Autore: Stefano Gatto

  • I nipotini di Gandhi

    Articolo pubblicato sulla web Lo Spazio della Politica il 4 aprile 2011, attualmente inaccessibile: resumen

    La fantastica epopea del cricket in India

    https://www.facebook.com/notes/200845329946554/

  • William e Kate, una storia americana?

    Articolo pubblicato sulla web Lo Spazio della Politica il 29.4.2011, attualmente inaccessibile.

    William e Kate si sposano, solo gossip? No non solo, anche una lezione di storia politica.

  • Usa after Obama

    Articolo pubblicato sulla web Lo Spazio della Politica il 2.9.2011, attualmente inaccessibile.

    Obama, il presidente del declino.

  • In cerca di buoni e cattivi: la vicenda Assange

    Articolo pubblicato sulla web Lo Spazio della Politica il 2.9.2012, attualmente indisponibile.

    Nella vicenda Assange è inutile cercare buoni e cattivi: i ruoli non sono affatto fissi

  • Forza Chile!

    Articolo pubblicato sulla web Lo Spazio della Politica il 20.10.2010,  attualmente inaccessibile

    Dietro alla liberazione dei minatori, la storia di un paese passato dalla dittatura di Pinochet allo sviluppo economico e alla democrazia

  • Sull’uccisione di Gheddafi

    Articolo pubblicato sulla web Lo Spazio della Politica il 21.10.2011, attualmente inaccessibile

    “Era un personaggio finito, ma è chiaro che a tantissimi che l’hanno riverito sino a sei mesi fa, per poi in alcuni casi combatterlo, fa comodo morto: un processo a Gheddafi sarebbe stato uno show senza pari, ma non tutti l’avrebbero trovato divertente…”

  • Il 2013 dell’America Latina

    Il 2013 dell’America Latina

    Articolo pubblicato sulla web Lo Spazio della Politica il 6.2.2013, attualmente inaccessibile

    I cambiamenti della regione e gli scenari del 2013 in America Latina

  • Il pantano venezuelano, dove i torti son di tutti e le ragioni spariscono

    Seguendo le vicende venezuelane a fondo da prima dei tempi di Chávez e familiarizzato con la poca attenzione che si riserva di solito alle vicende latinoamericane, impressiona che questo caso porti la nostra opinione pubblica a dilaniarsi su di esse come se non ci fosse un domani: certezze d’un tipo si scontrano con certezze opposte, senza che appaia una sintesi e tantomeno un’ipotesi di soluzione. Cerchiamo di capire perchè.

    Come premessa, ma vale anche per altre parti del mondo, va sempre ricordato che l’America latina non è l’Europa e le sue società non funzionano come le nostre: inutile sovrapporre criteri ad essa estranei o letture rigidamente ideologiche. Se si rispetta la sua realtà, ci si può capire qualcosa. A coloro che hanno certezze univoche in tasca questa lettura non può servire, perché il loro Venezuela se lo sono già creato. Ma mi dirigo a chi sente un senso di confusione al riguardo.

    Il Venezuela pre-Chávez era un paese con ricchezza superiore a quella media latinoamericana, ma tremendamente squilibrato. La “Venezuela saudita” vedeva convivere ricchissimi e poverissimi, con distribuzione minima: un fenomeno latinoamericano, ma più acuto grazie al petrolio e ai suoi effetti in presenza di Stati poco organizzati. L’insufficienza del sistema politico e redistributivo e la delusione generata negli anni di corsi bassi portò all’implosione del sistema di partiti tradizionali e alla rivolta chavista, poi divenuta forza elettorale. Dal 1999, il chavismo ha tenuto il potere e portato avanti un’ideologizzazione progressiva non tanto comunista, ma bolivariano – castrista, impostata su un confronto serrato tra classi e fondato sul consenso degli esclusi dal regime tradizionale. Le classi medio – alte da subito negarono subito legittimità al consenso chavista, nonostante le indubbie vittorie elettorali: è un fenomeno molto latino, dove si considera che i “poveri” debbano contare meno dei ricchi e istruiti, e che ha le sue basi nel sistema coloniale, divenuto neo-coloniale con le indipendenze.

    In vent’anni, Chávez ha vinto sempre legittimamente le sue elezioni, nonostante le accuse di frodi e il tentativo di golpe del 2002, perché ha sempre potuto contare sulla maggioranza dei votanti, ma in uno schema di rigido confronto tra classi. In questo, Chávez è stato sempre appoggiato dai militari, che hanno in mano un’economia sempre più statalizzata. L’abbandono del paese da parte delle classi medie e degli imprenditori ha creato un vuoto che si è tradotto in totale fallimento dell’economia, incapace di diversificare al di là del petrolio. Chávez poi usò gran parte del bonus petrolifero non per sviluppare il paese ma in una frenetica diplomazia petrolifera che aveva per scopo sostituire Cuba come pilota del socialismo latinoamericano del XXI secolo. La morte di Chávez e il deterioramento economico sempre più accentuato hanno moltiplicato l’esodo (quattro milioni di venezuelani hanno lasciato il paese negli ultimi anni) e l’elezione di Maduro ha sostituito un leader carismatico come Chávez con uno molto meno capace e molto più indottrinato.

    Maduro ha accentuato i tratti “rivoluzionari”, esasperando il confronto e, pur avendo ancora vinto le elezioni a causa delle eterne divisioni nell’opposizione, il consenso del chavismo senza Chávez è sceso sempre più in basso. Nel 2015, le opposizioni hanno per la prima volta vinto delle elezioni (legislative) e come era già successo in occasione dell’unica altra vittoria elettorale dell’opposizione in vent’anni (municipali in vita di Chávez), il chavismo ha svuotato d’ogni competenza il Parlamento in mano all’opposizione come aveva fatto coi sindaci in occasione delle municipali.

    Nel 2017, si forzò l’elezione di un’Assemblea Costituente, boicottata dall’opposizione, che anziché redigere una nuova Costituzione ha decretato come primo provvedimento la sostituzione dell’Assemblea Legislativa controllata dalle opposizioni e presieduta da Guaidó.

    Questo spiega che esistano oggi in Venezuela due parlamenti, due Presidenti e due Corti Supreme, una in esilio (composta da magistrati espulsi dal chavismo, che non rispetta, in obbedienza alla sua matrice ideologica, la separazione tra poteri). Questa bicefalia, che rispecchia la rigida divisione del paese in due, è il fattore che spiega come i “tifosi” delle due parrocchie possano attaccarsi ognuno alla versione / visione che più garba loro, in una contrapposizione che il Venezuela ha esportato alle nostre case.

    Perché Guaidó si proclama presidente? Perché le presidenziali del 2018 furono boicottate dall’opposizione e non riconosciute da essa e da cinquanta paesi, tra cui Usa, europei e molti latinoamericani (gruppo di Lima). Il 10 gennaio 2019 è iniziato il nuovo mandato di Maduro, quello considerato illegittimo, e la Costituzione prevede che in caso di “vacanza” della Presidenza subentri il Presidente del Parlamento (Guaidó), anche se Maduro ha giurato presso l’Assemblea Costituente. Guaidó viene riconosciuto da cinquanta paesi sulla base di questa lettura, ma il potere nel paese e il controllo del territorio è integralmente nelle mani di Maduro. La chiave è l’appoggio dell’esercito, schierato sinora dalla parte di Maduro perché controlla le leve dell’economia e perderebbe tutto in caso di ritorno al potere delle opposizioni. E poi chi è rimasto in patria tende a essere chavista, chi è partito no, per cui non ci sono candidati in Venezuela per quella rivolta popolare che Usa e Guaidó incitano.

    Una parola su “boicottaggi” e disastro economico venezuelano. Il petrolio venezuelano è di qualità eccelsa e viene venduto in primis agli Usa; fino a gennaio 2019 mai ci sono stati problemi da quel punto di vista. Il licenziamento di tutti i dipendenti di PDVSA non iscritti al partito unico di governo PSUV ha portato a un logorio tecnico dei giacimenti e pozzi che impedisce al Venezuela di onorare i propri contratti ormai da diversi anni. In aggiunta a ciò, i prezzi basi del petrolio si sono tradotti in una riduzione delle entrate in divisa del Venezuela a un quarto nel 2018, aggravando una crisi già fuori controllo (4.000.000 % d’inflazione nel 2018). Se parliamo di boicottaggio nel senso d’impedire il commercio esiste da sessant’anni con Cuba con il Venezuela no: fino a gennaio 2019 esistevano solo sanzioni su persone del regime. Oltre a ciò, vari gruppi internazionali hanno deciso di sospendere o non concludere accordi commerciali con il Venezuela come forma di pressione, non come conseguenza di sanzioni. Il Venezuela e l’ALBA (alleanza di paesi affini) non sono riusciti a creare sistemi di forniture alternativi, e in Venezuela non si è mai sviluppata un’industria sufficiente, per cui in Venezuela non ci sono beni in circolazione. La vita è divenuta invivibile.

    Da gennaio 2019 gli Usa hanno introdotto sanzioni sul petrolio venezuelano, che adesso esistono davvero. Gli Usa hanno pensato di poter accelerare la caduta di Maduro mediante l’appoggio a Guaidó e successive rivolte popolari che avrebbero travolto il regime, ma non è successo per le ragioni sopra esposte, né succederà. Che soluzioni? Tentativi di dialogo (Rep. Dominicana) sono falliti, e nuovi formati (Gruppo di Contatto, promosso da UE, Messico e Uruguay) sono stati creati, ma devono scontare la nulla capacità di dialogo tra le parti venezuelane.

    L’unica soluzione è quanto propone l’UE: nuove elezioni a termine su regole accettate per consenso, e fine della bicefalia istituzionale che ha paralizzato il paese, essendo a un tempo causa ed effetto di un fenomeno molto venezuelano: un paese diviso rigidamente in due. Possibilità di successo? Poche alla vista, ma la caduta violenta del governo di Maduro non è un’opzione verosimile. Chi sono i buoni e chi i cattivi? La situazione è molto più diversificata e con radici profonde che non permettono vie d’uscita miracolose o soluzioni troppo favorevoli ad una parte.

    La “democrazia bolivariana” garantisce solo una parte del paese, quella “statunitense” porterebbe probabilmente, dopo vent’anni, a una “rivincita” conservatrice dai contorni inquietanti, sulla falsariga di quanto sta succedendo in Brasile e sta sviluppandosi altrove in America Latina. Le vittime sono la democrazia, che funziona male in contesti squilibratissimi, e il popolo venezuelano, che vive sempre peggio ed è ostaggio di lotte di potere che non ne tengono in conto le esigenze vitali.

  • La battaglia di Asia Bibi, condannata a morte per blasfemia in Pakistan

    Si dice sovente che il Vaticano e i paesi occidentali non siano abbastanza attivi nel caso di Asia Bibi, la bracciante cristiana condannata a morte in Pakistan per blasfemia, ed attualmente in carcere. Asia Bibi fu accusata dalle sue compagne di lavoro musulmane di aver imprecato ad alta voce contro il profeta, fatto considerato “blasfemia” e passibile di pena di morte in Pakistan.

    In Pakistan esistono ventisette motivi per decretare la pena di morte, tra questi alcuni sorprendenti per noi occidentali come blasfemia, apostasia o adulterio. Oltre 2500 persone sono condannate a morte e in attesa d’esecuzione, alcune per un crimine come la blasfemia che difficilmente può rientrare nell’ambito dei crimini d’estrema gravità per i quali il diritto internazionale ammette la possibilità di mantenimento della pena di morte (che non è vietata di per sé a livello internazionale, ma limitata nel suo uso da un trattato come l’International Covenant on Civil and Political Rights (ICCPR), ratificato da quasi tutti i paesi del mondo compreso il Pakistan).

    Nei due anni in cui ho operato in Pakistan, prima come ministro – consigliere dell’Unione Europea e poi ambasciatore (2014-16), una delle preoccupazioni principali è stato il riattivarsi delle esecuzioni, sottoposte fino ad allora ad una moratoria introdotta dal presidente Zardari nel 2009 a seguito dell’orribile attentato nella scuola di Peshawar (dicembre 2014). Solo nel 2015 furono 326 esecuzioni, e grazie ad interventi diplomatici confidenziali si ottenne qualche conversione da pena di morte a pena di prigione per certi casi ben circostanziati.  Ai quali non si dà pubblicità, è una delle regole del gioco diplomatico (per evitare di rendere impossibili ulteriori reazioni popolari, visto che la pena di morte gode di grande consenso in Pakistan). Per inciso – e lo dico qui perché è informazione poco conosciuta al grande pubblico – è alle missioni diplomatiche dell’UE (Delegazioni UE) che gli stati membri affidano la supervisione e l’iniziativa in materia di rispetto dei diritti umani. Si stabilisce una strategia per ogni paese, si tiene un dialogo annuale o semestrale e poi a Delegazione UE è incaricata dell’applicazione concreta e di gestioni ad hoc e ne sopporta i costi. In generale pochi paesi gradiscono questo tipo di questioni da parte di attori diplomatici, e non dispiace a nessuno che tocchi all’UE pagare.

    Nel caso della pena di morte, la cui eliminazione totale è oggetto una delle principali politiche dell’UE nel mondo, rimane il dilemma tra il proporre tale eliminazione, spesso obiettivo irraggiungibile, e il sostenere gestioni individuali in caso di particolari anomalie processuali cercando di “ridurre il danno” (anche se l’UE è SEMPRE contro la pena di morte). Era il dilemma con cui dovevamo convivere in Pakistan.

    Con il riattivarsi delle esecuzioni, è cresciuto il timore che anche i condannati per un crimine aleatorio come la blasfemia (come si dimostra che qualcuno ha bestemmiato la divinità? Perché si applica la pena massima solo per blasfemia nei confronti del Profeta e non di Cristo o di un dio induista?) potessero venire giustiziati, anche se le autorità pachistane lo escludevano. Nel caso di Asia Bibi, fu l’UE a pagare avvocati e protezione della famiglia, anch’essa minacciata. Il problema del delitto di blasfemia è che non solo è aleatorio in sé e applicato solo a chi bestemmia l’Islam, ma che la pressione degli ambienti religiosi ha fatto sì che si applichino in materia in Pakistan principi di giustizia islamica (che è anch’essa legge nel paese) al di sopra di quella civile. A livello di giustizia “moderna” e giurisprudenza della corte suprema, tutto è pronto per derubricare il delitto di blasfemia da quelli passibili di pena di morte e per sottoporre la prova della blasfemia a criteri ben più rigorosi dell’attuale testimonianza di due “buoni musulmani”. Nel caso di Asia esistono enormi dubbi sulla consistenza delle prove, ma proscioglierla è un passo che nessuno vuole fare, per timore della reazione dei potenti ambienti integralisti religiosi. Il problema concreto che hanno il sistema di giustizia e il governo pakistano non è quello di giustiziarla (nessun condannato a morte per blasfemia è stato mai impiccato, e da anni non si giustizia nessuna donna), ma di come liberarla senza che sembri frutto della pressione internazionale dell’”Occidente”. Il problema reale è che se venisse prosciolta, correrebbe più rischi d’essere uccisa (lei e/o la sua famiglia) da donna libera che in carcere, dove perlomeno sopravvive.

    L’unico sbocco sarebbe un proscioglimento seguito da immediato asilo politico per lei e famiglia: diversi paesi dell’UE sarebbero disposti a concederlo (per lei, non necessariamente per altri condannati a morte per lo stesso motivo: e questo apre altri problemi). In caso ciò succedesse, gli ambienti terroristi legati a movimenti integralisti islamici anti – cristiani attaccherebbero probabilmente comunità cristiane in rappresaglia, come successo due anni fa a Lahore e il mese scorso a Quetta. Non c’è il minimo dubbio che la diplomazia vaticana stia agendo in sordina per giungere alla liberazione di Asia Bibi: in Pakistan la via dei proclami e degli appelli pubblici rischia di essere più CONTROPRODUCENTE che utile, perché provoca reazioni stizzite da parte di un governo di un paese di per sé molto orgoglioso e nazionalista. Può sembrare una grande idea in Occidente, per la nostra opinione pubblica, ma non aiuta chi opera sul terreno, che deve convivere con ipocrisie ed equilibri di potere. La mia sensazione è che Asia Bibi non sarà mai giustiziata, e prima o poi liberata, ma quando avverrà, nessuno, né il Vaticano né l’UE per citare gli attori che seguono il caso più da vicino, potranno mai farlo sapere. È una delle regole del gioco che devi seguire quando ti muovi in terreni così minati.

    Per quanto riguarda i cristiani in Pakistan, esserlo ti destina a una doppia marginalità: personale e sociale. Un cristiano è un reietto, un essere inferiore destinato alle professioni più umili e sottomesso ad ogni arbitrio: ho vissuto casi che mi hanno toccato molto da vicino, in casa (persone che lavoravano per me accusate arbitrariamente di gravi crimini). È un gatto che si morde la coda: i cristiani sono gli ultimi della fila, hanno scarsissimi livelli educativi, nulla possibilità d’ascesa sociale e non sono in grado di difendersi dalle accuse anche più pretestuose. La Bibi è un simbolo, ma ingiustizie avvengono tutti i giorni. Non solo per ragioni religiose, perché non solo i cristiani ne sono vittime, ma sociali: i cristiani sono l’ultima ruota del carro, come gli zingari nelle nostre società. Più che persecuzioni anti cristiane, in Pakistan esiste una struttura profondamente clanica e classista, che esclude chiunque non appartenga al sistema di potere sunnita. Gli sciiti sono cittadini di seconda classe, il resto – cristiani compresi – emarginati.

    Nel caso di Asia Bibi, uno dei tanti casi di giustizia molto dubbia in Pakistan, non sono tanto interessi geopolitici o commerciali a rendere difficile la gestione del caso, ma l’oggettiva difficiltà derivate dal COME farlo senza provocare reazioni anti cristiane ancora peggiori in una società molto radicalizzata. Le campagne mediatiche hanno molto merito in occidente ma possono provocare effetti contrari in paesi come il Pakistan, nei quali ad esempio lo sdegno iniziale, condiviso anche lì, per l’attacco contro Charlie Hebdo si trasformò in campagna anti occidentale quando vennenro ripubblicate le vignette francesi in pompa magna.

    Dilemma che richiede comportamenti molto prudenti non solo alla comunità internazionale, ma anche allo stesso governo pachistano.

  • Una regione che si sente diversa e un premier che lì non ha voti

    Due altri elementi della situazione catalana che non ritrovo sui media italiani, le cui analisi sono in generale abbastanza improvvisate.

    Fattore culturale: il senso di diversità catalano rispetto al resto della Spagna è molto forte. L’osservazione “ma i catalani non sono spagnoli anche loro?” ha poco senso, perché un catalano si considererà sempre prima catalano e poi spagnolo. Il PP, che ha una visione dello stato e dell’appartenenza culturale molto centralista, sempre dirà il contrario “siete prima spagnoli e poi catalani”, come altri sono prima spagnoli e poi asturiani, o poi galiziani o poi delle Canarie. Un catalano non accetterà mai quest’impostazione, è un dato di fatto: non accetterà mai che la Catalogna sia una REGIONE come le altre. No, è una nazionalità propria. Chiamateli folli, ma storicamente è così. Poco utile insistere su quello, crea solo incomprensioni.

    Quest’impostazione si è rafforzata con il trasferimento alle comunità della competenza sull’istruzione, avvenuta nel 1978 con la creazione dello stato delle autonomie (autonómico). Da allora, l’istruzione, dalla materna fino all’università, si è impartita non più in spagnolo (castigliano) ma in catalano. Io ho vissuto in Catalogna negli anni ottanta, ed i miei compagni d’università erano sì bilingui (spagnolo – catalano) ma l’insegnamento era in spagnolo. Si sono sempre sentiti biculturali ed essendo in contatto ancora oggi con molti di loro continuano a sentirsi tali, spagnoli di Catalogna. Adesso la maggioranza del corpo elettorale e dei politici appartiene ad una generazione formata esclusivamente in catalano, con lo spagnolo insegnato come lingua straniera, e studia la storia della Catalogna come base di partenza, così come noi studiamo quella italiana. I programmi sono approvati dalla Generalitat, non dal ministero spagnolo. Come ho avuto modo di vedere anche in altri contesti nel quale il sistema d’insegnamento è separato su base linguistica (Belgio), questo fatto tende a creare sentimenti d’appartenenza separatisti, più che unitari. Il fatto che tu consideri lo spagnolo una lingua “seconda” tende a farti palpitare più forte il cuore quando pensi alla Catalogna, non quando pensi alla Spagna.  L’adozione del catalano come lingua madre era comprensibile come reazione all’ostracismo franchista nei confronti di quella lingua, ma ha avuto come effetto, due generazioni più tardi, di stimolare il separatismo. È una chiave di lettura molto importante per capire gli sviluppi degli ultimi anni.

    Fattore politico: il Partido Popular, al governo a Madrid, è molto piccolo in Catalogna. Pur essendo cresciuto un po’ negli ultimi anni, rappresentò l’ 8.49% degli elettori nel 2016, a fronte del 33% a livello nazionale. Il PP, primo partito in parlamento a Madrid, è solo il quinto in Catalogna. Il voto moderato o conservatore che dir si voglia in Catalogna va tradizionalmente a CiU, partito che è stato al governo autonomista per la maggior parte del tempo dal 1978, oggi ribattezzato PDeCAT (Partit Democrátic de Catalunya). Tale partito, a lungo autonomista, è diventato di recente indipendentista e si è unito alle ultime elezioni con Esquerra Repúblicana, partito da sempre repubblicano e indipendentista, sul programma comune d’ottenere l’indipendenza: il resto li divide. Questo significa che il PP ha uno zoccolo duro d’elettori molto piccolo in Catalogna, ferocemente anti – indipendenza, e non sente alcun bisogno di “catalanizzarsi” nè d’adottare posizioni politiche aperte a negoziare. Un 17.9% ha votato per un partito anch’esso anti – indipendenza (Ciutadans), ma il cui voto viene essenzialemnte da elettori che avrebbero votato PP ma che non ne possono accettare la visione così poco aperta a una “particolarità catalana” o ne sono stufi per altre ragioni (cambio generazionale, Ciutadans è un partito più “giovane” del PP).

    L’elettore di Ciutadans vuole in generale una Catalogna forte nel contesto spagnolo, ma non uno svuotamento dell’autonomia catalana verso un modello centralista. Gli altri partiti, socialisti compresi, sono organizzati su basi generalmente federali e hanno un occhio di riguardo per gli interessi catalani (anche se i socialisti vogliono il federalismo pieno, non l’indipendenza). Questo fattore spiega perchè il PP non sia aperto a compromessi in Catalogna (o nei Paesi Baschi): perchè non si gioca quasi voti lì, ma sì nel resto del paese se transigesse su qualcosa. Non ho trovato per nulla queste chiavi di lettura sui media italiani, per questo le sottolineo.