Autore: Stefano Gatto

  • William e Kate, una storia americana?

    Articolo pubblicato sulla web Lo Spazio della Politica il 29.4.2011, attualmente inaccessibile.

    William e Kate si sposano, solo gossip? No non solo, anche una lezione di storia politica.

  • Usa after Obama

    Articolo pubblicato sulla web Lo Spazio della Politica il 2.9.2011, attualmente inaccessibile.

    Obama, il presidente del declino.

  • In cerca di buoni e cattivi: la vicenda Assange

    Articolo pubblicato sulla web Lo Spazio della Politica il 2.9.2012, attualmente indisponibile.

    Nella vicenda Assange è inutile cercare buoni e cattivi: i ruoli non sono affatto fissi

  • Forza Chile!

    Articolo pubblicato sulla web Lo Spazio della Politica il 20.10.2010,  attualmente inaccessibile

    Dietro alla liberazione dei minatori, la storia di un paese passato dalla dittatura di Pinochet allo sviluppo economico e alla democrazia

  • Sull’uccisione di Gheddafi

    Articolo pubblicato sulla web Lo Spazio della Politica il 21.10.2011, attualmente inaccessibile

    “Era un personaggio finito, ma è chiaro che a tantissimi che l’hanno riverito sino a sei mesi fa, per poi in alcuni casi combatterlo, fa comodo morto: un processo a Gheddafi sarebbe stato uno show senza pari, ma non tutti l’avrebbero trovato divertente…”

  • Il 2013 dell’America Latina

    Il 2013 dell’America Latina

    Articolo pubblicato sulla web Lo Spazio della Politica il 6.2.2013, attualmente inaccessibile

    I cambiamenti della regione e gli scenari del 2013 in America Latina

  • Le elezioni politiche venezuelane

    Le elezioni politiche venezuelane

    Le elezioni parlamentari del 26 settembre 2010 rappresentano un passo avanti per la democrazia venezuelana.

    Il PSUV di Hugo Chávez si è imposto in numero di seggi, mantenendo la maggioranza assoluta anche grazie alla riforma elettorale dell’anno scorso che diede maggior rappresentanza agli stati controllati dal partito di governo, ma l’opposizione entra in parlamento dopo cinque d’assenza, e questo può gettare le basi per un futuro politico più equilibrato in Venezuela.

    La legge elettorale ha prodotto risultati sorprendenti, se pensiamo che 100.000 voti di differenza (5.423.324 per il Partido Socialista Unido de Venezuela – PSUV di Chávez, pari al 48.13% dei voti) hanno corrisposto a 98 seggi su 165, mentre i 5.320.364 de la Mesa para la Unidad Nacional (MUN), pari al 47.22%, hanno portato all’elezione di solo 65 deputati.

    Senza dubbio, si tratta di un sistema distorto, dato che se una perfetta proporzionalità tra voti ed eletti non è sempre possibile, una tale distorsione in un sistema teoricamente proporzionale va di là del ragionevole. Per lo PSUV, il 48.13% dei voti corrisponde al 59.39% dei seggi, per l’opposizione il 47.22% corrisponde al 39.39%. Venti punti di scarto. Ad ogni modo, per l’opposizione a Chávez si tratta di un successo, perché ritrova la via del parlamento, cui aveva follemente rinunciato boicottando le elezioni parlamentari del dicembre 2005.

    In questo modo l’opposizione, che denunciava la poca trasparenza del processo elettorale in mano al CNE (Consejo Nacional Electoral), aveva lasciato via libera a Chávez, che in questi cinque anni ha potuto legislare a piacere.

    Dell’errore l’opposizione si pentì già nel 2006, quando presentò un candidato unico alle elezioni presidenziali, Manuel Rosales, allora governatore dello stato di Zulia, che ottenne il 32% dei voti contro il 68% ottenuto da Chávez alla sua seconda rielezione.

    Tra le tante leggi che l’assemblea d’obbedienza chavista ha promulgato in questi anni per promuovere il socialismo del XXI secolo, vi furono anche le leggi che spogliarono d’ogni autorità i governatori e sindaci eletti nel 2008, per passarle ad autorità di nomina governativa, e la distorta legge elettorale di cui sopra.

    Inoltre, l’assemblea monocolore approvò una riforma costituzionale “bolivariana” che ha modificato notevolmente l’organizzazione dello stato venezuelano, introducendo anche la rielezionesenza limiti del Presidente della Repubblica (respinta in referendum popolare nel 2007, tale riforma è stata poi approvata in un altro referendum nel 2009).

    I risultati elettorali di quest’ultima tornata, pur squilibrati, non permettono alla maggioranza d’ottenere i 2/3 dei seggi necessari per compiere le principali nomine istituzionali in solitario, né quella di 102 deputati che avrebbe permesso di governare per decreto.

    In questo senso, gli sviluppi di questa nuova situazione potrebbero essere positivi, poiché la maggioranza sembrerebbe obbligata a negoziare con l’opposizione sui temi d’interesse nazionale.

    Non è sicurissimo che questo sarà il cammino scelto da Chávez, che ha una concezione molto tribunizia e autoritaria della politica, in cui non c’è posto per l’opposizione.

    Entrambe le parti politiche venezuelane hanno la loro parte di colpa nella degenerazione del clima politico nel paese.

    L’opposizione ha negato per anni, e senza fondamento, la legittimità delle successive vittorie elettorali di Chávez dal 1999 ad oggi. Il favore con cui molti accolsero il tentativo di colpo di stato contro Chávez del 2002 dimostrò come molti sostenitori dell’opposizione non potessero concepire che le vittorie di Chávez fossero reali, anche se ottenute con maggioranze chiarissime, e fossero favorevoli a qualsiasi mezzo per fermarlo.

    La scelta di convocare un referendum revocatorio (2004) e l’ostinazione con cui i proponenti negarono la validità della vittoria del no a favore di Chávez venne a dimostrare una volta di più che l’opposizione al chavismo non poteva concepire l’idea che Chávez avesse una maggioranza di consensi nel paese, cosa che invece era vera.

    Le missioni d’osservazione elettorale internazionali dimostrarono che il sistema elettronico di votazione usato in Venezuela, lungi dall’essere un veicolo per frodi, funziona adeguatamente. Le critiche formulate al sistema venezuelano riguardavano invece l’ovvio sbilanciamento delle autorità di governo nell’appoggiare in tutti i modi le campagne elettorali del chavismo, mediante un uso partigiano della spesa pubblica a fini elettoralistici ed l’occupazione totale dei mezzi di comunicazione statali.

    Dal canto suo, Chávez ha in buona parte sprecato il capitale politico accumulato in successive vittorie elettorali, negando ogni possibiledissidenza, governando in modo autoritario, forzando le situazioni senza aprire mai a possibili compromessi. Le continue statalizzazioni d’imprese private e mezzi di comunicazione e le riforme istituzionali cui abbiamo accennato sono eloquenti.

    Hugo Chaves

    Il risultato elettorale può essere considerato come positivo anche da Chávez che, pur deluso dal non poter governare per decreto come aveva sperato, riesce a ritagliarsi una maggioranza di seggi in una situazione della quale il pessimo stato dell’economia nazionale,ancora totalmente dipendente dal petrolio e il deterioramento della sicurezza hanno minato in gran parte le comode maggioranze di consensi di cui Chávez ha goduto per dieci anni.

    I principali cantieri politici di Chávez in questo decennio sono stati la costruzione di un nuovo modello di socialismo e la sua esportazione nel resto d’America latina mediante l’ALBA, un processo a trazione venezuelana e petrolifera.

    L’attuale congiuntura economica e i problemi del Venezuela nell’usare in maniera efficiente i redditi petroliferi, una tradizione venezuelana che Chávez non ha minimamente intaccato, fanno emergere dei seri dubbi sulla sostenibilità a termine di tale modello.

    D’altro canto, ci si può chiedere se sia legittimo portare avanti progetti di riforma presentati dal suo stesso proponente come epocali con l’appoggio di solo metà della popolazione.

  • Nuovi venti d’integrazione in America Latina

    Nuovi venti d’integrazione in America Latina

    Il recente vertice tra Unione Europea ed America Latina di Madrid (17-19 maggio), forse passato un po’ inosservato a causa dei contemporanei problemi finanziari dell’Ue e la situazione specialmente delicata della Spagna, presidente di turno, è invece stato particolarmente importante per una serie di decisioni prese che danno una svolta alla politica europea nei confronti di una regione latinoamericana che si trova in un momento complesso, ma anche molto dinamico.
    E ormai lontana l’epoca nella quale l’America Latina veniva considerata una semplice periferia statunitense, alle prese con dittature, debiti endemici, povertà, bassa crescita economica, costante confusione istituzionale.
    Passato il decennio perduto degli anni ottanta, le riforme intraprese dalla maggioranza dei paesi latinoamericani negli anni novanta hanno avuto generalmente successo, anche se i miglioramenti sociali avvenuti sono rimasti inferiori a quelli macroeconomici: alla fine del XX secolo, il debito sociale aveva sostituito quello finanziario che la regione aveva patito nei vent’anni precedenti.

    Un decennio più tardi, molte cose sono cambiate in America Latina: il Brasile è definitivamente emerso come quella potenza regionale e globale che ha sempre voluto essere, dimostrando al mondo che la crescita economica può andare unita alla redistribuzione della ricchezza anche nel contesto latinoamericano; gli Stati Uniti non sono più il fratello maggiore in grado di dettare le regole del gioco; l’ALBA è divenuto un modello di riferimento alternativo, pur pieno di contraddizioni. La Cina si fa sentire nella regione, specie come acquirente di materie prime ma anche come investitore. Persino la Russia e l’Iran, tramite la loro alleanza con il Venezuela bolivariano, fanno capolino. Al tempo stesso, il Brasile consolida la sue presenza extra-regionale, in primis in Africa ma facendo sentire il suo peso in tutti gli scenari: G-20, OMC, accordo nucleare con Iran e Turchia. Il Cile raggiunge il Messico nell’OECD.

    E non dimentichiamo poi che, nonostante tutto, l’Europa è ancora un investitore importante, se non il primo, nel complesso dell’America Latina: capitali spagnoli e portoghesi, ma anche tedeschi, francesi e italiani (secondari gli interessi britannici). E l’Ue è il primo partner commerciale di buona parte dell’America Latina.
    Insomma, gli scenari regionali sono molto cambiati rispetto ad un decennio fa, ed anche le prospettive che i cittadini latinoamericani possono nutrire rispetto al proprio futuro.
    Gli scenari dell’integrazione regionale latinoamericana sono anch’essi cambiati nel corso degli ultimi anni: l’America Latina non è estranea a tentativi d’integrazione regionale sulla falsariga europea. Anzi, il Mercado Común Centramericano e la Comunidad Andina nacquero immediatamente dopo il Trattato di Roma. In entrambi i casi però, i progressi nell’integrazione sono stati molto limitati, e se l’obiettivo è sempre stato quello di seguire l’esempio europeo, in realtà tanto il blocco centroamericano che quello andino non sono mai riusciti a creare al loro interno quella dinamica virtuosa che, tramite l’eliminazione progressiva delle barriere commerciali e la successiva creazione di una politica commerciale comune, hanno fatto talmente progredire l’integrazione europea sino all’adozione di una moneta comune.

    Nel caso andino (Bolivia, Colombia, Ecuador, Perù, il Venezuela si ritirò nel 2006) si crearono istituzioni modellate su quelle europee, ma non si è mai raggiunto lo stadio di unione doganale, per la quale è necessaria l’esistenza di un dazio esterno comune, e quindi d’una politica commerciale unificata (obiettivo raggiunto dall’allora CEE nel 1968).
    Nel caso centroamericano, potremmo dire che non è stato raggiunto nemmeno lo status di area di libero commercio, visto che sono ancora numerosi gli ostacoli alla libera circolazione dei prodotti tra i cinque paesi membri (Costa Rica, El Salvador, Guatemala, Honduras e Nicaragua).
    Nel caso dei paesi del Cono Sud, il Mercosur (Argentina, Brasile, Paraguay, Uruguay), nato nel 1999 con il Trattato di Asunción, pur adottando un approccio poco istituzionale e del tutto intergovernativo, avanzò parecchio nel corso dell’ultimo decennio del XX secolo.
    Il Mercosur adottò un dazio esterno comune, pur imperfetto, già nel 1994, e le cifre dimostrano che i volumi commerciali intra-regionali crebbero impetuosamente almeno sino alla crisi argentina del 2001 – 2002, rappresentando un importante pilastro per lo sviluppo economico dei suoi paesi membri e soprattutto del Brasile di Cardoso (1994 – 2002) е dell’Argentina di Menem (1989-1999).

    La tremenda crisi argentina del 2001, causata dall’impossibilità per l’Argentina di mantenere il cambio 1:1 con il dollaro, che era il perno della politica dell’allora ministro dell’economia Cavallo, venne a rallentare lo sviluppo del blocco, tanto dal punto di visto istituzionale come commerciale. Troppo lo squilibrio tra un Brasile sempre più solido ed un’Argentina in preda al caos ed in grave ritardo nel proprio processo di modernizzazione economica, processo certo non ulteriormente avanzato nemmeno durante le successive presidenze Kirchner e Fernández, che hanno visto al contrario un risorgere del nazionalismo economico.
    Il promettente Mercosur degli anni 90 è quindi divenuto il Mercosur stagnante dei primi anni 2000, bloccato nel suo sviluppo interno: mentre l’Argentina si dibatteva con le proprie (infinite) crisi, il Brasile si faceva i muscoli sfruttando il suo enorme potenziale economico negli anni di Lula, divenendo un attore di prima grandezza dello scenario internazionale senza avere più bisogno del Mercosur come veicolo d’espansione.
    Esistono alcune ragioni generali per spiegare il relativo fallimento dell’integrazione economica in America Latina: da una parte, la complementarità relativamente bassa all’interno degli spazi economici centroamericano ed andino, anche se questo fattore non è d’applicazione nel caso del Mercosur.
    L’esistenza poi, sino ai primi anni novanta, di scenari economici non virtuosi (debito, iperinflazione) che rendevano impossibile un’integrazione tra economie in crisi. Anche il poco sostegno dato dagli Stati Uniti ai processi d’integrazione regionale sino agli anni novanta non contribuì a rafforzarli: Washington ha sempre guardato con sospetto a processi che possano rafforzare la coesione tra i propri partner, come dimostra anche la riluttanza degli USA a concludere accordi con regioni anzichè con paesi.
    Fu invece l’apparizione dell’Unione Europea in America Latina negli anni novanta (politica lanciata dall’allora commissario europeo Manuel Marín) che dette uno stimolo all’integrazione regionale latinoamericana, mediante la proposta formulata ai tre blocchi di concludere accordi commerciali biregionali con ognuno dei tre blocchi quando i progressi nei rispettivi processi d’integrazione lo permettessero (essenzialmente, quando si fossero dotati anch’essi d’un dazio esterno comune).
    Lo scadente stato delle infrastrutture regionali è stato causa ed effetto della scarsa integrazione: l’esempio europeo dimostra che i fondi strutturali fecero moltissimo per rafforzare l’integrazione.
    Un’altra difficoltà per l’integrazione regionale deriva dalla riluttanza dei governi latinoamericani nei confronti d’ogni possibile cessione di sovranità allo stile europeo: l’integrazione è vissuta come un processo di pura politica estera, non avendo mai raggiunto in nessun caso una massa critica paragonabile alla dimensione comunitaria che conosciamo in Europа.
    Inoltre, gli organismi regionali latinoamericani sono sempre rimasti esclusivamente economici, senza mai assumere, o pretendere di farlo, un ruolo politico, come quando l’Ue venne a completare la CEE. La dimensione politica americana è sempre stata rappresentata dall’OEA, un organismo diplomatico classico, strettamente intergovernativo e dalle competenze abbastanza limitate. L’OEA fu cassa di risonanza statunitense sino agli anni 90, sino a divenire più variegato a partire dalla fine del secolo per ragioni che analizzeremo più avanti.

    Il primo decennio del nuovo millennio ha cambiato sostanzialmente le carte in tavola: i paesi che sono riusciti a portare avanti ambiziose riforme economiche ed a sostenerle nel tempo si sono rafforzati, entrando nel club degli emergenti (in primis il Brasile, ma anche il Messico, grazie al rapporto con gli USA, il Perù e senz’altro il Cile, che ha perseguito un modello di sviluppo improntato al liberalismo economico ed alla conclusione d’accordi commerciali con tutti i principali attori economici internazionali). Altri, come l’Argentina, hanno caracollato. Il gruppo della ALBA (Alternativa Bolivariana de las Américas) hanno intrapreso un altro cammino, finanziato soprattutto dal petrolio venezuelano: quello di un neo – statalizzazione dell’economia, fondata su un’ideologia sud – sud con toni anti-capitalistici.
    Sono parte dell’ALBA, il cui nome è in voluta contrapposizione all’ALCA (Asociación de Libre Comercio de las Américas, un tentativo infruttuoso d’integrazione economica panamericana pilotato dagli Usa arenatosi da anni) i seguenti paesi: Venezuela, Cuba, Bolivia, Ecuador, Nicaragua, Dominica. Antigua y Barbuda, San Vicente y las Granadinas.

    L’ALBA volutamente rifugge gli schemi classici dell’integrazione “liberale”, per proporre un altro modello, quello dell’integrazione tra popoli sulla base di progetti comuni, quali lo scambio di medici, insegnanti, modelli educativi, prodotti (petrolio) non su basi di mercato ma sovvenzionati a prezzi stabiliti dai governi. Il motore politico dell’ALBA è l’ideologia bolivariana di Chávez (el Libertador, integratore d’America ante litteram), saldata con il castrismo ed impregnata d’antiamericanismo. Il motore economico (od il combustibile) il petrolio venezuelano distribuito generosamente negli anni in cui l’oro nero ebbe corsi molto alti.
    La sfida dell’ALBA, cui senza appartenere guarda con simpatia anche l’Argentina di Cristina Fernández, è quella di proporsi come un modello alternativo d’organizzazione politica, economica e sociale, improntata su leader forti dal discorso molto populista, eletti in elezioni formalmente corrette ma svoltesi in una clima di sempre maggiore asfissia delle oppоsizioni, ed un notevole statalismo economico.
    All’interno dell’America Latina, lo sviluppo di un blocco che pretende di rompere con i modelli che guidarono le riforme economiche degli anni novanta ha portato ad una certa frattura dello scenario politico, nel quale si delineano tre gruppi; oltre all’ALBA, i paesi chiaramente liberali, che rifuggono le tentazioni neo populiste (Colombia, Perù, Costa Rica, Panama) e quelli con governi d’ispirazione socialdemocratica latinoamericana, i cui modelli sono il Brasile di Lula ed il Cile della Bachelet, recentemente sostituita da un Piñera sì liberale ma che non sembra aver intenzione di sovvertire il modello economico consensuale prevalente in quel paese andino. L’Argentina parrebbe ispirarsi a quei modelli, ma con molte contraddizioni e tentennamenti. Uruguay, El Salvador e Guatemala hanno anch’essi governi d’ispirazione socialdemocratica.

    Che riflessi hanno avuto questi movimenti profondi sulla geografia dell’integrazione politica ed economica? L’OEA è non più espressione degli interessi diretti degli USA, i quali hanno sostanzialmente dimenticato la regione negli anni Clinton e Bush. Però, a causa delle divisioni interne delineate sopra, essa è divenuto un organismo abbastanza inefficace a far fronte alle crisi regionali di natura politica (Honduras) o alle emergenze tipo Haiti.
    Il segretario generale Insulza è stato recentemente rieletto più per mancanza d’alternative che per vera convinzione, e molti paesi, pur votando per lui, hanno espresso il bisogno di dare un’importante sterzata all’organizzazione, per renderla più efficace.
    Nel 2008 nacque l’UNASUR (Unión de las Naciones Suramericanas), con l’obiettivo d’integrare tutte le nazioni dell’America del Sud in un solo processo d’integrazione emisferica sia politico che economico, che unisca agli acquis economici del Mercosur e della Comunità Andina una nuova piattaforma politica. Il blocco è stato sinora caratterizzato, a causa della colorazione di sinistra della maggioranza dei governi della regione, da una certa orientazione a sinistra, pur con le ovvie differenze, già analizzate, tra paesi ALBA e paesi moderati. L’UNASUR nacque da un’idea sostanzialmente brasiliana: Brasilia ambiva divenire un leader continentale sulla base d’una piattaforma più ampia del barcollante Mercosur.

    UNASUR ha appena eletto come segretario generale l’ex-presidente argentino Kirchner.
    Esiste poi dal 1986 il Gruppo di Rio, cui appartengono tutti i paesi latinoamericani: nato come foro regionale eminentemente politico avente come obiettivo il consolidamento della democrazia in un decennio nel quale i paesi latinoamericani passarono dalle dittature alla democrazia, è alla ricerca di una nuova agenda, una volta conclusa sostanzialmente con successo quella transizione.
    Da qui la recente creazione della Comunità degli Stati Latinoaemricani e dei Caraibi, nata nella cosidetta Cumbre de la Unidad di Cancún (febbraio 2010); formalmente una riunione del Gruppo di Rio, ampliata però agli
    stati caraibici. La nuova Comunità, le cui specificità verranno definite nel prossimo biennio, viene a costituire un’organizzazione panamericana priva di USA e Canada, ed è vista da alcuni (ALBA) come un’alternativa all’OEA, da altri come un suo complemento.
    Scenari complessi ed in movimento, che vale la pena seguire perché riflettono le differenze esistenti nel dibattito regionale su temi d’importanza globale come la crisi economica, la delinquenza ed il narcotraffico, la corsa al riarmo (particolarmente acuta in America Latina nell’ultimo periodo ed oggetto di dibattito nell’ultima assemblea dell’OEA), la lotta alla povertà ed all’esclusione. Tutti temi su cui i paesi latinoamericani hanno interesse a confrontarsi ed elaborare ipotesi di soluzione comune.

    Per quanto riguarda il ruolo dell’Unione Europea, nonostante i notevoli interessi economici in gioco, la strategia di concludere accordi biregionali con i tre blocchi principali si è trascinata per anni, in parallelo anche con la Ronda dello Sviluppo di Doha (DDA) senza poter portare a risultati probanti, anche a causa della sostanziale asimmetria dei negoziati, mantenuti tra un blocco di 27 paesi davvero integrati sotto la leadership di un organo comune, la Commissione, e gruppi di paesi tra loro divisi e rappresentanti di mercati non veramente integrati.
    Il negoziato Ue – Mercosur si arenò già nel 2002, venendo poi data priorità al negoziato multilaterale OMC (DDA). Quello con la Comunità Andina si arenò più recentemente a causa del disaccordo di fondo con la natura dell’accordo prima del Venezuela, poi di Bolivia ed Ecuador.
    Il recente vertice di Madrid ha portato, come dicevamo all’inizio, a risultati molto significativi. Infatti:
    – Vengono rilanciati i negoziati per un accordo d’associazione (AA) tra Unione Europea ed il Mercosur.
    – A fronte dell’impossibilità di negoziare un accordo biregionale con la Comunità Andina, si sono concluse i negoziati per la conclusione di accordi commerciali bilaterali con Perù e Colombia.
    -Si concludono i negoziati per un accordo d’associazione (AA) tra Unione Europea, America Centrale e Panama.

    Quest ultimo accordo raggiunto a Madrid segna la conclusione del primo accordo d’associazione (politico, commerciale e di cooperazione) concluso tra due blocchi regionali. Anche se sostanzialmente ignorato, a causa del peso economico relativo della regione centroamericana, dai media europei (non da quelli centroamericani), l’accordo merita, per la novità che rappresenta, l’attenzione di riviste più specializzate.
    Al di là del potenziale commerciale, l’AA Ue – AMCP è di natura diversa dal CAFTA, concluso dai paesi della regione nel 2005, che era una sommatoria di accordi bilaterali tra tali paesi e gli USA, senza dimensione regionale. Il suo principale atout è il rafforzamento della sempre vacillante
    dimensione regionale centroamericana, con effetti benefici non tanto sul commercio e gli investimenti bilaterali (che pure esisteranno), quanto sulla crescita economica in questa regione ancora povera ed estremamente esposta alla violenza ed al narcotraffico. Se questi
    temi sembrano lontani dagli interessi italiani, pensiamo alle ripercussioni dell’agenda globale ed alla crescente presenza in Europa delle gangs centroamericane, che preoccupano anche il governo italiano, che ha recentemente ospitato a Roma un convegno su questo tema.

    Simon Bolivar

    L’Italia è poi osservatore del SICA (Sistema de Integración Centroamericana) ed il Presidente Berlusconi ha recentemente partecipato a Panama all’ultimo vertice di questo organismo, ricambiando la visita del Presidente panamense Martinelli. Le imprese italiane non dovrebbero rimanere indifferenti a queste nuove opportunità che si aprono in America Centrale.

    Il nuovo accordo prevede periodi asimmetrici per l’eliminazione dei dazi doganali, e costituisce un accordo completo, in linea coi dettami dell’OMC. L’America Centrale s’impegna a completare il proprio processo d’integrazione, sino all’adozione d’un dazio comune, nei prossimi anni, anche se l’accordo entrerà in vigore già prima, al termine del processo di ratifica.
    In conclusione, l’America latina è cambiata molto in questi anni, ed anche se i risultati delle riforme economiche sono variabili, il rafforzamento della democrazia è indubbio, anche se crisi come quella dell’Honduras e la sfida dell’ALBA sono venute ad aprire nuovi fronti.
    La geografia dell’integrazione sta cambiando, obbedendo ai nuovi venti politici che spirano nella regione (anche l’amministrazione Obama mostra un certo interesse, ed un nuovo tocco). L’Unione Europea ha rettificato alcune sue politiche precedenti, adattandolo alla nuova realtà. Questo il principale risultato del vertice di Madrid, che non va affatto sottovalutato.

  • Il Brasile dopo Lula

    Il Brasile dopo Lula

    Il primo turno delle elezioni presidenziali brasiliane non ha ancor svelato il nome del vincitore finale, ma le probabilità che la candidata appoggiata da Lula, la sua ex-ministra Dilma Rousseff PT, (Partido dos Trabalhadores) s’imponga al secondo turno su José Serra, candidato dell’oppositore PSDB (Partido da Socialdemocracia Brasileira) sono notevoli.

    La ragione per cui Dilma, che ha ottenuto 47.651.434 voti (46.91%) al primo turno, praticamente gli stessi che aveva avuto Lula nel 2006, non è riuscita ad imporsi al primo turno come i sondaggi indicavano sino a poche settimane fa, è stata l’emergenza impetuosa della candidata ecologista Marina Silva, senatrice dello stato amazzonico di Acre ed ex-ministra dell’Ambiente di Lula dal 2003 al 2008. Marina, che ruppe, con Lula contestandone la poca attenzione ai temi dello sviluppo sostenibile, specie in Amazzonia, ha ottenuto 19.636.359 voti, corrispondenti ad un 19,33% ben superiore a quanto previsto dai sondaggi e del 6.5% ottenuto dalla candidatura di Heloisa Helena nel 2006, paragonabile alla sua (cioè alla sinistra di Lula).

    Marina è stata probabilmente avvantaggiata dai recenti scandali sorti nell’entourage immediato di Dilma e dall’appoggio delle chiese evangeliche, potentissime elettoralmente nel religioso Brasile (a Dilma hanno nuociuto le sue posizioni in favore della libera scelta in materia d’aborto). José Serra, l’ex-ministro della Sanità di F.H. Cardoso e candidato sconfitto da Lula al secondo turno nel 2002, ottiene 33.132.283 voti, pari al 32,61%. Sette punti in meno di Alckmin, candidato del PSDB nel 2006, e più o meno gli stessi voti che ottenne al secondo turno nel 2002 (ma allora votarono 25 milioni di persone in meno). Questo risultato non si traduce però nella temuta débâcle del partito tucano, che ottiene successi importanti nelle elezioni statali, imponendosi nei due stati – chiave di São Paulo e Minas Gerais, nei quali i candidati eletti superano nettamente i consensi ottenuti in loco da Serra.

    Due considerazioni elettorali: il Brasile ha dimostrato ancora una volta di disporre di una delle macchine elettorali più efficienti al mondo, capace di far votare elettronicamente 111 milioni di persone (la terza popolazione elettorale al mondo, dopo India e Stati Uniti e leggermente superiore ai 104 milioni di votanti dell’ultima elezione indonesiana) in maniera ordinata, senza contestazioni e con pubblicazione di risultati definitivi e non contestati nel giro di poche ore. Elezioni che tra l’altro non erano solo presidenziali, ma anche statali (governatori di 27 stati), parlamentari e comunali (i municipi in Brasile sono 5565).

    Ebbene, la macchina elettorale brasiliana ha funzionato ancora una volta benissimo, suscitando molte invidie anche in paesi del Nord del mondo. C’è solo da complimentarsi e studiare l’esperienza brasiliana in materia (pensiamo alla diffidenza con cui si guarda al voto elettronico in Europa).

    D‘altro canto, gli elettori brasiliani hanno confermato una partecipazione superiore all’80%, elevata in termini internazionali, che dimostra la loro fiducia nel sistema, a fronte di tassi di partecipazione quasi sempre calanti nelle democrazie cosiddette mature.

    In entrambi i casi, si tratta di buone notizie.

    La chiave del secondo turno saranno ovviamente i votanti di Marina Silva, che però dovrebbero propendere soprattutto verso Dilma Rousseff: sembra davvero difficile che Serra possa recuperare lo svantaggio accumulato, se teniamo conto anche del profilo ideologico dei candidati.

    Le prime dichiarazioni post-elettorali sembrano preannunciare una Dilma più centrata su messaggi propri, che la distinguano da Lula pur nella continuità delle sue politiche.

    Dilma, che nonostante il suo passato guerrigliero che l’ha anche portata in carcere durante la dittatura militare, non è in politica da molto, fu nominata da Lula come ministro “tecnico” all’Energia nel suo primo mandato, per poi passare all’assai più politica “Casa Civil“ (una specie di capo gabinetto, incaricato del coordinamento del governo).

    Da quel posto Dilma è stata catapultata con insistenza da Lula alla candidatura presidenziale per la coalizione che ha appoggiato il presidente uscente, composta da 11 partiti. Oltre al PT, l’altro partito chiave nella coalizione è il PMDB (Partido do Movimento Democrático Brasileiro), erede del partito che si impose con Tancredo Neves nelle prime elezioni post – dittatoriali e che, pur non presentando da molti anni un candidato proprio alle presidenziali continua ad essere il primo partito nazionale per numero di eletti. Il PMDB è stato rappresentato nel ticket presidenziale da Michel Temer, una vecchia volpe della vita parlamentare brasiliana (Dilma, 62enne, non aveva mai concorso ad alcuna elezione).

    La campagna elettorale di Dilma ha puntato sinora esclusivamente su un’identificazione totale con Lula, che si è impegnato al 100% al lato della sua prescelta (prendendosi anche cinque multe dalle autorità elettorali per partecipazione non imparziale nella campagna elettorale) ed è arrivato a dire che votare Dilma era come votare per lui, che non poteva ripresentarsi (ed avrebbe stravinto se lo avesse potuto fare…).

    Dilma ha probabilmente interesse a differenziarsi un poco dal presidente uscente in vista del secondo turno, pur confermando il messaggio di continuità con l’operato del presidente più popolare della storia del paese, che lascia la carica con indici d’approvazione dell’80%.

    Un indicatore significativo dello straordinario successo politico di Lula è il fatto che nessuno dei tre principali candidati, che hanno raccolto insieme il 99% dei voti, abbia osato criticare il presidente uscente: tutte e tre le candidature si presentano come di centro- sinistra, progressiste ma rispettose dei fondamenti del mercato: esattamente la ricetta che Lula ha saputo cucinare magistralmente nei suoi otto anni, divenendo un riferimento mondiale e regionale.

    Proprio la sintonia assoluta con Lula è stato il principale vettore della candidatura di Dilma, una manager più che una politica, fedelissima al suo mentore agli occhi degli elettori.

    E proprio la poca chiarezza di Serra nel differenziarsi dalla socialdemocrazia di Lula (non dimentichiamo che Serra è esponente autorevole proprio del partito socialdemocratico, che con F.H.Cardoso nel 1994 – 2002 avviò quelle riforme strutturali poi portate avanti da Lula nel suo periodo) lo ha penalizzato. Il poco magnetismo personale del pur competente Serra, che ebbe successo sia come ministro della Sanità con Cardoso che successivamente come Governatore dello Stato di San Paolo, (il più importante del Brasile, con un peso economico di molto superiore ad ogni altro paese d’America del Sud) ha poi contribuito a limitare il suo consenso elettorale, che come abbiamo visto non ha spiccato il volo rispetto a precedenti appuntamenti elettorali.

    Che Brasile si ritroverà a governare il successore di Lula? Su questa rivista abbiamo seguito con attenzione la politica brasiliana dal 1994. L’articolo che commentò l’elezione di Cardoso nel 1994 s’intitolò “Il Brasile di Cardoso tra speranze ed incertezze”. I successivi sempre allusero alle fragilità del sistema brasiliano, da sempre caratterizzato da un grande potenziale mai pienamente realizzato. Come si soleva dire scherzosamente in Brasile: il nostro è il paese del futuro, e… sempre lo rimarrà.

    Gli ultimi sedici anni sono stati caratterizzati da una chiarissima linea direttrice, che, poggiando sulle riforme economiche portate avanti da Cardoso, che permisero al paese di sconfiggere l’iper-inflazione degli anni ottanta e la cronica instabilità finanziaria, e poi a Lula di approfondire l’azione sociale senza volgere le spalle al rigore economico.

    Il Lula-spauracchio divenne col tempo un candidato accettabile da parte delle élites economiche e poi il migliore gestore possibile del paese emergente: attento non solo all’azione sociale, ma anche ai fondamentali necessari per la crescita economica, necessaria per promuovere quelle riforme sociali di cui un paese per secoli rimasto un campione assoluto di diseguaglianza aveva tremendamente bisogno.

    La sensazione degli anni di Cardoso fu che si fece molto per modernizzare l’economia e la gestione della cosa pubblica, ma non abbastanza per i due terzi meno abbienti del paese.

    Negli anni di Lula, il cocktail sapiente tra economia e sociale, tra nazionalismo economico e mercato, tra progressismo e rigore ha permesso al paese di approfittare a fondo delle ottime condizioni esistenti nell’economia mondiale prima della crisi: il Brasile, paese industriale competitivo ma anche importantissimo esportatore di prodotti agricoli e materie prime, ha alimentato una crescita economica impetuosa che anche nel 2010 si assesterà intorno all’8%. In questi anni, il Brasile ha poi anche avuto la fortuna di localizzare importantissime riserve di petrolio off-shore, gestite oculatamente dall’impresa statale Petrobras.

    I due fattori trainanti dell’economia brasiliana sono stati da un lato l’espansione del mercato interno, mediante oculate politiche di trasferimento di reddito che hanno permesso a ben venti milioni di persone d’abbandonare la povertà per entrare nella classe media: una delle migliori performance mondiali, comparabile solo a quanto ottenuto da Cina ed India, gli altri due BRIC cui il Brasile si può paragonare.

    Tali politiche sono state accompagnate da una pianificazione economica leggera, un grande sforzo infrastrutturale ed un miglior equilibrio nella gestione delle differenze tra i diversi stati che compongono quest’immenso paese.

    Il secondo fattore-chiave, che può costituire anche il tallone d’Achille del Brasile se non valutato nella sua importanza, è il notevole peso che hanno avuto le esportazioni di prodotti primari ed energetici, specie verso i paesi emergenti. Il Brasile è molto lontano dall’essere dipendente dalle esportazioni di materie prime, come del resto anche la crescita nel 2010 dimostra, ma sarebbe pericoloso dimenticare quanto nella crescita economica brasiliana abbiano pesato gli elevati corsi delle materie prime prima della crisi del 2008 e l’insaziabile sete di risorse da parte dei paesi emergenti. Questo sì, il Brasile di Lula non è incorso nell’errore di tanti altri paesi dotati di risorse, che finiscono per diventare un ostacolo per la crescita economica, ma ha saputo usarle al meglio per modernizzare il paese.

    Negli anni di Lula si è definitivamente avverata quella che era da anni l’aspirazione del Brasile, quello di divenire una potenza con status mondiale: la stabilizzazione finanziaria (non dimentichiamo che Lula dovette firmare, prima d’essere eletto nel 2002, una dichiarazione d’intenti con l’FMI per assicurarne l’ortodossia economica: ebbene, durante il suo mandato non solo si sono estinti i debiti con il Fondo monetario, ma addirittura il Brasile ha partecipato al piano di salvataggio della Grecia, diventandone paese creditore, un qualcosa d‘impensabile sino a pochi anni fa), accompagnata da significativi tassi di crescita ha gettato le basi per fare del Brasile un paese di riferimento non tanto dell’America latina quanto del mondo emergente.

    Lula ha impostato la sua azione esterna, portata avanti dall’impeccabile Itamaraty, il ministero degli esteri brasiliano guidato da Celso Amorim, confermatosi in questi anni come una delle più prestigiose diplomazie mondiali, su due principi essenziali: l’emergenza del Brasile come potenza di prima grandezza e la diplomazia Sud-Sud, in chiave culturale ed economica, specie con i paesi dell’Africa e di lingua portoghese.

    In chiave d’affermazione dell’importanza del Brasile come attore globale, ha avuto molta importanza il ruolo brasiliano nella missione ONU ad Haiti e nella successiva crisi legata al terremoto, nella quale il paese sudamericano ha avuto un ruolo importante al lato degli Usa (e dell’Ue, che pecca però sempre di sufficiente visibilità per la propria azione).

    Ancora più significativo il ruolo centrale assunto dal Brasile in tutti i grandi dibattiti internazionali: dal cambio climatico allo sviluppo delle energie alternative (il Brasile è leader in produzione d’alcool da biomassa), dal Doha round alle nuove architetture internazionali.

    Nessuno dubita che il Brasile otterrà un seggio permanente al Consiglio di Sicurezza ONU quando avverrà una riforma, né che sia un membro fondamentale di quel G-20 che ha reso ridondante l’una volta importantissimo G7.

    Il recente ruolo del Brasile nell’accordo nucleare tra Iran e Turchia ha poi dimostrato il successo di Brasilia nel giocare un ruolo mondiale eterodosso alternativo agli schemi tradizionali del potere internazionale e in zone nelle quali il paese non aveva presenza sino a poco tempo fa.

    Il prestigio internazionale del Brasile negli anni di Lula è quindi aumentato moltissimo: quando io vissi in Brasile, dal 1998 al 2002, era ancora del tutto impensabile che una candidatura internazionale del Brasile potesse avere chances di successo: la doppietta 2014-2016 (mondiali di calcio – olimpiadi) è la dimostrazione di quanto le cose siano cambiate in poco tempo.

    È forse in America latina dove, paradossalmente, il Brasile ha avuto meno successo in questi anni. Se la socialdemocrazia alla Lula è divenuta il riferimento ideologico di moda di molti governi (prendendo il passo sulla boccheggiante socialdemocrazia europea), il Brasile non ha sempre usato al meglio le proprie armi nella sua regione.

    Il Mercosur, processo d’integrazione di gran successo negli anni 90, si è inceppato in questo decennio, a causa dei problemi argentini ma anche degli eterni dissidi tra Buenos Aires e Brasilia: il Brasile, che aveva usato il Mercosur come un fattore d’apertura e stimolo delle riforme economiche, ha dato l’impressione di non dare più particolare importanza all’integrazione con i suoi vicini nel momento in cui la domanda mondiale dopava la sua crescita. D’altro canto, i rapporti con un vicino come la Bolivia non sono stati gestiti al meglio, e questo ha penalizzato gli interessi d’entrambi i paesi.

    Il maggior peso brasiliano non si è automaticamente tradotto in una maggior leadership regionale, e l’integrazione latinoamericana non ha fatto sostanziali passi avanti in questo periodo, anche se la nascita d’UNASUR ha creato un nuovo foro politico d‘integrazione.

    La reazione brasiliana alla crisi in Honduras, molto importante in America Latina anche se poco seguita in Europa, è stata forse un po’ troppo rigida, ed è curioso come ancora oggi Brasilia non abbia riconosciuto un governo d’unione nazionale formatosi dopo elezioni che è azzardato non riconoscere come legittime. L’equilibrismo nei rapporti con i paesi dell’ALBA, in particolare con il Venezuela di Chávez che ne è il leader, sono molto condizionati dai reciproci interessi economici e strategici, a volte a scapito d’una maggiore chiarezza.

    E l’atteggiamento di Lula nei confronti del regime cubano e della sua interpretazione restrittiva dei diritti umani ha causato molta sorpresa. Un’altra politica nella quale sussistono delle ombre è quella portata avanti dai governi di Lula in Amazzonia: il Brasile è sempre stato molto sensibile a evitare che facesse presa l’idea, cara ad alcuni ambienti, dell’internazionalizzazione dell’Amazzonia, considerato un anatema in Brasile. Al tempo stesso, è chiaro che la presenza della più grande foresta tropicale del mondo nel suo territorio condiziona molto le posizioni di Brasilia in materia di cambio climatico e ambiente. Se il primo governo Lula ebbe successo nel
    ridurre la deforestazione, questo trend si è rallentato negli ultimi anni (uscita di Marina Silva dal governo) e l’attuale revisione del codice forestale sembra impostata ad una maggiore attenzione nei confronti degli interessi economici degli allevatori, propensi a permettere quote maggiori di deforestazione, piuttosto che a quelli dei fautori dello sviluppo sostenibile, che di per sé fa parte dell’agenda del Brasile ma per cui non è sempre facile trovare soluzioni ottimali.

    Luiz Inácio Lula da Silva


    I successi di Lula nel ridurre i livelli di povertà non devono però far dimenticare che le disuguaglianze sociali, l’accesso alle opportunità economiche (i cittadini brasiliani si confrontano ai più alti tassi d’interesse bancari al mondo), la criminalità e il miglioramento continuo degli standard educativi, sanitari e scientifico/tecnologici rimangono questioni aperte: i miglioramenti di questi anni devono essere seguiti da ulteriori rafforzamenti delle politiche in tutti questi ambiti, senza i quali il Brasile, che è paese potentemente emergente ma non ancora sviluppato nel senso classico del termine potrebbe soffrire in futuro per mantenere le posizioni raggiunte.

    Importante quindi che al successo di questi anni non faccia seguito l’auto compiacimento, che fa parte del carattere brasiliano.

    Non c’è dubbio che anche una seria riforma dei partiti politici, che ovviasse alla sempiterna confusione della vita legislativa nazionale e statale, potrebbe beneficiare il paese (anche Lula ne soffrì, pur senza vedere intaccata la sua credibilità personale): se ne parla da anni, ma con scarsi risultati. Comunque, i risultati ottenuti da Lula l’hanno reso senza dubbio un personaggio-chiave nella storia del XXI secolo e, senza tema di smentite, pensiamo che, nonostante i rischi evidenziati in alcuni settori, il Brasile non tornerà indietro, essendo ormai evidenti a tutti i benefici di un modello equilibrato tra crescita economica e distribuzione.

    D’altronde, non è un caso che i dati dell’ultimo Latino-Barómetro 2009 evidenzino il Brasile come il paese nel quale la fiducia dei propri cittadini è maggiore: alla domanda “il paese va nella direzione giusta?” risponde positivamente il 75% dei brasiliani, a fronte di una media continentale del 45% ed del dato argentino, il peggiore, del 19%.

    Dopo molti tentennamenti, il Brasile ha finalmente imboccato una strada maestra che lo sta portando in alto, ed a livello internazionale non v’è un solo dibattito nel quale la posizione di Brasilia non conti. Il Brasile che lascia di Lula non è più quello delle eterne promesse, ma delle realtà concrete.

  • El Salvador e Honduras: due modi diversi d’interpretare la democrazia

    El Salvador e Honduras: due modi diversi d’interpretare la democrazia

    Le vicende dell’ultimo anno in El Salvador ed Honduras evidenziano due momenti diversi del processo di democratizzazione in America Centrale: un anno fa, si temeva che le elezioni presidenziali, previste per il marzo 2009 in El Salvador, potessero dar luogo ad una situazione confusa nel caso la destra, al potere da vent’anni ma in realtà da sempre, ne uscisse
    sconfitta.

    D’altro canto, la situazione pareva assai più tranquilla in Honduras, dove le scelte eterodosse del presidente Zelaya, che per decisione sostanzialmente personale aveva portato il paese nell’ALBA, Alleanza Bolivariana per le Americhe, non sembravano far presagire una rottura dell’ordine costituzionale come quella che sarebbe poi avvenuta il 28 giugno, aprendo una crisi
    che si è successivamente complicata in maniera imprevedibile.

    Un anno più tardi, Mauricio Funes, eletto presidente in El Salvador il 15 marzo 2009, affianca Lula e la Bachelet con indici d’approvazione dell’80%, mentre l’Honduras si è isolato dalla comunità internazionale a causa del modo disastroso in cui ha gestito la crisi – Zelaya.

    La crisi honduregna ha sorpresa molti osservatori, che credevano ormai passato il tempo degli interventi militari in America Latina: il colpo di stato “pseudo-costituzionale” del 28 giugno 2009 ha visto una reazione sorprendentemente unanime della comunità internazionale: Stati Uniti. blocco bolivariano, tutta l’America Latina e l’Ue hanno condannato all’unisono l’esautoramento del presidente Manuel Zelaya e la sua successiva espulsione manu militari dal paese. Nessun governo ha riconosciuto il governo di fatto diretto dal presidente del congresso honduregno Micheletti: dal 28 giugno 2009 in poi la comunità internazionale ha cercato di trovare una soluzione che permettesse di ristabilire la legalità infranta, senza riconoscere una situazione di fatto che avrebbe fatto retrocedere la democrazia latinoamericana di vent’anni.

    Mauricio Funes
    Manuel Zelaya

    Un primo sviluppo significativo provocato dalla crisi honduregna è stata proprio la reazione della comunità internazionale: pensare che gli Usa e Chávez potessero essere d’accordo sul sostegno da dare a Zelaya e che nessun governo si sia sentito tentato da un possibile riconoscimento del governo Micheletti dimostra quanto la democrazia si sia rafforzata in America Latina nel corso degli ultimi vent’anni: dai tempi della caduta delle dittature
    militari, iniziata negli anni ottanta e conclusasi con la democratizzazione in Cile (1990), nessun golpe ha avuto successo (e sempre meno ne sono stati tentati). L’immediata espulsione dell’Honduras dall’OЕA, Organizzazione degli Stati Americani, e la sospensione di ogni forma di cooperazione con il governo giudicato illegittimo di Tegucigalpa non sarebbero mai stati possibile qualche anno fa, perché la solidità democratica della regione è ormai significativa.

    Se è parso subito evidente a tutti, salvo ai promotori della destituzione di Zelaya, che non si potesse transigere con gli sviluppi in odore di golpe, in Honduras, bisogna dire che il presidente deposto Manuel Zelaya non è affatto libero da colpe. Eletto nelle fila del partito liberale, che, da decenni,
    con il partito nazionale si alterna al potere in Honduras, era divenuto minoritario perfino all’interno del proprio partito quando, per ragioni tattiche, decise di far aderire l’Honduras all’ALBA senza che nel paese ne esistessero i presupposti: in Honduras non esisteva un movimento significativo ispirato al socialismo del XXI secolo, né Zelaya godeva del consenso popolare interno che si sono saputi costruire Chávez, Morales e Correa.

    Zelaya accarezzò l’idea di mettere in moto un processo di rielezione simile a quelli intrapresi negli ultimi anni in Venezuela, Ecuador, Bolivia e Nicaragua: cominciare da una riforma costituzionale che prevedesse la rielezione per poi trasformare in maniera significativa la società a partire da una posizione di forza nelle istituzioni e giocando su una quasi – coincidenza tra governo e partito – movimento.

    Una dinamica di questo tipo non poteva aver luogo in Honduras perché né Zelaya possiede le doti carismatiche degli altri presidenti menzionati, né aveva a sua disposizione un movimento popolare da poter mobilitare. Zelaya si limitò a governare in forma populista in un paese profondamente diseguale dal punto di vista della ripartizione della ricchezza.

    Messo in minoranza nel proprio partito (il suo vicepresidente e candidato designato del partito liberale alle elezioni non condivideva per nulla le sue posizioni), Zelaya si lanciò in un’improbabile fuga in avanti, ostinandosi a promuovere un referendum sulla riforma costituzionale persino dopo il voto contrario del Congresso e l’opinione negativa della Corte Suprema, che lo giudicò incostituzionale. La mattina del referendum “autoconvocato”, Zelaya fu arrestato dai militari ed immediatamente espulso, mentre il Congresso votava la sua destituzione.

    I promotori della destituzione di Zelaya riuscirono a coagulare attorno a loro la maggioranza dei consensi interni: a fronte dell’unanime rifiuto di riconoscere la situazione di fatto da parte della comunità internazionale, in Honduras si è sviluppato un nazionalismo esacerbato che non ha esitato a preferire l’isolamento ad ogni possibile soluzione negoziata che mettesse in dubbio la legittimità del golpe e del governo di fatto.

    Micheletti ha boicottato ogni tentativo di mediazione, come quello affidato dall’OEA al presidente del Costa Rica Arias, divenuto ancora più necessario dopo il rocambolesco ritorno a Tegucigalpa del presidente deposto, installatosi dal 23 settembre nell’ambasciata brasiliana.

    Gli sviluppi in Honduras hanno messo in luce l’immaturità di una classe politica che non ha esitato a sacrificare gli interessi del paese sull’altare dei propri disegni di potere. Senza poi capire che i tempi in America Latina sono definitivamente cambiati, e che la tolleranza verso l’autoritarismo è finita.

    Le elezioni del 29 novembre 2009 hanno visto l’elezione di Porfirio Lobo, che ha prevalso su Santos, candidato del partito liberale, in un’elezione non boicottata da un numero significativo d’elettori ma neanche osservata dai principali organismi d’osservazione elettorale (OEA, Ue, Centro Carter).

    Le elezioni come tali sono state riconosciute solo da un pugno di paesi: USA, Costa Rica, Panama, Perù. Gli altri paesi latinoamericani e l’Ue si sono mantenuti più prudenti, non volendo riconoscere come valido un ritorno alla democrazia esercitato sotto la tutela del presidente di fatto Micheletti. Solo all’indomani della sua uscita di scena, e dell’uscita dal paese di Zelaya, il processo di ristabilimento dei rapporti con l’Honduras è lentamente cominciato, anche se prenderà tempo.

    Roberto Micheletti
    Porfirio Lobo Soza

    La crisi ha messo in evidenza da un lato la solidità dell’attaccamento alla democrazia in America Latina, che ha impedito il riconoscimento di una situazione di fatto, ma anche la poca efficacia degli strumenti multilaterali, quali l’OEA, nel sostenere efficacemente la democrazia in situazioni di crisi acuta.

    L’unanimismo iniziale della comunità internazionale si è attenuato quando gli Usa hanno deciso di riconoscere le elezioni: come fatto rilevare da Castaneda, ex ministro degli esteri messicano, tutti i processi di transizione politica richiedono certi compromessi, quali elezioni tenute in presenza di un regime non pienamente democratico.

    Il Brasile si è fatto paladino della posizione contraria, quella della necessità di restituire la presidenza a Zelaya, posizione che prevalso in sede OEA e che ha adottato anche l’Ue. Una volta svanita tale possibilità (dopo le elezioni del 29 novembre), tale posizione è evoluta verso la richiesta di formazione di un governo d’unità nazionale e le dimissioni di Micheletti, condizioni anch’esse non soddisfatte.

    Per quanto riguarda l’Ue, a parte il congelamento della cooperazione con l’Honduras, ha dovuto sospendere anche i negoziati per la conclusione d’un accordo d’associazione biregionale con l’America Centrale, che riprendono solo a fine febbraio, in vista di una possibile conclusione a maggio (vertice di Madrid Ue – America Latina).

    Una lezione molto più confortante viene invece da El Salvador: l’elezione del riformista Maurico Funes, candidato del FMLN (Frente Farabundo Martí de Liberación Nacional), ex -movimento guerrigliero trasformatosi in partito politico in seguito agli accordi di pace del 1992, non ha portato alla catastrofe che ARENA, il partito al potere da vent’anni, vaticinava.
    L’immediata accettazione del risultato elettorale da parte del candidato di ARENA Rodrigo Ávila, pur sconfitto per un margine ridotto, fu una notizia confortante per la democrazia latinoamericana. E gli osservatori internazionali confermarono la correttezza di un’elezione vissuta nel paese come una lotta epocale.

    Funes ha poi confermato coi fatti la sua visione socialdemocratica, in sintonia con il modello di Lula e Bachelet, e governa con rinnovata attenzione alla politica sociale senza perdere di vista l’ortodossia economica.

    Nonostante la crisi abbia colpito duro El Salvador, un paese molto dipendente dalle rimesse dei 2.5 milioni di propri cittadini emigrati negli Usa (a fronte dei meno di sei residenti nel paese), la visione da statista di Funes gli ha permesso do ottenere molti consensi, pur creando qualche scontento tra chi, nell’ FMLN, vorrebbe abbracciare il modello chavista. La destra tradizionale, alle prese con un presidente di sinistra diverso dalle aspettative si è avvitata in una crisi che ne rende inevitabile la modernizzazione.
    L’ultimo atto del presidente Funes è stata la richiesta di perdono, a nome dello Stato, alle vittime della guerra civile (1979-92), un’iniziativa mai presa dai governi di ARENA. Dal canto suo, il vice presidente di Funes, Sanchez Cerén, ha chiesto perdono a nome del partito, cui Funes non appartiene. La destra, diretta dall’ex -presidente Cristiani, considera di non dover chiedere perdono.

    Pur tra molte difficoltà, El Salvador cerca di rimarginare le dolorose ferite della propria guerra civile, e lo fa rafforzando la propria democrazia. L’Honduras, paese dalla struttura sociale molto simile ma mai passato attraverso una guerra civile, si dibatte tra le proprie contraddizioni e si chiude su se stesso, indebolendo la democrazia senza che l’elezione di Lobo il 29 novembre abbia risolto del tutto la crisi apertasi con l’allontanamento di Zelaya.