Autore: Stefano Gatto

  • Diario pachistano, numero tredici

    Oggi è Eid-al-Adha, una delle feste più importanti del mondo islamico, celebrata in famiglia. E’ quella che noi conosciamo comunemente come «festa dell’agnello «, che celebra il sacrificio che Abramo era disposto a fare del suo figlio Isacco prima che l’angelo venisse a avvertirlo che la sua determinazione era bastata. Una festa d’origine biblica celebrata dai musulmani del mondo intero, sappiamo bene che la tradizione vuole che dal fratello di Isacco, Ismaele, si sia sviluppato il popolo che poi divenne islamico, conosciuto per questo anche come ismaelita.

    Ieri ho chiesto ad alcuni colleghi pachistani come si sarebbe svolto il loro Eid, una festa che io avevo conosciuto quando mio padre lavoro’ in Marocco ed io andai a trovare i miei, senza saperlo, proprio nei giorni della festa. Ricordo che una delle prime notti che passai nella casa dei miei genitori a Casablanca sentivo un sottofondo di belati venire da tutte le direzioni: poi capii che erano gli agnelli che ogni famiglia marocchina avrebbe sgozzato la mattina dopo: il re, allora Hassan II, capo religioso del paese, l’avrebbe fatto in diretta televisiva, accompagnato dai suoi figli maschi.

    Questo mi spiego’ le curiose immagini dei giorni precedenti, in cui avevo visti agnelli vivi trasportati nei modi più curiosi: sui tetti di autobus, schiacciati da una rete, in macchine, persino in moto, con un passeggero a barcamenarsi con un agnello vivo in mano mentre il conducente s’immerge nel traffico.

    Qui in Pakistan non è obbligatorio sacrificare un agnello: puo’ essere una capra, una pecora o una mucca: l’importante è la rappresentazione del sacrificio e la distribuzione della carne.

    L’autista con cui ha parlato di come l’avrebbe celebrato quest’anno m’ha detto che comprare un agnello o una capra è troppo caro per lui, per cui ha aderito al metodo del condividere una mucca con altre famiglie: sono in sette. I capifamiglia la macellano la mattina, poi dividono la carne in sette parti, una per famiglia.

    La porzione familiare viene poi ulteriormente divisa nelle tradizionali tre parti: un terzo per la famiglia stretta, un terzo per la familia allargata, un terzo per i poveri (l’elemosina, si sa, è una delle pietre fondanti dell’Islam).

    Se i parenti si possono permettere anche loro un animale, non c’è bisogno di scambiarsi carne.

    Ci sono milioni di famiglie che non possono permettersi una spesa di questo tipo, e questa festa diviene una delle rare occasioni in cui possono consumare carne. I poveri osservano attentamente quali famiglie comprano un animale da sacrificare e poi passano a prendersi la loro parte, una specie di Hallowen ma non per gioco o sfizio.

    In Marocco celebrare l’Eid era considerato un obbligo, e una vergogna non riuscire a provvedere un agnello alla propria famiglia, specie per chi era emigrato in città e si sentiva appunto obbligato a tornare al paese con un agnello sotto il braccio. Ogni tanto il re, capo religioso alauita, esonerava, a causa di problemi economici del paese, dall’obbligo della festa, che supponeva un notevole investimento e spesso indebitamento.

    In Pakistan non esiste un’autorità unica religiosa come in Marocco, per cui lo scenario è più frastagliato: i pachistani non si sentono «obbligati» a celebrare questa festa come lo sono per il Ramadan, pero’ se possono preferiscono che sia un giorno speciale. Come noi a Natale, quanti di noi l’ignorano completamente limitandosi a un pasto uguale a tutti gli altri?

    Islamabad è una città amministrativa, poco vivace, per cui non ho testimoniato in quest’occasione scene colorite come quelle che avevo vissuto in Marocco: probabile che in provincia sia diverso.

    L’anno scorso, Eid era stato ai primi d’ottobre: io e isabel eravamo appena arrivati in Pakistan, ancora in albergo (nessuno ci aveva informato del lungo ponte immediatamente successivo al nostro arrivo), straniti dalle misure di sicurezza e da una città bloccata da manifestazioni politiche. Quei primi giorni non potemmo uscire dall’albergo per muoverci in una città deserta nè nessuno dei colleghi penso’ ai nuovi arrivati (abitudine che noi cerchiamo di non riprodurre, è fondamentale far sentire accolte in un nuovo paese persone appena arrivate e in preda a mille dubbi: anche se poi non è che a te succeda sempre). In quei giorni, io e Isabel ci guardavamo negli occhi, vedevamo il vuoto attorno a noi, pensavamo a nostro figlio lontano e ci chiedevamo cosa diavolo fossimo venuti a fare qui. Poi, dopo i dubbi iniziali ti metti in movimento, ma è sempre meglio contare solo sulle tue forze.

    Eid è coinciso quest’anno con la tragedia vicino alla Mecca, 717 persone schiacciate dalla calca durante la celebrazione dell’Hajj. Alcuni canali televisivi pachistani trasmettono le immagini dalla Mecca 24 ore al giorno 365 all’anno: due milioni e mezzo di pellegrini sono alla Mecca in questi giorni, una muraglia umana che impressiona a vederla. In folle di questo tipo, non è inusuale che movimenti improvvisi generino situazioni di questo tipo, succede regolarmente negli affollatissimi festival religiosi indiani, con spesso centinaia di vittime. E’ la dinamica delle folle, non il frutto del fanatismo.

    Siccome da noi le folle non si accalcano più per motivi religiosi, abbiamo avuto problemi simili in stadi in occasione di eventi sportivi un ulteriore sintomo delle differenze tra le nostre società.

    Nel clima di risentimento anti-islamico e non – dialogo nel quale viviamo, non c’è dubbio che una vicenda di questo tipo attiri ben poche simpatie in occidente, e venga interpretata più come una «degenerazione» che come un incidente deprecabile. Non dubito che alcuni esulteranno pure, come già si sono affrettati a fare alcuni politici estremisti che nel torbido sguazzano. Al mondo c’è posto anche per loro, purtroppo.

    Islamabad, Eid-Al-Adha,  24 settembre 2015.

  • Diario pachistano, numero dodici

    In questo momento non sono in Pakistan, prime vacanze dopo dieci mesi full time a Islamabad e dintorni. Un’anomalia rispetto al regime di vacanze di solito concesso a chi è destinato in un luogo di queste caratteristiche. La maggior parte dei paesi europei permette un viaggio di ritorno ogni due  – tre mesi, una sosta di una – due settimane per interrompere la tensione insita in una destinazione come questa, anche perché spesso le famiglie non accompagnano il diplomatico. Per motivi di risparmio, l’Unione Europea ha però di deciso di tagliare i giorni di vacanza per coloro partiti in una destinazione «complessa» dopo il 2014, assimilandoli a quelli di chi lavora a Bruxelles e di permettere in teoria alle famiglie di risiedere a Islamabad. Come se fosse lo stesso prestare servizio nella capitale belga o quella pakistana. La regola non si applica però a chi era partito prima del 2014, così nel mio caso si da il paradosso che autorizzo continuamente i periodi di vacanza di collaboratori, cui però il loro superiore non ha diritto che molto più raramente. Curiosità dei labirinti amministrativi delle grandi istituzioni, e conseguenza di decisioni prese spesso in base a criteri populisti e di facciata, per soddisfare l’opinione pubblica, senza tenere conto dell’impatto reale di tali scelte. Posso senz’altro testimoniare che dieci mesi senza un giorno di vacanze in un ambiente teso in cui ci si muove con macchine blindate e scorta non sono una soluzione ottimale, anche se visto da fuori forse soddisfa l’ingannevole obiettivo di «tagliare i privilegi»…

    Ho però parecchi spunti per il mio diario, note prese nel corso degli ultimi indaffarati mesi che non ho avuto il tempo di sviluppare.

    Approfitto delle vacanze per pubblicarne alcune.

    Qualcuno che mi segue su Facebook ricorderà l’8 maggio l’incidente dell’elicottero che coinvolse diversi ambasciatori nel nord del Pakistan.

    L’incidente ha avuto conseguenze pesanti sul clima respirato a Islamabad nei mesi scorsi. Io e mia moglie Isabel non partecipammo all’escursione per caso: si trattava di un viaggio organizzato dal Ministero degli Affari Esteri in collaborazione con il corpo diplomatico per promuovere il turismo nella bellissima zona nord del paese, quella montagnosa denominata Gilgit Baltistan. È la zona più sicura del Pakistan: pur facendo formalmente parte del Kashmir rivendicato dall’India, ne è separato amministrativamente (si chiamavano territori del Nord fino a qualche anno fa, ora sono stati ribattezzati appunto Gilgit Baltistan), e non vi si estende la turbolenza abituale nella zona del Kashmir rimasta nel lato indiano, dove le popolazioni mussulmane richiedono il referendum d’autodeterminazione in attesa dal 1948.

    Il Gilgit Baltistan è zona bellissima di montagne himalayane, valli e laghi di straordinaria bellezza, e non vi è presenza dai gruppi terroristici o militanti, al contrario di quasi tutto il resto del paese. La zona ha un grande potenziale turistico, come del resto l’hanno anche i confinanti Jammu Kashmir e Ladakh dal lato indiano, che conoscemmo ai tempi della nostra destinazione in India.

    È infatti divenuto la quasi unico meta di turismo interno da parte degli espatriati che risiedono in Pakistan, assieme alla città di Lahore. Praticamente impossibile però attrarre turisti dall’estero, praticamente inesistenti in Pakistan da ormai diversi anni.

    L’idea del viaggio era quello di promuovere una visione positiva del Pakistan, organizzando un breve viaggio di tre giorni per i capi missione diplomatici e le loro famiglie con mezzi di trasporto militari per facilitare i movimenti in una zona impervia. Per mostrare che anche in Pakistan esistono destinazioni turistiche che valgono la pena.

    Era da almeno due anni che se ne parlava, e infiniti erano stati i rinvii, fino a che nel mese di maggio di quest’anno finalmente il viaggio avvenne. Nel mio caso, ero personalmente diviso tra un certo scetticismo sull’opportunità di un’iniziativa di questo tipo, che metteva risorse pubbliche a disposizione dei diplomatici e delle loro famiglie per un obiettivo solo in parte professionale, e la possibilità di recarmi in una zona bellissima normalmente di difficile accesso.

    Il dubbio sulla nostra partecipazione venne però risolto senza remore dal fatto che nella data finalmente prescelta dovevo restare a Islamabad per ricevere un’importante visita da Bruxelles. Fine della storia per noi, per nostra fortuna.

    Il viaggio si sarebbe svolto in aereo militare fino all’aeroporto di Gilgit, da dove la cinquantina di partecipanti si sarebbe divisa in quattro elicotteri per raggiungere un nuovo centro turistico a Naltar, dov’era previsto un pranzo con il primo ministro del Pakistan. Poi altri due giorni di visite nella regione. Il tutto per dimostrare alla comunità internazionale, attraverso i suoi rappresentanti nel paese, che il Pakistan ha un futuro turistico e non è solo instabilità e problemi.

    La sera prima della partenza, il caso volle che tutto il corpo diplomatico, viaggiatori e no, si ritrovasse in una cena – concerto organizzata dal ministero degli esteri nel giardino del ministero, tutta una novità in un paese alla disperata ricerca di normalità. Nessuno di noi poteva immaginare che sarebbe stata l’ultima volta che avremmo visto alcuni dei colleghi.

    La mattina dopo, i partecipanti si ritrovarono alla base aerea militare, con un’aria di scolaresca in gita, inusuale da queste parti.

    Un paio d’ore dopo, all’arrivo a Gilgit, i partecipanti vennero divisi in quattro elicotteri, in ordine alfabetico per paese, che partirono uno dopo l’altro per l’appuntamento a Naltar. Gli elicotteri sono partiti a distanza di alcuni minuti l’uno dagli altri, per cui gli occupanti degli altri non hanno visto l’incidente: quello che credo fosse il terzo ha voltato normalmente fino al luogo previsto per l’atterraggio, ma negli ultimi metri i piloti hanno perso il controllo, quasi sicuramente per un problema tecnico, e l’impatto a terra, fuori dal luogo previsto ma sul tetto di una scuola vicina è stato molto forte, provocando qualche contusione a bordo ma niente di grave.

    Pochi secondi dopo però il fuoco è divampato, impedendo l’uscita di chi era rimasto dietro: questo spiega perché alcuni passeggeri siano usciti illesi, altri si siano solo contusi e alcuni siano rimasti intrappolati, venendo completamente arsi dalle fiamme fino all’ irriconoscibilità.

    Alla fine, dei 17 passeggeri e tre membri dell’equipaggio otto sono morti: tre ambasciatori (Norvegia, Filippine e Indonesia), le mogli degli ambasciatori d’Indonesia e Malaysia e i tre militari dell’equipaggio, che stavano aiutando i passeggeri a lasciare l’elicottero al momento dell’incendio. In un caso le ferite sono state di notevole entità, in altri tre casi meno gravi, alcuni passeggeri sono rimasti illesi.

    Nel frattempo, a Islamabad giungevano notizie contraddittorie: messaggi da altri ambasciatori che sostenevano che non era successo nulla (loro erano altrove e non avevano visto nulla, in effetti), per cui le informazioni televisive secondo cui c’erano vittime risultavano contraddittorie.

    Le autorità pachistane portarono tutti gli altri in un hotel, dove per qualche ora i partecipanti all’escursione rimasero senza comunicazione.

    Un gruppo terrorista ha rivendicato l’attentato, ma tutto indica che il problema sia stato di natura tecnica: gli elicotteri russi in dotazione all’esercito pachistano sono mal mantenuti da anni e non risultano raccomandabili.

    Se noi avessimo partecipato all’escursione non saremmo stati su quell’elicottero: i partecipanti erano divisi per ordine alfabetico, noi saremmo stati in un altro.

    Cio’ non toglie che l’impatto sia stato notevole: da una cerimonia religiosa all´altra, da una partenza di salma a una cerimonia commemorativa, tutto il mese di maggio è stato caratterizzato da molti momenti commoventi. Chi aveva partecipato direttamente al viaggio era naturalmente più colpito, ma anche chi aveva conosciuto persone sparite in un attimo o avrebbe potuto esserci si è sentito molto immedesimato.

    L’11 maggio avremmo dovuto celebrare il giorno d’Europa, ma ho deciso di rimandare a fine mese: impossibile pensare a celebrazioni festose immediatamente dopo l’incidente.

    Al di là di responsabilità e cause dell’incidente, l’iniziativa a favore del turismo è andata nel peggiore dei modi, e di fatto per un bel po’ non si useranno mezzi di trasporto governativi.

    Ripeto che avevo i miei dubbi sull’opportunità di quest’iniziativa, ma ciò’ non toglie che il toccare con mano la morte non può colpirti e non provocare una riflessione sulla fragilità della nostra condizione umana.

    A fine mese, finite le cerimonie funebri, abbiamo comunque tenuto il giorno d’Europa, con alcuni colleghi feriti assenti.

    Rispetto al mio predecessore, molto musicale e festaiolo, ho tenuto la cerimonia su toni più austeri, anche perché non credo molto a feste diplomatiche danzanti: sono ricorrenze ufficiali, non mi convince molto il tono leggiadro, preferisco orientare la serata verso i contenuti di ciò che che si rappresenta più che verso le forme: gli inni, un breve discorso con alcuni punti essenziali, disponibilità verso tutti gli ospiti.

    In quelle circostanze, da anfitrione, senti tutta la banalità e superficialità di una posizione come la mia: fanno la fila per ritrarsi in una foto assieme con te, non perché sia tu come persona ma per ciò che rappresenti. Cosa che alcuni colleghi dimenticano spesso, pensando d’essere persone favolose, senza ricordare che finita la festa (o il tuo ruolo) non sei più nessuno.

    Curioso come tanti che occupano posti pubblici non si rendano conto della transitorietà della posizione, e che occupare un certo posto in un momento dato non fa di te una persona migliore, o speciale. Sembra evidente, ma i più lo dimenticano.

    Madrid, 31 luglio 2015.

  • Diario pakistano (e salvadoregno): numero undici

    Questa pagina di diario non parla di Pakistan ma di El Salvador, il mio precedente paese. È molto lungo ma cercate d’arrivare in fondo. C’e dentro una gran parte di me.

    A seguito dell’aggressione al capotreno di Milano ho pubblicato un articolo sugli Stati Generali che ha riscosso molto interesse (http://www.glistatigenerali.com/criminalita_integrazione/maras-el-salvador-milano/), che adesso uso come base per la mia pagina di diario, nella quale però amplio il discorso per i miei amici, aggiungendo alcuna considerazione personale sulla mia esperienza in El Salvador in questo campo.

    Fui nominato capo delegazione UE in El Salvador nel 2009: era un paese che conoscevo abbastanza bene, per esservi stato piu’ volte in precedenza in occasione delle elezioni che l’UE aveva osservato: elezioni storiche, nelle quali per la prima volta la sinistra salvadoregna aveva ottenuto la presidenza, dopo vent’anni di governi della destra (ARENA). Un momento significativo d’alternanza democratica in un paese profondamente segnato dalla sanguinosa guerra civile (1979 – 92).

    In realta’, la mia familiarita’ con questo paese era paragonabile a quella che ho con tutti gli altri paesi latinoamericani, visto che ho girato in lungo a largo la regione dal 1994, visitando piu’ volte ognuno dei paesi dal Messico al Cile e avendo esperienze di lavoro in tutti. Nel 2009 si dettero le condizioni per essere inviato nel paese centroamericano, che sarebbe stato al centro della mia vita per i successivi quattro anni (sul sistema di nomine europee e tutte le condizionanti stendero’ un pietoso velo di silenzio).

    El Salvador e’ un paese bello e sconosciuto: non dispone di grandi attrazioni turistiche, ma e’ costellato di vulcani, bella vegetazione e ha coste bellissime del tutto sottoutilizzate turisticamente. I salvadoregni sono gente gentilissima e accogliente, profondamente religiosi (primero Dios e’ un’espressione colloquiale corrente), e del curioso effetto Dr.Jekyll / Mr. Hyde che caratterizza paesi con alti gradi di violenza ho gia’ parlato in precedenza. Il paese e’ pero’ anche molto squilibrato socialmente, con una concentrazione della ricchezza nelle classi piu’ alte (misurata dall’indice di Gini) piu’ alta d’America, simile a quella del Brasile (in El Salvador ritrovero’ moltissime caratteristiche sociali simili al grande paese sudamericano che era stato la mia prima destinazione diplomatica).

    El Salvador e’ stato profondamente toccato dalla dimensione della violenza: se gli accordi di pace del 1992 posero fine al conflitto mediante un’ammissione d’impossibilita’ di vittoria da entrambe la parti (stato e guerriglia, il FMLN), i vent’anni dalla fine del conflitto armato non hanno avvicinato molto le parti del precedente conflitto. El Salvador rimane un paese profondamente ideologizzato, nel quale l’antinomia destra / sinistra assume ancora oggi toni da guerra fredda e pre-caduta del muo di Berlino.

    Le classi sociali dominanti sono molto influenzate dal modelli e stili di vita statunitensi, corrispondenti all’ideologia del partito repubblicano. D’altro canto, nel FMLN, guerriglia divenuta partito e attualmente al potere prevale una visione molto tradizionale di sinistra, di tipo cubano. Da queste poche note si puo’ immaginare la distanza tra le posizioni di uni ed altri, tanto politicamente come socialmente.

    Io ho inteso il mio ruolo di rappresentante dell’Unione Europea nel paese come di proposta d’una visione diversa, piu’ integrata, piu’ dialogante, piu’ attenta al sociale. Il modello europeo appunto, a fronte di quello dei repubblicni Usa o dei comunisti cubani.

    Questo abbiamo cercato di farlo mediante una presenza costante in dibattiti e mezzi di comunicazione, cercando di sottolineare l’importanza della concertazione, del ruolo della societa’ civile e del rafforzamento della presenza e delle politiche pubbliche (in El Salvador, con una pressione fiscale al 14% del PIL lo stato e’ praticamente definanziato e quasi impossibilitato ad agire).

    Ma soprattutto orientando l’uso dei nostri fondi di cooperazione (l’UE e’ assieme agli Usa il primo partner bilaterale del paese in questo campo) verso il sociale (70% dei 300 milioni di euro cui disponevamo per il periodo 2007 – 13 e’ stato impegnato in progetti per la prevenzione della violenza e di supporto all’istruzione pubblica).

    Col tempo, la mia attivita’ s’e’ spostata sempre più verso la prevenzione della violenza tra i giovani: per due anni ho cercato di convincere i miei superiori a Bruxelles che di poco serviva appggiare lo sviluppo economico del paese (asfittico) senza dare un contributo alla diminuzione della violenza che strangola il paese. Alla fine ci sono riuscito.

    Le caratteristiche del fenomeno delle gang (pandillas o maras) tipico di El Salvador, e’ ripreso nell’articolo che segue. Al termine dell’articolo daro’ qualche informazione in piu’ rispetto al processo di dialogo tra gang che appoggiammo, il suo significato e qualche conclusione che se ne puo’ trarre.

    “Molti italiani hanno scoperto il fenomeno delle bande latine, e specialmente delle maras salvadoregne in occasione dell’aggressione subita l’altro giorno dal capotreno a Milano, attaccato a colpi di machete da membri della banda.
    Credo sia utile spiegare cosa siano le maras, fenomeno molto particolare, che giocoforza ho conosciuto a fondo nei miei anni come rappresentante diplomatico dell’Unione Europea in El Salvador dal 2009 al 2013 e poi ancora come coordinatore del supporto dato dall’Unione Europea ai governi centroamericani nella loro lotta contro la violenza (l’America Centrale è di gran lunga la regione più violenta al mondo, con indici molto superiori ad esempio di quelli esistenti in medio oriente o in paesi ufficialmente “in conflitto”, e non può essere lasciata sola nella sua azione contro le reti criminali legate al narcotraffico che la stanno soffocando).

    Le maras sono bande giovanili, estremamente violente, nate tra gli emigranti salvadoregni e honduregni a Los Angeles e Washington, le due città di forte presenza d’emigrazione da questi paesi negli Stati Uniti, a partire dagli anni settanta. Era l’epoca delle bande nelle periferie americane, e i centroamericani, disprezzati dai messicani e dai portoricani, più integrati, si organizzarono come forma d’autodifesa e di preservazione della propria identità. Col tempo, le bande si trasformarono in mafie locali, dedicate alla microcriminalità mediante estorsione e traffico di droga a piccola scala.
    Le due maras principali, la 13 o Salvatrucha e la 18, prendono il loro nome dalle strade che controllavano a Washington.
    A partire dall’adozione delle politiche di tolleranza zero nelle città americane, i membri di queste bande sono stati sistematicamente espulsi verso i loro paesi d’origine negli anni novanta e duemila, paesi nei quali queste persone, giovani spesso cresciuti negli Usa ma non cittadini a causa del loro status d’immigranti illegali, non avevano mai vissuto prima.
    A partire dagli anni novanta, le maras si riorganizzano in El Salvador, paese origine di molti di loro, non avendo questi giovani espulsi alcuna possibilità d’inserimento legale in un paese che non conoscevano e che aveva di suo notevoli difficoltà economiche.

    Col tempo, le maras sono divenute padrone delle strade salvadoregne, e la guerra tra loro ne ha fatto il paese più violento al mondo, assieme ai vicini Honduras e Guatemala. Tanto per capirci, il tasso d’omicidi su 100.000 abitanti è in Honduras attorno a 90, in El Salvador circa 60, in Afghanistan 6,5, in Pakistan 7,5, in Italia…0,9. L’America Latina è di gran lunga la regione più violenta al mondo, molto più di quelle sempre nelle notizie a causa del terrorismo, e l’America Centrale ne è la parte più colpita. La ragione principale? La chiusura delle rotte marittime, via Caraibi, d’accesso delle droghe negli Usa (ricordate Miami Vice?) e lo spostamento verso rotte terrestri, che passano dall’America Centrale, immersa in un’orgia di violenza in buona parte per il suo ruolo di transito delle droghe verso nord (controllate in buona parte dai cartelli messicani, che hanno spodestato quelli colombiani).

    Le maras sono gruppi disciplinatissimi (loro si considerano eserciti, e chiamano gli altri “civili”). L’adesione è a vita, senza possibilità d’uscita. Le maras riorganizzatesi in El Salvador hanno avuto buon gioco nell’attirare verso di loro adolescenti e pre-adolescenti privi di riferimenti, a causa dell’emigrazione sistematica dei genitori verso gli Usa: due milioni e mezzo di salvadoregni su un totale di sei milioni sono emigranti, quasi tutti illegali, negli Usa, e le loro rimesse costituiscono il 18% del PIL del paese, più delle entrate fiscali (al 16): El Salvador è un paese tenuto in piedi dai suoi emigranti.
    Il marero attivo (mara significa gruppo di amici in gergo salvadoregno) ha tra i tredici e i vent’anni, difficilmente sopravvive o evita il carcere oltre quell’età. Rispondono a codici di condotta di tipo mafioso: sono giovani che vengono ammessi all’interno del gruppo molto giovani e devono fedeltà totale ad esso, pena la morte. La loro attività è il microcrimine e l’estorsione legate al controllo di territori concreti, contesi ad altre bande. La loro ferocia è inaudita, frutto di una società senza sbocchi, di famiglie disgregate dall’emigrazione e di una forte conflittualità sociale. L’evento di ieri è una pallidissima copia di quanto succede ogni giorno in dosi ben più massicce in El Salvador e Honduras. In El Salvador costituisce motivo per essere uccisi dalle maras essere un residente di un quartiere controllato dall’altro gruppo e recarsi inavvertitamente in zona d’altro colore; essere ragazza corteggiata da un membro del gruppo e respingerlo; rifiutare una proposta d’ingresso nel gruppo; rifiutare di pagare un pizzo se richiesti; essere familliare di qualcuno che ha tradito o membro dell’altro gruppo. Di solito, la prova d’ammissione in una mara consiste nell’uccidere un passante del tutto innocente: dimostra la tua adesione incondizionata alla causa.

    Le gang (pandillas) attirano i giovani perché in un paese senza prospettive d’impiego al di là d’un’emigrazione illegale negli Usa, permettono, al modo della mafia, di raggiungere uno status e un potere impensabili in altro modo. Entrare in una mara è però anche una condanna a morte, perché significa ostracismo sociale e impossibilità d’uscirne. La violenza estrema è il frutto di quest’adesione cieca e irreversibile. Se non obbedisci uccidendo, sarai a tua volta ucciso dai tuoi compagni.
    Le maras hanno un loro linguaggio molto sofisticato e criptico, che si materializza in tatuaggi che coprono tutto il corpo e che raccontano la storia personale del membro all’interno del gruppo. Ogni lacrima rappresenta ad esempio un omicidio. Le maras non dispongono di armi sofisticate, di solito adoperano il machete, usato abitualmente nell’agricoltura locale. I cadaveri di solito vengono mutilati e gettati in fosse, per cui non vengono mai ritrovati. E’ pratica che risale alla guerra civile salvadoregna (1979 – 92). L’80% delle vittime delle gang sono giovani di meno di vent’anni, come i loro carnefici.
    Le maras sono oggi dirette dalle carceri, dove sono reclusi i capi, tra i trenta e quarant’anni d’età, di solito condannati per decine d’omicidi. Le carceri devono essere separate, un marero della 13 deve uccidere uno della 18 se lo incontra, e viceversa. Le carceri sono gestite in buona parte da loro, le forze dell’ordine non hanno accesso alle parti interne.
    Nella mia attività come rappresentante dell’Unione Europea in quel paese la principale attività è stata proprio centrata su progetti di educazione e convivenza per controbattere l’influenza delle maras sugli adolescenti.

    Importante anche il supporto dato al sistema d’istruzione pubblica, con solo la metà dei giovani salvadoregni che finiscono gli studi secondari, senza i quali le uniche strade possibili sono l’emigrazione illegale o le bande. Sono stati fatti passi avanti, ma è come affrontare un uragano in una barchetta, ogni sforzo è sempre poco se non si riesce a fermare l’emorragia della violenza. Più difficile riuscire a recuperare giovani entrati in quell’inferno, anche se alcuni progetti finanziati dall’Unione Europea se ne sono occupati. Ne ricordo uno che mi aveva particolarmente colpito: importammo (dall’Italia) due macchine specializzate nel cancellare tatuaggi mediante getti d’aria calda: con i tatuaggi addosso, non puoi reinserirti nella società anche scontata la tua pena, e rimani esposto alle vendette dei tuoi o dei rivali. Ma stiamo parlando di tatuaggi su tutto il corpo, ci vogliono trattamenti di due o tra anni anche estremamente dolorosi.
    Per due anni, un’iniziativa di dialogo appoggiata da una parte della Chiesa Cattolica e localmente dall’UE riuscì a contenere gli omicidi, riducendoli da sedici a cinque al giorno: per la prima volta, riuscimmo a mettere attorno allo stesso tavolo i capi dei due gruppi, che decretarono una tregua nella loro lotta intestina che durò due anni, dal 2012 al 2014. Si riuscì a convincerli a interrompere la violenza a cambio dell’avvio di progetti che aprissero possibilità educative e lavorative e che creassero le condizioni affinché le nuove generazioni di salvadoregni non ricorressero al crimine: l’economia illegale gestita dalle maras mantiene 300.000 persone, un decimo dei residenti nel paese. Un’equazione complessa da risolvere, che alla fine non fu vista con favore dal resto della società salvadoregna. Dal 2014 la violenza la tregua è saltata e la violenza è tornata sugli intollerabili livelli precedenti.

    Le maras salvadoregne sono presenti in Europa nel Milanese e nella zona di Barcellona, zone di presenza dell’emigrazione centramericana nel continente. In questi paesi hanno un ruolo molto più defilato rispetto a quello che hanno a casa loro, dove ad esempio sono sufficientemente forti da limitare la presenza dei cartelli messicani. Sono gruppi di riferimento etnico, che in questo caso hanno accolto anche gli ecuadoriani. Sono dediti al microcrimine e sono satelliti di gruppi criminali più potenti, per cui svolgono un ruolo di manovalanza spicciola. Poi si dedicano a violente ma non letali guerre con altre bande latinoamericane. L’attacco di Milano è atipico per le maras in Lombardia: esse non desiderano divenire visibili, e spesso periodi in Spagna e Italia sono specie di “vacanze” lontano dalla giustizia americana e salvadoregna, nei quali gli interessati non commettono crimini.

    Il gruppo che ha aggredito il capotreno era sicuramente in preda a ubriachezza e sotto l’effetto di droghe, e ha reagito in un modo non abituale in Italia (in El Salvador l’equivalente del capotreno non avrebbe mai osato rivolgersi a membri di una banda, pena la morte).
    Se l’incidente ha portato questi gruppi al centro dell’attenzione, e provocherà doverose misure d’ordine pubblico, sottolineo l’importanza della spesso trascurata cooperazione internazionale per prevenire questi fenomeni e creare le condizioni perché le reti criminali non si muovano a loro agio tra le maglie della globalizzazione. Anche aiutare paesi sommersi dalla forza preponderante del crimine è necessario: non è il caso di El Salvador, relativamente immune al narcotraffico, ma i piccoli paesi dell’America Centrale e dei Caraibi dispongono spesso di risorse irrisorie a fronte di quelle dei gruppi criminali, il cui potere di corruzione e influenza è enorme. Guardare dall’altra parte significa anche ritrovarsi il problema in casa, prima o poi.”

    Riprendo il diario. Come detto, gran parte della cooperazione europea con El Salvador è centrata sul supporto ad iniziative educative di prevenzione della violenza tra i giovani e al raffozamento della scuola secondaria: se il 50% dei salvadoregni non termina gli studi, le possibilità d’inserimento di questi ragazzi nel mondo del lavoro sono pressochè nulle, rimanendo invece spalancata la porta delle bande, che reclutano già attorno ai dodici – tredici anni.

    L’economia sommersa della gangs mantiene 300.000 persone: non si tratta di quattro delinquenti che è possibile eliminare con uno sforzo solo di polizia, ma di un fenomeno economico e sociale che va affrontato alla radice: e tale radice è composta da una miscela di mancanza d’istruzione, di lavoro e di riferimenti (famiglie disgregate dall’emigrazione).

    I primi progetti dell’UE, negli anni novanta, proposero alla società salvadoregna un’impostazione fondata sulla prevenzione della violenza tra gli adolescenti come complemento del doveroso ruolo delle forze dell’ordine. Buona parte dei salvadoregni considera invece, in sintonia con tanti altri latinoamericani in preda all’esasperazione, che l’unico modo per combattere i delinquenti sia farli fuori. O rinchiuderli in buchi chiamati prigioni, le cui condizioni sono inimmaginabili. La politica adottata dallo stato salvadoregno negli anni novanta, la “mano dura” riempi’ le carceri, paradossalmente rafforzando le gangs. Perchè? Tutti i capi delle maras si ritrovarono in prigione, e da li’ furono in grado di strutturare in maniera molto più organica la presenza sul territorio della gangs, anche grazie alla disciplina militare di questi gruppi.

    La maggior parte delle vittime della violenza sono poveri, presi dal fuoco incrociato delle gang: paradossalmente anche in questo il paese è socialmente diviso: le maras non attaccano i ricchi, ma estraggono quanto possono da chi vive nei quartieri modesti.

    Col passare degli anni, i numeri della violenza non hanno fatto che aumentare: , significativo che nel paese siano morte di morte violenta, negli ultimi vent’anni, tante persone (60.000) quante ne aveva uccise il conflitto armato.

    Per questo, quando nel marzo 2012 emerse che un vescovo e un rappresentante della società civile avevano convinto i capi delle maras a dichiarare una tregua, che d’improvviso abbasso’ la soglia degli omicidi da sedici a cinque al giorno, decisi con i miei collaboratori che dovevamo capire cosa stesse succedendo e se si dessero le basi per un cambiamento di fondo della situazione.

    La stampa reagi’ furiosa contro questo sviluppo, ma mi colpi’ che nessuno, nè nella società salvadoregna nè tra i rappresentanti internazionali si prendesse la briga di informarsi alla fonte. Dopo circa un mese di tregua, invitai riservatamente a pranzo il vescovo e il suo collega di negoziati, perchè ci spiegassero la loro iniziativa.

    Per mesi, nessun altro nel paese fece nulla di simile, e gli altri colleghi europei mi dissero che non capivano perchè m’interessassi di questo. Loro si limitavano a informarsi dai giornali, tendenziosi questi e mal informati.

    L’unico altro esponente internazionale che diede un’apertura di credito al processo in gestazione fu il nunzio apostolico, anche lui italiano, che manifesto’ il suo appoggio alla tregua andando a celebrare due messe nelle carceri di alta sicurezza (vedasi le foto sotto).

    Pezzuto
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    L’idea della tregua consisteva nell’alleggerire alcune delle condizioni di carcere duro, facilitando ad esempio la visita delle famiglie, e nell’avviare un processo che permettesse di cercare opportunità economiche che evitassero alle nuove generazioni di abitanti dei quartieri marginali di dover aderire alle bande come unica alternativa. C’era certo un certo grado d’ingenuità e una notevole apertura di credito in quest’ approccio, ma bisognava a tutti i costi fermare il bagno di sangue e cercare di costruire qualcosa di diverso.  I capi delle gang non richiesero nessuna amnistia.

    Lo stato salvadoregno nego’ ogni coinvolgimento nella concezione della tregua, ma la realta’ e’ che il ministro della pubblica sicurezza e i responsabili del sistema carcerarrio l’appoggiavano e la resero possibile nei fatti, permettendo gli spostamenti di reclusi necessari a riunioni e accordi. L’idea era fermare l’emorragia per avere modo d’impostare un piano globale di lotta contro la criminalita’ che permettesse anche di recuperare parti del territorio controllate dalle maras.

    La nostra struttura forní supporto ai due negoziatori, finanziando un modesto ufficio alla Fondazione Umanitaria che un ristretto gruppo di imprenditori e volontari salvadoregni aveva formato su richiesta del nunzio apostolico e la partecipazione nel processo di un’ entita’ internazionale specializzata in processi di pace (non Sant’Egidio, un’altra dall’impostazione simile).

    Il presupposto di tutto il processo era che la societa’ salvadoregna rispondesse presente a questa sfida, piena e’ vero d’incognite, e nascessero progetti, tanto pubblici come privati che creassero possibilita’ d’impiego legali per giovani a rischio di cadere nel mondo delle gang (non per membri attivi delle maras).

    Ma ne’ il governo, timoroso d’inimicarsi un’opinione pubblica mal informata che mai dimostro’ di voler capire cosa stesse davvero succedendo ne’ il settore privato raccolsero questo guanto. Conseguentemente, anche la comunita’ internazionale, salvo poche eccezioni (OEA, UE) si tenne lontana dall’appoggiare quest’opportunita’. Rischiosa e difficile, ma l’unica possibile a mio modo di vedere.

    La tregua duro’ due anni, e salvo’ cinquemila vite. I negoziatori ammettono che solo l’appoggio del nostra struttura la tenne in piedi cosi’ a lungo. Io lasciai il paese nel 2013, quand’era ancora in vigore. Da allora nessun fattore a suo favore e’ intervenuto, e dal 2014 la violenza ha ripreso possesso della strade salvadoregne. Per inerzia e paura di tanti, una grande occasione e’ stata perduta. Adesso non esiste in El Salvador nessun piano credibile di lotta contro la violenza.

    La mia sensazione e’ stata, per un breve istante, quella di poter costruire qualcosa di positivo sfidando luoghi comuni. Sicuramente mi sbagliavo, ma essenzialmente perche’ in troppo pochi ci abbiamo creduto.

    Piccolo dettaglio: quando chiesi udienza alla massima responsabile politica di allora per poterle spiegare a viva voce di cosa si trattasse e di come la nostra istituzione potesse dare un contributo decisivo alla lotta contro la violenza in quella parte del mondo, non trovo’ dieci minuti di tempo per ricevermi.

    Alla fine del mio mandato in El Salvador, pieno di successi, non si trovo’ modo di affidarmi un posto piu’ prestigioso, dato invece a tutti i miei colleghi che avevamo dimostrato meno attivismo. Penso se ne possano trarre diverse conclusioni.

    La battaglia di El Salvador con se stesso rimane aperta, la fiammella di speranza s’e’ spenta. Ma ce l’avremmo potuta fare, ed e’ questo che mi dispiace.

    Islamabad, 16 giugno 2015.

  • Diario pakistano: numero dieci

    Tra cricket, donne velate e altre a capo scoperto.

    Ieri sono stato a Lahore, seconda città del Pakistan, a vedere una delle partite della serie che stanno giocando Pakistan e Zimbabwe. Il cricket si goca in serie, con tre formati (20 e 50 overs, partite che finiscono nel corso della giornata) o nella sua forma classica, il Test, che dura cinque giorni.

    Quando due nazionali s’incontrano, giocano diverse partite consecutive, i cui risultati alimentano un ranking, come nel tennis. Attualmente il Pakistan è ottavo e lo Zimbabwe dodicesimo in quel ranking.

    Questa serie è importante perchè è dal 2009 che non si giocavano più partite internazionali in Pakistan, a causa dell’attentato che proprio a Lahore ebbe luogo contro la squadra dello Sri Lanka. Da allora i verdi del Pakistan devono giocare le partite del loro sport nazionale sempre in trasferta perchè nessuno accetta di venire a giocare qui per ragioni di sicurezza. E’ un grosso colpo sportivo, ma soprattutto morale: intendiamoci, è comprensibile che non si vogliano correre rischi, ma per il pubblico pakistano, che adora questo sport, è una vera sofferenza dover rinunciare a poter andare allo stadio a incitare i propri idoli. Il rendimento stesso della squadra ne ha risentito, scendendo nella scala dei valori internazionali di questo sport dal top a una posizione media.

    Per questo motivo, si sono messi a disposizione tutti i mezzi possibili per far si’ che questo ritrovarsi della squadra del Pakistan con il proprio pubblico avvenisse senza problemi. Lo Zimbabwe ha nicchiato fino all’ultimo, ma alla fine ha accettato l’invito, cosa impensabile oggi come oggi per squadre come Australia, Nuova Zelanda o Inghilterra (l’India pure, ma quello è un altro discorso).

    Lo spiegamento di forze dell’ordine era imponente e fin qui tutto è andato bene. Una delle misure adottate dal Pakistan Cricket Board è stato quello d’invitare diplomatici stranieri ad assistere alle partite, per far vedere come fossero sicure ma anche come segno di solidarietà con lo sforzo fatto in questo campo.

    In prima battuta hanno invitato gli ambasciatori dei paesi di cricket, Australia etc., non potevano certo pensare che il rappresentante dell’Unione Europea, un italiano perdipiù, fosse per ragioni del proprio vissuto un appassionato di questo sport. L’ho fatto presente e puntuale è arrivato l’invito, che ho usato ieri sera.

    A me il cricket, sport che ignoravo fino all’arrivo in India nel 2002, piace moltissimo. L’ho scoperto tardi e lentamente, guardandomi uno dopo l’altro partita su partita (in India danno cricket 24 ore al giorno) per carpirne poco a poco le complesse regole e penetrare in un universo complesso e affascinante. Ogni europeo non britannico ti dirà del cricket due cose: 1. non capisco le regole; 2. è noioso. Non mi risulta molto chiaro come da 1. si possa passare logicamente a .2 ma è quello che dicono tutti.

    Le regole non le conosciamo alla nascita, questo è vero, ma si possono imparare (ammetto che se ne puo’ anche fare a meno), ma il cricket è tutto fuorchè noioso. Certo, è il prodotto d’un mondo specifico, quello dell’impero britannico, con tempi e modi antichi: la pausa si chiama «tè» e le partite originalmente duravano cinque giorni, adatte ai temi lunghi della noiosa vita coloniale.

    La versione più corta, quella più in voga attualmente, prevede 300 (lanci di) palline per squadra, un totale di otto ore, quelle che ho passato ieri allo stadio.

    Quella corta, «televisiva», inventata solo un decennio fa, prevede 120 palline per squadra e dura «solo» tre ore.

    Il cricket è come detto, un universo in sè, con valori e regole tutti suoi, ma che trovo ammirevoli. Non si fischia il contrario, se ne applaudono le gesta e le performances, si rispettano le decisioni arbitrali senza discussioni.

    Non entrero’ qui in dettagli in materia, non è questo il punto di questa pagina, ma mi limito a dire che per me scoprire il cricket è stato, oltre che un piacere per la sua bellezza sportiva, un irrinunciabile complemento necessario per capire e lavorare in India e ora in Pakistan. Potrebbe uno straniero vivere e lavorare in Italia ignorando cosa sono la Juve o il Milan? Non rimarrebbe un eterno outsider? Ecco, cosi’ è stato per me, non trovo soddisfacente che uno straniero che vive in questi paesi dica «non mi interessa» o «non lo capisco»: persino il linguaggio, politico e non, è intriso di termini mutuati dal cricket.

    Sono anche un giocatore di cricket, tra i peggiori al mondo probabilmente ma faccio parte del gruppo. Sono cosi’ modesto (ma si puo’ perdonare, mi ci son messo a quaranticinque anni) che non ho ancora capito quale sia il mio ruolo in campo, se battitore o lanciatore, perchè sono scarso in entrambi i ruoli. Almeno so quello che si deve fare, in teoria.

    Ho giocato per tre anni nel modestissimo campionato salvadoregno di questo sport, composto da cinque squadre di professori della scuola britannica, alunni, ex-alunni, qualche indiano e un extraterrestre italiano che lavora per l’Unione Europea. Il mio top è stata una partita giocata con la nazionale di El Salvador, naturalmente persa, con i vicini del Costa Rica ma in cui riuscii un «catch», eliminando il miglior battitore avversario.

    Mi ha fatto quindi molto piacere poter vedere per un volta una partita internazionale «vera» sul campo. Al Gaddafi Stadium (si’, intitolato proprio a quel Gaddafi li’) si è vista una partita più tattica che spettacolare, ma uno stadio pieno di gente entusiasta, in festa, felice per aver ritrovato una rara occasione di convivenza, cosi’ difficile da queste parti dove ogni concentrazione di folla diviene motivo di timore è sempre un bello spettacolo. Un bell’ovale verde, tanta musica e cori, supporto persino per gli avversari e qualche bella giocata.

    Il cricket è come il suo derivato baseball uno sport che dalla gradinata non si segue con l’attenzione estrema del calcio: ci si puo’ distrarre, chiaccherare, mangiarsi qualcosa: quando un’azione merita, c’e’ sempre il replay (la televisione ritrasmette il cricket con dieci secondi di ritardo, per permettere anche a chi è allo stadio di rivedersi «in diretta» la giocata persa).

    Il pubblico non sta otto ore sugli spalti, ma solo per un po’, in un ricambio continuo, nel quale conta più l’aspetto festivo che quello della tensione agonistica. Specie in questo caso. Il Pakistan ha vinto una partita giocata con tenacia anche dalla squadra africana, che ha ceduto solo alle ultime battute, ma l’equilibrio in campo è stato notevole per molte ore.

    Qualche appunto sull’ambiente: stadio pieno a intermittenza, tanta allegria e musica, nell’insieme un bello spettacolo. Tanti ragazzi giovani, ragazzi mescolati a ragazze sorridenti, uno spettacolo non comune da queste parti, loro bellissime nei loro vestiti lunghi (kurta pijama) multicolori ma dominati dal verde della bandiera. E con le teste scoperte, i capelli lunghi neri al vento: non lo si vede tutti i giorni.

    Tanti ragazzini dinocollati coi loro passi adolescenziali pieni d’insicurezza: per tanti di loro la prima volta allo stadio.

    Uno si chiede chi da diritto a dei fanatici ignoranti e violenti di privare di un piacere semplice come lo stare insieme serenamente a vedersi una partita un popolo intero, costretto a rinunciare a cosi’ tanto solo per l’arbitrio di pochi.

    Prima che si arrivasse all’intervallo, è stata annunciata la cena, e senza aspettare che il gioco terminasse le sedie nella tribuna d’onore attorno a me si sono svuotate rapidamente, come sempre da queste parti, dove il richiamo del cibo è ancora il più forte: in pochi minuti il rumore di pali e palline è stato sovrastato da quello di forchette e mandibole: ottimi pollo e lenticche, tra l’altro (murg e dal makhani, i miei piatti favoriti e ultraclassici).

    A un certo momento è serpeggiata la paura: si è sentita un’esplosione vicina allo stadio. Nulla si è interrotto ma io avevo seduto accanto il capo della polizia locale e uno della mia scorta e si sono subito messi in movimento per capire cos’era successo. Tutti ci siamo guardati negli occhi pensando per un attimo al peggio, la moglie del capo della polizia pregava in silenzio. Alla fine è stato solo un corto circuito che ha fatto saltare una terminale elettrica a un km. dallo stadio, ma in quei pochi minuti di nervoso silenzio sono emerse tutte le paure represse con cui si vive da queste parti.

    Alla fine, vittoria pakistana, grande festa nello stadio, e poi in silenzio a casa, nella notte di Lahore (mezzanotte è molto tardi da queste parti).

    In definitiva un bello spettacolo, anche rinfrescante per l’allegria sentita nell’ambiente, che ricorda qquanti pochi momenti di serenità si hanno da queste parti.

    All’immagine delle ragazze sorridenti e capo scoperto dello stadio si è poi accavallata oggi quella delle donne del Khyber Pakthunkhwa, provincia molto conservatrice alla frontiera con l’Afghanistan, nella quale oggi si sono svolte le elezioni locali, per la prima volta dopo dieci anni. In quella provincia, a pochi chilometri da Islamabad, le donne devono andare con il capo coperto e quasi tutte le sposate anche con il volto coperto, lasciando alla vista solo gli occhi (in Afghanistan neanche quelli).

    Nei giorni scorsi, alcune jirga (consigli di notabili locali) avevano emesso ordinanze vietando alle donne di votare, nonostante la legge glielo consenta. In un distretto, Dir, in cui si è votato già la settimana scorsa nessuna donna ha votato su 50.000 iscritte nelle liste.

    Siamo molto distanti socialmente dall’allegria dello stadio di Lahore: le sezioni elettorali femminili, con commissarie di seggio velate e sedute in silenzio, apparivano vuote, almeno nelle zone rurali.

    In vista di questa situazione, Unione Europea e Nazioni Unite hanno emesso un comunicato pubblico, invitando autorità nazionali e provinciali e partiti a mettere tutto in atto affinchè il diritto di voto delle donne fosse esercitato, come previsto dalle legga pakistana e le convenzioni internazionali cui il Pakistan ha aderito, superando barriere sociali e culturali ancora fortissime.

    Tanto l’UE come la Nazioni Unite promuovono progetti per stimolare il rispetto dei diritti essenziali, compresi civili e politici, delle donne in quetso paese: gli ostacoli che si devono affrontare non sono tanto legali (le leggi sono quelle giuste), ma di natura culturale. Le donne, perlopiù analfabete, non conoscono i loro diritti, e dipendono in tutto dal marito, in certe zone non fa parte della loro storia avere da dire nelle scelte al di fuori della casa.

    Vedremo come andrà: è comunque una battaglia lenta e difficile, nella quale se possiamo contare con alleati pakistani, attivisti e cittadini moderni, dobbiamo anche fare i conti con forze che remano contro, nelle influenti pieghe più conservatrici del paese.

    Tutto cio’ stando attenti a trovare i toni giusti, senza dare l’impressione di stare interferendo o di dare lezioni. Non sempre facile, ma bisogna farlo lo stesso. Come ho concluso il mio discorso nel ricevimento per l’Europe Day, l’Unione Europea è amica del Pakistan e l’appoggia con forza nella lotta contro il terrore, l’integralismo e per lo sviluppo, ma senza rinunciare a insistere sul rispetto di valori fondamentali che anche questo paese si è impegnato a rispettare.

    Islamabad, 30 maggio 2015.

  • Diario pakistano, numero nove

    Aneddoti d’ordinaria diplomazia: domani è il 9 maggio, al tempo stesso giorno dell’Europa (Schuman Day) e 70° anniversario della «Grande Guerra Patriottica», nome dato nell’ex-Urss alla seconda guerra mondiale e ancora usato da russi e vicini affini.

    Il 9 maggio equivale a una festa nazionale, in cui si è soliti organizzare un ricevimento, spesso combinato con altre attività illustrative dell’attività dell’UE nel paese in cui si è: mostre sulla cooperazione, un concerto. Qui a Islamabad sarà il 13 maggio, per ragioni di calendario (il sabato non e’ giorno adatto a tali attività)

    Tempo fa l’ambasciata russa ci contatto’ per sapere i nostri piani, per evitare coincidenze di date: anche per questo spostammo, e loro hanno anticipato al 7 il loro ricevimento, organizzato assieme alle altre repubbliche ex-sovietiche (meno le repubbliche baltiche, che della guerra hanno ben altro ricordo, e l’Ucrania, oggi in rotta con Mosca).

    Visto lo stato dei rapporti con la Russia, a livello europeo si è adottata una posizione comune che era la seguente:

    1. il personale militare non poteva partecipare all’evento russo in nessun caso;

    2; la partecipazione diplomatica rimaneva possibile, ma il livello della stessa (ambasciatori o funzionari di grado inferiore) doveva essere concordato sul posto. Anche la non partecipazione rimaneva possibile, in caso d’accordo in quel senso.

    In Pakistan ci sono 18 ambasciate europee, piu’ quella UE che coordina le attività europee comuni: nella riunione mensile, che dirigo, ho esposto due settimane fa la situazione e un consenso sulla non partecipazione è sembrato emergere.

    All’avvicinarsi della data, alcuni ambasciatori (non usero’ nomi di paese, ma solo numeri) incominciano a smarcarsi, sostenendo d’aver ricevuto diverse istruzioni dalle loro capitali (strano, visto che a Bruxelles si era adottata una posizione comune).

    La chiave della questione era: io non vado se nessuno va, ma se qualcun’altro va perchè non devo andare?

    In questo ragionamento si confondono elementi diversi della diplomazia e in fondo della forma di pensare nell’Europa attuale: se siamo d’accordo tutto bene, se non lo siamo ognuno per conto suo. Ma spesso l’accordo non si raggiunge perchè ognuno va per conto suo prima, rendendo appunto impossibile tale posizione comune. L’eterno problema dell’uovo e della gallina.

    Il problema della partecipazione o no all’evento commemorativo della seconda guerra mondiale consisteva nella possibilità di una strumentalizzazione da parte degli organizzatori, con possibili riferimenti, in discorsi o immagini, all’annessione della Crimea, che i nostri paesi non riconoscono.

    Personalmente, la mia posizione era la seguente: in primo luogo, è importante definire una posizione comune per l’UE anche qui a Islamabad. Nulla di sostanziale in gioco, intendiamoci, ma una questione di coerenza ed immagine, visto che quello che trasmettiamo è un messaggio, nulla di più.

    In secondo luogo, seconda guerra mondiale e situazione attuale sono dimensioni da mantenere distinte: io ero favorevole a partecipare, salvo andarmene in modo visibile in caso di strumentalizzazioni.

    In ogni caso, il messaggio aveva senso solo se unitario: a ranghi sciolti, non siamo più rappresentativi, ma diveniamo insignificanti.

    Alla non partecipazione decisa inizialmente, si è quindi affiancata la posizione molto più sfumata di mandare un funzionario non accreditato come ambasciatore, pratica a volte seguita in questi casi.

    Due giorni prima del ricevimento, è apparso che la posizione comune era sfumata: 4 paesi intendevano mandare l’ambasciatore (per istruzioni ricevute, mah), 7 – 8 il secondo capo missione o altro funzionario, 5 – 6 nessuno. Ma tutti disposti a parole ad allinearsi alla maggioranza (whatever it might mean…).

    Il giorno prima ho chiesto chiarezza a tutti, emergendo quella divisione su tre posizioni che se ci fossimo proposti di perseguire non avremmo mai ottenuto: in gamba siamo, pochi dubbi.

    Alla fine, incuriosito dall’invito russo e vista la divisione emersa; ho cambiato i miei piani e sono andato con Isabel al ricevimento. Nessuna strumentalizzazione nè riferimento all’attualità, solo alla guerra mondiale, anche se in conformità alle abitudini locali, il rumore ambiente era tale che era impossibile ascoltare le parole degli oratori: mi ero piazzato in prima fila apposta.

    Aspetto piacevole il buffet di cibi russi e delle repubbliche centro – asiatiche, sapori diversi dal solito: anche se la differenza tra un dumpling (agnolottone ripieno di carne) tagiko e uno kirgizo rimane inafferrabile, come del resto tra un pulao (riso) uzbeko e uno pakistano, ma dando un’occhiata alla carte si capisce perchè: stiamo parlando di un enorme spazio geografico senza barriere significative e modi di vita simili. Normale che le abitudini alimentari convergano.

    Alla fine, molti contatti per nulla, non restava che bersi un bel bicchiere di digestiva vodka.

    Islamabad, 8 maggio 2015.

  • Diario pakistano, numero otto

    È passato parecchio tempo dall’ultima pagina di diario, scritta a fine febbraio. Da allora sono stato molto preso da diversi impegni e viaggi, per cui non ho avuto assolutamente il tempo di scrivere, né questo diario né altri progetti cui sto pensando da tempo e vorrei vedere anch’essi avanzare. Anche sulle reti sociali sono stato perlopiù assente.

    Non che le prossime settimane si presentino meno concitate, ma spero di poter trovare qualche spiraglio di tempo comunque. Inshallah, come si dice da queste parti.

    Nella pagina di oggi non parlero’ tanto di Pakistan quanto di India, in linea anche con l’idea che ho di allargare questi diari a qualche esperienza del passato. Perche’ di India? Non tanto perche’ si tratti dell’antagonista storico del Pakistan dal momento della sua nascita (nel 1947 con la famosa Partition di quella che era conosciuta come l’India britannica) e perche’ il rapporto con l’India condizioni pesantemente la vita e le scelte di questo paese, ma perche’ ai primi di marzo sono stato qualche giorno a New Delhi, dove avevo lavorato dal 2002 al 2006 come consigliere commerciale dell’UE.

    Curiosamente, era la prima volta che mi capitava di tornare in un paese nel quale ho avuto un incarico diplomatico: rimango sempre molto legato e seguo avidamente l’attualita’ dei paesi che sono stati miei, ma non sono mai tornato in Brasile dal 2002, ne’ in El Salvador dopo averlo lasciato nel 2013. Cosi’ come non ero tornato in India dal 2006.

    L’occasione s’e’ presentata improvvisa: un invito dalla cattedra europea della Jawaharlal Nehru University di Delhi ad aprire un convegno sul tema «India, Pakistan e l’Unione Europea», nel quale si cercava di definire convergenze e possibili scenari di cooperazione tra l’UE i due principali paesi sud – asiatici.

    Ho collaborato molto in passato con la Nehru University, una delle principali universita’ indiane, e ho pubblicato con loro diversi interventi sui rapporti tra Europa e India.

    L’agenda euro – pachistana e’ di natura diversa da quella euro – indiana: se con l’India abbiamo un rapporto ormai fondamentalmente economico (dall’anno scorso non finanziamo piu’ cooperazione allo sviluppo in India, dato che questo paese e’ ormai un paese emergente, non piu’ destinatario di quel tipo d’interventi), con il Pakistan abbiamo una relazione piu’ diversificata: con un importante impegno in materia di cooperazione (635 milioni di euro, principalmente in istruzione, formazione professionale, sviluppo rurale e supporto ai diritti umani), importanti concessioni commerciali (per favorire la stabilita’ di questo paese concediamo l’entrata senza dazi a buona parte dei prodotti pachistani) e un dialogo politico molto ramificato, che tocca temi complessi come le migrazioni, la lotta contro il terrorismo, il rispetto dei diritti umani.

    Mentre l’India, che e’ grande e si sente forte, spesso ignora le istanze europee (nella loro grandiloquenza gli indiani si considerano pari a americani e cinesi sulla scena mondiale, puo’ sembrare strano a chi non li conosce ma loro la vedono cosi’), il Pakistan da molta importanza all’UE, vista come un utile contrappeso all’alleanza di questo paese con gli Stati Uniti e un importante partner per molti temi importanti per il Pakistan.

    Per un diplomatico o in generale uno straniero, lavorare in India e’ un’esperienza complessa: da una parte lo scontro con una societa’ diversissima dalla nostra, con valori e comportamenti che all’inizio scioccano, dall’altra l’enorme orgoglio indiano, che tende a sottovalutare sistematicamente ogni interlocutore straniero, spesso considerato «culturalmente inferiore» (cosa volete, la vostra storia e’ stata brillante per qualche secolo, ma l’India ha plasmato la cultura mondiale per millenni prima che l’Occidente emergesse, e anche il futuro vi vede declinanti mentre noi torniamo ad emergere: questa l’impostazione prevalente in India).Gli argomenti sulle » modernita’ ‘» o meno delle nostre rispettive societa’ non fanno molta presa in India, perche’ il loro etnocentrismo supera di gran lunga l’istanza di progresso che noi occidentali consideriamo il motore della storia, ma che per gli indiani, alle prese con una concezione circolare e non lineare del tempo, ha meno importanza che per noi. E poi per gli indiani, civilta’ collettiva, hanno piu’ importanza le dimensioni assolute (che li favoriscono, con 1.2 miliardi d’abitanti) rispetto a quelle per capita, piu’ importanti per noi che mettamo l’individuo al centro. Loro al centro mettono il gruppo, non la persona (si pensi anche al concetto di casta e alla solidita’ del nucleo familiare).

    Di certo, conoscere l’India, non quella frammentaria e artificiale che ognuno di noi s’inventa o s’immagina, ma quella straordinariamente ricca e complessa che e’ l’India reale e’ uno dei grandi privilegi che la vita ha concesso a me ed alla mia famiglia: non si puo’ restare indifferenti a questo paese, dotato d’una forza interiore sconvolgente e che non puo’ non cambiare in certa misura la tua concezione del mondo una volta che vi hai vissuto per un certo periodo. L’India e’ indubbiamente «qualcos’altro» rispetto al resto del mondo, e va presa per quello che e’, non per quello che noi vogliamo farne.

    Premetto che il mio amore per l’India e’ soprattutto visuale (colori, odori, sapori che faranno parte del mio bagaglio per sempre) e culturale, ma non condivido la concezione di quegli occidentali che si «arrendono all’India», accettando pedissequamente l’idea molto indiana della superiorita’ spirituale di quella cultura sulla nostra: conoscere l’India arricchisce molto spiritualmente attraverso il contatto con le diverse religioni indiane (oltre all’induismo, anche il buddismo nacque qui pur essendone oggi quasi assente, ma il sikhismo, il jainismo, l’Islam, il cristianesimo e il zoroastrianismo sono tutte religioni importanti in India) che formano un insieme di straordinario stimolo culturale e intellettuale: avvicinarsi all’India senza fare uno sforzo per approfondirne la complessita’ religiosa e’ esercizio destinato al fallimento.

    Ma quegli occidentali che, dai Beatles in poi, prendono dell’induismo alcuni aspetti superficiali astraendoli dal contesto d’una societa’ di per se’ durissima e ingiusta, trasformano spesso quahe frammento d’induismo in un qualcosa di relativamente artificiale, una spiritualita’ costruita che non e’ nemmeno induista: di fatto, si tratta di religione disponibile solo per chi e’ nato al suo interno, uno straniero non puo’ davvero convertirsi nemmeno se se lo propone o lo manifesta esteriormente. L’induismo non e’ in questo senso una religione universale, ma un sistema di valori e regole disponibile solo per gli indiani. Anche se alcuni concetti, come meditazione, digiuno, distacco dalla materialita’ sono profondamente universali e hanno influenzato le altre grandi religioni mondiali (una delle scoperte piu’ sorprendenti che ho fatto in India e’ che moltissimo del cristianesimo viene dall’induismo, a volte pari pari, senza che in occidente quest’aspetto venga mai sottolineato: di solito ci si limita a sottolineare il legame con la cultura greco – romana, ma si astrae del piu’ fondamentale contributo venuto dalle religioni orientali).

    Non mi sono quindi arreso all’India prendendo per buoni gli argomenti indiani: sono d’accordo con Terzani che sosteneva che in India riscopri l’essenza dell’umanita’: la societa’ indiana con il suo ordine rigidissimo e le sue infinite incoerenze e durezze ti presenta davanti agli occhi in ogni momento il fulcro dell’esperienza umana, vissuta senza orpelli, sovrastrutture e ansia di «progresso». Nel caso degli occidentali, esiste un fenomeno che e’ stato diagnosticato in psicologia, e che spiega la loro resa incondizionata all’indianita’ come un ritorno all’adolescenza: la brutalita’ della vita indiana ti obbliga a ripensare i valori centrali dell’avventura umana. Ma se questo e’ vero, non e’ pero’ altrettanto vero che le risposte indiane siano quelle valide, soprattutto quando si rinuncia al cambio a favore d’una piu’ personale ricerca della «liberazione spirituale», aspetto ripreso anche da quell’altra grande religione indiana che e’ il buddismo.

    L’India e’ comunque una grande prova, un’esperienza di vita eccezionale, che credo vada affrontata con realismo e apertura, senza preclusioni iniziali (e’ l’atteggiamento di molti) ne’ accettazioni incondizionate. In India c’e’ tutto e il suo contrario, non e’ l’inferno ne’ il paradiso, solo un paese dalla personalita’ unica.

    L’esperienza indiama professionalmente mi ha fatto capire che: 1) un nuovo mondo, non piu’ centrato sull’occidente, stava emergendo 2) che non e’ affatto vero, come avevo pensato sino a quel momento, che l’aspirazione dei non occidentali e’ quella di divenirlo. E’ d’altronde vero anche per l’altra grande potenza asiatica: qualcuno pensa che i cinesi vogliano «diventare occidentali»?

    Gli indiani sono fierissimi della cultura e della loro societa’, e non ambiscono per nulla a cambiarle o sostituirle con le nostre. Hanno valori molto solidi cui non intendono rinunciare, come quello della priorita’ data alla struttura familiare (realta’ cui noi abbiamo rinunciato in nome della realizzazione individuale) e risulta loro difficile pensare in termini d’uguaglianza tra individui, valore essenziale della nostra impostazione occidentale (e su questo sono 100% occidentale).

    Senza cambiare l’essenza della loro societa’, vogliono semplicemente accesso a piu’ beni e servizi, quindi sviluppo economico. Senza pero’ che questo fenomeno, in atto da diversi anni, comporti profondi cambiamenti della loro struttura sociale. Dagli anni indiani ho imparato che l’occidente NON E’ il destino inevitabile dell’umanita’, per quanto ci costi crederlo.

    Tornando piu’ terra terra, dal mio breve passaggio a New Delhi ho ricavato impressioni miste: la prima sorpresa positiva e’ stato l’aeroporto Indira Gandhi, del tutto nuovo e moderno, tutt’altro rispetto all’antiquatissimo dei miei anni. Impressionante anche lo sviluppo edilizio nella zona da Gurgao a Delhi (decine di hotel nuovissimi), a dimostrazione di un grande dinamismo economico.

    Notevole lo sviluppo della metropolitana, appena inaugurata nel 2006 e che oggi gia’ copre buona parte della citta’: molti investimenti anche pubblici nell’ultimo decennio, un grande cambiamento rispetto a una tradizionale inerzia in quel campo.

    Molto traffico privato, con una citta’ intasata e inquinatissima. In compenso, la Delhi vissuta con la famiglia, la «Lutyens Delhi» costruita dai britannici a inizio XX secolo e’ rimasta praticamente identica, con edifici affascinanti, vecchi e scrostati.

    La scuola frequentata da Matías, il Liceo Francese di Aurangzeb Road, identico a se stesso, cosi’ come le vie di quella zona, compreso il Khan Market frequentato da tutti gli espatriati di Delhi, sostanzialmente lo stesso (ma adesso raggiunto dalla metro, un gran cambio rispetto ai miei tempi).

    Di fronte a Khan Market, m’aspettava, vuota e malinconica l’ex-sede della delegazione dell’Unione Europea, appena svuotata per avvenuto trasloco verso la piu’ moderna zona di Shanti Niketan. Con i piedi a mollo nelle estese pozzanghere e una luce incerta mi sono avvicinato all’edificio, vuoto e scuro, con ancora i segni sbiaditi della presenza europea: strana sensazione stare di fronte a un edificio che e’ stato il centro della tua vita per quattro anni e vederlo cosi’ familiare e cosi’ vuoto, ti sembra impossibile.

    Il giorno dopo sono andato a trovare i miei ex-colleghi nella nuova sede: tutti nuovi gli europei, ovviamente, mentre molti indiani c’erano ancora. Parlando con loro, la strana sensazione che ti da’ che qualcuno si dedichi all’attivita’ che e’ stata tua qualche anno prima, e la sorpresa di alcuni di loro nello scoprire che le cose ti dicono ti risultano molto familiari e sono in chiara continuita’ con un passato che tu conosci benissimo: curioso quanta poca attenzione si presti, nelle nostre attivita’ d’ogni giorno, alla continuita’ con cio’ che viene dal passato, e si sia portati a pensare che solo il presente conti, come se i nostri giorni non avessero un ieri e un domani.

    Tra il mio vecchio edifico e quello di oggi, l’impressione complessiva e’ stata simile a quella di vedere qualcuno che non sei tu vestito con abiti che furono tuoi e che riconosci immediatamente.

    La nostra vecchia casa di Malcha Marg, di foggia cosi’ tipicamente indiana, assolutamente identica: e’ vuota, e da’ un’impressione di precarieta’ rispetto alle case dei vicini, tutte nuove e su tre piani: le invece, ancora cosi’ vecchio stile, con i suoi motivi decorativi dipinti in rosso su fondo bianco, come voluto da Isabel: di fronte, il giardino dove sguazzavano i dieci cani da strada curati da Matías, e dove effettuammo il primo allenamento di quella che sarebbe stata la nostra squadra di calcio, i Mehrasons, nella Little League dell’Ambasciata Americana: Matías libero, suo papa’ allenatore, sua mamma organizzatrice delle merende (nutrizionista sarebbe termine un po’ eccessivo).

    Non potendo essere con loro in quest’occasione, ho simbolicamente festeggiato con un sontuoso Dal e Murg Makhani nel ristorante del quartiere: il mio e il loro piatto favorito, un’orgia di buonissimo e grassissimo cibo indiano. Sconsigliatissima per la sera, ma e’ andata cosi’.

    Dall’interessante conferenza alla Nehru University ho tratto la conclusione che presentare in termini positivi o almeno possibilisti lo scenario pakistano a un pubblico indiano e’ impresa vana: troppo distanti sensibilita’ e visioni, con gli uni che considerano gli altri cause di ogni male. D’altronde, anche molti pakistani pensano esattamente allo stesso modo nei loro confronti. La realta’ e’ certo molto piu’ diversificata, ma e’ spesso piu’ comodo attaccarsi alla propria visione come a un salvagente. Anche se se poco utile, se non si fa lo sforzo di capire il punto di vista degli altri.

    Continua—30 aprile 2015

  • Diario pakistano numero sette: Homeland e dintorni

    E’ passato un po’ di tempo dall’ultima pagina di diario. In questo periodo, ho cercato di sintetizzare il mio pensiero sulla questione islamica, divenuta prioritaria nell’attenzione dell’opinione pubblica europea dopo Parigi e l’attacco a Charlie Hebdo.

    I miei due articoli http://www.lospaziodellapolitica.com/2015/01/il-mondo-tra-l11-settembre-e-la-strage-di-parigi/ e http://www.glistatigenerali.com/questione-islamica_terrorismo/attenti-se-non-proviamo-a-capire-lislam-facciamo-il-gioco-dei-terroristi/ hanno riscosso molta attenzione, venendo abbondantemente condivisi e sollevando poche critiche dirette, nonostante non sostenessero tesi necessariamente “popolari” o “facili”. Certo, chi soffia sul fuoco attira più attenzione, ma questa non è questione sulla quale ci si possa permettere semplificazioni e visioni unilaterali.

    Vivendo in un paese islamico, di fatto uno dei più conflittuali e complessi, che ospita alcuni dei movimenti radicali più pericolosi, alimentati nelle locali madrasse e attivi sia qui che nei paesi circostanti, sono ben conscio di come questa società si stia non modernizzando o “occidentalizzando”, ma invece facendo più conservatrice e radicale. Temi come l’eterno contrasto tra natura islamica e i diritti delle minoranze, che diviene spinoso quando s’invoca costantemente la blasfemia, l’inesistenza in  una società come questa del principio di laicità, il recente ritorno della pena di morte sono tutti temi che dobbiamo trattare con tatto e realismo, difendendo i principi che sono nostri senza pretendere d’imporli platealmente nel paese che ci ospita. Anziché dichiarazioni roboanti, si tratta di lavorare giorno per giorno, cercando le parole e gli spazi giusti, cercando di seminare per il futuro.

    Per questo motivo, mi ha dato una grande soddisfazione personale la settimana di formazione che ho impartito ai diplomatici pachistani appena entrati in carriera: una settimana integralmente dedicata all’Unione Europea nel quadro del loro anno di formazione iniziale. Questo corso mi ha permesso di conciliare due delle attività che più amo: presentare a fondo temi in cui credo, senza nasconderne ambiguità e problemi, interagendo con persone giovani, preparate e curiose.

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    Per dei giovani all’inizio della loro carriera internazionale, confrontarsi con un loro collega d’altra estrazione con vent’anni d’esperienza sul gobbo è una grande occasione, come lo è per me farlo per una volta non con i loro capi, inseriti in un’altra logica, ma con menti fresche e aperte.

    Ho sempre dedicato molte energie a questo tipo d’interazioni, pervenendo persino a organizzare, per conto mio e fuori dal tempo di lavoro, i primi due corsi di studi europei in università brasiliane, nei primi anni duemila (per inciso, quando informai di tale attività i miei superiori a Bruxelles, lamentandomi per una promozione non arrivata, mi risposero che non essendo attività direttamente legata alle mie funzioni, non valevano come titolo di merito: buona dimostrazione della logica antidiluviana e anti – iniziativa personale nella quale vivono ancora molte istituzioni).

    Il corso mi ha permesso di presentare l’Unione Europea inserendola nel quadro della storia europea, delle diverse culture, sensibilità religiose, storie economiche ma anche culturali che fanno dell’Europa un “unità nella diversità”. Un modo molto diverso di presentare l’integrazione europea rispetto all’abituale approccio funzionale / istituzionale, e molto più avvincente e completo. Quindi un corso sull’Unione Europea è divenuto percorso attraverso la diversità europea, e i valori che ci tengono assieme. Per poi da li’ arrivare ai nostri rapporti con il resto del mondo e in particolare con il mondo islamico e con l’Asia del Sud nella quale ci troviamo.

    In questo modo, è stato molto più immediato per loro capire l’importanza non solo della dimensione economica nel nostro stare assieme come Europa, e quindi le difficoltà attuali, ma anche l’importanza fondamentale che noi europei attribuiamo al rispetto dei diritti umani, della democrazia e anche la nostra sensibilità rispetto alla diversità culturale: siamo diversi tra noi, come potremmo imporre la nostra visione manu militari come fanno altri? (senza nascondere che l’abbiamo fatto in passato, ma come stati nazionali, all’epoca delle colonie).

    Nelle settimane immediatamente successive, naturale che il dibattito si sia portato sulla libertà d’espressione (con o senza limiti?), il radicalismo e le sue conseguenze sul terrorismo e cosa questi fenomeni comportino per il Pakistan e per l’Europa.

    Mi trovavo di fronte ragazzi e ragazze molto preparati, all’inizio di un cammino che non può non essere vocazionale, pieni di domande e rispetto ma anche fieri della loro islamicità. Credo che un dibattito di questo tipo possa riuscire e servire solo se si mettono tutte le carte in tavola, senza preclusioni. La sincerità d’intenzioni è la chiave del dialogo.

    Il tema che questi ragazzi non riescono a capire, come del resto quasi tutti i mussulmani, è il valore della satira in materia religiosa: in effetti, in una società nella quale la sfera religiosa permea il tutto, non se ne vede il senso. Il dopo Charlie Hebdo ha portato alla ribalta la non negoziabilità della libertà d’espressione. D’altro canto, chi invoca il sacrilegio nel mondo islamico, lo fa per ragioni politiche più che religiose, come anche chi attacca l’Islam da noi per raccattare voti. Costoro non difendono la libertà d’espressione, ma i loro interessi immediati. Personalmente, credo che la satira religiosa sia prescindibile, anche se non censurabile: va ignorata da chi se ne sente offeso. Ma l’offesa gratuita non è poi quel gran valore che alcuni invocano.

    Piacevole la sensazione di “sentirli” con me durante il corso, aspetto fondamentale per un oratore o insegnante, e di pensare che dopo questa settimana l’Europa si sia trasformata da entità astratta in cosa viva, cui nella loro attività professionale guarderanno con più simpatia rispetto a un semplice “blocco commerciale”.

    L’ultima lezione’ era un venerdì, giorno sacro dei mussulmani ma lavorativo la mattina. I ragazzi venivano vestiti di bianco, molto eleganti nella loro tenuta da preghiera. Le ragazze tenevano il velo sulle spalle: mentre stavo finendo il riepilogo, è suonato il richiamo alla preghiera principale, verso l’una: sono rimasto un attimo interdetto, non sapendo se dovevo fermarmi. No, semplicemente le ragazze si sono poste il velo sulla testa, e ho continuato a parlare. Compromesso tra religione e vita moderna, senza che la prima né sparisca né prevalga.

    Al momento della consegna dei diplomi, qualche minuto più tardi, i ragazzi mi stringono la mano convinti, le ragazze con timidezza, non use al contatto “fisico” con un uomo straniero. Ma sono diplomatiche, dovevano dimostrarlo.

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    La battaglia del dialogo tra Occidente e Islam non è ancora persa, basta crederci e lavorarci.

    In altri eventi di questi giorni ho partecipato a una riunione per l’armonia religiosa, in cui sono intervenuti rappresentanti di tutte le religioni presenti in Pakistan e…dell’Unione Europea (segno che si apprezza il nostro messaggio di tolleranza) e un’altra con rappresentanti dei sindacati pachistani, ai quali dovevo spiegare i meccanismi dell’Unione Europea rispetto a commercio con il Pakistan e rispetto dei diritti umani, in primis dei lavoratori.

    Un pubblico molto diverso da quello dei giovani diplomatici, cui ho dovuto rivolgermi con traduttore in urdu, una delle prime volte nella vita parlando a un pubblico in una lingua diversa dalla sua.

    Notevole notare anche in loro una crescente simpatia man mano che fluiva l’intervento, e riscontrare come persone d’estrazione culturale ben diversa da quella internazionale s’immedesimavano comunque negli interventi. Per inciso, grazie alla nostra politica di preferenze commerciali, il Pakistan sta esportando molto all’UE, soprattutto prodotti tessili, una concessione che si fa per ragioni più sociali che economiche: più esportazioni significa più posti di lavoro, meno marginalità e meno terrorismo. Ma tali concessioni sono a tempo, e legate a miglioramenti da dimostrare nel rispetto dei diritti umani: tutta una sfida.

    In questi giorni abbiamo anche divorato, nello spazio di qualche sera, la quarta stagione di Homeland, proibita in questo paese ma disponibile in copie facilmente reperibili.

    Homeland 4 uno

    La curiosità risiedeva nel fatto che l’azione di questa stagione era a Islamabad, come segnalatomi anche da alcuni amici, che mi hanno chiesto quanto c’era di realista nella serie.

    Premetto che m’erano piaciute molto le stagioni precedenti, il cui impianto è molto più realistico della pur avvincente Twenty Four di Keith Sutherland, un inno al tutto è permesso in nome della lotta contro il terrorismo.

    Conclusasi la vicenda di Nicholas Brody, la quarta stagione ritrova Carrie Mathison capo stazione CIA a Kabul, incaricata tra gli altri dei famigerati attacchi di droni in territorio pachistano (nella zona tribale, denominata FATA).

    Dopo un’operazione finita male, come spesso è il caso, l’azione si sposta a Islamabad, alla ricerca del capo terrorista che sarebbe dovuto morire sotto le bombe del drone.

    Homeland 4 è forse la migliore stagione della serie, dall’andamento avvincente fino quasi alla fine. Per mia sorpresa, la descrizione della tematica del terrorismo in Pakistan è del tutto veridica: trovo notevole che una serie americana, anziché arrampicarsi sugli specchi di una visione unilaterale del tema, presenti con crudezza i rischi impliciti nell’uso dei droni, con le loro numerose vittime collaterali; descriva senza remore le distorsioni politiche che condizionano l’attività della CIA; e le contraddizioni inerenti nell’azione dei servizi segreti pachistani, divisi tra pro e anti – talebani, atteggiamenti impersonati rispettivamente dai personaggi di Tasneem Qureshi e Aasar Khan.

    La rete Haqqani corrisponde a una corrente talebana che esiste davvero in FATA, e tutto l’andamento della vicenda è realistico, salvo l’orgia finale di fuoco e spari cui sembra una serie americana di questo tipo non possa rinunciare.

    I talebani non presentati come “uomini neri”, ma come combattenti feroci e determinati, ma con un punto di vista, non il male per il male: una visione più realistica dell’abituale. Anche se il Pakistan ha proibito la diffusione della serie in questo paese, in realtà chi ne viene fuori peggio è il capo della CIA, ottuso e incompetente, e qualche altro americano. Islamabad è descritta come “un posto di merda”, ma da un incompetente, il che ne relativizza la portata.

    Fa impressione sentire nominato dai personaggi della serie il quartiere nel quale vivi (F 8/3, Faisal Mosque), anche se le immagini non vi corrispondono: la serie è stata girata in Sudafrica (del tutto impossibile farlo qui) e chiaramente, quella non è Islamabad. Troppa gente per strada, troppo “normale” rispetto all’aspetto amorfo e amministrativo di questa città.

    L’ambasciata USA non è in una strada normale come descritta, ma inaccessibile al pubblico nella zona diplomatica: descriverla così avrebbe reso impossibile la trama.

    Alcune curiosità da addetti ai lavori: un negoziato diplomatico tra il Pakistan e un altro paese non può per definizione avvenire all’interno dell’ambasciata di quest’ultimo, deve svolgersi sempre in un edificio del paese ospitante. Impossibile quindi la situazione descritta nella serie.

    Curiosità più spicciole: un ragazzo e una ragazza pachistana non possono prendersi per la mano in pubblico come descritto nella serie; gli autobus sono molto più scassati di quelli che vi appaiono; e un agente dell’ISI (servizi segreti militari pachistani) NON PUO’ avere l’aspetto e l’abbigliamento di Nimrat Kaur: gli agenti sexy almeno per ora non sono quelli pachistani.

    Homeland 4 two
    Homeland 4 three

    In conclusione, una serie molto realista, ben fatta e avvincente, con qualche semplificazione ambientale e qualche dettaglio fuori posto, ma piacevole e anche in parte istruttiva.

    Islamabad non è il “posto di merda” descritto, ma in realtà appare nella finzione meglio di quanto non sia davvero. C’è poco da offendersi.

    In quanto a me, le mie avventure giornaliere superano di gran lunga quelle dei protagonisti della serie!

    Islamabad, 14 febbraio 2015.

  • Diario pakistano: numero sei

    Ancora una volta stavo preparando un’entrata del mio diario,e ancora una volta è venuto a intromettersi un atto terroristico: il 16 dicembre era stato l’attacco di Peshawar, qualche giorno fa quello di Parigi, su cui ho scritto qua:

    http://www.lospaziodellapolitica.com/2015/01/il-mondo-tra-l11-settembre-e-la-strage-di-parigi/

    La mia pagina di diario invece s’intitola «Saluti dalla terra dei container».

    Normalmente, non facciamo molta attenzione ai container: sono un oggetto fondamentale per le nostre vite, perche’ dentro di loro si muovono la stragrande maggioranza dei prodotti che consumiamo, ma la maggior parte di noi non ne vede quasi mai uno  nè da lontano, salvo che viva vicino a un porto, e men che meno da vicino.

    Il container invece e’ un oggetto fondamentale nella vita pakistana, specialmente a Islamabad, che ne e’ costellata, e dove essi servono a molto di più che a trasportare merci.

    In Pakistan i container sono un mezzo di controllo del traffico: stanno li’, appoggiati tra una corsia e l’altra quando tutto è normale, pronti a essere mezzi di traverso appena c’è bisogno, soprattutto quando sono in corso manifestazioni politiche di protesta, come molto spesso durante il 2014:

    Container 1
    container 2

    La Islamabad del mio primo mese era tutta cosi’, mezza bloccata da container che impedivano ogni visione e spostamento: una città incomprensibile, che ho incominciato a decifrare solo quando l’affluenza dei manifestanti ai comizi tenuti ogni sera di fronte al parlamento dal leader della protesta, l’ex-giocatore di cricket Imran Khan, ha incominciato a scemare: alla fine saranno stato 121 comizi consecutivi!

    I contanier vengono usati a ventaglio, le strade si aprono e chiudono a piacere con questo mezzo d’indubbia efficacia ma d’una bruttezza difficilmente uguagliabile. In realtà, il motivo per cui qua si usano questi pesantissimi contenitori e non delle semplici transenne è che questi non li muovi proprio, e sono, letteralmente, a prova di bomba (non è una parafrasi in questo caso).

    Il container ha quindi un uso importante nell’ordine pubblico, ma in questo paese ha anche un grande significato politico, perchè i leader tendono a usarli al posto dei palchi smontabili: nel caso di Imran Khan è diventato un vero e proprio simbolo della protesta contro la corruzione politica e lui è ben attento a parlare sempre da uno di loro. Il luogo della protesta è stato poi delimitato da decine di container, al di fuori dei quali sostava la polizia. Un vero e proprio castello, sotto il quale ho scoperto qualche giorno fa, alla fine della protesta, sottostanti tribune per le parate ufficiali:

    Container 3

    Ma anche il principale partito d’opposizione, il PPP che fu di Benazir Bhutto, ha un container nella sua simbologia: sui figlio Bilal da i suoi (pochi) comizi dallo stesso che uso’ sua madre il giorno in cui venne assassinata, mentre si stava allontanando da quel luogo.

    Senza container,  forse non ci sarebbe vita politica in Pakistan.

    Da un container in mezzo alla strada è venuta fuori, come una sorpresa, la mia Volkswagen Tiguan venuta da Bruxelles: siamo andati a prenderla presso quello che immaginavo fosse il magazzino della compagnia di trasporti. Invece no, quattro o cinque containers stavano li’ in uno spiazzo lungo l’autostrada, e sono rimasto allibito nel vederci la  mia macchina, cosi’ spaesata qui, dove non esiste questa marca, il volante è a destra e non come il suo a sinistra, venirne fuori come da un pacco regalo. Sono entrato nel container e l’ho tirata fuori, sotto lo sguardo sorpreso di decine di curiosi (tutti maschi) che non mancano mai in queste oocasioni da queste parti: uno straniero che guida al contrario che tira fuori una macchina sconosciuta da un container in piena autostrada. Grandi risate.

    Dopodichè abbiamo preso la strada di casa, lontanissima, attraversando la città con una macchina targata Belgio. Come nei migliori manuali di sicurezza, primo passare inosservati. No problem comunque, stare in una macchina normale quandi si e’ usi al blindato è come vestire di seta dopo una vita in un sacco da frate.

    Da un container sono anche venute fuori tutte le nostre cose, dopo due mesi e mezzo dalla partenza da Waterloo:

    Camion 2
    Camion 1

    Sembra incredibile che tutta la tua vita possa stare dentro un container, per quanto grande che sia, con ben 470 scatole. Di fronte a una folla interessatissima (tutti uomini) che non avrà avuto nient’altro da fare tutto il giorno che stare a osservare le operazioni di scaricamento (stare a guardare è in assoluto l’attività favorita degli uomini indo – pakistani, seguita dal bere il tè). Il resto è optional.

    Una squadra di scaricatori, diretta da uno splendido pashtun con barba bianca (Lala, cioé nonno), di cui purtroppo non ho preso la foto, il più anziano ma anche il più forte, da tradizione di quella razza rocciosa, ha poi portato dentro tutta la nostra vita, cominciando a aprire tutte le scatole, meno quelle dei libri. Risultato: tra la folla, una dozzina di persone più noi due, più gente che faceva lavori vari nella casa, dopo ben poco non si capiva più nulla. Sono venute fuori innumerevoli lampade, decine di quadri (con una moglie pittrice non si scampa, mi vendico con migliaia di libri), una quantità inverosimile d’elefanti d’ogni materiale e taglia, a quanto pare in India ne abbiamo fatto razzia, e assurdità variegate tutte per terra come in un bazar indo – pakistano. Quello che è stata la nostra casa per qualche settimana.

    L’ordine d’apparizione dei vari oggetti è sempre il più improbabile in questi casi: se cerchi lenzuola, avrai cappotti, se cerchi ombrelli avrai racchette da tennis e cosi’ via. Nella confusione più assoluta, troneggiava il nostro inseparabile compagno Don Chisciotte di legno e i due indios pipiles de El Salvador, imperturbabili e enigmatici come sempre, stavolta cosi’ lontano da casa, per dirla alla Bowles:

    Pipiles

    E’ iniziata quindi la tappa casalinga pakistana, anche se le sorprese non facevano che iniziare: faro’ qualche appunto su cosa significhi vivere in un paese cosiddetto in via di sviluppo, esperienza non fatta da molti tra coloro che hanno la pazienza di leggermi.

    In Pakistan la logistica e le infrastrutture, pur non essendo le peggiori del mondo, sono a livelli inimmaginabili da noi: per dare un’idea, gas e elettricità, in piena capitale, arrivano a intermittenza. In casa la luce manca tra le cinque e sei ore al giorno, il che obbliga a avere meravigliosi generatori grandi come un camion in giardino, uno spettacolo di rara bellezza. Senza quello sei finito: eccolo un altro oggetto che in Europa conosciamo poco: il generatore, irrinunciabile nel Sud del mondo. Il rumore del generatore, alimentato a diesel, t’accompagna giorno e notte, a intermittenza. Più quelli dei vicini, ovviamente. Ho calcolato che la luce se ne va una cinquantina di volte al giorno, in media. In assenza di luce pubblica, il generatore supplisce. Se in India era necessario solo ogni tanto, qui lo è in continuazione, necessario un pieno di diesel alla settimana. Questo significa stabilizzatori per gli apparecchi elettrici e UPS, anche loro begli oggetti decorativi, gli elefanti si stanno facendo amici tecnologici.

    Le case non sono riscaldate, e sono concepite per le temperature caldissime del resto dell’anno, ma l’inverno qui è rigido, attorno allo zero di notte, e vi assicuro che senza riscaldamento le idee rimangono fresche, e non solo quelle. In teoria ci si riscalda col gas, ma dopo aver comprato varie stufe a gas, ho scoperto che il paese è in crisi energetica, e il gas non arriva quasi mai. Si deve sopravvivere in una – due stanze riscaldate con aria condizionata.

    La nostra casa, che di per sè è bella, non era occupata da qualche anno, per cui appena entrati ha incominiciato a guastarsi tutto, fenomeno naturale se vogliamo. Solo ora, dopo un mese di permanenza, incomincia a schiarirsi la situazione. Le idee rimangono comunque fresche, non ricordavo questo freddo in casa dai tempi della montagna da bambino, quando s’andava in bagno la mattina e si gelava.

    Spesso si pubblica degli stipendi favolosi dei diplomatici e del loro stile di vita lussuoso: indubbiamente, case e stile di vita sono attraenti. Bisogna pero’ considerare che la logistica anche nelle belle case in questi paesi è quella ambiente, che ti riporta a decenni fa, a situazioni cho noi avevamo dimenticato. Per questo alcuni colleghi amano solo le destinazioni cinque stelle, tipo Parigi o New York. Io, nonostante tutto, trovo più stimolanti quelle rustiche, dove ti trovi di fronte la vita del resto del mondo (la maggior parte della popolazione locale combatte il freddo solo con coperte attorno al corpo, tanto per capire).

    La cosa curiosa è che per gli espatriati non funzionano le regole del libero mercato; anche per ragioni di sicurezza, affrontiamo un’offerta coatta, limitata e carissima. Per dare un’idea, la mia casa attuale, bella ma con tutte le manchevolezze descritte, costa esattamente il TRIPLO di quella in perfetto stato di nostra proprietà in Belgio, affittata casualmente lo stesso giorno in cui noi entravamo qui.

    Buona parte dello stipendio se ne va quindi in spese di questo tipo, con molti prezzi gonfiati per stranieri senza che tu possa farci molto.

    Di certo, in Pakistan non ti rovini con spese alcooliche, visto che l’alcool non è in vendita. Un’altra volta raccontero’ l’esperienza del recarsi nell’unico bar di Islamabad, nascosto in un sotterraneo di un hotel.

    Il vantaggio della non reperibilità di bevande alcooliche è che dopo un po’ ti scordi che esistano: tra questo e un Natale di lavoro, ho lasciato cinque chili per strada da quando sono arrivato qua.

    E per finire con i container, in uno di quelli dov’è situata per ragioni di sicurezza l’Ambasciata d’Italia, abbiamo trascorso la notte di Natale con i pochi italiani dell’Ambasciata rimasti qui. Una quindicina di persone, con una sola famiglia, gli altri soli, chiusi in un edificio superprotetto nella solitaria zona diplomatica della capitale. Come tipico della nostra nazionalità, l’inevitabile malinconia è stata pero’ compensata da una discreta allegria, nonostante l’ambiente generale fosse di shock dopo Peshawar. D’altronde, questa è la nostra vita, che peraltro abbiamo scelto, anche se per me è stato il primo Natale e Capodanno senza i miei in ventidue anni di carriera.

    Domani finisco le ultime scatole, inshallah.

    Islamabad, 10 gennaio 2015.

  • Diario pakistano: numero cinque

    Avevo in mente un’altra pagina di diario, piu’ divertente, che scrivero’ la prossima volta. Oggi il Pakistan, paese dove sangue e sofferenza non sono certo merce rara, rimane incredulo rispetto al suo 11 settembre, il peggiore attentato della sua storia, «Our darkest hour» come titola l’Express Tribune. Serve a poco fare di tutta l’erba un fascio, colpevolizzare il mondo mussulmano nella sua interezza, invocare «chiusura delle frontiere», «occuparsi degli affari nostri» o al contrario «spedire piu’ bombe su questi pazzi». L’intreccio afgo – pakistano e’ estremamente complesso, e le semplificazioni non aiutano. Ci vuole molto piu’ di qualche riga per entrare nel merito, provero’ a buttare giu’ qualche linea essenziale che aiuti a capire il contesto, approfondiremo col tempo, tra l’altro anch’io devo assimilare poco a poco i frammenti di questo puzzle.

    L’attacco di ieri e’ stato effettuato dal gruppo principale di talibani del Pakistan, conosciuto come TTP. La galassia talibana non e’ unitaria, i talibani del Pakistan, dell’Afghanistan e ISIS (o Daesh) sono cose diverse e pur essendo ispirati da ideologie simili non seguono esattamente la stessa strategia.

    I talibani (studenti, di Corano) sono gruppi d’ispirazione integralista nati in Pakistan negli anni ottanta, a seguito dell’enorme rafforzamento delle scuole coraniche e dell’islamismo effettuato dal regime militare a partire dall’anno 1977 (colpo di stato del generale Zia contro il presidente Bhutto), che avvia il processo d’islamizzazione di questo paese, in contrapposizione all’ispirazione laica iniziale del suo fondatore, Ali Jinnah. L’ispirazione ideologica del talibanismo risiede nella scuola di pensiero Deobandi, cui si ispirano la maggior parte della madrasse (scuole coraniche) e nel wahabismo, interpretazione dell’Islam prevalente in Arabia Saudita, molto conservatore (interpretazione il piu’ letterale possibile del Corano, un testo scritto nel sesto secolo dC).

    Gli studenti coranici formati in queste scuole vengono inquadrati miltarmente e mandati in Afghanistan a lottare contro i sovietici. Questa lotta e’ portata avanti dai cosiddetti mujaheddin, con l’aiuto statunitense e pakistano, che pero’ e ‘ differenziato: gli statunitensi vogliono cacciare i russi dall’Afghanistan, i pakistani controlare il loro «retroterra» (la frontiera tra Pakistan e Afganistan e’ porosa e incontrollabile). Una volta sconfitti i sovietici, nella guerra civile afghana che ne segue, occidente e India tendono a appoggiare le milizie del nord (quella che verra’ conosciuta piu’ tardi come Alleanza del Nord, composta da tagiki, uzbeki, turkmeni e hazara), il Pakistan i gruppi pashtun, a forte presa talibana. Da tenere presente che le popolazioni pashtun, radicate a entrambi i lati della frontiera, si rifugiano dall’una o dall’altra parte di essa a seconda dell’andamento del conflitto. In questo momento ci sono ancora milioni di rifugiati afgani in Pakistan e diverse centinaia di migliaia di rifugiati pakistani in Afghanistan: dipende dalla tranquillita’ relativa delle zone d’origine. I rifugiati, concentrati in campi dalle condizioni penose e senza prospettive, sono facile ricettacolo di propagandisti, millantatori e reclutatori di braccia per la guerra.

    I talibani afghani finalmente presero il potere in Afghanistan dopo la caduta del regime pro – sovietico: sono gli anni del potere talibano a Kabul. L’11 settembre provoco’ un precipitoso intervento militare per cacciare i talibani dal potere (piu’ che altro, perche’ avevano ospitato Bin Laden e Al Qaeda, loro alleato, non perche’ desse fastidio il loro oscurantismo). La caduta dei talibani fu opera delle milizie dell’Alleanza del Nord, appoggiate dagli Usa ed altre potenze limitrofe, ma non dal Pakistan, che teneva a non annientare le milizie talibane, rifugiatesi dall’altro lato della frontiera e rimaste indisturbate per anni nelle zone limitrofe, con liberta’ di passaggio. Il fatto che gli Usa decidessero di non intervenire con proprie truppe ma affidare la lotta contro i talibani solo agli alleati del nord contribui’ a preservare la loro forza. Gli Usa avevano due obiettivi in Afghanistan: catturare Bin Laden e trasferirsi in Iraq, dove si combatteva un’altra battaglia (caduta del regime di Saddam Hussein e relativo controllo delle riserve petrolifere).

    L’appoggio alla ricostruzione dell’Afghanistan rimase sempre un’inquadramento di tipo militare, senza reali risultati in termini di sviluppo e miglioramento delle condizioni di vita. Col tempo, la mancanza di risultati ha permesso ai talibani di recuperare terreno: l’Afghanistan non si e’ rafforzato come struttura statale e rimane debole. La comunita’ internazionale se ne sta andando, dopo un decennio, stanca di vedere cosi’ pochi risultati concreti. Ma per costruire una struttura statale solida ci vogliono decenni di sforzi e ingenti risorse, non basta qualche anno di presenza come ingenuamente si tende a credere in Occidente.

    I talibani, indisturbati per anni nelle zone tribali del Pakistan, sono adesso sotto pressione perche’ il governo civile pakistano ha lanciato un’offensiva militare (Zarb-e-Azb – attacco decisivo e «tagliente»), in zone in cui i talibani fuoriusciti dall’Afghanistan erano rimasti indisturbati dalla fine della guerra in Afghanistan nel 2002. Sono zone tribali, rurali e estremamente conservatrici. I talibani si mimetizzano perfettamente, perche’ la loro cultura corrisponde a quella locale. E’ in quelle zone che fu attaccata Malala e che prevalgono valori lontanissimi dalla vita moderna. Adesso la popolazione di quelle zone e’ rifugiata altrove, in Pakistan o Afganistan, e l’esercito sta lottando contro quella parte di gruppi che sono ancora sul terreno (molti se ne sono andati, ovviamente…in Afghanistan, approfittando del ritiro delle truppe occidentali). E’ l’effetto «coperta corta»: colpisci di qua, loro se ne vanno di la’. Apparente tranquillita’ per un po’, poi si riorganizzano e il terrore riparte.

    Per diversi mesi i talibani pakistani hanno sofferto quest’offensiva, che vuole anche rimuovere i dubbi persistenti da anni sulla vera volonta’ pakistana di eliminare le basi terroriste, e non sono riusciti a controbattere con attentati, che richiedono certa capacita’ logistica, in questo momento alla prova.

    L’attentato di ieri non e’ stato molto sofisticato, e potrebbe confermare che sono in difficolta’: sei uomini armati e coperti d’esplosivo hanno scavalcato i muri d’una scuola che appartiene all’esercito, dove vanno figli di militari e insegnano spesso mogli di militari, sparando a piacere e poi facendosi saltare. 141 morti e’ il bilancio piu’ pesante d’un attentato nella storia del paese, credo.

    Si tratta quindi d’una esplicita vendetta nei confronti dei militari, attraverso le loro famiglie, cui s’aggiunge il simbolismo dell’attacco a una scuola «moderna», quindi non coranica, dove s’insegnano materie «fuorvianti» rispetto all’unica verita’ ammissibile.

    Un’ultima nota (il discorso non finisce certo qui): perche’ gli aggressori considerano ammissibile uccidere bambini? Al di la’ delle chiavi di lettura precedenti, bisogna considerare che le zone di presenza talibana vengono regolarmente bombardate dall’esercito, ma sono anche oggetto dell’azione dei droni, non coordinati con l’azione militare interna e diretti dal territorio statunitense, che vengono telecomandati per colpire targets identificati come terroristici (leader e militanti). Il problema dell’azione telecomandata e’ che dipende da informazioni ottenute sul terreno, per loro natura fuggevoli e incerte, e che provoca ingentissimi «danni collaterali» (nome pudico per dire morti di gente che militante non e’: si calcola che per 20 morti tra i militanti armati si diano 80 morti tra le popolazioni civili circostanti). Questo per dire che gli aggressori di ieri non stimano di comportarsi diversamente da chi considerano loro nemici. Questo stillicidio di vittime tra i civili e’ una delle principali fonti d’alimentazione del terrorismo, e dovrebbe servire a far capire ai fautori della tattica dei bombardamenti dall’alto che quella modalita’ ha anche effetti controproducenti.

    C’e’ molto di piu’ da dire, ci saranno altre occasioni.

    Islamabad, 17 dicembre 2014.

  • Diario pakistano, numero quattro

    In questi giorni mi chiedevo come mai le difficoltà iniziali, più o meno comuni ad ogni inizio in un nuovo paese, e tanto simili in questo caso a quelle che incontrammo in India dodici anni fa (tante difficoltà logistiche in un paese organizzato in maniera completamente diverso dall’Europa e con criteri di qualità completamente differenti, o inesistenti; case grandi, brutte e malfatte a prezzi triplicati rispetto alla logica, senza che come stranieri e a causa delle regole di sicurezza possiamo ovviare a tale sistema, che favorisce i proprietari rispetto ai malaugurati inquilini; tempi infiniti per risolvere qualsiasi cosa, tipo un conto corrente che da più d’un mese cerchiamo d’aprire, finora senza successo, non chiedetemi perché, (questi sono solo alcuni esempi) mi stiano risultando così pesanti adesso rispetto al 2002.

    Credo che ciò dovuto a tre fattori: da una parte abbiamo dodici anni in più, e siamo meno pazienti. Secondo, uno pensa sempre che le esperienze negative non si ripetano nel tempo, solo per scoprire che averle fatte prima non te lo evita: semplicemente ti preparano a affrontarle con una prospettiva diversa, ma devi affrontarle comunque. Terzo, e credo che fattore decisivo: questa è la prima volta che passiamo attraverso queste difficoltà e il relativo stress senza che nostro figlio Matías sia con noi. Oggi ha vent’anni, e studia in Spagna. La sua lontananza, la sua assenza ogni sera quando si fa il punto degli (scarsi) progressi del giorno è l’obolo più pesante da pagare alla nostra professione, specie quando l’eserciti in un paese difficile come questo. Da un lato sei più tranquillo che non corra rischi qui, dove d’altronde non potrebbe studiare, dall’altro ti manca terribilmente la sua presenza fisica: il grande vantaggio della prima parte d’una carriera internazionale è che hai i tuoi figli con te, tutto il resto viene dopo. Nella seconda parte puoi avere posti più prestigiosi, ma senti molto di più il peso della distanza.

    Un’altra cosa cui è difficile abituarsi, e questo vale qui, non altrove, sono le macchine blindate, le scorte, la sensazione di non essere mai da solo, mai davvero libero. D’altronde, difficile sentirti a tuo agio quando non puoi passeggiare per strada, ne’ muoverti liberamente per la città. Una prima considerazione: le macchine blindate sono tremendamente scomode. Le porte pesantissime da aprire, l’ambiente poco confortevole all’interno. L’altro giorno chiedevamo perché le finestre d’una casa che stavamo considerando fossero cosi scure: ingenuamente pensavamo la patina applicata ad esse fosse per ridurre il caldo. Inesatto: è per evitare che in caso d’esplosione nelle vicinanze, i pezzi di vetro si spargano per la casa, divenendo essi stessi proiettili. Lo stesso in macchina. Vabbè. Non strano quindi che quando si vive in queste condizioni la cosa che ti manca di più di solito non sono negozi pieni, bevande alcooliche o ristoranti variati, ma il poter camminare per strada, senza timori.

    In queste settimane si sono verificati in questo paese eventi che hanno fatto clamore nel mondo: oltre alla conferma della condanna a morte per blasfemia di Asia Bibbi, di cui abbiamo già parlato, anche l’omicidio, da parte di una folla inferocita, di una coppia di cristiani in un villaggio del Punjab: erano stati accusati anche loro di blasfemia, perché nella loro spazzatura sarebbe stata trovata una pagina del Corano (notare che i due erano analfabeti). Una folla inferocita, sobillata dall’imam locale, li ha linciati e buttati in un forno. Storie d’ordinario orrore.

    Sulla stampa europea notizie di questo tipo, che vengano dall’India, dal Pakistan o dal medio oriente, vengono di solito presentate come “un’offensiva contro i cristiani”. La realtà è più complessa, anche se non meno preoccupante.

    Quella che è in corso nel mondo mussulmano è una radicalizzazione religiosa della società, ispirata in parti uguali da un rifiuto generalizzato dell’occidente, di una globalizzazione ispirata da valori considerati estranei all’Islam, dall’insuccesso economico di molti paesi islamici, incapace di offrire prospettive allettanti alle loro popolazioni e dal generoso foraggiamento di tali visioni da parte dei paesi del golfo: interessati a buoni rapporti economici con l’occidente cui vendono petrolio e gas, ma anche a evitare quella democratizzazione che uno sviluppo economico condiviso genererebbe.

    Paesi come il Pakistan o come l’Afghanistan, pur senza essere mai stati “occidentali” in passato, avevano sperimentato un certo sviluppo in quella direzione nelle loro realtà urbane. Per nulla nelle campagne, dove vive la maggior parte della popolazione. Dagli anni ottanta in poi (rivoluzione islamica in Iran), e definitivamente dall’11 settembre, quella timida tendenza si è invertita, e una visione radicale dell’Islam ha riacquistato preminenza. Oggi il radicalismo islamico, insegnato nelle madrassa, dove studiano milioni di ragazzi mussulmani materie esclusivamente coraniche, fa concorrenza non all’Islam moderato, ma a quello conservatore, immobile in materia sociale. L’islamismo moderato che tanto ci piace in occidente, laico, moderato e tollerante, è francamente minoritario da queste parti.

    L’Islam conservatore, per sopravvivere l’offensiva di quello radicale, sempre più aggressivo, preferisce blandirlo, non contrastarlo, ingessando quindi la società su posizioni lontanissime da quelle che consideriamo normali in occidente.

    I radicali interpretano alla lettera il Corano, scritto nel sesto secolo d.C., e su questa base giustificano l’eliminazione fisica dei politeisti e la sottomissione delle altre religioni monoteiste (non eliminazione, ma cittadinanza di seconda classe). Una realtà che è stata tale per secoli in terra islamica, ma che ha riacquisito vigore negli ultimi decenni grazie a questo processo di radicalizzazione. I cristiani hanno vissuto per secoli in queste terre come minoranza di seconda classe, ma rispettata. L’auge del radicalismo ha riportato di moda una lettura della situazione da sesto secolo d.C.

    Questo sviluppo è stato in buona parte favorito anche dall’atteggiamento di chi vedeva nel comunismo il nemico da battere, e per farlo ha tollerato o appoggiato chiunque vi si opponesse, fosse chi fosse. La logica il nemico del mio nemico è mio amico SEMPRE GENERA MOSTRI.

    In questo quadro, gli integralisti di fede sunnita considerano loro nemici chiunque sia diverso da loro: sciiti, altre minoranze mussulmane, cristiani, induisti, buddisti, donne emancipate, progressisti, riformisti.

    I cristiani sono in Pakistan tra le comunità più povere e emarginate: non sono attaccati in quanto cristiani, ma in quanto minoranza, in un paese che discrimina pesantemente qualunque minoranza, considerata espressione d’una cittadinanza di rango inferiore.

    Non è quindi in corso un’offensiva contro i cristiani di per sé, ma contro chiunque sia diverso dalla maggioranza.

    La povera coppia linciata e bruciata non aveva commesso alcun atto di blasfemia: erano poveri contadini indebitati, che dovevano dei soldi al proprietario della terra che lavoravano: invocare la blasfemia è stato semplicemente un modo per punirli, e avvisare altri nella stessa situazione. La religione diviene una scusa per intensificare la pressione sociale, in un paese povero e fortemente classista.

    D’altronde, la legge sulla blasfemia è usata soprattutto contro mussulmani, spesso di minoranze, anche se poi in Europa si sa solo dei casi contro cristiani, di per sé gravissimi (le prime reazioni del governo sono state di condanna, e molte persone che hanno partecipato all’eccidio sono state arrestate, vedremo il seguito, spesso deludente). Ma quella che è in corso in parte del mondo mussulmano non è una guerra contro il cristianesimo, ma contro la diversità, contro il pluralismo.

    Di fronte a situazioni cosi mostruose, in un paese nel quale i diritti umani vengono violati sistematicamente, i tribunali non condannano quasi nessuno per delitti commessi nei confronti delle minoranze, religiose o etniche che siano, o nei confronti di donne e bambini, a volte ti prende lo sconforto: per tutte le pressioni che i partner internazionali possano fare, i progressi sono lenti, limitati, più legati al cambiamento sociale e di mentalità che ad azioni di un governo. La coscienza di voler cambiare deve venire dal di dentro, e non è facile vederla emergere.

    Anche la recente visita del rappresentante speciale per i diritti umani dell’UE, Stavros Lambrinidis, ha confermato le molte difficoltà, e gli scarsi progressi. Lo stesso legare l’accesso di prodotti pakistani al nostro mercato a progressi concreti nel rispetto dei diritti umani, cosa che si fa mediante il meccanismo conosciuto come GSP +, ha limiti e va usato con criterio.

    In questo quadro complesso, in una zona del mondo dove essere occidentale non genera simpatie, ma sospetti (la visione prevalente qui è che noi occidentali vogliamo costantemente umiliare i mussulmani, dobbiamo agire con molta circospezione) promuovere le convenzioni internazionali di rispetto dei diritti umani che il Pakistan ha liberamente sottoscritto, come quella sui diritti dei bambini che ha compiuto questa settimana 25 anni, è molto importante. Ricordiamolo, non sono diritti occidentali, ma universali, e nel momento in cui un paese ne sottoscrive la convenzione si obbliga a rispettarli e promuoverli nella legislazione e nella pratica.

    Per dare un’idea della difficoltà di certi temi, basti sottolineare che la settimana scorsa l’associazione delle scuole private pakistane ha proibito l’uso del libro di Malala, considerando che promuoverebbe valori «anti – islamici»: acclamata nel mondo, criticata in casa.

    Questa settimana sono intervenuto due volte sul tema: in un festival di promozione dei diritti per i bambini, in cui una ONG finanziata anche dall’UE ha presentato spettacoli di pupazzi che diffondono storie di promozione dei diritti dei bambini (15 milioni di bambini in Pakistan non vanno a scuola, 10 di loro bambine, e tantissimi lavorano). E in congresso sul tema in un’università di Islamabad.

    Children festival

    Non sono ancora del tutto abituato a trovarmi davanti un pubblico mussulmano, in cui ad esempio le studentesse portano quasi tutte il foulard, ma molto di più mi ha sorpreso il pubblico di bambini di circa dieci anni del primo evento. Ho dovuto cambiare l’impostazione del discorso che mi avevano preparato, centrato su convenzioni internazionali, impegni e legislazione, per trovare il modo di collegarmi con un pubblico così giovane. E parlando dopo i pupazzi, una concorrenza imbattibile!

    Children festival 2

    Ho raccontato loro che anche nel mio paese abbiamo dei pupazzi, con un nome molto simile, “pupi”, per dire loro che i divertimenti che piacciono ai bambini sono molto simili ovunque: siamo legati gli uni gli altri da tante cose comuni, al di là delle nostre culture. E della mia sorpresa quando, già cresciuto, avevo scoperto i “pupi” in Nord africa, capendo che non erano un’esclusiva della nostra terra, come avevo pensato sin lì: quante cose in comune abbiamo in quest’enorme spazio aperto che dal Mediterraneo va all’Oceano Indiano, quanto ci siamo scambiati e influenzati nel corso dei secoli, senza che oggi nemmeno ne siamo coscienti!

    Children festival 3

    Non so se avrò avuto successo nella mia impostazione, ma alcuni ragazzi nelle prime file mi hanno detto che il mio discorso gli era piaciuto più degli altri. Mah, chissà se sarà vero.

    La mia prima conclusione da questo periodo qui è che la battaglia culturale da combattere è immensa, difficile, e sarà un cammino pieno di difficoltà e frequenti frustrazioni. Altro che “fine della Storia”!

    Islamabad, 23 novembre 2014.