Autore: Stefano Gatto

  • I rapporti tra Cina e India, nuovo asse strategico del XXI secolo

    I rapporti tra Cina e India, nuovo asse strategico del XXI secolo

    Fino all’avvento della rivoluzione industriale, l’economia complessiva di Cina e India rappresentava circa la metà del PIL mondiale. Alla metà del XX secolo, questo valore d’insieme era sceso ad un magro 8%; era il momento dell’indipendenza indiana dopo la lunga parentesi britannica e dell’avvento del comunismo in Cina, susseguitosi all’invasione giapponese ed alla guerra civile.

    Oggi come oggi, le due economie rappresentano insieme tra il 15 ed il 20% mondiale: questo dato è per se espressivo, visto che testimonia un raddoppio relativo del peso economico di questi due paesi in cinquant’anni. Ma il dato acquisisce un ben maggiore significato se si proiettano i dati di crescita di queste due ecоnomie nei prossimi decenni. Se le tendenze attuali si confermeranno, il XXI secolo sarà profondamente diverso dal XX, e vedrà un peso preponderante dell’Asia, e soprattutto dei suoi giganti, che si avvicineranno progressivamente al ruolo che avevano prima dell’ottocento, ma nell’ambito di un mondo più piccoоlo e globalizzato.

    In questo articolo guarderemo al modo in cui questi due paesi hanno trovato il cammino dello sviluppo, per poi analizzare lo stato dei rapporti attuali tra loro e cercare di capire in che modo queste nuove realtà influenzeranno gli scenari internazionali prossimi venturi.

    In realtà, il calo nel peso relativo di Cina e India tra il 1800 ed il 1950 non significò un drammatico deterioramento delle condizioni di vita in questi due paesi. Al contrario, tali condizioni rimasero stabili, nel quadro di società essenzialmente agrarie e tradizionaliste.

    La gran novità nell’economia internazionale fu lo sviluppo del capitalismo prima in Europa e poi negli USA, che portò ad un aumento drammatico della crescita economica nei paesi che ne furono coinvolti. Tale sviluppo toccò solo marginalmente Cina e India: la prima, chiusa nel suo sdegnoso isolamento, fu costretta ad aprirsi parzialmente il proprio commercio estero nello XIX secolo, ma senza che questo intaccasse minimamente la propria organizzazione tradizionale, né che questo significasse l’adozione dei principi economici del capitalismo.

    L’India fu più influenzata della Cina dal nuovo modo di produzione, ma in maniera passiva, come soggetto dominato dal colonialismo britannico e fornitore di materie prime. Anzi, i britannici fecero di tutto per ostacolare la modernizzazione del sistema produttivo indiano.

    Non furono quindi India e Cina a decadere, ma piuttosto l’Europa a crescere vertiginosamente, a fronte d’una stasi asiatica.

    I modelli seguiti da entrambi i paesi dopo il 1950 non favorirono affatto la crescita economica, avendo come riferimento altri parametri: l’autosufficienza economica nel caso dell’India di Nehru. il comunismo agrario e l’industrializzazione pesante nel caso della Cina popolare.

    La prima ad introdurre elementi d’economia di mercato fu la Cina di Deng Xiao Ping: i risultati di tali riforme sono divenuti visibili nel corso dell’ultimo decennio e la Cina può considerarsi già oggi una potenza economica mondiale a pieno titolo. Le conseguenze dell’impatto economico cinese sui mercati energetici (corsi del petrolio), dell’acciaio o del tessile, dove la Cina è di gran lunga al primo posto tra gli esportatori di manufatti nello scenario successivo all’abolizione delle quote, sono sotto gli occhi di tutti.

    L’India fu più lenta nell’introdurre riforme: di fatto esse vennero solo nel 1991, quando il governo di Narasimha Rao, con l’attuale primo ministro Manmhoman Singh alle Finanze, fu costretto ad introdurre riforme – shock a causa dell’esaurimento delle riserve di valuta estera: il sistema di programmazione economica indiano si era inceppato.

    In realtà, Indira Gandhi e soprattutto suo figlio Rajiv avevano già lanciato qualche tentativo di riforma: ma erano venute a mancare sia una sistematicità d’approccio che la volontà politica complessiva di realizzare tali riforme.

    Sia i modelli seguiti da India e Cina nel riformare l’economia che i dati statistici riflettono le grandi differenze tra i due paesi: perché l’India e la Cina sono molto diverse, e sono in fondo accomunate solo dalle loro dimensioni, specie demografiche.

    La crescita cinese dal 1980 al 2003 è stata, in media, del 9,5% l’anno, la più veloce al mondo; quella indiana, del 5,7%. Nello stesso periodo, il PIL per capita è cresciuto del 300% in Cina, del 125% in India.

    Questi dati hanno fatto sì che l’attenzione dell’opinione pubblica mondiale si concentrasse soprattutto sulla Cina, mentre solo negli ultimi due – tre anni si è cominciato a tener conto anche dell’India, specie a causa dell’effetto “outsourcing” e della sua crescente importanza nel mondo delle alte tecnologie e dell’informatica.

    Al di là del fatto che oggi l’India ha un peso economico mondiale ancora sensibilmente inferiore a quello della Cina, altri sono i fattori che spiegano l’asimmetria nella percezione di questi due paesi. In primo luogo, l’India resta un paese ad economia relativamente chiusa, poco integrato con il resto del mondo: nel 2003, il commercio estero rappresentava 49% del PIL cinese, solo 21% del PIL indiano. La Cina esportava il 5,8% delle merci mondiali, l’India solo lo 0,7%.

    Nel 2003, a fronte di uno stock d’investimenti esteri di circa 500 miliardi di dollari in Cina, l’India non ne contava pосо più di 30 miliardi. Nel 2003, la Cina ne aggiungeva altri 53,5 miliardi, l’India solo 4,3.

    Ancora oggi, vicini dell’India come la Malesia o la Tailandia commerciano di più con il resto del mondo e ricevono più investimenti esteri che l’India.

    Questo ha fatto sì che l’India non facesse notizia. Ma un’osservazione più attenta della realtà mette in luce un potenziale di crescita con effetti dirompenti sugli equilibri mondiali a lungo periodo. Con più d’un miliardo d’abitanti ed una crescita demografica superiore a quella cinese, tanto da far stimare che il sorpasso in termini di popolazione avverrà prima del 2020 (a quota 1,25 miliardi d’abitanti ciascuno!), una crescita che si sta stabilizzando sul 6 – 7% annuale e che pоtrebbe accelerarsi in caso di miglioramento delle infrastrutture proietta l’India come un nuovo fattore d’urto nell’economia mondiale nei prossimi decenni. Già oggi, un abitante del mondo su tre è indiano o cinese: nel 2050, questo raрporto sarà di uno a due. Ad economie non più statiche ma in rapida crescita, questo significa che il mondo si sta trasformando radicalmente ed ogni scenario verosimile vede la Cina e l’India al centro.

    Come detto, India e Cina sono profondamente diverse l’una dall’altra, così come diverse le caratteristiche dei loro modelli di sviluppo.

    Dal punto di vista culturale, si tratta di civilizzazioni millenarie molto fiere delle proprie radici culturali. Entrambe hanno influenzato profondamente il resto dell’umanità: di solito abbiamo più presente l’influenza cinese, ma forse è ancora più forte quella indiana. In India nacquero molte religioni, tra cui il buddismo, che ha avuto un gran successo in oriente (e nella stessa Cina) ed è nel proprio il campo spirituale quello in cui l’India ha marcato maggiormente la propria presenza. Molti aspetti della spiritualità occidentale sono anch’essi di derivazione indiana (anche se tale aspetto è di solito ignorato in occidente, che tende a definirli come non meglio precisati “aspetti orientali”). Ma anche molta della nostra scienza, in primis la matematica, ebbe origine in India, anche se fu portata in Europa dagli arabi, con cui l’identifichiamo.

    Questo retroterra culturale rende fierissimi indiani e cinesi, che non hanno il minimo dubbio sulla superiorità delle loro civiltà rispetto a quella occidentale. Qualcuno può pensare a tale affermazione come esagerata, ma dovrà ricredersi: tale consapevolezza di sé accomuna questi due popoli, ed ha molta importanza anche per l’evoluzione degli scenari futuri. Ben lungi dal sentire un effetto di sudditanza nei confronti dell’occidente, questi due paesi vogliono usare la ritrovata crescita economica come fattore d’equilibrio ed eventualmente anche di supremazia nei confronti dell’occidente. Un fattore che differenzia di molto l’India dalla Cina è il sistema politico: la Cina ha un’economia per il momento molto più solida, ma anche un potenziale tallone d’Achille: il proprio sistema politico autoritario. Se la società cinese, abituata da sempre ad essere sottomessa ad un potere politico forte, non ha finora espresso, almeno dopo Tienammen, grandi fermenti democratici ed anzi sembra avere canalizzato tutte le sue energie nella ricerca della prosperità economica, sembra difficile che un sistema autoritario di partito unico possa rimanere un modello sostenibile a lungo periodo.

    Difficile coniugare i possibili contorni di una crisi di sistema in Cina, ma essa non è da escludere. Anzi, è molto probabile che la mancanza di democrazia si faccia prima o poi sentire, obbligando a riforme per il momento improbabili. Se l’autoritarismo del comunismo di mercato cinese è stato sinora funzionale al modello di sviluppo economico centrato su ingentissimi investimenti diretti dal centro, non è detto che in una fase successiva questo modello non si dimostri insufficiente.

    L’India ha preferito dare priorità allo sviluppo di un sistema democratico. Non dobbiamo sottovalutare i successi della democrazia indiana, che ha sopravvissuto per 55 anni in un paese con alti livelli di povertà, una demografia fuori controllo ed enormi diversità culturali. Oggi è facile dire che solo la democrazia poteva far funzionare il patchwork indiano: le difficoltà che però essa incontra in molte altre parti del mondo in sviluppo non possono non rendere ancora più ammirevole quanto gli indiani sono riusciti a costruire.

    Certo, la democrazia indiana è perfettibile, la corruzione diffusa, l’uso politico del sistema delle caste un rebus complesso, il livello della classe politica spesso angosciante. Ma il mero fatto che la democrazia indiana resista, e sia stata in grado di sorprendere il mondo con un cambio di maggioranza del tutto imprevista da qualunque osservatore (vittoria del Congresso guidato da Sonia Gandhi nel 2004) che ne dimostra l’intrinseca vitalità, e un valore in sé.

    Se la democrazia è, come sembra, un atout fondamentale, ebbene l’India ha perlomeno un gran vantaggio nei confronti del suo grande vicino.

    Democrazia e società aperta sono grandi vantaggi (anche se nel caso indiano i due termini non possono essere considerati sinonimi, a causa dell’alto grado di conservazione sociale che ancora permea i comportamenti in questo paese), e la Cina dovrà fare i conti con questa realtà.

    Ma livelli educativi, sanitari ed infrastrutture sono altri tre fattori – chiavi di cui nessuna società può fare a meno per svilupparsi pienamente.

    In queste voci è invece la Cina ad avere uno scarto importante nei confronti dell’India: 35% d’analfabetismo in India contro 6% in Cina, solo 47% dei bambini indiani completano il ciclo elementare contro il 98% in Cina.

    Le condizioni sanitarie su cui può contare la popolazione non sono brillanti in Cina, ma sono migliori di quelle, penose, con cui devono convivere centinaia di milioni d’indiani nelle campagne e in megalopoli invivibili.

    In questo senso, l’India non sta colmando il divario che la separa dal resto del mondo, o lo sta facendo per una parte troppo limitata della sua popolazione, le classi medie urbane (200 – 300 milioni di persone).

    In Cina il divario tra l’est e l’ovest, tra le città e le campagne, è grandissimo, ma nel complesso gli standard di vita e le opportunità aumentano per un maggiore numero di persone.

    Dov’è più evidente il differenziale di sviluppo acquisito sinora da Cina ed India è nelle infrastrutture. In India sono semplicemente patetiche: strade, porti, aeroporti, fornitura d’energia elettrica ed acqua potabile, condizioni sanitarie. In tutte questi campi l’India ha accumulato decenni di ritardo rispetto non solo al mondo sviluppato, ma rispetto a tutti i suoi vicini asiatici. I successivi governi indiani non si sono mai occupati d’investire in infrastrutture, intestarditi com’erano nel preservare l’indipendenza nazionale e nel limitare l’accesso agli investimenti stranieri.

    Negli ultimi venti anni la Cina ha seguito il cammino opposto: pur senza fare concessioni politiche, ha aperto le porte agli investitori internazionali ed ha modernizzato in modo ingente la parte del paese considerata strategicamente prioritaria (non il remoto ovest che rimane sottosviluppato).

    Il flusso di capitali esteri e di tecnologia è stato impressionante, ed oggi l’est della Cina, l’asse Pechino – Shangai – Guandong è divenuto una macchina produttiva dal potenziale impressionante.

    L’India ha preferito aprire solo timidamente ai capitali internazionali, preservare una forte autonomia economica (questo fa sì che il debito estero indiano sia molto basso e che l’India non sia colpita da crisi finanziarie), concentrare la propria attenzione su altre priorità, quali la crescita agricola. Ancora oggi, l’agricoltura occupa più di 600 milioni di persone, mentre in Cina l’esodo dal settore primario a quello industriale è stato massiccio.

    Le carenze infrastrutturali hanno penalizzato l’India, strangolandone i tassi di crescita potenziali. Solo ora il governo indiano incomincia ad occuparsi di questo problema, e cerca di favorire gli investimenti, sia interni che esteri, verso questo settore.

    L’industria indiana, sostanzialmente locale, sta modernizzandosi ma, oltre ai problemi infrastrutturali, deve ancora fare i conti con una manodopera poco istruita, una cultura della qualità inesistente, un mercato del lavoro rigidissimo. Fattori questi che controbilanciano un’elite dirigenziale d’alto livello e costi che di per sé sarebbero concorrenziali. Il Made in India non è ancora particolarmente competitivo in campo industriale. Dove l’India sta stupendo è nel campo dei servizi: Bangalore, Hyderabad, Pune ed altre città stanno diventando le “software house” del mondo. Fattori chiave di questo successo sono l’altissima scolarità delle elite indiane, la loro eccellente preparazione scientifico – tecnica, i costi contenuti, la capacità di lavorare in inglese, prima lingua delle classi alte indiane.

    Il settore dei servizi ha visto tassi di crescita straordinari negli ultimi anni, causando non poche polemiche in Europa, specie in Gran Bretagna e negli USA, sul fenomeno dell’outsourcing. Tale crescita è innegabile e probabilmente inarrestabile, ma crea solo pochi milioni di posti di lavoro e molto localizzati in una certa fascia d’alto livello della società. Difficile ipotizzare che servizi e software possano divenire l’unico vettore di sviluppo di un paese con più di un miliardo d’abitanti.

    Per stimolare la crescita indiana sara necessario investire in infrastrutture, comprese quelle “soft”, come sanità ed istruzione di base, rafforzare il settore manifatturiero, migliorare la produttività agricola e le condizioni di vita nelle campagne, dove forse non si muore più di fame ma dove centinaia di milioni d’indiani continuano a malvivere.

    I fattori di rischio della Cina sono diversi: una volta diminuito il ritmo febbrile degli investimenti, che hanno equipaggiato il paese con infrastrutture moderne ed alimentato la crescita, diverrà necessario gestire la transizione verso un sistema economico più “soffice” e creativo, che dia maggior spazio all’iniziativa individuale e meno alla pianificazione centralizzata. Sarà necessario tener conto del ritardo di sviluppo delle campagne e dell’ovest, superando un modello di sviluppo a chiazze come l’attuale. Sarà cruciale aumentare i gradi di decentramento per mettere in movimento le energie locali a scapito del centro, oggi onnipresente.

    È poi probabile che l’insieme di questi fattori abbia delle ripercussioni di carattere politico, che potrebbero mettere in crisi l’intero sistema.

    In sintesi, potremmo affermare che se gli indicatori indiani sono per il momento meno solidi di quelli cinesi, i problemi che l’India deve affrontare sono più essenziali, e richiedono soluzioni più lineari, quelli cinesi presentano forse più incognite e maggiori fattori di rischio.

    Se questi due paesi riusciranno a superare almeno in parte questi loro limiti, ed a confermare od addirittura a consolidare i tassi di crescita che li hanno caratterizzati negli ultimi anni, gli equilibri internazionali non potranno non vedersi profondamente cambiati.

    Ha fatto molto rumore uno studio di Deloitte & Touche che nel 2004 ha reso evidente la ridistribuzione del peso relativo delle economie mondiali nel XXI secolo. I cosiddetti BRIC (a Cina ed India vengono associati anche Brasile e Russia) avranno un peso economico significativamente maggiore nel corso del secolo, a fronte di un declino relativo dei paesi oсcidentali ma soprattutto dell’Europa.

    Un altro studio pubblicato recentemente da Icrier, un think – tank indiano, mette in luce il probabile emergere, nel corso del XXI secolo, di un mondo tripolare in termini di potere: dall’unipolarismo americano di oggi si passerebbe ad un bipolarismo USA – Cina attorno al 2020 ed ad un tripolarismo USA – Cina – India attorno al 2050.

    Tali studi sono per molti versi criticabili ed opinabili: molte ipotesi sono eccessivamente rigide, molti parametri ispirati nel passato quando l’ambizione di tali studi è invece quella di ipotizzare possibili scenari futuri.

    È però degno di nota sottolineare che in termini di PIL totale, la Cina ha già superato l’Italia ed il Canada, membri del G7, e si sta avvicinando ai valori del PIL francese e britannico.

    La Cina dovrebbe situarsi al quarto posto tra i produttori mondiali nel giro di pochissimi anni.

    Per quanto riguarda l’India, il PIL indiano è l’undicesimo al mondo, su valori assoluti ancora piuttosto bassi rispetto ai paesi del G7 (ad esempio, la produzione è meno della metà di quella italiana). Certo, se passiamo ad una valutazione in termini “per capita”, la Cina ed ancor più l’India sono abissalmente lontane dai valori che contraddistinguono i paesi occidentali. In dati 2000, ad un reddito annuale di 36.184 dollari a testa per un cittadino statunitense, corrispondevano 992 dollari per un cinese e 523 dollari per un indiano!

    Per molto tempo, l’occidente si è trastullato con dati di questo tipo, vista la centralità che per noi ha sempre avuto la distribuzione della ricchezza.

    Ma a fronte delle dimensioni demografiche combinate di Cina ed India e dei loro livelli di crescita, il dato corretto con cui contare è quello derivante dall’impatto d’urto sui mercati originato dall’emergere di paesi di tali dimensioni. Esso è già oggi ben visibile (quello della Cina sui prodotti manifatturati, quello dell’India sui servizi) pur in presenza di abissali differenze reddituali.

    Se poi valutiamo il PIL dei vari paesi non in dollari, ma secondo la metodologia statistica della parità del potere d’acquisto (PPP), che mette meglio in luce il potenziale di crescita di un’economia,possiamo notare che lo sfasamento tra valori assoluti e “reali” è minimo nel caso dei paesi sviluppati, ma molto elevato nel caso di India e Cina. Il PIL cinese si moltiplica per sei, collocando questo paese già al secondo posto dietro gli USA, quello indiano per cinque, portando l’India già al quarto posto in parità di valori d’acquisto, dietro al Giappone ma davanti alla Germania.

    Come detto, questa metodologia riflette in gran parte il potenziale in termini di crescita della produzione, poiché valori molto sfasati indicano un gran differenziale di crescita potenziale.

    Questo tipo d’approccio ha i suoi limiti: non sono presi in considerazioni i problemi distributivi, s’ignora il ruolo di nuove forme di governo internazionali quali i processi d’integrazione regionale, si da forse troppa importanza a concetti tradizionali rilevanti nella definizione del potere internazionale, quali il territorio, la popolazione, la forza militare e troppo poca al ruolo del commercio estero ed alle cosiddette forme di soft power, anch’ esse rilevanti nelle relazioni internazionali di oggi ed ancor più di domani.

    L’insieme di quest’analisi sembra fatta apposta per rendere evidente il declino europeo, visto che tutti i punti forti dell’integrazione europea (identità commerciale, politiche distributive del reddito, dimensione sociale) sono ignorati, е tutti i punti deboli (demografia, dipendenza energetica, assenza di potenza militare) amplificati.

    Ma è difficile ignorare una tendenza che sembra di lungo periodo, e che vede le grandi potenze asiatiche occupare un ruolo sempre maggiore nelle relazioni internazionali.

    Sulla base di queste proiezioni e delle percezioni che ne derivano, l’India e la Cina hanno avviato un processo d’avvicinamento che va seguito con attenzione. In Europa siamo portati a pensare soprattutto in termini d’integrazione ecоnomica. In realtà non è un mercato comune sino – indiano la prospettiva più probabile.

    Se è vero che queste due economie sono per il momento pienamente compatibili, con la Cina più competitiva a livello industriale, l’India nei servizi, e che l’intercambio bilaterale sta aumentando molto rapidamente, un’area di libero scambio indo – cinese od un’altra forma d’integrazione primariamente commerciale non è d’attualità: gli industriali indiani temono troppo la Cina, e le diffidenze reciproche sono troppo consolidate.

    Lo scenario più probabile, che di fatto si sta già prefigurando, è quello dell’aumento progressivo degli scambi mediante accordi preferenziali selettivi, l’intensificarsi di partnership tecnologiche, il rafforzamento di flussi d’investimenti cinesi in India nel settore infrastrutturale, d’investimenti indiani in Cina nel campo delle alte tecnologie, il rafforzamento dell’alleanza indo – cinese in vari ambiti multilaterali, compresa l’ОМС.

    La Cina è pronta a sostenere l’ingresso dell’India come membro permanente (senza diritto di veto) nel Consiglio di sicurezza ONU, mentre è molto meno favorevole alla candidatura giapponese, che ostacolerà finché potrà.

    Un tema di grande interesse comune tra Cina e India è quello dell’approvvigionamento energetico: si tratta del maggiore fattore di rischio per lo sviluppo a lungo periodo dei due paesi. Vanno letti in questo senso gli sviluppi triangolari in corso tra Pechino, Delhi e Mosca (recente vertice di Vladivostok). Lungi dal configurarsi come un’alleanza anti – americana, si tratta piuttosto di una “entente” pragmatica che ha l’energia e la cooperazione tecnologica come assi essenziali. D’altro canto, è proprio la dipendenza energetica che motiva l’impetuoso rafforzamento della marina cinese, finalizzato ad assicurare la fluidità delle rotte marittime verso la Cina (oltreché a mantenere aperto il caso Taiwan). In questo senso, l’intensificarsi della cooperazione militare e navale tra Washington e Nuova Delhi non è visto con favore dalla Cina.

    La Cina e l’India hanno finalmente intrapreso il cammino della crescita dopo secoli di letargo. Uno o due decenni di crescita permettono già di mettere in luce il loro enorme potenziale. Di fronte a tale situazione, Pechino e Nuova Delhi hanno deciso di mettere in cassetto alcuni contenziosi importanti (problemi di frontiera in Sikkim, Arunachal Pradesh, presenza cinese in Kashmir) e diffidenze secolari per mettere a frutto le loro sinergie economiche.

    L’analisi delle prospettive di lungo periodo rende probabile l’emergere di tre poli di potere nei prossimi decenni. La percezione di Washington del “pericolo” cinese giustifica l’attuale ravvicinamento tra India e USA, i cui rapporti nel passato erano stati tradizionalmente difficili. In questo contesto, l’Europa si vedrebbe penalizzata dalle proprie carenze strutturali in campo non economico. Nessun paese europeo è, infatti, in grado d’inserirsi da solo in uno scenario come quello configurato qui sopra.

    Il lato relativamente più debole di tale triangolo resterebbe l’India, che però si situerebbe tra Cina e Stati Uniti. Nello spazio asiatico, un’integrazione più ambiziosa tra Cina ed India è impensabile a causa della forte personalità culturale di tali civiltà millenarie. È risaputo che gli esperimenti nucleari indiani del 1998 non erano in chiave anti – pakistana, ma piuttosto anti – cinese. Le ferite del 1962, quando la Cina ignorò l’accordo di convivenza pacifica (Panchshell) stabilito con l’India e l’attaccò per poi ritirarsi all’improvviso, e l’asse privilegiata esistente tra Cina e Pakistan costituiscono un retroterra difficile da ignorare.

    È in ogni modo veramente improbabile che lo sviluppo cinese ed indiano si arrestino nei prossimi decenni: in questo quadro d’insieme l’unica ipotesi che attribuisce un qualche ruolo all’Europa è quello che vede un ulteriore approfondimento dell’integrazione ed un pieno consolidamento della dimensione esterna dell’UE. La timidezza in quest’ambito avrebbe come unico risultato accelerare il ridimensionamento verso il basso del peso europeo sulla scena mondiale.

  • L’Italia per il progresso dell’integrazione europea

    L’integrazione europea sembra in crisi. Nonostante il mercato unico, l’Euro, la Costituzione e tanti altri successi, i cittadini europei sembrano avere una visione sempre piu’ sfuocata del progetto politico europeo.

    Quello che noi europei siamo stati capaci di costruire in cinquant’anni verrà probabilmente considerato dagli storici prossimi venturi una straordinaria evoluzione in positivo del concetto di “governance”: già oggi un Rifkin ne parla in questi termini.

    Dalla guerra alla prosperità economica e l’eliminazione assoluta di prospettive belliche tra i membri dell’Unione: un risultato da poсо?
    Molti sembrano sottovalutarlo.


    Di fronte a questi grandi successi, che tra l’altro hanno costituito lo scenario necessario anche per lo sviluppo economico del nostro paese, che non avrebbe mai raggiunto i livelli di benessere attuali se non avesse partecipato al progetto europeo, è sconfortante vedere
    come oggi molte parti del mondo politico e dell’opinione pubblica e europea abbiano perso di vista l’insieme della questione.

    Trattare l’integrazione europea come un processo tecnico burocratico, come un gioco a somma zero dove uno vince e l’altro perde è un gravissimo errore di prospettiva.

    In questo quadro, al nuovo governo italiano spettano tre compiti fondamentali:

    1. Ridare all’Italia quel ruolo preminente ed attivo in Europa che la crisi post – Tangentopoli e l’attuale governo di centro – destra, privo di credibilità internazionale, le hanno tolto: in Europa oggi l’Italia non pesa quanto dovrebbe come paese “grande” e fondatore della
      Comunità.
      L’Italia deve rimettere la politica europea al centro, esprimere proposte e difenderle attivamente, creando le alleanze e le sinergie necessarie per la loro approvazione.
      L’Italia deve abbandonare la passività e riottosità che I’ha contraddistinta in tempi recenti in ambito europeo: l’Europa ha bisogno dell’Italia, delle sue idee, del suo contributo politico.
    2. Usare la dimensione europea come volano per le riforme di seconda generazione.
      Storicamente, e’ stata lo stimolo europeo quello che ha permesso di portare avanti le riforme intraprese in Italia, in campo economico, finanziario, commerciale.
      Molto resta da fare, ma l’euro – scetticismo serve solo a mascherare l’immobilismo.
      Ridivenire attivi in Europa significa vincolare le nostre politiche, in materia d’innovazione, ricerca, ca, imprenditorialità, mercato, lavoro, agli scenari prevalenti in Europa. L’Italia può divenire esempio di in dinamismo in Europa, come lo fu d’imprenditorialità in decenni passati. Basta decidersi a ripartire con coraggio e visione di futuro.
      Il recente rilassamento del patto di Stabilità non è di per sé una buona notizia, ma può dare un certo respiro in termini di conti pubblici, anche se vista la situazione specifica che lascerà il centro destra i margini non saranno enormi.
    3. Per rilanciare iniziative in Europa, è necessario che il governo italiano faccia uno sforzo pedagogico molto maggiore per spiegare l’Europa ai nostri cittadini, cui sfuggono i contorni del processo. Questo richiede onestà e chiarezza: l’Europa deve essere spiegata non come vincolo, ma come risorsa e stimolo.
      Il centro sinistra lo può fare, e lo deve fare.

    È poi importante che si rifletta agli scenari che si aprono in caso di non ratifica della Costituzione in altri paesi. In quel caso, l’Italia dovrebbe farsi portatrice non di un rinegoziato al ribasso, ma forse d’una nuova impostazione: ripartire su basi più ambiziose con i paesi che ci stanno, includendo la politica estera e di difesa come scenari d’integrazione, nel quadro d’un Unione a cerchi concentrici. Non è una soluzione ideale, ma può divenire uno scenario ragionevole cui pensare.

    L’Italia, per sua natura, interesse e vocazione, dovrebbe far parte dei
    paesi del nucleo centrale, più integrato.

  • La diaspora italiana: un input da valorizzare

    E’ indubbio che la modifica costituzionale approvata per facilitare il ci voto degli italiani all’estero può lasciare perplessi. Si tratta d’una soluzione del tutto originale, in quanto nessun altro paese prevede una rappresentazione su base territoriale degli italiani nel mondo.

    Il problema da risolvere era quello della difficoltà d’esercitare il diritto di voto, a causa della necessità esistente di esprimerlo recandosi fisicamente nel collegio d’origine in Italia. La soluzione scelta da quasi tutte le altre democrazie è quella del voto in consolato o del voto per posta.

    La legislazione italiana è andata molto al di là, e, una volta effettuata la prima elezione, sarà necessario fare un bilancio oggettivo di questa scelta.

    Ma allo stato attuale delle cose, si andrà al voto nella Circoscrizione Estero.

    A mio avviso, anche se il meccanismo elettorale favorisce i candidati il centro – sinistra istituzionali espressi dalle comunità, credo che il centro – sinistra dovrebbe cercare di sfruttare altrimenti il grande potenziale degli italiani nel mondo.

    Nel mondo ci sono migliaia di italiani, anche d’emigrazione relativamente recente, che in ambiti diversissimi occupano posizioni di prestigio ed hanno ottenuti notevoli successi professionali.


    Ritengo che sia molto più utile per il nostro paese attingere a queste professionalità, portando in Parlamento esperienze vincenti e persone capaci d’apportare un differenziale d’esperienza internazionale. Si tratterebbe d’un soffio d’aria nuova in un ambito spesso ultraprovinciale come quello della politica italiana.

    È chiaro che i temi cari alla comunità dovrebbero costituire una piattaforma irrinunciabile per i rappresentanti eletti: diffusione della lingua e della cultura italiana, assistenza ai connazionali in difficoltà, iniziative in campo economico e tecnologico finanziate con fondi italiani, contributo allo sviluppo economico dei paesi a forte presenza italiana, difesa e promozione del marchio Italia nel mondo.

    Ma quest’agenda non è sufficiente: idealmente, gli eletti in Parlamento dovrebbero essere italiani non solo d’origine, ma d’emigrazione relativamente recente, e totalmente familiarizzati con l’Italia di oggi, non quella di ieri.

    Persone di questo tipo sarebbero in grado di portare le loro esperienze maturate all’estero, stimolando nuove idee ed esperienze già risultate vincenti in altri paesi.

    In questo modo, i rappresentanti eletti all’estero non risulterebbero semplicemente un gruppo di pressione avente per obiettivo l’ottenimento di benefici per un collettivo specifico, ma uno stimolo а sviluppare nuove esperienze ed una ventata d’internazionalismo e professionalità nel Parlamento italiano.

    Un altro degli obiettivi da perseguire è quello di sfruttare esperienze consolidate in campo economico per definire iniziative di cooperazione più adeguate rispetto a quelli scarsamente efficaci del passato: l’Italia non ha mai saputo creare ponti economici con l’imprenditorialità italiana nel mondo, quest’elezione apre una nuova opportunità.

    Un commento sulle questioni culturali: da tempo l’Italia ha rinunciato a sostenere un sistema scolastico italiano nel mondo, paragonabile a quanto hanno fatto francesi e tedeschi. Problemi finanziari, mancanza di strategia, forse anche realismo, anche se le scuole italiane nel mondo avevano avuto una loro epoca di splendore.

    Gli Istituti Italiani di Cultura svolgono abbastanza bene il loro compito, ma sono presenti quasi solo nelle capitali. Sarebbe utile pensare ad un sistema di patrocinio, mediante finanziamenti leggeri, d’istituzioni locali in grado d’organizzare, con un minimo d’assistenza dall’Italia, attività culturali nelle numerose citta’ nel mondo nelle quali non è possibile aprire un istituto di Cultura.
    Festival di cinema italiano, mostre d’arte, design e cultura, convegni ed altre iniziative potrebbero essere replicate in diversi paesi con un costo limitato se si potesse contare su una rete su una rete d’istituzioni culturali “amiche” dell’Italia, anche se non necessariamente legate in esclusiva all’Italia.

    Da rivitalizzare poi la rete delle Camere di Commercio Italiane nel mondo, la cui operatività è oggi troppo legata all’ episodico attivismo dei suoi dirigenti locali. È necessario che la consistenza del sistema camerale venga sostenuta, mediante un rafforzamento del concetto di Camera ed iniziative di tipo orizzontale, che aiutino a standardizzarne i servizi: un altro compito cui i neo – eletti potranno dedicarsi.

  • Pace, diritti umani, interdipendenze economiche

    Le linee maestre d’una politica estera italiana

    Quali sono le relazioni internazionali che un’Italia pienamente integrata in Europa dovrebbe cercare di costruire?

    L’Italia e I’UE dovrebbero in primo luogo perseguire il rafforzamento del multilateralismo, conditio sine qua non per il raggiungimento di soluzioni equilibrate.

    Il raggiungimento di soluzioni multilaterali ai diversi problemi internazionali non è certo facile, come dimostrano i negoziati OMC equilibrio od in materia ambientale, ma è difficile immaginare equilibrio e collaborazione di tutti quando le soluzioni vengono imposte dall’alto o da qualcuno.

    Qualcuno potrebbe obiettare da “realista” che si tratta d’un utopia irrealizzabile: l’esempio dell’integrazione europea dimostra invece che quando si condividono i valori essenziali e gli obiettivi di fondo, si trova comunque il modo di progredire e d’avanzare insieme, anche se spesso è difficile ed a volte è opportuno arrestarsi.

    L’Europa è multilateralista per definizione, l’Italia non ha interesse alcuno a smarcarsi dal contesto europeo nei vari dibattiti internazionali.

    Come già accennato in un contributo precedente, l’Italia dovrebbe battersi instancabilmente per il raggiungimento sistematico d’una posizione europea.

    In questo, il futuro governo di centro – sinistra avrà interesse e smarcarsi dalle tentazioni neo – nazionaliste o acriticamente filo americane dell’attuale governo e far ritrovare all’Italia il posto che le spetta come membro fondatore dell’Unione Europea, oggi un po’ appannato.

    Questo non significa sostituire un americanismo acritico con un europeismo anch’esso acritico.

    L’Italia dovrà battersi per ma definire posizioni realistiche coraggiose, e sviluppare le sinergie necessarie con gli altri membri dell’Unione affinché divengano maggioritarie.

    I capisaldi di quest’approccio di politica estera dovrebbero essere, a mio avviso:

    • – il contributo attivo alla pace mondiale;
      – il consolidamento della democrazia e dei diritti umani;
      – l’intensificazione, su basi equilibrate, degli scambi economici.

    L”Italia da’ da tempo un contributo importante alle operazioni di peace – keeping. Tale contributo dovrebbe continuare, ma sempre e solo in un quadro d’una legalità internazionale che venne a mancare nel caso dell’intervento in Irak.

    L’Italia dovrebbe impegnarsi per una sempre maggiore europeizzazione delle operazioni di peace-keeping. Al tempo stesso, una capacità d’azione militare rapida a livello europeo dovrebbe essere resa operativa in tempi brevi. In questo modo, l’Italia e l’UE potrebbero sempre più contribuire alla soluzione di crisi umanitarie e belliche qualora ne esistano i presupposti condivisi.

    La nostra politica estera dovrebbe quindi contribuire a sviluppare una dottrina europea per gli interventi umanitari ed in caso di crisi, un passo che servirebbe ad evitare inerzie del passato.

    Allo sviluppo di tale dottrina dovrebbe poi associarsi uno sforzo logistico ed operativo che permetta all’Italia ed all’Europa d’assumere un ruolo adeguato nella soluzione delle crisi internazionali.

    Ma interventi di tipo militare possono smorzare le crisi, ma non certo costruire la pace.
    Una pace stabile è raggiungibile solo mediante una generalizzazione della democrazia ed il rispetto dei sistematico dei diritti umani, accompagnata da un riequilibrio dei rapporti economici.

    L’Italia dovrebbe contribuire all’affermazione d’un concetto euroрео ed internazionalmente condiviso della democrazia e dei diritti umani, senza eccezioni e deviazioni. In questo senso, un’equazione spesso complessa con i legittimi interessi economici dei nostri operatori dovrebbe essere effettuato, ma senza divenire una scusa per venire meno ai nostri impegni.

    Un esempio: se è fondamentale rafforzare i nostri rapporti economici con la Cina, nuova potenza economica mondiale, questo non significa dare il via al commercio di armi e tecnologie sensibili con quel paese, in assenza di precise garanzie e progressi tangibili in materia di democrazia e diritti umani.

    Diffondere la democrazia si può, intensificando la cooperazione e gli scambi d’esperienze, rafforzando quella che si definisce “politica soffice”, una materia in cui l’Europa ha un “know’-how” significativo e l’Italia la sua voce in capitolo.

    Ma relazioni internazionali equilibrate richiedono anche flussi economici più equilibrati. Concessioni significative vanno fatte in materia d’accesso ai nostri mercati: senza contribuire fattivamente ad un maggiore sviluppo economico delle economie del Sud è anche impossibile pensare d’ottenere migliori condizioni per i nostri prodotti. Dobbiamo legare maggiormente la nostra economia a quella dei paesi emergenti, senza cedere alle sirene del protezionismo.

    Questo richiede scelte a volte coraggiose ed una maggiore capacità pianificazione strategica sugli scenari internazionali, che tenga conto dell’evoluzione a lungo periodo sia degli scenari politici che di quelli economici.

  • L’agro alimentare: un potenziale da sfruttare

    Prendendo spunto dal dibattito di oggi “La catena del cibo”, cui non ho potuto partecipare, invio il mio contributo sul tema.

    Il settore agro – alimentare è certamente una ricchezza del nostro paese, ed uno dei settori con maggiori potenzialità del nostro export. Per sfruttare tale potenziale è però necessario coinvolgere l’intero settore in uno sforzo collettivo che tenga conto dei mutati scenari internazionali, senza inseguire vecchi sogni protezionistici.

    In primo luogo, è necessario che il nuovo governo sia molto più chiaro di quanto non si sia stati finora nei confronti degli agricoltori: l’agricoltura è un’attività importante della nostra economia, ma gli agricoltori non possono aspettarsi il mantenimento di protezioni paragonabili a quelle di cui il settore ha goduto per decenni.
    La riforma della PAC non è un punto d’approdo: a questa riforma ne seguiranno altre, orientate ad una sempre maggiore liberalizzazione dei mercati agricoli mondiali, nell’interesse sia dei consumatori (riduzione del prezzo degli alimenti) che della comunità internazionale.

    L’agri – food italiano non può che essere di nicchia, e centrata sui prodotti ad alto valore aggiunto.
    L’agricoltura italiana non può essere strutturalmente competitiva in produzioni di derrate alimentari su larga scala, né lo diventerà mediante costose protezioni artificiali.

    Il nostro agri – food è invece estremamente competitivo nei prodotti di qualità, legati a denominazioni d’origine, e nell’organico.

    Essendo tali prodotti venduti a prezzi più alti, essi non sono in competizione con le derrate a basso costo. Tali prodotti sono ricercati sia dai consumatori europei che da quelli extra – europei, anche nei paesi emergenti, dove la penetrazione dell’agro – alimentare italiano è ancora sotto potenziale, e di certo inferiore rispetto a quella di molti nostri concorrenti, sia europei che extra – europei.

    In termini di generazione di reddito, tali prodotti hanno una notevole capacità, da combinarsi con quella derivante dall’agriturismo.

    Nei negoziati internazionali (OMC), l’Italia dovrebbe trarre le conseguenze di tale approccio strategico ed appoggiare con decisione l’eliminazione dei sussidi all’esportazione, forse la maggiore palla al piede della diplomazia commerciale euroрeа.

    Tale eliminazione progressiva dei sussidi all’esportazione, che durerà alcuni anni, dovrebbe essere accompagnata da uno sforzo molto più accentuato della nostra filiera in termini di maggior penetrazione delle grandi catene distributive internazionali, dove ancora oggi, persino in Europa, il prodotto italiano è relativamente poco presente. Cooperative regionali o locali dirette all’esportazione dovrebbero moltiplicare le loro iniziative, per favorire le esportazioni dei
    produttori medio piccoli. In questo modo, nel giro di pochi anni potremo contare su un export rafforzato, ed il nostro settore pronto a convivere con una situazione più concorrenziale.

    L’export non è una via a senso unico: per ottenere accesso in altri mercati, è necessario concederne. Aprire senza remore ai prodotti più competitivi di altri non significa indebolire i nostri prodotti, ma è piuttosto la conditio sino qua non per affermarsi sui mercati in un contesto globale, dove non si regala nulla.

    Il governo italiano dovrebbe dare segni di realismo e, nell’ambito europeo dovrebbe concentrare la propria attenzione sui sussidi “verdi” non legati alla produzione od anche su quelli di tipo catalogati come blu (non commerciali), sempre quando non servano a proteggere produzioni non sostenibili nel lungo periodo.

    Sarebbe quindi necessario migliorare le capacità di tutto il settore di elaborare strategie di lungo periodo, privilegiando solo le filiere con vero potenziale, ed imparando a sfruttare sinergie anche con i paesi emergenti., là dove redditizie. Il nuovo contesto agricolo internazionale non è un gioco a somma zero, perché la domanda di cibo di qualità aumenterà moltissimo nei prossimi anni, e l’Italia dovrà riuscire a ritagliarsi una fetta consistente di tale mercato, imparando a guardare avanti e non arroccandosi su posizioni indifendibili.

    La ferma difesa delle indicazioni geografiche non riesce a far breccia a livello multilaterale: ebbene, l’Italia dovrebbe favorire, e non ostacolare, in seno all’UE, la conclusione di accordi bilaterali per la loro protezione.

    Fermezza anche sul rispetto degli standards sanitari, rifuggendo la tentazione di usarli a fini protezionistici, ma solo nell’interesse dei consumatori.

    Non sempre in passato i nostri produttori si sono fatti trovare preparati: se perdiamo il treno della nuova rivoluzione agricola mondiale le conseguenze saranno gravissime.

    L’agri – food italiano può essere, entro certi limiti, competitivo, ma c’è bisogno per questo di buone dosi di realismo e d’ambizione.

  • L’Europa come metodo

    Ritengo che la maggior parte dei contributi giunti sin qui in questa sezione rifletta poco una realtà incontrovertibile: l’assoluta necessità, per il futuro governo italiano, di elaborare una politica estera totalmente integrata nell’ambito europeo, senza ambiguità, velleitarismi o nazionalismi di ritorno.

    La PESC è la nostra politica estera, ed all’ interno di essa l’Italia deve recuperare la credibilità e l’influenza che la negligenza e le volute ambiguità del passato le hanno fatto perdere.

    Non si tratta di un problema – Berlusconi o Bush, ma piuttosto della necessità di prendere coscienza, una volta per tutte, dell’irrisorietà delle dimensioni delle nazioni europee di fronte alle grandi sfide internazionali del XXI secolo.

    Irrisorietà economica, e di questo siamo già più coscienti, ma anche politica e geo – strategica: l’alternativa non è tra un’Europa forte ed un’Europa meno integrata e debole, ma tra un’UE forte sulla scena internazionale od una costellazione balbuziente d’attori irrilevanti attenti a coltivare il loro sempre più piccolo orticello.

    Questo vale per l’Italia, ma anche per gli altri paesi, anche per quelli che si credono ancora grandi: Gran Bretagna, Francia, Germania, certa misura Spagna.

    Tutti gli analisti internazionali più competenti ed aggiornati guardano ad un mondo nel quale l’unica prospettiva credibile per l’Europa e quella della piena integrazione, che tutti i nostri partners tra l’altro si augurano (con qualche eccezione a Washington) perchè funzionale al
    raggiungimento di un maggiore equilibrio nelle relazioni internazionali.
    Là dove l’UE è forte (Commercio) o dove riesce ad esprimere posizioni coese (Kyoto, TPI) il funzionamento della comunità internazionale ne risente in positivo.

    Questo cosa significa per l’Italia?

    1. L’Europa deve divenire un metodo, non più un’opzione. Su ogni questione internazionale l’Italia deve rendersi protagonista, in ambito comunitario, d’iniziative tese al raggiungimento, sempre comunque, d’una posizione UE netta e precisa. Il lavoro della diplomazia italiana non dovrà con questo appiattirsi su e quello dei soci, ma contribuire attivamente alla definizione d’una posizione europea.
    2. Le scelte strategiche in materie afferenti alla politica estera, che di fatto ne fanno parte, come sicurezza e difesa, lotta al terrorismo, commercio, cooperazione internazionale, dovranno essere pienamente coerenti con questo metodo, evitando tentazioni d’indebolimento del fronte europeo su questa o quella questione, in beneficio di un illusorio vantaggio di corto respiro. Quando l’Europa è più debole, l’Italia è più debole. Sempre.
    3. Allontanare la tentazione di far parte o sviluppare Direttori o gruppi privilegiati nel quadro dell’Unione. Un Direttorio di “grandi paesi” non deve esistere, né l’Italia farne parte. L’Italia deve schierarsi senza ambiguità con i paesi che lavorano per un’Europa che parla con una voce sola. Quella che il mondo ci chiede.
    4. Questo non impedisce che su determinate questioni nella quali uno più paesi possiedono conoscenze o contatti specifici, si possano formare forme flessibili di cooperazione privilegiata per conto ed nome dell’Unione Europea.

    Un esempio a mio avviso positivo di questa linea di condotta fu l’atteggiamento dell’ultimo governo italiano di centro – sinistra in occasione della conclusione del Trattato di Nizza: nel contesto d’un negoziato frenetico nel quale la dimensione europea aveva ceduto il passo alla sommatoria di rivendicazioni nazionalistiche, il governo Amato fu tra i pochi a mantenere un atteggiamento costruttivo e realista. Fece Europa.

    In ulteriori interventi declinerò alcune delle proposte che a mio avviso il futuro governo di centro – sinistra dovrebbe formulare in campo internazionale, ma sempre utilizzando il metodo che ho presentato.

    Voglio solo anticiparne una: la posizione italiana in materia di riforma del CdS ONU è stata spesso oggetto d’ambiguità o addirittura di scherno: ritengo che il nuovo governo, in rispetto al suo europeismo di metodo, dovrebbe lavorare per una soluzione che preveda l’attribuzione d’un seggio permanente, senza diritto di veto, all’Unione Europea.

    Una riforma del CdS che voglia prendere atto della nuova realtà planetaria non puo’ aprire solo a Giappone, India, Brasile, Sudafrica. Il progetto europeo è, assieme alla decolonizzazione ed all’ascesa e caduta del blocco comunista, il grande avvenimento nelle relazioni internazionali della seconda metà del XX secolo. Una riforma che l’ignorasse nascerebbe zoppa, e l’Italia dovrebbe essere ferma su questo punto e adoperarsi anche presso i soci comunitari per una soluzione che non sia antistorica. Meglio non riformare che riformare male.

  • La sorprendente vittoria del Congresso nelle elezioni indiane

    La sorprendente vittoria del Congresso nelle elezioni indiane

    “Non è un mistero per nessuno che le prossime elezioni saranno agevolmente vinte dalla coalizione diretta dal BJP (Bharatiya Janata Party, Partito del pоpolo indiano). La National Democratic Alliance (NDA), composta da una ventina di partiti ma sotto la chiara leadership del partito nazionalista hindù del primo ministro Atal Bihar Vajpayee, raccoglierà così i frutti di cinque anni di successi economici, di arricchimento delle classi medie (asse portante del BJP), di modernizzazione del paese”.

    Questo scrivevamo a pochi giorni dalle elezioni, nell’articolo pubblicato sullo scorso numero della rivista.

    Resta come consolazione per il “granchio” preso il fatto d’essere in buona compagnia: assolutamente nessuno, né in India né fuori, aveva minimamente previsto un risultato di questo tipo: ad essere sinceri, nemmeno i vincitori, che si sono dovuti affrettare a buttar giù un programma unitario della coalizione che non esisteva prima del voto.

    Cominciamo con qualche numero: su un totale di 539 seggi nella Lok Sabha (la Camera bassa), il Congresso ne ha ottenuti 145 (erano stati 114 nel 1999), il BJP 138 (182 nel 1999). Questi dati mettono in evidenza come i due partiti principali siano lontanissimi dal poter governare da soli. Nonostante in India si voti con un maggioritario secco all’inglese, la proliferazione di partiti d’estrazione regionale fa sì che sia sempre necessario formare coalizioni vastissime: la NDA (National Democratic Alliance) саpeggiata dal BJP contava con 24 partiti, la UPA (Unite Progressive Alliance) formata dal Congresso ne ha 19.

    Tale fenomeno è relativamente recente: Nehru, Indira e Rajiv Gandhi avevano sempre potuto contare su confortevoli maggioranze assolute, salvo nel breve periodo in cui Indira fu costretta all’opposizione a causa del formarsi di una grande coalizione, che aveva preso a bordo gran parte degli altri partiti in chiave anti-Congresso.

    Nelle elezioni del 1999, il BJP aveva raggiunto con gli alleati quota 302, il Congresso solo 137 (era in pratica senza alleati), 100 erano andati ad altri partiti (il cosiddetto “Third Front”).

    La chiave dell’inaspettato successo del Congresso sta proprio qui: il partito, da sempre dominante nella politica indiana, aveva sofferto negli anni novanta della sua incapacità di stringere alleanze, trovandosi isolato, nonostante la sua connotazione di unico partito veramente nazionale. Il BJP, un partito radicato solo nel nord, nella zona di lingua hindi (grosso modo metà del paese) s’era invece contraddistinto per la sua capacità di tessere una rete di rapporti che lo rafforzavano in quegli stati (sud ed est dell’India) dove il partito era invece quasi inesistente.

    Il grande successo di Sonia Gandhi, che ha preso alla sprovvista tutti gli osservatori, poco fiduciosi nella sua capacità di centrare questo obiettivo, è stato invece quello di riuscire a stringere una serie di alleanze che hanno permesso al Congresso, senza aumentare in maniera significativa il numero dei propri voti, di aumentare notevolmente la consistenza
    del proprio gruppo parlamentare.

    Facciamo attenzione a questi dati: Congresso e alleati (UPA) hanno ottenuto, su scala nazionale, il 35,19 per cento dei voti, BJp e alleati il 35,31 per cento, altri partiti il 27,58 per cento. In termini di seggi, il Congresso ha prevalso 217 a 185. Inoltre, i partiti di sinistra, che hanno raggiunto il loro massimo storico con 56 seggi, hanno assicurato il loro appoggio esterno all’UPA, così come altri partiti.

    Il mandato governativo dato al Congresso è quindi molto solido: per il BJP, che pure non ha perduto voti, la sconfitta è stata cocente perché i sondaggi, peraltro assai poco affidabili in India, avevano previsto che superasse i 300 seggi.

    La geografia del voto è comunque molto diversificata: gli alleati del Congresso, in questo caso il DMк, fanno cappotto nell’importante Tamil Nadu: 35-0! Da notare che questo partito aveva partecipato al governo del BJP, abbondando la NDA poco prima delle elezioni. Un voltafaccia che è costato carissimo al BJP, e un’alleanza di grande significato personale per Sonia, visto che quel partito era stato a lungo sospettato di connivenza nel complotto che uccise Rajiv Gandhi nel Tamil Nadu nel 1991.

    Inattesa disfatta del BIP anche nell’Andra Pradesh, importante stato meridionale dove un alleato del BJP, Chandrababu Naidu, era unanimemente considerato il più brillante Chief Minister (primo ministro statale) dell’India: ebbene, le campagne hanno spazzato via un Naidu del tutto orientato sulle nuove tecnologie e la modernità; il Congresso è passato da 5 a 29 seggi, il BJp da 7 a 0, il TDP di Naidu da 30 a 13. Anche nelle contemporanee elezioni locali, il Congresso ha dominato completamente la scena, mandando il TDP all’opposizione.

    I risultati in questi due soli stati sono quindi sufficienti a spiegare la debacle del BJP, mentre nel resto del paese non si è poi mosso molto.

    Interessante notare che anche l’altro Chief Minister additato come modello di buon governo, S.M. Krishna (Karnataka), questa volta del Congresso, è stato battuto, perdendo sia il governo nello stato che la maggioranza dei seggi nazionali.

    Krishna e Naidu avevano legato le loro fortune al rapido sviluppo delle capitali indiane della società dell’informazione, Bangalore e Hyderabad, città che attirano numerosi investimenti in alte tecnologie da tutto il mondo grazie anche a politiche pubbliche mirate a quest’obiettivo. Entrambi hanno però commesso l’errore di trascurare le campagne, alle prese tra l’altro con gravi siccità. Il voto dei contadini (70 per cento della popolazione indiana) è stato uno schiaffo per i tecnocrati della nuova India: un risultato che fa meditare perché, in termini di gestione, è vero che i governi dell’Andra Pradesh e del Karnataka erano davvero tra i migliori dell’India.

    Nell’Uttar Pradesh, stato-chiave del nord con i suoi 80 seggi, e che ha espresso 7 degli 11 premier della storia indiana, né il BJp né il Congresso hanno sfondato: 10 e 9 seggi rispettivamente (tra quelli del Congresso anche Sonia, eletta a Rae Ваreli e suo figlio Rahul, eletto nel collegio storico della famiglia Gandhi ad Amethi). La parte del leone l’hanno fatta due partiti locali, Sp e BsP, espressione delle caste più basse (il voto in India è fortemente influenzato dai legami di casta, e tale struttura sociale è particolarmente forte nel nord dell’India).

    Il BJP ha ottenuto successi pressoché totali in stati popolosi come il Rajasthan e il Madhya Pradesh. Equilibrio invece nel Maharashtra (stato di Bombay) e, sorprendentemente, anche nel Gujarat, dove si aspettava una marea zafferano, il colore del BJP. Molto significativo che candidati del BJP siano stati sconfitti proprio nei collegi dove avvennero i peggiori massacri nel 2002.

    Il fattore-chiave del successo del Congresso sta quindi nel buon rendimento delle sue alleanze e negli errori commessi invece dal BJP in alcuni stati importanti. Errori che sono costati carissimi.

    Penso che fosse importante sottolineare questi dati per evidenziare come certe analisi un po’ frettolose (voto contro le riforme economiche, rivincita dell’India rurale su quella urbana) siano in pratica campate per aria.

    Innegabili però alcuni fatti: il risultato delle elezioni rappresenta un indubbio successo personale per Sonia Gandhi, a lungo considerata una guida inadeguata e inopportuna per il Congresso. Il voto ha spazzato via ogni residuo dubbio sul suo ruolo politico: la sua rinuncia a divenire primo ministro, quando il posto le era destinato, è stata una mossa magistrale, sicuramente preventivata, che ha colto nel segno: ha tolto al BJP, ossessionato dal problema delle sue origini straniere, ogni motivo per attaccarla; ha rialzato la propria statura morale, dato che l’opinione pubblica indiana è rimasta impressionata dal gesto, non certo abituale tra i politici indiani; ha passato lo scettro a un riformista convinto, Manhoman Singh, che da ministro delle Finanze fu l’iniziatore delle riforme economiche nel 1991. Si tratta di una scelta ben accetta dai mercati e di un politico del tutto fedele a lei e senza ambizioni personali. Inoltre Sonia rimane leader del partito, rompendo con una tradizione che vuole il primo ministro contemporaneamente leader del partito maggioritario, e tutti i ministri-chiave sono legati a filo doppio a lei.

    Nulla da dire: Sonia ha sorpreso in positivo, e si afferma come la figura centrale della politica indiana.

    Un’altra lezione chiara di queste elezioni è il rifiuto chiaro del settarismo culturale e religioso sospinto dal BJP. In questo partito convivono due anime: quella che propugna riforme economiche liberali, ma anche quella integralista, che sostiene una visione politica dell’induismo (bindutva) dominante ed escludente nei confronti delle altre religioni presenti in India. Il BJP si è dedicato a riscrivere i libri di testo usati nelle scuole, minimizzando il contributo musulmano e di altre comunità alla storia dell’India; ha promosso un’aggressiva politica pro-induista nei villaggi, giungendo persino a proporre il divieto di conversioni religiose dall’induismo verso il cristianesimo o il buddismo (un fenomeno abituale tra i membri delle caste più basse, che cercano in questo di sfuggire alla rigidità del sistema di caste nelle campagne); vuole promuovere il divieto assoluto del macello di mucche, animale sacro dell’Induismo ma regolarmente consumato da membri di altre confessioni religiose. Il momento più nero di tale atteggiamento politico è stato l’atteggiamento permissivo del governo BJp del Gujarat nei confronti delle folle che nel 2002 massacrarono musulmani (duemila morti, senza che la polizia intervenisse).

    Queste due anime convivono nel BJP, е l’equilibrio tra le due non è sempre facile da raggiungere. Il primo ministro Vajpayee non è mai stato propenso a usare troppo l’arma religiosa, ma il suo vice, L.K. Advani, ora nominato leader dell’opposizione, ha basato tutta la sua campagna elettorale su una trionfalistica Rath Yatra (viaggio su carro) che, evocando la mitologia induista, l’ha portato da un capo all’altro dell’India. La Rath Yatra non ha portato voti, anzi i candidati oltranzisti sono spesso stati sconfitti là dove si sono presentati, nel Gujarat e a Bombay.

    È questo un altro grande successo per Sonia, che ha sempre affermato di essersi impegnata in politica per difendere i valori del secolarismo risalenti a Gandhi e Nehru. Uno dei capisaldi ideologici del Congresso esce sicuramente rafforzato da questo risultato, e il fronte dell’hindutva dovrà chiedersi cosa fare adesso.

    Più complesso il discorso sulla continuità delle riforme economiche: alcuni, presi dall’entusiasmo per la sconfitta del BJP, si sono avventurati a interpretarla come un rifiuto espresso dalle masse indiane contro le riforme economiche e la globalizzazione. Se è vero che in buona parte delle campagne, poco toccate dall’aumento del benessere visibile nelle città, la campagna pro-poor del Congresso ha fatto presa, è anche vero che in altre zone il BJP e i suoi alleati si sono invece imposti.

    Ferma restando l’evidente necessità per l’India di avviare delle serie riforme agricole che permettano a 700 milioni di persone di innalzare i loro livelli di vita, spesso bassissimi, la natura del voto rurale in India sembra essere stata più politica che strettamente economica. Gli elettori hanno espresso la loro insoddisfazione per le carenze infrastrutturali (strade, acqua, elettricità) e l’hanno fatta pagare ai governi in carica, quale che fosse il loro colore. Negli stati dove si è imposto il BJP (Rajasthan, Madhya Pradesh), il risultato non ha fatto che confermare quanto avvenuto pochi mesi prima, quando i governi del Congresso furono sconfitti nelle elezioni locali.

    C’è quindi una diffusa volontà di cambiamento tra gli elettori indiani, che mette in discussione la capacità della sfera politica di produrre risultati concreti sul terreno, piuttosto che una visione complessiva pro o contro le riforme economiche.

    Sorprende piuttosto che il BJP, che aveva puntato gran parte della sua campagna elettorale sul motto “India brillante”, sia stato pesantemente sconfitto anche nelle grandi città, dove sono concentrate quelle classi medio-alte che sembravano sensibili a tale discorso.

    In realtà, la lettura d’insieme del voto sembrerebbe suggerire più un rifiuto generalizzato del modo di governare le città e gli stati indiani da parte di un ceto politico anchilosato ed ereditario (cento dinastie politiche sono rappresentate in Parlamento) piuttosto che rispondere a una chiara scelta politica. In questo caso, il Congresso è risultato favorito in quanto opposizione, ma le cose potrebbero cambiare rapidamente.

    Il governo formato dal Congresso e dai suoi alleati denominato, come detto, UPA, ha per prima cosa voluto confermare che le riforme economiche verranno continuate. La stessa figura scelta per dirigere il governo, Manhoman Singh, è emblematica in questo senso: economista di grande prestigio, arrivato tardi alla politica e mai eletto, fu il ministro delle Finanze che diresse, a partire dal 1991, le riforme economiche lanciate dal governo Rao, che rappresentarono un vero punto di svolta rispetto alla tradizione dirigista seguita fino ad allora dai governi indiani. I mercati, estremamente volatili nei giorni successivi alle elezioni, si sono calmati con la nomina di Singh.

    Alle Finanze è andato un altro economista di grande prestigio, P. Chidambaram, che occupò questo posto già nel 1997. Un altro personaggio dalla reputazione piuttosto solida.

    Il Programma minimo comune (CMP) elaborato dalla coalizione diretta da M. Singh nei giorni immediatamente successivi alla formazione del governo introduce alcune novità nel tono, ma conferma che non è prevista alcuna interruzione né tantomeno un passo indietro nelle riforme economiche: l’appoggio esterno delle sinistre al governo avrebbe potuto farlo pensare, ma la necessità di alimentare una crescita economica sostenuta (7-8 per cento all’anno) per tenere testa alla crescita demografica e migliorare il livello di vita della popolazione rende impossibile pensare a un ritorno del protezionismo e del dirigismo.

    Ma le riforme intraprese in India non sono mai state selvagge: anzi, l’India rappresenta un caso senz’altro singolare di apertura economica abbinata a una grande prudenza: se il BJP, conservatore dal punto di vista sociale, voleva evitare il più possibile ogni sorta di occidentalizzazione, il Congresso e le sinistre sono altrettanto legati, anche se in un modо diverso, a preservare l’originalità dell’India. La differenza sta semmai nell’approccio: il BJp puntava allo sviluppo delle élites, trascurando il resto della popolazione; il Congresso ha a cuore, e lo ribadisce nel programma, le grandi masse rurali, le classi lavoratrici, l’”uomo comune”.


    Ma entrambe le visioni rifuggono le sirene della globalizzazione sine qua non.
    l’India deve rimanere in primo luogo se stessa, su questo v’è unanimità nella pоlitica indiana. Le riforme dovranno essere prudenti e selettive: come dice il programma, esse dovranno avere un “volto umano”.

    Questo atteggiamento è molto legato alla storia indiana: paese dalla cultura millenaria, da cui si sono originati concetti essenziali delle civiltà eurasiatiche e della stessa cultura universale, non accetta di piegarsi senza se e senza ma agli imperativi della modernizzazione. Dopo più di un decennio di riforme economiche, in India si respira ancora un’aria molto diversa da quella del Sud-Est asiatico, dove i valori del capitalismo occіdentale si sono fusi con gli elementi fondanti delle culture locali per dar luogo in fondo a uno shock culturale. L’India no, rimane prima di tutto India, con i suoi limiti e contraddizioni: ma troverete raramente un indiano disposto a premere sull’acceleratore della modernizzazione.

    Questo governo andrà quindi avanti sulla via di un’apertura selettiva dell’economia indiana al commercio estero e agli investimenti; andrà piano nelle privatizzazioni, che toccheranno solo imprese statali in perdita; non porterà avanti alcuna riforma per rendere più flessibile il mercato del lavoro; starà bene attento a non prendere impegni internazionali che lo obblighino a forzare i tempi della propria apertura economica (ad esempio all’OMC). Insomma, farà di tutto per tenere il pallino in mano.

    Nonostante il basso reddito pro capite dell’India, che colloca il paese molto indietro rispetto agli altri paesi emergenti, questa gode però di un vantaggio relativo: non dipende in misura significativa dai mercati finanziari internazionali, la maggioranza dei capitali sono nazionali, le riserve valutarie sono abbondanti. Anche se si può sostenere che questi siano altrettanti limiti od occasioni perdute del modello di sviluppo indiano, al tempo stesso questi fattori rendono l’India relativamente più autonoma rispetto ad altri paesi.

    I principali ministri del nuovo governo non sono certo giovanissimi: con l’eccezione di Chidambaram (58), sono tutti ultra-settantenni, e s’iscrivono nella tradizione nehruviana del Congresso. Molti sono legati personalmente a Sonia, altri le hanno fatto la guerra in passato ma sono leaders importanti del partito la cui presenza è necessaria al nuovo governo. Di certo, non ci si può aspettare da questo gruppo una gran ventata d’originalità: ma il primo obiettivo del Congresso dopo le elezioni vinte a sorpresa era quello di trasmettere una sensazione di stabilità. I volti nuovi, tra cui Raul Gandhi, dovranno farsi le ossa nella vita parlamentare prima di ambire a posizioni esecutive: anche questa è in fondo una tradizione indiana.

    In politica estera, c’è da attendersi la continuazione del disgelo con il Pakistan avviata dal precedente governo: è un capitolo fondamentale per liberare l’India da una grave ipoteca che la frena.

    L’amore a tutto tondo per gli USA professato dal BJP si vedrà senz’altro ripensato senza essere rinnegato: i due paesi hanno bisogno l’uno dell’altro e la comunità indiana d’America è sempre più benestante, influente e integrata.

    È anche prevedibile una maggiore attenzione dell’attuale governo indiano per l’Unione europea allargata, così come per la Russia. Il rapporto con la Cina presenta molte incognite, ma il governo Vajpayee si era mosso molto per rompere antiche diffidenze. Il fronte Nuova Delhi-Pechino rimane uno dei grandi assi potenziali del XXI secolo.

    Il nuovo governo sarà probabilmente meno attivo rispetto al precedente nella conclusione di accordi commerciali bilaterali e regionali, anche se il processo d’integrazione sud-asiatico (SAARC) dovrebbe vedersi rafforzato dal miglioramento delle relazioni tra India e Pakistan.

    L’India è rimasta sorpresa dall’inaspettato risultato elettorale, e la transizione è stata lunga: venti giorni di scrutinio, dieci di negoziati per la formazione del governo. Solo adesso l’azione dell’esecutivo sta partendo e un periodo d’aggiustamento è preventivabile. Anche se la maggioranza è numericamente solida, le sorprese non sono escluse. Il gran numero di politici regionali che sono divenuti ministri, e che tenderanno, com’è loro tradizione, a governare ad esclusivo beneficio del loro bacino d’utenza creerà senz’altro problemi e tensioni.

    Ma questa volta mi permetterete una certa prudenza, per cui non mi lancerò in previsioni precise.

  • l’India: analisi di una potenza emergente

    l’India: analisi di una potenza emergente

    L’India che dal 20 aprile al 10 maggio va alle elezioni per eleggere il suo 14° Parlamento (Lok Sabha), dal 1947 è un paese cui si suole dedicare in Europa pochissima attenzione: l’informazione sull’India che appare nei nostri media si limita di solito a qualche stereotipo. Da una parte si propagano immagini di pоvertà e drammatiche ingiustizie sociali, dall’altra si coltiva la dimensione spirituale dell’India. Entrambe queste realtà esistono e contribuiscono a formare la complessità di questo paese, ma non l’esauriscono di certo.

    Le élites indiane tendono a essere vittime di uno strabismo in fondo simile: esse passano letteralmente oltre l’esistenza di una problematica sociale in questo paese, e concentrano tutta la loro attenzione sullo sforzo di crescita del paese. Ancor più dello sviluppo economico e del miglioramento delle condizioni di vita, ciò che sembra attrarre tutte le loro energie è l’acquisizione di uno status internazionale di “superpotenza” per l’India. Ossessionati dalla necessità di dimostrare a ogni piè sospinto il loro cosmopolitismo, ma anche la loro originalità culturale derivante dall’essere indiani, gli strati più abbienti della popolazione indiana vedono solo un’India, quella moderna ed elitaria. Il resto viene ignorato, come se non esistesse.

    Tra queste due visioni estreme, esiste poi un paese reale di più di un miliardo di abitanti (il secondo al mondo), spesso ignorato perché considerato un mistero o un gigante addormentato senza possibilità di risveglio. Ma negli ultimi due-tre anni l’attenzione internazionale nei suoi confronti si è improvvisamente risvegliata, grazie ai notevoli risultati economici e alle ancor più impressionanti prospettive di crescita nei prossimi decenni. Al Foro economico mondiale di Davos si è parlato mondo di India, delle sue prospettive di crescita e della sua industria high-tech, l’alternativo Foro sociale mondiale si è svolto a Bombay e ha dato voce a chi invece di tale modello di sviluppo ha una visione critica.

    In questi mesi in India si cita a più riprese, con malcelato trionfalismo, uno studio della Goldman Sachs sulle prospettive di crescita economica da qui al 2050 di quattro grandi paesi emergenti: Cina, India, Brasile e Russia. Le conclusioni dello studio sorprenderanno chiunque sia abituato a guardare al mondo solo attraverso le lenti del presente: estrapolando tassi di crescita attuali e potenziali, questi paesi vedrebbero spettacolarmente innalzato il loro peso economico, e conseguentemente la loro influenza mondiale, nei prossimi decenni. I dati sono particolarmente significativi nel caso dei due giganti asiatici. In India non ci si stanca di ripetere che, secondo lo studio, il PiL dell’India supererà quello italiano attorno al 2016, quello francese e quello britannico verso il 2022, е che l’India si dovrebbe affermare come la terza economia mondiale (dopo USA e Cina) verso la metà del secolo. Naturalmente, tutto ceteris paribus, cioè dando per buoni per tutto il periodo tassi di crescita simili a quelli attuali (nei paesi emergenti e nei paesi a economia più matura).

    Le ipotesi sono quindi abbastanza limitanti, ma è altrettanto vero che, al di là dell’esattezza puntuale delle previsioni o del momento preciso dei “sorpassi”, la tendenza analizzata dallo studio sembra difficilmente contrastabile. Il mondo verso cui stiamo andando sarà significativamente diverso da quello attuale, e in quel contesto la misconosciuta India avrà un peso economico e geopolitico diverso dall’attuale.

    Nello studio di Goldman Sachs si citano le dimensioni assolute del PIL, non il suo livello pro capite. In termini relativi, i PIL cinese e indiano rimarranno per tutto il XXI secolo chiaramente al di sotto di quelli statunitensi ed europei, questo è fuori discussione. Ma ciò che fa pendere la bilancia verso l’Asia è l’effetto derivante dalla combinazione di una crescita economica sostenuta con livelli demografici elevatissimi: India e Cina assieme hanno oggi più di due miliardi e duecento milioni di abitanti. Anche se i tassi di natalità stanno riducendosi, come sempre in presenza di sviluppo economico, tra pochi decenni un abitante su due del pianeta sarà cinese o indiano!

    Alla Cina tutti fanno attenzione da tempo. Vale senzʼaltro la pena di seguire un po’ più da vicino anche le vicende indiane e capire di che paese stiamo parlando. Le operazioni elettorali prendono venti giorni per la semplice ragione che il paese è immenso, e per effettuarle tutte in contemporanea sarebbero necessari milioni di funzionari incaricati della supervisione. Questo ci ricorda che l’India è una democrazia (in Cina non hanno di questi problemi), la più grande democrazia del mondo in termini quantitativi (una democrazia “vibrante”, si dice da queste parti).

    Dal 1947 aoggi, l’India ha tenuto fede a questa caratteristica: salvo una breve eсcezione ai tempi di Indira Gandhi (sospensione delle garanzie democratiche dal 1977 al 1979, che le costò l’immediata ripulsa degli elettori nella tornata successiva), l’India ha sempre funzionato come una democrazia. Si può discutere di alcuni aspetti sostanziali di tale sistema democratico, come la limitatezza di certi diritti economici e sociali, ma sarebbe sbagliato sottovalutare la portata della democrazia indiana: un paese di proporzioni immense e in gran parte povero, nel quale non hanno peraltro mai prevalso tentazioni autoritarie. Non vi sono altri esempi simili al mondo, e questo è senz’altro un atout che onora questo paese e che gli va riconosciuto.

    Così come va giustamente valorizzato un altro aspetto: a partire dalla “Rivoluzione verde” degli anni settanta l’India, pur rimanendo un paese in cui diverse centinaia di milioni di persone vivono in povertà, è sostanzialmente autosufficiente dal punto di vista alimentare, e anzi si
    propone oggi come un esportatore di prodotti agricoli.

    Se teniamo conto che le carestie erano endemiche nell’India britannica (che non arrivava a quattrocento milioni di abitanti) e che oggi l’India riesce a sfamare più di un miliardo di abitanti con risorse proprie, non possiamo non riconoscere in questo un successo straordinario.

    Democrazia e autosufficienza sono due concetti-chiave dell’immaginario collettivo indiano, e spiegano molte delle scelte politiche effettuate dai governi di Nuova Delhi nel corso degli anni: la democrazia è la conseguenza del movimento collettivo che, sotto la guida spirituale e politica del Mahatma Gandhi, portò all’indipendenza. Questo movimento, un esempio raro nella storia di fusione tra una leadership illuminata e un movimento pacifico “dal basso” (oggi diremmo della società civile) era per sua natura democratico. Quindi tradire la democrazia significherebbe tradire le radici stesse dell’India indipendente.

    L’autosufficienza alimentare è importante perché la tappa coloniale rappresenta un passato doloroso che ha marcato profondamente l’India: paese ancora oggi rurale (circa 700 milioni di persone vivono dell’agricoltura), ha fortemente sofferto un modello economico funzionale esclusivamente agli interessi della potenza coloniale che soffocava ogni velleità di autonomia. L’India-colonia produceva ciò che faceva comodo all’Impero britannico, da cui a sua volta importava tutti i prodotti manufatturieri, a ragioni di scambio determinate da Londra. Anche nei primi decenni successivi all’indipendenza, la cronica insufficienza alimentare ha portato a rapporti conflittuali con le potenze (USa e URSS), che spesso usarono di quest’arma per estendere la loro influenza.

    Questo spiega l’ipersensibilità indiana nei confronti di chiunque cerchi di usare l’economia come forma di pressione: sin dai primi anni di indipendenza l’India volle sviluppare un’economia e un’industria saldamente in mani nazionali, ed eliminare la dipendenza dall’estero sia sotto forma di investimenti che di importazioni alimentari.

    Ancora oggi, gli investimenti esteri in India sono molto inferiori a quelli effettuati nelle altre economie emergenti, e il commercio estero indiano rappresenta una quota del PiL di molto inferiore a quella dei paesi più sviluppati o anche di molti Pvs. Questa caratteristica dell’economia indiana è ambivalente: da un lato preserva l’India da quelle dolorosissime crisi di liquidità che attanagliano l’America Latina o altri paesi emergenti, dall’altra ne limita in parte il potenziale di sviluppo in termini tecnologici.

    Questo modello nazionalista di sviluppo, che risale a Nehru e che era stato portato avanti anche dai successivi governi, si arrestò nel 1991, quando il governo Rao fu costretto a una svolta in termini di apertura economica: le riserve valutarie erano giunte quasi a zero e la crescita era divenuta asfittica, anche a causa dei troppi livelli di controllo e regolamentazione tipici di un’economia pianificata come quella indiana (sistema delle licenze o raj).

    Un decennio di riforme economiche (privatizzazioni, deburocratizzazione, liberalizzazione dell’economia) ha portato a una notevole accellerazione dei tassi di crescita, che si sono assestati su livelli sconosciuti prima dell’apertura e hanno portato a un’euforia impensabile in passato. In un contesto economico internazionale non brillante, un’economia come quella indiana cresce tra il 6 e l’8 per cento all’anno, e l’accumulazione nel tempo di tassi di questo tipo diviene davvero significativa, anche pensando all’ancora enorme fossato esistente tra 250 milioni di indiani inseriti nell’economia moderna e il resto.

    Come detto, l’economia indiana è ancora a forte connotazione agricola (essa rappresenta circa un quarto del PIL). In questi anni, è stata impressionante l’ascesa dei servizi, specialmente produzione di software e outsourcing, grazie alla straordinaria competitività indiana in questo settore: una popolazione molto istruita (diversi milioni di laureati l’anno), perfettamente a suo agio in inglese e con l’uso delle alte tecnologie, e dai costi molto contenuti se paragonati ai parametri internazionali.

    Questo spiega come mai in India si produca oggigiorno più della metà del software mondiale, perché la maggior parte dei centri di sviluppo tecnologico delle multinazionali si stiano localizzando in India, specie sull’asse Bangalore-Hyderabad-Pune. Non solo, ma negli USA e in Europa molte aziende del settore sono possedute da indiani o vedono molti ingegneri indiani nelle loro fila.

    Questa è una dimensione che non va trascurata: se gran parte dell’India vive ancora oggi ai margini dello sviluppo, specie nella “cintura dell’hindi”, che corrisponde in sostanza all’India settentrionale, questo paese ha una presenza marcatissima nei settori a maggior valore aggiunto. E non si tratta solo di trasferimento di funzioni a basso costo, ma della concezione e dello sviluppo di nuovi prodotti. L’India ha un futuro, parte dell’India è già nel futuro.

    Certo, l’high-tech non può dare lavoro a un miliardo di indiani, ma rappresenta comunque un asse di sviluppo di fondamentale importanza. L’India rappresenta un caso curiosissimo nella storia economica: non si ricordano altri casi di economie in sviluppo i cui due pilastri principali fossero l’agricoltura e i servizi.

    Per consolidare le prospettiva di crescita cui abbiamo fatto cenno, l’India si vede obbligata a rafforzare il proprio settore industriale, necessario anche per soddisfare la crescente domanda di beni delle nuove classi medie, che si affacciano ora sul mercato, in modo simile a quanto gli italiani fecero negli anni sessanta.

    L’industria indiana di oggi è di vaste dimensioni, ma nella maggior parte dei casi ancora incapace di produrre prodotti di qualità, in grado di competere sui mercati mondiali. Questo spiega la riluttanza dei governi indiani a ridurre con più decisione le tariffe doganali, oggi le più elevate al mondo. Questa spirale è negativa, perché molte importazioni sono invece necessarie proprio per modernizzare l’apparato produttivo. La contraddizione tra le ambizioni globali dell’India e il suo atteggiamento iperconservatore in materia di protezione economica rimane uno dei nodi da sciogliere nel prossimo futuro.

    Altre grandi questioni aperte con cui i futuri governi indiani dovranno fare seriamente i conti sono le seguenti:

    • – modernizzazione dell’agricoltura: l’agricoltura indiana è oggigiorno in gran parte di sussistenza, anche se relativamente meccanizzata (eredità della “Rivoluzione verde”). Esistono molte limitazioni alla libera circolazione dei prodotti agricoli da uno stato all’altro, enormi i problemi di finanziamento e organizzazione dei mercati. Una volta risolto il problema dell’autosufficienza alimentare, la prossima sfida da affrontare è quella della modernizzazione del settore, con l’inevitabile riduzione del numero di occupati;
      – l’inevitabile flusso di popolazione verso le città provocherà dei notevoli problemi di sostenibilità. Gli agglomerati urbani indiani sono già oggi tra i più grandi al mondo e le infrastrutture sono del tutto insufficienti: un ulteriore esodo non farà che mettere maggiormente a prova delle città già invivibili, nelle quali acqua pulita, energia elettrica, trasporti e abitazioni sono carenti;
      – l’ulteriore sviluppo economico dell’India si potrebbe vedere frenato proprio da queste carenze infrastrutturali: strade, produzione di energia elettrica, porti, aeroporti sono altrettante palle al piede dell’India di oggi. Non è pensabile un significativo passo in avanti in assenza di seri correttivi alle deficienze attuali;
      – per effettuare tali enormi investimenti sarà però necessaria una decisa modernizzazione e moralizzazione del sistema politico. L’India ha oggi un insostenibile deficit pubblico del 10 per cento annuale, essenzialmente dovuto a una spesa pubblica fuori controllo, risultato di una gestione clientelare delle finanze pubbliche da parte di un sistema politico paternalista e drammaticamente antiquato rispetto ai bisogni dell’India moderna. Se l’India non ha bisogno, a differenza di altri paesi emergenti, di un costante flusso di capitali esteri per saldare la propria bilancia dei pagamenti, è però chiaro che ipotecare le risorse pubbliche in spese improduttive non fa gli interessi del paese;
      – un’altra grande questione aperta è quella della scarsa attenzione prestata dai poteri pubblici a quelli che l’esperienza ha dimostrato essere i due assi portanti dello sviluppo: educazione e sanità. In India esiste un’impressionante asimmetria tra delle élites cosmopolite e coltissime, cittadine a pieno titolo del mondo, e una grande massa di diseredati le cui condizioni di vita sarebbero intollerabili nel mondo sviluppato. Il governo indiano dedica risorse irrisorie alla sanità pubblica e alla scuola primaria, contribuendo in questo modo ad ampliare il fossato tra le due Indie. È questa dimensione sostenibile per un paese che vuole consolidare la sua crescita?

    Non è un mistero per nessuno che le prossime elezioni saranno agevolmente vinte dalla coalizione diretta dal BJP (Bharatiya Janata Party – Partito del popolo indiano). La National Democratic Alliance (NDA), composta da una ventina di partiti ma sotto la chiara leadership del Partito nazionalista hindù del primo ministro Atal Bihar Vajpayee, raccoglierà così i frutti di cinque anni di successi economici, di arricchimento delle classi medie (asse portante del BJP), di modernizzazione del paese.

    Se è vero che l’apertura economica fu lanciata nel 1991 da un governo del Congresso (dall’allora ministro delle Finanze Mahoman Singh), è anche vero che molti dei dividendi risultano dalla continuità data a tali riforme dal BJP.

    Il progetto politico del BJP è ambivalente e va compreso nella sua originalità: i principali dirigenti del partito sono membri dell’Rss, movimento ultra-nazionalista dalle tinte fascisteggianti. Per passare dalla quasi irrilevanza all’epoca di Rajiv Gandhi (primi anni ottanta) al predominio di oggi, gli ideologi del partito hanno dovuto senz’altro contare con il logoramento fisiologico del Congresso, l’erede della tradizione politica gandhiana e nehruviana. Ma hanno anche forzato molto alcuni aspetti “hindừ” del loro discorso, al fine di creare un nuovo movimento popolare tra le masse indiane, deluse dal Congresso e stimolate a mobilitarsi attorno a un’agenda politica “color zafferano” (Hindutva) che predica la supremazia degli induisti sulle altre comunità indiane (musulmana, sikh, cristiana, buddista, jainista).

    Oggi il BJP è portatore di un progetto politico che sembra contraddittorio se visto con occhi occidentali: esso associa al liberalismo economico un’agenda sociale conservatrice, tesa a perpetuare l’originalità della società indiana, fondata sull’inamovibilità del sistema delle caste e il meccanismo dei matrimoni concordati dalle famiglie all’interno della stessa cаsta, un formidabile meccanismo di conversazione dei privilegi e del potere.

    L’esperienza occidentale farebbe pensare che le trasformazioni economiche siano destinate ad appianare quelle sociali: l’osservazione del caso indiano rende tale dinamica molto meno evidente: almeno è questo quanto il progetto politico del BJP, attualmente vincente, tende a fare.

    Questa proposta politica del BJp ferisce al cuore un caposaldo del Congresso: quello del “secolarismo”, l’uguaglianza tra le varie religioni dell’India. Pur se in maniera diversa, sia Gandhi che Nehru erano entrambi legati all’idea di un’India tollerante e laica, dove l’essere cittadini dell’India prevaleva su ogni altra considerazione. Rivelatosi impossibile evitare la divisione con il Pakistan, il Congresso ha sempre perseguito una politica di “unità laica”, anche se a volte con difficoltà (lo scontro con il fondamentalismo sikh costò la vita a Indira).

    Il BJp ha un’idea diversa: per questo partito l’uguaglianza tra comunità non è possible né consigliabile: gli 850 milioni di induisti sono i “veri indiani”, 130 milioni di musulmani, 40 milioni di cristiani, i sikh sono “meno indiani” rispetto ai loro concittadini induisti.

    Questo spiega l’esistenza di un’agenda ultra-induista i cui contenuti sembrano un po’ inverosimili a un’osservatore esterno: controversia su Ayodhya (città dove gli integralisti hindù hanno distrutto nel 1992 una moschea costruita sul luogo dove sarebbe nato Rama, uno degli dei più importanti dell’induismo), interdizione del macello di mucche (animale sacro dell’induismo ma consumato da musulmani e cristiani), eliminazione del codice civile specifico per i musulmani, divieto delle conversioni religiose.

    Pur in presenza di una politica dai contenuti laici, i conflitti tra diverse comunità (fenomeno chiamato commuпalism in India) sono scoppiati periodicamente dal 1947 a oggi. L’attuale intensificarsi dei riferimenti a una politica strettamente induista predicata dal BJP proietta però ombre inquietanti sul futuro di questo paese, che avrebbe invece interesse a mobilitare tutte le proprie energie sul resto dei problemi che lo affliggono piuttosto che a costruire nuove barriere e a seminare futuri conflitti.

    I tragici fatti del Gujarat, quando nel 2001 più di duemila musulmani furono trucidati senza che le autorità statali facessero il loro dovere per fermare le stragi, costituisce un esempio dell’India horribilis che potrebbe prevalere se il settarismo dovesse avere la meglio sul principio della convivenza.

    Se la coalizione attualmente al governo è alle prese con questa contraddizione di fondo, l’opposizione, guidata dall’All India Congress, partito che ha governato l’India per buona parte del periodo 1947-1999, sembra incapace di proporsi come alternativa credibile. La difesa del secolarismo a fronte dell’ascesa di programmi di ispirazione religiosa è un punto fermo del Congresso, ma sembra insufficiente ad arrestare la marea color zafferano (colore dell’induismo) del BJP.

    Il Congresso soffre anch’esso di parecchie contraddizioni: esso rimane un partito succube della famiglia Gandhi. Attualmente diretto da Sonia (la moglie di origini italiane di Rajiv), attaccata dai nazionalisti come inadatta a divenire primo ministro perché “straniera”, rimane un partito antiquato, mal organizzato, privo di capacità di “coalition-building”, una necessità in un paese nel quale il panorama politico è estremamente frammentato e dove i partiti regionali contano sempre più.

    Il dibattito sull’italianità o indianità di Sonia Gandhi è pretestuoso: Sonia è cittadina indiana e la legge le permette di accedere a qualsiasi carica pubblica, comprese le più elevate. Tocca semmai agli elettori, come in qualsiasi democrazia, deciderne il destino. Sonia è poi molto attenta a comportarsi da indiana: veste sempre in sari, parla molto spesso in un buon hindi (anche se esso non è, ovviamente la sua lingua materna). Vista da un italiano, Sonia Gandhi è oggettivamente oggi molto più indiana che italiana.

    La sua presenza in politica sembra molto più legata alla necessità di mantenere unito il partito nella tradizione nehruviana-gandhiana piuttosto che da ambizioni personali. Di fatto, la candidatura del trentatreenne figlio Rahul alle prossime elezioni sembra prefigurare una futura leadership di questi nel futuro del Congresso (anche la sorella Priyanka, trentaquattrenne, potrebbe avere ambizioni politiche).

    Certo, ci si può chiedere se sia logico se un partito dal glorioso passato come il Congresso debba per forza essere guidato, una generazione dopo l’altra, da un membro della famiglia Gandhi. Ma i concetti di famiglia e dinastia hanno molto peso nella cultura indiana.

    Ancor più grave per il Congresso è l’indeterminatezza programmatica: l’agenda economica non differisce molto da quella del BJP, certo con una diversa percezione dei problemi sociali e agricoli del paese, che rimane però assai poco declinata nei programmi e nei discorsi.

    Il grande partito che fu di Nehru sembra ancora lontano dalla compattezza necessaria per proporsi come forza di governo (in fondo lo è stata per decenni!) e il prossimo appuntamento elettorale non preannuncia nulla di buono.

    L’India è anche alle prese con una modifica sostanziale della propria politica estera: paese tradizionalmente geloso della propria autonomia, e desideroso di proporsi come leader dei paesi in via di sviluppo, ha recentemente modificato, con l’attuale governo, alcuni capisaldi che gli erano tradizionali.

    Il rapporto con gli Stati Uniti, tradizionalmente delicato, è divenuto molto pіù fluido sin dai tempi di Clinton (anche se i test nucleari del 1998 vennero a complicare momentaneamente questo riavvicinamento). Una nuova generazione di politici indiani, formati negli USA anziché in Europa, guarda con favore alla società americana, di cui vuole imitare i comportamenti economici (ma non quelli sociali). Dal punto di vista strategico, lo scenario post-11 settembre dà all’India un ruolo-chiave, in quanto grande democrazia nucleare con una posizione strategica fondamentale, tra il Medio Oriente in crisi e la Cina grande potenza emergente.

    L’India, paese in passato piuttosto ripiegato su se stesso e poco amico dell’integrazione economica, guarda anche con molta attenzione a est: il rapporto di tradizionale diffidenza/competizione con la Cina si sta trasformando in un tentativo di partnership economico/strategica tra le due grandi potenze emergenti dell’Asia. Nei confronti del Sud-Est asiatico, l’India ha modificato il proprio atteggiamento riluttante nei confronti dell’apertura economica, e ha intrapreso un’ambizioso ciclo di negoziati commerciali con tutti i suoi vicini (Asean, Thailandia, Singapore).

    Per potersi aprire al mondo senza complessi, l’India ha però bisogno di migliorare i propri rapporti con i vicini immediati, soprattutto con il tradizionale avversario, il Pakistan. Due anni fa si giunse ai limiti di un conflitto dalle conseguenze imprevedibili. Oggi il clima è migliorato parecchio, e il recente vertice SAARC di Islamabad (gennaio 2004) ha aperto la prospettiva di un dialogo tra Nuova Delhi e Islamabad che era divenuto più che necessario. Moltissime le nubi sul rapporto tra India e Pakistan, fortemente appoggiato anche da USA e Ue: principale ostacolo è l’eterno problema del Kashmir, un dossier complicato anche dalla contrapposizione di opposti integralismi (fare cambiare idea a un indiano non è precisamente impresa agevole, e i pakistani sono dei cugini di primo grado).

    Interessante anche l’emergere di un nuovo blocco Sud-Sud, i cui vertici sono Brasile, Sudafrica e India, apparso con tutta la sua forza alla Conferenza ministeriale di Cancún. Il G-20 sembra una versione aggiornata dei non allineati, ma adattata al contesto del mondo globalizzato. Di fatto, l’alleanza tra i grandi paesi emergenti viene ad arricchire lo scenario internazionale, e sarebbe un grave errore sottovalutarne la portata e il potenziale.

    In questo quadro, l’Unione europea e l’India fanno a volte fatica a ritrovarsi: ma recenti sviluppi dimostrano che entrambe le parti hanno capito che hanno interesse a sviluppare le loro sinergie. I vertici annuali UE-India, iniziatisi quattro anni fa, stanno riempiendosi di contenuti e significato. L’UE, primo socio commerciale dell’India e primo investitore, ha tutto l’interesse a legarsi a filo doppio a un grande paese che sarà senza dubbio protagonista, pur con tutte le sue contraddizioni, del XXI secolo.

    E l’India ha dal canto suo interesse a non sottovalutare il suo legame con un’Europa che sta poco a poco imparando ad apprezzare molti aspetti della cultura indiana: la spiritualità, l’inventiva, la musica, la cucina, il cinema.

    Le prossime elezioni non modificheranno queste tendenze di fondo: e sbaglia senz’altro chi decida di continuare a considerare l’India un gigante addormentato.

  • Il Foro sociale mondiale da Porto Alegre a Bombay

    Il Foro sociale mondiale da Porto Alegre a Bombay

    Dare un giudizio complessivo su un evento multiforme e variegato come il Foro sociale mondiale (Wsr), giunto quest’anno alla sua quarta edizione, è impresa assai complicata. Il Foro è la traduzione politica di una rete di reti, impossibile non averne una visione che non sia per definizione parziale. La sensazione che si ha partecipando è più o meno quella che si può avere navigando in Internet: vi si può trovare di tutto, la tentazione di saltare senza pause da un tema all’altro è fortissima. Quasi 100.000 partecipanti, migliaia di dibattiti, conferenze, mostre, attività culturali sui temi più svariati. Anche mettendoci tutta la buona volontà non si può partecipare che a una manciata delle attività previste.

    Ferme restando queste premesse, cercherò di riflettere su quella che mi sembra essere la tendenza del WSF dalla sua creazione a oggi: il fatto d’aver partecipato alle precedenti edizioni, tutte svoltesi a Porto Alegre, e a quella di quest’anno a Mumbai (ex-Bombay) mi permette perlomeno di paragonare sensazioni.

    Il Foro sociale mondiale nacque come idea nel 2000, per opera di un gruppo di intellettuali brasiliani legati al PT (Partido dos Trabalhadores), allora all’opposizione e attualmente al governo in Brasile. L’idea era quella di creare un contraltare rispetto al Foro economico mondiale di Davos (WEF), notissima riunione dei VIP mondiali che si celebra ogni gennaio
    nella stazione alpina svizzera, divenuto col tempo un appuntamento obbligato dei potenti del pianeta.

    L’idea era che, di fronte a una visione prevalente d’inevitabilità della globalizzazione e dei suoi effetti economici, rimasta nella pratica senza alternative dopo la caduta del muro di Berlino, fosse necessario creare uno spazio per i movimenti della società civile, molto meno in grado rispetto a stati, organismi internazionali e imprese di strutturare tra loro contatti stabili.

    A fronte di interessi economici in comunicazione costante tra loro e in grado di influenzare efficacemente il corso degli avvenimenti, gli operatori sociali si trovavano tendenzialmente isolati l’uno dall’altro, spesso alle prese con problemi simili ma non in grado di scambiare
    esperienze e di raggiungere una massa critica sufficiente per influenzare le scelte della politica su scala mondiale.

    Accanto a questa inadeguatezza strutturale dei movimenti della società civile, paradossalmente sempre più presenti nel dibattito politico a causa della riduzione complessiva della sfera d’azione pubblica operatasi un po’ ovunque a partire dagli anni ottanta, appariva anche la debolezza crescente o incapacità manifesta della maggior parte degli attori statali, perlomeno nei paesi in via di sviluppo, di partecipare efficacemente alla presa di
    decisioni politiche internazionali.
    Da qui l’impressione che un numero ridottissimo di attori (stati sviluppati, organismi economici multilaterali, multinazionali) stesse in pratica decidendo, in maniera esclusiva, delle sorti del mondo.

    L’altro paradosso era, ed è, che, contrariamente alle illusioni dei primi anni novanta, il ciclo virtuoso di diffusione degli effetti benefici della democrazia e dell’economia di mercato, che avrebbe dovuto trasmettere a pioggia il benessere da un capo all’altro del pianeta una volta superate le divisioni ideologiche, non si è verificato. O perlomeno non nelle proporzioni previste.

    Gli effetti negativi della globalizzazione sono chiaramente visibili: è discutibile se
    essi siano in aumento o in che misura siano legati a problemi di squilibrio delle relazioni internazionali o a problemi di governance. Ma è chiaro che la divisione tra nord e sud del mondo esiste, anche se essa non è così lineare come alcuni vorrebbero: esiste un nord del sud
    (le élites economiche in sintonia con i nuovi valori imperanti nel mondo globale) e un sud del nord (popolazioni dei paesi sviluppati spiazzate dalle nuove caratteristiche delle economie post-industriali). La linea divisoria corre sostanzialmente lungo la cosiddetta digital divide, che misura l’apertura al mondo dei vari soggetti.

    L’idea brasiliana non a caso è nata in quell’America Latina il cui ritardo di sviluppo era stato tradizionalmente indicato dalla sinistra nei meccanismi che ne accentuavano la dipendenza economica.
    All’epoca, il principale teorico di tale teoria, FH. Cardoso, governava il Brasile rinnegando buona parte dei postulati teorici da lui stesso elaborati. Il progetto brasiliano trovava immediata eco in
    Francia, dove un’opinione pubblica fortemente orientata verso un rifiuto della globalizzazione all’americana si trovava in sintonia con questa visione critica. Le Monde Diplomatique contribuì a internazionalizzare e a dare visibilità a tale fronte alternativo.
    Ma bisogna sin d’ora chiarire un punto: anche se la stampa e molti osservatori si sono semplicemente limitati a catalogare il WSF come una coalizione di antiglobalizzazione, questo non era affatto l’orientamento originale: il Foro sociale è anch’esso un prodotto della globalizzazione, non potrebbe rinnegarla. L’enfasi iniziale, che prevarrà nei primi anni,
    sarà quella della possibilità di un’”altra” globalizzazione, inclusiva e non esclusiva, attenta agli effetti sociali e non solo a quelli economici.

    In quest’ambito, le derive violente degli anti-global da Seattle a Genova hanno
    ben poco a che spartire con l’essenza del movimento di Porto Alegre, totalmente
    non violento.
    Il primo Foro di Porto Alegre (gennaio 2001) costituisce il banco di prova dell’esperimento: si riuniscono associazioni, si definiscono chiavi di lettura della globalizzazione “vista dal basso”. Il successivo Foro 2002, divenuto già un evento di prima grandezza, si struttura attorno a delle tematiche centrali che divengono il filo conduttore di dibattiti e iniziative. Su ogni tema vengono elaborati dei documenti finali che vogliono essere la base di lavoro per le collaborazioni spontanee tra associazioni di ogni parte del mondo, la Carta di Porto Alegre definisce i principi di base per aderire al movimento più che le risposte ai problemi sollevati.
    La sfida dell’11 settembre è naturalmente notevole: la stragrande maggioranza del movimento della società civile condannerà gli attentati, ma nel Foro 2002 era già percettibile l’onda montante “anti-imperialista”, ideale ai fini della vecchia sinistra di ritorno. Tale fenomeno è legato non agli attentati ma alla reazione americana prima in Afghanistan e poi in Iraq, giudicata illegittima e premeditata dalla maggior parte delle associazioni.

    A tre anni dal primo Foro, a che punto siamo con l’elaborazione dell’altro mondo possibile (“Another World is Possible” è il motto del WSr)?
    Alcune delle impressioni che ci ha lasciato Mumbai 2004 sono positive:

    1. Il Foro è stato organizzato per il quarto anno consecutivo, riunendo circa 100.000 rappresentanti della società civile. Il fatto che il luogo di svolgimento fosse Bombay ha naturalmente facilitato la partecipazione di asiatici e anche africani, assai poco rappresentati nelle edizioni precedenti del Foro, nelle quali la partecipazione era essenzialmenté europea e latino-americana. In questo caso, molti europei (con una rappresentanza più variegata rispetto alla prevalenza di francesi, italiani e spagnoli che si riscontrava a Porto Alegre), un buon numero di latinoamericani, un numero crescente di statunitensi, mobilitati essenzialmente dal movimento anti-guerra, e naturalmente una nutritissima rappresentanza di asiatici (assente la Cina). Buona anche la partecipazione africana.
      Il che significa che, in quattro anni, il movimento di articolazione della società civile sta raggiungendo un maggiore equilibrio geografico, sull’asse nord-sud e tra i continenti.
      È un risultato importante, perché non bisogna dimenticare che il primo obiettivo del movimento di Porto Alegre era la strutturazione di una rete mondiale di realtà interessate a sviluppare un approccio alternativo alla globalizzazione.
      Tra l’altro, tutto è basato sull’autofinanziamento, perché il WSF ha rifiutato contributi pubblici (salvo l’uso di strutture quali il campus dove si è svolta la manifestazione). È comunque vero che quasi tutte le ONG ottengono la maggior parte dei fondi da contributi pubblici, anche se non diretti esplicitamente alla partecipazione al WSF. Ma il Foro come tale non dipende da sovvenzioni.
    2. L’atmosfera a Bombay era, come anche a Porto Alegre, del tutto gioiosa e festiva. Fin troppo carnevalesca, se proprio vogliamo. Grande spirito egualitario, tutti i delegati sullo stesso piano, il ministro come il partecipante individuale con la stessa tessera e gli stessi diritti. Nessun tappeto rosso per i VIP. Una bella sensazione, un po’ anarchica ma rinfrescante.
      Anche questo è importante, perché significa che il movimento riesce a tenere fuori provocatori e disturbatori: se pensiamo agli effetti deleteri per la credibilità dei critici della globalizzazione derivante da gruppi come i Black Block, o al fatto che gruppi di estrema destra si dicano anch’essi contrari alla globalizzazione (a Bombay era temuta l’infiltrazione di militanti del Shiv Shena, il movimento integralista hindù e anti-islamico la cui roccaforte è proprio lì), contribuendo ad alimentare la confusione, riuscire a preservare un ambiente festivo e tranquillo quando si riuniscono decine di migliaia di persone dalle caratteristiche le più dispari è un fatto positivo.

    Veniamo alla sostanza dei dibattiti: la mia impressione è che il movimento per un’altra globalizzazione (ora denominato “alter-global”) si stia avvitando su se stesso, perdendo in questo modo gran parte del potenziale derivante dalla constatazione degli oggettivi limiti del modello di sviluppo prevalente.

    Uno dei punti di forza sottolineati prima, quello della democraticità e orizzontalità del movimento, diviene un punto di debolezza nel momento in cui i molti spunti/idee/denunce non vengono canalizzati in una piattaforma di proposte. A Porto Alegre 2001 si era fatta un’analisi
    delle anomalie della globalizzazione, identificando delle linee d’azione, tema per tema. A Porto Alegre 2002 si è lavorato su quelle linee e formulato proposte, alcune fattibili, altre irrealizzabili. Da allora in poi il WSF non ha sviluppato questa concezione strategica, ma si è rifugiato da un lato nello sviluppo di microreti, dall’altra ha dimostrato un’incapacità di legare tali micro-reti di idee/organizzazioni in una visione globale.

    O meglio, la visione globale c’è, ma è talmente poco declinata da rendere superfluo tutto il gran lavoro di analisi che vi sta dietro: no all’imperialismo, nuovo ordine economico internazionale, abolizione degli organismi fautori del consenso di Washington (FMI, BM, Омс есс.), superamento del capitalismo, ritorno al localismo per arginare i mali della globalizzazione.
    Per giungere a tali conclusioni non credo ci sia bisogno di mobilitare tante energie, chiunque può sognare di fronte al suo Pc. Come si dice in spagnolo, no es por aquí no van los tiros…
    Vari sono i motivi che portano a questa radicalizzazione. A mio avviso sono i seguenti:

    1. Organizzativo: la bellezza della democraticità assoluta porta a far sembrare illegittimo ogni tentativo di gerarchizzazione delle priorità da parte di qualcuno (partiti, comitato organizzatore ecc.)
      Questa caratteristica piacerà a chi ha simpatie per l’anarchia, ma il destino nel quale è incorsa tale opzione politica dovrebbe servire da monito. A un certo punto bisogna sforzarsi di sintetizzare e formulare proposte possibili.
    2. Politico: è vero che la radicalizzazione del dibattito politico a scapito del dialogo costruttivo, della capacità d’ascolto è una caratteristica del mondo d’oggi, acceleratasi dopo 1’11 settembre. La famiglia politica conservatrice lo è sempre di più, l’uso di termini ideologici senza significato è divenuto sempre più frequente proprio quando le ideologie sarebbero invece morte, la politica “neutra” e “tecnica” vuole presentarsi come amorfa quando è in realtà tremendamente ideologica, ma accusa chi dissente di essere a sua volta schiavo delle ideologie.
    3. Conseguenze della situazione internazionale: la guerra in Iraq ha monopolizzato l’attenzione del Foro di Bombay, trasferendo in pratica il centro dell’attenzione dal dibattito sull’altra globalizzazione alla lotta contro l’imperialismo. Il motto di quest’anno era: “è la stessa lotta”.
      È chiaro che l’anti-multilateralismo americano, la guerra preventiva, i comportamenti contrari al diritto internazionale sono manifestazioni di radicalità politica che possono avere come effetto il pessimismo cosmico. Da qui la radicalizzazione nell’altro senso. Ma è tra i due estremi che bisogna costruire.
    4. Generazionale: il movimento è composto essenzialmente da due blocchi generazionali; da una parte i ventenni, ancora al di fuori del mondo professionale, e legittimamente perplessi su molti aspetti del mondo che li circonda. Dall’altra i cinquanta-sessantenni reduci dal ’68 che ritrovano d’incanto un’audience perduta. “La nostra battaglia è la stessa, anche noi eravamo anti-globalizzazione ante litteram, il nemico è sempre lo stesso”.

    In questo quadro, la caduta del muro di Berlino diviene un dettaglio senza importanza, e un movimento nato come aideologico e aperto, euristico, tende a venire monopolizzato dai vecchi maestri, che le risposte le hanno già: le tirano fuori dai loro cassetti impolverati. E le nuove generazioni rimangono a boccа aperta ascoltando formule che già incantarono i loro fratelli maggiori e gentori. Parole cariche di fascino, certo, ma anche drammaticamente insufficienti per affrontare una realtà del tutto nuova.
    E con un appeal politico limitatissimo.
    Di fatto, il movimento di Porto Alegre sta scoprendo il linguaggio del comunismo e dell’anti-imperialismo. La montagna sta partorendo un topolino?
    Prendiamo il caso del commercio. Se Porto Alegre aveva avviato una lettura critica dell’OMC e delle sue insufficienze, sottolineando però la necessità di democratizzare l’agenda della liberalizzazione e il funzionamento dell’organizzazione (risultato: il lancio dell’Agenda per lo sviluppo di Doha, il più bilanciato quadro negoziale della storia del commercio internazionale) al fine di ottimizzare gli effetti del libero commercio su scala globale, gli scarsi progressi ottenuti nei due anni di negoziati e la conseguente/contemporanea radicalizzazione del WSF fanno sì che ora si parli solo di abolizione dell’OMC, nuovo ordine economico internazionale, abolizione dei brevetti, drastica riduzione degli scambi, ritorno all’economia locale.

    Nei dibattiti in materia al Foro non una sola voce discordante, non un solo dubbio in materia. Cancún un trionfo per i movimenti civili sui poteri stabiliti, alla prossima ministeriale di Hong Kong (ottobre) bisognerà ripetere l’esperienza.
    Bloccare tutto.
    Senza se e senza ma, per favorire il ritorno a una fantomatica età dell’oro preOMс e pre-capitalistica nella quale, apparentemente (io purtroppo non c’ero ancora, ma forse altri sono sufficientemente stagionati da averla vista coi loro oсchi) la povertà, le malattie e le ingiustizie non esistevano. Solo latte e miele.

    Inutile cercare di dissentire o di portare la discussione sui dettagli dei singoli punti negoziali (che alternative?). Sono solo “tecnicismi liberali”.
    Su molti altri temi, non si riesce a uscire da contraddizioni lampanti: ad esempio agricoltura e uso delle risorse. Giustissimo rivendicare i diritti delle popolazioni, la preservazione della sovranità alimentare e mettere la museruola a comportanti abusivi delle multinazionali (OGM,
    biopirateria есс.).
    Da questo a concludere che l’agricoltura deve rimanere al di fuori della sfera commerciale il passo è un po’ ardito. Quid degli interessi di decine di paesi la cui competitività è esclusivamente agricola?
    Non sarebbe meglio definire regole più equilibrate per il commercio, per esempio riducendo drasticamente quei sussidi che proteggono artificiosamente l’agricoltura dei paesi più ricchi penalizzando i paesi più poveri? E sbrogliare la matassa della confusione tra i “falsi amici” dei
    paesi in via di sviluppo, come Bové e molti altri, che smaniano per rendere quei sussidi eterni (OMC fuori dall’agricoltura significa proprio questo: mantenere l’autonomia di pagare i sussidi per chi può farlo. Chi non può s’arrangia, alla faccia della globalizzazione alternativa).
    In questo contesto, persino voci intelligemente critiche come uno Stieglitz rіmangono drammaticamente minoritarie. Prevale il clima da stadio e le opinioni catastrofistico-massimalistiche.

    Rimango convinto che la ricchezza del movimento internazionale della società civile possa produrre molto, ma molto di più di un cieco ritorno a un passato idealizzato e teorico. Le energie sono tante, gli spunti spesso buoni. Se si riuscisse a scendere dal treno del millenarismo e cominciare a lavorare tema per tema su ciò che è possibile fare, per costruire un ponte tra l’ideale e il possibile, la società civile potrebbe dare un grande contributo alla politica, drammaticamente a corto di idee.
    Purtroppo un discorso di questo tipo pare non interessi a nessuno: i partiti d’ispirazione liberale o conservatrice non hanno mai seguito con attenzione la realtà del WSF, relegando la visione alternativa della globalizzazione a fenomeno da baraсcone (e alcuni suoi esponenti rientrano e Social Forum fanno davvero di tutto per rispondere a questa definizione); la sinistra moderata si è dapprima avvicinata, salvo scottarsi le dita in un rapporto di disamore del tutto condiviso tra le parti; la sinistra tradizionale salta invece sul cavallo in corsa, ma anziché sviluppare nuove idee cerca di riciclare le vecchie già bruciate dalla storia.

    Non c’è davvero spazio nella politica di oggi (e non parlo solo dell’Italia) per una visione costruttiva ed equilibrata della globalizzazione? Probabilmente sì, ma per svilupparla sul serio è necessario che il movimento di Porto Alegre non si faccia incantare dalle sirene del vecchio, e prenda l’iniziativa per costruire nuove proposte. Lo può fare, e i risultati potrebbero essere piacevolmente sorprendenti.

  • La riunione ministeriale Омс a Cancún: a che punto siamo con l’Agenda dello Sviluppo proposta a Doha?

    Il fallimento del lancio del cosiddetto Millennium Round a Seattle aveva segnato un momento fondamentale nella storia dell’Organizzazione mondiale del commercio (Oмс) e in fondo della stessa diplomazia multilaterale: da quel momento in poi, apparve chiaro a tutti che, a fronte delle forti opposizioni esistenti a un’estensione indiscriminata della liberalizzazione commerciale, era tramontata l’epoca in cui i grandi (USA e UE) potevano imporre l’agenda agli altri. Tali opposizioni derivavano essenzialmente dalla consapevolezza che i benefici della globalizzazione non sono equilibrati: senza meccanismi correttivi e misure ad hoc per i paesi in via di sviluppo, questi ne avrebbero tratto ben pochi vantaggi, a scapito dei loro processi di sviluppo e degli equilibri planetari. A Seattle emerse poi che tale scetticismo nei confronti della liberalizzazione senza limiti era condiviso anche da parti significative delle popolazioni del nord.

    L’Agenda per lo Sviluppo di Doha, rubricata a fine 2001, impostò in maniera molto diversa il nuovo ciclo di negoziati commerciali, accentuando gli aspetti in grado di sostenere una maggiore partecipazione al commercio e quindi una maggiore crescita ai paesi del Sud.

    La riunione ministeriale di Cancún (10-14 settembre) è chiamata a fare un bilancio a metà strada dei negoziati intrapresi a Doha, la cui conclusione è prevista per il dicembre 2004.

    A che punto siamo in tali negoziati? Prendiamo in considerazione gli aspetti principali su cui si centreranno i dibattiti in Messico.

    In primo luogo, è stato appena raggiunto, e sarà ratificato a Cancún, un importantissimo accordo relativo alla commercializzazione di farmaci necessari per la lotta contro malattie molto diffuse nei Pvs (AIDS, tubercolosi, malaria). Il raggiungimento di tale accordo è stato molto difficile, ma il tema aveva assunto una tale centralità nell’agenda che sarebbe stato impossibile evitare un fallimento totale a Cancún senza uno sbocco positivo su di esso prima della conferenza. Grazie a tale accordo, i diritti di brevetto su farmaci essenziali nel trattamento di tali malattie, detenuti nella maggior parte dei casi da aziende farmaceutiche americane ed europee, sono sospesi nei paesi in cui l’incidenza di tali malattie è pesante. Aziende locali potranno produrre a prezzo di costo per il mercato nazionale, e anche esportare i farmaci a basso costo in paesi che non dispongano di tale capacità produttiva. La confezione di tale farmaco dovrà però essere dissimile da quella originale e tali prodotti non potranno essere smerciati nei paesi sviluppati, dove le royalties continueranno a valere.

    In definitiva, un buon accordo, che permetterà l’accesso a medicine essenziali a milioni di persone per le quali esse erano proibitive.

    Un buon esempio di come un foro multilaterale come l’OMC, se ben usato, possa portare a risultati positivi per l’umanità. Siamo proprio al cuore dell’ agenda di Doha!

    Da notare che la proposta, d’origine brasiliana e sudafricana, sia stata abbracciata dall’UE sin dagli inizi, e osteggiata sino all’ultimo dall’industria farmaceutica USA, che alla fine ha dovuto cedere.

    Scorriamo brevemente gli altri punti dell’agenda:

    Agricoltura: un tema chiave. Il commercio agricolo rimane molto meno libero di quello industriale e dei servizi. L’Ue ha presentato delle proposte d’apertura dei mercati compatibili con la recente riforma della PAC (Politica agricola comune). Esse sono sostanziali, ma considerate non sufficienti dai paesi esportatori (Gruppo di Cairns) e dagli USA (a loro volta protezionisti ma seguendo un modello diverso da quello europeo). In discussione l’intero sistema dei sussidi agli agricoltori, soprattutto i sussidi all’esportazione, che dovrebbero sparire alla fine di questo negoziato ma su cui l’Ue è restia a prendere impegni precisi. Il dibattito a Cancún sarà molto vivo soprattutto su questo.

    Prodotti industriali: sul tavolo la discussione sulle formule da usare per l’ulteriore riduzione dei dazi industriali, nonché la proposta di liberalizzare completamente il commercio in 7 settori-chiave per i Pvs (tessile, elettronica, gioielleria, cuoio e derivati…).

    Servizi: non saranno un punto centrale a Cancún, ma si farà un resoconto delle diverse offerte presentate dagli stati membri.L’UE l’ha già fatto e ha offerto unu’apertura di certi settori (soprattutto alte tecnologie) a professionisti dal resto del mondo, ma non, come alcuni prevedevano, nei settori della sanità e dell’educazione.


    Indicazioni geografiche: l’UE, sostenuta da altri, richiede l’estensione della protezione delle denominazioni d’origine al di là degli alcoolici, l’unico settore nel quale essa esista. Sono contro gli esportatori agricoli, tra cui gli USA, che producono prodotti contraffatti. Scarse le possibilità d’accordo a Cancún.

    Nuovi temi: sono i cosiddetti temi di Singapore. Si tratta di quattro settori attualmente non coperti da regole dell’Oмс ma fortemente legati al commercio (investimenti, concorrenza, facilitazione commerciale, trasparenza degli appalti pubblici). I paesi sviluppati gradirebbero l’apertura di negoziati tesi alla definizione di un quadro di regole minime multilaterali. Un certo numero di paesi in via di sviluppo teme l’estensione delle competenze OMC e l’ulteriore riduzione del loro spazio di manovra.


    Difficile prevedere l’esito delle discussioni a Cancún, probabilmente legato a progressi in altre parti dell’agenda (in primis sull’agricoltura)

    Trattamento speciale e differenziato: si tratta della definizione di un pacchetto di regole specifiche a favore dei paesi in via di sviluppo, per aiutarli a inserirsi maggiormente nei circuiti del commercio internazionale, e a partecipare più attivamente all’OMc e al suo sistema di soluzione delle controversie.

    Altri saranno gli argomenti all’ordine del giorno, ma quelli elencati sono i principali.

    Cancún non conclude il ciclo negoziale, ma è fondamentale che si facciano dei passi avanti nella direzione indicata a Doha. I negoziati commerciali hanno il pregio di poter offrire soluzioni favorevoli a tutti (win-win), ma per questo è necessario negoziare con realismo e talvolta, generosità. Sinora, l’UE ha fatto prova di entrambi, ma ancora molto resta da fare, specie sul tema sensibile dei sussidi agricoli.

    Dopo Cancún commenteremo i risultati della conferenza: non è chiaro se i negoziati termineranno davvero nel 2004, ma quello che è certo è che l’OMс è un foro di straordinaria rilevanza, da seguire con attenzione. E quando lo si fa, si scopre che la realtà è molto più ricca e complessa di quanto i fanatici di entrambi i bandi affermino.