Autore: Stefano Gatto

  • Dove il terrorismo è quotidiano cosa possono fare i musulmani moderati

    PAKISTAN, 27 marzo 2016 – Un attentato terroristico al parco Iqbal a Lahore, nella regione del Punjab in Pakistan, tinge di sangue e di morte la domenica di Pasqua 2016. Almeno 69 vittime e 200 feriti, molti dei quali esponenti della piccola comunità cristiana locale (Lahore è comunque il luogo di maggiore presenza di cristiani) Secondo le prime ricostruzioni, il kamikaze si sarebbe fatto esplodere vicino all’area bambini, da cui alto numero di piccole vittime. L’attentato è stato rivendicato dal Ttp (il principale gruppo di talebani del Pakistan) e da un gruppo dissidente, Jamatul.

    Dall’attacco alle Torri gemelle, l’11 settembre 2011, il Paese ha registrato circa 60mila vittime per attacchi terroristici. Non è la prima volta che vengono presi di mira, deliberatamente, i bambini: nel dicembre 2014, i terroristi talebani attaccarono una scuola a Peshawar uccidendo 132 bambini, su un totale di 140 vittime.

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    Che cosa significa vivere in un paese dove la violenza terroristica è altissima e costante, non occasionale? Quali sono gli spazi d’azione dei cosiddetti moderati? Come sviluppare un’agenda contro il radicalismo che vada di là dall’azione bellica?

    Dopo l’attacco a Charlie Hebdo avevo pubblicato su Stati Generali due articoli che presentavano una prospettiva diversa da quella dominante in quel momento, di schieramento pressoché unanime (“Se non proviamo a capire l’Islam facciamo il gioco dei terroristi” e “Il vero pericolo non è l’Isis in Libia ma il terrorismo in Europa”). Senza cadere nel giustificazionismo, avevo presentato la tematica della violenza terrorista così come vissuta dai paesi islamici, come quello in cui io attualmente vivo e lavoro, il Pakistan.  Questa volta seguo quella stessa linea senza ripetere gli stessi argomenti, presentando una prospettiva che ritengo comunque essenziale per cercare d’inquadrare il fenomeno senza cadere in un autoreferenzialità che sempre porta a risposte inefficaci.

    Il Pakistan è uno dei paesi-chiave nella galassia del terrorismo mondiale: se ISIS vi è per il momento poco diffuso, basti pensare che a fronte delle centinaia di vittime del terrorismo in Europa, il Pakistan ha avuto tra i 50 e 60.000 morti per terrorismo dall’11 settembre 2001 in poi. Fino alla crisi siriana, è stato anche il Paese che ha ospitato più rifugiati al mondo: dal vicino Afghanistan, dai 3 milioni degli anni ’80 si è passati al milione e mezzo di rifugiati attuale, qui da trent’anni. Parliamo di unpaese il cui reddito pro capite non raggiunge 5mila dollari, rispetto ai 35mila dell’Italia. Tanto per far capire le proporzioni della sfida quando paragonate alle nostre e la poca fattibilità della ricetta “che ci pensino loro”.

    Primo, come si vive in un Paese dove il terrorismo è di casa, colpendo quasi giornalmente? Al di là dal fatto che l’ultimo anno ha visto una diminuzione nel numero degli attentati e che non tutte le zone del Paese siano sullo stesso livello di rischio, stiamo ancora parlando di migliaia di morti in questo 2015. All’inizio, la macchina blindata, i posti di blocco, le scorte stordiscono. È comunque molto limitato il numero di persone (membri del governo, diplomatici stranieri, persone molto affluenti) che si possono permettere quelle protezioni, comunque imperfette rispetto a terroristi suicidi.

    L’orribile attentato di Peshawar del 16 dicembre 2014 (141 tra bambini e professori massacrati a colpi di mitra) ha certamente rappresentato una svolta nella lotta contro il terrorismo, sia nelle zone a presenza talebana che nel controllo del radicalismo verbale dei leader religiosi, fin lì incontenibili nei loro attacchi all’Occidente. Ciò non toglie che il pericolo permanga, e che ogni semaforo rosso sia un momento d’apprensione, ogni luogo affollato un potenziale pericolo, ogni moto che ti affianca vada guardata con attenzione, ogni sguardo si carichi d’inquietudini.

    Le prime vittime del terrorismo integralista non sono gli occidentali ma i musulmani, che nella loro stragrande maggioranza non possono permettersi nessuna misura di sicurezza: sedersi a prendere un tè o un caffè all’aperto un rischio, perché qualunque macchina posteggiata azionata a distanza può esplodere accanto a te. Alcune moschee sono luogo di genesi del terrore, altre ne sono le prime vittime. Qualsiasi edificio pubblico accessibile è a rischio d’attentato suicida, che tra l’altro di solito colpisce le forze di sicurezza che ne sono all’esterno e i passanti occasionali, quasi mai le persone altolocate. Ultimamente, gli autobus sono divenuti un target.

    Chi vive in un Paese come questo deve però continuare a vivere: è solo una minoranza che se ne va, la grande maggioranza rimane e nonostante tutto deve abituarsi a questo stato di cose, che limita movimenti e possibilità di svago. In Pakistan si parla di resilience, capacità di resistere comunque contro tutto: un sentimento che avevo già riscontrato in Libano e in El Salvador quando chiedevo alla gente come aveva vissuto durante le rispettive guerre civili. Tutti ti sorridono e ti dicono: «Non puoi farci niente: ti butti a terra, e poi ti rialzi e continui a vivere come puoi». Per chi, come me, in realtà come queste vive solo per qualche tempo, si impara a rivalutare il valore supremo della libertà che la nostra civiltà europea ci garantisce: una passeggiata in una qualsiasi città europea ha effetti galvanizzanti.

    Nel caso dei Paesi musulmani, qualcuno dice “problemi loro, se la sono cercata”. È una tesi prevalente negli ultimi tempi. Il ragionamento equivale al sostenere che nei tempi di massimo potere della mafia tutti i siciliani in fondo fossero complici di quel sistema. Ma una cosa è dire che esista una certa situazione ambientale che può favorire un fenomeno, un’altra che tutti diventino colpevoli, come si dice ora dei musulmani. Indubbio che la reazione deve venire dal di dentro, come fu in gran parte in Sicilia; altra cosa che le vittime in prima fila vengano trattate come complici dei mandanti e degli esecutori.

    D’altro canto, il fatto che il 99% degli attentati siano compiuti da musulmani non può essere ovviato facilmente. Del resto, anche il 95% delle vittime del terrorismo islamico sono musulmani. È chiaro che all’interno del mondo islamico esistono molti problemi non risolti, le cui radici sono in parte anche religiose (diverse interpretazioni della lettera coranica, conflitto sciita-sunnita che risale al VII secolo e si è ravvivato nell’ultimo), ma soprattutto sociali (immobilismo) e politiche (incompatibilità apparente con la democrazia). Problemi che sono all’interno dell’Islam e che esso deve affrontare, magari con l’aiuto dell’Occidente, ma non la cui soluzione non può venire da fuori.

    In questo senso, si ripete spesso che i musulmani moderati non esistano, facendo un passaggio logico ardito: se non ti ribelli, non meriti niente di meglio di quello che ti succede. Questo ragionamento, oggi molto diffuso, si scontra con centinaia di milioni di musulmani che non hanno scelto la via della violenza, che solo una visione minoritaria della comunità islamica considera invece accettabile, fondandosi in una lettura letterale del Corano propugnata dai wahabiti, padri spirituali di talebani, ISIS e Boko Haram. È relativamente facile invocare un’iniziativa dei moderati, ma si dimentica l’asimmetria tra la forza di chi è armato ed è disposto a morire rispetto a chi solo può usare la parola e la ragione, nel quadro poi di Paesi nei quali non esiste uno stato di diritto che tuteli adeguatamente i cittadini.

    Nella fase storica in cui siamo, anziché la primavera democratica che ci si augurava stiamo vivendo una regressione, visibilissima quasi ovunque nel mondo musulmano. In questa città sono appena stati chiusi, per ragioni apparentemente lontane dal tema in discussione, tutti i ristoranti; le donne velate sono sempre di più, quelle vestite all’europea sempre meno, quando la proporzione era inversa solo un paio di decenni fa; milioni di bambini non hanno altra scelta che le màdrasse (scuole coraniche) e uno dei fenomeni più inquietanti dell’ultimo periodo sono i sempre più numerosi laureati formati in Occidente che si radicalizzano (leggasi lo splendido libro Il fondamentalista riluttante di Mohsin Ahmid per una presentazione brillante di tale processo, assurdo ai nostri occhi).

    I moderati sono maggioranza, troppo silenziosa questo sì, ma sono a mal partito contro i violenti, perché le loro armi sono drammaticamente impari. Ciò nonostante solo da lì si può ripartire: un’iniziativa militare contro ISIS in Siria e Iraq è probabilmente divenuta inevitabile, ma non potrà che fallire se s’insisterà a negare l’esistenza di questi moderati silenziosi, che vanno aiutati e non ridicolizzati o stigmatizzati. Se si continuerà ad affermare che “tutti i musulmani sono uguali” si farà esattamente il gioco dei violenti, che vogliono proprio una guerra di religione.

    Come sarà inutile combattere sul terreno senza soffocare i circuiti finanziari e commerciali che in parte illegalmente (petrolio controllato da ISIS e venduto di contrabbando) e in parte no (circuiti finanziari paralleli via stati del Golfo) alimentano il terrorismo. ISIS non sono i talebani, che vogliono evitare la penetrazione occidentale nel loro Paese, l’Afghanistan, né Al-Qaeda, che per far sognare i diseredati musulmani attaccò l’Occidente come primo passo per sviluppare un’agenda centrata sul controllo del potere nel mondo islamico. ISIS è oggi concorrente di Al-Qaeda, da cui ha però adottato le modalità operative.

    Un dato significativo sulla dimensione economica di Daesh. ISIS può oggi stipendiare un soldato a circa mille dollari al mese, pagabili a vita alla famiglia del “caduto” dopo il sacrificio. Non strano che con queste risorse economiche si trovino persone disposte a farsi lavare il cervello nei campi profughi del Pakistan o del Medio Oriente: stiamo parlando di una prospettiva infinitamente più concreta che quella offerta da molti dei Paesi in cui l’integralismo islamico impera.

    Come sconfiggere il radicalismo alla radice se la via bellica non basta (combatte il fenomeno, non le cause) e quella finanziaria neppure? Entrambe queste dimensioni sono necessarie e vanno molto rafforzate, ma la dimensione che permetterà di vincere la battaglia una volta per tutte è culturale: solo un’istruzione di massa e di qualità, che offra prospettive di là dall’insegnamento coranico d’impostazione puramente letterale e lo sviluppo della cultura della tolleranza e della diversità possono rompere il muro d’indifferenza nei confronti dell’altro che esiste attualmente nel mondo islamico. Se l’Occidente si abbassa al livello dei terroristi, rinchiudendosi su stesso e facendo d’ogni erba un fascio, negandosi ad aiutare l’Islam a debellare i propri demoni, alimenterà ulteriormente la macchina del terrore.

    Dalle esperienze che come Unione Europea stiamo cercando di portare avanti in Pakistan abbiamo imparato che l’agenda contro il radicalismo dev’essere modesta, concreta e soprattutto non pretenziosa. La cooperazione in materia di antiterrorismo, tra i giovani nelle università a rischio di radicalizzazione, sui media per sgonfiare la narrativa del terrore va portata avanti con molta circospezione, senza ricette preconfezionate (che nessuno ha), pronti a fare un passo avanti e tre indietro, ma senza perdere di vista che sono appunto i moderati d’entrambe le parti che vinceranno alla fine la partita. Per il momento, si nota in Pakistan un notevole abbassamento dei toni retorici e anti-occidentali.

    Qualche settimana fa, in un seminario su questo tema a Karachi, ho preso conoscenza d’un dato che mi ha impressionato: l’80% degli studenti dell’Università di Peshawar è convinto che l’Islam sia sotto attacco da parte dell’Occidente. Se uno analizza la storia dal XIX secolo in poi si renderà conto che gli avvenimenti possono essere interpretati in quel modo, almeno sino all’11 settembre. E in parte anche dopo. Così l’hanno vissuto per esempio gli afghani. In Occidente, un simile studio darebbe il risultato opposto. A mia maniera di vedere, nessuna delle cose è del tutto vera: tra Islam e Occidente (per loro mondo cristiano) esiste un’incomprensione di fondo, fondata in secoli di non-dialogo e di squilibri che adesso si sono trasformati in terrorismo (v. anche Mario Giro su Limes, che condivido completamente).

    Il conflitto vero rimane interno al mondo islamico, che non ha ancora digerito le proprie fratture successive alla scomparsa di Maometto né la centralità che gli ha procurato il petrolio dal 1945 in poi. E che lotta con difficoltà in parte contro l’idea stessa di modernizzazione. In questo quadro, attaccare l’Occidente è una diversione tattica dall’obiettivo di fondo di tutti i gruppi islamici radicali, il cui obiettivo è criminalizzarlo per evitarne l’espansione sui loro territori. Quella del califfato è una bufala, loro attaccano l’Occidente per narcotizzarlo, alimentare l’odio e ridurne l’appeal sul mondo islamico. Ma esiste, nel mondo globale, la possibilità di rimanere lontani e separati? Non credo sia più possibile tornare indietro verso società culturalmente omogenee: siamo condannati a capirci.

  • Strage di Pasqua a Lahore, ennesimo attacco in un Paese martoriato dal terrore

    L’esplosione di un attentatore suicida a Lahore (Pakistan) è stata nel posteggio del parco Gulshan-i-Iqbal, molto frequentato da famiglie essendo il giorno festivo. Le vittime mortali sono sinora almeno 72 (i feriti 280). Il bilancio è stato moltiplicato dall’assembramento di folla per il festivo e dall’assenza di misure di sicurezza nel parco, cosa non del tutto anormala visto che non si tratta di un obiettivo abituale.

    L’attentato è stato sinora rivendicato dal TTP, il principale gruppo di talebani del Pakistan, e da un gruppo dissidente, Jamaat-ul-Ahrar. Rivendicazioni molteplici sono abituali in questi casi, perché esiste una macabra competizione interna tra gruppi terroristici per ottenere prestigio e risorse. I TTP non sono affiliati a Daesh/ISIS, non mi risulta che nemmeno Jamatul ma non ho sicurezza su questo secondo dato. Il loro califfo non è Al Baghdadi ma Mansur, il successore del mullah Omar, entrambi afghani.

    Una precisazione sulla presenza di ISIS nel subcontinente indiano, che include il Pakistan: Daesh è una franchigia, come lo era Al Qaeda: non un’organizzazione centralizzata, ma una rete di gruppi che dichiarano la loro sottomissione a un califfo. Attualmente ci sono due califfi: Al Baghdadi, iracheno, leader di ISIS (ex- Al Qaeda nell’Eufrate) e Akhtar Mohammad Mansour, successore del Mullah Omar come leader dell’emirato afghano, cui prestano obbedienza anche i gruppi pachistani. Salvo alcuni gruppi dissidenti, che per smarcarsi nella lotta interna in Pakistan e Afghanistan e attirare militanti e risorse grazie al “fascino” della marca ISIS hanno dichiarato la loro fedeltà a Al Bagdhadi.

    In realtà, pochi pakistani ed afghani combattono in Siria ed Iraq, la loro battaglia è in Pakistan ed Afghanistan, ed è una questione interna, una lotta tra leader per influenza e fondi.

    I media italiani parlano di attacchi a cristiani. È possibile, ma bisogna capire il contesto. Lahore è il luogo di maggiore presenza di cristiani, tra le comunità più povere e marginali del Pakistan: più volte si sono dati attacchi, anche molto sanguinosi, contro i loro quartieri e chiese. Esistono gruppi specializzati nell’attaccare cristiani, sciiti e altri gruppi minoritari nell’Islam (ahmadis, ismaeliti): è la cosiddetta violenza settaria, la più diffusa oggi in Pakistan.

    I talebani non si caratterizzano però per questo tipo d’attacchi, ma per attacchi contro lo stato e l’esercito (che ha in corso da due anni un’offensiva contro i talebani nelle loro zone del nord). I talebani sono meno presenti in Punjab, la principale regione del Pakistan, il cui capoluogo è Lahore, ma hanno stretto da tempo un’alleanza con altri gruppi localizzati nel sud della provincia, molto più a sud di Lahore. Questi gruppi di solito attaccano minoranze religiose.

    Nel parco non c’erano solo cristiani, domenica è festiva per tutti, ma è possibile immaginare che i gruppi che hanno rivendicato l’attentato abbiano voluto lanciare un avvertimento al governo (controllato da un partito del Punjab) circa la loro capacità di colpire a Lahore in ritorsione per l’offensiva anti-talebana dell’esercito nel nord (zone tribali e Khybher Pakthunkwa).

    L’offensiva militare, chiamata Zarb-e-Azb, ha colpito le basi talebane alla frontiera con l’Afghanistan, riducendo in gran parte l’estensione della zona santuario che i talebani avevano per organizzare le loro operazioni in entrambi i paesi. Quest’offensiva ha seguito quella per liberare la zona dello Swat negli anni precedenti, ed è completata da una per colpire gruppi criminali e basi terroriste a Karachi, la megalopoli pachistana. L’offensiva ha ridotto la capacità d’azione dei terrorista, senza eliminarla. Uno degli effetti collaterali della nuova strategia è stata quella di spingere i terrorista ad attaccare obiettivo “soft”: non più militari, ma scuole e, come adesso, parchi, meno sorvegliati.

    Non è però impossibile immaginare che il suicida si sia fatto esplodere accanto a un gruppo di cristiani: anche se si vestono sostanzialmente allo stesso modo, un occhio locale sa riconoscerli, ormai persino io lo posso fare. Pur senza identificarli precisamente, è possibile stimare il gruppo religioso delle vittime pur senza un’identificazione precisa. Non è ancora chiaro se questo ne faccia un attacco anti-cristiano, che avrebbe avuto luogo, come in passato, in occasione della messa. Ma è possibile che molte vittime siano cristiane [Secondo un portavoce della polizia di Lahore, citato dal quotidiano Avvenire, i cristiani morti sono 10, quelli feriti 49, NdR]. Le minoranze religiose tutte – hindu, sette minoritarie non sunnite, cristiani – sono vittime di discriminazioni e attacchi, anche se non è in corso una vera e propria offensiva terrorista contro di loro. Anche i media pachistani parlano adesso di presenza maggioritaria di cristiani tra le vittime.

    Non è indifferente sapere se esista una matrice religiosa nell’attacco, più discutibile fare distinzioni tra le vittime: pare probabile che i gruppi talebani abbiano voluto dare una dimostrazione di potenza in una zona cara al governo centrale, colpendo in modo da fare il più vittime possibili, con speciale intenzione di colpire in questo caso dei cristiani, ma non solo visto le modalità dell’attentato. Quando si sa che più di 60mila pachistani d’ogni religione sono morti per terrorismo dal 2001 (contro 1.800 europei, tanto per fare un paragone, che comunque sono 1.800 di troppo), si capisce che il terrorismo in Pakistan ha ramificazioni complesse e colpisce in maniera di solito indiscriminata.

  • Diario pakistano, numero diciotto

    Negli ultimi tempi sono stato diverse volte a Karachi, capitale economica del Pakistan e una delle più grandi megalopoli al mondo, con una popolazione imprecisata e incalcolabile tra i 20 e 30 milioni di abitanti.

    Karachi non è una bella città, ma un agglomerato abbastanza confuso di  persone, quartieri composti da case in gran parte in pessimo stato, spazi non costruiti (le potremmo dire zone verdi, ma di verde è rimasto ben poco), zone industriali (nelle megalopoli asiatiche formatesi negli ultimi trent’anni non esiste distinzione tra zone residenziali e industriali). Tanto per dare un’idea, la città è cresciuta talmente in fretta e i poteri municipali sono cosi’ flebili che non esiste raccolta sistematica di rifiuti (ben visibili nelle strade) e le case non ricevono acqua corrente, distribuita invece con cisterne per iniziativa privata. Rispetto a Islamabad, la fornitura d’elettricità è invece più regolare, a causa della presenza dei grandi gruppi industriali pakistani nel suo territorio.

    Karachi è la tipica megalopoli di un paese in via di sviluppo, cresciuta in poco tempo fino a divenire quasi fuori controllo, anche se poi come sempre emergono equilibri locali che permettono a queste città di non esplodere: equilibri che hanno poco a che vedere con l’azione dei poteri pubblici, ma piuttosto con altre dimensioni come la solidarietà all’interno dei gruppi etnici che la compongono, principale riferimento per gli abitanti (i quartieri sono chiarmente identificati per etnie); l’organizzazione dei gruppi criminali, che controllano le diverse attività che si svolgono nella città; la necessità di mantenere la città in funzionamento a causa del suo peso economico.

    Karachi è stata in passato una città pericolosissima, con decine di morti violente al giorno, legate essenzialmente alle faide tra etnie diverse tipiche del Pakistan (le principali a Karachi sono i mohajir, pakistani venuti dall’India nel 1947; i sindhi venuti dalle campagne della provincia circostante; i pashtun venuti dal nord; i punjabi, etnia dominante del Pakistan, i baloch venuto dalla provincia limitrofa del Balochistan).  Tutte queste etnie tendono a usare lingue diverse, hanno tradizioni, storie e spesso caratteristiche sociali e religiose diverse e tendono a costruire relazioni all’interno del proprio gruppo, nonchè ad avere rappresentanti politici della loro etnia. Immaginatevi questo microcosmo in una città di decine di milioni d’abitanti senza forti poteri pubblici nè gestione centralizzata e potete immaginare cos’è Karachi: una città che stordisce. Non è tanto colpita dal terrorismo, quanto dalle lotte fratricide tra gruppi di potere. Oggi continua a essere pericolosa, ma l’azione dei rangers, polizia militare pakistana, la tiene più o meno sotto controllo.

    Karachi è città senza passato, sviluppata dagli inglesi come porto sul mar arabico: non ha quindi monumenti d’interesse o «cose da vedere».

    Quando io arrivo a Karachi, il rito è sempre lo stesso: esco dall’aeroporo, accompagnato da una persona di scorta, e mi attende una macchina blindata. All’uscita dal parcheggio, una macchina della polizia, mitra spianati, è in attesa, e mi scorterà sino all’albergo (di solito viaggio di sera, per iniziare le attività la mattina). Poi sempre scortato fino al ritorno in aeroporto. E’ il trattamento riservato ai diplomatici stranieri, il Pakistan non desidera che possano divenire vittime di uno dei molteplici «incidenti» che caratterizzano Karachi.

    L’esserci venuto diverse volte nelle ultime settimane mi ha fatto pensare a qualcosa di diverso, che mi porterà a divagare nelle prossime righe dal Pakistan strictu sensu: ieri in aereo pensavo a che ho vissuto e viaggiato in tanti luoghi al mondo che spesso sono divenuto «pendolare» su rotte del tutto diverse dalle abituali. E il «pendolare» è persona che vive attorno ad abitudini, che si sente a casa nella routine: quello che mi colpisce è che queste routine ti aiutano a sentirti a casa quand’anche tu ne sia invece lontanissimo.

    Questo mi ha portato a riflettere quanto l’uomo abbia bisogno di riferimenti, di familiarità attorno a sè. E quanto la pratica possa renderti familiari cose che tempo prima nemmeno conoscevi: siamo essere molto più malleabili e adattabili di quanto noi stessi vogliamo credere.

    Pendolare vero, nel senso di quello che prende un mezzo, pubblico e privato per fare lo stesso percorso mattina e sera, o dal lunedi’ al venerdi’, lo sono stato solo in due occasioni: un anno e mezzo tra Varese e Milano, all’inizio dell’università: ferrovia Nord, arrivo a Cadorna e poi in autobus fino alla Bocconi.

    E poi tra Waterloo, dove ho casa e Bruxelles, stazione Schuman, quartiere europeo, mezz’ora di treno che mi evita gli ingorghi del «ring» brussellese. Quattro anni sinora, lo faro’ do nuovo in futuro perchè detesto guidare nel traffico.

    Sin da bambino ho pero’ sentito altri percorsi effettuati regolarmente come «miei», sviluppando un’affezione per luoghi e riferimenti lungo il percorso la cui vista mi riconfortava, dicendomi che ero sulla strada giusta, che stavo «arrivando».

    Il più lontano nel tempo il percorso in macchina tra Torino e la Nizza dove viveva la mia nonna; poi, molto più pregnante, quello in treno tra la Torino dove nacqui e la Siena dove mi trasferii da bambino: Torino – Pisa in diretto, poi il più lento incedere sulle tratte Pisa – Empoli ed Empoli – Siena. Ogni stazione un nuovo avvicinamento, e poi la familiarità assoluta con ogni immagine da Poggibonsi in poi. Se il viaggio avveniva in macchina, emozione e sensazione di casa sin dall’uscita di Firenze Certosa, poi la superstrada per Siena, conosciuta palmo a palmo. Sensazione sempre più forte via via e definitiva alla vista delle torri di Monteriggioni.

    Poi mi trasferii  a Varese, e se all’inizio il cambio lo amai poco, poi il percorso divenne abituale nelle due direzioni, con sensazione di piacevolezza in entrambi i tratti finali: per Varese dall’imbocco nella Milano Laghi, superiore nel tratto dopo il casello di Gallarate, nella parte fuori pedaggio ma ancora autostrada che i varesotti riuscirono evidentemente a negoziare a loro favore.

    Poi andai in università a Milano, con i miei per lavoro in Marocco, e la «pendolarità» seguente fu tra Milano e Madrid, dove vissi diversi anni dopo l’università: nulla di più familiare che quel viaggio aereo e l’arrivo a Barajas, nell’aeroporto di allora che corrisponde all’attuale terminale 1 (delle quattro attuali). A Madrid, la sensazione di casa inizia subito fuori dall’aeroporto, ma soprattutto all’arrivo sull’Avenida de Americas: da li’ in poi sono a casa ovunque.

    Se queste «pendolarità» sono di lunga data, nel corso del tempo ho scoperto su me stesso che la sensazione di familiarità derivata dal ripetere con frequenza una certa rotta si è ripetuta in molto altri luoghi: a memoria, sull’autostrada tra Bruxelles e Lussemburgo, percorsa in epoche diverse in entrambe le direzioni; in Brasile, tra la Brasilia dove vivevo e le Rio e Sao Paulo dove mi recavo con frequenza (un’esperienza da fare nella vita è atterrare all’aeroporto Santos Dumont nel sud di Rio di giorno, una delle viste più spettacolari al mondo). Per un certo periodo della mia vita, mi sentivo di casa all’imbocco della spiaggia di Copacabana, entrata dal lato Leme, o all’arrivo alla Lagoa de Freitas.

    In India, tra Delhi e la Bombay dove mi recavo spesso (per qualche misterioso motivo, tutti questi voli di routine da Brasilia, Delhi e ora Islamabad durano un’ora e quaranticinque minuti), il senso di casa iniziava a Delhi sulla confusa strada verso Gurgao: oggi l’arrivo a Delhi è divenuto irriconoscibile e «moderno» paragonato al passato, quell’inconfondibile uscita dall’aeroporto nei colori e odori dell’India; a Bombay al contatto col mare.

    In El Salvador, paese piccolo piccolo, tutti i trasferimenti avvenivano in macchina, e la sensazione di casa si dava nel lungo percorso dall’aeroporto all città. L’aeroporto è molto lontano e in una zona rurale non perchè, come una volta sentti dire da un’intelligentissima americana che aveva fatto scalo a  San Salvador, perchè in El Salvador non ci sia «nulla», ma perchè trattasi di paese montagnoso e vulcanico, e vicino alla capitale non c’è spazio per un aeroporto internazionale. La realtà è spesso più semplice di quanto raccontiamo a noi stessi sulla base dei nostri pregiudizi.

    Un’altra rotta che ho percorso con frequenza in passato e che sento mia è quella tra Barcellona e Madrid, due tra le città che più amo al mondo, ma per me non è l’abituale «puente aereo», che ho preso poco, ma i 615 chilometri della vecchia strada che percorrevo: a casa da Zaragoza in poi in entrambe le direzioni (curiosamente, si chiama Zaragoza anche il paese che precedeva la mia zona di residenza sulla strada tra San Salvador e il mare, venti chilometri). Diversa la pronuncia, pero’. E anche quella tra l’aeroporto di Casablanca, ben lontano dalla città, e la casa dei miei genitori in quella città.

    Non sono arrivato a Roma con frequenza tale da sviluppare un’abitudine romana, per cui non ho un punto da cui in poi mi senta nella capitale.

    Pensavo quindi ieri a tutte queste rotte abituali e a quanto l’essere umano si culli nelle proprie abitudini, e le costruisca per sentirsi più sicuro, a casa. Quando anche, come Paul Bowles, sia in realtà a volte «Troppo Lontano da Casa». Penso all’angoscia che provoca sentirsi perduto, senza riferimenti, in terre che non senti tue, in territori che ignori. Territori che spesso sono della tua mente. Siamo in difficoltà quando non ci sentiamo a casa, siamo più tranquilli quando invece vi ci sentiamo.

    Forse per questo mio costante girare ho sempre sentito il bisogno di conoscere a fondo la storia e la cultura dei luoghi dove ho vissuto e con molti di loro ho sviluppato un rapporto d’amore assoluto, come con Siena, che divenne mia fin dal primo giorno, quando con mio padre arrivammo sulla Piazza del Campo mentre cambiava colore dall’azzurro al blu scuro e poi al nero, in contrasto forte con il colore della terra di tutti i palazzi: chi è stato in Piazza all’imbrunire conosce la potenza di quella transizione.

    Alcuni cambi sono stai desiderati, altri meno: ma ho sempre amato confondermi, sentirmi uno dei tanti. Sempre straniero, sempre «da fuori», ho deciso di fare di tutto per percorrere quello spazio tra te stesso e le realtà che ti circonda: c’è chi decide di sentirsi sempre «altro», io al contrario ho bisogno di sentirmi sempre identificato.

    Forse per questo svolgo il mio lavoro con passione, e mi dispiace per coloro che lo vivono burocraticamente. E forse per questo altri vengono mandati nei luoghi comodi, io no. E sempre per questo ho sempre amato i paesi nei quali l’ho esercitato, quand’anche difficili e pieni di contraddizioni. Amo il Brasile, amo l’India con le sue mille complessità, adoro il piccolo El Salvador «pulgarcito de América» con tutte le sue ferite.

    Pensavo di non amare il Pakistan, paese duro, scontroso, piacevole come uno strofinamento di carta vetrata sul corpo.

    Invece ieri in aereo mi sono reso conto d’improvviso che, unico straniero tra tutti pakistani a  a bordo, mi sentivo totalmente tranquillo, in pace e in sintonia con l’ambiente che mi circondava. Donne velate, uomini barbuti, io chiaramente «altro». Eppure tutti mi sorridevano, mi trattavano con gentilezza e io di rimando con loro. Siamo di culture diverse, ma condividiamo assieme un tratto di percorso. Ieri in aereo, ma più in generale viviamo nello stesso periodo storico e affrontiamo le stesse sfide. Pensavo a don Luigi Giussani (del movimento di CL si possono pensare mille cose, ma che il suo fondatore fosse persona di grande genialità è fuori discusisone)  quando diceva che in tram a Milano si sentiva in sintonia con i suoi compagni di viaggio, e sorrideva loro. Anch’io ieri mi sentivo cosi’, lasciando per un momento perdere tensioni, preoccupazioni sul futuro, la mia prossima nomina, il momento dell’Europa etc. Solo in sintonia con chi mi circonda.

    Superando le barriere mentali che noi stessi ci creiamo, possiamo superare assieme tante difficoltà, perchè quanto più approfondisci, quanto più capisci che la sfida di fondo è la stessa per ognuno di noi: trovare un senso alla nostra vita  in questa confusione generale e cercare di costruire qualcosa che magari resti. Non necessariamente con valenza «economica», come pensiamo troppo spesso in Occidente.

    Per farlo abbiamo bisogno di valori forti, ma anche dell’umiltà che ogni nuovo incontro suscita.

    E alla fine, mi sono reso conto che sto cominciando a amare anche il Pakistan.

    Islamabad, 20 febbrario 2016.

  • Diario pakistano numero diciassette, un po’ atipico

    La pagina di oggi riprende il mio post di ieri sulla bellezza degli scolari un po’ ovunque nel mondo, con l’aggiunta di qualche informazione sulle ragioni degli attacchi dei terroristi a scuole e università in Pakistan e altrove nel mondo islamico. Questa parte è stata inserita al centro dell’intervento, e credo rivesta molto interesse per chiunque voglia capire cosa sucecde in questa parte del mondo.

    Se penso alle migliaia di immagini che mi si sono impresse nella rètina nei miei anni in giro per il mondo, c’è una categoria che mi risulta particolarmente piacevole un po’ ovunque: quella degli scolari che si avviano assieme verso la scuola o ne escono a fine lezione. Nei paesi in via di sviluppo, con popolazioni molto giovani, succede a tutte le ore, perché ci sono vari turni, come da noi negli anni settanta, e l’uniforme scolastica viene indossata tutto il giorno perché è spesso l’unico vestito «decente» posseduto. L’immagine dei bambini uniformati in uscita dalle scuole mi colpì in Spagna, venendo da un’Italia che nel post-68 aveva eliminato le divise scolastiche in nome di un’uguaglianza e una libertà, forse malintese. Lo stesso nelle scuole francesi frequentate sempre da mio figlio.

    Trovavo invece bellissimi quei bambini e bambine goffi ma ordinati nelle loro divise tutte uguali, con le cravatte slacciate, le giacche spesso sgualcite, i gruppi uniformi che si mescolavano con quelli di altre scuole in una gaia confusione. Ho poi amato queste immagini di bambini a scuola un po’ dappertutto: in città e campagne, sono una delle immagini in movimento più belle, piene come sono di freschezza, gioventù, vita.

    Bambini, tanti bambini in gruppo, un’immagine che colpisce un europeo dato che nelle nostre società i bambini non si vedono più: sono pochi, ultraprotetti, nascosti, li andiamo a prendere e li portiamo chiusi in macchine con vetri che impediscono di vedere dentro.
    Ricordo in Brasile i bambini che sul Rio delle Amazzoni arrivavano a scuola in barca, poco dopo l’alba: prima lezione, una bella colazione di riso e fagioli, parte indispensabile dell’offerta d’una scuola brasiliana (così si assicura che i bambini mangino almeno un pasto caldo e sostanzioso).

    Bellissimi i bambini/e indiani, nella loro mescolanza di divise di tipo britannico e locale, come i bambini del Rajastán che in villaggi con sapore antico tamburellavano i computer portatili installati nel cortile della scuola (esperimento indiano per diffondere l’informatica sin dai primi anni); le camicie impeccabilmente bianche di tutti gli scolari di El Salvador, e le loro scuole inerpicate sulle colline, con pannelli solari che forniscono l’elettricità e che fanno delle scuole l’unico luogo con luce elettrica dell’intero villaggio (per questo gli adulti vanno a scuola a vedere la televisione e anche lì si installano ambulatori con vaccini e medicine); la tenerezza dei bambini musulmani del Pakistan, le femmine tutte coperte dal loro velo bianco, senza il quale credo si sentirebbero un po’ perdute. I ragazzini che escono dalle scuole coraniche, coi loro berretti da preghiera in testa, poi si appartano in un prato a giocare a cricket. O i bambini africani sui sentieri che dai loro villaggi portano a scuola, a volte protetti da ombrelli multicolori per proteggerli dal sole.
    Penso al paradosso di un paese come il Pakistan, nel quale i genitori temono di mandare i loro figli a scuola perché sono divenuti il bersaglio preferito dai terroristi, che hanno capito che è proprio nelle scuole che si costruisce la loro fine. O alla tragedia centroamericana, con alcuni di quei ragazzi che finiscono a pezzi in sacchi di plastica e in fosse comuni, o che intraprendono DA SOLI il cammino della migrazione verso gli Usa, vittime per strada di mille sorprusi.

    Per quanto riguarda la situazione attuale del terrorismo in Pakistan e del perchè gli attacchi alle scuole siano divenuti frequenti, è importante capire che l’istruzione e i suoi contenuti sono uno dei principali motivi di divisione tra una società islamica e una occidentale.

    Attualmente, l’opinione pubblica occidentale ha perso di vista quanto succede in Afghanistan e Pakistan, cosi’ sotto i riflettori nel periodo immediatamente succesivo all’11 settembre, perchè convinta d’essere «sotto attacco» a causa degli attentati che avvengono in Europa e che l’instabilità che alimenta il terrorismo sia esclusiva del Medio Oriente, della Siria e della Libia. Il fatto che ISIS / Daesh siano percepiti come il nemico da battere fa si’ che altri gruppi figli della stessa ideologia siano percepiti come pericoli minori, perché non in grado di colpire in Europa.

    Difatti i talebani (significa studenti), frutto della stessa ideologia, non hanno il minimo interesse ad agire in Europa; dato che la loro agenda è quella dell’espulsione degli stranieri dai loro territori (Afghanistan) e del mantenimento dei modelli di vita tradizionali nelle zone di loro origine (Afghanistan, nord – ovest del Pakistan, altre zone d’Asia Centrale).

    I talebani nacquero ad iniziativa pakistana vista con favore dagli Usa, come gruppi di combattimento anti – sovietici dopo l’invasione dell’Afghanistan da parte dell’Urss nel 1979. Quando alla fine presero il potere in Afghanistan, imposero un regime ultra – conservatore che fini’ sotto il mirino degli americani dopo l’11 settembre, a causa dell’ospitalità data a Bin Laden ed alla sua Al Qaeda.

    Dopo la caduta del regime talebano, anzichè erradicare il movimento come sarebbe stato possibile, l’ossessione americana per «trovare Bin Laden» e l’interesse pakistano a non smantellare un movimento armato che costituiva uno strumento di pressione nei confronti dei vicini (Afghanistan e India) porto’ alla stranezza di un ponte aereo pakistano che trasporto’ i combattenti talibani dall’Afghanistan al Pakistan (zone del nord – ovest, denominate FATA, dove prevalgono le leggi tribali).

    D’altro canto, i leader talebani come Mullah Omar e lo stesso Bin Laden trovarono rifugio in Pakistan: a Quetta il primo, a Abbottabad il secondo, come si venne a sapere solo dopo l’azione americana per eliminarlo.

    I talebani, sia afgani che pakistani, dal 2001 in poi si sono trincerati in quelle zone, mai davvero controllate dal governo di Islamabad, nelle quali hanno imposto progressivamente un’ideologia islamica e tribale tradizionale, traslando la loro esperienza precedente in Afghanistan. Uno dei modi per imporre il loro potere è stata l’eliminazione sistematica dei capi tradizionali locali, i malik, e lo svuotamento del sistema di gestione collettiva del potere in terra pashtun, le famose loya jirga.

    L’istruzione femminile è stata una delle vittime del sistema di potere talebano: il noto caso di Malala, che si cerco’ di uccidere per il suo attivismo tra le studentesse, avvenne nella regione dello Swat, limitrofa al FATA, dove negli anni scorsi i talebani cercarono di creare uno stato islamico tradizionale, indipendente nei fatti da Islamabad.

    L’esercito pakistano riprese il controllo dello Swat tra il 2008 e il 2009, ma i talebani ripiegarono sui territori tribali, movimento accentuatosi durante la presenza internazional in Afghanistan, che trasformo’ il Pakistan a controllo talebano in zona «sicura» per questo gruppo.

    Gruppi attivi sia in Afghanistan e Pakistan, come quello di Haqqani immortalizzato nella serie Homeland 4, hanno a lungo goduto dell’appoggio occulto di parte dei servizi segreti pakistani e dell’esercito, come ben illustrato appunto in quella serie televisiva.

    L’attacco da parte dell’esercito ai loro protetti d’un tempo, a causa delle pretese di questi ultimi d’esercitare il potere al posto dello stato pakistano, porto’ all’offensiva terrorista nel resto del paese che ha insanguinato il Pakistan negli ultimi anni. Nel 2013 l’esercito lancio’ un’offensiva, chiamata Zarb e Azb, che da allora ha oggi ha ristretto fortemente la presenza talebana nelle zone del FATA.

    La capacità operativa dei talebani di colpire nel resto del paese è diminuita, come dimostrano questi numeri, senza che il terrorismo possa assolutamente dirsi sconfitto:

    2015: 625 attacchi terroristici, 1,069 morti, 1,443 feriti.

    2014: 1,206 attacchi terroristici; 1,723 morti, 3,143 feriti.

    2013: 1,717 attacchi terroristici, 2,451 morti; 5,438 feriti.

    Numeri ancora altissimi e terrificanti comunque, spcie quando paragonati all’Occidente «sotto attacco».

    Una delle caratteristiche degli attacchi nell’ultimo anno è stata quella degli attentati a obiettivi «soft»: meno caserme, basi navali, aeroporti, luoghi molto protetti, più attacchi a luoghi meno trincerati, come scuole o mercati.

    Il mercato o la stazione degli autobus sono luoghi adatti ad attacchi indiscriminati, per seminare il terrore e mettere a nudo l’impotenza delle autorità.

    Quelli a scuole, divenuti emblematici a partire dall’attentato di Peshawar del dicembre 2014, ma già effettuati in abbondanza specie contro le scuole femminili nelle zone controllate dai talebani hanno il doppio significato di fare più male, colpendo i bambini, e porre degli ostacoli alla diffusione dell’istruzione moderna (mai vengono attaccate scuole coraniche).

    Che gruppi originalmente di studenti (talib, da cui la palabra talebano, ma per definzione studenti dell’unico libro degno d’essere letto, il Corano) attacchino degli studenti che studiano materie «moderne» è l’esemplificazione stessa del conflitto tra modernità e tradizione, tra Islam e Occidente.

    Nell’Africa in preda all’integralismo islamico, il principale gruppo terrorista ha scelto come nome Boko Haram (la cultura occidentale, plasmata nel nome Book, libro è haram, quindi proibita in termini islamici). Boko Haram ha fatto degli attacchi a scuole ed università la propria specialità.

    In Pakistan, questi attacchi si concentrano nella provincia del Kybher Pakthunkwa (KP), limitrofa al FATA e all’Afghanistan, in modo tale che i terroristi possono venire dal paese vicino e li’ rifugiarsi.

    Nel KP, il tema dei contenuti dell’istruzione è polemico, e risulta particolarmente significativo che il libro «I am Malala» , best – seller mondiale, non sia in uso nelle scuole della provincia in cui Malala è nata ed è stata attaccata. Nemo Propheta in Patria.

    Attaccare le scuole è quindi divenuta una delle modalità preferite dai terroristi, ed una preoccupazione costante per le famiglie, impaurite dal cosa puo’ succedere ogni giorno. Dal 20 gennaio (attacco a Charsadda, 21 morti), le scuole nel KP e a Islamabad sono rimaste chiuse, a fini di precauzione e anche per il freddo: nel nord del Pakistan l’inverno è rigido e quest’anno nafta e gas scarseggiano.

    Un altro obiettivo paradossale dei talebani sono gli addetti sanitari incaricati di vaccinare i bambini contro la polio: essendo tale campagne iniziate con supporto di organizzazioni occidentali, i talebani hanno cominciato a diffondere l’idea che il vaccino avesse in realtà per obiettivo sterlizzare i bambini musulmani. Il fatto che Bin Laden sia stato localizzato mediante uno di tali addetti (in carcere da allora) ha gettato olio sul fuoco dell’»anti – islamicità» della vaccinazione. Risultato: 24 addetti anti – polio uccisi negli ultimi anni, e la malattia, erradicata, è ritornata (essa sopravvive solo in Pakistan e Nigeria). Prime vittime: i bambini, ovviamente.

    L’istruzione, chiave del futuro di questo paese come di qualunque altro, è quindi particolarmente a rischio: qualcosa semplice come andare a scuola puo’ divenire motivo di risentimento e violenza, una dimensione che è utile conoscere per giudicare correttamente cosa succede in questa parte del mondo. E’ un problema anche nostro? Credo proprio di si’.

    C’è una certa retorica nel dire che il futuro è dei bambini, ma di fatto è così, sono loro i più numerosi e quelli che cambieranno davvero le cose, se riusciranno e se li lasceremo.

    L’Unione Europea, proprio quella «affamatrice dei popoli» che viene descritta da tanti un po’ superficialmente e senza visione complessiva, è anche il primo donante internazionale nel campo dell’educazione: con il tempo, la cooperazione si è diretta sempre più verso quest’ambito cruciale per il nostro futuro comune. Era il primo settore di cooperazione in El Salvador, lo è in Pakistan. Una battaglia immensa, ma necessaria. In quest’epoca di riflusso, di attenzione al proprio ombelico, si potrebbe pensare di farne a meno, di pensare ognuno a se stessi. Forse sarebbe giusto, ma mille immagini impresse nei miei occhi mi fanno pensare diversamente.

    Islamabad, 5 febbraio 2016.

  • Diario pakistano, numero sedici

    L’altro giorno ho avuto occasione di presenziare per la prima volta la cerimonia dell’abbassabandiera al Wagah Border, frontiera cosiddetta internazionale tra India e Pakistan, nel Punjab, diviso ufficialmente tra i due paesi nel 1947 (esiste anche una linea di demarcazione non riconosciuta, quella nel Kashmir conteso da entrambe le parti, chiamata Line of Control: entrambi i paesi ambiscono a controllare la totalità del territorio del Jammu e Kashmir, senza riconoscerne l’occupazione parziale dell’altro, per cui è una frontiera di fatto, ma chiusa e non riconosciuta come tale).

    Quella del Wagah Border è l’unico punto di transito tra i due paesi, la cui frontiera riconosciuta è peraltro di 2900 km., cui vanno aggiunti i 740 km. della linea di controllo.

    Un solo passaggio aperto su 3.600 km. dimostra il grado di chiusura e impermeabilità tra i due paesi dalla loro controversa nascita nel 1947, conosciuta come Partition (dell’India britannica). Infinita la letteratura indo – pakistana sul tema della dolorosa partizione, il mio testo favorito in materia rimane Midnight’s Children di Salman Rushdie.

    La frontiera indo – pakistana costituisce la maggiore concentrazione di forze armate nel mondo, con centinaia di migliaia di soldati schierati a difesa d’una linea che è quasi interamente fortificata, salvo in tratti d’alta montagna, e in buona parte illuminata (da parte indiana). Da non dimenticare che poi si tratta di due potenze nucleari.

    Se il movimento di persone e gli scambi commerciali sono limitati e sottoposti a mille controlli e procedure, il Wagah Border è divenuta l’espressione grafica dello stand – off permanente, il confronto tra i due paesi che è parte fondamentale della cultura nazionale e dell’identità di entrambi. Avendo vissuto sia in India che in Pakistan, posso testimoniare quanto sia importante il sentimento nazionalista in entrambi: d’altra parte, stiamo parlando di due paesi che da una cultura comune, quella dell’Hindustan primigenio poi divenuto India britannica, nella quale per secoli hanno dominato politicamente i musulmani su una maggioranza di religione induista, hanno seguito dal 1947 in poi cammini divergenti. Il Pakistan, nato come negazione stessa dell’India gandhiana d’India per tutte le religioni e come casa dei musulmani, è stato governato quasi sempre da regimi militari ed è divenuto sempre più religioso e musulmano, e dal 1971 in poi (perdita della parta orientale, divenuta Bangladesh) sempre più legato al mondo arabo e in particolare all’Arabia Saudita (da qui l’influenza in Pakistan del wahabismo conservatore).

    L’India è rimasta quasi sempre democratica, salvo l’Emergency decretata da Indira Gandhi per due anni tra il 1975 e il 1977 e perlopiù sotto il controllo d’un ideologia secolare, quella del Partito del Congresso e con diverse comunità religiose al suo interno (anche centocinquanta milioni di musulmani, oltre a sikh, cristiani, jainisti, zoroastriani e buddisti). Solo negli ultimi decenni si è fatta strada un’ideologia su base religiosa induista, l’Hindutva, che ha preso il potere recentemente con l’elezione di Narendra Modi.

    India e Pakistan sono nate da un parto doloroso e sanguinoso, e sono rimaste nemiche da allora: quattro guerre aperte (1947, 1965, 1971, 1999) e infinite scaramucce a scambi di cannonate, come anche in questo periodo, dall’ottobre 2014 ad oggi.

    Se il confronto «congelato» tra India e Pakistan rappresenta il conflitto latente più pericoloso al mondo, tra potenze nucleari che sono il secondo e sesto paese al mondo per popolazione, è in gran parte ignorato nel resto del mondo per dure ragioni: primo perchè considerato questione regionale, con poche possibilità d’avere influenze negative al di fuori della zona in conflitto (salvo che il terrorismo internazionale ne viene alimentato, il fronte del Kashmir e indiano è uno dei punti d’attacco del terrorismo islamico); secondo perchè il suo carattere nucleare rende improbabile un’escalation.

    L’India vede la relazione con il Pakistan come questione bilaterale  in cui la comunità internazionale non deve intromettersi; il Pakistan come una questione multilaterale, che andrebbe risolta dalle Nazioni Unite.

    I libri di testo indiani e pakistani sono pieni di riferimenti negativi al vicino, i film indiani e pakistani presentano della questione versioni divergenti, che caricano le colpe sempre sulla malvagità intrinseca dell’altro.

    In questo quadro, difficile per le diplomazie fare passi avanti, e questo spiega sessant’anni di quasi incomunicabilità e nulli progressi (un po’ come in tempi di pre – indipendenza musulmani e induisti non poterono mai mettersi d’accordo sul modo in cui convivere).

    Il Wagah Border è divenuto il punto fisico in cui sessant’anni d’incomprensioni si materializzano in una cerimonia che ha molti aspetti di teatralità: (https://www.youtube.com/watch?v=ieaIwwQPBQQ).

    Due cancelli identici sanciscono la linea di frontiera, e alle tre e mezza si chiudono definitivamente: le due parti abbassano la bandiera in contemporanea, uno di fronte all’altro, ripetendo movimenti speculari forzati all’eccesso, che sembrani simulare un’invasione dell’altra parte ma che si arrestano a pochi centimetri della linea.

    Uniformi pressochè identiche, con copricapi verdi per i pakistani e arancioni per gli indiani: d’altronde, entrambi gli eserciti sono eredi di quello britannico, come testimoniano le relative uniformi di gala, di taglio britannico.

    Il clima è da stadio, e d’altronde da entrambe le parti si sono cistruite gradinate per accogliere gli spettatori che gridano e cantano come in Europa facciamo solo più per il calcio. La musica è assordante e si sente solo quella della tua parte, dando l’impressione di superiorità sull’altra e di stare «vincendo».

    Il faccia a faccia ha aspetti grotteschi (http://www.dailymotion.com/video/x297vyz_flag-lowering-ceremony-at-wagah-border-held-with-full-of-enthusiasm-at-pakistan-side_news) ma è il frutto di sistemi educativi e informativi che non lasciano spazi al dubbio: il nemico ha torto, noi abbiamo ragione. Solo la forza puo’ dirimere le nostre differenze, il dialogo è cosa da deboli.

    Per un post-nazionalista come me, convinto dalla storia che il nazionalismo sia stato portatore di cosi’ tante disgrazie da meritare d’essere sepolto sotto un buon strato di terra e che non vede ragioni razionali per teorizzare la «superiorità» d’una nazione sull’altra, come quella dell’essere nati in un luogo piuttosto che in un altro, una cerimonia di questo tipo costituisce uno spettacolo più inquietante che divertente, anche se sono conscio della sua sostanziale teatralità (anche se un po’ più in là si sparano davvero).

    Ho trovato pero’ curioso e preoccupante notare come la febbre nazionalista ti prenda facilmente: non solo scolaresche, ma signore apparentemente tranquille e ragazze giovani che mai classificheresti como «nazionaliste» si scaldino al ritmo d’ «Pakistan Zindabad» o di «Allah Akbar» e s’identifichino con quei soldatoni che fanno risuonare i loro stivali da guerra in un ipotetico attacco al nemico.

    Come detto, dalla tua parte senti solo i tuoi: gli altri, qualche metro più in là, ti sembrano burattini silenziosi, non «belli e forti» come i tuoi. Sei portato a autoconvincerti della forza e della ragione di questi tuoi. Pura manipolazione, come tante volte nella storia hanno fatto i demagoghi e gli ultra’ nazionalisti. Mandando al sacrificio milioni di persone.

    Vedendo una frontiera militarizzata di questo tipo, viene in mente quanto dovremmo valorizzare quello che siamo riusciti a fare in Europa, dove abbiamo sostituito a secoli di scontri un’altra modalità di soluzione dei problemi, e abbiamo potuto persino permetterci di eliminarli del tutto, quei cancelli, non solo tenerli aperti.

    Certo, forse adesso stiamo pagando il prezzo del nostro ottimismo ingenuo, e frontiere aperte al nostro interno hanno favorito chi le ha usate per costruirci sopra traffici, di criminalità o di persone che siano.

    Dobbiamo rivedere certi aspetti del nostro stare assieme, ma senza commettere l’errore di buttare tutto via: la pace e l’apertura ci hanno portato molta prosperità, non dobbiamo perdere il senso delle proporzioni rispetto alle nostre difficoltà attuali: un mondo «chiuso» è comunque uno meno ricco e promettente.

    Buona notizia: il giorno prima della mia visita a Wagah Border, la ministra degli esteri indiana si recava a Islamabad per la conferenza del Processo di Istanbul – Heart of Asia, un’iniziativa multimaterale per i rilancio dell’Afghanistyan mediante iniziative di respiro regionale. Questa visita significa lo sblocco dei rapporti tra India e Pakistan, congelati dal 2008 (attentati di Mumbai, condotti da attentatori venuti dal Pakistan). Nei sessant’anni precedenti, il dialogo non ha portato a nessun risultato, ma almeno mette a tacere le armi.

    Scrivo queste righe in una Islamabad soleggiata ma gelida, in una casa fredda come solo in un paese spesso caldo si riesce, impermeabili a ogni forma di riscaldamento como sono le case di qui.

    Due considerazioni facete: quando s’arriva a questa stagione le persone che lavorano in casa sono perennemente raffreddate: inutile consigliare loro di mettersi qualcosa nei piedi (non usano le calze nemmeno in pieno inverno) o di chiudere le porte: non lo faranno mai, nella loro cultura le porte devono stare aperte all’aria tutto l’anno anche in pieno inverno. Dici loro di farlo, e ti guardano come se parlasse un folle: è quello che fanno tutti gli indo – pakistani quando parla un occidentale, di qualsiasi argomento si tratti. Anche di fronte all’evidenza, come in questo caso, non possono MAI ammettere di non aver ragione. Tra parentesi, in questi paesi è vietato l’uso del fazzoletto, vi lascio immaginare il destino delle mucose nasali.

    D’altra parte, osservo il risultato di certe riparazioni fatte in casa che assomigliano tremendamente a quelle fatte ovunque in questo paese: India e Pakistan sono gli unici luoghi nei quali una riparazione o un restauro, anzichè migliorare almeno temporaneamente le cose, le lascia peggio di come stessero prima. Unica risposta: braccia allargate, this is Pakistan…

    Islamabad, 12 dicembre 2015.

  • Diario pakistano, numero quindici

    Visto che il mio articolo su Stati Generali riguarda molto il Pakistan, lo ripubblico anche come pagina di diario, nel mesto dopo – Parigi.

    Che cosa significa vivere in un paese dove la violenza terroristica è altissima e costante, non occasionale? Quali sono gli spazi d’azione dei cosiddetti moderati? Come sviluppare un’agenda contro il radicalismo che vada di là dall’azione bellica?

    Dopo l’attacco a Charlie Hebdo avevo pubblicato su Stati Generali due articoli che presentavano una prospettiva diversa da quella dominante in quel momento, di schieramento pressoché unanime (“Se non proviamo a capire l’Islam facciamo il gioco dei terroristi” e “Il vero pericolo non è l’Isis in Libia ma il terrorismo in Europa”). Su Lo Spazio della Politica avevo pubblicato http://www.lospaziodellapolitica.com/2015/01/il-mondo-tra-l11-settembre-e-la-strage-di-parigi/.

    In questi articoli, senza cadere nel giustificazionismo, avevo presentato la tematica della violenza terrorista così come vissuta dai paesi islamici, come quello in cui io attualmente vivo e lavoro, il Pakistan.  Questa volta seguo quella stessa linea senza ripetere gli stessi argomenti, presentando una prospettiva che ritengo comunque essenziale per cercare d’inquadrare il fenomeno senza cadere in un autoreferenzialità che sempre porta a risposte inefficaci.

    Il Pakistan è uno dei paesi-chiave nella galassia del terrorismo mondiale: se ISIS vi è per il momento poco diffuso, basti pensare che a fronte delle centinaia di vittime del terrorismo in Europa, il Pakistan ha avuto tra i 50 e 60.000 morti per terrorismo dall’11 settembre 2001 in poi. Fino alla crisi siriana, è stato anche il Paese che ha ospitato più rifugiati al mondo: dal vicino Afghanistan, dai 3 milioni degli anni ’80 si è passati al milione e mezzo di rifugiati attuale, qui da trent’anni. Parliamo di unpaese il cui reddito pro capite non raggiunge 5mila dollari, rispetto ai 35mila dell’Italia. Tanto per far capire le proporzioni della sfida quando paragonate alle nostre e la poca fattibilità della ricetta “che ci pensino loro”.

    Primo, come si vive in un Paese dove il terrorismo è di casa, colpendo quasi giornalmente? Al di là dal fatto che l’ultimo anno ha visto una diminuzione nel numero degli attentati e che non tutte le zone del Paese siano sullo stesso livello di rischio, stiamo ancora parlando di migliaia di morti in questo 2015. All’inizio, la macchina blindata, i posti di blocco, le scorte stordiscono. È comunque molto limitato il numero di persone (membri del governo, diplomatici stranieri, persone molto affluenti) che si possono permettere quelle protezioni, comunque imperfette rispetto a terroristi suicidi.

    L’orribile attentato di Peshawar del 16 dicembre 2014 (141 tra bambini e professori massacrati a colpi di mitra) ha certamente rappresentato una svolta nella lotta contro il terrorismo, sia nelle zone a presenza talebana che nel controllo del radicalismo verbale dei leader religiosi, fin lì incontenibili nei loro attacchi all’Occidente. Ciò non toglie che il pericolo permanga, e che ogni semaforo rosso sia un momento d’apprensione, ogni luogo affollato un potenziale pericolo, ogni moto che ti affianca vada guardata con attenzione, ogni sguardo si carichi d’inquietudini.

    Le prime vittime del terrorismo integralista non sono gli occidentali ma i musulmani, che nella loro stragrande maggioranza non possono permettersi nessuna misura di sicurezza: sedersi a prendere un tè o un caffè all’aperto un rischio, perché qualunque macchina posteggiata azionata a distanza può esplodere accanto a te. Alcune moschee sono luogo di genesi del terrore, altre ne sono le prime vittime. Qualsiasi edificio pubblico accessibile è a rischio d’attentato suicida, che tra l’altro di solito colpisce le forze di sicurezza che ne sono all’esterno e i passanti occasionali, quasi mai le persone altolocate. Ultimamente, gli autobus sono divenuti un target.

    Chi vive in un Paese come questo deve però continuare a vivere: è solo una minoranza che se ne va, la grande maggioranza rimane e nonostante tutto deve abituarsi a questo stato di cose, che limita movimenti e possibilità di svago. In Pakistan si parla di resilience, capacità di resistere comunque contro tutto: un sentimento che avevo già riscontrato in Libano e in El Salvador quando chiedevo alla gente come aveva vissuto durante le rispettive guerre civili. Tutti ti sorridono e ti dicono: «Non puoi farci niente: ti butti a terra, e poi ti rialzi e continui a vivere come puoi». Per chi, come me, in realtà come queste vive solo per qualche tempo, si impara a rivalutare il valore supremo della libertà che la nostra civiltà europea ci garantisce: una passeggiata in una qualsiasi città europea ha effetti galvanizzanti.

    Nel caso dei Paesi musulmani, qualcuno dice “problemi loro, se la sono cercata”. È una tesi prevalente negli ultimi tempi. Il ragionamento equivale al sostenere che nei tempi di massimo potere della mafia tutti i siciliani in fondo fossero complici di quel sistema. Ma una cosa è dire che esista una certa situazione ambientale che può favorire un fenomeno, un’altra che tutti diventino colpevoli, come si dice ora dei musulmani. Indubbio che la reazione deve venire dal di dentro, come fu in gran parte in Sicilia; altra cosa che le vittime in prima fila vengano trattate come complici dei mandanti e degli esecutori.

    D’altro canto, il fatto che il 99% degli attentati siano compiuti da musulmani non può essere ovviato facilmente. Del resto, anche il 95% delle vittime del terrorismo islamico sono musulmani. È chiaro che all’interno del mondo islamico esistono molti problemi non risolti, le cui radici sono in parte anche religiose (diverse interpretazioni della lettera coranica, conflitto sciita-sunnita che risale al VII secolo e si è ravvivato nell’ultimo), ma soprattutto sociali (immobilismo) e politiche (incompatibilità apparente con la democrazia). Problemi che sono all’interno dell’Islam e che esso deve affrontare, magari con l’aiuto dell’Occidente, ma non la cui soluzione non può venire da fuori.

    In questo senso, si ripete spesso che i musulmani moderati non esistano, facendo un passaggio logico ardito: se non ti ribelli, non meriti niente di meglio di quello che ti succede. Questo ragionamento, oggi molto diffuso, si scontra con centinaia di milioni di musulmani che non hanno scelto la via della violenza, che solo una visione minoritaria della comunità islamica considera invece accettabile, fondandosi in una lettura letterale del Corano propugnata dai wahabiti, padri spirituali di talebani, ISIS e Boko Haram. È relativamente facile invocare un’iniziativa dei moderati, ma si dimentica l’asimmetria tra la forza di chi è armato ed è disposto a morire rispetto a chi solo può usare la parola e la ragione, nel quadro poi di Paesi nei quali non esiste uno stato di diritto che tuteli adeguatamente i cittadini.

    Nella fase storica in cui siamo, anziché la primavera democratica che ci si augurava stiamo vivendo una regressione, visibilissima quasi ovunque nel mondo musulmano. In questa città sono appena stati chiusi, per ragioni apparentemente lontane dal tema in discussione, tutti i ristoranti; le donne velate sono sempre di più, quelle vestite all’europea sempre meno, quando la proporzione era inversa solo un paio di decenni fa; milioni di bambini non hanno altra scelta che le màdrasse (scuole coraniche) e uno dei fenomeni più inquietanti dell’ultimo periodo sono i sempre più numerosi laureati formati in Occidente che si radicalizzano (leggasi lo splendido libro Il fondamentalista riluttante di Mohsin Ahmid per una presentazione brillante di tale processo, assurdo ai nostri occhi).

    I moderati sono maggioranza, troppo silenziosa questo sì, ma sono a mal partito contro i violenti, perché le loro armi sono drammaticamente impari. Ciò nonostante solo da lì si può ripartire: un’iniziativa militare contro ISIS in Siria e Iraq è probabilmente divenuta inevitabile, ma non potrà che fallire se s’insisterà a negare l’esistenza di questi moderati silenziosi, che vanno aiutati e non ridicolizzati o stigmatizzati. Se si continuerà ad affermare che “tutti i musulmani sono uguali” si farà esattamente il gioco dei violenti, che vogliono proprio una guerra di religione.

    Come sarà inutile combattere sul terreno senza soffocare i circuiti finanziari e commerciali che in parte illegalmente (petrolio controllato da ISIS e venduto di contrabbando) e in parte no (circuiti finanziari paralleli via stati del Golfo) alimentano il terrorismo. ISIS non sono i talebani, che vogliono evitare la penetrazione occidentale nel loro Paese, l’Afghanistan, né Al-Qaeda, che per far sognare i diseredati musulmani attaccò l’Occidente come primo passo per sviluppare un’agenda centrata sul controllo del potere nel mondo islamico. ISIS è oggi concorrente di Al-Qaeda, da cui ha però adottato le modalità operative.

    Un dato significativo sulla dimensione economica di Daesh. ISIS può oggi stipendiare un soldato a circa mille dollari al mese, pagabili a vita alla famiglia del “caduto” dopo il sacrificio. Non strano che con queste risorse economiche si trovino persone disposte a farsi lavare il cervello nei campi profughi del Pakistan o del Medio Oriente: stiamo parlando di una prospettiva infinitamente più concreta che quella offerta da molti dei Paesi in cui l’integralismo islamico impera.

    Come sconfiggere il radicalismo alla radice se la via bellica non basta (combatte il fenomeno, non le cause) e quella finanziaria neppure? Entrambe queste dimensioni sono necessarie e vanno molto rafforzate, ma la dimensione che permetterà di vincere la battaglia una volta per tutte è culturale: solo un’istruzione di massa e di qualità, che offra prospettive di là dall’insegnamento coranico d’impostazione puramente letterale e lo sviluppo della cultura della tolleranza e della diversità possono rompere il muro d’indifferenza nei confronti dell’altro che esiste attualmente nel mondo islamico. Se l’Occidente si abbassa al livello dei terroristi, rinchiudendosi su stesso e facendo d’ogni erba un fascio, negandosi ad aiutare l’Islam a debellare i propri demoni, alimenterà ulteriormente la macchina del terrore.

    Dalle esperienze che come Unione Europea stiamo cercando di portare avanti in Pakistan abbiamo imparato che l’agenda contro il radicalismo dev’essere modesta, concreta e soprattutto non pretenziosa. La cooperazione in materia di antiterrorismo, tra i giovani nelle università a rischio di radicalizzazione, sui media per sgonfiare la narrativa del terrore va portata avanti con molta circospezione, senza ricette preconfezionate (che nessuno ha), pronti a fare un passo avanti e tre indietro, ma senza perdere di vista che sono appunto i moderati d’entrambe le parti che vinceranno alla fine la partita. Per il momento, si nota in Pakistan un notevole abbassamento dei toni retorici e anti-occidentali.

    Qualche settimana fa, in un seminario su questo tema a Karachi, ho preso conoscenza d’un dato che mi ha impressionato: l’80% degli studenti dell’Università di Peshawar è convinto che l’Islam sia sotto attacco da parte dell’Occidente. Se uno analizza la storia dal XIX secolo in poi si renderà conto che gli avvenimenti possono essere interpretati in quel modo, almeno sino all’11 settembre. E in parte anche dopo. Così l’hanno vissuto per esempio gli afghani. In Occidente, un simile studio darebbe il risultato opposto. A mia maniera di vedere, nessuna delle cose è del tutto vera: tra Islam e Occidente (per loro mondo cristiano) esiste un’incomprensione di fondo, fondata in secoli di non-dialogo e di squilibri che adesso si sono trasformati in terrorismo (v. anche Mario Giro su Limes, che condivido completamente).

    Il conflitto vero rimane interno al mondo islamico, che non ha ancora digerito le proprie fratture successive alla scomparsa di Maometto né la centralità che gli ha procurato il petrolio dal 1945 in poi. E che lotta con difficoltà in parte contro l’idea stessa di modernizzazione. In questo quadro, attaccare l’Occidente è una diversione tattica dall’obiettivo di fondo di tutti i gruppi islamici radicali, il cui obiettivo è criminalizzarlo per evitarne l’espansione sui loro territori. Quella del califfato è una bufala, loro attaccano l’Occidente per narcotizzarlo, alimentare l’odio e ridurne l’appeal sul mondo islamico. Ma esiste, nel mondo globale, la possibilità di rimanere lontani e separati? Non credo sia più possibile tornare indietro verso società culturalmente omogenee: siamo condannati a capirci.

  • Diario pakistano, numero quattordici

    Un periodo molto agitato quest’ultimo (ma quando mai sarà tranquillo questo travagliato paese?), per cui ritorno al diario in un ritaglio di tempo.

    Se il numero di attentati terroristici è in ribasso (dei perchè ne discuteremo in un’altra occasione) con l’eccezione della provincia del Baluchistan, dove invece è in aumento (ma sono attentati e morti di un conflitto completamente sconosciuto in occidente, per cui non vengono nemmeno riportati dai nostri media), il 26 ottobre c’è stato un terremoto. Una scossa del 7.7, il cui epicentro nella catena montagnosa dell’Hindu Kush è stato fortunatamente molto profondo, 212 chilometri sotto terra, per cui ha provocato danni meno intensi di quelli di una scossa simile nel 2005, che provoco’ 87.000 morti in Kashmir. Le vittime mortali sono tra le 300 e le 400.

    I terremoti in Pakistan sono sempre nelle zone dell’Himalaya, molto sismiche, e in quella valli isolate i danni sono sempre consistenti a causa della precarietà delle infrastrutture. I danni appariranno col tempo, perchè molte vallate sono impervie e inaccessibili.

    Del terremoto si è parlato in tutto il mondo; il che ha provocato apprensione in molti amici: ma fuori dalle zone montane si è solo sentito, senza che provocasse danni.

    Il governo si è affrettato a affermare di non avere bisogno d’aiuti per l’emergenza, posizione motivata dal fatto che le zone colpite sono in buona parte quella di presenza talibana, alla frontiera con l’Afghanistan, caratterizzate anche da una massiccia presenza delle forze armate, e li’ non si desidera una presenza di stranieri (di fatto, anche noi diplomatici possiamo recarvici solo con permesso, concesso col contagocce). Sicuramente chiederanno assistenza più tardi, quando saranno più chiari i danni e i bisogni per la ricostruzione.

    Il 10 ottobre è stato il giorno mondiale per l’abolizione della pena di morte, un tema di grande frizione tra l’Unione Europea e il Pakistan, quindi al centro delle nostre attività in questo paese.

    Per l’Unione Europea, l’abolizione della pena di morte è divenuto uno dei principali  cavalli di battaglia a livello mondiale. Abolizionisti completi ormai da diversi anni, alle Nazioni Unite, anno dopo anno riusciamo a ottenere il consenso di un numero sempre maggiore di paesi per le nostre risoluzioni che richiedono l’abolizione o almeno la sospensione (moratoria) delle esecuzioni.

    140 paesi hanno ormai abolito, per legge o di fatto, la pena di morte: una sessantina non l’hanno ancora fatto, con Cina, Usa, Iran e Arabia Saudita in testa nel numero di persone giustiziate. Gli Usa, si sa, sono un caso a parte: la pena di morte è stata abolita in 19 stati, esiste ancora in 31, ma è in Texas che avvengono l’80% delle esecuzioni. Fenomeno legato alla sovranità statale, non federale, l’impossibilità di farne oggetto d’un dibattito nazionale rende il tema complesso. Certo, i paesi che accompagnano gli Usa come maggiori utenti della pena di morte dovrebbero almeno far pensare, ma gli americani non ragionano cosi’. Come anche nel caso dell’uso di armi, rimangono del tutto insensibili ai paragoni internazionali, considerando questi loro diritti innati.

    Di certo noi europei del XXI secolo siamo diversi, e non possiamo esimerci dal proporre il nostro modello abolizionista ai nostri interlocutori nel mondo. La pena di morte non è di per sè vietata da convenzioni internazionali, è competenza di ogni paese decidere se usarla o no, ma esiste un trattato internazionale quasi universale, l’ICCPR – International Covenant on Civilian and Political Rights – (http://www.ohchr.org/en/professionalinterest/pages/ccpr.aspx), che è stato ratificato da 168 paesi e che prevede che la pena di morte possa essere applicata solo per crimini di estrema gravità e che non possano in nessuno caso essere giustiziati minori, donne in cinta e persone con disturbi psichici.

    Il Pakistan ha firmato questa convenzione, e dal 2008 al 2014 aveva sospeso le esecuzioni (moratoria), senza peraltro abolire la pena di morte, che i tribunali hanno continuato ad applicare.

    Grazie a questa moratoria, e ad altre condizioni che il Pakistan aveva compiuto, l’Unione Europea nel 2014 ha concesso al Pakistan un regime commerciale di particolare favore, chiamato GSP +, che permette alla maggior parte dei prodotti pakistani d’entrare in Europa senza dazi: una bella spinta per la loro competitività, che si è tradotta nel solo 2014 in un aumento del 20% delle esportazioni in Europa,  specie di prodotti tessili (un miliardo di dollari in più). A cambio, l’Europa non richiede pari trattamento commerciale, ma progressi tangibili nel rispetto dei diritti umani.

    Queste concessioni hanno senso anche perchè contribuiscono alla lotta contro il terrorismo, creando condizioni per una maggiore crescita economica e posti di lavoro.

    La strage di Peshawar del 14 dicembre 2014, in cui 145 persone, quasi tutti bambini di una scuola legata all’esercito, sono stati massacrati a colpi di mitra ha provocato una comprensibile reazione in paese di per sè molto colpito da questo fenomeno. Basti pensare che dal 2001 ad oggi, quando le toori gemelle e l’invasione dell’Afghanistan scatenarono il terrorismo mondiale, non meno di 60.000 pakistani ne sono caduti vittime. Come se una città come Siena fosse sparita in quindici anni.

    Comprensibile che la tolleranza verso il terrore sia limitata in questo paese.

    Sull’ondata emotiva di Peshawar, la moratoria è stata sospesa, e condannati a morte per terrorismo in attesa d’esecuzione da un decennio sono stati giustiziati.

    In quel caso, come Unione Europea siamo obbligati a ribadire la nostra opposizione all’uso di tale mezzo, pur appoggiando in altro modo la lotta contro il terrorismo.

    D’altronde, non è per nulla dimostrata l’efficacia di questa pena, tanto che in Europa abbiamo potuto sconfiggere il terrorismo dell’ ETA, della Baader Meinhof, dell’IRA e delle Brigate Rosse senza farvi ricorso. Facendo uso, questo si’, dello stato di diritto e della giustizia anche in modo severo. Ma senza pena di morte.

    Il governo pakistano s’affretto’ a rassicurare l’UE che la pena di morte si sarebbe circoscritta ai soli condannati per terrorismo, rimanendo sospesa per tutti gli altri.

    Bisogna sapere che in Pakistan la pena di morte è prevista per 27 delitti, alcuni dei quali (Blasfemia, Apostasia, Adulterio) non possono certo essere considerati delitti  di «estrema gravità» come previsto dall’ICCPR di cui abbiamo parlato sopra. Per il momento nessun condannato per blasfemia – il casi più noto quello di Aasia Bibi –  è stato mai impiccato, ma il pericolo rimane. I condannati a morte per quel delitto rimangono in carcere a vita.

    Questo fa si’ che ci siano nelle carceri pakistane non meno di 8000 condannati a morte. Se 25 condannati per terrorismo sono stati impiccati, da febbraio in poi la distinzione tra condannati per terrorismo o no è saltata, e il numero di impiccagioni per delitti comuni (omicidi) è salito esponenzialmente. Ad oggi, 290 persone sono state giustiziate, facendo del Pakistan il secondo paese al mondo per numero d’esecuzioni dopo la Cina. In termini relativi rispetto alla popolazione, il primo è l’Arabia Saudita.

    In molto casi, la condanna viene inflitta per terrorismo anche in caso di delitti comuni. Una conseguenza dell’inesistenza a livello internazionale d’una definizione consensuale di cosa sia terrorismo e cosa no. In Pakistan si condanna per terrorismo quasi sempre, anche in casi in cui non ne sussistono i presupposti.

    Da febbraio in poi, nessuno dei giustiziati aveva legami con il terrorismo. Ragion per cui il motivo principale che le autorità avevano addotto per giustificare il ritorno della pena di morte, la lotta al terrorismo, è del tutto disatteso.

    Il problema di fondo è quello dell’assoluta inaffidabilità del sistema giudiziario che pronuncia queste numerose condanne a morte: la tortura è usata sistematicamente in fase investigativa, le prove sono spesso inquinate o inesistenti, i giudici sottomessi a mille pressioni «perchè mandino alla forca». Un quadro di questo tipo a maggior ragione sconsiglia l’uso della pena di morte.

    A fronte del numero crescente d’esecuzioni, l’UE, assieme alle Nazioni Unite e ad Amnesty International ha dovuto per forza reiterare in continuazione la propria contrarietà all’uso della pena di morte, sottolinenandone limiti e inconvenienti. Il suo rappresentante nel paese divenendo la faccia di questa posizione, di certo non popolare: l’opinione pubblica pakistana è in gran parte favorevole alla pena di morte. Spesso si sostiene che sia conforme all’Islam: in realtà più che di Islam stiamo parlando di una legge del taglione d’atavica memoria, vigente in questa parte del mondo: chi uccide deve essere ucciso.

    Ogni mia intervista televisiva o giornalistica in cui ribadivo la nostra posizione è stata accompagnata da insulti nei miei o nostri confronti, tipo quello d’essere «un amico dei terroristi». In un paese in cui si passa in fretta ai fatti sono definizioni che ti fanno pensare.

    Come UE abbiamo richiesto di sospendere esecuzioni in casi dubbiosi (con poco successo) e abbiamo concentrato i nostri sforzi sui casi più dubbi, riguardanti minori e nei quali esistevano fondate ragioni per credere che fosse stata usata la tortura.

    L’esperienza ha indicato pero’ che a volte insistere su un caso specifico risulta deleterio, perchè in quel caso le autorità diventano ancora più sensibili, e procedono all’esecuzione per far capire che sono immuni alla pressioni.

    Il caso delle centinaia di condannati a morte minorenni rimane pero’ preoccupante: in Pakistan milioni di persone non hanno certificati di nascita, e la loro età è indeterminata. In caso di dubbio sull’età non si puo’ procedere con un’esecuzione, ma il Pakistan lo fa lo stesso. Impossibile non protestare, insulti o no, e non si tratta certo d essere amici dei terroristi.

    Emblematico il caso di un condannato a morte paralitico a causa d’una poliomelite contratta in carcere e non curata, la cui esecuzione è stata sospesa non per ragioni umanitarie, ma per l’impossibilità tecnica di eseguire la sentenza per impiccagione d’una persona in quello stato (pensateci, la corda non si tende abbastanza).

    Si tratta d’una battaglia quasi perduta in partenza, vista la grande popolarità della pena di morte in questo paese e l’assoluta ignoranza delle condizioni in cui viene comminata. Addirittura, da dicembre dell’anno scorso in poi i casi di terrorismo vengono affidati a tribunali militari privi di qualsiasi garanzia.

    Una curiosità è l’esistenza d’un meccanismo di «perdono» da parte delle famiglie delle vittime che possano accettare una compensazione economica risarcitoria che non solo evita la pena di morte, ma porta alle liberazione del condannato. Meccanismo che favorisce chi puo’ pagare e che dimostra come non si tratti di una questione di giustizia, ma di vendetta. Il famoso taglione.

    In questo quadro, il 10 ottobre l’UE ha promosso attività per promuovere l’abolizione della pena di morte, la cui eco rimane pero’ molto ristretto a una minoranza di persone.

    Difficile immaginare che le posizioni in materia cambino in un futuro prossimo: il rifiuto della pena di morte è legato allo sviluppo della democrazia, dello stato di diritto e fortemente impregnato di fattori culturali. Una battaglia difficile, per il momento perdente, che non possiamo pero’ esimerci dal combattere.

    Islamabad, 7 novembre 2015.

  • Diario pachistano, numero tredici

    Oggi è Eid-al-Adha, una delle feste più importanti del mondo islamico, celebrata in famiglia. E’ quella che noi conosciamo comunemente come «festa dell’agnello «, che celebra il sacrificio che Abramo era disposto a fare del suo figlio Isacco prima che l’angelo venisse a avvertirlo che la sua determinazione era bastata. Una festa d’origine biblica celebrata dai musulmani del mondo intero, sappiamo bene che la tradizione vuole che dal fratello di Isacco, Ismaele, si sia sviluppato il popolo che poi divenne islamico, conosciuto per questo anche come ismaelita.

    Ieri ho chiesto ad alcuni colleghi pachistani come si sarebbe svolto il loro Eid, una festa che io avevo conosciuto quando mio padre lavoro’ in Marocco ed io andai a trovare i miei, senza saperlo, proprio nei giorni della festa. Ricordo che una delle prime notti che passai nella casa dei miei genitori a Casablanca sentivo un sottofondo di belati venire da tutte le direzioni: poi capii che erano gli agnelli che ogni famiglia marocchina avrebbe sgozzato la mattina dopo: il re, allora Hassan II, capo religioso del paese, l’avrebbe fatto in diretta televisiva, accompagnato dai suoi figli maschi.

    Questo mi spiego’ le curiose immagini dei giorni precedenti, in cui avevo visti agnelli vivi trasportati nei modi più curiosi: sui tetti di autobus, schiacciati da una rete, in macchine, persino in moto, con un passeggero a barcamenarsi con un agnello vivo in mano mentre il conducente s’immerge nel traffico.

    Qui in Pakistan non è obbligatorio sacrificare un agnello: puo’ essere una capra, una pecora o una mucca: l’importante è la rappresentazione del sacrificio e la distribuzione della carne.

    L’autista con cui ha parlato di come l’avrebbe celebrato quest’anno m’ha detto che comprare un agnello o una capra è troppo caro per lui, per cui ha aderito al metodo del condividere una mucca con altre famiglie: sono in sette. I capifamiglia la macellano la mattina, poi dividono la carne in sette parti, una per famiglia.

    La porzione familiare viene poi ulteriormente divisa nelle tradizionali tre parti: un terzo per la famiglia stretta, un terzo per la familia allargata, un terzo per i poveri (l’elemosina, si sa, è una delle pietre fondanti dell’Islam).

    Se i parenti si possono permettere anche loro un animale, non c’è bisogno di scambiarsi carne.

    Ci sono milioni di famiglie che non possono permettersi una spesa di questo tipo, e questa festa diviene una delle rare occasioni in cui possono consumare carne. I poveri osservano attentamente quali famiglie comprano un animale da sacrificare e poi passano a prendersi la loro parte, una specie di Hallowen ma non per gioco o sfizio.

    In Marocco celebrare l’Eid era considerato un obbligo, e una vergogna non riuscire a provvedere un agnello alla propria famiglia, specie per chi era emigrato in città e si sentiva appunto obbligato a tornare al paese con un agnello sotto il braccio. Ogni tanto il re, capo religioso alauita, esonerava, a causa di problemi economici del paese, dall’obbligo della festa, che supponeva un notevole investimento e spesso indebitamento.

    In Pakistan non esiste un’autorità unica religiosa come in Marocco, per cui lo scenario è più frastagliato: i pachistani non si sentono «obbligati» a celebrare questa festa come lo sono per il Ramadan, pero’ se possono preferiscono che sia un giorno speciale. Come noi a Natale, quanti di noi l’ignorano completamente limitandosi a un pasto uguale a tutti gli altri?

    Islamabad è una città amministrativa, poco vivace, per cui non ho testimoniato in quest’occasione scene colorite come quelle che avevo vissuto in Marocco: probabile che in provincia sia diverso.

    L’anno scorso, Eid era stato ai primi d’ottobre: io e isabel eravamo appena arrivati in Pakistan, ancora in albergo (nessuno ci aveva informato del lungo ponte immediatamente successivo al nostro arrivo), straniti dalle misure di sicurezza e da una città bloccata da manifestazioni politiche. Quei primi giorni non potemmo uscire dall’albergo per muoverci in una città deserta nè nessuno dei colleghi penso’ ai nuovi arrivati (abitudine che noi cerchiamo di non riprodurre, è fondamentale far sentire accolte in un nuovo paese persone appena arrivate e in preda a mille dubbi: anche se poi non è che a te succeda sempre). In quei giorni, io e Isabel ci guardavamo negli occhi, vedevamo il vuoto attorno a noi, pensavamo a nostro figlio lontano e ci chiedevamo cosa diavolo fossimo venuti a fare qui. Poi, dopo i dubbi iniziali ti metti in movimento, ma è sempre meglio contare solo sulle tue forze.

    Eid è coinciso quest’anno con la tragedia vicino alla Mecca, 717 persone schiacciate dalla calca durante la celebrazione dell’Hajj. Alcuni canali televisivi pachistani trasmettono le immagini dalla Mecca 24 ore al giorno 365 all’anno: due milioni e mezzo di pellegrini sono alla Mecca in questi giorni, una muraglia umana che impressiona a vederla. In folle di questo tipo, non è inusuale che movimenti improvvisi generino situazioni di questo tipo, succede regolarmente negli affollatissimi festival religiosi indiani, con spesso centinaia di vittime. E’ la dinamica delle folle, non il frutto del fanatismo.

    Siccome da noi le folle non si accalcano più per motivi religiosi, abbiamo avuto problemi simili in stadi in occasione di eventi sportivi un ulteriore sintomo delle differenze tra le nostre società.

    Nel clima di risentimento anti-islamico e non – dialogo nel quale viviamo, non c’è dubbio che una vicenda di questo tipo attiri ben poche simpatie in occidente, e venga interpretata più come una «degenerazione» che come un incidente deprecabile. Non dubito che alcuni esulteranno pure, come già si sono affrettati a fare alcuni politici estremisti che nel torbido sguazzano. Al mondo c’è posto anche per loro, purtroppo.

    Islamabad, Eid-Al-Adha,  24 settembre 2015.

  • Accordi ambientali e integrazione europea: i rischi globali del caso Volkswagen

    Sugli Stati Generali sono apparsi diversi contributi interessanti sulla vicenda Volkswagen, che analizzano il problema da punti di vista diversi. L’utile riepilogo di Francesca Mandelli, il richiamo ai rapporti incestuosi tra stampa e case automobilistiche di Michele Fusco (c’è qualcosa di più noioso e irritante della pubblicità sfacciata degli inserti automobilistici?), e i limiti del sistema tedesco, sia visto dall’interno (Flavio Pasotti) che dall’esterno (Stefano Iannaccone) apportano tutti granelli di verità.

    Il mio consiste nello sviluppare una riflessione sulle possibili conseguenze anche geopolitiche di questa situazione.

    In un articolo tecnico, si tende a smontare l’importanza reale degli ossidi d’azoto come fattore inquinante e si spiega perchè proprio su questi si sarebbero concentrati gli strali di questo “scandalo”. D’altra parte, si afferma che la discrepanza tra risultati dei test in laboratorio e su strada sia un fenomeno conosciuto, noto da tempo agli esperti (ne parla anche Aldo Ferrara).

    Credo che ciò nonostante, sia difficile considerare lo scandalo attuale una semplice montatura, uno specchietto per le allodole. I problemi di coerenze dei test e gli accorgimenti tecnici per falsarne i risultati possono essere noti da tempo agli addetti ai lavori, ma non credo che Winterkorn si sarebbe dimesso per puro scrupolo né la casa di Wolfsburg avrebbe accettato di cospargersi il capo di ceneri così facilmente, in un mercato nel quale la reputazione è tutto. Nè credo che sia sufficiente la semplice spiegazione in termini di guerra commerciale: penalizzare un concorrente pericoloso.

    Il mercato dell’auto è ancora tra i più importanti al mondo, non solo nei mercati maturi ma soprattutto in quelli emergenti. Il mercato dell’auto rimane quindi – chiave, ed è quasi sempre l’oggetto di accordi specifici all’OMC e anche nel quadro dei sempre più numerosi accordi di libero scambio e regionali. Nei negoziati di tali accordi, i due capitoli tradizionalmente più complessi sono quelli relativi alla regole d’origine e alle loro percentuali di contenuto (specie negli accordi regionali) e quelli in materia di accettazione mutua degli standard e dei controlli tecnici.

    Nel caso dei rapporti Usa – UE, ancora i più intensi al mondo nonostante l’ascesa della Cina, l’ostacolo principale è sempre stato il secondo, e bisognerà vedere come lo scandalo Volkswagen si ripercuoterà in termini d’accettazione mutua delle rispettive istanze di controllo (la soluzione ideale e meno costosa, che richiede fiducia totale nella controparte).  Di certo, l’ammissione immediata di colpa da parte di Volkswagen e’ un brutto colpo non solo per la reputazione tedesca, ma per quelle europea in toto.

    Molto significative potrebbero anche essere le ripercussioni sulla conferenza COP 21 di Parigi, che si apre il 30 novembre e che ha per obiettivo il raggiungimento d’un accordo che sostituisca il superato e limitato Protocollo di Kyoto sulla riduzione delle emissioni. Se l’Europa finora andava fiera del fatto d’essere l’unico grande attore internazionale che era riuscito a ridurre le emissioni di circa il 18% rispetto al 1990 (frutto della combinazione dell’uso crescente d’energie alternative e della crisi economica interna), a fronte di un aumento delle stesse da parte di tutti gli altri emissori (Usa, Cina ed emergenti), la vicenda Volkswagen potrebbe mettere in dubbio la consistenza dei dati reali sulla riduzione e indebolire l’autorità morale europea in tali negoziati (nei quali ha anticipato la promessa d’aumentare la riduzione al 40% nel 2030), annacquando forse anche la decisione dei neo-convertiti Usa e Cina sulla via di quell’accordo. Entrambi hanno manifestato, dopo molte reticenze, la volonta’ di prndere impegni precisi, senza definirli.  Non dovrebbero cambiare opinione adesso (anche se una futura amministrazione repubblicana potrebbe farlo), ma l’UE potrebbe arrivare a Parigi meno solida di quanto non si pensasse, specie se si confermasse che altri produttori automobilistici hanno adottato artifici simili a quelli di Volkswagen.

    Il contenzioso Volkswagen è anche legato agli sviluppi nei mercati energetici, la caduta dei corsi petroliferi e il disincentivo esistente negli Usa a ridurre, nonostante tutto, l’uso di benzina. Se il “piccolo formato” negli Usa fa qualche passo avanti, il diesel e altri combustibili alternativi alla benzina mica tanto, e questo scandalo viene come un anello al dito della potente industria petrolifera americana, che può deviare l’attenzione dalle proprie manchevolezze e insistere sull’opportunità di pompare a piacere.

    In Europa, è certo che la gaffe tedesca può far piacere a molti, annoiati dal perfezionismo tedesco, messo a dura prova. Personalmente, non ho mai crduto alla teoria dei paesi “virtuosi” a fronte di quelli “viziosi: la realtà è sempre più complessa, e certe situazioni sono il risultato di situazioni economiche precise, non solo di “vizi” e “virtu’” nazionali come propagandato dai media di ogni paese.

    Se la definizione dei parametri tecnici di controllo su ogni prodotto è materia europea, l’amministrazione dei test è di competenza nazionale o molto spesso regionale, a seconda della struttura istituzionale dei paesi dell’UE. Bisogna però ricordare che test, standard e regolamenti tecnici sono il nucleo duro dell’integrazione europea, e uno dei fattori principali d’integrazione. Fondamentale che da questa crisi non venga fuori l’ennesimo tentativo di annacquare il processo d’integrazione, perché quanto è successo non è il risultato di alcuna manchevolezza europea, ma un comportamento volutamente ingannevole, forse meno grave di quanto non si dica oggi o forse no, da parte di una casa automobilistica di punta.

    Sulla possibile crisi esiziale di Volkswagen e eventuali gravissime conseguenze in termini di export, calo della domanda e occupazione credo si esageri: la crisi costerà molto a Volkswagen, ma non la porterà al fallimento, né a un calo nella domanda di autovetture in generale: semmai di diesel.

    Se però il risultato fosse una tendenza centrifuga in un campo nel quale l’integrazione europea funziona bene, e un indebolimento delle prospettive d’accordo globale sul cambio climatico, allora i danni del caso Volkswagen potrebbero rivelarsi davvero ingenti.

  • Diario pachistano, numero dodici

    In questo momento non sono in Pakistan, prime vacanze dopo dieci mesi full time a Islamabad e dintorni. Un’anomalia rispetto al regime di vacanze di solito concesso a chi è destinato in un luogo di queste caratteristiche. La maggior parte dei paesi europei permette un viaggio di ritorno ogni due  – tre mesi, una sosta di una – due settimane per interrompere la tensione insita in una destinazione come questa, anche perché spesso le famiglie non accompagnano il diplomatico. Per motivi di risparmio, l’Unione Europea ha però di deciso di tagliare i giorni di vacanza per coloro partiti in una destinazione «complessa» dopo il 2014, assimilandoli a quelli di chi lavora a Bruxelles e di permettere in teoria alle famiglie di risiedere a Islamabad. Come se fosse lo stesso prestare servizio nella capitale belga o quella pakistana. La regola non si applica però a chi era partito prima del 2014, così nel mio caso si da il paradosso che autorizzo continuamente i periodi di vacanza di collaboratori, cui però il loro superiore non ha diritto che molto più raramente. Curiosità dei labirinti amministrativi delle grandi istituzioni, e conseguenza di decisioni prese spesso in base a criteri populisti e di facciata, per soddisfare l’opinione pubblica, senza tenere conto dell’impatto reale di tali scelte. Posso senz’altro testimoniare che dieci mesi senza un giorno di vacanze in un ambiente teso in cui ci si muove con macchine blindate e scorta non sono una soluzione ottimale, anche se visto da fuori forse soddisfa l’ingannevole obiettivo di «tagliare i privilegi»…

    Ho però parecchi spunti per il mio diario, note prese nel corso degli ultimi indaffarati mesi che non ho avuto il tempo di sviluppare.

    Approfitto delle vacanze per pubblicarne alcune.

    Qualcuno che mi segue su Facebook ricorderà l’8 maggio l’incidente dell’elicottero che coinvolse diversi ambasciatori nel nord del Pakistan.

    L’incidente ha avuto conseguenze pesanti sul clima respirato a Islamabad nei mesi scorsi. Io e mia moglie Isabel non partecipammo all’escursione per caso: si trattava di un viaggio organizzato dal Ministero degli Affari Esteri in collaborazione con il corpo diplomatico per promuovere il turismo nella bellissima zona nord del paese, quella montagnosa denominata Gilgit Baltistan. È la zona più sicura del Pakistan: pur facendo formalmente parte del Kashmir rivendicato dall’India, ne è separato amministrativamente (si chiamavano territori del Nord fino a qualche anno fa, ora sono stati ribattezzati appunto Gilgit Baltistan), e non vi si estende la turbolenza abituale nella zona del Kashmir rimasta nel lato indiano, dove le popolazioni mussulmane richiedono il referendum d’autodeterminazione in attesa dal 1948.

    Il Gilgit Baltistan è zona bellissima di montagne himalayane, valli e laghi di straordinaria bellezza, e non vi è presenza dai gruppi terroristici o militanti, al contrario di quasi tutto il resto del paese. La zona ha un grande potenziale turistico, come del resto l’hanno anche i confinanti Jammu Kashmir e Ladakh dal lato indiano, che conoscemmo ai tempi della nostra destinazione in India.

    È infatti divenuto la quasi unico meta di turismo interno da parte degli espatriati che risiedono in Pakistan, assieme alla città di Lahore. Praticamente impossibile però attrarre turisti dall’estero, praticamente inesistenti in Pakistan da ormai diversi anni.

    L’idea del viaggio era quello di promuovere una visione positiva del Pakistan, organizzando un breve viaggio di tre giorni per i capi missione diplomatici e le loro famiglie con mezzi di trasporto militari per facilitare i movimenti in una zona impervia. Per mostrare che anche in Pakistan esistono destinazioni turistiche che valgono la pena.

    Era da almeno due anni che se ne parlava, e infiniti erano stati i rinvii, fino a che nel mese di maggio di quest’anno finalmente il viaggio avvenne. Nel mio caso, ero personalmente diviso tra un certo scetticismo sull’opportunità di un’iniziativa di questo tipo, che metteva risorse pubbliche a disposizione dei diplomatici e delle loro famiglie per un obiettivo solo in parte professionale, e la possibilità di recarmi in una zona bellissima normalmente di difficile accesso.

    Il dubbio sulla nostra partecipazione venne però risolto senza remore dal fatto che nella data finalmente prescelta dovevo restare a Islamabad per ricevere un’importante visita da Bruxelles. Fine della storia per noi, per nostra fortuna.

    Il viaggio si sarebbe svolto in aereo militare fino all’aeroporto di Gilgit, da dove la cinquantina di partecipanti si sarebbe divisa in quattro elicotteri per raggiungere un nuovo centro turistico a Naltar, dov’era previsto un pranzo con il primo ministro del Pakistan. Poi altri due giorni di visite nella regione. Il tutto per dimostrare alla comunità internazionale, attraverso i suoi rappresentanti nel paese, che il Pakistan ha un futuro turistico e non è solo instabilità e problemi.

    La sera prima della partenza, il caso volle che tutto il corpo diplomatico, viaggiatori e no, si ritrovasse in una cena – concerto organizzata dal ministero degli esteri nel giardino del ministero, tutta una novità in un paese alla disperata ricerca di normalità. Nessuno di noi poteva immaginare che sarebbe stata l’ultima volta che avremmo visto alcuni dei colleghi.

    La mattina dopo, i partecipanti si ritrovarono alla base aerea militare, con un’aria di scolaresca in gita, inusuale da queste parti.

    Un paio d’ore dopo, all’arrivo a Gilgit, i partecipanti vennero divisi in quattro elicotteri, in ordine alfabetico per paese, che partirono uno dopo l’altro per l’appuntamento a Naltar. Gli elicotteri sono partiti a distanza di alcuni minuti l’uno dagli altri, per cui gli occupanti degli altri non hanno visto l’incidente: quello che credo fosse il terzo ha voltato normalmente fino al luogo previsto per l’atterraggio, ma negli ultimi metri i piloti hanno perso il controllo, quasi sicuramente per un problema tecnico, e l’impatto a terra, fuori dal luogo previsto ma sul tetto di una scuola vicina è stato molto forte, provocando qualche contusione a bordo ma niente di grave.

    Pochi secondi dopo però il fuoco è divampato, impedendo l’uscita di chi era rimasto dietro: questo spiega perché alcuni passeggeri siano usciti illesi, altri si siano solo contusi e alcuni siano rimasti intrappolati, venendo completamente arsi dalle fiamme fino all’ irriconoscibilità.

    Alla fine, dei 17 passeggeri e tre membri dell’equipaggio otto sono morti: tre ambasciatori (Norvegia, Filippine e Indonesia), le mogli degli ambasciatori d’Indonesia e Malaysia e i tre militari dell’equipaggio, che stavano aiutando i passeggeri a lasciare l’elicottero al momento dell’incendio. In un caso le ferite sono state di notevole entità, in altri tre casi meno gravi, alcuni passeggeri sono rimasti illesi.

    Nel frattempo, a Islamabad giungevano notizie contraddittorie: messaggi da altri ambasciatori che sostenevano che non era successo nulla (loro erano altrove e non avevano visto nulla, in effetti), per cui le informazioni televisive secondo cui c’erano vittime risultavano contraddittorie.

    Le autorità pachistane portarono tutti gli altri in un hotel, dove per qualche ora i partecipanti all’escursione rimasero senza comunicazione.

    Un gruppo terrorista ha rivendicato l’attentato, ma tutto indica che il problema sia stato di natura tecnica: gli elicotteri russi in dotazione all’esercito pachistano sono mal mantenuti da anni e non risultano raccomandabili.

    Se noi avessimo partecipato all’escursione non saremmo stati su quell’elicottero: i partecipanti erano divisi per ordine alfabetico, noi saremmo stati in un altro.

    Cio’ non toglie che l’impatto sia stato notevole: da una cerimonia religiosa all´altra, da una partenza di salma a una cerimonia commemorativa, tutto il mese di maggio è stato caratterizzato da molti momenti commoventi. Chi aveva partecipato direttamente al viaggio era naturalmente più colpito, ma anche chi aveva conosciuto persone sparite in un attimo o avrebbe potuto esserci si è sentito molto immedesimato.

    L’11 maggio avremmo dovuto celebrare il giorno d’Europa, ma ho deciso di rimandare a fine mese: impossibile pensare a celebrazioni festose immediatamente dopo l’incidente.

    Al di là di responsabilità e cause dell’incidente, l’iniziativa a favore del turismo è andata nel peggiore dei modi, e di fatto per un bel po’ non si useranno mezzi di trasporto governativi.

    Ripeto che avevo i miei dubbi sull’opportunità di quest’iniziativa, ma ciò’ non toglie che il toccare con mano la morte non può colpirti e non provocare una riflessione sulla fragilità della nostra condizione umana.

    A fine mese, finite le cerimonie funebri, abbiamo comunque tenuto il giorno d’Europa, con alcuni colleghi feriti assenti.

    Rispetto al mio predecessore, molto musicale e festaiolo, ho tenuto la cerimonia su toni più austeri, anche perché non credo molto a feste diplomatiche danzanti: sono ricorrenze ufficiali, non mi convince molto il tono leggiadro, preferisco orientare la serata verso i contenuti di ciò che che si rappresenta più che verso le forme: gli inni, un breve discorso con alcuni punti essenziali, disponibilità verso tutti gli ospiti.

    In quelle circostanze, da anfitrione, senti tutta la banalità e superficialità di una posizione come la mia: fanno la fila per ritrarsi in una foto assieme con te, non perché sia tu come persona ma per ciò che rappresenti. Cosa che alcuni colleghi dimenticano spesso, pensando d’essere persone favolose, senza ricordare che finita la festa (o il tuo ruolo) non sei più nessuno.

    Curioso come tanti che occupano posti pubblici non si rendano conto della transitorietà della posizione, e che occupare un certo posto in un momento dato non fa di te una persona migliore, o speciale. Sembra evidente, ma i più lo dimenticano.

    Madrid, 31 luglio 2015.