammodernamento della linea politica e di un ampliamento del gruppo di vertice che affianchi nuovi leaders a Cárdenas, figura rispettata ma non più vincente, è ormai divenuta impellente.

    Ultimamente si è molto parlato di crisi della democrazia in America Latina: gli sviluppi della situazione messicana costituiscono invece una notizia confortante. La dittatura perfetta è ormai divenuta una democrazia a tutti gli effetti. Il paese ha compiuto negli ultimi anni scelte difficili ma le ha sapute gestire con efficacia dopo un periodo di instabilità piuttosto lungo.

    Rimane aperto il problema del deficit sociale, comune anche agli altri paesi dell’America Latina. Ma tale sfida non può che essere raccolta da un sistema in crescita economica, come appunto il Messico di questi anni. La strada maestra sembra tracciata.

  • La contestata rielezione di Fujimori in Perù

    Le vicissitudini che hanno portato alla seconda rielezione del presidente Alberto Fujimori in Perù hanno destato un grande interesse anche al di fuori dell’America Latina. Alcuni osservatori hanno visto nella discutibile vittoria del presidente uscente una conferma della
    regressione democratica che sarebbe in atto nella regione.

    Alcuni dati recenti sono, in effetti, inquietanti: in Ecuador un colpo di stato che ha affiancato parti dell’esercito е militanti indios è stato abortito, ma ha portato alla sostituzione (di dubbiosa legalità) del presidente Mahuad con il suo vice Noboa. In Venezuela il processo che ha portato al potere Chávez è stato generalmente interpretato come preoccupante in termini di democrazia: per una visione un po’ più articolata rimandiamo al nostro recente articolo sull’argomento (La riforma costituzionale in Venezuela: ritorno all’autoritarismo in America Latina?, in “Acque & Terre”, n. 1.2000), ma è chiaro che le speranze accese in un primo tempo da Chávez si stanno affievolendo e che egli, incapace di materializzare le promesse fatte, ha già perso in poco più d’un anno buona parte dell’enorme capitale di fiducia di cui aveva goduto nel corso del 1999. In Bolivia il presidente Banzer dichiara lo stato d’emergenza per soffocare delle sommosse popolari. In Colombia il processo di pace si contorce su se stesso senza che s’intravedano sbocchi concreti. E ora, in Perù, Fujimori ottiene, in elezioni messe in discussione non solo dall’opposizione ma anche da tutti gli osservatori internazionali, un terzo mandato cui non aveva probabilmente diritto se fosse stato rispettato lo spirito della Costituzione da lui stesso introdotta.

    I cinque paesi che formano la Comunità Andina sono quindi tutti alle prese con problemi complessi e diversi tra loro ma che possono essere in ogni modo ricondotti a una matrice comune: il difficile consolidamento della democrazia in una regione del mondo nella quale la modernizzazione economica non riesce a produrre risultati tali da intaccare in maniera sufficiente il substrato di povertà e le diseguaglianze sociali che affliggono la maggior parte della popolazione.
    Che tutto il percorso politico di Fujimori dimostri il suo carattere autoritario e opportunista è fuori discussione: nei suoi dieci anni alla presidenza del Perù (1990-2000) si sono alternate luci e ombre, ma la sua azione è stata improntata all’accentramento del potere nella sua persona e alla sistematica ricerca, all’interno della società peruviana, degli appoggi necessari per consolidare il suo controllo assoluto della situazione.
    Nel nostro articolo del 1995 (Le contraddizioni apparenti della fragile democrazia peruviana, “Acque & Terre”,n. 1.1995), avevamo cercato di presentare le ragioni che spiegavano la sua netta vittoria di allora su Pérez de Cuellar, candidato appoggiato dall’opinione pubblica internazionale, travolto nelle precedenti presidenziali da un Fujimori inviso a molti (fuori dal
    Perù). Esse andavano ricondotte essenzialmente a: 1) il successo riportato su Sendero Luminoso, la cui azione di guerriglia e terrorismo aveva avuto delle conseguenze disastrose per il paese, mettendo a repentaglio i fondamenti stessi della vita della popolazione peruviana; 2) l’assoluta mancanza di credibilità degli esponenti dei partiti tradizionali, che avevano portato il paese sull’orlo della bancarotta; 3) i buoni risultati economici seguiti al fujichoque immediatamente successivo alla sua elezione del 1990, abilmente accompagnati da una politica sociale di stampo populista – in cui Fujimori è maestro – che, anche se non intacca le radici della povertà che affligge una buona metà della popolazione peruviana, ha comunque un
    grande impatto d’immagine nei confronti dei ceti più bisognosi.

    Questo cocktail ha reso el chino (come è popolarmente conosciuto Fujimori in Perù, nonostante sia d’origine giapponese) un candidato imbattibile per diversi anni.

    Questi risultati, apprezzati positivamente dalla maggioranza della popolazione peruviana, nonostante la diffidenza degli osservatori internazionali e degli esponenti dei partiti tradizionali, completamente emarginati nel decennio Fujimori, sono stati però accompagnati da pratiche dubbiose che non hanno fatto che aggravarsi nel corso del decennio.

    In primo luogo, Fujimori – eletto a sorpresa al secondo turno delle elezioni del 1990 grazie all’appoggio di tutti i candidati dell’opposizione, il cui obiettivo era quello di sconfiggere il candidato maggioritario al primo turno, lo scrittore Vargas Llosa – non poteva contare al momento dell’elezione su un significativo appoggio parlamentare: il suo movimento, l’improvvisato Cambio 90 sorto per appoggiarlo alle elezioni, non aveva ottenuto che pochi seggi (in Perù le elezioni parlamentari coincidono con il primo turno delle presidenziali). Fujimori aveva quindi bisogno di trovare appoggi per governare nella maniera desiderata. Sarà l’esercito a fornirgli questi appoggi: tale scelta va letta alla luce della situazione del Perù dei primi anni Novanta, alle prese con una vera e propria guerra interna con Sendero Luminoso che metteva i militari in primo piano nella vita del paese.

    Fujimori chiede al Parlamento poteri eccezionali per combattere il terrorismo; non li ottiene e scioglie le Camere assumendo il potere dittatoriale con l’appoggio delle forze armate: è il fujigolpe dell’aprile 1992. I partiti d’opposizione non si presentano alle successive elezioni per l’Assemblea costituente, nella quale il presidente-dittatore ha via libera per fare approvare una Costituzione, accentratrice e ultra-presidenzialista, di suo gradimento. Tale Costituzione è approvata mediante referendum popolare nell’ottobre 1993.

    Nel frattempo, Sendero Luminoso è colpito a morte: a partire dalla cattura del líder máximo Abimael Guzmán (settembre 1992), il gruppo terrorista si sfalda e perde in poco tempo gran parte della sua forza. In Perù la vita ritorna alla normalita.

    Il lato negativo della fine dell’emergenza senderista è il progressivo aumento del potere delle forze armate: protagoniste della sconfitta del terrorismo e alleate del presidente autoritario, divengono il vero pilastro dell’edificio fujimorista.

    Attorno all’uomo-chiave di Fujimori, il consigliere presidenziale Vladimir Montesinos, responsabile del sempre più potente servizio di sicurezza interna (Servicio de Inteligencia Nacional, SIN), si crea una densa rete d’uomini e interessi economici legati a filo doppio a Montesinos e al presidente: i ventidue militari di più alto rango delle forze armate peruviane (otto generali di divisione e quattordici di brigata) sono tutti compagni di classe di Montesinos, diplomatisi all’Accademia militare di Chorrillos nel gennaio 1966. Per arrivare a questo risultato, è stata necessaria un’epurazione degli ufficiali non fedeli al presidente. Il risultato di tale processo sono delle forze armate totalmente identificate con il presidente, al cui interno le carriere sono in praticа bloccate: la cupola dovrebbe andare in pensione in blocco a fine 2000, ma già si sta preparando una modifica legislativa che prorogherebbe la situazione per altri cinque anni (guarda caso, i cinque anni del terzo mandato Fujimori).

    In parallelo a questo processo d’asservimento delle cupole militari, Fujimori ha progressivamente allargato il raggio d’azione del Sin, che sotto l’attenta regia di Montesinos ha sviluppato una gran capacità d’intossicazione informativa e di distruzione sistematica degli avversari di Fujimori.

    L’altro punto-chiave del potere di Fujimori è il controllo assoluto dei mezzi di comunicazione, ottenuto anche ricorrendo a metodi poco ortodossi, come pretestuose espropriazioni forzate: emblematico è stato il caso di Baruch Ivcher, proprietario di Canal 2 Frecuencia Latina, canale televisivo non particolarmente critico rispetto a Fujimori, ma divenuto il nemico pubblico numero uno a seguito della diffusione di denunce contro il SIN e Montesinos. Ivcher, israeliano naturalizzato peruviano, è stato espropriato e privato della cittadinanza.

    Il risultato di tali metodi è l’inesistenza di voci discordanti nelle televisioni peruviane: i sei canali aperti esistenti nel paese non hanno accettato alcun tipo di pubblicità elettorale dell’opposizione, confinata su un solo canale via cаvo dalla diffusione assai ridotta.

    Se a livello della stampa scritta non si è raggiunta una tale unanimità, lo squilibrio esistente in televisione è sufficiente per giustificare le denunce d’assoluta parzialità della campagna elettorale peruviana.

    La Costituzione del 1992 è poi fortemente centralizzata: le attribuzioni dell’unica Camera sono molto ridotte, e la stessa figura del primo ministro è fortemente appiattita su quella del presidente, vero padrone della situazione. Nelle elezioni del 1995 Fujimori aveva per di più ottenuto una comoda maggioranza parlamentare, che gli ha permesso un’ampia libertà d’azione nel corso del suo secondo mandato.

    La situazione si è ulteriormente deteriorata quando Fujimori ha deciso di puntare a una nuova rielezione: il primo responso del Tribunale costituzionale è negativo, ma per ovviare a tale contrattempo Fujimori destituisce tre giudici per sostituirli con tre fedeli. Il nuovo responso gli dà ragione, per cui la prospettiva della re-relección diviene reale: il ragionamento seguito, assai bizzarro, è che la prima elezione di Fujimori era stata ottenuta con un’altra Costituzione (da lui stesso violata!), per cui l’attuale rielezione sarebbe in realtà la prima secondo la Costituzione attuale.

    Un’iniziativa di referendum popolare avente per obiettivo il rovesciamento di tale interpretazione è poi considerato illegittimo dalla stessa Corte, tagliando l’erba sotto i piedi dei sempre più numerosi critici del fujimorismo.

    Questi sviluppi, associati a un forte rallentamento della crescita economica avvenuto nel 1998 e nel 1999, hanno alienato molte simpatie a Fujimori nel corso dell’ultimo biennio: per queste ragioni, e per la crescente usura di un metodo di governo eccessivamente autoritario che asfissia la società civile e che mette in discussione i fondamenti stessi della democrazia, pur rispettando i dettami della forma, la prospettiva di una sconfitta di Fujimori nelle elezioni di quest’anno si era fatta concreta.

    Alcuni candidati d’opposizione avevano i numeri per ottenere un buon risultato: Alberto Andrade, sindaco di Lima e Luís Castañeda Lossio, che si è costruito un’ottima reputazione nel suo passaggio alla presidenza dell’IPSs, (Istituto peruviano di previdenza sociale). Ma l’incapacità dell’opposizione di unirsi attorno a un solo candidato e le sistematiche campagne di disinformazione di cui questi due candidati sono stati oggetto hanno ridotto al lumicino i loro consensi.

    Negli ultimi mesi di campagna è però apparsa una candidatura che non aveva meritato l’attenzione dell’establishment: quella dell’economista Alejandro Toledo, che facendo campagna nel Perù profondo e senza contare sui mezzi d’informazione è riuscito sorprendentemente a coagulare attorno a sé la maggioranza dei consensi degli scontenti di Fujimori.

    Toledo, economista pluri-diplomato (dottorato a Stanford, professore a Harvard), ha fatto presa sull’elettorato: le sue fattezze indiscutibilmente andine e il suo messaggio diretto e comprensibile hanno saputo smuovere una società peruviana non più disposta a sopportare a ogni costo il pugno duro della cupola al potere e desiderosa di cambiamenti concreti e profondi delle proprie condizioni di vita.

    La T di trabajo è stata il motto della campagna di Toledo, che dice di se stesso: “sono l’esempio vivente di come la formazione può trasformare un uomo”.

    A fronte di questa crescita imprevista dei consensi per Toledo, molti osservatori mettevano in dubbio che Fujimori potesse accettare una possibile sconfitta: la previsione unanime era che avrebbe cercato a tutti i costi un’affermazione al primo turno, per evitare la possibile concentrazione dei voti dell’opposizione su Toledo nel secondo turno.

    La missione d’osservazione elettorale dell’OSA (Organizzazione degli stati americani), nonché della Fondazione Carter, di Transparencia e d’altre istituzioni internazionali hanno tutte dato fede delle gravi irregolarità del primo turno elettorale, svoltosi il 9 aprile: 1 milione 200 mila schede scrutate in più rispetto al numero dei votanti, gravi anomalie riscontrate nelle sezioni elettorali nelle quali non erano presenti osservatori internazionali o dell’opposizione, cancellazione della lista di Toledo (Perù Posible) in molte schede e così via.

    La saga del conteggio dei voti del primo turno elettorale è durata vari giorni: alla fine i risultati officiali hanno visto Fujimori al 49,79 per cento dei vOti e Toledo al 40,31 per cento, numeri che hanno reso necessario il secondo turno.

    L’impressione derivante dall’altalenarsi delle notizie provenienti da Lima nei giorni successivi al 9 aprile è quella di un conteggio viziato, effettuato da istituzioni elettorali succubi al presidente, che ha accarezzato fino all’ultimo l’idea di ottenere la vittoria al primo turno: il peso delle pressioni internazionali e delle oggettive anomalie messe in luce dagli osservatori e dall’opposizione ha però reso impossibile la proclamazione della vittoria di Fujimori già al primo turno.

    In vista di questo secondo turno, la missione dell’OAs ha richiesto alle istituzioni elettorali una rapida correzione delle anomalie riscontrate, così come la garanzia di un’apertura di spazi televisivi al candidato oppositore.

    A pochi giorni dal voto, Toledo ha richiesto un rinvio di venti giorni del secondo turno, previsto per il 28 maggio, al fine di permettere l’adozione delle misure necessarie per assicurare la trasparenza della tornata elettorale: l’OAS ha appoggiato la richiesta, respinta dalle autorità peruviane. Toledo ha allora annunciato il suo ritiro dal secondo turno, invitando i suoi elettori ad astenersi o ad annullare la scheda.

    Preso poi atto dell’insufficienza delle misure adottate dalla JNE e dall’ONPE, le due istituzioni interessate, che all’ultimo momento hanno cambiato il programma usato per il conteggio anziché correggere gli errori esistenti nel programma usato al primo turno, la missione dell’OAs ha deciso anch’essa di ritirarsi, non sentendosi in grado di avallare il processo elettorale in corso.

    Si è quindi votato il 28 maggio, con il nome di Toledo sulle schede nonostante questi avesse richiesto che fosse ritirato: la sua consegna agli elettori è stata l’astensione.

    In questo quadro turbolento (elezioni senza opposizione e senza osservatori internazionali), Fujimori ha ottenuto il 51,2 per cento dei voti validi, Toledo il 17,68 per cento e il 29,93 per cento delle schede sono state annullate cоme richiesto da Toledo (il voto è obbligatorio in Perù e la sanzione è molto onerosa, il che impediva un massiccio boicottaggio delle urne, che comunque ha raggiunto il 19 per cento).

    Fujimori è stato rieletto al termine d’un processo macchiato di molteplici irregolarità, ma la situazione reale è quella di un pareggio tecnico che apre la strada a una grande instabilità politica in Perù.
    Toledo ha denunciato i risultati elettorali. Sostiene che la sua rinuncia fosse obbligata perché i brogli avrebbero in ogni caso (gli indizi ci sono) permesso a Fujimori di aggiudicarsi la vittoria, e
    partecipare al secondo turno avrebbe legittimato tali brogli: risulta però difficile sostenere che Fujimori sia un presidente illegittimo. Il processo elettorale è stato senza dubbio irregolare e merita un giudizio negativo, ma Fujimori ha la forma dalla sua. Chi potrebbe ora esautorarlo? La pressione statunitense sull’OAs, avente per obiettivo l’imposizione di sanzioni al Perù, è stata mitigata in occasione della riunione ministeriale di Windsor (4 giugno) dall’opposizione esercitata da molti paesi latino-americani (in prima fila Messico, Brasile e Venezuela), contrari all’adozione di misure drastiche. Dietro l’angolo vi è il sospetto con cui molti governi latino-americani guardano all’uso del principio del rispetto democratico come forma d’ingerenza statunitense nelle questioni interne. I governi della regione avevano già espresso molte riserve nei confronti dell’azione della NATO in Kosovo e Jugoslavia adottata al di fuori del sistema delle Nazioni Unite, mostrando riluttanza ad accettare il principio dell’ingerenza umanitaria.

    Al tempo stesso, l’esempio peruviano solleva preoccupazioni tra i paesi della regione anche perché non è un caso isolato ma si inserisce in un momento difficile dello sviluppo democratico in America Latina.

    Il trade-off tra le due posizioni (ingerenza in nome della democrazia e rispetto della dimensione politica nazionale) è in ogni caso difficile, come del resto ben sappiamo in Europa (l’ambasciatore austriaco presso l’Oas ha affermato che l’Unione europea dovrebbe prendere esempio dalle decisioni adottate da tale organizzazione nel caso peruviano).

    Se è prevedibile che Fujimori,che non è certo persona di molti scrupoli, si arroccherà sulle sue posizioni, è altrettanto vero che l’imprevedibile sviluppo della situazione peruviana apre scenari impensabili sino a qualche mese fa: Fujimori non dispone più d’una maggioranza parlamentare (ha solo cinquantadue deputati su centoventi) e l’opposizione pare finalmente essersi unita attorno a Toledo. Fujimori non potrà più governare nel modo cui era abituato, perché delle crepe si sono chiaramente aperte nell’edificio che sostiene il suo potere. Anche nelle forze armate sono apparse voci di dissenso, е anche in assenza di sanzioni esplicite, il Perù di Fujimori soffrirà di un crescente isolamento internazionale.

    Sfocerà questa situazione su una caduta di Fujimori prima della fine del suo mandato? È difficile a dirsi. In questo momento l’opposizione, fuori gioco per dieci anni, è rientrata in campо con un ragionevole raggio d’azione: il suo successo, e il relativo indebolimento di Fujimori, dipenderanno molto dal suo operato, più che dalla pressione internazionale.

    In passato, l’opposizione peruviana ha spesso sbagliato le sue mosse, sottovalutando l’intraprendenza e le risorse di Fujimori (in occasione del secondo turno del Novanta, dell’autogolpe del 1992, della scelta del candidato nel 1995, della tardiva unità nel 2000, forse persino nella rinuncia di Toledo il 28 maggio).

    Riprendendo le conclusioni dell’articolo, già citato, del 1995, possiamo concludere che una volta di più la democrazia deve fare i conti, in America Latina, con le specificità politiche e sociali che caratterizzano la regione.

    È però indubbio che, rispetto alla situazione di cinque anni fa, Fujimori ha ecceduto sul cammino dell’autoritarismo e che gli ultimi avvenimenti costituiscono un chiaro passo indietro per la democrazia peruviana.

    Mentre nel Cono Sud (Argentina, Brasile, Uruguay e Cile) la democrazia può considerarsi ormai del tutto stabile, con l’eccezione del Paraguay, paese avente un livello di sviluppo paragonabile più ai suoi vicini andini che ai suoi soci nel MERCOSUR, nella regione andina i segnali pericolosi per la democrazia sono molteplici.

    A nostro parere, questa constatazione non autorizza a parlare di possibile regressione della democrazia in America Latina: i risultati del processo di modernizzazione economica e democratizzazione politica iniziato negli anni Ottanta sono tangibili e irreversibili.

    Dove però i risultati economici non riescono a raggiungere con sufficiente rapidità una parte significativa della popolazione e dove la società civile trova più difficoltà a organizzarsi e farsi sentire, servendo da contrappeso al potere della classe politica o dei “poteri di fatto”, la tentazione autoritaria può fare di nuovo capolino: in questo senso, i paesi andini presentano ancora situazioni a rischio.

    Lo scenario di fondo è quello della grande sfida che l’America Latina deve affrontare nel XXI secolo: il grande nemico da sconfiggere è il deficit sociale che separa le élites dal resto della popolazione. Solo quando questa sfida sarà stata vinta la democrazia non sarà più in pericolo.

  • II MERCOSUR al banco di prova della crisi finanziaria brasiliana

    II MERCOSUR al banco di prova della crisi finanziaria brasiliana

    Nel nostro ultimo articolo (Acque &Terre n. 6.98) avevamo descritto la situazione del Brasile nel quadro della crisi finanziaria internazionale: la nostra analisi, pur sottolineando le debolezze strutturali tuttora esistenti nel contesto economico e sociale brasiliano, aveva però concluso che gli enormi progressi fatti registrare dal Brasile negli anni Novanta (apertura economica, stabilizzazione finanziaria, modernizzazione del sistema produttivo, integrazione regionale nell’ ambito del MERCOSUR) hanno creato una situazione d’insieme sostanzialmente positiva per lo sviluppo economico del Paese e il rafforzamento del suo ruolo internazionale.

    Ci si può chiedere in che misura queste conclusioni siano state inficiate dal tourbillon di avvenimenti succedutisi a partire dal 13 gennaio, quando la tanto temuta svalutazione del real è divenuta una realtà, trascinando il Brasile, sotto il peso della pressione speculativa dei
    mercati, in una spirale che sembrava compromettere in poche settimane un processo di stabilizzazione economica in corso da quattro anni e mezzo (il piano Real).

    In questo articolo analizzeremo brevemente l’evolversi della crisi finanziaria brasiliana (il cosiddetto effetto samba) come punto di partenza per esaminare i suoi effetti sul MERCOSUR, il bloccо d’integrazione economica composta da Argentina, Brasile, Paraguay e Uruguay che sta vivendo la sua prima veri crisi dopo anni di successi.


    Perché scegliere questo angolo visuale? Il MERCOSUR non solo è un blocco regionale con un importante peso specifico proprio (il quarto per popolazione e volume degli scambi dopo NAFTA,
    Unione europea e ASEAN), ma rappresenta un esempio particolarmente ben riuscito di processo d’integrazione economica tra paesi emergenti. Il suo pоtenziale in termini di partnership commerciale e attrazione di investimenti è stato tale che nel corso degli anni Novanta i grandi operatori internazionali si sono affacciati tutti, praticamente senza eccezioni, su questo mercato.

    Sia l’ Unione europea sia gli USA hanno avviato o stanno per avviare dei negoziati aventi per obiettivo la conclusione di accordi commerciali intra-regionali: nel caso dell’UE un eventuale accordo con il MERCOSUR rappresentebbe il primo esempio di un’intesa tra due blocchi regionali, mentre l’insieme dei paesi dell’emisfero americano sta iniziando il processo negoziale dell’ALCA (Area di libero scambio delle Americhe), nel quale il MERCOSUR ha assunto un ruolo chiave.

    Il rapido successo del MERCOSUR ha inoltre fortemente condizionato gli equilibri economico-commerciali in America Latina (vedasi l’articolo “Fermenti di integrazione regionale in America Latina: dal Patto alla Comunità andina”, su Acque & Terre n. 2.97).

    Se pensiamo alla situazione d’insieme del commercio internazionale alla vigilia del lancio del Millennium Round dell’Oмс (Organizzazione mondiale del commercio) e, più in generale, alle conseguenze della globalizzazione e dell’integrazione dei mercati finanziari che proprio la crisi brasiliana è venuta una volta di più a sottolineare, possiamo concludere che il destino del MERCOSUR non è un problema regionale ma una questione di interesse globale per il commercio internazionale. Come si è prodotta la crisi finanziaria brasiliana? Il legame stretto del real al dollaro, mediante una svalutazione tenuta sotto controllo dalla Banca centrale a un tasso del 7.5 per cento annuo, ha tenuto per tutto il primo mandato di Cardoso. Gli effetti erano stati molto positivi sia in termini di controllo dell’inflazione, una sorta di male endemico in Brasile, dove essa è stata sempre usata per finanziare la costante espansione della spesa pubblica, sia in termini di accresciuta credibilità internazionale del Brasile.

    Su queste basi, gli ultimi quattro anni erano stati caratterizzati da un notevole rafforzamento del potere d’acquisto delle classi medie e da tassi di crescita significativi del PIB.

    Tuttavia, nella parte finale del primo mandato Cardoso questa politica economica aveva cominciato a ricevere critiche crescenti, essenzialmente da parte degli industriali, a causa del relativo ingessamento dell’economia derivante dal legame con il dollaro: in particolare, dopo le crisi asiatica e russa, la difesa del real era divenuta sempre più difficile, spingendo i tassi d’interesse verso livelli altissimi (quasi al 50 per cento reale!).

    In questa difesa a tutti i costi del proprio modello monetario, il Brasile bruciò nella seconda parte del 1998 più della metà delle sue riserve: nonostante le iniezioni di fiducia e di capitali fornite dal piano d’assistenza coordinato dal FMI dell’ottobre 1998, alcuni ritardi nell’approvazione delle riforme previdenziali e fiscali da parte del Congresso e la moratoria dichiarata dallo Stato di Minas Gerais scatenarono, ai primi di gennaio del 1999, un’ondata speculativa che rese impossibile difendere ulteriormente il real.

    Il primo tentativo di riforma fatto (introduzione di una fascia d’oscillazione larga, da 1,22 a 1,32 reais per dollaro) non durò che 24 ore: la pressione dei mercati obbligò la Banca centrale ad abbandonare la difesa del real. In poche settimane il real si inabissò verso valori considerati esagerati da tutti gli analisti, raggiungendo a fine febbraio un valore attorno ai 2,20 reais per dollaro (una svalutazione dell’80 per cento in sei settimane a fronte di una svalutazione accumulata del 30 per cento nei quattro anni precedenti!).

    La crisi provocò scosse ai vertici della Banca centrale: se l’ortodosso Gustavo Franco, contrario all’attenuazione della politica monetaria, era stato sostituito il 13 gennaio dal suo vice Francisco Lopes, questi non resisterà che diciotto giorni all’effetto samba e verrà sostituito ai primi di febbraio da Arminio Fraga, uomo legato a George Soros: una nomina che non ha mancato di suscitare vive polemiche nella classe politica brasiliana, restia ad accettare un esponente della “speculazione internazionale” alle redini della politica monetaria del Paese.

    Ma le prime illazioni su eventuali irregolarità commesse da Fraga a favore del fondo Soros nel periodo tra la nomina e l’assunzione delle funzioni si sono rilevate infondate, e di fatto i primi due mesi della gestione Fraga si sono dimostrati estremamente positivi: l’effetto voluto da Cardoso, nominare un esperto dei mercati finanziari internazionali per ottenere credibilità, è stato raggiunto e il real ha recuperato posizioni ben più rapidamente del previsto.

    L’ondata speculativa si è arrestata oggi (fine aprile), il real è ritornato su valori tra l’1.60 e l’1.70 rispetto al dollaro, che erano sempre stati unanimemente indicati dagli esperti come corretti rispetto alla valuta statunitense.

    Questa stabilizzazione rapida, che ha controbilanciato i picchi speculativi di gennaio-febbraio, permette oggi di approntare delle previsioni macroeconomiche assai più ottimistiche rispetto ai timori di recessione profonda vigenti nelle prime settimane dopo la crisi: se il 1999 si chiuderà in recessione (-1 per cento), la deriva verso valori negativi attorno al 4-5 per cento sembra scongiurata.

    Per quanto riguarda l’altra grande incognita, l’inflazione, partita a razzo nelle prime settimane, facendo presagire uno scenario catastrofico al 30-40 per cento annuale per il 1999, è oggi rientrata, grazie ad alcuni provvedimenti governativi riusciti e a una risposta responsabile dei commercianti e soprattutto dei consumatori, che hanno rifiutato di seguire l’escalation dei prezzi modificando le loro abitudini d’acquisto: oggi le previsioni più ragionevoli situano l’inflazione a fine anno più vicino al 10 che al 15 per cento.

    Un altro fattore che ha contribuito a migliorare la situazione è stato di natura politica: Cardoso è riuscito a raggiungere un accordo con i governatori statali che, pur senza annunciare una moratoria seguendo l’esempio di Itamar Franco (Minas Gerais), avevano sottolineato la necessità di ammorbidire le condizioni di rimborso dei debiti statali nei confronti dell’amministrazione centrale a causa della crisi. Una generalizzazione della moratoria avrebbe avuto conseguenze drammatiche sulla credibilità internazionale del Brasile. Cardoso ha invece concesso agli stati alcune facilitazioni alternative senza condonare né scaglionare i pagamenti
    previsti. L’unico stato che prosegue la sua ribellione è Minas Gerais, più per ragioni politiche (avversione FrancoCardoso e mire presidenziali del primo) che per ragioni finanziarie (la situazione di Minas Gerais è tutt’altro che drammatica se paragonata ad altri stati).


    La svalutazione, pur parzialmente rientrata, ha però aggravato il problema del debito pubblico, rendendo impossibile il raggiungimento degli obiettivi fissati a ottobre con il FMI. Una revisione di tale accordo è stata firmata 1’8 marzo, sulla base di nuove previsioni economiche, che in gran parte si stanno concretizzando nel quadro di uno scenario moderatamente positivo.

    L’ancora dell’accordo non è più il mantenimento del tasso di cambio ma il controllo dell’inflazione. In questo contesto, i tassi d’interesse hanno cominciato a diminuire (l’accordo prevede un tasso di riferimento al 28,8 per cento a fine anno). Se questo è lo scenario finanziario brasiliano a fine aprile, quali sono state le conseguenze della crisi sul MERCOSUR?


    Le prime reazioni argentine sono state di preoccupazione: la svalutazione selvaggia del real tra gennaio e inizio marzo faceva temere agli imprenditori argentini un’importante perdita di competitività dei prodotti argentini nei confronti dei brasiliani, dal momento che il peso argentino è legato al dollaro mediante il sistema del currency board. Dobbiamo segnalare che dall’entrata in vigore del MERCOSUR l’Argentina ha sempre avuto dei saldi positivi di bilancia commerciale nei confronti del Brasile. Gli imprenditori hanno quindi fatto pressione sul governo per ottenere delle misure compensatorie.

    D’altro canto, il presidente Menem ha proposto di risolvere una volta per tutte i problemi monetari del blocco adottando il dollaro come moneta unica, seguendo l’esempio argentino: se Menem in passato aveva già parlato di unione monetaria del MERCOSUR sulla falsariga dell’UEM, questo cambio di tendenza verso il dollaro ha ben pochi amici in Brasile, un paese assai restio a concedere cessioni di sovranità e ben conscio della poca popolarità che un’adozione del dollaro avrebbe presso l’opinione pubblica, in buona parte già scettica sull’accordo con il FMI, visto da molti come un’ingerenza.

    Le autorità brasiliane hanno quindi fatto sapere che l’eventuale adozione di una moneta unica regionale “richiederà decenni”.

    In piena crisi, i presidenti del MERCOSUR si sono riuniti in più occasioni per ribadire la consistenza del MERCOSUR: l’incontro bilaterale Menem-Cardoso di São José de Campos del 17 febbraio, e gli incontri di Cardoso con i presidenti uruguayano Sanguinetti e paraguayano Cubas Grau, evidentemente anch’essi assai preoccupati per le conseguenze della crisi brasiliana sulle economie dei loro paesi e sulla tenuta del blocco, sono serviti per ribadire la solidarietà tra i paesi del gruppo, l’esclusione di misure di salvaguardia da parte dei partners del Brasile, la conferma del principio della consensualità delle decisioni, l’introduzione del concetto di coordinamento macro-economico all’interno del MERCOSUR.

    Quest’ultima decisione è particolarmente significativa se pensiamo che il MERCOSUR è stato concepito fino ad oggi come un accordo commerciale, senza che fosse chiara una vocazione di ulteriore approfondimento delle dimensioni dell’integrazione: la prima grande scossa, a un tempo esogena ed endogena, ha dimostrato ai paesi del blocco la necessità di intraprendere gradualmente la via dell’integrazione macroeconomica e monetaria al fine di creare un vero spazio economico regionale: in questo senso, l’esperienza europea è spesso citata nel MERCOSUR come un significativo punto di riferimento.

    Dopo gli incontri bilaterali, i presidenti MERCOSUR si sono riuniti in occasione del primo Foro imprenditoriale UE-MERCOSUR di Rio di Janeiro (fine febbraio).

    I due mesi successivi a queste prese di posizione presidenziali hanno testimoniato tuttavia un grado crescente di tensione tra i due principali partners del MERCOSUR, Brasile e Argentina. Nonostante siano state adottate alcune misure per contenere gli effetti della crisi (ritirata da parte brasiliana di meccanismi di sussidio all’esportazione all’interno del MERCOSUR, ritirata da parte argentina di misure annunciate in materia di restituzione automatica di saldi negativi nei crediti commerciali bilaterali), l’introduzione di altre misure protettive da parte argentina (provvedimenti fitosanitari, anti-dumping e di restituzione parziale dell’IVA sulle esportazioni) ha inasprito i rapporti tra i due governi in materia commerciale. Bisogna sottolineare che fino a dicembre era l’Argentina che si lamentava di misure discriminatorie da parte del Brasile. Ora non è impossibile pensare ad azioni brasiliane contro l’Argentina presso l’OMс, un brutto segnale per la salute del MERCOSUR.

    Altre serie divergenze riguardano le strategie negoziali del MERCOSUR con gli altri paesi dell’America Latina: se il Brasile non aveva apprezzato, alla fine del 1998, il rinnovo di un accordo bilaterale tra l’Argentina e il Messico, considerando che ormai solo il MERCOSUR dovrebbe concludere questo tipo di accordi, lo stesso Brasile ha deciso ora di abbandonare i negoziati per la creazione di un’area di libero scambio tra il MERCOSUR e la Comunità andina per negoziare in solitudine un accordo preferenziale con i paesi di tale gruppo.

    In realtà questo negoziato, tecnicamente assai complesso a causa dell’esistenza di un complesso reticolato di accordi bilaterali preessistenti tra le parti conclusi nel quadro dell’ALADI, interessa ben più il Brasile, interessato a rafforzare i propri scambi in particolare con il Venezuela, che l’Argentina. Di fatto, il neo-eletto presidente Chavez ha già visitato Brasilia in due occasioni e ha richiesto l’ingresso del Venezuela nel MERCOSUR.


    In conclusione, il clima all’interno del blocco si è deteriorato e alcune dichiarazioni ministeriali argentine stanno facendo planare delle ombre sulla viabilità futura del MERCOSUR: rifacendoci all’esempio europeo, dobbiamo però sottolineare come un progetto d’integrazione sia un disegno per definizione di lungo periodo, soggetto a crisi puntuali e problemi passeggeri. In questo senso, le prese di posizione presidenziali propendono per un approfondimento dell’integrazione come risposta alla crisi: questo atteggiamento sembra ancora maggioritario rispetto a ipotesi di rottura.


    Come già sottolineato, l’approfondimento proposto dell’integrazione amplia il raggio d’azione del MERCOSUR al coordinamento macro-economico: poco a poco sta maturando anche la riflessione su temi che fino ad oggi erano stati tabù, almeno nei due grandi paesi del MERCOSUR: l’instaurazione di mессanismi sovranazionali per la risoluzione di controversie e la definizione di una struttura istituzionale del MERCOSUR che integri la dimensione intergovernativa. Se la crisi finanziaria brasiliana ha scosso duramente il MERCOSUR, la crisi politica paraguayana ha invece fornito un segnale positivo sulla saldezza democratica del blocco.

    Non entriamo nei dettagli delle vicende politiche paraguayane, pur estremamente interessanti e per certi versi romanzesche. La convulsa situazione è il risultato di una transizione imperfetta dalla dittatura di Stroessner alla democrazia attuale, nella quale il potere è però sempre rimasto nelle mani dell’antico partito stroessnerista (Partido Colorado). Gli odii e le divisioni tra le varie fazioni del “coloradismo” hanno dato luogo a una costante instabilità, già messa alla prova nel 1996 dal tentativo golpista del generale Oviedo contro l’allora presidente Wasmossy.

    Se già in quell’occasione il MERCOSUR aveva dimostrato la sua valenza democratica (i partners fecero sapere al Paraguay che un colpo di stato ad Asunción avrebbe significato l’esclusione del Paese dal gruppo), la situazione si è riprodotta nei giorni convulsi che hanno seguito l’assassinio del vicepresidente Argaña. Di fatto, l’intervento diplomatico brasiliano e argentino è stato di grande utilità per scongiurare una escalation violenta tra le fazioni legate al presidente Cubas Grau e a Oviedo e quelle legate al defunto Argaña. Il fattore MERCOSUR ha evitato l’ipotesi di un golpe successivo all’eventuale impeachement di Cubas Grau e l’intervento dei vicini ha facilitato le dimissioni di Cubas Grau che hanno chiuso la crisi.


    La crisi paraguayana ha dimostrato una volta di più l’irreversibilità della democrazia nella regione e l’importanza strategica dell’appartenenza al MERCOSUR per i suoi membri.

    Il MERCOSUR sta quindi vivendo una crisi di maturità: i primi anni del processo hanno fatto registrare risultati straordinari in termini d’intensificazione degli scambi commerciali, fatto assai significativo in una regione nella quale tali scambi erano sempre stati limitati. La riuscita del MERCOSUR ha inoltre contribuito in maniera decisiva ad accrescere la credibilità internazionale dei paesi membri.

    Le difficoltà attuali derivano da complicazioni congiunturali, ma stanno servendo ad approfondire la riflessione sul cammino che il blocco dovrà intraprendere:vari segnali fanno pensare che l’approfondimento dell’integrazione potrebbe essere la risposta alla crisi.

    Il MERCOSUR è divenuto il fulcro dell’integrazione economica sudamericana: la creazione a termine di un MERCOSUR allargato a tutti i paesi sudamericani (il cosiddetto AMERCOSUR) non è più un’utopia, anche se tale processo sarà di una certa difficoltà.


    Tale dimensione sudamericana s’integra nel processo negoziale dell’ALCA, nel quale il MERCOSUr ha assunto una leadership latino-americana che vuole controbilanciare il peso degli Stati Uniti.


    D’altro canto, il MERCOSUR è estremamente interessato ad approfondire i propri legami con l’Unione europea mediante la creazione di un’area di libero scambio tra i due blocchi regionali (l’UE è già oggi il primo partner commerciale del MERCOSUR): l’accesso dei prodotti agricoli del MERCOSUR al mercato europeo è la chiave di volta della questione, la cui formula negoziale non è stata ancora definita.

    I prossimi anni dovrebbero quindi vedere un consolidamento progressivo del MERCOSUR Come volano dell’integrazione economica dell’America Latina e una notevole intensificazione delle sue attività di diplomazia commerciale con i principali blocchi commerciali mondiali (UE, NAFTA).

    Wassily Kandinsky:
    “Il cavaliere azzurro”.
    Incisione per il frontespizio
    dell’almanaссо (1911-12).
  • Il caso del Brasile nel quadro della crisi finanziaria internazionale

    La crisi finanziaria che ha severamente colpito l’Asia e la Russia ha avuto delle conseguenze estremamente gravi sull’insieme dei cosiddetti paesi emergenti. Così è stato anche per i paesi latinoamericani facenti parte di questo gruppo (principalmente Brasile, Argentina, Cile, Messico e Venezuela).

    La prima crisi asiatica del 1997 aveva già spinto il Brasile a delle misure protettive al fine di minimizzare l’impatto delle turbolenze economiche internazionali (innalzamento della tariffa esterna соmune del MERCOSUR), che non avevano però potuto evitare che un certo declino della crescita economica brasiliana si facesse sentire già nel primo semestre di quest’anno.

    La crisi ben più profonda del 1998 e soprattutto l’affondamento dell’economia russa e del rublo hanno seminato il panico nei mercati, che hanno espresso una sfiducia generalizzata nei confronti di tutti i paesi emergenti, provocando una fuga dei capitali investiti a breve da tutti i loro mercati finanziari, che avevano fatto registrare dei rendimenti straordinari negli ultimi anni.

    In realtà, più che di disinvestimenti, si è trattato generalmente di un mancato reinvestimento nei mercati emergenti da parte degli operatori alla scadenza del titolo: una volta realizzato il rendimento, i capitali non sono stati reinvestiti in mercati emergenti ma in piazze considerate più stabili (Europa, Stati Uniti d’America).

    In questo quadro, nei mesi di agosto e settembre si è diffusa la convinzione che, dopo la Russia, sarebbe toccato al Brasile soffrire un crollo borsatile e valutario, con l’aggravante che il Brasile avrebbe trascinato con sé l’intera economia latino-americana: l’Argentina, molto meno esposta finanziariamente del Brasile grazie alla buona situazione dei suoi conti pubblici ma legata a filo doppio al paese vicino dall’intensità dei loro scambi commerciali nell’ambito del MERCOSUR; il Cile, importante partner dello stesso MERCOSUR, il Venezuela, altro importante partner del Brasile per di più alle prese con notevoli problemi specifici, legati alla sua eccessiva dipendenza dai prezzi petroliferi. Lo stesso blocco del NAFTA avrebbe risentito il colpo, soprattutto a causa dell’importante esposizione finanziaria delle banche statunitensi nei confronti del Brasile.

    D’altro canto, tali analisi, pur preoccupanti, non facevano che confermare un dato di fatto: il Brasile è divenuto negli anni Novanta l’elemento chiave dell’intera economia latino-americana:
    grazie all’apertura della propria economia, tradizionalmente chiusa e protetta, questo paese gigantesco che da solo rappresenta la meta del PB, della popolazione e del territorio sudamericano si è profondamente interrelazionato con i propri vicini emisferici, riuscendo ad acquisire quel peso specifico in termini di leadership continentale che il suo tradizionale isolamento gli aveva sempre negato.

    Il processo di apertura, intrapreso brutalmente negli anni del presidente Collor, si era visto ancora limitato dal problema dell’iper-inflazione, che sarebbe stata sconfitta solo dal piano Real ideato dal ministro Cardoso sotto la presidenza di Itamar Franco. La riuscita di tale piano, che significò la consacrazione politica dell’attuale presidente Fernando Henrique Cardoso, creò i presupposti per accentuare l’apertura e la relativa modernizzazione delle strutture economiche del Brasile su basi più sane ed equilibrate: la nuova situazione di stabilità finanziaria permise il ritorno dei capitali esteri e il lancio delle privatizzazioni. D’altro canto, il rapido successo del MERCOSUR venne a completare il processo di apertura, rompendo con una consolidata tradizione contraria che aveva sempre visto fallire i tentativi d’integrazione economica nel Cono Sud e più in generale in America Latina.

    A fronte di queste tendenze ampiamente positive, che hanno riproposto con forza il Brasile degli anni Novanta come un importante protagonista sulla scena internazionale, è rimasto però il tallone d’Achille dell’eccessiva dipendenza dai capitali a breve, per definizione di natura speculativa e quindi instabili: il bisogno di finanziamenti esterni, derivante dal rilevante deficit delle transazioni correnti causato dall’apertura economica e aggravato dalla scarsa entità dei risparmi interni e dall’elevato deficit pubblico (8 per cento del PIB a fine 1998), rende il Paese estremamente esposto in caso di turbolenze finanziarie come le attuali.

    Basti pensare che le riserve, che avevano raggiunto a marzo di quest’ anno un picco di 71 miliardi di dollari, si sono drasticamente ridotte a circa 47 miliardi in novembre, al momento del lancio del piano di salvataggio guidato dal Fondo monetario internazionale: consistenti riserve sono state quindi bruciate per difendere la quotazione del real, considerato un valore irrinunciabile dall’amministrazione Cardoso. Per ridurre la tendenza alla fuoriuscita di capitali,
    la Banca centrale è giunta ad alzare in settembre il tasso d’interesse di riferimento al 49.75 per cento. Anche se recentemente il tasso massimo è stato ridotto a circa il 40 per cento, se consideriamo che il tasso d’inflazione attuale non supera il 4 per cento, possiamo valutare come il costo reale del denaro in Brasile sia straordinariamente elevato, penalizzando in tal modo pesantemente i settori produttivi.

    In piena crisi finanziaria, il 5 ottobre, si sono svolte le elezioni, che hanno riguardato la Presidenza, il Congresso, parte del Senato e i ventisette governatori con i rispettivi congressi statali.

    Come ampiamente previsto, il presidente Fernando Henrique Cardoso è stato rieletto al primo turno, ottenendo il 53.06 per cento dei suffragi (35.9 milioni di voti). Il candidato del fronte delle sinistre, già sconfitto da Cardoso quattro anni fa e da Collor otto anni fa, Ignacio Lula da Silva, ha ottenuto un buon successo personale, facendo registrare un risultato maggiore che nel 94 (31.81 per cento) e raccogliendo gran parte dei consensi dei contrari al modello economico attuale. Al tempo stesso, i risultati dimostrano che l’alternativa propugnata dalle sinistre brasiliane (difesa del settore pubblico, attenuazione dell’apertura economica mediante il ritorno al protezionismo) non sembra avere futuro agli occhi dell’elettore brasiliano, senz’altro convinto dalla modernizzazione del Paese in corso sotto la guida di Cardoso e disposto a concedergli un secondo mandato, pur dovendo sopportare i sacrifici che saranno necessari nei prossimi due anni nel quadro del processo di risanamento finanziario.

    Se analizzassimo superficialmente i dati elettorali, potremmo dire che Cardoso può poggiare su una maggioranza confortevole che gli dovrebbe permettere di portare avanti senza problemi i propri programmi: la coalizione governativa, composta da sei partiti (Partido da Frente Liberal, PFL.; Partido da Social Democracia Brasileira, PSDB; Partido do Movimiento Deтоcratico Brasileiro, PMDB; Partido Progressista Brasileiro, PPB; Partido Trabalbista Brasileiro, PTB; Partido Social Democrático, PsD), ha ottenuto trecentottantuno dei cinquecentotredici seggi del Congresso e può contare su sessantotto senatori su ottantuno. Ma la situazione d’insieme è in realtà assai più complessa.

    In primo luogo, una coalizione così variegata, che unisce partiti di stampo liberale, socialdemocratico e nazionalista, è soggetta a notevoli tensioni interne, che sono superate grazie a un cоstante lavorio dei capigruppo governativi al Congresso e al Senato, spesso sulla base di compromessi e voti di scambio che annacquano le proposte legislative. Il governo ha perso due pedine fondamentali in questo scenario: Luis Eduardo Magalhaes (PFL), figlio del presidente del Senato e abile capogruppo del governo al Congresso nella scorsa legislatura e Lucio Motta (PSDB), braccio destro di Cardoso e ministro delle Comunicazioni, entrambi prematuramente scomparsi nei mesi scorsi, hanno lasciato un vuoto difficilmente colmabile.

    D’altro canto, la fedeltà degli eletti alle indicazioni dei capigruppo e al loro stesso partito è estremamente precaria: nella corso della scorsa legislatura parecchie decine di congressisti hanno cambiato partito senza perdere il proprio seggio, dato che descrive la confusione nella quale vive il Congresso brasiliano e quanto sia difficile gestire una maggioranza in queste condizioni.

    Un altro fattore di fondamentale importanza nella politica brasiliana sono poi i ventisette governatori, decisivi per il successo o il fallimento delle politiche governative: da un lato sono in grado di condizionare fortemente i deputati e senatori del loro Stato indipendentemente dal colore politico; dall’altro, la Costituzione del 1988 decentra a livello statale o comunale il 50 per cento della spesa. Chiaramente, in questo quadro, i governatori dispongono di un gran margine di manovra e politiche d’austerità che non vengano appoggiate dalla periferia hanno ben poche probabilità di successo.
    Per quanto riguarda le elezioni statali, il PSDB di Cardoso governerà sette stati a partire dal 1999 (ne aveva sei): ma in realtà, il partito ha perso stati importanti come Minas Gerais, dove è stato eletto l’ex presidente Itamar Franco (PMDB), che pare deciso ad assumere un atteggiamento critico nei confronti del governo e a divenire il leader della fronda dei governatori contrari al mantenimento dell’attuale politica economica; a São Paulo, stato-chiave dell’ecоnomia brasiliana, Mario Covas, del partito del presidente, si è imposto con una
    maggioranza spostata a sinistra, della quale fa parte anche il Pr di Lula. Se pensiamo che Covas è stato appoggiato dalla FIESP, la confederazione padronale di São Paulo, tendenzialmente protezionista, possiamo concludere che non è affatto scontato che il governo di São Paulo appoggi in pieno le riforme. L’opposizione si è poi affermata in altri due stati-chiave: Rio de Janeiro (Anthony Garotinho, PDT) e Rio Grande do Sul (Olívio Dutra, Pт).

    Tutti questi elementi contribuiscono a dipingere un quadro nel quale la solidità della coalizione governativa che dirigerà il Brasile nei prossimi quattro anni è tutt’altro che assicurata, al di là delle apparenze numeriche.

    Bisogna aggiungere che la Costituzione brasiliana del 1988, redatta al termine di un regime militare ventennale, è estremamente dettagliata e garantista: si è dato valore costituzionale a disposizioni che normalmente avrebbero dovuto avere rango di legge ordinaria, rendendo obbligatorio il raggiungimento del tetto dei tre quinti dei consensi congressuali per introdurre delle riforme.

    E nel suo secondo mandato, Cardoso si accinge a introdurre alcune riforme di enorme portata, principalmente in materia fiscale, previdenziale e politica. Dal successo delle riforme in queste tre materie dipende il definitivo consolidamento del Brasile come paese di prima fila, in grado di sfruttare il suo grande potenziale economico e demografico, o il fallimento del suo processo di modernizzazione, che avrebbe conseguenze gravissime nel contesto dell’economia globalizzata.

    Abbiamo già descritto la fragilità derivante dall’eccessiva dipendenza dall’afflusso di capitali speculativi. Già nei mesi estivi si era discussa la possibilità di un intervento internazionale, pilotato dall’FMI, a soccorso del Brasile, per evitare l’estensione a macchia d’olio della crisi russo-asiatica all’America Latina. Questa ipotesi prendeva corpo in un momento particolarmente delicato: il Fondo monetario internazionale, a corto di fondi, veniva criticato da più parti per l’inefficacia dimostrata in Russia e in Asia che infondeva dei dubbi sull’opportunità di un nuovo intervento; d’altro canto il Brasile era alle prese con la campagna elettorale, che rendeva difficili prese di posizioni a favore del piano di salvataggio (le opinioni pubbliche latino-americane hanno sempre manifestato una certa diffidenza nei confronti degli organismi finanziari di Bretton Woods, visti come il cavallo di Troia degli USA).

    In realtà, il governo cominciò a negoziare il piano prima delle elezioni, per poi annunciarlo solo dopo il loro svolgimento.

    L’accordo su un programma economico e finanziario tra il Brasile e il FMI è stato annunciato il 13 novembre: tale programma può contare su un finanziamento di 41.5 miliardi di dollari (FMI 18 miliardi, Banca mondiale e Banca interamericana 4.5 miliardi ciascuna, paesi industrializzati 14.5 miliardi, di cui 7.6 miliardi dai paesi dell’Unione europea e 5 miliardi dagli Stati Uniti d’America).

    Tali fondi sono posti a disposizione per controbilanciare eventuali fuoriuscite di capitali a breve, ma con tassi d’interesse superiori a quelli vigenti sul mercato, per incoraggiare il Brasile a fare uso al più presto dei mercati internazionali di capitali.

    Le banche private, di cui in un primo momento si era prevista la partecipazione al programma, non ne fanno parte ma dovrebbero accompagnarlo mediante il mantenimento o l’estensione delle linee di credito per il Brasile.

    Il pacchetto finanziario ha un’enorme importanza non solo per l’entità dei fondi messi a disposizione, ma soprattutto per il messaggio trasmesso ai mercati: tutti i grandi paesi industrializzati e le grandi istituzioni finanziarie internazionali hanno concesso fiducia al Brasile e alla sua leadership attuale, avendo valutato positivamente i notevoli passi in avanti compiuti negli ultimi anni e appoggiando decisamente le riforme in corso.

    In questo senso ha prevalso la tesi, che condividiamo, di chi sosteneva in pieno marasma finanziario internazionale che non bisognava fare di ogni erba un fascio e che la situazione dei paesi emergenti latino-americani non era affatto paragonabile a quella dei paesi asiatici e men che meno della Russia: alla profonda crisi istituzionale e politica dei primi e alla baraonda della
    seconda bisognava invece contrapporre l’evoluzione positiva del processo di apertura e modernizzazione intrapreso dai paesi emergenti dell’America Latina, che non meritavano di essere penalizzati per colpe di altri. I cattivi allievi di un tempo (anni Ottanta) si sono trasformati in buoni allievi e devono essere tutelati.

    Il Brasile è uno dei migliori esempi e l’orientamento delle autorità pubbliche internazionali gliene ha dato atto. Ma gli esborsi del pacchetto FMI Sono legati al compimento di un piano preciso di riforme. In primo luogo, il Brasile si è impegnato a ridurre il proprio deficit pubblico dall’attuale 8 per cento del PIB al 3 per cento nel 2001, il che implica un tremendo sforzo per i prossimi due
    anni fiscali (come ben sanno i paesi dell’euro).

    Il governo intende portare avanti questa politica fiscale restrittiva senza svalutare il tasso di cambio (tale misura, pur preconizzata da molti analisti, avrebbe effetti deleteri sul debito pubblico a causa dell’elevato grado di indicizzazione sul dollaro dei titoli a breve), senza imporre restrizioni all’uscita di capitali e senza moratorie sul debito.

    La situazione catastrofica dei conti pubblici è il risultato di anni di lassismo, i cui effetti deleteri erano però mascherati dall’iperinflazione, che nascondeva gli effetti perversi derivanti dallo squilibrio cronico dei conti.

    Basti pensare che il sistema di previdenza sociale è straordinariamente generoso con i più abbienti, permettendo cumuli di pensioni a età relativamente basse (53 anni), non prevedendo incompatibilità con attività lavorative e richiedendo contributi limitati; al tempo stesso, lo Stato si trova impossibilitato ad assistere i ceti più bisognosi e deve tagliare drasticamente la spesa educativa е sanitaria (ospedali e scuole pubbliche si sono fortemente deteriorati negli ultimi decenni e il Brasile registra un tasso d’analfabetismo assolutamente inadeguato al suo grado di sviluppo complessivo). Il risultato di tali regole è un deficit delle previdenza sociale di oltre
    50 miliardi di dollari per il solo 1998; per il solo settore pubblico, il deficit è di circa 22 miliardi di dollari a fronte di 2,5 miliardi di contributi riscossi.

    La riforma del sistema previdenziale è dunque una delle grandi priorità del governo Cardoso, che ha già affrontato questo scoglio con molti problemi nel suo primo mandato. La revisione delle assurdità del sistema e il suo risanamento finanziario sono condizioni sine qua non per il completamento delle riforme, ma il Congresso può essere molto restio ad approvarle, dato il livello di estensione dei privilegi oggi garantiti.

    Il 28 ottobre il governo ha annunciato un severo pacchetto fiscale, che inserendosi in un contesto già di per sé difficile (crescita del PiB prevista allo 0 per cento nel 1999) ha per obiettivo tagliare il bilancio 1999 di circa 11 miliardi di dollari.

    Non entriamo nel dettaglio delle misure del pacchetto, che amputa il sistema previdenziale e riordina le entrate indirette (introduzione dell’Ivw) aumentando il gettito complessivo. Sottolineiamo però un punto: l’ottanta per cento delle spese previste dalla legge finanziaria annuale non sono riducibili, perché costituzionalmente garantite o decentrate: la collaborazione al piano d’austerità dei governi statali, alcuni dei quali spendono più del 90 per cento delle loro risorse in salari, è assolutamente necessaria. Ma d’altro canto solo una riforma costituzionale può apportare quei cambi strutturali resi necessari dalle cifre analizzate.

    Quali conclusioni possiamo trarre a riguardo del futuro prossimo del Brasile?

    Il Paese ha compiuto, nel corso degli anni Novanta, degli enormi passi in avanti: il processo di apertura economica, la stabilizzazione finanziaria, il forte impulso dato all’integrazione regionale nell’ambito del MERCOSUR, la modernizzazione su basi più equilibrate rispetto al passato sono tutti fattori che hanno dato al Brasile una rinnovata credibilità internazionale all’altezza delle sue ambizioni.


    I risultati di tale nuovo approccio sono alla vista di tutti: il Brasile è considerato un partner credibile a livello internazionale nonostante i suoi problemi (pacchetto FMI), ha assunto la leadership continentale in materia economica grazie all’accelerazione del MERCOSUR, che è divenuto il perno dell’integrazione economica latino-americana e la chiave di volta dell’apertura economica del subcontinente (negoziati ALCA con il NAFTA E con l’Unione europea); ha assunto un peso politico regionale di prima grandezza, testimoniato dal ruolo recentemente assunto nella soluzione del contenzioso Perù-Ecuador, e si propone come logico candidato sudamericano a un posto di membro permanente del Consiglio di sicurezza.

    Mentre un altro emergente latino-americano come il Venezuela dimostra, scegliendo la via populista di Chávez, di non voler guardare in faccia la realtà, preferendo rifugiarsi nelle illusioni del passato (dipendenza del petrolio) senza tener conto delle lezioni derivanti dalle tendenze economiche mondiali e dalla necessità di avviare un serio processo di modernizzazione, il Brasile conferma Cardoso e le sue scelte strategiche lungimiranti sulla strada di un processo probabilmente irreversibile.

    Ma il secondo mandato di Cardoso dovrà completare questo processo, sconfiggendo le tendenze al parassitismo ancora assai presenti nel mondo politico e nelle classi legate in qualche modo al carrozzone statale, divenuto un fardello insopportabile per il nuovo Brasile.

    In questo senso, una volta compiute le doverose riforme fiscali e previdenziali già in atto, il circolo dovrà essere chiuso da una riforma politica che disciplini il disordine attuale.

    Completate queste riforme, il Brasile del XXI secolo potrà serenamente intraprendere la battaglia decisiva per debellare quelle carenze sociali che tuttora permangono e non sono compatibili con lo status raggiunto: educazione, sanità e sviluppo sociale dovranno essere i cavalli di battaglia del Brasile prossimo venturo.

  • Il caso del Messico

    Il caso del Messico

    Nel contesto delle grandi trasformazioni che sta subendo l’America Latina, il caso messicano è a un tempo emblematico della profondità ma anche dei limiti dei cambiamenti in atto.

    Il Messico moderno è il frutto di una storia complessa e originale, nella quale s’intersecano alcune dimensioni fondamentali, tutte con un notevole peso specifico: il glorioso passato delle civiltà precolombiane, la colonizzazione spagnola, la rivoluzione di inizio secolo con i suoi miti e i suoi tabù e i difficili rapporti con l’ingombrante vicino del Nord. Tutti questi fattori sono stati costantemente presenti nella formazione del carattere specifico del Paese e condizionano il Messico di oggi, alle prese con i profondi cambiamenti sia del proprio sistema economico sia di quello politico. Come detto, tale processo non è esclusivo del Messico: tutti i paesi latino-americani stanno affrontando, con maggiore o minor successo, complessi processi di modernizzazione, avviati negli anni Novanta a seguito della profonda crisi degli anni Ottanta, che nella sua drammaticità ha avuto il solo merito di aver segnato un punto di svolta rispetto a un modello di sviluppo ormai alle corde, centrato sullo Stato come unico motore dello sviluppo e sulla cultura del protezionismo e del sussidio come regola del gioco nel funzionamento dell’economia e della società.

    Il Messico ha rappresentato probabilmente l’accezione più radicale di questo modello: un sistema di partito quasi unico che si è prolungato per più di sessant’anni, un partito in simbiosi con lo Stato ed esercitante un controllo verticale sul sindacato, anch’esso praticamente unico e su tutte le espressioni della vita sociale, economica e culturale.

    Questo modello, che oggi può sembrare datato e fuori dalla storia, ha invece sollevato in passato l’attenzione di molti osservatori e analisti, che notavano come esso riuscisse a canalizzare le pressioni sociali generatesi alla base mediante un controllo verticale esercitato dal partito-stato sulla società. In pratica, durante decenni, in Messico non è esistita opposizione al modello esistente perché esso riusciva a soddisfare le esigenze essenziali della società senza fare uso di metodi particolarmente coercitivi.

    Il bagaglio ideologico che legittimava il PRI (Partido Revolucionario Institucional) era l’eredità rivoluzionaria, con i suoi dogmi progressisti o presunti tali: laicismo, nazionalismo, statalismo, agrarismo, sindacalismo. Su questi capisaldi il Pri “istituzionalizzava la rivoluzione” rendendola permanente, come il nome stesso del partito, incongruente per un europeo, sta ad indicare.

    Nel corso degli anni Ottanta, la crisi del debito esterno imponeva un vincolo sulle finanze pubbliche che costringeva a una revisione progressiva del modello messicano, al tempo stesso in cui l’emergere dei processi di globalizzazione metteva in evidenza la necessità di una ricerca permanente dell’efficienza economica che avrebbe portato al crollo del sistema socialista e al trionfo del “modello unico liberale”.

    In questo contesto, un gruppo di giovani tecnocrati formati negli Stati Uniti d’America e impregnati della nuova ideologia dominante prendeva le redini del potere nel PRI, prefiggendosi come obiettivo la modernizzazione del Paese. Così, alle timide riforme della presidenza di Miguel de la Madrid (1982-1988) seguiva la presidenza di Carlos Salinas de Gortari (1988-1994), punto di riferimento di tale movimento riformista.

    La presidenza Salinas ha portato degli attacchi mortali a tutti i capisaldi della rivoluzione: al laicismo (riconoscimento della Chiesa cattolica e firma di un concordato con il Vaticano); all’agrarismo (annuncio della fine della distribuzione di terre ai contadini); al sindacalismo (rottura del cordone ombelicale con il sindacato unico Стм, emergenza di conflitti sulla produttività e in materia di diritti dei lavoratori); allo statalismo (riforme dell’apparato statale); al nazionalismo (superamento del persistente complesso di amore-odio con gli Stati Uniti mediante la sottoscrizione del NAFTA).

    Ma Salinas non fu in grado (o non volle) completare tali riforme modernizzatrici con una riforma del partito. Questa manchevolezza, unita all’emergere della straordinaria corruzione di Salinas e del suo clan, e della sua possibile connivenza nei “grandi misteri” della sua presidenza (casi Posadas, Colosio e Ruiz Massieu) portò alla rovina e all’esilio proprio quel presidente che aveva avuto il coraggio di fare scelte di capitale importanza per il futuro del Paese. I segni del deterioramento del modello politico del PRI si erano già manifestati in occasione della contestata elezione di Salinas nel 1988, cui aveva fatto da contraltare il successo personale di Cuauthémoc Cárdenas, leader del PRD (Partido de la Revolución Democrática). Negli anni successivi, il PAN (Partido de Acción Nacional) e lo stesso PRD ottennero successi significativi in diverse elezioni statali, ma le presidenziali del 1994 sembrarono consolidare l’egemonia del PRI, pur dimostrando che i tempi del partito quasi unico erano finiti. Le ultime elezioni del 6 luglio gli hanno assestato il colpo di grazia definitivo. Queste riguardavano i cinquecento seggi della Camera dei deputatie trentadue dei centoventotto seggi del Senato, nonché sei posti di governatore (negli stati di Campeche, Colima, Nuevo León, Querétaro, San Luís Potosí e Sonora) e l’importantissima elezione del sindaco del Distretto federale. Quest’ultima elezione era particolarmente emblematica del cambiamento in corso in Messico: la capitale, città di enormi dimensioni dove si concentra il 10 per cento della popolazione e che è il fulcro della vita politica, economica e culturale del Paese, non aveva mai avuto un sindaco eletto a suffragio popolare. Il sindaco, membro di diritto del governo, era invece nominato direttamente dal presidente, una delle tante anomalie del sistema politico messicano.

    L’elezione diretta del sindaco di Città del Messico era divenuto uno dei cavalli di battaglia dell’opposizione, che riusciva finalmentea ottenere che essa avesse luogo per la prima volta in concomitanza con le elezioni legislative del luglio 1997.

    La competizione, che già di per sé aveva un enorme peso politico in quanto il PRI rischiava per la prima volta di vedere sensibilmente minata la sua maggioranza parlamentare, ne acquisiva uno ancora maggiore per la presenza come candidato a sindaco del Distrito Federal di Cuauhtémoc Cárdenas, che nel 1988 aveva sfiorato la vittoria nelle elezioni presidenziali (e già allora aveva ottenuto la maggioranza dei voti nella capitale).

    Le previsioni annunciavano una debacle del PRI, ma le proporzioni della sconfitta sono risultate ancora più ampie: nelle elezioni legislative il PrI ha ottenuto il 37,64 per cento dei voti e duecentotrentanove eletti, perdendo per la prima volta la maggioranza assoluta alla Camera. Il PAN ha ottenuto il 26,15 per cento dei voti e centoventidue eletti, il PRD il 24,79 per cento dei voti e centoventiquattro eletti. Due partiti minori, il Partido del Trabajo (di sinistra) e il Partido Verde Ecologista de México hanno ottenuto i quindici seggi restanti.

    Nelle elezioni per il Senato, una distribuzione simile di voti non ha alterato l’esistenza di una maggioranza assoluta del PRI nella Camera alta.

    Per quanto riguarda l’elezione del sindaco di Città del Messico, lo smacco per il PRI è stato colossale: Cárdenas veniva eletto con il 47,79per cento dei voti, mentre il candidato governativo, Alfredo del Mazo, otteneva solo il 25,56 per cento e quello del PAN, Carlos Castillo Peraza, il 15,93 per cento. Il PRD otteneva anche la maggioranza assoluta dei seggi nell’Assemblea legislativa del Distrito Federal (trentotto eletti su sessantasei). Il significato di questo risultato è straordinario se teniamo conto delle motivazioni esposte in precedenza.

    Cárdenas, il cui futuro politico era sembrato incerto dopo la pesante sconfitta del 1994, è riuscito a rinsaldarsi come leader dell’opposizione e avrà nei prossimi anni la possibilità di fronteggiare il Pri dal suo nuovo posto di sindaco del Distrito Federal. Una “coabitazione” di questo tipo è una novità assoluta per il Messico, abituato al monolitismo politico. Il compito di Cárdenas non sarà facile, vista l’ampiezza dei problemi della megaurbe che dovrà amministrare (criminalità, problemi sociali, inquinamento, deficit abitativo) e la dipendenza finanziaria dal potere centrale che limiterà i gradi di libertà della sua azione. Ma se Cárdenas otterrà dei successi anche limitati nel suo nuovo incarico, si sarà collocato in una posizione ideale per diventare il primo presidente della Repubblica del dopo-PRI alla prossima scadenza elettorale, prevista per il 2000.

    Per quanto riguarda le elezioni dei governatori il PRI ha ottenuto quattro vittorie su sei, ma ha perso nei due stati pіù significativi, Querétaro e Nuevo León, dove si è imposto il PAN. In questo modo l’opposizione, oltre ad avere ottenuto più della metà dei seggi della Camera, governa una porzione di territorio dove si concentra più della metà della popolazione messicana.

    L’insieme di questi risultati ha sancito la fine del monopartitismo del PRI e del sistema-paese su di esso imperniato: i prossimi anni diranno quali saranno i nuovi equilibri del sistema politico messicano, ma è senz’altro vero che il cambio di tendenza rispetto a sessant’anni di potere assoluto sembra irreversibile.

    Questo non significa che il PRI perderà per forza il potere: il sistema politico che si sta delineando è tripartito e lo scenario di un accordo tra il PAN, partito di ideologia liberale e il PRD, che si richiama all’eredità rivoluzionaria, non sembra proponibile a lungo periodo.

    Ma senz’altro il ruolo del legislativo, fino ad oggi praticamente ininfluente, acquisisce un nuovo significato nel nuovo contesto politico. Le Camere divengono un foro di dibattito e conflitto politico, mentre fino alle ultime elezioni non erano altro che una cassa di risonanza di decisioni prese dal presidente e dal partito.

    L’opposizione ha superato le differenze ideologiche per eleggere il primo presidente esterno al PRI. Nel mese di settembre, Zedillo ha pronunciato il tradizionale messaggio alla nazione davanti a una Camera per la prima volta non di stretta obbedienza “priista” e la replica del presidente della Camera è stata critica anziché ossequiosa, com’era usuale ai vecchi tempi. Questo fatto, che può sembrare normale in paesi abituati all’alternanza democratica, ha assunto in Messico toni da psicodramma nei giorni precedenti la prima sessione delle Camere: ai vecchi dinosauri del PRI sembrava impossibile prospettare una replica critica al discorso presidenziale.

    Un altro fattore di fondamentale importanza nel contesto del processo di cambiamento, e che ne è stato al tempo stesso causa ed effetto, riguarda le riforme introdotte al sistema di controllo del processo di voto: per la prima volta dopo decenni i risultati non sono stati contestati da nessuna forza politica e ciò è il risultato dell’avvenuta rottura del cordone ombelicale tra governo e IFE (Instituto Federal Electoral), l’organismo incaricato dello scrutinio elettorale.

    Quali sono gli scenari politici prevedibili nel futuro prossimo?

    Il PRI dovrà adattarsi alla sua nuova situazione di partito con la p minuscola e dare una sterzata al suo processo di rinnovamento, rompendo definitivamente con il passato e definendo i suoi valori di riferimento una volta venuti meno tutti i suoi capisaldi ideologici.

    Sono possibili defezioni e forse scissioni: l’attuale presidente Zedillo potrebbe giocare un ruolo chiave se decidesse di non accontentarsi della tradizionale pensione dorata degli ex presidenti messicani ma decidesse d’impegnarsi a fondo per il rinnovamento del partito di cui è l’immagine.

    Un altro scenario possibile è quello prefigurato da quanto successo nell’ultimo congresso nazionale del partito del settembre 1996: in quell’occasione si votò una mozione per sostituire al “liberalismo sociale” adottato nel 1992 il “nazionalismo rivoluzionario” come principio ispiratore del partito. Si decise pure di riservare le candidature a presidente, governatore e senatore a persone che siano state elette ai loro posti: questa misura supponeva una rivincita dell’apparato di partito nei confronti dei “giovani leoni” del PRI (in base a tale provvedimento, né Salinas né Zedillo avrebbero potuto essere candidati).

    Se questa fosse la tendenza dominante, il PRi potrebbe rifuggire la modernizzazione e rifugiarsi nel suo modello tradizionale ispirato al populismo, correndo il rischio di divenire a termine il partito dominante nel “vecchio Messico”, ma perdendo sempre più il polso delle zone più sviluppate del Paese (il nord controllato dal PAN, il Distretto federale dal PRD). Non bisogna però dimenticare che se il PRi ha perso la maggioranza assoluta cui sembrava abbonato, rimane comunque il primo partito messicano.

    Il PRD è emerso dalle elezioni come il secondo partito, quando negli anni precedenti aveva corso il rischio di implodere a seguito di scissioni e lotte intestine. Cuauhtémoc Cárdenas rappresenta l’immagine stessa di tale traversata del deserto, essendosi consolidato come la principale alternativa del PRi quando qualche tempo fa si dubitava che avesse ancora un futuro politico.

    Il problema del PRD è che il suo consenso è basato su due pilastri poco omogenei: da una parte un elettorato radicale, di sinistra in termini messicani (cioè legato all’eredità rivoluzionaria), dall’altro un elettorato moderato che si è orientato recentemente verso il PRD per punire gli errori del PRI. Si tratta in questo caso di un elettorato “in libera uscita”, che potrebbe essere risucchiato dal PRI se tale partito si dimostrasse in grado di portare a termine il proprio processo di modernizzazione e se nel PRD prevalesse l’anima radicale. L’altro grande problema del PRD è la sua scarsa forza al di fuori della capitale e degli stati centrali.

    In realtà, i destini di PRI e PRD sono legati a filo doppio: in entrambi i casi due
    anime, una radical-populista e un’altra liberale, coesistono all’interno del
    partito. Nel contesto del nuovo multipartitismo una situazione di questo tipo non
    è sostenibile a lungo termine se non a
    detrimento della forza dei partiti stessi.
    E significativo notare come tutt’oggi
    più del 60 per cento delle preferenze dell’elettorato vadano a partiti il cui referente ideologico è la rivoluzione di inizio secolo. Questo paradosso la dice lunga sulla forza dei simboli nella politica e
    nella società messicane cui accennavamo all’inizio dell’articolo.

    Il PAN, che sembrava destinato a consolidarsi come il secondo partito del Paese, espressione di un’ideologia liberale e business-oriented, avente l’appoggio delle classi imprenditoriali dominanti negli stati del nord, vede rallentare la sua ascesa e sconta il decennio di riforme economiche portate avanti dai tecnocrati del PRI, che hanno svuotato di contenuti il suo programma. Il PAN si dimostra poi incapace di incidere al di fuori degli stati settentrionali, suoi bacini d’utenza tradizionali.

    Le incognite relative al futuro politico del Messico sono quindi molteplici: ciò che sembra poco probabile è però un ritorno al passato in materia di riforme economiche. Se è vero che il partito di moda, il PRD, è critico nei confronti del liberalismo, non sembra però in possesso di una ricetta alternativa.

    L’abbandono del modello dirigista e il cammino intrapreso con l’adesione al NAFTA si collocano senza dubbio come scelte irrinunciabili, che al di là della persistenza delle etichette ideologiche rappresentano il ripudio oggettivo dell’eredità rivoluzionaria.

    In questo contesto acquisiscono una loro centralità altri fattori cruciali per il futuro del Paese:

    • – anzitutto la necessità di elaborare un nuovo modello sociale che riesca a trasferire in maggior misura sulla popolazione i benefici delle riforme, finora confinati a settori troppo limitati della società;
      – il consolidamento della lotta contro la corruzione politica e il narcotraffico: il Messico si sta trasformando da semplice paese di transito dei narcotici in primo produttore mondiale di cocaina ed eroina. Le conseguenze sull’ordine pubblico e sulla moralità del sistema politico e sociale sono traumatizzanti in un paese nel quale stanno saltando gli equilibri di potere preesistenti;
      – la ripresa del dialogo con i movimenti di guerriglia, per il momento infruttuoso. Tali movimenti sono nati in Messico proprio mentre stanno sparendo nel resto dell’America Latina. Il dialogo con l’EZLN (gli Zapatisti) non ha dato risultati concreti e nello Stato di Guerrero è nato l’ Ejército Popular Revolucionario (EPR). Il problema di fondo è quello della necessità di agganciare le zone meno sviluppate al treno della modernizzazione in atto nel resto del Paese; gli ultimi tragici avvenimenti nel Chiapas denotano la complessità del problema;
      – sul piano internazionale, l’opportunità di riequilibrare la collocazione chiaramente pro-nordamericana del Paese con un approfondimento delle relazioni in altre direzioni: i negoziati in corso con l’Unione europea e il dialogo con il MERCOSUR sembrano aprire prospettive incoraggianti in questo senso.
    Ix Chel, moglie del dio Maya del Cielo.

    In conclusione, il Messico è alle prese con un processo di trasformazione non esente da rischi e possibili momenti di crisi. In questo senso il caso messicano è particolarmente emblematico nel contesto latino-americano: paese di transizione tra l’America Latina e gli Stati Uniti, in esso convivono in misura sorprendente il Primo e il Terzo mondo, problemi del Nord e quelli del Sud.

    Il Messico, preso a volte come modello di stabilità politica e a volte come esempio di “tirannia democratica”, a volte come modello di Stato benefattore e altre volte come esempio di Stato inefficiente e corrotto, è stato comunque sempre un riferimento importante per gli altri paesi dell’area.

    Non c’è dubbio che questa dimensione non verrà meno nel prossimo futuro е che il Messico non potrà che continuare ad attrarre l’attenzione di tutti gli osservatori interessati allo sviluppo delle società latino-americane.

  • Il Nicaragua dall’utopia alla realtà

    Come si inquadrano le recenti elezioni nicaraguensi nel contesto роlitico centroamericano? L’ascesa alla presidenza di Arnoldo Alemán riflette una situazione puramente interna al Nicaragua o è in linea con una tendenza più generale in America centrale?

    Al momento in cui scriviamo, nei giorni immediatamente successivi alle elezioni del 20 ottobre, non disponiamo ancora dei risultati definitivi: è però fuori discussione che il presidente eletto sia Arnoldo Alemán. candidato di Alianza Liberal, che ha senz’altro oltrepassato la soglia del quarantacinque per cento necessaria per essere proclamato vincitore al primo turno. Secondo gli ultimi dati Alemán supererebbe il quarantotto per cento dei voti, mentre i consensi raccolti
    dal candidato del Frente Sandinista de Liberación Nacional, l’ex presidente Daniel Ortega, si aggirerebbero intorno al trentotto per cento.
    Il Fsln non ha accettato immediatamente il responso delle urne, adducendo irregolarità nel voto, specie nelle regioni periferiche. Ma se è indubbio che l’organizzazione sia stata molto carente e confusa, in particolare nelle zone rurali, gli osservatori internazionali sono stati
    unanimi nell’affermare che le anomalie non erano tali da inficiare il risultato elettorale.

    Com’era largamente previsto gli altri candidati, tra cui l’ex vicepresidente Sergio Ramirez, ora transfuga dal Fsln e candidato del Movimiento Renovador Sandinista, che si proclama l’erede autentico del sandinismo, si sono piazzati lontanissimo dai due contendenti principali, stritolati dalla forte bipolarizzazione che caratterizza la vita politica nicaraguense. Tale risultato penalizza numerosi personaggi politici e molti dei partiti della Unión Nacional Opositora, la coalizione che nel 1990 aveva portato alla vittoria Violeta Barrios de Chamorro, la presidentessa uscente. Basti dire che al terzo posto troviamo, con il cinque per cento, il pastore evangelico Guillermo Osorno, candidato del Camino Cristiano Nicaraguense, che di certo non è espressione delle forze politiche tradizionali.
    La vittoria di Alemán era prevista da tempo: da almeno un anno l’ex sindaco di Managua si era profilato come il candidato da battere, sembrando in grado di poter attrarre su di sé la maggior parte dell’elettorato di centro-destra, contrario a qualsiasi tentazione di ritorno al
    sandinismo.
    Il suo avversario più pericoloso, l’ex ministro della Presidenza e genero di Violeta Chamorro, Antonio Lacayo, non ha avuto la possibilità di partecipare alla competizione. Questi è stato, di fatto, l’uomo-chiave della passata presidenza, il vero presidente-ombra; però non ha potuto presentarsi a seguito della riforma costituzionale, che limita le candidature di familiari del presidente in carica (sull’importanza di questo provvedimento ritorneremo in seguito).

    La signora Chamorro, il cui merito essenziale come candidata dell’Uno alle elezioni del 1990 era quello di essere la vedova della figura-simbolo dell’antisomozismo, il giornalista Pedro Joaquín
    Chamorro, non era nulla più che una scelta di bandiera per tenere assieme una coalizione eterogenea di quattordici partiti (tutti i movimenti politici есcetto quello sandinista). Questa, infatti, rappresentava l’unica possibilità per le opposizioni di sconfiggere il Fsln, che
    governava dalla caduta di Somoza (1979).
    Prevedibilmente, una volta raggiunto il grande obiettivo elettorale con la vittoria su Ortega nel febbraio 1990, la convivenza si dimostrò impossibile. La bancada (così si chiamano i gruppi
    parlamentari in Nicaragua) Uno perse rapidamente la propria unità e Violeta Chamorro, che di fatto non era una personalità politica, ruppe con una parte importante della coalizione che l’aveva sorretta delegando la gestione del potere al genero e assumendo un ruolo più che altro di rappresentanza e di prima ambasciatrice del nuovo Nicaragua sulla scena internazionale.

    L’equidistanza della Chamorro dalle diverse forze politiche componenti la Uno si era però perduta; del resto, la maggioranza raggiunta non era tale da permettere alla coalizione di portare avanti delle riforme in grado di incidere in modo significativo sull’eredità sandinista. Il duo Lacayo-Chamorro impostò dunque la propria azione di governo su una collaborazione fattuale con l’opposizione, la cui bancada era guidata da Sergio Ramirez.
    Che senso aveva tale collaborazione, che faceva seguito al durissimo «muro contro muro» di quelle drammatiche elezioni?

    Se da un lato abbiamo già sottolineato la debolezza strutturale della nuova maggioranza, dall’altro crediamo che ogni osservatore imparziale debba ammettere che il bilancio di undici anni di sandinismo non possa considerarsi totalmente negativo. I sandinisti, guidati da Daniel Ortega e da suo fratello Humberto, capo delle forze armate, avevano certo commesso, trascinati da impostazioni ideologiche radicalmente di sinistra, errori gravi nella gestione dell’ecоnomia, perseguendo un modello di proprietà collettiva dei mezzi di produzione che ha avuto risultati nefasti ovünque sia stato applicato. Ma il loro altro grande torto non era forse stato quello di dare priorità alle politiche sociali ed educative in un’epoca nella quale il leitmotiv dominante l’economia mondiale era diametralmente opposto a tali priorità? Era di fatto possibile negli anni Ottanta, al di là del valore personale di qualche leader o della supposta buona volontà di una classe dirigente, portare avanti un esperimento di trasformazione
    sociale in un paese centro-americano?

    Il sandinismo, ideologia di sinistra di concezione latino-americana e non sovietica, era giunto a cogliere la sua oсcasione storica in un momento nel quale le condizioni esterne non avrebbero potuto essere più negative. Il Nicaragua, divenuto suo malgrado teatro di una battaglia politica e militare che andava molto al di là della portata effettiva della «rivoluzione sandinista, dovette assumere per un decennio un ruolo sproporzionato sulla scacchiera internazionale come protagonista di un confronto ideologico che trascendeva la realtà nazionale.
    L’ostracismo delle amministrazioni Reagan e Bush nei confronti del governo di Managua, manifestatosi platealmente con l’appoggio ai contras, creò condizioni tali da rendere impraticabile l’esperimento sandinista. Se a questo aggiungiamo le difficoltà oggettive della guerra civile e la radicalizzazione dei dirigenti sandinisti, che di fronte a tale situazione rifuggirono ogni compromesso chiudendosi a riccio su posizioni strategico-ideologiche impossibili da mantenere, possiamo comprendere come il sandinismo non abbia potuto ottenere un successo pieno. Ma se questo è fallito per le ragioni sopra illustrate, certe conquiste sociali che per la prima volta i nicaraguensi avevano potuto conseguire vanno messe, nonostante tutto, all’attivo del sandinismo.

    Il Fsln ha praticato per un decennio una politica utopica e forse eccessiva nel suo radicalismo, ma non totalmente fuori luogo in un paese i cui livelli di povertà e ingiustizia sociale sono sconcertanti (attraversare Managua è un’esperienza che coglie impreparato anche chi è abituato agli scenari di povertà così frequenti negli agglomerati urbani del Terzo Mondo). L’aquis non poteva essere eliminato da un giorno all’altro, e di questo erano coscienti anche i sostenitori dell’oрposizione vincitrice nel 1990 e la Chiesa cattolica, che pure ha sempre avuto un rapporto molto conflittuale con il sandinismo. La concomitanza di fattori rendeva necessaria una coabitazione cooреrativa tra il governo dell’Uno (o di Violeta Chamorro) e l’opposizione sandinista, materializzatasi però solo nella seconda parte del mandato presidenziale, dopo un lungo periodo di diatribe all’interno della maggioranza e tra maggioranza e opposizione.

    Principale risultato di tale mutamento di tendenza, verificatosi a partire dal 1994, è stata la riforma costituzionale approvata nel giugno 1995, che ha modificato la composizione della Corte suprema e del Consiglio elettorale – organismi che si è cercato di depoliticizzare -, ha ridotto la durata del mandato presidenziale da sei a cinque anni e ha ristretto l’accesso alle
    cariche elettive dei familiari del presidente in carica. Questultima modifica, introdotta per emendamento e non presente nella proposta iniziale, può sembrare di poca importanza ma è invece molto significativa nel contesto del Nicaragua, un paese nel quale un ristretto numero di famiglie ha concentrato da sempre il potere economico e politico: risulta curioso a un osservatore esterno di tale realtà notare come una quindicina di cognomi si rincorrano ossessivamente da un lato all’altro dello steccato politico e nei posti-chiave dell’Amministrazione e del settore privato. La riforma, pur senza apportare modifiche sostanziali, risulta comunque un passo in avanti di sicuro significato sulla via della
    modernizzazione del sistema politico nazionale.
    Ma la convivenza tra governo e opposizione, che pure ha dato luogo a questi risultati, non ha impedito che la vita politica nicaraguense continuasse a essere caratterizzata da contrasti ideologici profondi. Tale situazione è forse inevitabile in un paese che ha vissuto un lungo pеriodo di guerra (cinquantamila morti dal 1978 su una popolazione di 4,5 milioni di abitanti) e deve confrontarsi con una situazione di povertà estrema: il reddito pro capite del Nicaragua è di 430 dollari americani, il più basso dell’America continentale e superiore solo al dato di Haiti. La polarizzazione del sistema politico è quindi una conseguenza delle lacerazioni provocate dalla lunga guerra civile e della drammaticità della situazione sociale che inasprisce i conflitti ideologici.

    Come interpretare la seconda sconfitta elettorale del Fsln, che pure rimane, individualmente considerato, il primo partito nicaraguense?
    Il fallimento del sandinismo nella sua accezione radicale è stato seguito dalla sconfitta del sandinismo nella sua versione «socialdemocratica». Aveva causato grande sorpresa il nuovo look di Ortega, la cui strategia elettorale era basata su toni concilianti e pacifici che poco avevano da spartire con gli atteggiamenti guerreggianti del passato.
    Il Fsnl ha candidato alla vicepresidenza un ex proprietario terriero espropriato, Juan Manuel Caldera, a significare il nuovo spirito conciliatore del sandinismo light. Il grigioverde tradizionale del presidente Ortega è stato sostituito dal bianco immacolato del candidato Ortega. Di fatto questa strategia ha dato dei buoni risultati perché il partito ha recuperato terreno nel corso dell’ultimo anno, raddoppiando i consensi ottenuti rispetto alle intenzioni di voto espresse un anno fa. Ma una volta di più la sinistra centroamericana si è dimostrata incapace di vincere delle elezioni: alla sconfitta a sorpresa del 1990 è seguita la sconfitta prevista del 1996.

    Al di là della scarsa credibilità della riconversione, ha fatto forse ancor più male al sandinismo il fenomeno del piñatismo», espressione che sta a significare l’appropriazione indiscriminata di beni espropriati di cui si sono resi protagonisti le maggiori figure del sandinismo nel periodo intercorso tra la sconfitta elettorale del 1990 e l’accesso formale alla presidenza di Violeta Chamorro. Oltre agli errori del passato, comuni a molti altri paesi del socialismo reale.
    questo atteggiamento ha inciso pesantemente sulla coerenza e la credibilità della conversione dei sandinisti alla democrazia e ha annacquato i risultati positivi della loro gestione.
    La riconversione difficile della sinistra rivoluzionaria alle responsabilità della democrazia non è un fenomeno nicaraguense ma è comune agli altri paesi centroamericani e riflette le difficoltà più generali della sinistra in America Latina, che sta vivendo una profonda crisi esistenziale legata solo in parte al tramonto del socialismo reale e alla crisi della sinistra nei paesi occidentali.
    La debolezza di fondo è legata all’inesistenza dello stato sociale, la cui difesa e modernizzazione è divenuto il contesto nel quale si muove la sinistra europea.
    In America centrale l’utopia rivoluzionaria è tramontata e la sinistra non è stata in grado di trasformare le sue istanze radicali di cambio in proposte riformistiche credibili nell’ambito del processo di ricostruzione delle società civili nell’istmo. La situazione di estremo disagio economico che vivono la maggior parte dei paesi della regione rende nei fatti impossibile una politica sociale compatibile con le ricette internazionali a cui questi paesi sono sottoposti e nei fatti risultano vincenti le proposte politiche di centro-destra, venate spesso di populismo.
    Il tramonto delle ideologie ha significato l’auge di politiche che abbiano dimostrato una certa efficacia gestionale e ciò spiega le frequenti vittorie di ex sindaci delle capitali nelle recenti competizioni elettorali (a Aléman dobbiamo aggiungere Calderón, già primo cittadino di San Salvador e Arzù, ex sindaco di Ciudad de Guatemala).

    L’ultimo decennio ha visto dapprima la pacificazione progressiva dell’istmo centro-americano e poi T’inizio dei processi di ricostruzione delle società e dei sistemi economici. Il passo successivo, già parzialmente intrapreso in alcuni paesi, è quello della modernizzazione delle strutture statali e della diminuzione delle disuguaglianze sociali tramite lo sviluppo economico.
    In questo senso il Nicaragua, ma anche il Salvador, il Guatemala e l’Honduras hanno tutto da guadagnare da un ampliamento progressivo delle basi del pоtere reale e da una riduzione ai minimi termini dei contrasti ideologici del passato. Quindi l’affermazione di Amoldo Aléman non va letta riduttivamente come un ritorno al passato (il somozismo), ma come un ulteriore passo verso la stabilizzazione economica e sociale nel quadro del consolidamento progressivo della democrazia.

  • Guatemala: le ragioni di una pace difficile

    I paesi dell’istmo centro-americano sono stati caratterizzati, nel corso degli anni Ottanta, da situazioni di forte instabilità che hanno risparmiato soltanto il Costa Rica: guerre civili in Guatemala e Salvador, conflitti tra contras e sandinisti in Nicaragua, riflessi di questo scontro in Honduras e dittatura di Noriega a Panama.

    Una dopo l’altra queste situazioni si sono ricomposte e la via della riconciliazione nazionale è stata intrapresa ovunque. L’unico paese nel quale la guerriglia è ancora armata e la pace non è stata ancora firmata è il Guatemala. In questo articolo vorremmo analizzare la situazione esistente anche alla luce dell’elezione del nuovo presidente Alvaro Arzù.

    Il Guatemala presenta caratteristiche specifiche nel contesto non solo centroamericano ma anche latino-americano: oltre alla già accennata sopravvivenza della guerriglia, il Paese è emblematico per la composizione della sua popolazione. Il sessanta per cento dei guatemaltechi è di origine maya e si esprime in ventidue lingue diverse: non sempre queste popolazioni affiancano la conoscenza dello spagnolo a quella della loro lingua autoctona. La popolazione maya è concentrata nelle parti settentrionale e occidentale del Paese, caratterizzate anche da un minore sviluppo economico e da un maggiore grado di povertà.

    In Guatemala esiste quindi una dicotomia economica, sociale e culturale tra la parte orientale-centrale-pacifica e quella nord-occidentale: la prima è economicamente più sviluppata, più urbanizzata (anche se esiste un solo grande agglomerato, quello della capitale), ha le terre migliori e più produttive, una popolazione maggiormente creola che si esprime in spagnolo e un’amministrazione statale presente; la seconda vive al margine dello Stato e fuori dal circuito dell’economia moderna ed è in buona parte estranea al resto del Paese. La guerriglia controlla buona parte di questo territorio, le cui terre sono parcellizzate e improduttive.

    Questa forte presenza di popolazione di origine maya, sostanzialmente esclusa dalla modernità, è la peculiarità strutturale che maggiormente condiziona la situazione.

    La storia guatemalteca è stata a lungo caratterizzata dalla presenza di governi autoritari controllati dall’esercito. L’eccezione più rilevante fu il periodo democratico che durò dal 1944 al 1954: da quella data (deposizione del presidente Arbenz) fino al 1985 si sono susseguite diverse giunte militari.

    La guerriglia cominciò a essere attiva nel 1962: la guerra civile vera e propria ebbe il suo culmine negli anni dal 1975 al 1983, ma come abbiamo già detto la Unidad revolucionaria nacional guatemalteca (Urng) è ancora attiva e controlla alcune zone del Paese.

    Trentaquattro anni di conflitto armato hanno causato circa centomila morti e quarantamila desaparecidos: la guerra ha anche obbligato circa mezzo milione di persone, essenzialmente di origine maya, ad abbandonare le regioni d’origine e a trasferirsi in altre zone, anche al di là
    della frontiera messicana (si tratta dei cosiddetti desplazados).

    Il periodo più aspro del conflitto fu quello degli undici mesi di governo, tra il 1982 e il 1983, del generale Rios Montt. Questi attuò una repressione spietata nelle zone maya che provocò molte vittime tra la popolazione civile, perciò è interessante capire come sia possibile che un ex dittatore con simili caratteristiche possa essere ancora oggi protagonista della vita politica guatemalteca: di fatto il partito da lui fondato, il Frente republicano guatemalteco (Frg) ebbe la maggioranza relativa dei voti nelle elezioni legislative seguite dall’autogolpе promosso dal presidente Jorge Serrano nel giugno 1993. Lo stesso Rios Montt darebbe stato candidato alla presidenza (con buone possibilità di vittoria) alle recenti elezioni presidenziali se una regola costituzionale ad hoc non glielo avesse impedito. Il candidato della sua formazione politica, Alfonso Portillo, da molti considerato il semplice portavoce di Montt, è invece arrivato al secondo turno, ottenendo il 48,78 per cento dei voti a fronte del 51,22 per cento di Alvaro Arzù, sostenuto dal Partido de avanzada nacional (Pan).

    La spiegazione di questo paradosso è legata alla già menzionata spaccatura tra due diversi Guatemala. Se pensiamo che al referendum sullo scioglimento del Congreso promosso da Ramiro de León Carpio, successore di Serrano, e alle successive elezioni legislative, quelle vinte dal Frg, la partecipazione elettorale fu del quindici per cento, possiamo capire come una stragrande maggioranza della popolazione viva al di fuori del sistema politico. Se pensiamo poi all’astensione pressoché totale delle zone a maggioranza maya, particolarmente colpite dalla repressione, il paradosso è già parzialmente chiarito. A Ciudad de Guatemala e in generale nella zona orientale del Paese la mano dura di Rios Montt non era stata così drastica come in quella occidentale: anzi, l’inasprimento della delinquenza comune, che ha reso la capitale piuttosto pericolosa, faceva desiderare da parte dell’opinione pubblica un ritorno a metodi polizieschi e sbrigativi.

    Abbiamo detto all’inizio che il Guatemala vive una situazione particolare rispetto agli altri paesi centro-americani: questo non significa però che significativi processi di cambiamento non siano in corso, e per analizzarli esaurientemente dobbiamo fare ancora un passo indietro.

    Il 25 maggio 1993 il presidente Jorge Serrano sospende le garanzie costituzionalie cerca di sciogliere il Congreso. Tale gesto è motivato, a suo dire, dalle resistenze poste dalla classe politica alla sua gestione. La comunità internazionale e le istituzioni, in particolare la Corte cоstituzionale, reagiscono prontamente al tentativo di golpe istituzionale e dopo quattro giorni Serrano è costretto a riparare a Panama. Anche il tentativo del vicepresidente Espina Salguero di assumere il potere fallisce. Dopo dodici giorni di crisi istituzionale il Congreso, seguendo il parere della Corte costituzionale, elegge un presidente destinato a portare a termine il mandato incompiuto di Serrano. Questi è il procurador de derechos humanos Ramiro de León Carpio, che manterrà la presidenza sino alla recente elezione di Alvaro Arzu (gennaio 1996).

    De León Carpio aveva esercitato con vigore il suo delicato incarico di procuratore; era stato una spina nel fianco del governo e della pubblica amministrazione e aveva preso iniziative importanti tese a limitare gli abusi dell’esercito in materia di ordine pubblico e di reclutamento forzoso.

    Al momento del colpo di stato de León Carpio reagisce con decisione al tentativo di Serrano: un atteggiamento che, con la sua relativa indipendenza politica e la credibilità di cui si era saputo circondare, spiega la nomina successiva.

    Nell’esercizio del mandato presidenziale de León Carpio ha intrapreso iniziative importanti:

    • – una riforma costituzionale che ha riordinato l’organizzazione del potere legislativo e di quello giudiziario, fortemente sospetti di corruzione;
      – una riforma fiscale, fondamentale in un
      paese ove il delitto fiscale non esisteva e
      in cui la pressione impositiva è scandalosamente bassa;
      – il rilancio dei negoziati con la guerriglia.

    Senza entrare in dettaglio, è significativo sottolineare come il promotore sia riuscito a portare avanti tali riforme pur non essendo molto ben visto dai partiti tradizionali, che detengono la maggioranza parlamentare. In realtà è stato proprio il particolare clima di catarsi conseguente al tentativo di golpe che ha creato le condizioni per lo scioglimento del Congreso, la proposta di riforme e il successivo referendum istituzionale. Si tratta di una situazione curiosamente rovesciata rispetto a quella del Perù di Fujimori, dove l’autogolpe» è invece riuscito e le riforme sono state intraprese dallo stesso presidente che aveva sospeso la legalità costituzionale.

    Il risultato apparente di tali innovazioni è una maggiore credibilità delle istituzioni, depurate di molti elementi corrotti.

    Vorremmo però soffermarci con maggiore attenzione sugli altri due aspetti delle riforme cui abbiamo accennato in precedenza, che sono a nostro giudizio strettamente connessi e vanno alla radice dei problemi del Paese: la riforma fiscale e i negoziati di pace.

    In Guatemala la sanità pubblica raggiunge appena il venticinque per cento della popolazione; gli analfabeti sono il quarantanove per cento della popolazione (il settantadue per cento nelle zone rurali); secondo dati della fine degli anni Ottanta, il settantasette per cento delle famiglie vive in condizioni definite di povertà e il cinquantacinque in condizioni di povertà estrema. In questo scenario di grande bisogno la pressione fiscale esistente in Guatemala era nel 1994 del 6,8 per cento del prodotto interno lordo: la più bassa in America Latina, di gran lunga inferiore persino rispetto agli altri paesi centro-americani. Se aggiungiamo poi che il delitto fiscale non esisteva neppure nel codice, possiamo capire come lo Stato guatemalteco si trovasse in enormi difficoltà nel fronteggiare anche le esigenze più elementari.

    Una modernizzazione fiscale era essenziale per poter impostare delle riforme strutturali che affrontassero tale complessa situazione di sottosviluppo. D’altro canto la protesta, materializzatasi progressivamente nel movimento di guerriglia, è motivata proprio dall’ineguaglianza e dal sottosviluppo. La speranza di trovare un accordo con la guerriglia è quindi legata alla possibilità di dare corpo a una politica di investimenti e spese sociali per la quale sono necessarie risorse. Pertanto i due aspetti – pаcificazione e riforma fiscale – sono strettamente legati tra loro.

    La riforma fiscale, che prevedeva la nozione di delitto fiscale, ha aumentato il tasso impositivo del 2,2 per cento e introdotto un processo di rafforzamento e decentramento dell’amministrazione di settore. Parallelamente a queste innovazioni sul lato delle entrate ha poi rafforzato i fondi di spesa sociale e il decentramento delle strutture sanitarie ed educative. Si tratta dei primi ma fondamentali passi in questa direzione.

    Queste proposte hanno dovuto affrontare parecchie resistenze da parte delle «cupole» di potere tradizionali ma sembra difficile poter imboccare un cammino a ritroso. Il blocco degli scontenti (grandi proprietari terrieri e quella parte della classe imprenditoriale meno incline alla modernizzazione) ha dato forza al partito politico di Rios Montt e alla candidatura populista di Portillo nelle recenti elezioni presidenziali, alle quali de León Carpio non si è potuto presentare perché il sistema guatemalteco non prevede in nessun caso la possibilità di rielezione per il capo dello stato in cariсa.

    Il vincitore, Alvaro Arzù, è considerato un conservatore di stampo liberale e ha ottenuto il grosso dei consensi nelle zone urbane. In realtà, pur avendo un profilo che non sembrerebbe troppo adatto dare continuità alle politiche del suo predecessore, Arzù rappresentava senza dubbio il male minore rispetto alle prospettive di una presidenza populista (Rios Montt e gli ultra-conservatori).

    Per la prima volta dopo quarant’anni le elezioni hanno registrato la partecipаzione della sinistra, rappresentata dal Frente democratico nueva Guatemala.
    L’Urng ha poi avallato le elezioni concedendo una tregua di tredici giorni per permetterne il regolare svolgimento. Siamo quindi in presenza di forti segnali di normalizzazione. Il suo approfondimento, decisivo per il futuro del Paese, dipenderà essenzialmente da due fattori: la ripresa dei negoziati con la guerriglia e la riduzione del peso politico delle forze armate. Proprio nei giorni delle elezioni, l’uccisione a Xaman di undici indigeni rientrati dal Messico ha gettato luci inquietanti sulla situazione esistente nelle zone rurali e sul ruolo dei militari.

    De León Carpio non ha potuto portare a termine l’accordo con l’Urng, che avrebbe dovuto essere firmato nel 1995 dopo la formazione della Missione delle Nazioni Unite per il Guatemala (Minugua), causa probabilmente il desiderio della controparte di attendere i risultati elettorali. Il black-out elettrico della notte del 12 novembre 1995 (elezioni legislative e primo turno presidenziale) potrebbe essere stato un avvertimento della guerriglia ai suoi interlocutori.

    Antonio Sant’Elia: studio per centrale elettrica (1913). Como, Musei Civici.

    Di fatto la prosecuzione dei negoziati pare, per le ragioni esposte in precedenza, l’unica via possibile.

    Nel corso della sua recente visita in Messico (fine febbraio), Arzù ha incontrato informalmente dei rappresentanti dell’Urng: è la prima volta che un presidente guatemalteco compie un tale
    passo, che dovrebbe significare una ripresa del dialogo interrotto da più di un anno.

    Prima di ciò, il governo e l’Urng avevano firmato quattro accordi preliminari il cui scopo era quello di preparare il terreno per l’intesa definitiva:

    • – l’accordo globale sui diritti umani;
      – l’accordo sul ristabilimento delle popolazioni sradicate dal conflitto;
      – l’accordo sulla creazione di una commissione per il chiarimento storico delle violazioni dei diritti umani e delle violenze che hanno causato sofferenze al popolo guatemalteco;
      – l’accordo sull’identità e i diritti delle popolazioni indigene.

    Fondi di emergenza sono stati messi a disposizione per rendere possibili tali intese. È chiaro che quarant’anni di violenza non possono trasformarsi con facilità in una pace stabile, come i fatti di Xaman dimostrano. Prospettive di soluzione dei problemi atavici del Guatemala si sono comunque aperte e in questo senso l’eccezione di cui abbiamo parlato all’inizio non è che relativa. Ma il processo negoziale in corso potrà trasformarsi in pace reale solo se le politiche riformistiche tese a ridurre disuguaglianze ed esclusioni verranno continuate e rafforzate. Lo scenario nel quale tali riforme si devono situare è quello dell’integrazione delle popolazioni di
    origine indigena nella società guatemalteca.

  • Le conseguenze della svalutazione del franco Cfa sullo sviluppo dei paesi dell’Africa francofona

    Le conseguenze della svalutazione del franco Cfa sullo sviluppo dei paesi dell’Africa francofona

    Nel gennaio 1994 il franco Cfa, valuta comune di quattordici paesi dell’Africa occidentale e centrale di lingua francese, è stato svalutato del cento per cento rispetto al franco francese: si è trattato del primo provvedimento di questo tipo dal 1948.

    Tale misura, da tempo auspicata dal Fondo monetario internazionale e dalla Banca mondiale, è stata presentata come un passo necessario e inevitabile nel quadro delle riforme di aggiustamento strutturale in atto nella regione, aventi per obiettivo il rilancio della crescita
    economica in paesi da tempo in preda a una crisi profonda.
    A distanza di quasi due anni dalla svalutazione, una decisione di enorme peso per gli interessati e che ha suscitato in Francia un vivace dibattito tra gli specialisti, ci sembra interessante analizzare brevemente se gli effetti preannunciati in termini di rilancio dello sviluppo si siano concretizzati o se, al contrario, gli effetti negativi di tale misura non abbiano più che controbilanciato quelli positivi aggravando ulteriormente la difficile situazione economica e sociale dei paesi della zona.
    Per poter valutare compiutamente la situazione è opportuno fare un passo indietro e illustrare le principali caratteristiche del legame tra franco francese e franco Cfa.

    Sin dal 1945 il Tesoro francese ha garantito nella «zona-franco» (che allora costituiva l’Africa occidentale francese) una convertibilità fissa tra le due monete alla parità 1/50 (1 franco francese = 50 franchi Cfa). La convertibilità tra le due monete è senza limiti e la mobilità dei capitali all’interno della regione assoluta. I paesi sono obbligati a depositare presso il tesoro francese il sessantacinque per cento delle loro riserve come controparte della copertura da parte della Francia dei loro eventuali deficit di bilancia corrente. Tra i quattordici paesi della regione esiste dunque un’unione monetaria. Essi sono divisi in due gruppi: i sette paesi dell’Umoa (Union Monétaire Ouest-Africaine, composta da Senegal, Mali, Niger, Burkina Faso, Соsta d’Avorio, Togo e Benin) e i sei dell’Africa centrale (Ciad, Centrafrica, Congo, Gabon, Camerun e Guinea equatoriale), oltre alle Comore, paese che, pur essendo situato fuori zona, prende parte comunque al meccanismo.
    L’emissione di moneta nell’Umoa è gestita dalla Bceao (Banque centrale des Etats d’Afrique de l’Ouest) e nei paesi dell’Africa centrale dalla Beac (Banque des Etats d’Afrique Centrale). Curiosamente la sigla Cfa non ha lo stesso significato nelle due sotto-zone: in Africa occidentale è l’abbreviazione di Communauté financière d’Afrique, in Africa centrale di Coopération financière en Afrique Centrale.
    Non fanno parte dell’area franco i paesi di lingua non francese, con l’eccezione della Guinea equatoriale, che vi si associò nel 1985.

    Dobbiamo sottolineare come la parità tra franco francese e franco Cfa sia sopravvissutaa due autentiche rivoluzioni, una politica e l’altra monetaria: il processo di decolonizzazione che ha trasformato, nel corso degli anni Sessanta,le colonie francesi in stati indipendenti e il crollo del sistema monetario internazionale a cambi fissi nel 1973.
    Fino al 1985 i paesi della zona franco hanno avuto tassi di crescita superiori agli altri paesi non africani, mentre successivamente le loro condizioni economiche si sono deteriorate notevolmente.
    Nel periodo 1986-1992 la crescita del Pib annuale dei paesi Cfa è stata dell’uno per cento, mentre quelli fuori zona crescevano nello stesso periodo del tre per cento annuale. Contemporaneamente, le esportazioni Cfa decrebbero del quaranta per cento raggiungendo
    quasi lo zero, mentre i paesi africani non Cfa registrarono una crescita delle esportazioni.
    Se l’ancoraggio al franco francese non aveva avuto che effetti positivi sino al
    1985, a partire da allora si è rivelato una corazza assai scomoda da indossare per
    i paesi della regione (e per il Tesoro francese…). Alcuni dei fattori che spiegano il declino relativo della regione sono indipendenti dalle questioni monetarie, come il peggioramento delle ragioni di scambio delle esportazioni tradizionali della regione (petrolio, caffè, cacao, cotone e arachidi) – fenomeno questo di natura mondiale – e la bassa produttività dei fattori di produzione; ma un dato di estrema importanza è stato l’apprezzamento complessivo del franco francese rispetto al dollaro (quaranta per cento nel periodo 1986-1992), che ha influenzato pesantemente la competitività dei prodotti primari dell’area, quotati in dollari.

    La perdita di competitività ha originato un crescente indebitamento pubblico ed estero, che ha sprofondato la regione in una grave depressione economica.
    In questo contesto, le politiche di aggiustamento strutturale preconizzate dalle instituzioni di Bretton Woods prevedono una liberalizzazione della vita economica, con una riduzione del ruolo dello stato e un riavvicinamento alle realtà del mercato: una ricetta difficile da digerire
    per i paesi africani, ove lo stato ha tradizionalmente esercitato un ruolo importante, necessario per supplire alla carenza di una classe imprenditoriale dinamica e alle debolezze strutturali di tutti quei fattori (infrastrutture, comunicazioni, mercato dei capitali) imprescindibili per il buon funzionamento dell’economia di mercato.
    E’ chiaro che, in un quadro di questo tipo, l’esistenza di una relazione fissa di cambio tra il franco Cfa e il franco francese non potesse che risultare un’anomalia, dato che il valore «reale del franco Cfa nel periodo 1973-1994 non poteva essere quello immutabile garantito
    dall’accordo con Parigi.
    Della possibilità di una svalutazione si parlava da tempo, ma tale eventualità si è concretizzata solo nel gennaio 1994, quando i capi di stato africani dovettero accettare (volenti o nolenti) la decisione imposta dalla Francia in accordo con le istituzioni di Bretton Woods di svalutare il valore del franco Cfa del cento per cento rispetto al franco francese (solo del cinquanta per cento nel caso del franco delle Comore).

    Cosa ci si aspettava da tale provvedimento? Un effetto positivo si sarebbe dovuto produrre dallo stimolo delle esportazioni e dalla compressione delle importazioni. Un altro era l’intensificazione del commercio intraregionale, assai limitato nonostante la moneta comune. E’ da notarsi come tale effetto non fosse però immediato, ma supponesse un approfondimento delle misure di integrazione economica al di là dell’unione monetaria. In effetti, parallelamente alla svalutazione, i sette paesi francofoni dell’Africa occidentale hanno deciso di creare (riunione dell’11 gennaio 1994 a Dakar) l’Uemoa, che affianca l’integrazione delle politiche economiche e l’obiettivo della creazione di un mercato comune alla tradizionale politica monetaria comune. L’integrazione nel quadro dell’Uemoa ha fatto parecchi progressi
    nel corso di questi ultimi due anni e fa ben sperare per il futuro: il nuovo processo d’integrazione lascia un po’ fuorigioco l’altra istituzione regionale d’integrazione (Cedeao o Ecowas, secondo la dizione francese o inglese della sigla, che significa Comunità economica degli stati dell’Africa occidentale), alla quale appartengono tutti i paesi della regione
    ma che non si è dimostrata in passato molto efficace.

    Le prospettive di integrazione economica sono meno positive in Africa centrale: l’Udeac (Union Douanière des Etats d’Afrique Centrale) vive da anni in una situazione di stagnazione dalla quale non sembra in grado di uscire: l’integrazione economica tra i paesi di questa regione, afflitta anche da gravi crisi politiche a livello dei singoli stati, non sta facendo quindi nessun progresso sostanziale neanche dopo la svalutazione.
    L’effetto atteso della svalutazione sui deficit pubblici non era facile da prevedere, dato che sia le entrate sia le spese ne sarebbero state influenzate.
    Un punto cruciale ai fini della riuscita della manovra era quello del controllo dell’inflazione: se la svalutazione si fosse tradotta immediatamente in un aumento dei prezzi dello stesso ammontare, gli effetti sarebbero svaniti nel nulla.
    A più di un anno di distanza, che bilancio possiamo tracciare delle conseguenze della svalutazione? Essa serviva solo a placare le coscienze dei malati di ortodossia finanziaria e ad alleggerire il peso finanziario gravante sul Tesoro francese o ha avuto un effetto reale di
    creazione di sviluppo?

    In primo luogo dobbiamo notare come il tasso di inflazione medio nel corso del primo anno dopo la svalutazione sia stato del quarantacinque per cento: la temuta erosione immediata degli effetti della svalutazione non si è prodotta, grazie a un rigido controllo della domanda (i salari sono stati aumentati in media del dieci per cento). Il controllo dell’inflazione non è stato
    però uniforme nei vari paesi: dal trenta per cento di Burkina e Mali al cinquanta per cento e più dei paesi vicini alla Nigeria (che consumano molti prodotti importati da questo paese e diventati più cari dopo la svalutazione) vi è una notevole differenza.
    Ma ancora più significative sono state le differenze tra gli effetti dell’inflazione nelle popolazioni urbane e rurali: le prime hanno dovuto sopportare le conseguenze peggiori, dato che le remunerazioni sono aumentate, come abbiamo visto, in misura molto inferiore all’inflazione, provocando una riduzione drastica del livello di vita: le seconde hanno invece beneficiato di un netto miglioramento delle proprie condizioni economiche, dato che non si sono dovute confrontare con una diminuzione relativa delle entrate ma con un miglioramento
    delle ragioni di scambio dei prodotti agricoli che ha aumentato il loro reddito relativo.

    L’effetto positivo più importante della svalutazione è stato proprio quello sull’agricoltura della regione, specie delle colture d’esportazione. La coincidenza della svalutazione con un aumento generalizzato dei prezzi internazionali dei prodotti agricoli, ha generato un doppio effetto positivo che ha stimolato esportazione e crescita nel settore primario.
    Se questo è stato il principale risultato positivo della svalutazione, non bisogna dimenticare che esso è dipeso in buona parte dall’aumento dei prezzi mondiali, indipendente dalla svalutazione. Gli effetti positivi sarebbero stati ben inferiori in caso di diminuzione dei prezzi mondiali: siamo quindi di fronte a un effetto puramente congiunturale.
    Per quanto riguarda invece i prodotti agricoli non d’esportazione ma piuttosto di consumo locale (riso, mais, zucchero, carne) i loro prezzi, che prima della svalutazione erano generalmente più alti di quelli dei prodotti importati, sono ridivenuti competitivi.

    Le importazioni sono in generale diminuite e gli effetti della svalutazione sulle bilance dei pagamenti sono stati nel complesso positivi.
    Dobbiamo però sottolineare come il consumo dei prodotti importati sia molto superiore per le popolazioni urbane, che anche da questo punto di vista hanno dovuto fronteggiare la situazione più complessa (le maggiori difficoltà sono quelle sperimentate dal Benin e dal
    Camerun, paesi forti importatori dalla Nigeria).
    Il bilancio della svalutazione sul commercio estero è stato quindi generalmente positivo ma variegato, dato che i paesi con maggiore potenziale d’esportazione (Costa d’Avorio, Senegal, Camerun) hanno ottenuto i maggiori dividendi, mentre altri paesi hanno migliorato i loro conti con l’estero più sulla base di una riduzione delle importazioni e quindi della domanda che sulla base di un rilancio delle esportazioni, il primo obiettivo della svalutazione.

    Per quanto riguarda invece le prospettive di sviluppo industriale, gli effetti della svalutazione sono stati pressoché nulli o addirittura negativi nella misura in cui l’importazione di prodotti intermedi è divenuta più onerosa: di fatto solo le imprese agroindustriali hanno migliorato la loro situazione. Il problema di fondo è l’impostazione stessa del sistema industriale dell’Africa francofona, ancora orientato verso il vecchio modello di sostituzione delle importazioni e assai poco export-oriented.
    Lo sviluppo di un sistema industriale orientato all’esportazione sui mercati mondiali sembra quindi l’obiettivo più importante da raggiungere per i prossimi anni, ma non sono certo misure quali la svalutazione che si possono dimostrare utili allo scopo.

    E’ in questo senso fondamentale che gli stati della regione intensifichino il loro
    impegno su due fronti principali: da una
    parte quello degli investimenti, tesi alla
    modernizzazione del sistema produttivo
    e al miglioramento delle condizioni d’attrazione dei capitali internazionali, che
    hanno fuggito la regione negli ultimi anni spaventati dagli scarsi rendimenti е
    dalle incertezze politiche; dall’altro quello dell’intensificazione dei processi regionali di integrazione economica, sempre troppo timidi in passato e assolutamente necessari all’attuale contesto economico mondiale.

    L’ora della preghiera di O. Bot (1940)

    Se infatti pensiamo a quali regioni del Terzo Mondo hanno ottenuto recentemente i risultati migliori in termini di creazione, abbiamo da un lato i paesi asiatici la cui crescita economica è stata trainata dalle esportazioni ed è quindi stata il risultato di un sistema industriale
    competitivo; dall’altro i paesi dell’America Latina, che stanno uscendo dalla grande crisi degli anni Ottanta puntando sull’approfondimento dei processi di integrazione e sulla modernizzazione delle loro economie.
    Senza volere a tutti i costi riprodurre pedissequamente in Africa modelli esogeni di sviluppo economico (l’Africa deve infatti essere in grado di elaborarne uno proprio), è chiaro che sembra difficile ipotizzare per il continente un’uscita dal sottosviluppo che prescinda da una maggiore partecipazione dei paesi africani al commercio mondiale.

    Abbiamo già visto come passi positivi verso la creazione di un mercato comune siano stati dati in Africa occidentale (creazione dell’Uemoa); è però la prospettiva di un mercato comune che unisca i paesi dell’Africa occidentale e quelli dell’Africa centrale che dovrebbe essere presa come punto di riferimento ottimale, dato che in ogni caso il mercato costituito dai paesi dell’Uemoa sarebbe ancora di dimensioni limitate. Il problema è che in Africa centrale la situazione attuale è molto complessa (basti pensare ai problemi cronici di un paese dell’importanza dello Zaire) e che le prospettive esistenti di creazione di un grande mercato regionale sono per il momento remote.
    Per quanto riguarda poi le possibilità esistenti di lanciare grandi piani pluriannuali di investimento aventi come obiettivo la modernizzazione e diversificazione del loro sistema produttivo, è chiaro che i benefici reali ma limitati originati dalla svalutazione non sono cоmunque sufficienti a generare le risorse necessarie. La cooperazione internazionale dovrà quindi accompagnare gli sforzi di quei paesi della regione che dimostreranno di essere seriamente orientati sulla via dei cambiamenti strutturali.

    Com’è noto, le politiche di cooperazione allo sviluppo, sono seriamente messe in discussione nei paesi industrializzati, alle prese con processi di riduzione della spesa pubblica e con uno scetticismo crescente dell’opinione pubblica sui risultati delle politiche Nord-Sud. Il recente dibattito sulla definizione del secondo protocollo finanziario della IV Convenzione di Lomè ha evidenziato un dissenso importante al riguardo tra i diversi membri dell’Unione europea.
    La tendenza attuale del dibattito non va però nella direzione di un disimpegno generalizzato dei paesi donatori, ma piuttosto verso una maggiore selettività e un accresciuto rigore nella concezione dei programmi di sviluppo.

    In questo senso, la svalutazione del franco Cfa può essere valutata come una misura necessaria per correggere degli squilibri evidenti: suoi effetti in termini di creazione di sviluppo non sono però né immediati né automatici: la svalutazione deve essere intesa come
    il primo passo di un programma più ambizioso mirante a cambiamenti profondi del tessuto economico dei paesi interessati.
    La riuscita di tale programma non può dipendere da ricette più o meno miracolose ma da uno sforzo comune dei governi africani e dei donatori internazionali. Se ciò non si verificasse, i limitati effetti positivi della svalutazione svanirebbero in pochi anni e lo sottosviluppo dei paesi della regione non potrebbe che approfondirsi.

  • La rielezione di Carlos Menem in Argentina: analisi di una vittoria annunciata

    La rielezione di Carlos Menem in Argentina: analisi di una vittoria annunciata

    Le recenti elezioni presidenziali argentine hanno visto la vittoria di Carlos Menem, presidente in carica.

    Quali sono i fattori che spiegano la sua vittoria, che era stata ampiamente prevista dai sondaggi?

    Facciamo dapprima spazio ai numeri: Carlos Menem, candidato del Partido Justicialista (peronista), ha ottenuto il 49,46 per cento dei voti: i due suoi principali concorrenti, José Octavio Bordón, candidato del Frepaso (Frente del país solidario) e Horacio Massaccesi, candidato dell’Unión cívica radical, hanno ottenuto rispettivamente il 29,63 e il 17 per cento dei voti.

    Questi risultati hanno permesso al presidente Menem di essere rieletto al primo turno, dato che la nuova legge elettorale prevede che venga eletto senza necessità di un secondo turno il candidato che raggiunga il 45 per cento dei suffragi o il 40 per cento ma con almeno dieci punti di vantaggio sul secondo candidato.

    Queste modifiche alla legge elettorale erano state introdotte dal cosiddetto Patto di Olivos, concordato lo scorso anno tra governo e opposizione, la cui principale novità era stata l’introduzione della possibilità di rielezione per il presidente, non prevista dalla Costituzione. Non c’è dubbio che Menem confidasse molto, già allora, nelle proprie possibilità di riuscita.

    Alle elezioni presidenziali erano abbinate quelle parziali di Cámara de Diputados e Senado: erano in lizza 130 seggi di deputato (la metà) e 40 seggi di senatore (il 55 per cento), oltre alla pratica totalità dei posti di governatore provinciale e alla maggioranza dei consigli comunali.

    Le elezioni legislative parziali hanno anch’esse confermato il trionfo peronista: il Partito Justicialista ha adesso la maggioranza assoluta alla Camera (136 seggi rispetto ai 125 precedenti). La Ucr ha perso 15 seggi, rimanendo con 68, mentre il Frepaso è salito a 25 seggi, quando le formazioni che lo compongono ne avevano in precedenza 13.

    Si è quindi trattato di un trionfo su tutta la linea per Menem, che può disporre per il suo secondo mandato di una comoda maggioranza che il peronismo non aveva dal 1951 (quando il presidente era Perón in persona).

    In realtà questa vittoria era ampiamente prevista, nonostante negli ultimi giorni prima del voto serpeggiasse un certo nervosismo nell’entourage di Menem per la sorprendente ascesa nei sondaggi di Bordón, ex peronista dissidente a capo di una coalizione di movimenti di orientamento socialdemocratico.

    Ma l’incertezza riguardava più che altro la possibilità o meno di Menem di imporsi al primo turno, senza quindi correre i rischi di un secondo turno nel quale i votanti di Massaccesi avrebbero potuto unirsi a quelli di Bordón.

    Dalle elezioni il sistema politico argentino è uscito trasformato per l’apparizione di una forza nuova, il Frepaso: fatti salvi i numerosi periodi autoritari, la politica argentina era sempre stata caratterizzata dal bipartitismo, incarnatosi dagli anni Cinquanta a oggi nel Partito Justicialista di ispirazione peronista, conservatore e populista e nell’Unión cívica radical, di ispirazione socialdemocratica, espressione della classe media, dei ceti urbani e intellettuali.

    Il radicalismo, diretto ancor oggi da Raúl Alfonsín, il primo presidente eletto democraticamente dopo i sette anni della dittatura del generale Videla (1976-1983), era stato l’indubbio protagonista di una tappa fondamentale per la politica e la società argentina: il ritorno alla democrazia dopo la traumatica parentesi della dittatura, che era naufragata definitivamente nell’arcipelago delle Malvinas (Falkland).

    Al di là degli entusiasmi per il ritorno alla democrazia, Alfonsín dovette però affrontare due punti-chiave, entrambi di difficile soluzione. Da un lato vi era la disastrosa situazione economica, frutto degli errori del passato (il modello di sostituzione delle importazioni, che aveva creato un sistema produttivo inadatto a competere sui mercati internazionali) ma anche di scelte compiute da altri (la politica monetaria reaganiana, con la conseguente crescita inarrestabile dei tassi d’interesse internazionali e l’esplosione del debito estero dei paesi latinoamericani).

    Dall’altro vi era poi il problema del rapporto dell’Argentina con il suo passato prossimo: come rimarginare le ferite aperte dalla dittatura, che si era macchiata di delitti di una ferocia inaudita e aveva originato il dramma lancinante dei desaparecidos? Come dare giusta soddisfazione alle madri della Plaza de Mayo senza ripiombare nella guerra сіvile? La soluzione di Alfonsín erano state le due leggi dette della obediencia debida e del punto final (1987), mediante le quali si stabiliva il principio secondo cui i militari non potevano essere accusati di delitti commessi su ordine dei loro superiori. Tale criterio tendeva quindi a responsabilizzare degli orrori della dittatura solo i vertici militari, lasciando liberi da ogni colpa molti militari di grado inferiore che si erano indubbiamente macchiati di colpe gravissime.

    Certo la rete aveva le maglie un po’ larghe, ma questa soluzione fu comunque accettata dalla maggioranza degli argentini, anche se con molta amarezza: in quel contesto storico ciò che importava di più era porre un punto final per poter ripartire.

    Ma la ricostruzione non fu possibile per la terribile situazione economica che soffocava l’economia argentina, così come quelle degli altri paesi latino-americani: i problemi economici della década perdida degli anni Ottanta furono tali che l’Argentina vedeva ogni suo sforzo di crescita economica vanificato dall’appesantirsi inesorabile del debito estero.

    L’iper-inflazione che alla fine del mandato di Alfonsín raggiunse il 5000 per cento annuo strangolò le classi medie e fece precipitare vertiginosamente il Paese verso livelli di povertà relativa sorprendenti se pensiamo alla brillante situazione economica argentina di trent’anni prima.

    Se controversa era stata la risposta di Alfonsín al dilemma sull’atteggiamento da assumere nei confronti dei militari, era però stata la catastrofe economica, di dimensioni tali da sconvolgere persino il tradizionale orgoglio nazionale (non è cosa di poco conto per un popolo di una permalosità proverbiale) ad affossare nel 1989 le speranze radicali in un secondo mandato.

    In questo contesto era apparso sulla scеna Menem, personaggio senza dubbio particolare: a sorpresa aveva sconfitto il candidato peronista dell’apparato, Cafiero, nelle primarie del partito che in realtà decidevano già della presidenza. Originario della Rioja, di cui era stato governatore dal 1973 al 1976 e poi di nuovo dal 1981 dopo cinque anni di carcere, e di ascendenza siriana, aveva sorpreso un po’ tutti gli osservatori con il suo look improbabile ed i suoi modi assai poco consoni allo stereotipo di un presidente.

    Ma questo personaggio, che nel 1989 sembrava quasi grottesco, è cresciuto nel corso del suo mandato, fino a diventare un leader credibile. Il presidente iper-populista, che dava l’impressione di passare il tempo giocando a tennis con Vilas o la Sabatini o a calcio con la maglia della nazionale argentina, si è infatti saputo circondare di collaboratori validi e costruire un sistema di potere efficace in cui lui non è che la punta dell’iceberg. Il perno del sistema è il ministro dell’Economia, Cavallo, a cui vanno attribuiti i meriti degli eccellenti risultati dell’economia argentina negli anni scorsi: una crescita del Prodotto interno lordo che nel corso del mandato è stata quasi del 50 per cento.

    La ricetta di Cavallo (che gli osservatori più sprezzanti chiamano cura» di Cаvallo) è stata quella neoliberale, imperante negli anni Novanta ma non per questo sempre vincente. Privatizzazioni, riduzioni della spesa pubblica, deregulation, apertura dell’economia al capitale straniero e incentivi agli investimenti, rilancio dell’integrazione regionale nell’ambito del Mercosur sono punti essenziali della sua politica ecоnomica: ma ancor di più lo è l’ancoraggio del tasso di cambio del peso a quello del dollaro, toccasana per le economie familiari ancora traumatizzate dai guasti dell’iper-inflazione e spesso alle prese con mutui in dollari.

    L’amministrazione Menem ha tenuto duro su questo punto anche nelle settimane successive alla crisi messicana, quando il cosiddetto effetto-tequila ha pesantemente turbato i mercati valutari mondiali.

    Per dimostrare l’importanza per l’opinione pubblica della politica monetaria di Cavallo basti dire che anche Bordón, suo principale oppositore, si è allineato su di essa difendendo la parità tra peso e dollaro, su cui si possono nutrire dei dubbi da un punto di vista strettamente economico. Massaccesi era invece contrario.

    Una politica economica di questo tipo ha però fatalmente un contrappeso doloroso, quello dei suoi costi sociali: la riduzione del peso dello stato nell’economia, la diminuzione dei sussidi pubblici, la disoccupazione crescente (12 per cento cui però andrebbe sommato il sottoimpiego, che è comunque uno sperpero di forza produttiva) sono gli aspetti degli anni di Menem. La crescita economica impetuosa non genera, in effetti, un aumento automatico del benessere complessivo in assenza di adeguati meccanismi redistributivi, che sono appunto venuti a mancare nell’ambito dei processi di liberalizzazione economica. L’Argentina è divenuta più ricca nel corso degli anni Novanta, ma anche la роvertà e l’ineguaglianza sono aumentate.

    L’Unión cívica radical non è riuscita a mantenere il suo ruolo di principale alternativa al menemismo per il successo della politica economica del governo nei riguardi della maggioranza della popolazione, nonché per il giudizio negativo dato da buona parte dell’elettorato radicale nei confronti della scelta di assecondare i desideri di riforma costituzionale di Menem, che non disponeva della maggioranza necessaria prima del Patto
    di Olivos.

    Alcuni leaders radicali accusano Alfonsín di aver compromesso allora le possibilità del partito avendo rinunciato a fare chiaramente opposizione con un atteggiamento remissivo, ma non è affatto detto che la scelta contraria avrebbe dato dei frutti diversi data la forza dei risultati economici del governo giustizialista.

    Una fetta del consenso tradizionale dei radicali è andato invece a Bordón, che pure viene dal peronismo, la cui propоsta politica si potrebbe riassumere con il motto stabilità economica e decenza politica». Bordón propugnava infatti una sostanziale continuità in politica economica, accompagnata però da una riduzione delle ineguaglianze e da una efficace lotta alla corruzione amministrativa. È comunque ancora presto per dire che il sistema politico argentino è divenuto tripartitico data l’eterogeneità del Frepaso e la rapidità della sua ascesa.

    Se Menem ha vinto le elezioni sulle questioni economiche, nelle ultime settimane si è però riaperta l’altra grande questione-chiave della società argentina: il dramma dei desaparecidos.

    Nel 1990 Menem aveva pensato di chiudere la vicenda amnistiando i militari che erano stati condannati per delitti di sangue commessi nel corso della dittatura: come già sappiamo si trattava solo degli altri gradi, considerati gli unici responsabili. Questa misura di Menem veniva incontro alle richieste dell’Esercito, che non cessava di esercitare una minaccia sulle istituzioni democratiche mediante ribellioni con fini eversivi, l’ultima dei quali era stata diretta dal comandante Aldo Rico a capo dei famosi carapintadas solo l’anno prima.

    L’amnistia veniva però a snaturare più che a completare l’opera legislativa di Alfonsín, dato che in questo modo nessuno veniva a pagare per i crimini del settennato della dittatura, peraltro spaventosi. I principali responsabili si godono una comoda pensione o, dimessisi dall’Esercito, sono entrati nel settore privato.

    Il fuoco covava dunque sotto le ceneri nell’Argentina dell’euforia economicа.

    La questione è riesplosa con forza nel periodo pre-elettorale. Il capo di stato maggiore dell’Esercito, generale Balza, ha fatto un’autocritica televisiva a nome della sua Arma, confessando i crimini da sempre sospettati e lasciando intendere che per le migliaia di desaparecidos non vi è alcuna speranza. Nei giorni successivi il generale Paulik a nome dell’Aeronautica confermò questa autodenuncia, a cui era previsto venisse inevitabilmente ad aggiungersi un’analoga iniziativa della Marina.

    William Hogarth: La corte». Parigi, Bibliotèque Nationale

    Altri militari confessarono pratiche mostruose, quali i voli della morte», le torture, l’allontanamento dei figli dai genitori.

    Era una verità che in fondo tutti sapevano, ma è sempre scioccante ritrovarsela in faccia in tutta la sua crudeltà quando essa viveva anestetizzata nella memoria e circondata da dubbi in realtà un po’ illogici.

    Alle autocritiche dei militari si è unita quella del leader della guerriglia montonera (filo-peronista) Firmenich, che ha così chiuso il cerchio delle responsabilità di ognuno negli anni di piombo argentini.

    Anche alla Chiesa, accusata di non avere né denunciato né impedito il massacro, sono state rivolte molte critiche. Nonostante i tentativi fatti da Alfonsín e Menem di chiudere in un modo o nell’altro la questione, essa è ritornata a galla: il trauma di quegli anni era stato troppo forte.

    Ma che soluzioni oggettive rimangono aperte? Sembra difficile poter annullare con effetto retroattivo le leggi del 1987, ma anche se il perdono incondizionato ai responsabili degli eccidi ha il sapore della beffa.

    Forse solo il tempo riuscirà a cicatrizzare le ferite di quegli anni: nel frattempo bisogna dire che le polemiche che hanno scosso la società argentina nel mese precedente le elezioni non hanno avuto effetti significativi sui risultati elettorali.

    Il rilancio economico sembra poter fare da contrappeso ai fantasmi del passato: ma anche la crescita degli anni scorsi è in parte ridimensionata dal problema della disuguaglianza.

    È attorno a questi temi che la politica argentina è chiamata a confrontarsi negli anni del secondo mandato di Menem: tanto il governo quanto l’opposizione hanno centrato la loro campagna elettorale sulla lotta alla disoccupazione e alla povertà. Gli elettori argentini hanno dato fiducia a Menem basandosi sui buoni risultati della sua gestione precedente, ma è in questo secondo quinquennio che tali risultati devono trovare il loro consolidamento.

    Se Carlos Menem riuscirà a vincere la sua scommessa, forse si potrà davvero parlare del menemismo come di un nuovo movimento politico con una personalità propria che si proietterebbe al di là della propria matrice originaria, il peronismo. Bisogna infatti dire che il peronismo nella versione di Menem si discosta in molti punti dal modello di Péron, permeato di terzomondismo e di venature anti-capitalistiche oggi del tutto minoritarie nel partito giustizialista.

    Le scelte di Menem sono invece saldamente ancorate ai modelli dell’economia di mercato e della spinta verso l’internalizzazione oggi dominanti sugli scenari mondiali.