Pubblicato in due parti sulla web Lo Spazio della Politica nell’aprile 2012.
https://stefanogatto.wordpress.com/2012/04/16/primarie-repubblicane-nonostante-tutto-romney/
Pubblicato in due parti sulla web Lo Spazio della Politica nell’aprile 2012.
https://stefanogatto.wordpress.com/2012/04/16/primarie-repubblicane-nonostante-tutto-romney/
Articolo pubblicato sulla web Lo Spazio della Politica nell’ottobre 2012
https://stefanogatto.wordpress.com/2012/10/22/nobel-della-pace-allunione-europea-io-sono-daccordo/
Articolo pubblicato sulla web Lo Spazio dellaPolitica l’8.11.2014:
https://stefanogatto.wordpress.com/2014/11/15/le-mie-frontiere-e-i-nostri-muri-25-anni-dopo/
Il 2013 dell’America Latina
Articolo pubblicato sulla web Lo Spazio della Politica il 6.2.2013, attualmente inaccessibile
I cambiamenti della regione e gli scenari del 2013 in America Latina

Le elezioni parlamentari del 26 settembre 2010 rappresentano un passo avanti per la democrazia venezuelana.
Il PSUV di Hugo Chávez si è imposto in numero di seggi, mantenendo la maggioranza assoluta anche grazie alla riforma elettorale dell’anno scorso che diede maggior rappresentanza agli stati controllati dal partito di governo, ma l’opposizione entra in parlamento dopo cinque d’assenza, e questo può gettare le basi per un futuro politico più equilibrato in Venezuela.
La legge elettorale ha prodotto risultati sorprendenti, se pensiamo che 100.000 voti di differenza (5.423.324 per il Partido Socialista Unido de Venezuela – PSUV di Chávez, pari al 48.13% dei voti) hanno corrisposto a 98 seggi su 165, mentre i 5.320.364 de la Mesa para la Unidad Nacional (MUN), pari al 47.22%, hanno portato all’elezione di solo 65 deputati.
Senza dubbio, si tratta di un sistema distorto, dato che se una perfetta proporzionalità tra voti ed eletti non è sempre possibile, una tale distorsione in un sistema teoricamente proporzionale va di là del ragionevole. Per lo PSUV, il 48.13% dei voti corrisponde al 59.39% dei seggi, per l’opposizione il 47.22% corrisponde al 39.39%. Venti punti di scarto. Ad ogni modo, per l’opposizione a Chávez si tratta di un successo, perché ritrova la via del parlamento, cui aveva follemente rinunciato boicottando le elezioni parlamentari del dicembre 2005.
In questo modo l’opposizione, che denunciava la poca trasparenza del processo elettorale in mano al CNE (Consejo Nacional Electoral), aveva lasciato via libera a Chávez, che in questi cinque anni ha potuto legislare a piacere.
Dell’errore l’opposizione si pentì già nel 2006, quando presentò un candidato unico alle elezioni presidenziali, Manuel Rosales, allora governatore dello stato di Zulia, che ottenne il 32% dei voti contro il 68% ottenuto da Chávez alla sua seconda rielezione.
Tra le tante leggi che l’assemblea d’obbedienza chavista ha promulgato in questi anni per promuovere il socialismo del XXI secolo, vi furono anche le leggi che spogliarono d’ogni autorità i governatori e sindaci eletti nel 2008, per passarle ad autorità di nomina governativa, e la distorta legge elettorale di cui sopra.
Inoltre, l’assemblea monocolore approvò una riforma costituzionale “bolivariana” che ha modificato notevolmente l’organizzazione dello stato venezuelano, introducendo anche la rielezionesenza limiti del Presidente della Repubblica (respinta in referendum popolare nel 2007, tale riforma è stata poi approvata in un altro referendum nel 2009).
I risultati elettorali di quest’ultima tornata, pur squilibrati, non permettono alla maggioranza d’ottenere i 2/3 dei seggi necessari per compiere le principali nomine istituzionali in solitario, né quella di 102 deputati che avrebbe permesso di governare per decreto.
In questo senso, gli sviluppi di questa nuova situazione potrebbero essere positivi, poiché la maggioranza sembrerebbe obbligata a negoziare con l’opposizione sui temi d’interesse nazionale.
Non è sicurissimo che questo sarà il cammino scelto da Chávez, che ha una concezione molto tribunizia e autoritaria della politica, in cui non c’è posto per l’opposizione.
Entrambe le parti politiche venezuelane hanno la loro parte di colpa nella degenerazione del clima politico nel paese.
L’opposizione ha negato per anni, e senza fondamento, la legittimità delle successive vittorie elettorali di Chávez dal 1999 ad oggi. Il favore con cui molti accolsero il tentativo di colpo di stato contro Chávez del 2002 dimostrò come molti sostenitori dell’opposizione non potessero concepire che le vittorie di Chávez fossero reali, anche se ottenute con maggioranze chiarissime, e fossero favorevoli a qualsiasi mezzo per fermarlo.
La scelta di convocare un referendum revocatorio (2004) e l’ostinazione con cui i proponenti negarono la validità della vittoria del no a favore di Chávez venne a dimostrare una volta di più che l’opposizione al chavismo non poteva concepire l’idea che Chávez avesse una maggioranza di consensi nel paese, cosa che invece era vera.
Le missioni d’osservazione elettorale internazionali dimostrarono che il sistema elettronico di votazione usato in Venezuela, lungi dall’essere un veicolo per frodi, funziona adeguatamente. Le critiche formulate al sistema venezuelano riguardavano invece l’ovvio sbilanciamento delle autorità di governo nell’appoggiare in tutti i modi le campagne elettorali del chavismo, mediante un uso partigiano della spesa pubblica a fini elettoralistici ed l’occupazione totale dei mezzi di comunicazione statali.
Dal canto suo, Chávez ha in buona parte sprecato il capitale politico accumulato in successive vittorie elettorali, negando ogni possibiledissidenza, governando in modo autoritario, forzando le situazioni senza aprire mai a possibili compromessi. Le continue statalizzazioni d’imprese private e mezzi di comunicazione e le riforme istituzionali cui abbiamo accennato sono eloquenti.
Il risultato elettorale può essere considerato come positivo anche da Chávez che, pur deluso dal non poter governare per decreto come aveva sperato, riesce a ritagliarsi una maggioranza di seggi in una situazione della quale il pessimo stato dell’economia nazionale,ancora totalmente dipendente dal petrolio e il deterioramento della sicurezza hanno minato in gran parte le comode maggioranze di consensi di cui Chávez ha goduto per dieci anni.
I principali cantieri politici di Chávez in questo decennio sono stati la costruzione di un nuovo modello di socialismo e la sua esportazione nel resto d’America latina mediante l’ALBA, un processo a trazione venezuelana e petrolifera.
L’attuale congiuntura economica e i problemi del Venezuela nell’usare in maniera efficiente i redditi petroliferi, una tradizione venezuelana che Chávez non ha minimamente intaccato, fanno emergere dei seri dubbi sulla sostenibilità a termine di tale modello.
D’altro canto, ci si può chiedere se sia legittimo portare avanti progetti di riforma presentati dal suo stesso proponente come epocali con l’appoggio di solo metà della popolazione.

Il recente vertice tra Unione Europea ed America Latina di Madrid (17-19 maggio), forse passato un po’ inosservato a causa dei contemporanei problemi finanziari dell’Ue e la situazione specialmente delicata della Spagna, presidente di turno, è invece stato particolarmente importante per una serie di decisioni prese che danno una svolta alla politica europea nei confronti di una regione latinoamericana che si trova in un momento complesso, ma anche molto dinamico.
E ormai lontana l’epoca nella quale l’America Latina veniva considerata una semplice periferia statunitense, alle prese con dittature, debiti endemici, povertà, bassa crescita economica, costante confusione istituzionale.
Passato il decennio perduto degli anni ottanta, le riforme intraprese dalla maggioranza dei paesi latinoamericani negli anni novanta hanno avuto generalmente successo, anche se i miglioramenti sociali avvenuti sono rimasti inferiori a quelli macroeconomici: alla fine del XX secolo, il debito sociale aveva sostituito quello finanziario che la regione aveva patito nei vent’anni precedenti.
Un decennio più tardi, molte cose sono cambiate in America Latina: il Brasile è definitivamente emerso come quella potenza regionale e globale che ha sempre voluto essere, dimostrando al mondo che la crescita economica può andare unita alla redistribuzione della ricchezza anche nel contesto latinoamericano; gli Stati Uniti non sono più il fratello maggiore in grado di dettare le regole del gioco; l’ALBA è divenuto un modello di riferimento alternativo, pur pieno di contraddizioni. La Cina si fa sentire nella regione, specie come acquirente di materie prime ma anche come investitore. Persino la Russia e l’Iran, tramite la loro alleanza con il Venezuela bolivariano, fanno capolino. Al tempo stesso, il Brasile consolida la sue presenza extra-regionale, in primis in Africa ma facendo sentire il suo peso in tutti gli scenari: G-20, OMC, accordo nucleare con Iran e Turchia. Il Cile raggiunge il Messico nell’OECD.
E non dimentichiamo poi che, nonostante tutto, l’Europa è ancora un investitore importante, se non il primo, nel complesso dell’America Latina: capitali spagnoli e portoghesi, ma anche tedeschi, francesi e italiani (secondari gli interessi britannici). E l’Ue è il primo partner commerciale di buona parte dell’America Latina.
Insomma, gli scenari regionali sono molto cambiati rispetto ad un decennio fa, ed anche le prospettive che i cittadini latinoamericani possono nutrire rispetto al proprio futuro.
Gli scenari dell’integrazione regionale latinoamericana sono anch’essi cambiati nel corso degli ultimi anni: l’America Latina non è estranea a tentativi d’integrazione regionale sulla falsariga europea. Anzi, il Mercado Común Centramericano e la Comunidad Andina nacquero immediatamente dopo il Trattato di Roma. In entrambi i casi però, i progressi nell’integrazione sono stati molto limitati, e se l’obiettivo è sempre stato quello di seguire l’esempio europeo, in realtà tanto il blocco centroamericano che quello andino non sono mai riusciti a creare al loro interno quella dinamica virtuosa che, tramite l’eliminazione progressiva delle barriere commerciali e la successiva creazione di una politica commerciale comune, hanno fatto talmente progredire l’integrazione europea sino all’adozione di una moneta comune.
Nel caso andino (Bolivia, Colombia, Ecuador, Perù, il Venezuela si ritirò nel 2006) si crearono istituzioni modellate su quelle europee, ma non si è mai raggiunto lo stadio di unione doganale, per la quale è necessaria l’esistenza di un dazio esterno comune, e quindi d’una politica commerciale unificata (obiettivo raggiunto dall’allora CEE nel 1968).
Nel caso centroamericano, potremmo dire che non è stato raggiunto nemmeno lo status di area di libero commercio, visto che sono ancora numerosi gli ostacoli alla libera circolazione dei prodotti tra i cinque paesi membri (Costa Rica, El Salvador, Guatemala, Honduras e Nicaragua).
Nel caso dei paesi del Cono Sud, il Mercosur (Argentina, Brasile, Paraguay, Uruguay), nato nel 1999 con il Trattato di Asunción, pur adottando un approccio poco istituzionale e del tutto intergovernativo, avanzò parecchio nel corso dell’ultimo decennio del XX secolo.
Il Mercosur adottò un dazio esterno comune, pur imperfetto, già nel 1994, e le cifre dimostrano che i volumi commerciali intra-regionali crebbero impetuosamente almeno sino alla crisi argentina del 2001 – 2002, rappresentando un importante pilastro per lo sviluppo economico dei suoi paesi membri e soprattutto del Brasile di Cardoso (1994 – 2002) е dell’Argentina di Menem (1989-1999).
La tremenda crisi argentina del 2001, causata dall’impossibilità per l’Argentina di mantenere il cambio 1:1 con il dollaro, che era il perno della politica dell’allora ministro dell’economia Cavallo, venne a rallentare lo sviluppo del blocco, tanto dal punto di visto istituzionale come commerciale. Troppo lo squilibrio tra un Brasile sempre più solido ed un’Argentina in preda al caos ed in grave ritardo nel proprio processo di modernizzazione economica, processo certo non ulteriormente avanzato nemmeno durante le successive presidenze Kirchner e Fernández, che hanno visto al contrario un risorgere del nazionalismo economico.
Il promettente Mercosur degli anni 90 è quindi divenuto il Mercosur stagnante dei primi anni 2000, bloccato nel suo sviluppo interno: mentre l’Argentina si dibatteva con le proprie (infinite) crisi, il Brasile si faceva i muscoli sfruttando il suo enorme potenziale economico negli anni di Lula, divenendo un attore di prima grandezza dello scenario internazionale senza avere più bisogno del Mercosur come veicolo d’espansione.
Esistono alcune ragioni generali per spiegare il relativo fallimento dell’integrazione economica in America Latina: da una parte, la complementarità relativamente bassa all’interno degli spazi economici centroamericano ed andino, anche se questo fattore non è d’applicazione nel caso del Mercosur.
L’esistenza poi, sino ai primi anni novanta, di scenari economici non virtuosi (debito, iperinflazione) che rendevano impossibile un’integrazione tra economie in crisi. Anche il poco sostegno dato dagli Stati Uniti ai processi d’integrazione regionale sino agli anni novanta non contribuì a rafforzarli: Washington ha sempre guardato con sospetto a processi che possano rafforzare la coesione tra i propri partner, come dimostra anche la riluttanza degli USA a concludere accordi con regioni anzichè con paesi.
Fu invece l’apparizione dell’Unione Europea in America Latina negli anni novanta (politica lanciata dall’allora commissario europeo Manuel Marín) che dette uno stimolo all’integrazione regionale latinoamericana, mediante la proposta formulata ai tre blocchi di concludere accordi commerciali biregionali con ognuno dei tre blocchi quando i progressi nei rispettivi processi d’integrazione lo permettessero (essenzialmente, quando si fossero dotati anch’essi d’un dazio esterno comune).
Lo scadente stato delle infrastrutture regionali è stato causa ed effetto della scarsa integrazione: l’esempio europeo dimostra che i fondi strutturali fecero moltissimo per rafforzare l’integrazione.
Un’altra difficoltà per l’integrazione regionale deriva dalla riluttanza dei governi latinoamericani nei confronti d’ogni possibile cessione di sovranità allo stile europeo: l’integrazione è vissuta come un processo di pura politica estera, non avendo mai raggiunto in nessun caso una massa critica paragonabile alla dimensione comunitaria che conosciamo in Europа.
Inoltre, gli organismi regionali latinoamericani sono sempre rimasti esclusivamente economici, senza mai assumere, o pretendere di farlo, un ruolo politico, come quando l’Ue venne a completare la CEE. La dimensione politica americana è sempre stata rappresentata dall’OEA, un organismo diplomatico classico, strettamente intergovernativo e dalle competenze abbastanza limitate. L’OEA fu cassa di risonanza statunitense sino agli anni 90, sino a divenire più variegato a partire dalla fine del secolo per ragioni che analizzeremo più avanti.
Il primo decennio del nuovo millennio ha cambiato sostanzialmente le carte in tavola: i paesi che sono riusciti a portare avanti ambiziose riforme economiche ed a sostenerle nel tempo si sono rafforzati, entrando nel club degli emergenti (in primis il Brasile, ma anche il Messico, grazie al rapporto con gli USA, il Perù e senz’altro il Cile, che ha perseguito un modello di sviluppo improntato al liberalismo economico ed alla conclusione d’accordi commerciali con tutti i principali attori economici internazionali). Altri, come l’Argentina, hanno caracollato. Il gruppo della ALBA (Alternativa Bolivariana de las Américas) hanno intrapreso un altro cammino, finanziato soprattutto dal petrolio venezuelano: quello di un neo – statalizzazione dell’economia, fondata su un’ideologia sud – sud con toni anti-capitalistici.
Sono parte dell’ALBA, il cui nome è in voluta contrapposizione all’ALCA (Asociación de Libre Comercio de las Américas, un tentativo infruttuoso d’integrazione economica panamericana pilotato dagli Usa arenatosi da anni) i seguenti paesi: Venezuela, Cuba, Bolivia, Ecuador, Nicaragua, Dominica. Antigua y Barbuda, San Vicente y las Granadinas.
L’ALBA volutamente rifugge gli schemi classici dell’integrazione “liberale”, per proporre un altro modello, quello dell’integrazione tra popoli sulla base di progetti comuni, quali lo scambio di medici, insegnanti, modelli educativi, prodotti (petrolio) non su basi di mercato ma sovvenzionati a prezzi stabiliti dai governi. Il motore politico dell’ALBA è l’ideologia bolivariana di Chávez (el Libertador, integratore d’America ante litteram), saldata con il castrismo ed impregnata d’antiamericanismo. Il motore economico (od il combustibile) il petrolio venezuelano distribuito generosamente negli anni in cui l’oro nero ebbe corsi molto alti.
La sfida dell’ALBA, cui senza appartenere guarda con simpatia anche l’Argentina di Cristina Fernández, è quella di proporsi come un modello alternativo d’organizzazione politica, economica e sociale, improntata su leader forti dal discorso molto populista, eletti in elezioni formalmente corrette ma svoltesi in una clima di sempre maggiore asfissia delle oppоsizioni, ed un notevole statalismo economico.
All’interno dell’America Latina, lo sviluppo di un blocco che pretende di rompere con i modelli che guidarono le riforme economiche degli anni novanta ha portato ad una certa frattura dello scenario politico, nel quale si delineano tre gruppi; oltre all’ALBA, i paesi chiaramente liberali, che rifuggono le tentazioni neo populiste (Colombia, Perù, Costa Rica, Panama) e quelli con governi d’ispirazione socialdemocratica latinoamericana, i cui modelli sono il Brasile di Lula ed il Cile della Bachelet, recentemente sostituita da un Piñera sì liberale ma che non sembra aver intenzione di sovvertire il modello economico consensuale prevalente in quel paese andino. L’Argentina parrebbe ispirarsi a quei modelli, ma con molte contraddizioni e tentennamenti. Uruguay, El Salvador e Guatemala hanno anch’essi governi d’ispirazione socialdemocratica.
Che riflessi hanno avuto questi movimenti profondi sulla geografia dell’integrazione politica ed economica? L’OEA è non più espressione degli interessi diretti degli USA, i quali hanno sostanzialmente dimenticato la regione negli anni Clinton e Bush. Però, a causa delle divisioni interne delineate sopra, essa è divenuto un organismo abbastanza inefficace a far fronte alle crisi regionali di natura politica (Honduras) o alle emergenze tipo Haiti.
Il segretario generale Insulza è stato recentemente rieletto più per mancanza d’alternative che per vera convinzione, e molti paesi, pur votando per lui, hanno espresso il bisogno di dare un’importante sterzata all’organizzazione, per renderla più efficace.
Nel 2008 nacque l’UNASUR (Unión de las Naciones Suramericanas), con l’obiettivo d’integrare tutte le nazioni dell’America del Sud in un solo processo d’integrazione emisferica sia politico che economico, che unisca agli acquis economici del Mercosur e della Comunità Andina una nuova piattaforma politica. Il blocco è stato sinora caratterizzato, a causa della colorazione di sinistra della maggioranza dei governi della regione, da una certa orientazione a sinistra, pur con le ovvie differenze, già analizzate, tra paesi ALBA e paesi moderati. L’UNASUR nacque da un’idea sostanzialmente brasiliana: Brasilia ambiva divenire un leader continentale sulla base d’una piattaforma più ampia del barcollante Mercosur.
UNASUR ha appena eletto come segretario generale l’ex-presidente argentino Kirchner.
Esiste poi dal 1986 il Gruppo di Rio, cui appartengono tutti i paesi latinoamericani: nato come foro regionale eminentemente politico avente come obiettivo il consolidamento della democrazia in un decennio nel quale i paesi latinoamericani passarono dalle dittature alla democrazia, è alla ricerca di una nuova agenda, una volta conclusa sostanzialmente con successo quella transizione.
Da qui la recente creazione della Comunità degli Stati Latinoaemricani e dei Caraibi, nata nella cosidetta Cumbre de la Unidad di Cancún (febbraio 2010); formalmente una riunione del Gruppo di Rio, ampliata però agli
stati caraibici. La nuova Comunità, le cui specificità verranno definite nel prossimo biennio, viene a costituire un’organizzazione panamericana priva di USA e Canada, ed è vista da alcuni (ALBA) come un’alternativa all’OEA, da altri come un suo complemento.
Scenari complessi ed in movimento, che vale la pena seguire perché riflettono le differenze esistenti nel dibattito regionale su temi d’importanza globale come la crisi economica, la delinquenza ed il narcotraffico, la corsa al riarmo (particolarmente acuta in America Latina nell’ultimo periodo ed oggetto di dibattito nell’ultima assemblea dell’OEA), la lotta alla povertà ed all’esclusione. Tutti temi su cui i paesi latinoamericani hanno interesse a confrontarsi ed elaborare ipotesi di soluzione comune.
Per quanto riguarda il ruolo dell’Unione Europea, nonostante i notevoli interessi economici in gioco, la strategia di concludere accordi biregionali con i tre blocchi principali si è trascinata per anni, in parallelo anche con la Ronda dello Sviluppo di Doha (DDA) senza poter portare a risultati probanti, anche a causa della sostanziale asimmetria dei negoziati, mantenuti tra un blocco di 27 paesi davvero integrati sotto la leadership di un organo comune, la Commissione, e gruppi di paesi tra loro divisi e rappresentanti di mercati non veramente integrati.
Il negoziato Ue – Mercosur si arenò già nel 2002, venendo poi data priorità al negoziato multilaterale OMC (DDA). Quello con la Comunità Andina si arenò più recentemente a causa del disaccordo di fondo con la natura dell’accordo prima del Venezuela, poi di Bolivia ed Ecuador.
Il recente vertice di Madrid ha portato, come dicevamo all’inizio, a risultati molto significativi. Infatti:
– Vengono rilanciati i negoziati per un accordo d’associazione (AA) tra Unione Europea ed il Mercosur.
– A fronte dell’impossibilità di negoziare un accordo biregionale con la Comunità Andina, si sono concluse i negoziati per la conclusione di accordi commerciali bilaterali con Perù e Colombia.
-Si concludono i negoziati per un accordo d’associazione (AA) tra Unione Europea, America Centrale e Panama.

Quest ultimo accordo raggiunto a Madrid segna la conclusione del primo accordo d’associazione (politico, commerciale e di cooperazione) concluso tra due blocchi regionali. Anche se sostanzialmente ignorato, a causa del peso economico relativo della regione centroamericana, dai media europei (non da quelli centroamericani), l’accordo merita, per la novità che rappresenta, l’attenzione di riviste più specializzate.
Al di là del potenziale commerciale, l’AA Ue – AMCP è di natura diversa dal CAFTA, concluso dai paesi della regione nel 2005, che era una sommatoria di accordi bilaterali tra tali paesi e gli USA, senza dimensione regionale. Il suo principale atout è il rafforzamento della sempre vacillante
dimensione regionale centroamericana, con effetti benefici non tanto sul commercio e gli investimenti bilaterali (che pure esisteranno), quanto sulla crescita economica in questa regione ancora povera ed estremamente esposta alla violenza ed al narcotraffico. Se questi
temi sembrano lontani dagli interessi italiani, pensiamo alle ripercussioni dell’agenda globale ed alla crescente presenza in Europa delle gangs centroamericane, che preoccupano anche il governo italiano, che ha recentemente ospitato a Roma un convegno su questo tema.
L’Italia è poi osservatore del SICA (Sistema de Integración Centroamericana) ed il Presidente Berlusconi ha recentemente partecipato a Panama all’ultimo vertice di questo organismo, ricambiando la visita del Presidente panamense Martinelli. Le imprese italiane non dovrebbero rimanere indifferenti a queste nuove opportunità che si aprono in America Centrale.
Il nuovo accordo prevede periodi asimmetrici per l’eliminazione dei dazi doganali, e costituisce un accordo completo, in linea coi dettami dell’OMC. L’America Centrale s’impegna a completare il proprio processo d’integrazione, sino all’adozione d’un dazio comune, nei prossimi anni, anche se l’accordo entrerà in vigore già prima, al termine del processo di ratifica.
In conclusione, l’America latina è cambiata molto in questi anni, ed anche se i risultati delle riforme economiche sono variabili, il rafforzamento della democrazia è indubbio, anche se crisi come quella dell’Honduras e la sfida dell’ALBA sono venute ad aprire nuovi fronti.
La geografia dell’integrazione sta cambiando, obbedendo ai nuovi venti politici che spirano nella regione (anche l’amministrazione Obama mostra un certo interesse, ed un nuovo tocco). L’Unione Europea ha rettificato alcune sue politiche precedenti, adattandolo alla nuova realtà. Questo il principale risultato del vertice di Madrid, che non va affatto sottovalutato.


Le vicende dell’ultimo anno in El Salvador ed Honduras evidenziano due momenti diversi del processo di democratizzazione in America Centrale: un anno fa, si temeva che le elezioni presidenziali, previste per il marzo 2009 in El Salvador, potessero dar luogo ad una situazione confusa nel caso la destra, al potere da vent’anni ma in realtà da sempre, ne uscisse
sconfitta.
D’altro canto, la situazione pareva assai più tranquilla in Honduras, dove le scelte eterodosse del presidente Zelaya, che per decisione sostanzialmente personale aveva portato il paese nell’ALBA, Alleanza Bolivariana per le Americhe, non sembravano far presagire una rottura dell’ordine costituzionale come quella che sarebbe poi avvenuta il 28 giugno, aprendo una crisi
che si è successivamente complicata in maniera imprevedibile.
Un anno più tardi, Mauricio Funes, eletto presidente in El Salvador il 15 marzo 2009, affianca Lula e la Bachelet con indici d’approvazione dell’80%, mentre l’Honduras si è isolato dalla comunità internazionale a causa del modo disastroso in cui ha gestito la crisi – Zelaya.
La crisi honduregna ha sorpresa molti osservatori, che credevano ormai passato il tempo degli interventi militari in America Latina: il colpo di stato “pseudo-costituzionale” del 28 giugno 2009 ha visto una reazione sorprendentemente unanime della comunità internazionale: Stati Uniti. blocco bolivariano, tutta l’America Latina e l’Ue hanno condannato all’unisono l’esautoramento del presidente Manuel Zelaya e la sua successiva espulsione manu militari dal paese. Nessun governo ha riconosciuto il governo di fatto diretto dal presidente del congresso honduregno Micheletti: dal 28 giugno 2009 in poi la comunità internazionale ha cercato di trovare una soluzione che permettesse di ristabilire la legalità infranta, senza riconoscere una situazione di fatto che avrebbe fatto retrocedere la democrazia latinoamericana di vent’anni.
Un primo sviluppo significativo provocato dalla crisi honduregna è stata proprio la reazione della comunità internazionale: pensare che gli Usa e Chávez potessero essere d’accordo sul sostegno da dare a Zelaya e che nessun governo si sia sentito tentato da un possibile riconoscimento del governo Micheletti dimostra quanto la democrazia si sia rafforzata in America Latina nel corso degli ultimi vent’anni: dai tempi della caduta delle dittature
militari, iniziata negli anni ottanta e conclusasi con la democratizzazione in Cile (1990), nessun golpe ha avuto successo (e sempre meno ne sono stati tentati). L’immediata espulsione dell’Honduras dall’OЕA, Organizzazione degli Stati Americani, e la sospensione di ogni forma di cooperazione con il governo giudicato illegittimo di Tegucigalpa non sarebbero mai stati possibile qualche anno fa, perché la solidità democratica della regione è ormai significativa.
Se è parso subito evidente a tutti, salvo ai promotori della destituzione di Zelaya, che non si potesse transigere con gli sviluppi in odore di golpe, in Honduras, bisogna dire che il presidente deposto Manuel Zelaya non è affatto libero da colpe. Eletto nelle fila del partito liberale, che, da decenni,
con il partito nazionale si alterna al potere in Honduras, era divenuto minoritario perfino all’interno del proprio partito quando, per ragioni tattiche, decise di far aderire l’Honduras all’ALBA senza che nel paese ne esistessero i presupposti: in Honduras non esisteva un movimento significativo ispirato al socialismo del XXI secolo, né Zelaya godeva del consenso popolare interno che si sono saputi costruire Chávez, Morales e Correa.
Zelaya accarezzò l’idea di mettere in moto un processo di rielezione simile a quelli intrapresi negli ultimi anni in Venezuela, Ecuador, Bolivia e Nicaragua: cominciare da una riforma costituzionale che prevedesse la rielezione per poi trasformare in maniera significativa la società a partire da una posizione di forza nelle istituzioni e giocando su una quasi – coincidenza tra governo e partito – movimento.
Una dinamica di questo tipo non poteva aver luogo in Honduras perché né Zelaya possiede le doti carismatiche degli altri presidenti menzionati, né aveva a sua disposizione un movimento popolare da poter mobilitare. Zelaya si limitò a governare in forma populista in un paese profondamente diseguale dal punto di vista della ripartizione della ricchezza.
Messo in minoranza nel proprio partito (il suo vicepresidente e candidato designato del partito liberale alle elezioni non condivideva per nulla le sue posizioni), Zelaya si lanciò in un’improbabile fuga in avanti, ostinandosi a promuovere un referendum sulla riforma costituzionale persino dopo il voto contrario del Congresso e l’opinione negativa della Corte Suprema, che lo giudicò incostituzionale. La mattina del referendum “autoconvocato”, Zelaya fu arrestato dai militari ed immediatamente espulso, mentre il Congresso votava la sua destituzione.
I promotori della destituzione di Zelaya riuscirono a coagulare attorno a loro la maggioranza dei consensi interni: a fronte dell’unanime rifiuto di riconoscere la situazione di fatto da parte della comunità internazionale, in Honduras si è sviluppato un nazionalismo esacerbato che non ha esitato a preferire l’isolamento ad ogni possibile soluzione negoziata che mettesse in dubbio la legittimità del golpe e del governo di fatto.
Micheletti ha boicottato ogni tentativo di mediazione, come quello affidato dall’OEA al presidente del Costa Rica Arias, divenuto ancora più necessario dopo il rocambolesco ritorno a Tegucigalpa del presidente deposto, installatosi dal 23 settembre nell’ambasciata brasiliana.
Gli sviluppi in Honduras hanno messo in luce l’immaturità di una classe politica che non ha esitato a sacrificare gli interessi del paese sull’altare dei propri disegni di potere. Senza poi capire che i tempi in America Latina sono definitivamente cambiati, e che la tolleranza verso l’autoritarismo è finita.
Le elezioni del 29 novembre 2009 hanno visto l’elezione di Porfirio Lobo, che ha prevalso su Santos, candidato del partito liberale, in un’elezione non boicottata da un numero significativo d’elettori ma neanche osservata dai principali organismi d’osservazione elettorale (OEA, Ue, Centro Carter).
Le elezioni come tali sono state riconosciute solo da un pugno di paesi: USA, Costa Rica, Panama, Perù. Gli altri paesi latinoamericani e l’Ue si sono mantenuti più prudenti, non volendo riconoscere come valido un ritorno alla democrazia esercitato sotto la tutela del presidente di fatto Micheletti. Solo all’indomani della sua uscita di scena, e dell’uscita dal paese di Zelaya, il processo di ristabilimento dei rapporti con l’Honduras è lentamente cominciato, anche se prenderà tempo.
La crisi ha messo in evidenza da un lato la solidità dell’attaccamento alla democrazia in America Latina, che ha impedito il riconoscimento di una situazione di fatto, ma anche la poca efficacia degli strumenti multilaterali, quali l’OEA, nel sostenere efficacemente la democrazia in situazioni di crisi acuta.
L’unanimismo iniziale della comunità internazionale si è attenuato quando gli Usa hanno deciso di riconoscere le elezioni: come fatto rilevare da Castaneda, ex ministro degli esteri messicano, tutti i processi di transizione politica richiedono certi compromessi, quali elezioni tenute in presenza di un regime non pienamente democratico.
Il Brasile si è fatto paladino della posizione contraria, quella della necessità di restituire la presidenza a Zelaya, posizione che prevalso in sede OEA e che ha adottato anche l’Ue. Una volta svanita tale possibilità (dopo le elezioni del 29 novembre), tale posizione è evoluta verso la richiesta di formazione di un governo d’unità nazionale e le dimissioni di Micheletti, condizioni anch’esse non soddisfatte.
Per quanto riguarda l’Ue, a parte il congelamento della cooperazione con l’Honduras, ha dovuto sospendere anche i negoziati per la conclusione d’un accordo d’associazione biregionale con l’America Centrale, che riprendono solo a fine febbraio, in vista di una possibile conclusione a maggio (vertice di Madrid Ue – America Latina).
Una lezione molto più confortante viene invece da El Salvador: l’elezione del riformista Maurico Funes, candidato del FMLN (Frente Farabundo Martí de Liberación Nacional), ex -movimento guerrigliero trasformatosi in partito politico in seguito agli accordi di pace del 1992, non ha portato alla catastrofe che ARENA, il partito al potere da vent’anni, vaticinava.
L’immediata accettazione del risultato elettorale da parte del candidato di ARENA Rodrigo Ávila, pur sconfitto per un margine ridotto, fu una notizia confortante per la democrazia latinoamericana. E gli osservatori internazionali confermarono la correttezza di un’elezione vissuta nel paese come una lotta epocale.
Funes ha poi confermato coi fatti la sua visione socialdemocratica, in sintonia con il modello di Lula e Bachelet, e governa con rinnovata attenzione alla politica sociale senza perdere di vista l’ortodossia economica.
Nonostante la crisi abbia colpito duro El Salvador, un paese molto dipendente dalle rimesse dei 2.5 milioni di propri cittadini emigrati negli Usa (a fronte dei meno di sei residenti nel paese), la visione da statista di Funes gli ha permesso do ottenere molti consensi, pur creando qualche scontento tra chi, nell’ FMLN, vorrebbe abbracciare il modello chavista. La destra tradizionale, alle prese con un presidente di sinistra diverso dalle aspettative si è avvitata in una crisi che ne rende inevitabile la modernizzazione.
L’ultimo atto del presidente Funes è stata la richiesta di perdono, a nome dello Stato, alle vittime della guerra civile (1979-92), un’iniziativa mai presa dai governi di ARENA. Dal canto suo, il vice presidente di Funes, Sanchez Cerén, ha chiesto perdono a nome del partito, cui Funes non appartiene. La destra, diretta dall’ex -presidente Cristiani, considera di non dover chiedere perdono.
Pur tra molte difficoltà, El Salvador cerca di rimarginare le dolorose ferite della propria guerra civile, e lo fa rafforzando la propria democrazia. L’Honduras, paese dalla struttura sociale molto simile ma mai passato attraverso una guerra civile, si dibatte tra le proprie contraddizioni e si chiude su se stesso, indebolendo la democrazia senza che l’elezione di Lobo il 29 novembre abbia risolto del tutto la crisi apertasi con l’allontanamento di Zelaya.

Nel 2005, l’elezione di Evo Morales alla presidenza della Bolivia ha avuto un enorme significato simbolico, poiché per la prima volta nella storia del paese, e, di fatto, nella storia dell’America Latina, accedeva alla massima carica una persona appartenente a un’etnia originaria e non un discendente dei colonizzatori.
Gli elettori hanno espresso in quei giorni una chiara volontà di cambiamento, tanto che Morales è stato eletto addirittura al primo turno, con maggioranza assoluta (53%: un evento raro in Bolivia, reso possibile dal totale discredito nel quale erano caduti i partiti e la classe politica tradizionale. Discredito che continua tutt’oggi.
Investito di tale ampio mandato, Morales si è impegnato a cambiare profondamente l’organizzazione del paese, per porre rimedio alle ingiustizie storiche che, a suo giudizio, hanno caratterizzato i cinque secoli successivi all’arrivo degli Spagnoli: nella visione di Morales e del movimento che lo appoggia, il M.A.S. (Movimiento al Socialismo), le basi delle disuguaglianze precedono l’indipendenza della Bolivia (1825), e rimontano appunto alla colonizzazione.
Per questo motivo, Morales ha messo al centro del proprio programma di governo una rifondazione della Bolivia, centrata sulla redazione di una nuova Costituzione.
Dopo un laborioso processo, costellato da diverse crisi e non privo d’incidenti violenti, tale nuova Costituzione è stata approvata per via referendaria lo scorso 25 gennaio ed è entrata in vigore l’8 febbraio, con una cerimonia svoltasi nella città di El Alto, nei pressi di La Paz, bastione del consenso per il M.A.S. e per Morales.
La sensazione generale è, però, che l’approvazione della nuova Costituzione non rappresenti affatto il momento finale della crisi boliviana e che le fratture che si sono evidenziate nel corso degli ultimi anni siano ben lontane dal ricomporsi.
In quest’articolo cerchiamo di ripercorrere brevemente i punti salienti della complessa situazione boliviana e cercare di capire in che direzione si sta dirigendo il paese.
Cominciamo dai risultati: su base nazionale, la Costituzione ha ricevuto il voto favorevole del 61,43% degli elettori (2.064.417), mentre il 38,57% ha votato no (1.296.175). La partecipazione è stata molto elevata (90,24%), ma dobbiamo ricordare che in Bolivia il voto è obbligatorio e non presentarsi al seggio ha conseguenze significative dal punto di vista amministrativo.
A prima vista, la maggioranza a favore del nuovo testo sembrerebbe quindi chiara. Però un’analisi attenta mette in luce una situazione più diversificata.
Quattro dei nove dipartimenti che compongono il paese, quelli della cosiddetta media luna (Pando, Beni, Santa Cruz de la Sierra y Tarija) hanno votato chiaramente contro il nuovo testo costituzionale, con percentuali che variano dal 56 al 67%. Si tratta delle quattro regioni della pianura orientale, dove si concentrano il gas e il petrolio, divenuti negli ultimi anni le prime risorse del paese.
I dipartimenti dell’altipiano (La Paz, Oruro e Potosí) hanno votato ad ampia maggioranza a favore della nuova Costituzione, così come Cochabamba, altro dipartimento dalle caratteristiche simili a quelli dell’altipiano, dove pero la maggioranza per il sì è stata meno netta.
A cavallo tra i due, il dipartimento di Chuquisaca ha votato, con maggioranza risicata, per il sì (5500 voti di differenza, due punti e mezzo). In questo dipartimento è situata Sucre, la capitale costituzionale del paese, che pero non è sede delle istituzioni governative che si trovano quasi tutte a La Paz. La questione del trasferimento della “capitale effettiva”, da La Paz a Sucre, ha avuto la sua importanza nel dibattito pre-costituzionale ed ha anche provocato dei morti negli scontri avvenuti a Sucre nel 2007.
Tale questione non è per nulla risolta nel nuovo testo, che ripropone il principio teorico già presente nella Costituzione precedente, senza stabilire modalità e calendario dell’eventuale trasferimento.
Quindi, quattro dipartimenti su nove sono contro la nuova Costituzione, quattro sono a favore, e uno è diviso. Non è un caso che nei giorni successivi al 25 gennaio si guardasse con attenzione al risultato incerto di Chuquisaca: il valore simbolico dato dal fatto che una maggioranza di dipartimenti si sarebbe potuta schierare contro la Costituzione sarebbe stato notevole.
Interessante notare che questa distribuzione del voto coincide esattamente con
i risultati del referendum sull’autonomia dipartimentale, che si è tenuto nel 2006 in contemporanea con l’elezione dell’assemblea costituente: cinque dipartimenti, quelli dell’altipiano, non volendo l’autonomia, votarono contro, quattro, quegli stessi quattro che adesso hanno votato contro la Costituzione, votarono a quel tempo per l’autonomia.
Questi stessi quattro dipartimenti votarono a favore dell’interruzione del mandato di Evo Morales, nel referendum “revocatorio” del 10 agosto 2008, mentre gli altri appoggiarono la prosecuzione del suo mandato.
Il referendum del 25 gennaio 2009 ha confermato ancora una volta la spaccatura tra la Bolivia dell’altipiano e quella delle pianure, che è in larga misura anche la spaccatura tra la Bolivia d’origine indigena e quella composta prevalentemente da boliviani d’origine europea.
Ma la divisione non è solo di natura geografico-amministrativa: tutti i maggiori centri urbani hanno votato contro la nuova Costituzione, ad eccezione di quelli sull’altipiano (La Paz, El Alto, Oruro). Tutti gli altri, compresi Sucre e Cochabamba, si sono manifestati a maggioranza contro.
La Bolivia rurale è quindi a favore della nuova Costituzione, quella urbana contro.
Se sovrapponiamo a tali divisioni le differenze d’ordine etnico e la differenza di peso economico tra le due Bolivie, possiamo capire in che misura il dibattito sulla nuova Costituzione abbia diviso il paese, e come il risultato attuale non faccia che riflettere tali divisioni.
Quali sono le ragioni per cui la nuova Costituzione boliviana ha sollevato tante controversie? Esse riguardano sia i contenuti del testo sia i numerosi vizi procedurali che hanno viziato la sua approvazione.
A mio modo di vedere, è difficile stabilire una gerarchia tra queste due diverse obiezioni: se pochi dubitano che la Bolivia abbia bisogno d’un cambiamento anche istituzionale (tant’è vero che persino chi si oppone alla Costituzione ha proposto riforme, sotto forma di nuove regole per l’autonomia dei dipartimenti), il mix tra le due obiezioni, quelle di fondo e quelle di
forma, ha dato luogo ad una tale confusione che alla fine i cittadini boliviani non hanno effettuato la loro scelta in base ai contenuti della Costituzione, ma piuttosto a favore o contro Evo Morales.
Quindi il referendum costituzionale si è trasformato in una sorta di referendum revocatorio-bis, e non per nulla i risultati sono stati in pratica identici alla consulta del 10 agosto scorso.
Partiamo dai contenuti: la nuova CPE (Constitución Política del Estado) è un documento complesso, composto da ben 411 articoli.
L’idea essenziale è quella, assai ambiziosa e originale, di ricostruire la Bolivia su nuove basi, partendo dai diritti delle popolazioni originarie.
Non che 500 anni di storia, o duecento anni d’indipendenza possano, di per sé, essere cancellati, ma la Bolivia necessita di essere riorganizzata a partire dai diritti e dai doveri dei cittadini su base di uguaglianza. Il sottofondo è quello della sottomissione, culturale ed economica, che le popolazioni indigene hanno sofferto sin dai tempi della colonizzazione, e che non è per nulla migliorata nella Bolivia indipendente, sempre dominata dalle élites bianche.
Per raggiungere questo scopo, la CPE inizia, dopo un poetico e interessantissimo preambolo che definisce le basi storiche della nuova Bolivia plurale, dalla definizione del paese come “Stato Unitario Sociale di Diritto Plurinazionale Comunitario”.
I primi articoli insistono moltissimo sulla multiculturalità della Bolivia: divengono ad esempio ufficiali tutte le lingue indigene (36). Ogni dipartimento dovrà dichiararne ufficiale almeno una, oltre allo spagnolo.
Si ribadisce il principio di Sucre capitale, ma questa non è una novità.
Alcuni principi etici delle popolazioni indigene elencati nell’articolo 8, quali ad esempio “ama qhilla, ama llulla, ama suwa” (non essere debole, non mentire non rubare), sono elevati a principi costituzionali, al pari di altri come l’uguaglianza, la solidarietà, la libertà e molti altri valori “occidentali” elencati nella seconda parte dello stesso articolo.
Nell’art.9, si stabilisce, come fine e funzione fondamentale dello Stato, la Costituzione di una società giusta ed armoniosa, cementata sulla decolonizzazione.
Nei capitoli successivi viene elencata una lunga serie di diritti civili, politici e sociali, cui si vengono ad aggiungere i diritti specifici della nazioni e comunità indigene originarie, tra le quali la protezione della cultura, della lingua, dell’uso esclusivo delle risorse esistenti nei loro territori e l’uso nei loro territori del diritto indigeno tradizionale, causa quest’ultima di grande controversia. A tale diritto, di natura comunitaria, la Costituzione dà precedenza nelle zone d’autonomia indigena: la coesistenza tra il diritto moderno e quello tradizionale porrà problemi d’applicazione e coerenza d’indubbia complessità.
Se, culturalmente, la Costituzione vuole contribuire a riscrivere la storia della Bolivia e indirizzarla su nuove basi, essa prevede anche una complessa riorganizzazione istituzionale che, all’autonomia dei dipartimenti ed a quella dei comuni, aggiunga anche quella delle comunità indigene contadine, che sia esclusiva nella propria zona di competenza. E questo uno dei temi maggiormente polemici, perchè tocca la questione, altamente sensibile, del controllo delle risorse economiche presenti nei territori dei dipartimenti: come sappiamo, la maggioranza delle risorse gasifere e petrolifere è concentrata nei dipartimenti dell’Est, che non si accontentano del quadro di competenze previsto dalla Costituzione, ma che propongono, come alternativa, degli statuti d’autonomia dipartimentale che sono stati approvati per via referendaria nei quattro dipartimenti della media luna nel corso del 2008.
Se a tale contrapposizione, in buona misura centrata sul dibattito circa la percentuale di proventi estrattivi da destinare al governo centrale e quella da riservare ai governi dei dipartimenti, si aggiunge la creazione di nuovi spazi autonomi, quelli destinati alle comunità originali, si può immaginare
la complessità della nuova organizzazione territoriale boliviana.
Nel capitolo sull’organizzazione economica dello Stato (articolo 306 e seguenti), si stabilisce il principio della proprietà pubblica
delle risorse naturali, e si definisce un quadro d’insieme piuttosto intervenzionista,
senza però che questa dimensione interferisca con la proprietà privata. Di fatto, anche quella che il neo eletto Morales
chiamò enfaticamente “rinazionalizzazione” altro non fu che una rinegoziazione delle condizioni contrattuali concesse agli investitori stranieri, che alla fine, pur borbottando un po’, accettarono le nuove regole.
A fronte di tali proposte, portate avanti nel corso del 2006 e del 2007 dalla maggioranza ell’assemblea costituente appartenente al M.A.S., il movimento politico di riferimento di Morales, l’opposizione ha contrapposto un rifiuto frontale e di principio.
L’opposizione a Morales è di per sè diversificata: a livello centrale, essa è rappresentata da un cartello (denominato Podemos) che unisce ciò che resta dei partiti politici tradizionali; a livello dei dipartimenti d’opposizione, dai quattro governatori e dai comitati civici, fautori di ampi spazi d’autonomia per i dipartimenti (si parla, specie a Santa Cruz di “nazione camba”, ma l’indipendenza non è mai menzionata esplicitamente come una possibilità).
L’opposizione al centro – i vecchi partiti – non ha sempre coinciso però con le posizioni, più radicali, dei dipartimenti della media luna. Questo ha creato una situazione triangolare che ha complicato non poco le diverse fasi dei lavori dell’assemblea costituente ed il periodo successivo all’approvazione del primo testo costituzionale (9 dicembre 2007).
Durante la seconda metà del 2006 e tutto il 2007, il M.A.S. e Podemos si affrontarono nell’assemblea costituzionale ma senza
che il dibattito andasse oltre le questioni procedurali. Per quanto possa sembrare impossibile, in un anno e mezzo la discussione non riguardò mai il merito delle proposte costituzionali. La maggioranza
non permise mai di discutere proposte o formulazioni alternative a quelle da essa presentate; da parte sua, l’opposizione si limitò all’ostruzione procedurale, in una cacofonia poco assimilabile ad un dibattito democratico.
Dopo un più d’un anno di stasi, la maggioranza decise di far approvare la Costituzione mediante una prova di forza: si cambiarono unilateralmente le regole procedurali, alterando il quorum necessario per approvare il testo costituzionale da due terzi dei membri dell’assemblea a due terzi dei presenti in aula.
A questo s’aggiunse la convocazione in un luogo diverso dalla sede dell’assemblea costituzionale a Sucre e la serrata di una scuola militare, il nuovo edificio scelto per la votazione, da parte di militanti dei movimenti indigeni, che impedirono alla maggioranza dei membri d’opposizione dell’assemblea di accedere all’aula.
La Costituzione fu così votata, a maggioranza dei due terzi dei presenti, dai soli membri della maggioranza governativa.
Non c’e dubbio che si sia trattato d’un processo irregolare, nel corso del quale si sono confrontati due opposti estremismi. Da una parte quello della maggioranza, portatrice di una rivendicazione storica e rafforzata dalla capacità di mobilitazione dei movimenti sociali allo scopo di raggiungere l’obiettivo di modificare, una volta per tutte, la storia della Bolivia; la correttezza procedurale sembrava una quisquilia, un dettaglio di poca importanza (il fine giustifica i mezzi, perchè abbiamo ragione: una logica quindi rivoluzionaria).
Dall’altra l’opposizione, rappresentante dei ceti che sono sempre stati al potere nel paese, messa di fronte alla prospettiva di un cambiamento radicale dell’organizzazione del paese, sceglieva di negare legittimità a tali pretese, fondandosi esclusivamente su obiezioni procedurali e non proponendo una visione alternativa o complementare a quella proposta dai movimenti sociali.
La dinamica complessiva sacrificò quindi ogni possibilie dibattito sull’altare dell’intransigenza di entrambe le parti: indubbiamente, si è persa una grande occasione di rifondare la Bolivia su basi condivise.
A tale contrapposizione frontale tra governo ed opposizione si è poi aggiunta la diatriba tra il governo centrale e quelli dei dipartimenti che nel 2006 avevano scelto la via dell’autonomia: i quattro della media luna.
Tale dibattito ha portato essenzialmente alla ripartizione delle risorse economiche territoriali e ai contenuti da dare alle autonomia dipartimentali: da definirsi centralmente secondo il governo, da definirsi invece localmente e sulla base di proposte redatte dalla periferia, secondo i prefetti.
Da segnalare poi che nel 2006 e nel 2007 i costi di gas e petrolio sono stati molto elevati: questo ha comportato grossi proventi per lo stato boliviano, che sono stati usati per finanziare programmi sociali di grande impatto (renta dignidad e il programma Juancito Pinto per l’infanzia). Il governo centrale ha usato costantemente la carta dei programmi sociali per scoraggiare ogni tentativo di ripartizione che venisse incontro alle richieste dei dipartimenti.
Nel corso del 2008, vari tentativi di negoziato tra governo e dipartimenti sono falliti: i dipartimenti hanno quindi deciso di disconoscere la nuova Costituzione e di promuovere la propria autonomia su basi diverse ed hanno approvato, tra maggio e giugno 2008, per mezzo di referendum auto-invocati e giudicati illegittimi dalle autorità elettorali centrali, i loro statuti d’autonomia specifici.
A metà 2008, la situazione si è di nuovo completamente bloccata: una Costituzione era stata approvata ma illegittimamente; quattro statuti d’autonomia vi si contrapponevano, ma senza che tali statuti avessero una base legale legittima. La Corte Costituzionale, organo che avrebbe dovuto dirimere l’imbroglio, era a sua volta bloccata per mancanza di quorum, dato che le forze politiche non sono state in grado, negli ultimi anni, di consensuare nomine di giudici per la corte, che ha tuttora in forza un solo magistrato (su nove previsti).
Solo un accordo politico di ampia portata poteva risolvere tale complessa situazione. Anzichè percorrere quella via, si è deciso di convocare un referendum revocatorio del mandato presidenziale, ma anche di ciascuno dei nove prefetti dei dipartmenti, nella speranza che gli elettori dimostrassero una maturità maggiore dei loro rappresentanti.
Com’era facilmente prevedibile, i referendum del 10 agosto 2008 non hanno risolto un bel nulla: Morales è stato confermato dal 67% degli elettori, e questo è per lui un grande successo. Ma anche i prefetti d’opposizione sono stati confermati ed escono, di conseguenza, rafforzati dal referendum: si ritorna al punto di partenza.
Tra agosto ed ottobre la situazione è degenerata, e una ventina di persone sono rimaste uccise negli scontri tra opposte fazioni. Con la mediazione di Unasur (Organizzazione degli Stati Sudamericani), dell’Ue e della chiesa cattolica, governo ed opposizione si sono riuniti a Cochabamba e hanno definito le basi per una revisione consensuale della Costituzione, che verrà approvata il successivo 21 ottobre.
Il testo rivisto modifica alcuni dei punti più controversi e, tra l’altro, limita la possibilità di rielezione del presidente in carica ad una sola. L’accordo politico legittima quindi a posteriori la Costituzione, ma non riavvicina la distanza tra le parti, che rimangono ancora molto lontane.
Come detto, il referendum del 25 gennaio ha dimostrato ancora una volta che le posizioni rimangono distanti: se la Costituzione è ora in vigore in tutto il territorio nazionale, la transizione verso la nuova struttura istituzionale richiede l’approvazione di un centinaio di leggi da parte di un Congresso a maggioranza M.A.S. e di un Senato dove la maggioranza è dell’opposizione. La questione più spinosa rimane quella, irrisolta, della compatibilità tra la Costituzione testè approvata ed i quattro statuti d’autonomia di Santa Cruz de la Sierra, Beni, Pando e Tarija.
La classe politica boliviana dovrà quindi dimostrare, nel corso del 2009, proprio quella capacità di dialogo, di compromesso e di visione che le è mancata sinora.
Le elezioni generali del 6 dicembre 2009 dovranno poi rinnovare tutte le cariche secondo le nuove regole. Morales sarà senz’altro candidato alla propria successione, meno chiaro, invece, risulta oggi il quadro dei suoi possibili concorrenti.
In conclusione, è da un lato evidente che Morales è stato eletto con mandato chiaro per il cambio. Il processo di definizione delle nuove regole ha superato una tappa importante, ma non è ancora concluso. Il percorso sin qui è stato accidentato, ed il costo in termini d’instabilità e persino di vite umane è stato elevato.
Anziché instaurare meccanismi maturi di dialogo politico e di pensare al destino del paese nel suo complesso, i vari attori politici boliviani hanno preferito radicalizzare le loro posizioni e pensare esclusivamente alla propria audience: i movimenti sociali e le popolazioni indigene per il governo, la propria regione per le autorità dipartimentali.
Nel frattempo, l’instabilità istituzionale ha portato a sprecare opportunità importanti, in anni nei quali i proventi delle materie prime esportate dalla Bolivia sono stati molto alti. Il contesto economico internazionale ora è cambiato, ed anche le rimesse dei numerosi emigranti boliviani
scemeranno.
Le parti politiche boliviane dovranno dimostrare, nel prossimo futuro, una maggiore capacità di dialogo e una visione più ampia, se vogliono completare il processo di riforma del paese: la divisione della Bolivia non è un’alternativa.
D’altro canto, il tentativo ideologico di Morales non va deriso: se alcuni dei contenuti costituzionali possono sembrare eccessivi ed un pò romantici, la situazione di diseguaglianza cui si vuole porre rimedio è una realtà oggettiva, cui va prestata la massima attenzione. Più che ascriversi a protagonisti di un fantomatico socialismo del XXI secolo, che ha tante accezioni, si tratta d’una impresa storica di grande complessità che non è destinata al fallimento se i suoi fautori saranno capaci di pensare agli interessi di tutto un paese e non solo a quelli di una parte di esso.
I politici d’opposizione dovrebbero invece dimostrare meno provincialismo e presentare proposte costruttive che riflettano gli interessi complessivi del paese, non solo quelli della loro regione.
Se tale capacità di compromesso non emergerà, la nuova Costituzione non sarà servita a nulla e le contraddizioni boliviane rimarranno tali, a scapito degli interessi della collettività.

I complessi negoziati della cosiddetta Agenda per lo Sviluppo di Doha (nota come DDA, Doha Development Agenda) sembrano essersi definitivamente arenati alla fine di luglio.
Non che il progresso dei negoziati sia mai stato particolarmente rapido, da quel novembre 2001 quando vennero lanciati nella capitale del Qatar. Né si può dire che l’ottimismo abbia mai prevalso sul pessimismo nelle valutazioni degli addetti ai valori nel corso di tutto questo periodo: le nubi sono sempre state assai dense nel cielo di questa Doha, e parecchi osservatori hanno sempre considerato la soluzione dei negoziati qualcosa di simile alla quadratura del cerchio: troppi interessi contrapposti, troppi capitoli aperti, troppo poca buona
volontà da parte dei principali attori.
Rimaneva però la speranza che, data l’importanza per l’economia mondiale di un buon esito dei negoziati, s’innescasse un ciclo virtuoso che, a partire da certe concessioni fatte o perlomeno annunciate da membri di peso dell’OMC come Unione europea o Stati Uniti, portasse anche altre parti a smuoversi dalle proprie posizioni iniziali.
Si è atteso, anche invocato uno sviluppo di questo tipo per cinque anni. Adesso sembra però che sia stata la tendenza contraria a prevalere, quella del consolidamento delle posizioni iniziali, che ha portato ad uno stallo.
Nel 1994, la conclusione dell’Uruguay Round aveva portato alla nascita dell’OMC (Organizzazione Mondiale del Commercio), una novità di grande importanza non solo per il commercio internazionale, ma per l’intero sistema delle relazioni internazionali. Infatti, la sostituzione del preesistente GATT (Accordo Generale su Commercio e Tariffe), che non era
più d’un trattato, con una vera e propria organizzazione, dotata di poteri coercitivi grazie all’esistenza d’un sistema per la soluzione delle controversie tra i membri in grado di assicurare il rispetto delle norme, si è rivelato un passo di straordinaria importanza per la governance internazionale.
Al di là delle critiche di molti, specie nel Sud nel mondo e nell’universo alterglobal, nei confronti dell’OMC, mi sembra si possa affermare oggettivamente che si tratti di un progresso, e non di un regresso, che un organismo internazionale sia in grado di far rispettare le norme che emana: il problema non è tanto quello di depotenziare l’OMC, come tanti affermano un pò a vanvera, ma semmai quello di affiancare ai poteri coercitivi dell’OMC in ambito commerciale
poteri simili per organismi multilaterali in altri campi, come quelli ambientale, sociale, energetico, nei quali le convenzioni internazionali combinano grandi ambizioni con scarsi poteri.
Ad esempio, si possono criticare ad iosa le Nazioni Unite, ma normalmente lo si fa per la loro inoperanza: non c’è dubbio che se l’ONU disponesse, in materia di sicurezza collettiva, di poteri simili a quelli raggiunti dall’OMC, la pace avrebbe maggiori chances rispetto ad un sistema che
concede ad alcuni un diritto di veto.
Il problema non è quindi, come spesso si dice, quello di avere “meno OMC” ma piuttosto, quello di avere più numerose OMC.
Ricerche approfondite dimostrano poi che il meccanismo di soluzione delle controversie dell’OMC è più equilibrato di quanto normalmente non si creda: lungi dall’essere sbilanciato а favore dei potenti, si tratta d’un vero e proprio sistema di regole, che ha visto nel corso degli anni tali regole affermarsi, a volte a favore dei membri più influenti, come Usa ed Unione europea, ma spesso e volentieri anche a favore di altri nei loro confronti.
La giurisprudenza dei panel OMC è piena di casi vinti da paesi in via di sviluppo nei confronti di paesi sviluppati, e questo dimostra che, nonostante tutto, in ambito OMC a prevalere sono le norme, non l’identità dei litiganti.
Ingiusto quindi definire l’OMC un’organizzazione messa al servizio dei grandi protagonisti del commercio internazionale per mettere in riga tutti gli altri, una specie di rullo compressore d’una globalizzazione cieca e sorda ai problemi del mondo. Semmai, la prospettiva attuale
dell’OMC, ed in questa linea s’inseriva il ciclo negoziale aperto a Doha, non è tanto quella di equilibrare il modo in cui vengono risolte le controversie, ma quello di definire regole che permettano un maggiore apertura dei mercati ai prodotti dei paesi in sviluppo, specie quelli agricoli.
Questo era il senso della DDA, ed a partire da questa considerazione va analizzato lo stato attuale di stallo.
L’Uruguay Round si era concentrato, come del resto tutti i cicli precedenti, sull’aspetto che era stato all’origine del GATT, quello della riduzione delle tariffe industriali (i dazi), un processo ormai quasi completamente concluso, almeno per quanto riguarda i paesi sviluppati (che però conservano alcuni picchi e ricorrono alla cosiddetta escalation su alcuni prodotti importati dai paesi in via di sviluppo, due eccezioni che annacquano in certa misura gli effetti del quasi azzeramento dei dazi).
Per rendere però accettabile ad altri membri dell’OMC l’ulteriore riduzione dei dazi prevista nell’Uruguay Round, era stato necessario prevedere una revisione, a partire dell’anno 2000, delle regole di commercio agricolo e di servizi, rimaste ad uno stato incipiente fino ad allora, specie se paragonate con le riduzioni tariffarie.
Per molti paesi in via di sviluppo, le entrate derivanti dai dazi sui prodotti importati rappresentano la prima fonte di introiti fiscali: una riduzione indiscriminata dei dazi supporrebbe quindi una grave minaccia per i bilanci statali, e va compensata con maggiori opportunità per i prodotti nazionali sui mercato dei paesi sviluppati. In assenza di tale incentivo, risulta difficile proporre ad un paese in sviluppo l’accelerazione di tale processo.
Nel caso dei dazi industriali (in gergo NAMA, Non Agricultural Market Access), gli impegni presi in sede multilaterale sono a livello dei cosiddetti dazi bound, normalmente più elevati di quelli effettivamente applicati (applied). Un membro dell’ OMC s’impegna a ridurre progressivamente
i dazi sulla maggior parte dei prodotti seguendo un calendario prefissato, più lento per i paesi in sviluppo, ma rimane libero di ridurli ulteriormente seguendo piani interni di liberalizzazione commerciale (che sono stati la regola un pò ovunque negli anni 90).
Anche paesi emergenti come l’India ed il Brasile, notoriamente poco propensi a prendere impegni significativi a livello multilaterale, e che mantengono ancora dazi sopra media, possono però contare su un notevole spread (differenza) tra i tassi bound e quelli effettivamente applicati. Il che significa che potrebbero ridurre ulteriormente tali tassi senza troppi problemi.
Come detto, la revisione dei regimi agricolo e dei servizi era prevista per il 2000.
Già prima d’allora, gli Stati Uniti е soprattutto l’Unione europea proposero di affiancare alla revisione di tali regole negoziati su altre materie, che permettessero di accrescere i livelli
d’ambizione del round: regole multilaterali su investimenti, concorrenza, appalti pubblici venivano viste come indispensabili data la forte correlazione tra tali fenomeni ed il commercio
(non meno di un quarto del commercio mondiale è legato ad investimenti diretti).
Si parlava allora del cosiddetto Millennium Round, naufragato strepitosamente a Seattle nel 2000, quando per la prima volta l’OMC divenne materia di cronaca a causa della mobilitazione delle ONG di mezzo mondo contro il proposto allargamento dell’agenda commerciale.
L’idea che motivava le proteste era quella di mobilitare l’attenzione del mondo contro quello che era visto come un meccanismo dei paesi ricchi e della tecnocrazia internazionale per imporre regole oppressive ai paesi più poveri.
Il fallimento della conferenza di Seattle non rappresentò solo un momento importante per la strutturazione del mondo alter global, per cui l’OMC è divenuta un nemico tradizionale, ma anche la fine di un’epoса nella quale i grandi, cioè Usa ed Ue, che rappresentano il 40% del commercio mondiale, potevano imporre il loro volere in materia di definizione delle regole.
Da Seattle in poi, l’alleanza trasversale tra paesi del Sud ed attivisti nei paesi del Nord ha reso tale dimensione utopica: il consenso in sede OMC è divenuto ormai molto più complesso
di quanto non fosse fino ai tempi dell’Uruguay Round.
Nel novembre 2001, il lancio dell’Agenda per lo Sviluppo di Doha divenne possibile solo per due ragioni: si diede al ciclo un obiettivo prioritario, quello di definire regole atte ad accrescere la partecipazione dei paesi in sviluppo agli scambi mondiali (di qui il nome) e giocò a favore di quest’accordo l’impressione dell’11 settembre: il nuovo round di negoziati commerciali rappresentava una prima grande opportunità per democratizzare il mondo, rendendo meno ingiusta la ripartizione delle risorse (supponendo che il terrorismo internazionale sia davvero motivato da tale ingiustizia economica, il che è tutt’altro che dimostrato).
A Doha rimasero aperte però molte questioni: se a Seattle si era preteso di definire i parametri dell’accordo finale del round, a Doha ci si era più modestamente accontentati di definire un punto di partenza per i negoziati, mantenendo in sospeso la decisione sull’inclusione o meno nell’agenda dei cosiddetti “Singapore Issues”, quei nuovi temi (Investimenti, Concorrenza, Appalti Pubblici, Facilitazione Commerciale) cui l’Unione europea teneva molto, anche per attutire l’eventuale impatto di una forzata apertura dei propri mercati agricoli.
A Cancún, nel settembre 2003, conferenza concepita originalmente come tappa intermedia verso la conclusione del round, prevista per la fine del 2005, i dibattiti furono accessissimi: il nuovo gruppo del G – 20 che, sotto la leadership di Brasile ed India, mise insieme paesi in sviluppo od emergenti interessati ad un’apertura degli scambi agricoli, in oggettivo ritardo
di liberalizzazione rispetto a quelli industriali, riuscì a fare passare la propria linea, secondo la quale la DDA era innanzitutto un negoziato agricolo.
Solo uno dei quattro temi di Singapore (le misure di semplificazione commerciale) rimase in agenda, gli altri temi ne furono esclusi: da Cancún in poi diviene evidente che, al tramonto della capacità di persuasione euro – statunitense evidenziatosi a Seattle viene ad aggiungersi una
maggiore capacità d’aggregazione dei paesi in sviluppo: attorno al G- 20, i cui principali membri sono India, Brasile e Sudafrica, e che rimane anzitutto un’alleanza agricola, ma anche attorno al G-90, che raggruppа i paesi più poveri e non ancora definibili “emergenti”.
I negoziati OMC si giocano quindi su una complessa scacchiera multidimensionale, dove alle frequenti riunioni “mini – ministeriali” (cui partecipano i membri – chiave, UE, USA, Brasile, India ed Australia oltre al direttore generale dell’OMC e facilitatore dei negoziati, prima il thailandese Supachai, ora il francese Pascal Lamy, ex – Commissario europeo al Commercio) vengono a sovrapporsi complessi esercizi di coordinamento con i vari gruppi regionali e d’interesse, in un insieme a geometria variabile d’estrema complessità.
All’OMC, organizzazione che regola interessi economici molto concreti, le alleanze non sono nè fisse nè di natura ideologica, ma invece variabili e funzionali agli interessi in gioco su ogni questione specifica.
Parlare quindi di alleanze strategiche onnicomprensive in sede OMC è del tutto sbagliato: su certi temi, Usa ed Ue possono andare d’accordo (riduzione delle tariffe industriali nei paesi emergenti, regole sulla proprietà industriale), su altri l’Ue è vicina a certi paesi in sviluppo (indicazioni geografiche, cautela nelle riforme agricole) ma non ad altri (quelli che più insistono sull’eliminazione dei sussidi agli agricoltori) e molto lontana dalle posizioni americane. E così via.
Come detto, uno scacchiere che è divenuto via via complicatissimo, sino, forse era inevitabile, ad incepparsi. I negoziati sono stati dati per morti a diverse occasioni nel corso del quinquennio, ma a più momenti le speranze si sono riaccese.
Come nel luglio 2004, quando il cosiddetto accordo – quadro di Ginevra, sembrò fornire una piattaforma di rilancio dei negoziati. Possiamo affermare che, sino all’inizio di quest’anno, l’enfasi posta sul capitolo agricolo aveva fatto sì che le maggiori pressioni fossero sull’Unione Europea, che paga il più alto ammontare di sussidi ai propri agricoltori.
Tuttavia, il fatto che l’Ue sia al tempo stesso la più generosa in termini d’apertura del proprio mercato ai prodotti dei paesi meno sviluppati (i settanta LDC, i cui prodotti entrano a dazio zero con la però dolorosa eccezione di riso, zucchero e caffè, prodotti d’enorme importanza per gli LDC esportatori) e che Bruxelles abbia proposto un ciclo a costo zero per i paesi più poveri, cui non si richiederebbero concessioni, ed anche l’eliminazione definitiva dei distorsivi sussidi all’esportazione ha spostato progressivamente la pressione sugli Usa, che non sono
però sembrati in grado, nel corso del quinquennio, di dare concretezza alle loro frequenti dichiarazioni liberiste.
Dal 2001 in poi, gli Usa, alle prese con un’altra agenda internazionale, hanno piuttosto dato l’impressione di non dare troppa importanza a questi negoziati. Anche il sorprendente attivismo degli Usa in materia d’accordi commerciali bilaterali, concepiti come premio per partners ragionevoli più che veri matrimoni d’interesse tra uguali e la recente sostituzione del
negoziatore capo (US Trade Representative) Robert Portman con Susan Schwab sembrerebbero confermare che Washington non credeva alla fattibilità del ciclo di Doha. Tra l’altro, la Trade Promotion Authority che permette al presidente Bush di concludere accordi commerciali internazionali senza ratifica del Senato scadea marzo 2007, e non sembra che
egli sia in grado, nè abbia l’intenzione di chiederne una proroga.
L’Ue, che ha molto investito su questo round sotto la leadership di Pascal Lamy, ha ulteriormente accentuato gli sforzi quando questi è stato sostitutuito da Peter Mandelson: nuove offerte sono state fatte, in agricoltura ed in materia di servizi, ma esse sono ancora considerate troppo timide dai principali partner: Australia, il gruppo di Cairns ed il G-20 per quanto riguarda l’agricoltura, India e paesi sviluppati in materia di servizi.
India e Brasile, i due paesi – emergenti – chiave, si trovano in una posizione specialissima: il loro peso strategico all’interno dell’OMC supera di molto il loro effettivo peso commerciale, grazie alla loro capacità di leadership sul resto del mondo in sviluppo ed alla riconosciuta capacità dei loro abilissimi negoziatori, tra i migliori al mondo (i negoziati OMC richiedono una straordinaria competenza tecnica, ogni settimana vengono prodotte decine di pagine di proposte d’un estrema complessità che vanno studiate, analizzate, ribattute nel merito).
Si tratta poi di grande economie emergenti, ma piene di contraddizioni, competitive in certi settori (agricoltura per il Brasile, servizi per l’India) ma in ritardo di sviluppo in altri. In entrambi i casi, tali paesi hanno ridotto progressivamente i loro dazi, che restano però molto alti rispetto alle medie mondiali.
La Cina, entrata solo recentemente nell’OMC, ha deciso di non esercitare un ruolo attivo, mantenendosi fuori dalla mischia e seguendo i negoziati da lontano: la Cina non ha fretta d’esercitare tutta la sua influenza potenziale, sapendo di poter squilibrare ulteriormente equilibri già precari.
Dalla conferenza ministeriale di Hong Kong in poi (Dicembre 2005), è parso sempre più chiaro che un negoziato di tale complessità non poteva venire risolto da offerte unilaterali o da sforzi di una delle parti, ma piuttosto da un approccio concertato nel quale ai vari paesi viene richiesto un sacrificio proporzionale al proprio peso economico: maggiore per i paesi sviluppati, intermedio per i paesi emergenti, basso o nullo per i paesi più poveri.

Partendo da questo principio, si sarebbe potuto identificare un pacchetto win – win, nel quale tutte le parti avrebbero trovato un certa dose di soddisfazione che rendesse i negoziati appetibili.
A questa dinamica virtuosa non si è però ancora giunti: al momento della rottura dei negoziati, a pochi giorni dal G-7 di San Pietroburgo che aveva auspicato una loro conclusione, potremmo sintetizzare che la soluzione vincente dovrebbe venire dalla combinazione di una nuova proposta americana di riduzione dei propri sussidi interni agli agricoltori (che alterano sensibilmente i corsi mondiali), un’ulteriore proposta europea di riduzione dei propri picchi agricoli (dazi eccezionalemnte alti su alcuni prodotti sensibili come latte e carni), una significativa riduzione dei dazi industriali da parte di Brasile ed India.
Se tutto ciò avvenisse, si potrebbe innescare quel circolo virtuoso da tutti auspicato, a cominciare da offerte più ambizione d’apertura dei servizi, un settore nel quale a Hong Kong si è deciso che l’ accordo, settore per settore, potrebbe anche essere solo plurilaterale, non comprendendo quindi tutti i membri dell’OMC (i paesi in sviluppo non sono in generale propensi ad aprire i loro servizi alla concorrenza internazionale) ma solo quelli effettivamente interessati.
Risolte le grandi questioni, il nuovo clima generatosi permetterebbe probabilmente di concludere accordi anche in altri campi, quali la definizione di misure di semplificazione delle procedure doganali (trade facilitation), regole più trasparenti e condividise per l’antidumping, lo stabilimento di un registro multilaterale delle indicazioni geografiche ed altre ancora, tutte passibili di effetti positivi sugli scambi.
Ciò probabilmente non avverrà, almeno prossimamente: tutti aspettano che sia il vicino a muoversi per primo, ed in questo modo quasi nessuno si muove.
Il fatto che, nonostante l’instabilità internazionale legata al terrorismo ed i prezzi delle materie prime, l’economia internazionale sembri in crescita ha forse tolto acqua al mulino di chi considerava indispensabile un successo del round OMC.
D’altro canto, la nuova complessità dei rapporti internazionali, in particolare di quelli economici, alla luce dell’emergenza dei paesi asiatici e delle nuove geometrie prevalenti all’OMC rende in fondo salutare una pausa di riflessione: se oggi come oggi si dovesse concludere il ciclo, sarebbe un accordo in tono minore, che in fondo non interessa a nessuno.
Chi però potrebbe soffrirne maggiormente, dal punto di vista sistemico più che economico, è l’Unione europea: essa trae la sua forza internazionale soprattutto dal proprio peso economico – commerciale, là dove dispone d’una competenza chiara ed affermata. Da qui l’importanza che l’Ue attribuisce al rafforzamento del sistema multilaterale OMC, nel quale è grande protagonista.
Un indebolimento del sistema multilaterale di commercio quale quello che sta emergendo suppone anche un indebolimento del peso dell’Ue in uno scenario nel quale è forte.
La sfida dell’Ue nel dopo – Doha sarà quella di riadattare la propria diplomazia commerciale ad uno scenario nel quale prevarranno accordi bilaterali e regionali, che creeranno quella definita da alcuni lo spaghetti – bowl: un numero elevatissimo d’accordi preferenziali di complessa lettura e gestione.
L’Ue, che preferirebbe invece estendere regole multilaterali forti, non esce necessariamente penalizzata da questa nuova realtà, ma dovrà imparare a negoziare con maggiori flessibilità
(accordi diversi per parters diversi, non sempre facile da farsi per la complessa macchina negoziale europea, nella quale intervengono Consiglio, Commissione, Parlamento e sensibilità politiche nazionali, nonchè una sempre più potente rete della società civile).
Chi sicuramente soffrirà di più dall’insuccesso di Doha saranno proprio quelli che dovevano esserne i principali beneficiari: i paesi meno sviluppati. In un complessa rete di accordi bilaterali, chi si curerà di negoziare con loro? Le economie emergenti attireranno l’interesse di tutti, quelle meno sviluppate di ben pochi.
Chi, nel mondo dell’ attivismo sociale, gioisce per la “sconfitta dell’OMC”, forse dovrebbe pensare anche a questo paradosso.

Si parla molto, di questi tempi, di una svolta a sinistra che si starebbe verificando in America Latina. La congiuntura elettorale che prevede 12 elezioni presidenziali tra il dicembre 2005 ed il
dicembre 2006, nonché numerose elezioni legislative, tende ad avvalorare l’importanza di questo passaggio che potrebbe effettivamente consegnare al mondo un’America Latina profondamente spostata a sinistra, specie in caso di risultati in questa direzione in Messico e Brasile.
I recenti risultati in Bolivia e Cile, la possibile elezione del populista Ollanta Humala in Perù, il consolidamento di Nestor Kirchner in Argentina, l’influenza crescente nel subcontinente di Chávez, la probabile rielezione di Lula in Brasile nonostante la via crucis a cui è stato sottoposto il suo PT, la possibile affermazione di Lopez Obrador alla testa del PRD in Messico sono tutti fattori che sembrano testimoniare una svolta politica di grande significato.
In quest’articolo analizzeremo punti comuni e divergenze tra le diverse situazioni, cercando di capire se esista davvero una tendenza precisa in America latina, o se siamo di fronte ad un fenomeno congiunturale.
Tutto è cominciato con l’elezione storica di Lula nel 2002, che ha portato per la prima volta al potere la sinistra storica nel più grande paese latinoamericano, il Brasile.
Quell’elezione è stata interpretata come una svolta epocale per il Brasile e per l’America Latina: l’entusiasmo che ha contagiato il Brasile, che ha eletto l’exsindacalista già al primo turno elettorale, contagio’ rapidamente il resto del mondo, specie l’Europa, che ha salutato Lula con toni ed aspettative a mio parere eccessivi.
Al tempo in cui s’esaltava la figura del paziente Lula, eletto al suo quarto tentativo presidenziale, la maggior parte dei commentatori tendevano a trascurare o addirittura a disprezzare l’eredità dei due mandati di Fernando Henrique Cardoso, etichettati in maniera sbrigativa come un fallimento, quando si era invece trattato di un passaggio fondamentale della storia brasiliana; si era trattato del primo governo brasiliano che era riuscito a riequilibrare i conti, a modernizzare l’economia, a rilanciare la crescita.
L’eredità di Cardoso si è resa evidente negli anni di Lula, che hanno visto un Brasile risanato e competitivo affermarsi sulla scena economica internazionale. Senza il rigore di Cardoso non si sarebbero mai date le condizioni per l’elezione di Lula, cui osservatori superficiali attribuirono doti taumaturgiche: Lula avrebbe redistribuito la ricchezza, eliminato l’analfabetismo e la povertà, cambiato per sempre il corso della storia.
È evidente che le riforme portate in atto da Cardoso non produssero risultati sufficientemente significativi in campo sociale, ma è anche vero che, pur spostando il centro dell’azione di governo verso il sociale, risulta impossibile prescindere dal rigore economico.
Questo Lula l’ha sempre saputo, e sin dall’inizio s’impegnò a rispettare gli accordi con il FMI, successivamente non più rinnovato.
Frazioni importanti della sinistra brasiliana si sono disincantati per l’approccio rigoroso di Lula, definito anch’esso neo – liberale, e una profonda contestazione da sinistra è emersa in Brasile nel corso del mandato di Lula.
La grande delusione è venuta però dallo sgretolarsi del PT, il partito degli onesti per eccellenza, che si è visto imbrigliato in una complessa rete di favori, corruzione e connivenze che ne ha ridotto al minimo il prestigio. Il PT si è rivelato, nel gestire il potere, un partito come gli altri. Le politiche intraprese, pur spostando appunto l’enfasi verso il sociale, non hanno rotto con l’ortodossia finanziaria liberale, come molti s’auspicavano in Brasile e fuori. La riforma agraria non ha fatto passi avanti significativi rispetto al periodo precedente, e la politica ambientale (Amazzonia) è stata molto trascurata. Alcuni programmi in campo educativo e sanitario sono stati attivati e ampliati con successo, ma non si è dato in Brasile quel big bang che molti sognavano.

A sei mesi dalle elezioni presidenziali, pare che il prestigio personale di Lula lo porterà alla rielezione, ma il suo secondo mandato sarà politicamente ancora più complesso del primo, dato che certamente questi non avrà una solida maggioranza parlamentare (questo fu il problema che originò tutti gli scandali, a partire da quello del mensalão).
Il Brasile è andato in questi anni a sinistra? La sinistra ha raggiunto per la prima volta il potere, ma il suo raggio d’azione si è visto strutturalmente limitato dall’assenza di una coalizione forte, dalla necessità di salvaguardare il rigore economico, dalle aspettative eccessive createsi, dall’ampiezza dei problemi sociali, che richiedono almeno una generazione di riforme per essere risolti, non quattro anni.
È chiaro però che Lula è divenuto un riferimento internazionale, che il suo mandato non può certo definirsi un fallimento, che sulla scena internazionale il nuovo Brasile ha acquisito un ruolo impensabile fino a qualche tempo fa, e che il nuovo fronte dei paesi emergenti rappresenta una grande novità in termini di governance internazionale.
Gli entusiasmi sollevati nel 2002 da Lula si stanno ora ripetendo nel caso di Evo Morales, il nuevo niño bonito della sinistra internazionale.
Molti fattori contribuiscono a rendere simpatico il leader dei produttori tradizionali di coca boliviani: le origini etniche, il discorso franco e sincero, la capacità di mobilitazione dimostrata,
che l’ha portato ad un’elezione trionfale senza precedenti nella complessa storia politica boliviana, le idee decise in materia di sfruttamento delle risorse energetiche boliviane in favore delle popolazioni locali.
Dall’avvento della democrazia in Bolivia, nel 1982, nessun governo è mai riuscito a dare stabilità al paese, a impostare corrette riforme economiche e sociali in grado di rispondere alle aspettative della popolazione, a risolvere l’equazione energetica in maniera soddisfacente (vedasi la crisi che ha portato di Sánchez de Lozada e le tensioni regionali che rischiano di portare all’implosione del paese).
La crisi delle forme d’espressione politica tradizionali, una delle caratteristiche comuni a molti paesi latinoamericani, ha messo in ginocchio i partiti storici, favorendo l’emergenza d’una piattaforma d’associazioni e movimenti, la MAS, che ha portato all’elezione trionfale di Morales.
Siamo qui di fronte alla prima delle convergenze in atto in America Latina: i partiti tradizionali, espressione delle classi dominanti, non si dimostrano più in grado di offrire prospettive convincenti: è successo in Bolivia, ma anche in Perù dove l’elezione di Toledo coincise con lo sbriciolamento dei partiti tradizionali, con la sola eccezione del socialdemocratico APRA. È successo in Venezuela, dove il chavismo ha portato all’irrilevanza i partiti tradizionali, ma anche in Argentina, dove il radicalismo è in profonda crisi ed il peronismo si è diviso in una famiglia di sinistra (Kirchner) ed una di destra (Duhalde). E’ successo in parte in Brasile, dove i partiti non sono mai stati organizzazioni forti, salvo il PT, ma piuttosto cartelli elettorali: il candidato Lula raccolse molti più consensi rispetto al suo partito, venendo portato alla presidenza da una mobilitazione complessiva che andava ben al di là dell’elettorato tradizionale del PT. È successo in Uruguay, dove il Frente Amplio di Tabarè Vázquez ha significato il tramonto del bipolarismo tradizionale blanco – colorado.
In Cile, l’elezione della socialista Michelle Bachelet sembra rappresentare un’eccezione alla regola, perché si tratta della quarta elezione consecutiva d’un rappresentante della Concertación. In realtà, la storia politica cilena è diversa da quella del resto dell’America Latina, così come la sua storia economica recente. Quindici anni consecutivi di crescita a livelli ben superiori a quelli registrati negli anni di dittatura, un ampio consenso in materia economica, una politica d’apertura commerciale senza uguali al mondo hanno creato uno scenario nel quale il concetto di sinistra si coniuga virtuosamente con i buoni risultati economici.
Nessuno, nemmeno il partito comunista cileno, contesterebbe oggi queste scelte essenziali, che tra l’altro hanno messo in difficoltà la destra di Piñera e Lavín, che un paio d’anni fa sembrava destinata a trionfare nelle elezioni di quest’ anno, essendo riuscita ad esorcizzare una volta per tutte il fantasma pinochetista.
Se il Cile rimane un paese profondamente classista e socialmente squilibrato, la divisione destra – sinistra si coniuga più in funzione dell’approccio rispetto ad un passato politico sempre meno pressante che in chiave di eventuali differenze concettuali in maniera economica.
La sfida per il nuovo governo cileno è adesso quella d’estendere al massimo i benefici della crescita economica piuttosto che di rivoluzionare ciò che funziona. Una sfida di post – sinistra che molti paesi, in America latina, vorrebbero poter imitare.
La presidenza di Nestor Kirchner in Argentina può in un certo senso essere catalogata come di sinistra, anche se sui generis: il successo di Kirchner, la cui rielezione nel 2007 è quasi assicurata visto il risultato delle recenti elezioni legislative, è legato al ritorno alla stabilità istituzionale dopo l’anno dei cinque presidenti, alla crescita economica (9% all’ anno dal 2004, seguente, è vero, alla grande recessione del 2002 – 2003), al successo nel negoziato con i creditori internazionali, tutti successi ottenuti senza seguire i dettami del Fondo Monetario Internazionale.
Si aggiungano poi alcune scelte coraggiose, anche se in parte intrise di populismo, in materia di riapertura dei dossier giudiziari legati alla dittatura militare, ed un certo nazionalismo economico, che ha ad esempio messo in crisi il Mercosur.
Non sono sicuro che si possa definire Kirchner un presidente di sinistra, ma di certo è un presidente personalista, populista, spregiudicato, che ha saputo ottenere risultati impensabili sino a qualche tempo fa. E le popolazioni vedono migliorare le loro condizioni di vita, un fenomeno che dovrebbe compiacere chi si dice di sinistra.
Il Venezuela di Chávez è spesso citato come il caso emblematico di visione alternativa alle politiche tradizionali. Il fenomeno Chávez è certamente complesso: se il suo discorso populista, la sua capacità di contattare con le parti più povere della popolazione venezuelana, i suoi programmi sociali, estesi su scala continentale, sono sicuramente anti – sistema, il suo sfrenato personalismo, la sua incontinenza verbale, la militarizzazione dell’economia e della politica venezuelana da lui portate avanti fanno sorgere interrogativi inquietanti. Sino a che punto è replicabile il modello – Chávez?
El Bloque Regional de Poder, le nuove alleanze regionali prefigurate da Chávez come alternativa ai modelli d’integrazione economica tradizionale, aprono propsettive interessanti in materia di cooperazione energetica, commerciale e replica di programmi sociali di successo. Non sono sicuro che questo si possa definire, come alcuni fanno pomposamente, il socialismo del XXI secolo, ma non credo che debba inquietare nessuno la prospettiva di nuove forme di cooperazione internazionale sud – sud, in grado di generare nuove convergenze e prospettive.
Chiaro che sinora Chávez ha potuto contare sulla manna petrolifera, che gli permette d’alimentare sogni e politiche ambiziose in patria ed altrove.
Si può interpretare il chavismo come l’ultimo travestimento del populismo petrolifero venezuelano, ma la vera chiave di volta è la distribuzione di maggiori parti del dividendo petrolifero tra la popolazione, una valutazione che sarà possibile fare solo tra qualche tempo.
Se Chávez riuscirà a farlo, ho l’impressione che il catalogarlo di destra o di sinistra risulterà irrilevante. Avrà comunque ottenuto uno straordinario risultato politico.
Così come un presidente diametralmente opposto a Chávez e certamente non di sinistra, Alvaro Uribe, deve la sua popolarità e la sua sicura rielezione ai risultati ottenuti, con metodi a volte non del tutto ortodossi, in materia di lotta contro il narcoterrorismo: la migliorata sicurezza nelle strade colombiane, associata ai discreti risultati economici, costituiscono una piattaforma indubbiamente solida che lascia poche speranze ai suoi potenziali rivali.
Il discorso populista di Chávez riappare anche nel nuovo fenomeno della politica peruviana, quell’Ollanta Humala che sembra il grande favorito del secondo turno elettorale, nel quale affronterà il sempiterno Alán García, leader dell’APRA.
Se poco chiari risultano i contorni del programma di Humala, che per ora non gioca che sul suo messaggio populista e sul suo carisma, il suo sorprendente successo è ancora una volta legato alla sua capacità di comunicare con delle masse che si sentono escluse dai benefici della crescita economica, che pure è stata significativa negli anni di Toledo.
Quest’ultimo, il primo presidente andino del subcontinente, ha deluso le aspettative per la sua incapacità di portare avanti le necessarie riforme politiche e di cristallizzare politiche sociali più efficaci in un contesto di crescita economicа.
In attesa delle elezioni messicane di luglio, nelle quali il PRD di Lopez Obrador potrebbe portare per la prima volta la sinistra al potere (che non mi senta un militante del PRI, un partito che si è sempre considerato di sinistra o perlomeno rivoluzionario…), quali sono le convergenze che possiamo elencare tra tutti i casi esaminati?
Al decennio perduto degli anni ottanta ha fatto seguito l’epoca delle riforme economiche degli anni novanta, centrate sul riordino dei conti pubblici, le privatizzazioni, l’ammodernamento dell’economia.
Tali riforme non hanno avuto il medesimo successo nei diversi paesi: se il Brasile ed il Messico sono usciti rafforzati dagli anni novanta, ed il loro principale problema consisteva nell’esiguità del dividendo sociale (diminuzione troppo lenta dei livelli di povertà) ma all’interno d’uno scenario economico fondamentalmente sano, l’ortodossia rispetto alle ricette del FMI seguita in Argentina, non accompagnata da opportune riforme interne, ha portato ad una crisi economica di dimensioni drammatiche, da cui solo ora il paese sembra uscire.
Il Cile rappresenta un’eccezione, perche le riforme economiche intraprese prima che altrove ed il modello aperto seguito hanno permesso di canalizzare meglio che altrove la risposta ai problemi sociali, che resta comunque insufficiente.
I paesi andini hanno avuto meno successo nelle loro riforme economiche, anche se il Perù ha ottenuto risultati migliori, l’Ecuador e la Bolivia si sono ritorte in convulsioni istituzionali di grande complessità, il Venezuela ha vissuto della rendita petrolifera.
La Colombia ha dato priorità alla soluzione del problema sicurezza, adottando un modello di apertura unilaterale nei confronti degli Stati Uniti che la rende un caso a sé in una regione nella
quale si sta alimentando un forte nazionalismo economico.
Le riforme macroeconomico – finanziarie (etichettate dai loro denigratori neo – liberali) hanno avuto più o meno successo, in funzione anche delle dimensioni delle specifiche economie, ma in tutta la regione è emersa, all’inizio del decennio, la necessità di riservare maggiore attenzione ai problemi sociali.
Le riforme di seconda generazione vanno oltre la dimensione prettamente economica e riguardano temi fondamentali come la distribuzione della ricchezza, la sanità, l’educazione, l’uso delle risorse energetiche. In una maniera o nell’altra, la nuova generazione di politici latinoamericani tende ad enfatizzare la dimensione sociale delle politica, senza per questo tralasciare il rigore economico ma senza più attribuire valore quasi religioso alle ricette degli organismi di Bretton Woods.
I nuovi leader tendono a superare i partiti politici tradizionali, ovunque in profonda crisi, a cominciare proprio da quelli di sinistra, ed a sviluppare un dialogo diretto con le popolazioni.
Spesso si trasformano in leader carismatici, in possesso d’una propria credibilità personale che va al di là del peso specifico dei settori politici che li appoggiano.
In campo internazionale, i paesi latinoamericani superano la soggezione tradizionale nei confronti degli Stati Uniti, la cui attenzione per la regione è tra l’altro scemata drasticamente dopo l’ 11-9, e fanno bella mostra d’indipendenza economica in ambito internazionale (emergenza del blocco G – 20 all’ OMC, blocco di un negoziato ALCA squilibrato a favore dei paesi nordamericani, ridefinizione delle regole del gioco in materia energetica).
Tutto ciò può essere definito di sinistra?
Una volta di più, ciò che meno importa sono le etichette o le generalizzazioni. L’America latina aveva bisogno di mettere ordine in casa, e l’ha fatto in maniera a volte dolorosa negli anni novanta. L’esigenza di meglio distribuire i benefici della crescita economica è poi emersa con forza, la politica tradizionale non è parsa in grado di gestire questa nuova dimensione, e si e vista scavalcata da nuove forme d’espressione politica, più dirette e carismatiche. A volte nell’ambito di partiti organizzati (Brasile, Argentina), più spesso nel quadro di nuove aggregazioni, più attente alle piazze. Nei paesi andini, il nuovo momento politico ha assunto spesso toni indigenisti.
In che direzione sta andando l’America latina? Così come il fenomeno analizzato, la risposta non può essere univoca. Di certo siamo in presenza di un nuovo laboratorio, nel quale si sta plasmando una nuova forma di concepire e gestire la politica, alla frontiera tra populismo e nuovo umanesimo, che risponda in maniera piu’ efficace del modello liberale classico ai problemi di paesi articolati come quelli latinoamericani.
Fondamentale però che questo nuovo umanesimo non stravolga le regole fondamentali dell’economia: la crescita è una premessa irrinunciabile in paesi dalla struttura sociale piramidale come quelli latinoamericani, le irresponsabilità che portarono alla crisi debitoria degli anni ottanta generarono più povertà, non la ridussero.
Prendiamo ad esempio la questione energetica in Bolivia: non si tratta di “cacciare” gli investitori stranieri, del tutto necessari sia dal punto di vista tecnologico che finanziario, ma di
rinegoziare in maniera equilibrata accordi di lungo periodo che diano certezze alle parti e permettano di distribuire in maniera più equilibrata i benefici delle risorse. Un obiettivo “di sinistra” che dovrebbe essere interesse di tutti, anche delle imprese internazionali.
Il mondo è cambiato profondamente nell’ultimo decennio: l’emergenza delle nuove potenze economiche asiatiche è sotto gli occhi di tutti. L’America Latina si sta inserendo in questi nuovi
equilibri internazionali in una maniera più variegata e sicuramente di meno impatto, ma quanto è in gestazione in America Latina in questi anni potrebbe avere un grande significato e costituire un esempio da seguire anche in altre parti del mondo.