Articolo pubblicato sulla web Lo Spazio della Politica il 29.4.2011, attualmente inaccessibile.
William e Kate si sposano, solo gossip? No non solo, anche una lezione di storia politica.
Articolo pubblicato sulla web Lo Spazio della Politica il 29.4.2011, attualmente inaccessibile.
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Articolo pubblicato sulla web Lo Spazio della Politica il 2.9.2011, attualmente inaccessibile.
Obama, il presidente del declino.
Articolo pubblicato sulla web Lo Spazio della Politica il 2.9.2012, attualmente indisponibile.
Nella vicenda Assange è inutile cercare buoni e cattivi: i ruoli non sono affatto fissi
Articolo pubblicato sulla web Lo Spazio della Politica il 20.10.2010, attualmente inaccessibile
Dietro alla liberazione dei minatori, la storia di un paese passato dalla dittatura di Pinochet allo sviluppo economico e alla democrazia
Articolo pubblicato sulla web Lo Spazio della Politica il 21.10.2011, attualmente inaccessibile
“Era un personaggio finito, ma è chiaro che a tantissimi che l’hanno riverito sino a sei mesi fa, per poi in alcuni casi combatterlo, fa comodo morto: un processo a Gheddafi sarebbe stato uno show senza pari, ma non tutti l’avrebbero trovato divertente…”
Il 2013 dell’America Latina
Articolo pubblicato sulla web Lo Spazio della Politica il 6.2.2013, attualmente inaccessibile
I cambiamenti della regione e gli scenari del 2013 in America Latina
Il Pakistan è un paese molto bello, pieno di cose interessanti da scoprire. È stato la culla di una delle civiltà primigenie, quella della Valle dell’Indo, i cui reperti storici sono visibili oggi in territorio pachistano (Mohenjo Daro); nel suo territorio attuale avvenne l’incontro tra la civiltà greca portata da Alessandro e quella indiana: la fusione è visibile nella civiltà detta di Gandhara, i cui artefatti, visitabili ad esempio a Taxila, vicino Islamabad, sono una rappresentazione dell’incontro tra lo spirito artistico collettivo del mondo indiano e l’individualismo portato dalla Grecia. Civiltà di religione buddista, i suoi Buddha hanno volti greci. Da segnalare che gli archeologi italiani hanno avuto un ruolo preminente nello studio dell’archeologia in territorio pachistano, e ancora oggi la missione archeologica italiana porta avanti con difficoltà il suo lavoro nella zona spesso convulsa dello Swat.
È in buona parte ciò che noi conosciamo come mondo indo – europeo.
Siccome il Pakistan fu fino al 1947 parte dell’India, logico che i reperti archeologici successivi siano molto simili a quelli che si trovano in India. Con un forte predominio della cultura musulmana su quella induista e sikh, ma senza che manchino testimonianze anche di quelle due culture. E di quella buddista, oggi quasi sparita dall’India e dal Pakistan, ma che ha lasciato una traccia importante in quello che oggi è il Pakistan.
Alla maestosità dell’architettura moghul (mal tradotto come mongola, in realtà i Moghul sono stati la dinastia più forte tra quelle che hanno regnato sul nord e centro dell’India sino al 1857) si accompagna la varietà di moschee, forti ed edifici di un passato millenario.
E Lahore fu una delle quatto capitali imperiali indiane, assieme a Delhi, Agra e l’estinta Fatehpur Sikri.
Se girovagare per l’India permette di imbattersi continuamente in reperti del passato, spesso abbandonati ma non privi di un fascino antico, lo stesso si può dire del Pakistan, dove però la scarsa attenzione al patrimonio e la quasi inesistenza di turismo a causa della questione sicurezza rende ancora più fragile e mal tenuto il patrimonio.


Raggiungere i luoghi d’interesse storico e culturale, che come in India molto spesso non sono nelle città ma in localizzazioni che oggi hanno perso centralità è spesso operazione logisticamente difficile e in Pakistan con l’aggiunta della dimensione sicurezza.
A causa dei pericoli percepiti per gli stranieri, il Pakistan è ormai escluso da ogni circuito turistico, e anche per i locali non è facile muoversi.
Ci sono poi zone del tutto vietate agli stranieri e tante formalità complesse da ottemperare.
Paradossalmente, il pachistano è invece una persona gentilissima ed accogliente, ma certo alcuni gruppi terroristici hanno avuto la loro gran parte di colpa nel diffondere un immagine del paese nel mondo. È un po’ come per l’associazione tra mafia e Sicilia, che sicuramente ha sconsigliato milioni di turisti a intraprendere un viaggio nella nostra isola, pur così affascinante.
Anche per chi vive alcuni anni in Pakistan non è facile organizzare viaggi e visite, specie tenendo conto delle regole di sicurezza, spesso stabilite da lontano senza tenere conto della realtà locale. Noi diplomatici dobbiamo chiedere permesso per OGNI USCITA dalla capitale.
A parte tutte le ricchezze archeologiche e storiche, il Pakistan è paese di grande bellezza visuale e paesaggistica, con differenze che vanno dal deserto del Cholistan alle più alte catene montagnose del mondo: in Pakistan s’incontrano l’Himalaya, il Karakoram e l’Hindu Kush. Nel mezzo le prospere e belle campagne del Punjab (la terra dei cinque fiumi, tutti d’enorme capacità).
Siccome molte zone risultano inaccessibili, la maggior parte del turismo interno si concentra sulle zone montagnose. Buona parte di loro è in effetti molto più tranquilla del resto del paese dal punto di vista del terrorismo, e le possibilità esistenti in termini di trekking e semplice vista di paesaggi quasi infinite.
Il problema rimane logistico (quasi unico mezzo l’aereo) e infrastrutturale (pochissimi hotel).
Avendo lasciato il Pakistan prima del previsto a causa della mia nomina in Guatemala, mi era rimasto questo cruccio di non aver potuto visitare le tanto decantate montagne pachistane. Avevo visitato con la famiglia la zona del Ladakh indiano (l’altro versante delle montagne), uno dei viaggi più belli della mia vita, ma mi sarebbe dispiaciuto perdere quest’opportunità.
Un po’ di fretta e all’ultimo momento ho programmato di recarmici in agosto, dovendo però andare da solo, i miei hanno preferito restare a Islamabad.
La zona visitata è stata quella del Gilgit Baltistan, un grande territorio che fa parte del Pakistan ma che conserva uno status particolare all’interno del paese, in obbedienza all’esistenza in quella regione di sovrani il cui status è stato mantenuto. È successo altrove nel complesso patchwork pachistano. Il Gilgit Baltistan ha cultura e istituzioni diverse rispetto al resto del paese ed è rivendicato dall’India nel quadro del conflitto indo – pachistano sul Kashmir.
All’interno del Pakistan, il Gilgit – Baltistan è pero’ separato amministrativamente dall’ Azad Jammu Kashmir (Jammu Kashmir libero, dal punto di vista pachistano).
Il viaggio si effettua quasi sempre in aereo: il volo da Islamabad a Gilgit dura quarantacinque minuti, l’alternativa sono sedici ore di macchina, e la vista è spettacolare. Tra l’altro, gli aerei sono molto piccolo e volano basso. Questo filmato ne può dare un’idea: https://www.youtube.com/watch?v=21tBMyBxHDc.
Rispetto alle Alpi, sorprende la profondità e estensione delle catene montagnose himalayane.
Una volta arrivati a Gilgit, si può optare per diverse soluzioni: escursioni nelle diverse valli, sempre in jeep, trekking di diversi giorni per raggiungere le località che sono campi base per le scalate ai vari ottomila della zona (il più famoso il K2, raggiungibile non da Gilgit ma da Skardu) o l’alternativa più semplice, l’unica che io ho potuto seguire, che da Gilgit ti porta mediante la Karakoram Highway fino alla frontiera tra Pakistan e Cina, sita al Khunjerab Pass (4693 metri).
La costruzione di questa strada è stata un’impresa in sé, realizzata dagli eserciti cinese e pachistano in condizioni molto difficili. Ho avuto la fortuna di poterla percorrere tutta, fino alla frontiera cinese, e i paesaggi sono impressionanti, con i ghiacciai che si stendono fino alla strada e i picchi montagnosi che da li’ s’innalzano fin oltre gli ottomila.

Passu Glacier:


Questo video può dare un’idea: https://www.youtube.com/watch?v=G_jbWPTXUOI
Nel cammino mi sono imbattuto nella antica via della seta, che passava da queste valli e che è stata in certi tratti ritracciata grazie ad un’iniziativa dell’Aga Khan, che è il padre spirituale di questa zona, di fede sciita ismaelita. Nei fatti è una mulattiera, impressionante pensare che gli scambi tra oriente ed occidente che sono alla base della nostra civiltà siano avvenuti in spazi così angusti.

Sono un pessimo fotografo, per cui quanto allego a questo testo non è che una pallida rappresentazione della maestosità dei paesaggi visti ad occhio nudo.
Altro luogo significativo è quello dello scontro tra placche tettoniche che portò alla formazione dell’Himalaya: ignoro come sia stato localizzato in maniera precisa, è segnalato da un semplice cartello.

Molto interessante anche il clima pacifico di queste valli: lontane dalla tensione permanente nel resto del paese. Le donne sono a volto scoperto e per strada, spesso lavorano nei campi. Al posto dell’onnipresente nero, sono vestite di colori sgargianti. È la tradizione ismaelita, lontanissima dalle rigide regole dell’Islam sunnita maggioritario nel resto del paese. Le moschee non troneggiano sul resto dell’abitato, ma sono edifici semplici simili ad abitazioni.

Nella zona di Hunza, un tempo regno indipendente, si visitano le dimore reali, palazzi semplici ma intrisi di fascino: nella regione del «Great Game», impressiona notare l’influenza russa in questi regni che sfuggirono a lungo al dominio britannico.
Dopo quattro giorni di montagne, dovevo tornare per forza a Islamabad, il trasloco mi aspettava. Avrei dovuto tornare in aereo, ma preso da un improvviso timore ho sconvolto i piani e, con disappunto dei servizi di sicurezza dell’Unione Europea che me lo hanno sconsigliato (a distanza), sono tornato via terra: sedici ore di viaggio attraversando il Khyber Pakthunkhwa (circa 580 km.), che per la sua maggior parte è zona vietata agli stranieri. Non avevo il permesso corrispondente e ho disatteso tutti i consigli datimi. Ma, chissà perché, dopo più di mille voli mi è presa paura di salire su quell’aereo (il volo è atterrato regolarmente a Islamabad dodici ore prima che arrivassi io).
Il viaggio improvvisato mi ha permesso di attraversare zone molto belle, con paesaggi di tipo prealpino e fitti boschi, che quasi nessuno straniero, ostaggio delle misure preventive di sicurezza, vede mai. In realtà, queste valli non sono pericolose per questioni di terrorismo, i talebani erano semmai presenti nelle valli parallele, più verso l’Afghanistan, e oggi sono stati cacciati oltre frontiera. Il maggiore pericolo sono gli incidenti stradali, con parecchie zone sterrate e numerose frane. Lungo il percorso, mi sono incrociato con migliaia di pachistani in vacanza, che si fermano incantati a «toccare» la neve e a vedere le loro montagne.
Come sempre, attorno a me solo cordialità e sorrisi. Ad un certo punto, la polizia ferma la mia macchina in uno dei tanti controlli: temevo perché sprovvisto del permesso di transito in quelle zone, ed ero troppo avanti per poter far dietrofront e tornare a Gilgit. Macché: la polizia mi ha chiesto se potevo dare un passaggio in macchina a uno di loro!
Il giorno prima, mi ero fermato a mangiare lungo la strada, di ritorno dalla frontiera cinese. Era un baracchino senza pretese, un solo tavolo con «vista» sulle montagne (sforzandosi d’ignorare le meno affascinanti immagini più vicine). Menù: riso con pollo e noodles alla cinese, in omaggio alla frontiera vicina. Arrivo e un gruppo di uomini che sta bevendo il tè nell’unico tavolo si alza e me lo offre, perché secondo loro ero un «big boss» (da notare che viaggiavo in jeans e maglietta in una macchina normalissima). È l’ospitalità tipica da quelle parti: mi chiedo in quanti luoghi d’Europa sarebbe successa una cosa simile, per di più con uno straniero.
Quest’ultimo viaggio, con la sua dosi di trasgressione lontano da scorte e macchine blindate, mi ha permesso di congedarmi dalla parte più bella e piacevole del Pakistan. Circondato da famiglie pachistane serene e tranquille, in vacanza sulle loro montagne: anche nei paesi che da noi si associano solo a violenza e terrorismo, le famiglie si muovono, tutti stretti in una macchina, e vanno a calpestare la neve, affittare una canoa, mangiarsi una trota. Spesso ce ne dimentichiamo nelle nostre immagini stereotipate.
20 Novembre 2016.
Chi mi ha letto nel corso degli ultimi due anni, in queste pagine di diario o in altri spazi dove sono intervenuto con frequenza sulla questione dei rapporti tra Islam ed occidente, venuti così alla ribalta in quest’ultimo periodo, sa che sono persona favorevole all’approfondimento, alla conoscenza dell’altro e al dialogo. E ben cosciente dell’enorme diversità che esiste all’interno del mondo islamico, che non può essere caratterizzato in un modo solo, come è venuto di moda fare.
Le dichiarazioni roboanti, le categorizzazioni nette e trancianti sono possibili solo a chi si ferma in superficie, a chi non si confronta, ma si costruisce una propria versione delle cose ad uso esclusivamente personale: nel caso dei rapporti con l’Islam, sostenere che tutti i musulmani sono terroristi o che perlomeno vi sono favorevoli è un’esagerazione di tale dimensione che non vale quasi la pena d’essere confutata. Chiunque abbia vissuto o frequenti dei paesi islamici sa che non è così, lo può sostenere solo chi si è costruito un proprio universo interpretativo a casa propria senza confrontarsi. Equivale alle «donne sono tutte sgualdrine», «gli uomini sono tutti maiali»o quello che una volta si diceva al nord, «i terroni sono tutti sporchi». Definizioni che soddisfano in caso di arrabbiatura, ma che lasciano il tempo che trovano
Molto più sensato è andare al di là e cercare di capire quali sono i fattori che rendono il dialogo tra Islam e occidente così difficile e le percezioni mutue così sbilanciate.
Permeato dal clima respirato in Europa in questi anni così marcati dal terrorismo e dal dibattito spesso scomposto generatosi dalle nostre parti, è stato con indubbio interesse che qualche tempo fa ho accolto l’invito di un centro studi pakistano di prima fila per una conferenza sul tema «I rapporti conflittuali tra Islam e Occidente».
Ricordiamo che il Pakistan è uno dei paesi che ha pagato al terrorismo (islamico) il più alto prezzo, con più di sessantamila morti dal 2001 ad oggi, quando esplose dopo la caduta dei talebani nel vicino Afghanistan (e loro relativo ripiegamento in territorio pachistano).
Il centro studi nel quale mi sono recato è uno dei più noti nella capitale pachistana, e di solito si occupa di questioni internazionali, per cui ero abituato a recarmici spesso.
Mi aspettavo da parte del conferenziere, un ex – giudice, e dall’auditorio, un’autocritica e un’analisi senza contemplazioni dei limiti e delle manchevolezze delle società islamiche che hanno favorito il terrorismo, e un invito alla marginalizzazione dei violenti (che attaccano lo stesso stato pachistano) e al dialogo su valori comuni. Un qualcosa di simile, visto l’ambiente di certo livello, ai migliori dibattiti che si tengono in Europa (non sui social media con le loro degenerazioni).
Mi sono trovato di fronte a qualcosa di diverso, che mi ha invece confermato che le voci favorevoli al dialogo e alla comprensione mutua sono da entrambe le parti minoritarie e devono affrontare l’ostilità dei grandi numeri di chi si accontenta della lettura più comoda, quella che non richiede la comprensione delle ragioni dell’altro. Quella che ha sempre ragione, anche perché non richiede controprove.
In primo luogo, l’abituale presenza di diplomatici delle altre conferenze era stavolta limitata a me e a un collega russo. Dopo pochi minuti il conferenziere lancia un’inaspettata domanda al pubblico «c’è qualche cristiano in sala?», ripetuta più volte. Io e il russo ci guardiamo sorpresi, e non alziamo la mano (perché mai avremmo dovuto rispondere a una richiesta così immotivata, tra l’altro ci sono anche molti cristiani pachistani alcuni dei quali avrebbe potuto essere presente?). Il clima da «noi e loro» non mi sembrava il più adeguato per una conferenza su questo tema.
Dopodiché, invece dell’ammissione di un problema all’interno del mondo islamico e un tentativo di spiegazione del fatto che quasi tutti gli attentati terroristici siano opera di musulmani, è iniziata una tiritera di attacchi ai veri terroristi: gli occidentali.
Il problema del terrorismo internazionale, ha detto il conferenziere, accompagnato dal movimento annuente del capo della maggior parte dei presenti, non è assolutamente interno al mondo islamico, ma solo un problema di definizione. I morti per terrorismo sembrano tutti di matrice islamica perché la stampa internazionale e i centri di potere non classificano come terrorismo tutto quanto di molto peggio commettono Stati Uniti, Israele e India (l’ossessione pachistana, ricambiata dall’altro lato della Linea di Controllo) nello loro guerre d’oppressione del mondo islamico.
I 300.000 bambini iracheni uccisi dai bombardamenti americani non sono vittime innocenti del terrorismo (lo sono, indipendentemente dalla stima del numero, che ritengo esagerata)? Perché i palestinesi sono terroristi e gli israeliani, che occupano i loro territori, persone che si difendono? I musulmani del Kashmir non sono vittime del terrorismo di stato indiano?
Vista così, l’Islam è una civiltà attaccata da fuori, che non fa che difendersi come può da entità molto più potenti: per questo deve ricorrere al terrorismo suicida.
La presenza di capi di stato musulmani nelle manifestazioni parigine post – Charlie Hebdo non viene vista come un esempio positivo di presa di consapevolezza di un problema da affrontare insieme, ma come un «tradimento» dei popoli islamici da parte dei loro leader, sempre pronti a piegarsi al volere dell’Occidente.
I tre nemici principali citati, Usa, Israele e India (l’Europa è vista solo come satellite degli Usa), espressione di tre religioni che vogliono conquistare le terre islamiche (cristianesimo, ebraismo e induismo). Una replica della visione islamica secondo cui la dimensione religiosa lo spiega tutto (assecondata da chi dalla nostra parte cade ingenuamente nel gioco: qualcuno può davvero credere che la politica occidentale sia «cristiana»? Ma cadiamo nel loro tranello).
Solo dopo un po’ bel po’ di domande che confermavano questi assiomi, finalmente qualcuno ha asserito che anche all’interno del mondo islamico andava fatta autocritica, e che gli indicatori catastrofici in termini d’istruzione, salute, libertà, democrazia e iniziativa economica hanno la loro parte di colpa nell’esistenza del terrorismo.
Nei miei articoli ho parlato spesso della visione islamica delle cose, dell’asimmetria che esiste nelle nostre visioni del mondo: non tanto quella che si cita abitualmente, quella determinata dalla separazione tra chiesa e stato che non esiste nell’Islam, dove in effetti tutto principia dall’essere musulmani, dimensione irrinunciabile, mentre da noi tutto inizia dall’essere cittadini (con libertà di esserlo anche della Città di Dio), ma quella legata alla narrativa e lettura diversa degli scenari internazionali: delle ferite del colonialismo, dell’occupazione occidentale delle terre musulmane, dei conflitti e ingerenze legati al controllo delle risorse energetiche. Degli enormi errori, anche recenti, commessi dalle potenze occidentali, nell’appoggiare i nemici dei nemici congiunturali, pensando che fosse un sillogismo risolvibile e fossero amici. Degli effetti catastrofici di certe presenza militari, presentate da noi come «pacificatrici» e vissute dalle popolazioni locali come invasioni. E di quelli altrettanto nefasti di metodi di combattimento, come i droni, tesi a salvare vite dei nostri soldati a costo di moltiplicare le vittime civili.
Tutto vero, ma in quel pomeriggio pachistano mi sono reso conto che il doppio linguaggio, le semplificazioni con la realtà, il gettare le colpe sugli altri non è esclusivo di noi occidentali: anche nel mondo islamico lo usano come metodo. Creare confusione per non dover ammettere che si sta sbagliando qualcosa.
Mi ha fatto pensare vedere interlocutori abituali che quando parlano con gli «occidentali» sono ragionevoli ed evoluti e che in altro ambiente sembrano partire per la tangente della teoria del complotto pure loro.
Mi è rimasta alla fine la sensazione di una giornata particolare: noi occidentali sbagliamo a non approfondire la conoscenza delle radici culturali e le situazioni oggettive che provocano disagio nel mondo islamico, etichettandolo tutto come «un problema religioso». Dall’altra parte, all’interno del mondo islamico, le cui élites intellettuali hanno spesso una conoscenza approfondita della cultura occidentale (l’inverso non lo possiamo certo dire), per comodità e mancanza d’autocritica si preferisce spesso ricorrere a scuse interpretative, trasformando fatti veri (la forte presenza occidentale nel mondo islamico) come scusa onnipresente per evitare d’ammettere manchevolezze proprie.
All’interno del mondo islamico esistono alcune minoranze intellettuali che riescono a fare la sintesi migliore tra i due mondi, ma la vera battaglia tra Islam ed Occidente continua ad essere quella dell’incomunicabilità, dell’autoreferenzialità, delle scuse per non fare.
Alla fine, ci si sente da una parte e dall’altra minoranze che cercano di capirsi mentre i più la buttano sul facile, sul confronto che riconforta le proprie tesi, non sul dialogo che le sfida.
Rimane la sensazione un po’ amara di essere confinato a una minoranza che vuole sforzarsi di capire e di creare ponti, e d’essere in balìa di maggioranze che da una parte e l’altra del guado si sentono più confortevoli nella distanza. Ma se viviamo in un mondo globale, possiamo permetterci di non conoscerci gli uni gli altri?
Ciudad de Guatemala, 30 ottobre 2016.
In quest’entrata di diario tratterò un tema che può dar luogo a letture diverse: l’approvazione questa settimana, da parte del parlamento pachistano, di una legge che inasprisce le pene per i cosiddetti «delitti d’onore» e per la violenza sessuale. I primi sono normalmente commessi da uomini della famiglia contro donne (mogli, figlie) per questioni d’»indecenza»: il caso tipico è quello di una ragazza che si sposi una persona contro il volere della famiglia, situazione che spesso in ambienti rurali si traduce in una «punizione esemplare» messa in atto dai fratelli o dal padre della ragazza. Il contesto è naturalmente quello del matrimonio deciso dalle famiglie, seguendo criteri di compatibilità di casta (in India) o socio – economico – religiosa (in Pakistan). È la modalità prevalente di matrimonio in entrambi i paesi, non solo negli strati sociali più umili ma a tutti i livelli.
Quella dei delitti d’onore è la situazione illustrata nel documentario che ho già segnalato «A Girl in the River», che ha vinto l’Oscar come miglior documentario quest’anno. È disponibile qui (vale davvero la pena vederlo): https://www.youtube.com/watch?v=isNxuHyn4io
In quel documentario, si racconta la storia di una ragazza nel Punjab pachistano che viene data per morta e buttata nel fiume dal padre e dallo zio per punirla del disonore fatto alla famiglia: sposarsi contro la volontà di questa con un ragazzo di ceto sociale più basso. La protagonista sopravvive, viene curata e poi accolta dalla famiglia del marito, mentre i responsabili del tentato omicidio arrestati.
È a questo punto che interviene la singolarità della società pachistana: come il film descrive e come succede in migliaia di casi nel paese, gli anziani del quartiere consigliano alla ragazza di «perdonare» coloro che l’hanno aggredita in maniera tale da ristabilire la calma nel quartiere ed evitare le tensioni e faide che una situazione di questo tipo genererebbe. Cosa significa perdonare? Nella concezione del diritto applicata in Pakistan significa la sospensione della causa giudiziaria e la liberazione degli accusati, anche in caso di assoluta evidenza di colpevolezza: il perdono da parte delle vittima ha estinto il caso.
Possiamo immaginare la pressione sociale e familiare sulle vittime di soprusi quando gli accusati sono familiari: quasi sempre, la riconciliazione avviene, anche se forzata, e questo fa sì che non si disincentivi l’uso della violenza, che alla fine viene premiata.
In una delle ultime scene del documentario, gli accusati escono como eroi dal carcere, e il padre dichiara d’essere molto contento di questa vicenda, perché gli altri figli si sposeranno con rampolli di famiglie più altolocate, a causa dell’aumentata «rispettabilità» della famiglia. La ragazza torna mestamente a casa dal marito: la riconciliazione non era che un escamotage giuridico.
Può sembrare allucinante che esistano realtà di questo tipo nel 2016, ma non dimentichiamo la situazione in certe regioni italiane qualche decennio fa, ritratte in film come «Divorzio all’Italiana»: il substrato culturale era molto simile.
Il meccanismo del perdono viene usato regolarmente in Pakistan per esimere i benestanti da condanne per crimini da loro commessi o ordinati: in quel caso, viene accompagnato da una compensazione monetaria nei confronti della vittima o della famiglia, in caso di morte.
Il perdono si applica anche in casi di pena capitale: avvenuto il perdono, al condannato non si tramuta la pena, ma viene liberato. Questo fa sì che nelle carceri e sui patiboli pachistani ci sia posto solo per poveri, che non possono «pagarsi» il perdono.
Uno stato rabbrividente della giustizia che è uno dei principali ostacoli allo sviluppo del paese. La religione c’entra ben poco (non è una questione, come sempre si dice, d’Islam) ma di arretratezza dello sviluppo nelle pieghe della società e assenza di una cultura dei «diritti individuali», relativamente normale in una società che esprime valori collettivi.
Le nuove leggi approvate dal parlamento pachistano induriscono il trattamento dei casi d’onore, che non può essere più preso come attenuante per giustificare un delitto. Il perdono può essere ancora concesso, ma solo in caso di pena di morte, e anche in quel caso rimane da scontare una pena di dodici anni e mezzo (metà del massimo legale in Pakistan, venticinque anni in prigione).
Nei casi di stupro, che per la maggior parte avvengono anch’essi nell’ambito della famiglia allargata (zii, cugini), vengono introdotte una serie di misure sinora non accettate, come analisi mediche e uso del DNA. Sino ad adesso, valevano solo le testimonianze, con la necessità di quattro testimoni per certificare l’avvenuta violenza (e la testimonianza d’una femmina vale metà di quella di un maschio….).
Se pensiamo all’ambito familiare o alle violenze di gruppo nell’ambito di lotte di clan, i due casi più frequenti, possiamo facilmente capire come queste condizioni portassero alla pratica impunità.
L’approvazione di queste due leggi è uno sviluppo positivo, anche perché non dovuto a pressioni internazionali, controproducenti in questo paese, ma a una maturazione interna.
Ma la sfida rimane, come sempre in un paese con queste caratteristiche, nell’applicazione delle leggi, che si scontra con comportamenti contrari che sono atavici e diffusi in tutti gli strati della società.
Un aneddoto: qualche mese fa, poco prima di lasciare il paese, fui invitato dalla Commissione Diritti Umani del parlamento pachistano a discutere della situazione dei diritti umani nel paese: il Pakistan sa bene che è una delle principali preoccupazione dell’Unione Europea nel nostro rapporto con loro.
Di fronte a me si schierarono quattordici deputate donne: dieci con la testa coperta, due anche con il volto coperto, due a testa scoperta: un buon campione della femminilità pachistana. L’unico deputato maschio era il presidente della commissione, un cristiano.
Le questioni diritti umani sono lasciate alle deputate donne perché considerate di poco conto, minori, un po’ come gli affari sociali per noi qualche tempo fa.
Discussi con le deputate le conseguenze del nostro sistema di preferenze generalizzate, che dà accesso in Europa ai prodotti pachistani a cambio di miglioramenti dimostrabili nel rispetto dei diritti umani. Tanti chiarimenti, tante differenze culturali, ma di fronte a me percepii la voglia di contribuire al cambiamento della loro società partendo DALLA LORO CULTURA. Loro mi parlarono di queste leggi per cui lottavano e che adesso sono diventate realtà.
Una legge non risolve situazioni così ancorate in una tradizione, ma è comunque segno dei tempi e della volontà di cambiamento.
Adesso si entra nella fase altrettanto delicata della messa in pratica, dell’applicazione, che si scontra con altissimi muri culturali.
Ma un dado è tratto, e nonostante tutte le difficoltà vale la pena sottolinearlo e sostenere chi lotta per cambiare.
Ciudad de Guatemala, 13 ottobre 2016.
Riprendo le mie pubblicazioni sul Pakistan anche se nel frattempo ho lasciato il paese: mi sono rimasti alcuni temi da trattare per cui non ho avuto tempo in questi mesi convulsi di cambiamento, credo scriverò ancora tre volte prima di chiuderlo.
Oggi vorrei affrontare il tema del ruolo delle donne in Pakistan. Abbiamo passato l’estate a discutere di burkini come se quel tema si giocasse il futuro dell’Occidente. Non ho posizioni ferme perché non ritengo corretto travisare temi per trasformarli in moltiplicatori delle nostre opinioni su altro. Non esiste una «crisi burkini» in Europa se non quella che ci siamo inventati, ma rimane un’occasione per riflettere sulla sfida della multiculturalità nella quale siamo comunque immersi, piaccia o no.
Io e mia moglie abbiamo vissuto per due anni in un paese, il Pakistan, che è non solo dichiaratamente islamico (lo porta nel nome, e il paese è nato come patria di tutti i musulmani dell’Asia del Sud, di quella che era l’India britannica), ma che è immerso in un processo di ulteriore islamizzazione, anziché di occidentalizzazione come penseremmo «naturale» (noi).
Il Pakistan non è certo un paese che possiamo definire tollerante: il 4% di pakistani non musulmani è considerato come di «seconda classe» e soffre chiare discriminazioni economiche e sociali, se non giuridiche. La tolleranza che noi europei esercitiamo nei confronti delle persone dalle culture diverse è una chimera in Pakistan, dove è chiarissimo che stranieri e non musulmani devono rispettare alla lettera le regole esistenti: in materia alimentare, d’abbigliamento, di usi. Non esiste uno spazio specifico o una comprensione per chi è diverso dalla maggioranza.
Rimane da vedere se la simmetria nel trattamento è ciò che dovremmo considerare opportuno o se, convinti della bontà del nostro atteggiamento tollerante non dovremmo insistere in quello anziché chiedere ad altri di allinearsi con noi. In fondo, i nostri dubbi riflettono un’insicurezza, della quale approfitta chi vuole approfittare della nostra tolleranza senza concederla a casa sua.
In realtà, questioni tipo vignette di Charlie Hebdo e dibattito sul burkini sono visti nei paesi islamici come prove d’ipocrisia dell’Occidente, che si crede superiore e tollerante ma solo sulla base degli standard da esso stesso definiti. I provvedimenti francesi su velo e burkini come segni d’intolleranza e doppia morale.
In Pakistan, paese come detto molto conservatore, la visione islamista delle cose è potente ma permea la società a un livello diverso dalla politica: i partiti islamici non hanno seguito elettorale né particolare credibilità, i pakistani non vogliono essere governati da loro, ma i leader religiosi hanno un’enorme influenza comunque attraverso la vita appunto religiosa: in un paese islamico l’ateismo o il laicismo non sono di casa, chiunque nato nell’Islam rimane tale e non può staccarsene, per cui si rimane per forza sotto l’influenza religiosa. In particolare, il Pakistan è un paese di tradizione sufista, la versione «poetica» dell’Islam, e in questo quadro giocano un ruolo fondamentale i pir, i santoni, che hanno un’enorme influenza spirituale. Si noti come in questo il Pakistan musulmano riprenda una tradizione indiana, quella dei guru, distinguendosi in questo dall’Islam originale di matrice araba, che non contempla questa figura.
Durante l’ultimo anno ha acquisito in Pakistan molta visibilità l’operato di un organismo, il Council of Islamic Ideology (CII), cui la costituzione ha affidato il ruolo di verificare la conformità della legislazione con l’Islam. Compito originalmente temporaneo, ma l’organismo esiste ancora, ed ha un ruolo consultivo ma «pesante» su ogni nuova legge in discussione. Recentemente, alcune opinioni del CII chiaramente retrograde su proposte di legge che volevano introdurre limiti d’età per il matrimonio (per evitare la piaga delle bambine «vendute» in matrimonio e delle conversione «forzose» di ragazze induiste mediante matrimoni con musulmani) e su misure per proteggere le donne dalla violenza domestica (il capo del CII ha scherzato sul fatto che non si poteva espellere un uomo da casa sua, e che qualche «colpetto» ogni tanto non poteva far danni a una donna) hanno messo n discussione il ruolo di quest’organo.
Le fotografie degli anni sessanta mostrano donne pakistane non coperte e con gonne corte: fenomeno probabilmente limitato alle grandi città, ma visibile anche in Egitto, Afghanistan e Iran, paesi nei quali avvenne un movimento relativamente progressista nei costumi parallelo a quello che ebbe luogo in occidente. La prima svolta contraria viene nel 1979, quando la rivoluzione khomeinista in Iran portò con sé due messaggi divenuti chiave nel mondo d’oggi: il riscatto degli sciiti e il cambio sociale non vissuto in chiave occidentale ma islamica. La seconda svolta quella dell’11 settembre 2001 e della reazione americana contro l’Islam tutto, che provoca un sussulto anti – occidentale, nel quale siamo tuttora immersi.
La propagazione, tramite generosi finanziamenti sauditi, del modello islamista wahabita in zone che ne erano lontane, come il Pakistan, ha diffuso a macchia un Islam retrogrado e ultra conservatore laddove esistevano altre versioni dell’Islam, più tolleranti e moderne: come nel Pakistan sufista.
In Pakistan le donne non devono necessariamente coprire la testa, salvo in una moschea, e tantomeno il volto. È certamente malvisto che espongano braccia, gambe od altro, in generale che vestano «sexy». Più che una regola stabilita per motivi religiosi, obbedisce a quello che i pakistani chiamano «modestia», che si traduce in una certa paura del corpo, anche maschile. Essa si riflette nel fatto che le piscine sono luoghi tabù, nei quali pakistani e pakistane vanno ultracoperti e si trovano a disagio con la presenza di donne in bikini. Il burkini, che ha incominciato a diffondersi anche in Pakistan, è un tentativo di permettere alle donne di esercitare certe attività senza contravvenire alla «modestia» islamica. Sono loro a sentirsi molto scomode in bikini, costume intero o anche in presenza di uomini in costume da bagno, se non della loro famiglia. È un’accezione leggermente diversa dall’imposizione maschile d’indossare un burkini di cui si parla da noi.
Nella tradizione prevalente in Pakistan, non c’è dubbio che la donna sia in una posizione debole rispetto all’uomo, e che i meccanismi matrimoniali, simili a quelli indiani, diano alla famiglia del maschio diritti superiori a quelli della famiglia della femmina: sia in India che in Pakistan, una donna sposandosi «integra» la famiglia del marito, assumendone tutti gli obblighi derivati. Una donna pakistana non può poi rimanere single, ed i meccanismi di divorzio islamici lasciano la cosa interamente nelle mani del marito.
Ciò non toglie che le donne pakistane abbiano un ruolo fondamentale, e siano presenti in ogni ambito della vita sociale e politica, non solo familiare. Il Pakistan ha avuto, a differenza dell’Italia, un primo ministro donna, Benazir Bhutto, ed ha parecchie donne in parlamento, ma la ragione non è tanto un suo ruolo emancipato quanto che rappresentano una famiglia patriarcale: la maggioranza di politici pakistani è membro di un clan dinastico, e quando il successore è una donna, lei prende in mano i destini della famiglia, anche in politica. Il Pakistan paga molto cara la sua struttura patriarcale / dinastica, che si traduce in una politica estremamente conservatrice.
In Pakistan le donne tendono a defilarsi, a non cercare le luci della ribalta, ma hanno spesso ruoli importanti nell’ombra. Tutti conoscono Malala, la ragazza che si ribellò alle regole dei talebani nello Swat, ma se lei ha un’enorme visibilità internazionale, è meno considerata in Pakistan, dove non mette piede ed è spesso considerata una «traditrice» (il suo libro è vietato in molte scuole pakistane).
Nel mio lavoro ho avuto modo d’incontrare molte donne coraggiose, che non hanno paura di adottare posizioni progressiste e coraggiose che, ricordiamolo, in un paese come il Pakistan ti possono costare la vita.
Donne come Sarah Bilal, che dalla piattaforma del suo Justice Project Pakistan difende con vigore i diritti dei condannati a morte: in Pakistan le esecuzioni sono state sospese per cinque anni, su richieste dell’Unione Europea: dopo il mostruoso attentato di Peshawar (dicembre 2014), la moratoria fu interrotta e da allora più di 400 persone sono state impiccate. Pochi di loro terroristi, però: quasi sempre poveracci condannati per crimini comuni, dei quali risulta molto difficile constatare la vera colpevolezza da parte di un sistema giudiziario sclerotizzato e corrotto. Tra l’altro, in Pakistan ti puoi redimere da una condanna a morte, anche pagando, se ottieni il perdono dei familiari delle vittime: meccanismo interessante, ma perverso, perché fa coincidere impunità con possibilità di pagare.
Donne come Marvi Menon, che alla testa del Benazir Bhutto Income Support Program si muove all’interno di un governo peraltro piuttosto conservatore e «maschile» per promuovere i diritti delle donne, soprattutto di quelle più umili ed emarginate. Fu lei la promotrice della legge per invalidare i matrimoni di minorenni, poi bloccata dal veto islamico del CII. Con relative minacce di morte, chiaro.
Donne come Sherry Rehman, che come ministra dell’informazione del precedente governo e poi ambasciatrice negli Usa ha coperto posizioni importanti, e adesso continua a prendere posizioni coraggiose su temi come libertà per le donne e libertà religiose che la mantengono sempre sotto minaccia di rappresaglie.
Donne come Sabeen Mahmud, attivista per i diritti civili che a Karachi fece del suo locale The Second Floor un’oasi di libertà di pensiero in una città sempre più confusa e ingestibile: uccisa il 24 aprile 2015.
Donne come Sharmeen Obaid – Chinoy, regista due volte premiata con l’Oscar per documentari durissimi e coraggiosi, che senza contemplazioni denunciano pratiche mostruose come lo sfregio con acido contro donne «disobbedienti» (Saving Face, 2012), https://www.youtube.com/watch?v=lWC1pbWkNjU) e gli omicidi d’onore di donne che compiono scelte invise alla famiglia, spesso compiuti dai genitori o dai fratelli. (A Girl in the River, 2015), https://www.youtube.com/watch?v=9tmDUR2atyc.
Intendiamoci, le donne citate sono tutte espressioni delle classi alte e con studi all’estero, ma con il coraggio sufficiente per rompere barriere, sfidare il conformismo e provare a cambiare il loro paese a rischio della loro vita. Tutte donne musulmane con molto, molto coraggio, che dimostrano che l’azione è sempre possibile: dobbiamo evitare di cadere nell’inazione su basi culturali (l’Islam è così, non ci si può fare niente).
Io le ho conosciute, ce ne sono sicuramente molte altre altrettanto meritevoli che non conosco: in un paese dove hanno quasi tutto contro, molte non si arrendono e si mettono al servizio del loro paese
Io ho avuto esperienze curiose, come una riunione con la commissione diritti umani del parlamento pakistano, dove mi sono trovato davanti dodici membri donne du dodici (ma uomo il presidente): molte con la testa coperta, una con il volto coperto, altre scoperte ma tutte disposte a lavorare assieme per i diritti delle donne nel loro paese, anche se su basi islamiche. Tema considerato «minore» dai politici maschi.
Non ho immagini di quel giorno, ma concludo con altre donne: le madri di un villaggio del Sindh, distretto di Thatta, particolarmente colpito dal problema della denutrizione in cui l’Unione Europea interviene con un progetto per assisterle sia dal punto di vista sanitario che nutrizionale. In Pakistan, il 40%!!! dei bambini sono malnutriti (sottopeso negli – chiave di crescita) e la metà di loro affetti da malnutrizione cronica nei primi cinque anni, con effetti irreversibili anche intellettuali.
Quando ho visitato il centro per bambini malnutriti, per pudore non ho voluto fare foto né prenderli in braccio: bambini che mi stavano in una sola mano!
Pubblico però la foto che ho fatto con le donne del villaggio, riunite per una sessione con gli esperti del progetto su pratiche sanitarie ed alimentari. Credo che lo sguardo di queste donne ne faccia trasparire le difficoltà della vita.

Rimango con il loro ricordo, e con quello, che mi mancherà, delle ragazzine che escono dalle scuole con i loro veli e sciarpe colorate al vento, e quello delle coloratissime donne pakistane, coperte di tutto punto ma dignitose ed affascinanti nei loro mille colori. Il nero non va granché da queste parti. E il burkini è certo l’ultimo dei problemi.
Madrid, 11 settembre 2016.