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  • Il conflitto tra Perù e Ecuador nel quadro delle controversie territoriali in America Latina

    L’obiettivo di questo articolo non è tanto quello di illustrare nei dettagli la breve guerra che per quaranta giorni, tra la fine di gennaio ed i primi di marzo di quest’anno, ha messo di fronte il Perù e l’Ecuador nel territorio della cosiddetta cordigliera del Condor, quanto quello di inserire tale conflitto nel contesto delle relazioni internazionali nel subcontinente latino-americano, e in particolare della problematica legata ai conflitti di frontiera.

    Questo tipo di controversie è infatti quello che ha provocato la pratica totalità dei conflitti che si sono verificati tra le repubbliche latino-americane dal momento della loro indipendenza. Facciamo dapprima il punto sul conflitto tra Perù e Ecuador per ampliare successivamente la portata del nostro discorso.

    La rivalità tra i due paesi derivante da controversie sulla delimitazione della frontiera comune è di vecchia data: essa si è prodotta praticamente sin dai tempi dell’indipendenza, ed è dovuta al fatto che Perù e Ecuador hanno ereditato. come del resto le altre repubbliche, le preesistenti delimitazioni dei diversi virreinatos dell’impero spagnolo, che si trasformarono quindi da frontiere amministrative a frontiere internazionali.

    E qui, come altrove, tali delimitazioni non erano state definite con chiarezza in regioni pressoché inaccessibili, la cui conoscenza era rimasta molto imprecisa sin dai tempi della colonizzazione spagnola.

    In questo caso la controversia si situa nella zona della cosiddetta cordigliera del Condor, nella quale per un tratto di 78 kmq. la frontiera non è definita ed esiste quindi un territorio di 340 kmq che entrambi i paesi considerano proprio.

    Il primo conflitto tra Perù e Ecuador in questa zona si era prodotto tra il 1858 e il 1861. La pace di Mapasingue che vi aveva fatto seguito non chiuse però la questione, e fu richiesta la mediazione del re di Spagna. La sua sentenza arbitrale non fu però accettata dall’Ecuador. La controversia rimase quindi aperta, per sfociare in conflitto nel 1941.

    La guerra terminò con una severa sconfitta per l’Ecuador, che dovette accettare una perdita territoriale di 174 mila kmq, cioè di un 40 per cento della sua superficie complessiva.

    In situazione d’inferiorità l’Ecuador dovette accettare l’anno successivo le condizioni imposte nel Protocollo di Rio, che defini le frontiere stabilite dalla guerra, fatta eccezione per i 78 km. cui
    abbiamo già accennato, dato che non era disponibile una cartografia attendibile della zona.

    l Protocollo ebbe la forma di un trattato tra i due paesi, firmato con la garanzia di quattro potenze: Argentina, Brasile, Cile e Stati Uniti d’America. Tale formula avrà le sue conseguenze anche nella soluzione del conflitto attuale.

    Nel 1960 l’Ecuador denunciò formalmente il Protocollo, che considerava impossibile da applicare, e da allora il contenzioso si è trascinato tra scaramucce fino a oggi, con un conflitto di più ampie dimensioni nel 1981.

    Lo scontro di quest’anno è stato però il più grave dalla guerra del 1941.

    Bisogna sottolineare il fatto che l’Ecuador non si limita a rivendicare il territorio attualmente conteso, ma continua ad avere pretese su tutta la zona persa nel 1941: quindi su tutto il territorio a ovest del fiume Marañón, in piena foresta amazzonica.

    Mantenere vivo il conflitto con il Perù nella zona del Condor significa quindi mantenere aperta la possibilità di riconquistare la propria porzione di foresta amazzonica, dalla quale l’Ecuador è stato estromesso.

    Questo fatto spiega in parte che in Ecuador si sia seguita tutta la vicenda con maggior fervore che in Perù (ma non porta certo ad attribuire a Quito le responsabilità della guerra, di pressoché impossibile assegnazione).

    Ma perché il Protocollo di Rio non definì un tracciato chiaro della frontiera in questa regione, lasciando quindi aperta una controversia pericolosa?

    Il problema è legato alla scarsa conoscenza della regione, impervia e abitata quasi solo da tribù di indios (shuar, achuara e aguarunas). La delimitazione definita nel Protocollo aveva preso come punto di riferimento un presunto corso dei fiumi Zamora e Santiago che non corrispondeva alla realtà, mentre la presenza di un altro fiume di cui si ignorava l’esistenza, il Cenepa, veniva a complicare ulteriormente la delimitazione dei confini.

    La valle del fiume Cenepa, considerata da entrambe le parti territorio nazionale, è il luogo dove si sono svolti i combattimenti.

    Si è parlato di presunte ricchezze minerali nella zona, in particolare della presenza di importanti giacimenti auriferi. Ma non esistono informazioni realmente attendibili su questo punto, e in ogni caso lo sfruttamento eventuale di tali risorse richiederebbe degli investimenti ingenti dalla dubbia reddittività: in realtà alle radici della controversia non ci sono delle motivazioni economiche, ma piuttosto delle considerazioni di tipo nazionalistico, che trovano nella controversia territoriale una possibilità di sfogo.

    La crisi è stata gestita, dopo un tentativo di intervento del segretario generale dell’Organizzazione degli stati americani (Oea) César Gaviria, dalle potenze garanti del Protocollo di Rio: i negoziati si sono svolti dapprima a Brasilia e dopo la mancata accettazione da parte dell’Ecuador di una prima proposta di accordo sono sfociate nella pace dell’Itamaraty (17 febbraio).

    Tale patto, che prevedeva un cessate il fuoco e il ritiro delle truppe in territorio non in conflitto in presenza di osservatori internazionali, non è stato rispettato dalle parti. Successivamente è stato raggiunto un altro accordo, di natura simile, firmato a Montevideo il 1° marzo, in occasione della cerimonia di assunzione della presidenza della Repubblicaа dell’Uruguay da parte di Sanguinetti, alla quale hanno partecipato tanto il capo di stato peruviano Fujimori quanto il presidente dell’Ecuador Durán Bailén.

    Questo accordo è attualmente in fase di applicazione: dobbiamo sottolineare il fatto che apparentemente gli scontri sono questa volta davvero cessati e che la fase bellica della controversia sembra essersi arrestata.

    Il bilancio in termini di vite umane varia, secondo le fonti. da 100 a 300. Ingente lo sperpero di risorse economiche, se pensiamo che il costo di un giorno di guerra sarebbe stato, secondo alcune stime, di circa dieci milioni di dollari per il solo Perù, e che tali spese sono state effettuate da economie in netta difficoltà.

    Ma al di là della controversia territoriale, quali sono stati i fattori che hanno portato alla escalation del conflitto, giudicato dalla comunità internazionale un’assurdità?

    In primo luogo dobbiamo chiarire che è praticamente impossibile attribuire delle responsabilità sull’inizio delle ostilità a uno dei due paesi in particolare: non esistono prove al riguardo, e difficilmente potrà mai essere fatta piena luce su questo punto.

    In assenza di osservatori internazionali e di qualsiasi tipo di testimonianza non di parte, l’unica fonte di informazione esistente sono le accuse contrapposte di sconfinamento mosse sia dall’una sia dall’altra parte: essendo perdipiù la zona di difficile accesso risulta arduo uscire dal gioco delle propagande contrapposte, oggettivamente di poca utilità per l’analisi.

    L’ipotesi che ci sembra più corretta è la seguente: più che da una responsabilità chiara di uno dei due paesi il conflitto è stato provocato dalla coincidenza di movimenti militari di entrambe le parti nella zona rivendicata nei giorni dell’anniversario della firma del Protocollo (29 gennaio 1942).

    Le autorità militari dei due paesi hanno probabilmente elevato il tono della contesa, anziché assumere l’atteggiamento contrario. La dinamica in cui ci si è trovati è stata quindi quella della
    guerra (non ufficialmente dichiarata), anche se le cause oggettive che la giustificavano non erano in quest’occasione più pregnanti che in passato. Più che di motivazioni particolari possiamo parlare di condizioni che hanno favorito questo sviluppo della situazione.

    Abbiamo già accennato all’aleatorietà delle motivazioni economiche. Il quadro di fondo nel quale si inserisce il conflitto è caratterizzato piuttosto da motivi di politica interna.

    La prossimità delle elezioni presidenziali del 9 aprile può avere in certa misura influenzato gli atteggiamenti del governo peruviano, date le strette relazioni di quest’ultimo con le forze armate.

    Se il conflitto non è stato provocato per questo motivo, di certo è stato usato per fini propagandistici.

    Come già sottolineavamo nell’articolo sul Perù pubblicato nello scorso numero della rivista, può non essere estraneo allo sviluppo bellico da parte peruviana il ridimensionamento del pericolo interno causato da Sendero Luminoso: per la prima volta dopo molti anni l’esercito peruviano è stato in grado di mobilitare forze ingenti e truppe di élite in un conflitto esterno. Eccoci quindi in presenza di un’altra delle condizioni che possono avere favorito la escalation del conflitto.

    Per quanto riguarda l’Ecuador, il presidente Sixto Durán Bailén era al nadir della sua popolarità prima del conflitto e l’ondata di fervore nazionalistico provocata dalla guerra, molto più accentuata a Quito che a Lima, ha giocato a suo favore nel quadro degli equilibri politici interni. Anche se l’interessato ha negato più volte di essere in una posizione difficile di fronte all’esercito, è probabile che lo sviluppo della crisi abbia portato dei dividendi sia alla sua immagine sia alle forze armate, una istituzione-chiave nel sistema politico ecuadoriano.

    Il motivo per il quale la guerra è stata vissuta con molta più partecipazione in Ecuador che in Perù è legato alle radici storiche del conflitto: il Perù è il nemico per antonomasia dell’Ecuador dai tempi della guerra del 1941 e della relativa amputazione territoriale.

    Il Perù considera invece suo principale nemico il Cile, che a sua volta conquistò nella guerra del Pacifico significative parti di territorio peruviano. La controversia con l’Ecuador ha quindi per il Perù un’importanza minore e fa meno parte dei valori collettivi nazionali.

    La situazione attuale del conflitto è quella più logica: le ostilità sono cessate (militarmente nessuna delle due parti, nonostante la superiorità peruviana, aveva la possibilità di raggiungere la vittoria totale) e l’accordo raggiunto tra le parti nel quadro degli strumenti giuridici previsti dal Protocollo di Rio è la premessa per un negoziato approfondito che, in presenza di osservatori internazionali, permetta di giungere a un regolamento definitivo della controversia.

    È da sottolinearsi come in questa circostanza la diplomazia interamericana abbia dato buoni risultati e il conflitto si sia potuto ricomporre nel quadro delle strutture previste dal trattato del 1941, senza intervento diretto delle Nazioni Unite.

    Come dicevamo all’inizio del nostro articolo, il conflitto della cordigliera del Condor si inserisce in una tradizione bellica latino-americana motivata essenzialmente da controversie sulla delimitazione delle frontiere.

    Le contrapposizioni di tipo ideologico-politico hanno avuto scarso peso nei contrasti tra le repubbliche latinoamericane, che d’altro canto sono rimaste sostanzialmente estranee alle grandi guerre mondiali del XX secolo: quasi sempre sono state le controversie su porzioni di territorio che hanno motivato delle guerre interamericane, che però nel loro complesso hanno avuto delle conseguenze infinitamente minori, in termini di perdite umane e materiali, rispetto a quanto successo ad esempio in Europa nel periodo dal 1820 a oggi (cioè dai tempi dell’indipendenza delle repubbliche).

    Come già accennato in precedenza, i numerosi contenziosi territoriali sono originati dal fatto che, una volta tramontata l’utopia bolivariana di un’unica patria latino-americana, nacquero degli stati che ereditarono le frontiere amministrative preesistenti, che molto spesso non erano chiaramente definite a causa della mancanza di informazioni geografiche precise che si univano alla mancanza di interesse da parte delle autorità provinciali (perché delimitare precisamente porzioni di territorio inaccessibili che in fondo appartenevano alla stessa entità statale?).

    Le repubbliche latino-americane nascono quasi tutte nello stesso periodo e sulla base di processi simili: non esiste una diversificazione forte alla radice dei nazionalismi latino-americani.

    Le controversie territoriali costituiscono quindi l’asse portante attorno al quale si strutturano i particolarismi nazionali in America Latina.

    L’enfatizzazione del concetto di territorio «virtuale», coincidente quindi con le pretese nazionali, è divenuta la regola, è passato a far parte dei valori collettivi nazionali ed è stata la causa di numerosi conflitti.

    Limitiamoci a ricordare alcuni di questi confronti bellici: il più importante fu forse la guerra del Pacifico del 1883, grazie alla quale il Cile si impossessò della provincia peruviana di Tarapaca e
    della regione costiera boliviana di Antofagasta, privando così da allora la Bolivia di un accesso all’Oceano. Nel XX secolo ricordiamo la guerra del Chaco tra la Bolivia e il Paraguay, il conflitto di Tacna-Arica tra il Cile e il Perù, il conflitto di Leticia tra il Perù e la Colombia, naturalmente la guerra del 1941 tra il Perù e l’Ecuador, la guerra del 1969 scoppiata tra El Salvador e l’Honduras.

    Attualmente circa metà del tracciato delle frontiere latino-americane è il risultato di una guerra o di un accordo tra ineguali; rimangono aperti contenziosi su circa tremila km. di frontiera (7 per
    cento del totale) e su circa 600 mila kmq. di territorio (3 per cento del totale).

    Alcune controversie sono state risolte pacificamente: ricordiamo il contenzioso tra Cile e Argentina sulla laguna del Desierto, territorio patagonico che nel 1994 passò all’Argentina per accordo mutuo e quello relativo al canale di Reagle, risolta nel 1978 con mediazione papale.

    Una sentenza del settembre 1992 della Corte internazionale di giustizia ha роsto fine alla controversia tra Honduras e El Salvador, che aveva causato la guerra del 1969 (la guerra cosiddetta del «pallone»).

    Parecchi contenziosi sono ancora aperti:

    • – Colombia e Venezuela sono in disaccordo sulla delimitazione delle rispettive acque territoriali nel golfo di Maracaibo, ricco di petrolio, anche se una commissione bilaterale è stata formata nel 1990 per dirimere la questione;
      – la Bolivia non ha mai accettato la perdita del suo accesso al Pacifico e rivendica i territori persi nella guerra del 1883: le relazioni tra Perù e Cile sono migliorate, ma rimane aperto il contenzioso della provincia di Tarapaca;
      – il Guatemala, che ha riconosciuto solo nel 1990 l’indipendenza del vicino Belize, ne rivendica ampie parti di territorio;
      – tra Argentina e Paraguay vi è una frontiera irregolare, quella delimitata dal fiume Pilcomayo;
      – Guyana francese e Suriname sono in litigio per cinquemila kmq attorno al fiume Maroní;
      – tra Suriname e Guyana vi è un conflitto di attribuzione su 15 mila kmq di foresta tropicale; altri 130 mila kmq sono oggetto di disputa tra la stessa Guyana e il Venezuela;
      – il Nicaragua rivendica l’arcipelago caraibico di San Andrés, oggi colombiano.

    Vi sono quindi ancora parecchie questioni aperte: quali possibilità ci sono che tali situazioni possano sfociare in conflitti aperti? Nella maggior parte dei casi sono piuttosto scarse, dato che gli interessi economici in gioco sono relativi.

    Bisogna poi considerare che se in passato la diplomazia multilaterale interamericana non ha ottenuto sempre risultati brillanti nella soluzione delle controversie internazionali, l’aria che si respira attualmente nel subcontinente è quella dell’integrazione economica quale cammino per lo sviluppo piuttosto che quella del confronto: in questo contesto, e in presenza in tutti i paesi latino-americani di sistemi democratici, le dispute territoriali dovrebbero perdere gradatamente peso.

    In tal senso il conflitto tra Perù e Ecuador avrebbe rappresentato un’eccezione: i due paesi sono democrazie e appartengono alla stessa organizzazione economica regionale, il Patto Andino e malgrado questo fatto sono arrivate alle armi.

    Bisogna però sottolineare come questo processo di integrazione sia probabilmente il meno dinamico in America Latina (il Perù se ne era anche ritirato) e come sia la democrazia peruviana sia quella ecuadoriana siano caratterizzate da un notevole peso delle forze armate nella vita politica, che condiziona in buona misura i comportamenti presidenziali.

    Se cerchiamo di stabilire in America Latina una correlazione tra lo scoppio di conflitti e la presenza nei paesi coinvolti di governi democraticamente eletti, non siamo in grado di trarne delle conclusioni significative.

    Ma se invece cercassimo di stabilire tale correlazione tenendo conto del peso dell’esercito nella vita politica nazionale i risultati sarebbero assai più significativi.

    Il ricorso alla guerra diviene in questo quadro più legato a obiettivi di politica interna che di politica estera e le gerarchie militari possono avere la tendenza a sottolineare il loro peso politico in un contesto del quale la diffusione della democrazia può far presagire un loro ridimensionamento.

    L’importanza del concetto di territorio nazionale nella cultura collettiva delle nazioni latino-americane costituisce lo scenario di fondo che può favorire tali situazioni.

    Nel caso del conflitto tra Perù e Ecuador, tali fattori hanno avuto senz’altro un loro ruolo.

    In termini più generali possiamo però affermare che la guerra della cordigliera del Condor dovrebbe essere stata un’eccezione e che le controversie territoriali in America Latina troveranno una loro soluzione sempre più in un ambito negoziale.

  • Le contraddizioni apparenti della fragile democrazia peruviana

    Le contraddizioni apparenti della fragile democrazia peruviana

    Il caso peruviano offre molti spunti di interesse da analizzare con attenzione, dato che in questo paese si sono prodotte delle situazioni politiche che hanno colto di sorpresa gli osservatori e che risultano apparentemente paradossali.

    Ad esempio aveva fatto scalpore, nel l’elezione alla Presidenza della Repubblica di Alberto Fujimori. un ingegnere di origine giapponese completamente estraneo al mondo della politica.

    È vero che la meteorica ascesa di Fujimori nei mesi precedenti le elezioni e la sua vittoria sul favoritissimo della vigilia Mario Vargas Llosa aveva costituito per tutti gli osservatori, anche in Perù, una sorpresa colossale.

    Ma è anche vero che gli analisti, che avevano data per scontata la vittoria di Vargas Llosa e della sua proposta liberale, avevano ipotizzato che gli elettori peruviani si sarebbero comportati come quelli europei e l’avrebbero fatto in circostanze simili: ma evidentemente non fu così e cercheremo di spiegare perché.

    Lo stesso fatto che Fujimori fosse di origine giapponese aveva sorpreso molti, che avevano senza dubbio sottovalutato il peso, anche numerico, che le comunità orientali (cinesi e giapponesi) hanno in certi paesi dell’America Latina. Ancora più sorprendente era stato, nell’aprile 1992, il cosiddetto «fujigolpe», il colpo di stato dall’alto mediante il quale il presidente eletto aveva dissolto le Camere e assunto poteri dittatoriali con l’appoggio delle Forze Armate.

    Tale avvenimento sembrava infatti andare in controtendenza rispetto al processo di democratizzazione che aveva contraddistinto i sistemi politici latinoamericani nel corso degli anni Ottanta. In un contesto nel quale tutti i presidenti erano stati eletti a suffragio popolare, proprio uno di questi rompeva l’incantesimo facendo planare sul subcontinente le ombre del passato.

    Ma cosa fu davvero il «fujigolpe»? Si trattò di una reazione presidenziale agli intoppi posti alla sua azione da assemblee a lui ostili o, come sostengono altri, il presidente lo aveva pianificato sin dall’inizio con la complicità di parti dell’Esercito?

    In questo secondo caso Fujimori non sarebbe altro che l’ennesimo dittatore populista apparso nella storia della Repubblica del Perù, ad onta delle speranze che aveva fatto nascere al momento dell’elezione, alimentate dagli indubbi elementi di novità presenti nel suo personaggio.

    E il Perù avrebbe perso altro tempo sulla strada della propria modernizzazione, così necessaria per affrontare con successo la battaglia contro il sottosviluppo. Se invece la prima ipotesi fosse quella valida, la tappa Fujimori rappresenterebbe un passaggio obbligato per liberare il Paese dalla morsa della vecchia classe politica e rilanciare il sistema politico peruviano su nuove basi, lontano dalle esperienze del periodo 1980-1990 (presidenze Belaunde e Garcia, le più significative esperienze democratiche della storia repubblicana).

    La reazione internazionale al colpo di stato dell’aprile 1992 era stata di unanime condanna nei confronti di Fujimori, proprio per quell’inquietante ritorno al passato che faceva presagire.

    Ma alle condanne verbali non fece seguito, né da parte degli altri stati latinoamericani né da parte degli Stati Uniti, una gestione efficace della crisi diplomatica prodottasi, per cui il comportamento antidemocratico di Fujimori non provocò che ritorsioni molto limitate verso il suo regime.

    L’Organizzazione degli stati americani (Oea) dimostrò una volta di più la sua totale inefficacia, nonostante fossero apparentemente in gioco valori fondamentali per le democrazie dell’area.

    La destituzione del presidente golpista da parte delle Camere dissolte e la proclamazione di Máximo San Román (secondo vicepresidente di Fujimori) quale legittimo presidente del Perù, provocò una crisi temporanea che si esaurì in poco tempo di fronte al dato di fatto dell’effettività del potere di Fujimori a Lima.

    La protesta finì lì e la comunità internazionale non insistette più di tanto nelle sue condanne.

    D’altro canto, nello stesso Perù non ebbe luogo una decisa ribellione della società e delle istituzioni nei confronti del neo-dittatore, come invece avvenne l’anno seguente in Guatemala quando la Procuradoría general, il Tribunal constitucional e la stampa riuscirono a trascinare l’opinione pubblica contro il presidente Jorge Serrano, che aveva cercato di riprodurre in quel Paese l’esempio di Fujimori assumendo poteri dittatoriali.

    Sembrerebbe quindi che sia la società peruviana sia la comunità internazionale abbiano concesso in fondo una certa fiducia a Fujimori anche dopo il colpo di stato, la prima dando credito alla sua richiesta di maggiori poteri necessari per fronteggiare le emergenze del terrorismo e della situazione economica, la seconda accettando senza troppi problemi i piani di ritorno alla democrazia da questi presentati a più riprese.

    Tutti i sondaggi relativi alle prossime elezioni presidenziali di aprile indicano un chiaro vantaggio per Fujimori, che si accaparrerebbe più del 45 per cento dei voti con un chiarissimo vantaggio rispetto all’unico suo concorrente di peso, Javier Pérez de Cuellar, l’ex segretario generale delle Nazioni Unite, il quale, come e più di Vargas Llosa cinque anni fa, riscuote invece i consensi unanimi degli osservatori internazionali.

    Anche non volendo dare troppo credito ai sondaggi, che però cinque anni fa si rivelarono esatti, pare chiaro a pochi mesi dalle elezioni che Fujimori è in netto vantaggio sui suoi avversari e dovrebbe essere rieletto.

    Ma com’è possibile che un presidente della repubblica divenuto dittatore possa vincere delle elezioni? Ancora una volta ci confrontiamo a un paradosso apparente del caso peruviano.

    Per cercare di dare una risposta soddisfacente a queste contraddizioni apparenti facciamo ora un passo indietro nel tempo. per seguire quelle che sono state le costanti che hanno caratterizzato il sistema politico peruviano dal momento dell’indipendenza (1823) a oggi e che possono aiutarci a capire la situazione attuale.

    Per circa cinquant’anni, fino al 1872, il potere politico in Perù è stato esercitato da militari: la borghesia creola forniva invece i quadri della burocrazia. I vari caudillos che si succedettero non riuscirono a dare un’impronta marcata allo Stato, le cui dimensioni aumentavano in assenza però di un disegno organico e di una stabilità istituzionale.

    Si pensi ad esempio che, dal 1823 al 1867, furono promulgate sette diverse costituzioni e che nessuna poté davvero consolidarsi.

    Naturalmente nel Paese esistevano, come ovunque in America Latina, una fazione liberale e un’altra conservatrice, ma in quel periodo esse rimasero comunque subordinate al potere dei militari. E’ nel 1876 che, per la prima volta, viene eletto presidente un civile, Manuel Pardo, leader appunto del Partido civil.

    Tale formazione politica rappresentava gli interessi delle élites economiche, colpite dalle crescenti concessioni fatte agli investitori stranieri. Un altro partito importante sul finire del secolo scorso fu il Partido democrático, conservatore e al tempo stesso populista, ma la particolarità peruviana è che tale bipartitismo non riuscì a consolidarsi. A differenza di altri paesi dell’America Latina ove la struttura partitica bipolare è giunta sino ai giorni nostri, garantendo una certa stabilità politica pur spesso interrotta da regimi autoritari, in Perù le formazioni politiche non hanno mai potuto calarsi a fondo nella società sino a diventare un reale punto di riferimento.

    Così al tramonto dei partiti ottocenteschi fa seguito, negli anni Trenta del nostro secolo, l’emergere di nuovi movimenti politici dalle caratteristiche assai diverse: l’Unión revolucionaria e, soprattutto, l’Apra (Alianza popular revolucionaria americana) di Haya de la Torre, che si richiama al socialismo ma non al marxismo e che vuole dare a tale ideologia un taglio specifico indo-americano.

    L’Apra si svilupperà parecchio tra gli studenti e le classi medie emergenti, ma rimarrà a lungo al di fuori della legalità. Essa riuscirà a raggiungere il potere solo molto più tardi, nel 1985, quando gran parte del suo slancio ideale sarà venuto meno e il partito sarà caduto in mano a leaders senza scrupoli: saranno gli anni nefasti della presidenza di Alán García (1985-1990).

    Altri partiti si svilupperanno più tardi: Acción popular, il Partido social cristiano, Izquierda unida, ma nessuna di tali formazioni, pur ottenendo successi parziali, riuscirà davvero a dare un’impronta decisiva al sistema politico e allo Stato.

    Abbiamo quindi identificato una prima costante del sistema politico peruviano: la debolezza dei partiti e il loro scarso radicamento nella società.

    La seconda costante è strettamente legata alla prima: in assenza di partiti politici forti, a cui dobbiamo aggiungere anche la tradizionale scarsa incidenza dei sindacati (solo l’11 per cento dei lavoratori vi è iscritto), l’istituzione politicamente più solida del Paese è stato da sempre l’Esercito e di regola il potere è stato esercitato, direttamente da questi o con il suo appoggio, sotto forme dittatoriali.

    Il più recente esempio del peso dell’Esercito in Perù è la crisi scoppiata improvvisamente con l’Ecuador nella Cordigliera del Condor al confine tra i due paesi: è praticamente impossibile definire quale delle due parti sia stata responsabile dello scoppio delle ostilità, ma non crediamo sia estraneo al rapido sviluppo del conflitto il fatto che le Forze Armate peruviane, ormai meno impegnate nella lotta contro il terrorismo, abbiano voluto dare una dimostrazione di forza ad uso più che altro interno. D’altro canto, anche in Ecuador l’Esercito è padrone della situazione e in un contesto di questo tipo la crisi ha potuto degenerare rapidamente al di là dell’importanza effettiva della zona contesa.

    La preminenza politica delle Forze Armate peruviane a livello centrale è stata rinforzata, nel corso degli anni Ottanta (quelli della democrazia), dal controllo diretto esercitato dai militari su parti crescenti del territorio nazionale nel quadro della guerra contro Sendero luminoso.

    Nelle province nelle quali veniva dichiarato lo stato di guerra le leggi statali perdevano temporaneamente la loro vigenza ed era l’Esercito che assumeva l’esercizio dei diversi poteri.

    Se, d’altro canto, consideriamo che Sendero luminoso ha tenuto per molti anni il controllo di diverse parti del Paese, sulle montagne e nel sud, ci possiamo rendere conto di come i peruviani abbiano dovuto a lungo convivere con una situazione di legalità precaria, la quale non ha potuto che attenuare la saldezza delle istituzioni democratiche.

    Ed eccoci alla terza caratteristica di fondo della società peruviana: in presenza di uno stato elefantiaco ma inefficace, di un corpus giuridico e di un sistema giudiziario inadatti a regolare accettabilmente la società e la vita economica, di eccezioni rilevanti al normale funzionamento delle leggi legate al terrorismo senderista e in assenza di partiti politici con largo seguito popolare, capaci di convogliare le richieste di cambiamento, la società ha saputo sviluppare un sistema parallelo allo Stato che ha permesso alla gente comune di sopravvivere.

    Ci stiamo riferendo all’esplosione dell’economia informale, che si è enormemente sviluppata in America Latina negli anni della grande crisi economica (la década perdida degli anni Ottanta), che ha proprio nel Perù uno dei suoi esempi più eclatanti (e meglio studiati).

    Lo sviluppo del tessuto microeconomico informale, costituito da piccole imprese, da attività e da servizi che suppliscono alle carenze dell’economia ufficiale e dello Stato (si pensi, ad esempio, alle migliaia di automobili che a Lima vengono trasformate in taxi saltuari con un semplice adesivo e che costituiscono una parte fondamentale del trasporto urbano), è associato anche a un sistema giuridico parallelo a quello ufficiale, basato più sulla consuetudine che sulle leggi (1).

    Quindi, se teniamo conto delle tre соstanti che abbiamo identificato, possiamo calibrare meglio le vicissitudini alterne della democrazia in Perù e gli atteggiamenti dell’opinione pubblica, che si differenziano chiaramente da quelli considerati normali in un paese a democrazia matura.

    In questo quadro si era presentato sulla scena politica, nel 1990, Mario Vargas Llosa, scrittore di fama internazionale, deciso a portare il Perù sulla strada della modernizzazione, che per lui coincideva con un’impostazione di tipo liberale.

    Tali riforme sembravano del tutto necessarie per rivitalizzare l’incerta democrazia peruviana, indebolita da dieci anni di fallimenti governativi: nel quinquennio 1980-1985, la presidenza Belaunde, supportata da Unión popular e dal Partido social cristiano, non aveva saputo portare avanti delle riforme decisive per lo sviluppo del Paese, mentre nel quinquennio successivo il governo aprista di Alán García era naufragato sugli scogli di una gestione саtastrofica dell’economia e di una corruzione di dimensioni scandalose. A tale difficile situazione politico-еconomica si aggiungeva poi l’attacco portato allo Stato da Sendero luminoso, раdrone di una parte del territorio nazionale.

    Vargas Llosa, un personaggio al di fuori della politica tradizionale peruviana, ebbe però il torto di presentare fin troppo chiaramente nei suoi programmi quelle che sarebbero state le soluzioni politiche che avrebbe adottato una volta eletto: naturalmente si trattava di riforme che avrebbero ridimensionato il peso dell’economia pubblica e che avrebbero avuto dei rilevanti costi sociali (2).

    Per molti mesi Vargas Llosa poté pensare che sarebbe diventato senza oppоsizioni presidente, quando apparve sulla scena il carneade Fujimori. La sua campagna elettorale fu improntata al più smaccato populismo, senza alcuna chiarezza sui programmi.

    Ma si trattava di un personaggio ancor più nuovo di Vargas Llosa, che dal canto suo fu penalizzato anche dall’appoggio esplicito di diversi partiti tradizionali, e che per di più non prometteva sacrifici.

    Una volta eletto Fujimori, il quale non aveva alle spalle un grande partito e non poteva quindi contare su un significativo appoggio parlamentare (il suo movimento, Cambio 90. non ebbe molti deputati nelle elezioni del 1990) applicò naturalmente delle politiche di austerità in contraddizione con le promesse elettorali, ma slegate (una volta di più!) da un organico processo di riforme.

    Si può discutere a lungo sulla premeditazione o meno del golpe dell’aprile 1992 da parte di Fujimori: le conseguenze per l’analisi delle due diverse ipotesi sono quelle cui abbiamo accennato in precedenza.

    Ciò che più ci preme sottolineare è реrò che molti dei partiti del dissolto Parlamento commisero certamente un errore quando decisero di non presentarsi alle elezioni del Congreso constituyente democrático del novembre 1992, permettendo così al dittatore di riconvertirsi in presidente legittimo con una maggioranza assoluta di seggi a favore della sua formazione politica.

    Fujimori potè quindi far approvare, tramite un referendum popolare svoltosi nell’ottobre 1993, una nuova Costituzione confacente ai suoi interessi, che prevedeva tra l’altro la possibilità della rielezione immediata del presidente.

    Ma questi errori delle opposizioni non bastano però a spiegare perché oggi Fujimori sia in testa nei sondaggi pre-elettorali e che un peruviano su due sia disposto a votarlo nel mese di aprile.

    Il principale fattore esplicativo è la percezione, da parte dell’opinione pubblica, che la battaglia contro Sendero luminoso sia stata vinta.

    Per dare un’idea di cosa abbia rappresentato per il Perù il conflitto armato con la guerriglia, basti pensare che dal 1980 esso ha provocato, secondo dati dell’Instituto constitución y sociedad, più di 27 mila morti e danni materiali valutati in 20 miliardi di dollari, cui naturalmente vanno aggiunti i danni derivati dal mancato sviluppо dell’economia dovuto allo sforzo antiterrorista (3).

    La vita stessa del Paese è stata completamente sconvolta da questo conflitto: non solo alcune regioni, come quella di Ayacucho, culla del senderismo, erano sotto il controllo pratico della guerriglia, ma nella stessa Lima la presenza di Sendero aveva raggiunto una tale forza che l’organizzazione diretta da Abimael Guzmán era stata in grado, ancora nel 1992, di paralizzare la vita della capitale per diversi mesi con la proclamazione dello sciopero armato.

    La cattura di Guzmán è avvenuta il 12 settembre 1992: tale avvenimento ha un’importanza fondamentale nella lotta contro Sendero, dato il verticismo del l’organizzazione e il potere assoluto da questi (conosciuto dai militanti come il Presidente Gonzalo, quarta spada del comunismo, legittimo successore dell’eredità di Mao) esercitato su di essa.

    Da quel momento i metodi forti usati dall’Esercito contro Sendero e il Mita (Movimiento revolucionario Tupас Аmaru) hanno causato un notevole indebolimento della guerriglia: circa 12 mila guerriglieri sono stati catturati, altri 3500 hanno consegnato le armi beneficando della ley de arrepentimiento promulgata dal governo.

    Il terrorismo non è stato completamente sconfitto e nonostante l’atteggiamento cooperativo assunto da Guzmán, che dal carcere di Base Naval lancia appelli chiedendo la resa ai suoi seguaci, alcune frazioni di terroristi, raggruppate sotto la leadership di Oscar Ramirez Durand, continuano a essere attive nella regione di Ayacucho: ma è senz’altro vero che Sendero non ha più la stessa caраcità operativa del passato.

    Tale cambiamento è palpabile soprattutto nella capitale, dove la vita ha recuperato la normalità smarrita.

    Non bisogna quindi stupirsi che la Grande Lima, che raccoglie ormai più del 60 per cento della popolazione peruviana, appaia oggi come un chiaro feudo fujimoriano.

    Se ai progressi nella lotta antiterrorista aggiungiamo che il presidente ha astutamente concentrato nella prima parte del suo mandato le misure più antipopolari per il risanamento dell’economia, riservandosi per quest’ultimo anno pre-elettorale un approccio populista, che lo vede impegnato in continue inaugurazioni di opere pubbliche di vario tipo, possiamo capire dove abbia le sue radici il consenso per Fujimori.

    L’economia sta mostrando solo qualche timido miglioramento (controllo dell’inflazione) e la situazione resta critica, ma il peruviano medio percepisce comunque dei cambi positivi, che può facilmente paragonare con il continuo deterioramento delle proprie condizioni di vita nella tappa democratica.

    In questo contesto è sceso in campo Pérez de Cuellar, mosso, a suo dire, dall’eccessivo autoritarismo del regime e dalla critica al presidenzialismo di Fujimori plasmato nella nuova Costituzione. Pérez de Cuellar pensa che non ci siano alternative alla politica economica di
    Fujimori, ma considera smaccatamente elettoralista la politica sociale del governo, che avrebbe dovuto essere avviata molto prima come una parte organica dell’insieme della politica economica (non dimentichiamo che il 50 per cento dei peruviani vive al di sotto della soglia della povertà). Un altro punto debole di Fujimori è, secondo il suo avversario, l’eccessivo centralismo della sua politica, che non fa che accentuare l’esagerato peso di Lima nella vita del Perù, rinforzando il circolo vizioso costituito dall’attrazione che la capitale esercita sulla popolazioni provinciali (4).

    La candidatura di Pérez de Cuellar é naturalmente ben accettata dagli osservatori internazionali, ma oggi come oggi sembra difficile che possa imporsi nelle elezioni di aprile: le ragioni della forza di Fujimori sono quelle già illustrate, che trovano le loro radici profonde in quelle costanti della storia peruviana (debolezza dei partiti politici, preminenza delle Forze Armate dell’autoritarismo, disposizione del Paese a convivere con l’illegalità) cui abbiamo accennato.

    In questo contesto il feuilleton che vede come protagonisti Fujimori e sua moglie Susana Higuchi, divenuta suo avversario politico alla testa del movimento Armonía – Siglo XXI, non sembra avere effetti devastanti sulla popolarità del presidente, che d’altra parte può essere spinta ulteriormente verso l’alto dall’ondata di nazionalismo provocata dal conflitto con l’Ecuador.

    La candidatura di Pérez de Cuellar è poi indebolita dal suo stesso profilo, un diplomatico prestigioso percepito come qualcuno lontano dalla realtà del Pаеse, nonostante l’abbia percorso in lungo e in largo nei mesi che hanno preceduto l’annuncio della sua candidatura.

    Come e più di Vargas Llosa cinque anni fa, Pérez de Cuellar corre il rischio di essere interpretato come un candidato venuto da fuori e, malgrado abbia esplicitamente rifiutato l’appoggio dei partiti tradizionali, di essere etichettato come espressione della vecchia classe politica, che sappiamo così impopolare.

    Alla luce di tutti questi fattori esplicativi l’apparente anomalia della popolarità di Fujimori viene ridimensionata: in realtà il Perù rappresenta un esempio lampante delle difficoltà sperimentate dalla democrazia di tipo occidentale nei paesi in via di sviluppo.

    Il dibattito sull’adeguatezza di questo sistema a tali realtà è, peraltro, uno dei più appassionanti cui oggi si devono confrontare tanto i politologi quanto i pоlicy-makers, date le straordinarie conseguenze che esso ha sullo sviluppo degli scenari strategici internazionali e sulle relazioni Nord-Sud.

    Note
    (1) Sull’economia informale in Perù vedasi: Rostros de la informalidad, Instituto de desarrollo del sector informal,
    Lima 1992.
    (2) Per approfondire la posizione di
    Vargas Llosa si può fare riferimento all’opera del figlio Alvaro: La contenta
    barbarie
    , Editorial Planeta, Barcelona
    1993.
    (3) Per approfondire la conoscenza di
    Sendero luminoso sono disponibili numerose pubblicazioni.
    Possiamo citare: D. Kruijt, Entre Sendero y los militares. Alfonso Aguilar, Lima
    1991.
    G. Gorriti, Sendero: Historia de la guerra milenaria del Perù. Apoyo, Lima
    1990.
    AA. VV., Shining Path of Peru. St. Martin’s Press, New York 1992.
    (4) cfr. l’intervista a Javier Pérez de Cuellar pubblicata su El Pais di giovedì 8 settembre 1994.

  • Il Brasile di Cardoso tra speranze e incertezze

    Il Brasile di Cardoso tra speranze e incertezze

    Che significato ha, per il Brasile, la vittoria di Fernando Henrique Cardoso al primo turno delle elezioni presidenziali del 3 ottobre scorso?

    Siamo a una svolta per questo paese dove tutto è gigantesco, le dimensioni, le potenzialità, ma anche i problemi, le diseguaglianze, persino le passioni? O non corre piuttosto il rischio di vivere l’ennesima delusione?

    Per cercare di rispondere a questi interrogativi analizzeremo dapprima il contesto nel quale si è arrivati alle elezioni, per poi valutare le prospettive che si presentano al neo-eletto presidente.

    In primo luogo dobbiamo ricordare che Cardoso, economista e sociologo di fama internazionale, rappresentante del Partido social democrata brasileiro (Psdb), non succede a un presidente eletto a suffragio popolare ma a Itamar Franco, già vicepresidente di Fernando Collor de Mello privato delle sue funzioni in seguito a impeachment da parte del Congresso nel dicembre 1992.

    Tale inabilitazione veniva a porre fine a un lungo braccio di ferro tra le Camere e il presidente, poi esautorato, susseguente alle rivelazioni emerse sull’esistenza di un sistema di malversazione di fondi pubblici, corruzione e frodi facente capo a Collor in persona.

    Enorme lo sdegno dell’opinione pubblica brasiliana: manifestazioni di piazza si erano susseguite nel corso di quell’anno in tutto il paese, che si scuoteva per una volta dall’apatia tradizionale nei confronti della politica che da sempre lo caratterizza. In tali manifestazioni primeggiavano i giovani, che più degli altri si sentivano traditi da quel Collor che doveva rappresentare il definitivo consolidamento del nuovo Brasile.

    Infatti non bisogna dimenticare che questi, nel 1989, era stato il primo presidente eletto a suffragio universale dopo la fine della dittatura militare.

    Fuori dal giro della politica tradizionale e dei grandi partiti, era riuscito a imporsi proprio grazie alla sua aria giovanile e decisa, alla sua telegenicità, oltre che al suo programma basato sui principi liberali e – ahimé – sulla lotta alla corruzione.

    Collor aveva quindi fatto coagulare attorno a sé grandi speranze, poi disilluse in maniera brutale. Ed era proprio in reazione a tale delusione che, per la prima volta, il brasiliano si muoveva. Molto si è scritto, con toni anche entusiastici, sul fenomeno, sia in Brasile sia all’estero.

    Al riguardo, riteniamo doveroso sottolineare come fattori decisivi che avevano portato all’esautorazione di Collor fossero stati, al pari e forse più dell’indignazione popolare, la debolezza del suo partito (Partito da renovação nacional, Prn) nella Câmara e nel Senado, che spiega le difficili relazioni tra i congressisti e il presidente, esacerbata dalla sua tendenza a scavalcare le Camere mediatizzando all’eccesso le sue politiche, nonché il fallimento del suo piano di lotta all’inflazione.

    Questo, infatti, aveva complicato non poco la vita delle famiglie brasiliane (congelamento dei salari e dei conti bancari), senza però riuscire a incidere sull’inflazione, rimasta altissima.

    Senza queste due circostanze concomitanti, dubitiamo che il solo sdegno popolare avrebbe portato all’impeachment.

    A Collor successe, a norma di costituzione, il suo vice, Itamar Franco, non coinvolto negli scandali: ereditò un’inflazione al 1100 per cento, tassi d’interesse reali al 30 per cento, un pesante debito estero e un sistema economico in profonda recessione.

    I primi mesi del suo governo furono caratterizzati da una notevole incertezza, dato che il presidente non chiariva le linee del suo programma. Quando lo fece, mise al primo posto tra i suoi obiettivi la riduzione rapida del tasso d’inflazione e di quello d’interesse: la difficoltà nel raggiungimento di tale scopo fu la causa del contrasto con le autorità monetarie e i ministri economici (due ministri delle Finanze e due governatori del Banco do Brasil si dimisero nei primi otto mesi della presidenza Franco).


    Il Plano economico di Itamar, presentato nell’aprile 1993, prevedeva la riduzione a zero del deficit annuale, la riduzione dei tassi d’interesse sul debito pubblico, un programma di privatizzazioni (per le quali si poteva concedere fino al 100 per cento del capitale a investitori stranieri), un piano di rilancio dell’edilizia e della produzione agricola, misure d’accompаgnamento nel campo sociale. Elaborato dal ministro Resende, poi dimessosi, esso fu ben accolto dal mondo imprenditoriale in quanto non prevedeva misure di shock come il precedente Plano Collor: ma non erano tali misure a mancare, dato che il progetto era carente anche di indicazioni sugli strumenti concreti da utilizzare per raggiungere gli obiettivi
    prefissati. Tale carenza lo rendeva simile più a una dichiarazione di buone intenzioni che a uno strumento operativo con possibilità di successo.

    Questa insufficienza veniva a sommarsi alla debolezza politica di fondo di Franco, non supportato da un partito proprio nel Congresso e comunque privo di una leadership convincente per l’intera durata del suo corto mandato presidenziale. Entra in scena a questo punto Cardoso, nominato ministro delle Finanze in sostituzione di Rasende.

    Cardoso era già ministro nel governo di Itamar Franco, dove deteneva il dicastero degli Affari esteri, nel quale era stato collocato probabilmente per motivi di immagine: esiliato durante la dittatura militare, è infatti, come abbiamo già segnalato, un economista di fama mondiale e ha insegnato in prestigiose università europee, sudamericane e statunitensi. Si trattava, quindi, di un personaggio con un capitale di credibilità spendibile sulla scena internazionale dopo le disavventure dell’era Collor.

    Cardoso si metteva subito all’opera e nel giugno 1993 presentava il Plano Verdade, che sarebbe servito da base a quello successivo, il più dettagliato Plano Real, presentato nel dicembre dello stesso anno.

    Il Plano Verdade aveva come punti fondamentali la riduzione della spesa pubblica, la lotta contro l’evasione fiscale, la sospensione dei trasferimenti dal governo federale agli stati e ai municipi debitori (il debito complessivo di tali istituzioni ammontava a circa 40 milioni di dollari), la concessione di maggiori poteri d’intervento alla Banca centrale.

    Dal successo delle riforme economiche dipendeva anche l’esito dei negoziati con i creditori del debito estero brasiliano.

    In questo senso, era di capitale importanza proprio la sospensione dei trasferimenti nei confronti degli stati, i cui automatismi sono previsti dalla legge fondamentale dello stato, per cui tale misura richiedeva una revisione costituzionale: bisogna essere coscienti di quanto questo punto sia delicato nel contesto politico brasiliano.

    I partiti non sono infatti realtà molto forti, e gli eletti a Brasilia sono più portati a difendere gli interessi locali che rappresentano piuttosto che a seguire discipline di partito. È chiaro, quindi, che una riforma di questo tipo, penalizzante le istituzioni periferiche, non poteva non suscitare forti contrasti.

    Per questo motivo l’approvazione del Fundo social de emergência, finanziato dal taglio del 15 per cento dei trasferimenti costituzionali agli stati e ai municipi, è stato ún grande risultato per Cardoso. Oltre a rappresentare la premessa del successo della sua strategia economica, ha costituito la garanzia per i creditori internazionali della serietà delle riforme poste in essere dal governo brasiliano: in questo modo, nell’aprile 1994, l’accordo per lo scaglionamento di una tranche di debito estero brasiliano di 49 miliardi di dollari è stato firmato con il beneplacito del Fondo monetario internazionale.

    Il successo sul piano del debito con l’estero era quindi legato al miglioramento della situazione delle finanze pubbliche. Tale miglioramento era l’effetto della prima fase del Plano Real, che per combattere l’inflazione attaccava il deficit pubblico e che alla già segnalata riduzione dei trasferimenti alla periferia aveva affiancato un aumento generalizzato del 5 per cento delle tasse federali.

    La seconda fase del piano, adottato il 1° marzo, aveva per scopo l’eliminazione dell’effetto psicologico dell’inflazione passata mediante l’adozione dell’Urv (Unidade real de valor), calcolata quotidianamente dal Banco do Brasil come media di diversi indici di costo della vita. L’Urv veniva adottata su base volontaria, fatta eccezione del calcolo dei salari e dei trasferimenti previdenziali. Il Banco do Brasil provvedeva poi, tramite operazioni sul mercato dei cambi, a mantenere l’Urv agganciata al dollaro.

    In giugno la terza fase ha visto l’introduzione del real, ossia dell’Urv ormai adottata da tutti gli agenti economici: il rapido passaggio a questa terza fase è proprio la dimostrazione del successo del piano o, perlomeno, degli effetti psicologici positivi che ha saputo trasmettere al mondo economico e all’opinione pubblica.

    Nel corso dell’estate l’inflazione scendeva drasticamente dal 45 al 5 per cento mensile, con gran sollievo delle famiglie brasiliane.

    Sull’onda dei successi economici, Cardoso annunciava la sua candidatura alla presidenza, modificando una situazione che per lunghi mesi aveva visto Lula da Silva. il candidato del Partido dos trabalhadores (Pt) in testa ai sondaggi d’opinione.

    La popolarità di Lula era alimentata da diversi fattori: l’ex sindacalista metallurgico di Sao Paulo, già sconfitto al secondo turno da Collor nel 1989, è senz’altro una figura rispettata in Brasile anche dai suoi avversari. Bruciati dall’esperienza del nuovo in realtà vecchissimo di Collor, e con partiti conservatori incapaci di esprimere progetti e uomini convincenti, i brasiliani sembravano convinti di poter dare un’opportunità all’onesto Lula, che forse si sarebbe potuto rivelare la persona giusta per combattere alla radice i mali endemici del Brasile.

    L’apparizione della stella Cardoso e il successo del Plano Real hanno però rimescolato le carte in tavola.

    Cardoso, uomo della sinistra moderata, ha ampliato la sua base elettorale accettando l’appoggio del Partido do frente liberal (Pfl), conservatore, alla sua candidatura.

    Si è verificato quindi il paradosso di due candidati di sinistra in competizione: gli altri (Eneas, Brizola, Quercia, Amin) non hanno avuto importanza.

    Lula ha puntato tutta la sua campagna sull’alleanza del Psdb con il Pfl e sulle negative conseguenze di tale patto per Cardoso, nonché sui costi sociali del Plano Real.

    Ma la classe media, che sembrava dovesse appoggiare Lula, è stata conquistata dal successo nella lotta contro l’inflazione, che ha avuto effetti immediati sulla vita quotidiana e ne ha attribuito i meriti a Cardoso.

    Nel corso delle ultime settimane prima delle elezioni era palpabile in Brasile la vittoria di Cardoso, al primo o al limite al secondo turno. Il fatto che abbia potuto ottenere la maggioranza assoluta dei voti (contro un 21 per cento per Lula e un 6 per cento per Eneas), significa che ha ricevuto l’appoggio non solo dei ceti medi ma anche dei votanti tradizionali della destra, chiaramente contrari all’ipotesi Lula.

    Non ha favorito il candidato del Pt nemmeno l’abbinamento delle presidenziali con le elezioni legislative federali, quelle per i 27 governatori e quelle per le assemblee legislative degli stati (in totale, tra il 3 ottobre e il 15 novembre, erano in gioco 1700 mandati). Il Pt è un partito non molto radicato in varie parti del paese e i suoi candidati, pur presentati ovunque, non hanno potuto creare un effetto di trascinamento pro-Lula, che si è invece verificato nel caso di Cardoso, appoggiato da più partiti tradizionali.

    Ma quali sono le prospettive della presidenza Cardoso?

    È indubbio che il successo del Plano Real rappresenta un elemento positivo, ma sarà in grado il presidente di portare avanti le sue riforme senza essere boicottato dai membri del Congresso, gelosi custodi degli interessi locali e in generale dello status quo? E soprattutto, come gestirà il rapporto con la componente di destra che ha appoggiato la sua candidatura? Prevarrà l’anima socialdemocratica o quella liberale nel suo governo? Preoccupa, ad esempio, il ruolo del discusso vicepresidente di Cardoso, Marcos Maciel, vecchio marpione della politica brasiliana, già collaboratore dei militari, e fa pensare anche l’appoggio dato a Cardoso da Rede Globo, che aveva «inventato» Collor nel 1989.

    Ma l’ipoteca di destra non è l’unica che pesa su Cardoso. Come gestirà il difficile problema dei costi sociali derivanti dal risanamento finanziario, che si inseriscono in una realtà già di per sé squilibrata?

    Come già notammo nel caso del Messico di Salinas nel numero scorso, anche in Brasile si tratta di canalizzare la crescita economica in meccanismi redistributivi che riducano le tremende diseguaglianze regionali e sociali che caratterizzano il paese.

    È probabile una certa collaborazione con Lula, i cui rapporti con il presidente sono buoni, e che sarebbe opportuna anche per cercare di coinvolgere i sindacati nel processo riformistico, ma come si comporterà la componente conservatrice della maggioranza di Cardoso?

    Il presidente si trova quindi in una situazione pericolosa: è stato eletto con una maggioranza schiacciante ma deve convivere comunque con una situazione politica complessa.

    Per di più dovrà non solo portare a termine il risanamento economico e affrontare i problemi sociali, ma anche confrontarsi con alcune scelte strategiche fondamentali per il futuro del paese.

    Ci riferiamo da un lato all’approfondimento del processo di integrazione regionale nel quadro del Mercosur, che supporrà un grosso sforzo d’adattamento per un paese che in passato ha spesso preferito seguire vie autonome; dall’altro, alla necessità di intraprendere importanti riforme politiche per rivitalizzare non solo la pubblica amministrazione ma l’intero stato.

    A questo proposito, dobbiamo sottolineare come i tre poteri fondamentali dello Stato brasiliano attraversino una situazione di crisi bisognosa di interventi solleciti e profondi: l’esecutivo ha perso credibilità con Collor e in parte con Itamar Franco, presidente penalizzato dalla debolezza della sua situazione politica; il legislativo è inoperante, quasi accidioso nei suoi comportamenti. Si pensi che, nel corso della legislatura uscente, su 1402 leggi approvate dalla Camera e dal Senato solo 176 sono state di iniziativa parlamentare (1), e che i tassi d’assenteismo di deputati e senatori dalle sedute di Brasilia sono altissimi. Per quanto riguarda poi il potere giudiziario i tribunali sono subissati da una mole di lavoro che non riescono assolutamente a smaltire.

    La pubblica amministrazione è poi sovradimensionata, sia a livello di personale sia per numero di istituzioni, che spesso esercitano competenze sovrapposte.

    Tutti questi problemi sono strutturali richiedono una strategia complessiva e una forza politica che forse vanno al di là delle possibilità del presidente eletto.

    Non c’è dubbio che Fernando Henrique Cardoso sia una persona di grandi caраcità, probabilmente il miglior presidente che i brasiliani potessero scegliere, ma la sfida è comunque titanica.

    Gli anni del suo mandato diranno se il desiderio di cambiamento espresso dagli elettori indica una volontà reale di superamento delle contraddizioni che permeano il paese: in questo caso il Brasile si presenterebbe all’appuntamento con il XXI secolo finalmente in grado di sfruttare pienamente le sue enormi potenzialità.

    Nota
    (1) Dati ricavati da Folha de S. Paulo,
    speciale dell’11 settembre 1994.

  • Le elezioni presidenziali in Messico: continuità o cambiamento?

    Si sono date interpretazioni discordanti del risultato delle elezioni messicane del 21 agosto. Alcuni osservatori vi hanno visto uno smacco per il Pri (Partido revolucionario institucional), al potere ininterrottamente da 65 anni, che, pur vincitore, ha visto scendere i consensi per il suo candidato, Ernesto Zedillo Ponce de León, sotto la soglia del cinquanta per cento: è la prima volta che succede, dato che nel passato i candidati alla presidenza presentati dal Pri erano stati sovente candidati quasi unici.

    Altri preferiscono sottolineare il fatto che le recenti elezioni sono state le più equilibrate dell’intera storia repubblicana: per la prima volta ben tre candidati erano in lizza con serie probabilità di successo, e le previsioni della vigilia lasciavano presagire anche la possibilità di una sconfitta per Zedillo. In questo senso il risultato rappresenterebbe un successo per il Pri,
    che non solo riesce a ottenere l’elezione del suo candidato, ma soprattutto riesce a farlo nel contesto di un processo elettorale accettabilmente limpido, migliorando quindi la sua credibilità non solo interna ma anche internazionale.

    Per dare un giudizio equilibrato dobbiamo analizzare cosa era davvero in gioсо nelle elezioni del 21 agosto. Prima di tutto diamo breve spazio ai numeri.

    Alle elezioni presidenziali del 21 agosto si presentavano tre candidati principali: quello del Pri, Ernesto Zedillo, è risultato vincitore con il 48,87 per cento dei voti; quello del conservatore Pan (Partido de acción nacional), Diego Fernandez de Cevallos, ha ottenuto il 26,09 per cento, mentre il candidato di sinistra, Cuauhtémoc Cardenas, leader del Prd (Partido de la revolución democrática), si è piazzato in terza posizione con il 16,42 per cento dei suffragi.

    Alle elezioni presidenziali erano abbinate le elezioni legislative, che hanno visto un trionfo del Pri: dei 298 seggi assegnati alla Camara de diputados (al momento in cui scriviamo due seggi erano ancora in lizza), il Pri ne ha ottenuti 268, il Pan 25 e il Prd 5. Al Senado la situazione migliorava un poco per le opposizioni dato che il sistema elettorale prevede una doppia ripartizione dei seggi: in prima istanza si assegnano dei seggi ai candidati del partito primo classificato nel collegio elettorale, mentre un certo numero di seggi va ai candidati secondi classificati. Dei 64 seggi assegnati secondo il primo metodo il Pri ne ha ottenuti 62 (2 sono stati per il Pan), mentre tra i candidati secondi classificati il Pan ha avuto 22 eletti, il Prd 9 e il Pri 1. Se aggiungiamo al calcolo i senatori di cui non scadeva il mandato, il Senado ha la seguente composizione: Pri 94, Pan 25, Prd 9.

    Molto significativa la partecipazione dei cittadini, dato che i votanti sono stati più del 70 per cento degli aventi diritto, percentuale ben superiore alla consueta che si aggira attorno al 50 per cento, a dimostrazione dell’importanza attribuita a questa tornata elettorale.

    Queste elezioni erano state un poco enfaticamente presentate come le più importanti della storia del Messico: non solo il Pri rischiava per la prima volta di perderle, ma esse si inserivano nel quadro di una serie di avvenimenti di importanza fondamentale per la storia del Paese.

    Tali avvenimenti sono l’entrata in vigore dell’Area di libero scambio nordamericana (Nafta in inglese, Alena in spagnolo) con Stati Uniti e Canada, avvenuta 1’1 gennaio di quest’anno; la rivolta contadina dello Stato di Chiapas, scoppiata lo stesso giorno, che ha avuto un enorme impatto sull’opinione pubblica e sulla situazione politica messicana; il clamoroso assassinio, avvenuto a Tijuana il 6 marzo, del candidato del Pri alla Presidenza della Repubblica, Luis Donaldo Colosio. Accanto a tali avvenimenti-cardine dobbiamo segnalare altri fattori che testimoniano una realtà in ebollizione: le riforme economiche di stampo liberale portate
    avanti nel corso del suo mandato dal presidente uscente Salinas de Gortari, che hanno avuto successo ma che non hanno ancora intaccato le contraddizioni di fondo del sistema sociale di un paese nel quale convivono il favoloso tenore di vita delle classi legate al potere e la miseria da Terzo Mondo di una buona parte della popolazione; il peso crescente delle bande messicane di narcotrafficanti (1), il cui ruolo non è tanto legato alla produzione quanto al transito degli stupefacenti dai paesi produttori sudamericani verso gli Stati Uniti; il clima di violenza politica che ha sempre contraddistinto il Messico ma che non accenna ad attenuarsi; le sequele di crimini sui quali non è stata fatta piena luce e che hanno delle relazioni evidenti con le profonde trasformazioni in atto nel Paеse, quali l’assassinio, avvenuto lo scorso anno a Guadalajara, del cardinale Juan José Posadas e il rapimento del più importante banchiere messicano, Harp Helu, intimo del presidente Salinas e uomo-chiave del processo di privatizzazioni da questi avviate.

    Tutto questo insieme di fattori evidenzia una situazione estremamente complessa, per cui è opportuno che facciamo un passo indietro per analizzare cos’è successo negli ultimi anni.

    Quello del Messico è sempre stato un cаso atipico nel quadro dei sistemi politici latinoamericani: un paese caratterizzato da una singolare stabilità politica che faceva seguito ai turbolenti anni Dieci e Venti.

    Il partito che raccoglie l’eredità rivoluzionaria fu fondato da Lázaro Cárdenas (padre di Cuauhtémoc) alla fine degli anni Venti. Il Pri evidenzia nel suo nome quella che per un europeo è una contraddizione di fondo, ma che per un latinoamericano non è tale: vi si associano infatti la rivoluzione e quello che apparentemente è il suo contrario, le istituzioni.

    Il messaggio che traspare da questa impostazione è quello della trasformazione delle istanze rivoluzionarie in slancio permanente.

    Il cardine del consenso del Pri è stata, nel corso dei decenni, la riforma agraria: la distribuzione delle terre ai contadini è stato il principale collante mediante il quale il Partito ha potuto controllare le sterminate campagne messicane. La terra rimaneva proprietà della nazione ma era affidata ai campesinos. Attorno a questo elemento il Pri ha costruito un sistema di controllo politico delle campagne che gli ha permesso di vivere indisturbato, senza alcuna opposizione politica, fino agli anni Ottanta. I processi elettorali erano rigidamente controllati con svariati metodi; il sindacalismo sempre stato di natura politica e di stretta osservanza priista; le stesse forze armate non hanno mai assunto in Messico un ruolo politico, rimanendo ai margini della vita civile in un ruolo molto defilato.

    Il Pri si è quindi identificato con lo Stato, quasi un partito unico al riparo da qualsiasi tipo di attacco esterno.

    Naturalmente al suo interno si sono formate varie famiglie politiche spesso in lotta tra loro, ma è sempre esistito un consenso di fondo che rendeva possibile una ripartizione delle cariche politiche e dei posti-chiave dell’economia.

    Il controllo del Pri sulla vita sociale è stato per decenni assoluto: chiunque ambisse a qualcosa in Messico doveva fare i conti con questo sistema e adeguarsi.

    Il fulcro del sistema politico messicano è il presidente, che esercita poteri pseudoregali durante i sei anni del suo mandato. Particolarmente significativa è la facoltà che il presidente uscente, non rieleggibile, ha sempre avuto di nominare il candidato del Pri alle successive presidenziali, (il cosiddetto dedazo), il che equivale a dire che ha sempre potuto nominare il suo successore.

    Per quanto riguarda l’economia, essa è stata tradizionalmente caratterizzata da una notevole presenza del settore pubblico, cui appartenevano le principali imprese, in logica coerenza con i principi ideologici di fondo. Particolarmente significativo il controllo pubblico sul petrolio (Pemex): in questo settore, che rappresenta una delle principali risorse del Paese, il Messico ha sempre seguito una politica autonoma, al di fuori dell’Opeс.

    I due principali punti deboli dell’economia messicana sono tradizionalmente lo scarso afflusso di capitali stranieri, reso difficile dalle difficoltà legali, visto che per lungo tempo i cittadini stranieri non hanno potuto possedere beni messicani (appartenenti in esclusiva alla nazione) e i già menzionati problemi di distribuzione della ricchezza tra le classi sociali.

    Inoltre negli anni Ottanta il Messico è investito in pieno dal problema dell’indebitamento estero: per uscire da questa spirale negativa il governo del presidente De la Madrid, nel quale aveva un ruolo chiave al dicastero (secreteria) della Programmazione e del Bilancio il futuro presidente Salinas, lancia le prime liberizzatrici dell’economia.

    Sarà però con la presidenza di Salinas, tecnocrate quarantenne con Ph. D. a Harvard, personaggio con un profilo completamente diverso da quello dei dinosauri dell’apparato priista, che la strada della liberalizzazione verrà imboccata definitivamente.

    Salinas arriva alla presidenza nel 1988 caratterizzato da un profilo di eccellente economista, brillante ministro ma con non molto peso all’interno delle vecchie famiglie del Pri. Ma questo non era un handicap per il presidente, dato che uno dei punti salienti del suo programma era la rottura dei legami fisiologici del governo con il partito come passo decisivo verso il raggiungimento della pienezza democratica; l’altro punto chiave era, logicamente, la liberalizzazione dell’economia.

    Il grande problema iniziale di Salinas è stato quello della sua elezione, la cui legittimità è stata messa in discussione da più parti: è noto come Cárdenas, già allora candidato, fosse in testa nello spoglio dei voti prima che un sospettissimo guasto informatico obbligasse a uno spoglio manuale controllato in pratica dal Pri.

    Alla fine fu dichiarato vincitore Salinas con un margine minimo sul rivale, che però si imponeva nell’enorme Distrito federal (dettaglio molto significativo se si pensa al peso dello stesso nel contesto del Paese): il candidato del Pri aveva la meglio grazie alle campagne, nelle quali i meccanismi clientelari del Partito e la presenza sistematica dei suoi militanti nei seggi, cui non poteva corrispondere una presenza parimenti significativa dei militanti del Prd, inficiavano enormemente la legittimità del risultato. Si era verificata quindi l’ennesima chapuza (pasticcio): per un presidente il cui programma era imperniato sulla liberalizzazione e la trasparenza, non ci poteva essere partenza peggiore.

    Nel corso del suo mandato Salinas ha ottenuto risultati molto importanti: dal punto di vista economico la privatizzazione del sistema bancario, lo stimolo degli investimenti, il rilancio borsistico, la sostanziale tenuta della moneta a cui però bisogna contrapporre un peggioramento dei conti con l’estero e una tendenza alla diminuzione del tasso di crescita del Pib; dal punto di vista della politica estera, la recente ammissione del Messico nell’Ocse (sul Nafta torneremo); l’accordo con la Chiesa cattolica è stato un altro importante risultato, che ha temperato gli eccessi un poco paradossali del rigoroso rispetto del principio della laicità dello stato in un paese profondamente cattolico (basti pensare che, ad esempio, i religiosi non avevano diritto di voto e non possono vestire l’abito talare in pubblico). Anche per quanto riguarda la pulizia del Pri e il ridimensionamento delle sue grandi famiglie Salinas ha ottenuto buoni risultati. In questo campo il migliore alleato del presidente è stato Luis Donaldo Colosio, per quasi quattro anni presidente del Pri prima di essere nominato candidato.

    Ma il punto di svolta della presidenza Salinas è stato lo storico accordo con gli Stati Uniti d’America e il Canada (Nafta). Tale trattato ha rappresentato una scelta strategica fondamentale per il Messico, che ha sempre avuto rapporti complessi con il potente vicino: forse è fin troppo abusata la citazione del detto del presidente Porfirio Diaz, per cui il principale problema del Messico era quello di essere tan lejos de Dios y tan cerca de los Estados Unidos, ma questa visione ha sempre avuto molti sostenitori nel Paese.

    Si può discutere a lungo su vantaggi e svantaggi del Nafta per il Messico e per i suoi due partners (2), ma quando anche i vantaggi del trattato fossero solo psicologici la scelta Salinas è stata comunque capitale: in un mondo che si avvia verso la liberalizzazione globale degli scambi, attuata in primo luogo mediante processi di integrazione regionale, il Messico ha deciso di rompere definitivamente con un passato di dirigismo e protezionismo per scegliere la sfida della concorrenza, formando con gli Stati Uniti e il Canada il mercato più grande del mondo.

    Salinas e il suo gruppo di tecnocrati formatisi negli States hanno scelto, coerentemente con il loro background intellettuale, di percorrere la via preconizzata dalle istituzioni di Bretton Woods.

    Ma l’equazione liberalizzazione = sviluppo deve necessariamente completarsi con la democratizzazione: alla modernizzazione delle strutture economiche deve corrispondere necessariamente la modernizzazione delle strutture politiche.

    Salinas aveva quindi bisogno di scegliere un successore che avesse le sue stesse caratteristiche, ma soprattutto aveva bisogno che il prescelto fosse eletto democraticamente, senza alcun dubbio sulla legittimità del processo elettorale.

    Colosio, anch’egli del gruppo dei quarantenni, aveva il profilo giusto: aveva inoltre una vena popolare che lo avvicinava alla gente in maniera più diretta rispetto al freddo Salinas.

    L’omicidio di Colosio a Tijuana resterà probabilmente uno dei grandi misteri della storia messicana: tra le varie ipotesi vi sono quella di una vendetta interna del Pri (si ricordi il ruolo di Colosio alla presidenza del partito), la pista del narcotraffico, un incrocio delle due precedenti e mille altre ancora.

    Ad ogni modo Salinas si è trovato di fronte alla difficile scelta di un candidato in piena campagna elettorale. Si è inclinato per Zedillo, ex ministro del Bilancio responsabile della campagna elettorale di Colosio, uno dei pochi personaggi liberi da incarichi statali e quindi candidabile ai sensi della Costituzione messicana.

    Zedillo, economista quarantaduenne, poco carismatico, ha la stessa tipologia di Salinas e Colosio, che sappiamo essere quella necessaria agli occhi del presidente uscente.

    Ma prima di analizzare comparativamente le tre opzioni che erano offerte agli elettori messicani nelle elezioni presidenziali dobbiamo soffermarci un momento sulla rivolta di Chiapas.

    Abbiamo sottolineato come tale ribellione abbia avuto un forte impatto sull’opinione pubblica messicana: la rivolta, scoppiata nello Stato più meridionale del Paese, uno dei meno sviluppati e caratterizzato da una forte comunità di indios, è legata a un complesso di motivazioni che vanno dalla situazione di sottosviluppo oggettivo della regione alla fine del miraggio della distribuzione delle terre (Salinas ha dato infatti per terminato questo fenomeno), dalla diffidenza nei confronti del Nafta, interpretato cоme poco vantaggioso per gli stati meridionali, al difficile rapporto tra gli indios e il potere centrale. L’Ezln (Ejército zapatista de liberación nacional) si richiama esplicitamente alla figura più radicale della rivoluzione messicana, Emiliano Zapata. Non è solo la sommossa in sé, sorprendentemente ben organizzata per
    un paese senza grandi tradizioni di guerriglia, che ha richiamato l’attenzione di tutti su Chiapas, quanto piuttosto il clamoroso grido d’allarme sulla situazione di sottosviluppo di frange importanti della popolazione messicana e le possibili conseguenze politiche in un anno elettorale.

    Dobbiamo segnalare come il governo abbia scelto la via del dialogo ottenendo se non l’appoggio dei ribelli almeno la loro partecipazione alle elezioni, che ha contribuito in modo significativo alla legittimazione del processo elettorale.

    Veniamo dunque ai tre candidati principali: i loro programmi non erano poi così radicalmente diversi: tutti e tre accettavano il Nafta, anche se Cardenas voleva rinegoziarlo parzialmente; Cevallos insisteva sulla decentralizzazione verso gli stati a scapito dell’amministrazione centrale; Cardenas prometteva una maggiore spesa pubblica, mentre Zedillo era più prudente su questo punto, pur prospettando investimenti in educazione e sanità; Cevallos preconizzava un peso crescente del Congresso nella vita politiсa.

    I sondaggi pre-elettorali (una novità in Messico: prima non avevano nessun interesse!) prevedevano un risultato sostanzialmente simile a quello reale, ma nessuno ci credeva.

    Una volta noto tale risultato, quali ne sono le conseguenze?

    In primo luogo, bisogna dire che l’importante banco di prova costituito dalla correttezza del processo elettorale è stato superato: gli osservatori nazionali e internazionali coincidono nel segnalare che se delle anomalie si sono registrate, esse non inficiano la sostanziale validità
    nel risultato: Zedillo parte quindi con il vantaggio rispetto a Salinas di essere un
    presidente sicuramente legittimo.

    In questo senso le prese di posizione di Cárdenas sembrano fuori luogo: il suo ritardo nei confronti di Zedillo è tale che le sue proteste sembrano rispondere più a un cliché che a una convinzione reale. Sorprende poi l’ascesa del Pan, che mai aveva raggiunto tali livelli: tale partito aveva sempre raggiunto buone quote di consenso negli stati del nord, dove il fattore dell’attrazione esercitata dagli Usa gioca un suo ruolo fondamentale. A mio modo di vedere il consenso per il Pan è venuto da chi, convinto delle politiche di liberalizzazione economica, non lo era però tanto dall’apparato del Pri e si augurava quindi un cambio di classe dirigente.

    Il declino, per certi versi inatteso, di Cárdenas può essere letto come la sconfitta della sinistra tradizionale latinoamericana, populista e in fondo antistorica in diverse delle sue manifestazioni. Di certo la caduta dei consensi per Cárdenas è stata drastica, anche se non va sottovalutato il fatto che a questi è stato negato per cinque anni l’accesso al principale canale televisivo nazionale (Televisa), veto durato fino a quando la legge in materia elettorale non ha obbligato al contrario. Ma al di là di questa considerazione, è chiaro che il ridimensionamento della sinistra messicana è assai rilevante.

    Quindi il Pri ha vinto o perso la sua battaglia? L’idea di un cambio nella continuità, cara agli strateghi del Partito, sembra avere prevalso.

    Certo, Zedillo ha già dichiarato di voler formare il suo governo con personalità non compromesse con le pratiche dominanti nel «vecchio» Pri e di voler collaborare con i due partiti di opposizione: sono fenomeni inauditi per i canoni della tradizionale politica messicana е fanno presagire la possibilità che, in futuro, il Pri, ormai sceso dal piedistallo della sua quasi unicità, possa perdere il potere.

    Ma un declino di questa formazione politica era inevitabile, in quanto il suo monopolio si collocava al di fuori della logica dell’evoluzione storica.

    Il punto importante è che il Pri sembra in grado di poter canalizzare le esigenze di cambiamento emerse dalla società in un modo accettabile.

    Paradossalmente la sconfitta di Cárdenas va letta proprio in questo senso: l’avere preso a riferimento l’eredità rivoluzionaria è risultata una scelta anacronistica. In un Messico pieno di contraddizioni ma dove il mito della modernità ha comunque fatto breccia, i valori ideologici tradizionali sono risultati perdenti rispetto ai nuovi schemi che vedono nel liberalismo la chiave dello sviluppo.

    Se il processo di democratizzazione formale del Paese sembra inarrestabile, e dovrebbe potersi completare senza che il Pri debba necessariamente passare all’opposizione, il futuro del Messico si giocherà proprio sulla tematica dello sviluppo sociale e quindi della democratizzazione sostanziale.

    Solo se troverà il modo di redistribuire più efficacemente i benefici della crescita economica e di aumentare in maniera significativa il livello di vita della popolazione, la classe politica attuale può pensare di sopravvivere.

    Se, al contrario, il Messico rimarrà il paese delle diseguaglianze manifeste, il futuro non può che essere pieno di incognite.

    Note
    (1) Vedasi Le Mexique confronté à la
    puissance des narco-trafiquants su Le
    Monde Diplomatique
    , agosto 1994.
    (2) Per un esame del dibattito sui vantaggi e gli svantaggi del Nafta si può fare riferimento a:
    Myths versus Facts di W.A. Orme jr. su
    Foreign Affairs di novembre-dicembre
    1993.
    Can Nafta change Mexico? di J.G.
    Castaneda su Foreign Affairs di settembre-ottobre 1993.
    Lo stesso articolo è stato pubblicato anche in spagnolo su Politica Exterior con
    il titolo: Nafta y el futuro de Méjico
    (numero 35, autunno 1993).

  • La crisi politica spagnola: una breve analisi

    Passata l’euforia del 1992, la Spagna sta vivendo una durissima crisi sociale, politica ed economica: è prevedibile che in tempi brevi esca dal tunnel nel quale sembra essersi infilata o è piuttosto preventivabile un’implosione del sistema di tipo italiano?

    Solamente un anno fa, nel giugno 1993, Felipe Gonzàlez aveva ottenuto un’insperata vittoria elettorale (la quarta consecutiva): pur non confermando la maggioranza assoluta dei seggi che aveva accompagnato il Partido socialista obrero español (Psoe) dal 1982, i socialisti avevano potuto contare su una chiara maggioranza relativa nei confronti del Partido popular (Pp) di José María Aznar. Grazie all’appoggio esterno dei nazionalisti moderati catalani e baschi, Felipe (così tutti chiamano in Spagna il leader socialista) aveva potuto formare un governo monocolore, evitando l’alleanza impossibile a sinistra con la coalizione Izquierda unida del comunista, non troppo modernista, Julio Anguita.
    La vittoria si era prodotta nonostante la crisi economica del dopo ’92 di fosse già scatenata e il tasso di disoccupazione, gran tallone d’Achille dell’economia spagnola, avesse già raggiunto livelli drammatici.

    La nueva derecha di Aznar era sembrata più convincente nel corso della campagna elettorale e il Pp sembrava poter rappresentare per la prima volta un centro-destra credibile in un paese nel quale i fantasmi di quarant’anni di franchismo sono ancora racchiusi in molto armadi.
    Dall’altra parte il Psoe, come partito, appariva senz’altro logorato dalla lunga tappa governativa (undici anni in solitario). La sua inattesa vittoria non è da accreditarsi tanto al partito, quanto alla figura di Felipe, politico di gran carisma, al quale buona parte degli elettori dubbiosi diedero alla fine un ultimo voto di fiducia, facendo registrare una partecipazione alle urne molto superiore a quella tradizionale. Molti élettori, che in condizioni normali non avrebbero votato per i deludenti socialisti, ma che mai e poi mai l’avrebbero fatto per i popolari, preferirono rinunciare all’astensione per evitare il pericolo di un ritorno al potere della destra.

    Nella stessa notte elettorale Felipe riconobbe il messaggio degli elettori e promise un cambio sobre el cambio: riaprire il Psoe alla società e fronteggiare la crisi economica.
    Cos’è successo da allora? Sul fronte del partito González ha guidato un rinnovamento interno, le cui principali vittime dovevano essere i seguaci del suo ex numero due, Alfonso Guerra, l’uomochiave del partito. Se i renovadores si sono presentati al XXXIII Congresso federale del partito tenutosi a marzo con una chiara maggioranza dei delegati, González non è riuscito in quella sede a riappropriarsi completamente del Psoе: la composizione della nuova giunta esecutiva è stata piuttosto il frutto di un compromesso con la componente guerrista del partito, espressione di un socialismo di vecchia maniera, forse malvisto dall’opinione pubblica a livello nazionale, ma molto forte a livello di consensi nelle comunità autonome, che fungono
    da serbatoio tradizionale di voti per il Psoe (Andalusia e Extremadura).

    L’opinione pubblica ha quindi percepito i risultati del congresso come un sostanziale tradimento delle promesse elettorali di Felipe.
    Sul fronte della crisi economica il governo non ha mostrato nel corso dell’anno alcuna capacità di reazione: il poсо amato ministro dell’Economia Carlos Solchaga è stato sacrificato sull’altare del riavvicinamento alla società, ma la sua sostituzione con Pedro Solbes non ha apportato nessuna iniezione di fiducia all’esangue economia spagnola.
    E’ senz’altro vero che i problemi che deve affrontare il sistema economico spagnolo sono generali e non legati solo alla congiuntura, ma soprattutto alle rigidità strutturali del sistema stesso.

    Ma fino a che punto un partito da dodici anni al potere può mascherarsi dietro meccanismi che ha provveduto in buona parte ad alimentare?
    La generosità dei sussidi di disoccupazione o l’onerosità per le imprese dei meccanismi di licenziamento nel sistema precedente alla recente riforma del mercato del lavoro erano dei chiari segnali di un notevole sbilanciamento a sinistra della legislazione nel campo del diritto del lavoro.
    Tale tendenza era certo legittima per un partito socialista nei primi anni Ottanta e ha svolto un ruolo importante nel processo di eliminazione del paternalismo dominante nella stessa materia nel periodo franchista, ma risulta difficilmente compatibile con la realtà economica degli anni Novanta.

    Il problema è che González risulta pосо credibile come profeta di ricette neo-liberali. Il ragionamento che sempre più spagnoli fanno è il seguente: non sarebbe più logico che fosse la destra moderata a comportarsi da destra? Il Psoe è stato il protagonista della modernizzazione della Spagna e del suo inserimento a pieno titolo nel contesto europeo. Può
    essere il suo stesso establishment il fulcro della fase politica successiva?
    A parte il drammatico problema della disoccupazione (24 per cento!), altre scelte-chiave di politica economica fanno discutere: ad esempio, l’ostinazione nel voler mantenere la peseta agganciata al Sistema monetario europeo non ha permesso che si verificasse quell’effetto benefico sulle esportazioni che ha avuto invece molta importanza nel caso italiano e ha bruciato ingenti quantità di riserve valutarie.
    Ma soprattutto è la mancanza di mordente del governo, l’assenza d’iniziativa che ha inquietato maggiormente l’opinione pubblica spagnola negli ultimi dodici mesi.
    A tutto ciò si deve aggiungere la valanga di scandali emersi ultimamente, che hanno messo in serio pericolo il governo González.

    Al riguardo è opportuna una premessa: in Spagna la corruzione non è endemica, non è un «sistema».
    Una pubblica amministrazione relativamente efficiente non è stata mai coinvolta, negli ultimi anni della democrazia, in grossi scandali.
    Per questo motivo l’ondata di rivelazioni sulle attività illegali del governatore della Banca di Spagna, Mariano Rubio e del direttore generale della Guardia Civil, Luis Roldán ha provocato una commozione popolare senza precedenti nel paese.
    A questi scandali istituzionali si deve aggiungere il clamoroso crollo di uno dei miti nazionali del settore privato, il presidente del Banco español de crédito, Mario Conde, che dietro la facciata di uomocopertina si è rivelato un banchiere semplicemente nefasto. Alcune istituzioni tradizionalmente più solide del Paese (Banco de España, Guardia Civil, Banesto) sono servite ad affaristi senza scrupoli per facili arricchimenti, facilitati da complicità ad alto livello e dal clima di frenesia speculativa che ha caratterizzato la seconda metà degli anni Ottanta.
    González è additato come il principale responsabile politico del clima venutosi a creare e anche se è legittimato a governare fino al 1997, pare attualmente difficile che possa portare a termine la legislatura.
    Ma quali sono le alternative?
    Il Partido popular di José M. Aznar è l’unico che possa assumere il potere: il giovane leader dei popolari ha riorganizzato il partito, modernizzandolo e adattandolo alle esigenze di un paese
    che è stato a lungo alla ricerca di una forza di centro-destra chiaramente democratica.
    In questo senso il Pp si è liberato dall’ingombrante presenza del suo fondatore, Manuel Fraga Iribarne, un po’ emarginato nella sua Galizia, dove presiede la Xunta con modo di fare da capo di stato.
    I collaboratori di Aznar sono giovani, preparati, senza legami col passato franchista. Ma basterà tutto ciò per mandare il Psoe un giorno all’opposizione?
    Probabilmente sì, ma non bisogna sottovalutare la lezione delle ultime elezioni generali.

    Finchè il Pp non supererà il problema della propria debolezza in tre comunità-chiave, quali l’Andalusia (dove il Psoe ha ancora un enorme vantaggio sui popolari in termini di consensi), la Catalogna e i Paesi Baschi (nei quali l’elettorato moderato è accaparrato dai partiti nazionalisti, Convergencia i Unió e il Partido nacionalista vasco) difficilmente pоtrà raggiungere una maggioranza di seggi nelle Cortes.
    Aznar ha puntato sull’emergente Javier Arenas in Andalusia, nominandolo presidente del partito locale: saranno illuminanti al riguardo i risultati delle elezioni locali in Andalusia per vedere se il Pp può ridurre in maniera significativa il proprio gaprispetto al Psoe.
    In Catalogna e nei Paesi Baschi la scelta dei partiti maggioritari di continuare ad
    appoggiare il governo socialista mette in una posizione imbarazzante il Pp, che non può rivendicare una sensibilità particolare per i problemi nazionalisti così importanti in queste due comunità autonome.
    La collaborazione di Convergencia е Pnv con il governo centrale sta distribuendo dividendi importanti per le comunità autonome in generale (vedasi la cessione da parte dell’Amministrazione centrale del 5 per cento del gettito dell’Irpef, l’imposta sul reddito) e per le due comunità citate in particolare: il Pp si trova quindi senza un ruolo specifico in
    Catalogna e nei Paesi Baschi, dato che l’elettorato di centro-destra ben difficilmente abbandonerà i partito nazionalisti moderati e gli elettori di centro-sinistra difficilmente passeranno al Pp dovendo superare non solo pregiudiziali di ordine ideologico, ma anche altre di ordine regionalista.

    Tale complessa situazione sta limitando fortemente l’ascesa del Partido popular, che è invece stata assai significativa nel resto del Paese.
    Altre possibilità non esistono: Izquierda unida ha un tetto limitato di consensi; altre opzioni di centro si sono evaporate (il Centro democrático y social di Suárez).
    Il sistema politico spagnolo è quindi divenuto bipolare, ma in tale quadro le possibilità di alternanza nel potere non sono ancora del tutto chiare.
    Il Psoe ha svolto un ruolo fondamentale nella storia spagnola: l’esemplare processo di transizione non avrebbe potuto completarsi senza la sua presenza al governo.
    Il problema attuale del partito è quello della sua perdita di slancio, del suo logorio: vivere in Spagna negli anni Ottanta significava essere pervasi dall’entusiasmo, dall’ottimismo innovativo di una generazione di quarantenni che aveva preso in mano le redini di un paese che scopriva finalmente le proprie grandi potenzialità, lasciandosi dietro le spalle decenni di sostanziale isolamento.

    Oggi si sorride vedendo le giacche di velluto e le camicie a quadretti indossate nei primi anni Ottanta dai leaders del Psoe, passati ora a un rigoroso grigio. Risultano irriconoscibili. Ma l’impronta che i socialisti hanno dato alla Spagna è comunque indelebile e fondamentale: essi hanno rappresentato la migliore opzione possibile per il Paese negli ultimi dieci anni.
    Questo li legittima a restare al potere per ancora molto tempo? (Felipe ama ripetere di aver bisogno di venticinque anni per trasformare completamente il Paese: saremmo quindi solo alla metà del suo tragitto).
    A parte loro la perdita di credibilità dell’ultimo anno, il grosso problema che i socialisti si portano dietro da anni è l’assoluta assenza di un leader alternativo a González: tutti i sondaggi d’opinione vedono una drastica caduta di consensi elettorali per il Psoe nel caso in cui l’attuale primo ministro non ripresentasse la propria candidatura: probabilmente rinunciare a Felipe sarebbe un passo decisivo verso la sconfitta.

    Aznar sa che, nonostante i suoi progressi personali a livello d’immagine, non può competere con González a livello di cаrisma: anche per questo motivo la tattica attuale del Pp è quella di chiederne le dimissioni, ma senza elezioni anticipate.
    Un altro socialista dovrebbe formare un governo fino alle prossime elezioni: Aznar spera di poter confrontarsi con un altro leader socialista molto meno poроlare di Felipe, attendendo al tempo stesso l’onda lunga dell’uscita dalla recessione economica (che non è ancora dietro l’angolo in Spagna). Di fatto al Partido popular non converrebbe vincere delle eventuali elezioni anticipate nell’anno in corso e coscienti di questo gli strateghi del Pp gridano allo scandalo, ma cercano di prendere tempo prima di trarre le logiche conseguenze della loro opposizione.
    La situazione politica spagnola è quindi in buona misura bloccata: il Psoe come partito può perdere le elezioni, ma Felipe ha ancora un capitale di credito personale non indifferente. Per sfruttarlo è però condannato a essere il candidato eterno del suo partito.
    La cartina al tornasole attraverso la quale verrà giudicato l’operato di Felipe in quel che resta della legislatura attuale sarà il suo impegno contro la corruzione e la sua capacità di liberare il partito dall’ipoteca degli scandali.

    Il Partido popular non può che crescere, ma con le limitazioni territoriali di cui abbiamo già discusso, che gli amputano una quota decisiva di consensi.
    Tale situazione bloccata non fa però presagire una escalation di tipo italiano, dato che non sembrano in gioco le basi stesse del sistema. Si tratta solamente di un passaggio difficile verso il completamento del processo di transizione democratica, che potrà dirsi compiuto solo nel
    momento in cui un’alternanza sarà davvero possibile: è curioso ascoltare un leader della destra spagnola proclamarsi l’erede di Manuel Azaña, il mitico presidente della II Repubblica spagnola uscita sconfitta dalla guerra civile: Aznar ha bisogno di presentarsi all’opinione pubblica come un leader affidabile, in grado di ispirarsi all’insegnamento di un grande progressista (non di sinistra) del passato, per potere far presa su quei tre milioni di elettori di centro che rappresentano l’ago della bilancia.
    Paradossalmente,González aveva adottato la stessa tattica nel 1982: citare Azaña gli era servito per convincere gli elettori di centro a vincere le proprie riluttanze e a dare una possibilità alla sinistra.
    Certo fa effetto pensare che dopo quasi sessant’anni il presidente Azaña ridiventi un punto di riferimento della politica spagnola: è questa una di quelle grandi rivincite che la Storia, a volte, riserva a personaggi a loro tempo sconfitti.