Autore: Stefano Gatto

  • Catalogna, cinque domande cruciali e cinque risposte sul referendum

    È praticamente impossibile riassumere nello spazio di un articolo tutti i dettagli storici, politici e giuridici dell’imbroglio catalano.

    Come ormai succede regolarmente nel mondo in rete, prevalgono posizioni estreme, spesso costruite su basi di conoscenza fragilissime: essenzialmente sensazioni e simpatie di pelle. O parallelismi con situazioni che c’entrano poco o nulla.

    Presenterò quindi la questione come domande e risposte a partire da alcune affermazioni tra le più ricorrenti.

    Premetto che seguo la questione catalana dal 1985, quando arrivai a Barcellona e che ho una relazione fortissima da allora sia con la Spagna che con la Catalogna, per molti versi patrie mie più della stessa Italia nella quale sono nato, dato che attorno alla Spagna e non l’Italia ha gravitato tutta la mia vita adulta. Non ho partiti presi, perché le amo entrambe allo stesso modo, e mi fa soffrire moltissimo una situazione di tale divisione nella mia patria d’adozione.

    Domanda n.1: Ha la Catalogna una legittimità storica all’indipendenza? Molti affermano che la Catalogna non abbia diritto a richiedere l’indipendenza perché non sarebbe mai stata indipendente in passato. A differenza ad esempio di una Scozia, unita all’Inghilterra solo nel 1707 o del Québec (anche se lì il riferimento va fatto alla colonia francese).

    Non è necessariamente vero che sia necessario essere stati indipendenti prima per aspirare a divenirlo di nuovo: con questo ragionamento, nessun paese sarebbe mai divenuto tale. L’obiezione storica in sé è quindi debole.

    Diciamo che in un momento dato della storia, una collettività stabilita su un territorio può aspirare a formare un’unità politica statale. Nella storia è avvenuto quasi sempre mediante vie di fatto (guerre, poi seguite da trattati che riconoscono la condizione di Stato che viene progressivamente riconosciuta da altri Stati). Raramente per via puramente democratica sin dall’inizio, ma è legittimo sostenere che in questa fase storica e nel contesto democratico nel quale è situata la Spagna anche come membro dell’Unione Europea la via democratica all’indipendenza (mediante accordi consensuali) sia l’unica accettabile.

    La Catalogna non è mai stata indipendente nel senso che noi diamo al termine nell’Europa post – westfaliana, ma sì è sempre stata un’unità politica, culturale ed istituzionale ben definita all’interno di altre entità. Il “Condado de Cataluña” sorse all’interno dell’impero carolingio e poi si unì a quello d’Aragona, venendo poi a dipendere dalla Corona aragonese, ma mantenendo sempre istituzioni proprie (les Corts, che nella tradizione iberica avevano la facoltà di accettare un sovrano e di decidere sul proprio contributo fiscale al monarca). Ancora oggi Barcellona è conosciuta come la “ciudad condal”. L’unione di Isabella di Castiglia con Ferdinando d’Aragona (1469), spesso presentata come data di nascita del regno di Spagna, giuridicamente non lo fu. I due regni rimasero separati fino al 1714, quando il passaggio dinastico delle corone iberiche ai Borboni portò all’ unificazione legale dei diversi regni iberici (Decreto de Nueva Planta del 1715) . I nazionalisti catalani considerano il 1714 data di perdita della loro indipendenza, nel senso di perdita delle proprie istituzioni, abolite dai Borboni. L’aspirazione a una patria propria e alla restaurazione delle istituzioni catalane si rafforzò in epoca romantica e divenne corrente politica alla fine del XIX secolo. Tra il 1918 e il 1919 la Lliga Regionalista di Cambó promosse un forte movimento per l’autonomia catalana all’interno della Spagna e una República Catalana di breve durata fu proclamata nel 1934 nel periodo precedente la guerra civile spagnola (1936 – 39). Il franchismo (1939-1975), centralista ed autoritario, soppresse ogni parvenza d’autonomia, scoraggiando anche l’uso della lingua catalana, abituale nell’uso quotidiano, ma nel 1978 vennero finalmente ristabilite le istituzioni autonome, riprendendosi i termini storici Generalitat (governo) e Corts (Parlamento). L’autonomia catalana ha funzionato bene per vari decenni, governata da un cartello regionalista (Convergencia i Unió) molto abile nel tessere rapporti di mutuo interesse con i governi di Madrid. Ma anche dal partito socialista catalano (PSC).

    L’autonomia catalana è, come quelle basca e navarra (nazionalità considerate storiche) diversa e più ampia di quella delle altre quattordici comunità autonome (regioni) che compongono la Spagna, con eccezione dell’Andalusia. A differenza di baschi e navarri, i catalani non hanno autonomia impositiva, ma ricevono trasferimenti mensili da Madrid (sospesi tre giorni fa).

    In conclusione, sostenere che la Catalogna non può diventare indipendente perché non ha la legittimità storica per richiederlo è argomento evanescente, se mai fosse davvero un argomento.

    Domanda n.2: Ha la Catalogna legittimità giuridica per richiedere l’indipendenza? La costituzione spagnola del 1978, come del resto quasi tutte le costituzioni al mondo, non prevede meccanismi di secessione per una sua parte. Nel caso del Québec fu necessario un accordo politico ad hoc con il governo centrale per indire i due referendum, così come nel caso scozzese (la Gran Bretagna poi non ha costituzione scritta).

    L’art. 2 della costituzione spagnola recita: “La Constitución se fundamenta en la indisoluble unidad de la Nación española, patria común e indivisible de todos los españoles, y reconoce y garantiza el derecho a la autonomía de las nacionalidades y regiones que la integran y la solidaridad entre todas ellas.”.

    Questo testo indica chiaramente che una singola parte del paese non può definire unilateralmente le modalità di una propria uscita dallo stato spagnolo: non è norma illiberale, è che di solito una costituzione non prevede norme simili, se non per territori d’oltremare che furono colonie.

    L’altra comunità che aspira all’indipendenza, quella basca, seguì la via del negoziato con lo stato centrale (Plan Ibarretxe de 2003) e presentò una proposta di statuto autonomo che prevedeva una clausola di secessione. Respinto il piano dal parlamento spagnolo, l’ipotesi basca è stata rimessa nel cassetto.

    La Catalogna non ha seguito questa via: la riforma dell’ Estatut del 2006, che anch’essa prevedeva la possibilità di secessione, oltra a definire la Catalogna come nazione propria integrata nello stato spagnolo, fu giudicata incostituzionale dalla Corte Costituzionale e non entrò quindi mai in vigore.

    All’interno della Costituzione spagnola non esistono margini per tale cammino, e vista l’impossibilità di stabilire un dialogo “alla scozzese” o “alla québecoise” con il governo di Madrid, in mano al PP, partito con una concezione centralista dell’organizzazione dello Stato, gli indipendentisti catalani, divenuti via via più numerosi da uno zoccolo duro del 15 – 20% dell’elettorato negli anni della transizione democratica al quasi 50% di oggi, hanno cercato di definire un altro cammino: quello dell’autodeterminazione.

    Da qui che la convocazione del referendum da parte della maggioranza indipendentista nel Parlament (les Corts) e la conseguente legge di secessione in caso di vittoria del sì siano state legittimamente annullate dalla Corte Costituzionale. È come se un comune o regione italiana dichiarasse unilateralmente la propria indipendenza: sarebbe atto giuridicamente nullo.

    Per antipatico che sembri, e pur biasimando l’inerzia di un governo spagnolo che non ha messo in essere negli ultimi anni alcuna iniziativa di dialogo con i fautori dell’indipendenza, che non hanno mai usato metodi violenti nel difendere le loro idee, l’intervento delle forze dell’ordine di questi giorni è legale (con una riserva sui modi ed eventuali eccessi, che vanno valutati nello specifico), non è una violazione della democrazia come sostengono alcuni osservatori disattenti o di parte.

    Si sarebbe dovuto evitare d’arrivare a questo punto di rottura? Assolutamente sì: i due governi, spagnolo e catalano, hanno completamente fallito politicamente.

    Domanda n.3: La Catalogna può invocare l’autodeterminazione ai sensi del diritto internazionale?

    Il diritto all’autodeterminazione è riconosciuto dal diritto internazionale in caso di occupazione militare da parte di paese straniero, di esistenza di un sistema coloniale e dell’uso della violenza da parte delle forze occupanti. Di fatto, l’autodeterminazione è categoria giuridica nata col processo di decolonizzazione e definita in quell’ambito. Gli indipendentisti catalani fanno un solo esempio, quello del Kosovo, ma è oggettivamente forzato vista la situazione bellica prodottasi in quel caso (per inciso, la Spagna è tra i paesi dell’UE che non ha riconosciuto l’indipendenza del Kosovo per paura a eventuali usi strumentali di tale precedente).

    In tutta onestà, è impossibile sostenere che condizioni paragonabili al caso del Kosovo si diano nella Catalogna di oggi.

    Domanda n. 4: Esiste una legittimità politica nella richiesta catalana?

    Nonostante il governo del Partido Popular lo neghi, è ovvio che se il consenso per i partiti indipendentisti è cresciuto in pochi anni dal 15 % (i voti che prendeva Esquerra Republicana de Catalunya) al quasi 50% esiste un problema politico che andrebbe affrontato. Come detto, il PP non lo ha fatto. Il PSOE, partito organizzato federalmente e unito al PSC (Partit Socialista de Catalunya) si è detto favorevole a una riforma di tipo federale, che trasformi la Spagna delle autonomie differenziate in uno vero stato federale: questo sviluppo sarebbe stato sufficiente a rispondere alle inquietudini catalane se fosse stato adottato prima dell’accelerazione indipendentista. Oggi siamo probabilmente fuori tempo massimo. Ciudadanos è nato in Catalogna come movimento anti- indipendenza, e seguirà in tutto il PP. Podemos è volutamente ambiguo, così come i suoi alleati catalani (i movimenti che appoggiano la sindaco di Barcellona, Ada Colau), ma si sta orientando sempre più a favore del referendum.

    A livello elettorale, le forze indipendentiste cercarono una legittimità elettorale per aggirare l’impossibilità d’un referendum consensuale e si presentarono unite alle elezioni del 2015 (Junts pel Sí), ma senza ottenere la maggioranza assoluta desiderata né in voti (39,59%) né in seggi (62 su 135). A seguito dell’alleanza con la forza anticapitalista CUP (8,21%, 10 seggi) si è reso possibile un accordo per convocare il referendum unilateralmente (senza l’accordo del governo centrale) e approvare le leggi oggi annullate sulle quali si fonda il processo d’indipendenza: il paradosso è che l’indipendenza catalana è sempre stata un’aspirazione della borghesia catalana, che aspira all’autonomia fiscale da Madrid, e oggi ha bisogno dell’appoggio di un movimento radicalmente anticapitalista come CUP, molto più a sinistra di Podemos.

    Domanda n.5. E adesso cosa può succedere? Il referendum del 1 ottobre avverrà in maniera limitata ed avrà un significato solo simbolico. Il governo spagnolo invocherà l’art. 155 della Costituzione (una Comunidad Autónoma no cumpliere las obligaciones que la Constitución u otras leyes le impongan, o actuare de forma que atente gravemente al interés general de España, el Gobierno, previo requerimiento al Presidente de la Comunidad Autónoma y, en el caso de no ser atendido, con la aprobación por mayoría absoluta del Senado, podrá adoptar las medidas necesarias para obligar a aquélla al cumplimiento forzoso de dichas obligaciones o para la protección del mencionado interés general) per sospendere l’autonomia catalana coi voti del PSOE e di Ciudadanos, ed essa tornerà a dipendere direttamente dal governo centrale.

    Questo potrebbe in realtà rafforzare il campo indipendentista, attirando le simpatie di molti moderati oggi incerti sul da farsi. Prima o poi l’autonomia dovrà essere ristabilita e nelle nuove elezioni regionali l’opzione indipendentista potrebbe emergere di nuovo con forza. In realtà, solo una risposta politica, non giudiziaria, può creare le condizioni per affrontare il problema Questo non succederà finché il PP sarà al governo.

    In conclusione, il procedimento seguito dalle istituzioni catalane è certamente illegale, ma è altrettanto vero che il governo centrale non ha fatto il minimo gesto né tentativo per discutere del tema e trovare una soluzione. L’unica risposta è sempre stata: rinunciate. D’altro canto, i numeri non dimostrano che il sí all’indipendenza sia maggioritario in Catalogna. Da qui che l’ipotesi di un referendum negoziato e non unilaterale (dret a decidir) sembri sensata, sempre e quando avvenga mediante un negoziato politico (modello scozzese), dando un’interpretazione aperta al testo costituzionale. Solo il parlamento spagnolo può approvare la tenuta di un tale referendum, non può farlo unilateralmente quello catalano.

    La soluzione di questi giorni è quindi il risultato di un non dialogo e di una mancata volontà d’affrontare politicamente e non solo giuridicamente il problema. Il chi sia più responsabile di tale situazione è campo per l’opinione, ma è utile non trascurare i fatti nella loro completezza.

    Sembra difficile che la breccia apertasi possa venire colmata a breve termine e dagli stessi protagonisti che hanno portato alla rottura.

    Il tema dell’eventuale adesione all’UE, presentata all’inizio dal fronte indipendentista come automatica (lasciamo la Spagna e rimaniamo nell’UE) rimane teorico al momento attuale, anche perché persino in caso di raggiunta indipendenza, la Catalogna dovrà richiedere l’adesione all’UE come nuovo membro, processo che richiede l’unanimità degli Stati Membri attuali. L’assenso del governo di Madrid rimarrebbe comunque indispensabile.

    Anche un eventuale divorzio richiederà molti accordi specifici sui temi legati alla separazione, come la ripartizione dei beni pubblici, il pacchetto finanziario d’uscita, le regole sulla doppia cittadinanza.

    Siamo comunque molto lontani da quel momento. Adesso è il momento della concitazione e dell’estremismo.

  • Diario pachistano numero ventisette: un viaggio d’addio

    Il Pakistan è un paese molto bello, pieno di cose interessanti da scoprire. È stato la culla di una delle civiltà primigenie, quella della Valle dell’Indo, i cui reperti storici sono visibili oggi in territorio pachistano (Mohenjo Daro); nel suo territorio attuale avvenne l’incontro tra la civiltà greca portata da Alessandro e quella indiana: la fusione è visibile nella civiltà detta di Gandhara, i cui artefatti, visitabili ad esempio a Taxila, vicino Islamabad, sono una rappresentazione dell’incontro tra lo spirito artistico collettivo del mondo indiano e l’individualismo portato dalla Grecia. Civiltà di religione buddista, i suoi Buddha hanno volti greci. Da segnalare che gli archeologi italiani hanno avuto un ruolo preminente nello studio dell’archeologia in territorio pachistano, e ancora oggi la missione archeologica italiana porta avanti con difficoltà il suo lavoro nella zona spesso convulsa dello Swat.

    È in buona parte ciò che noi conosciamo come mondo indo – europeo.

    Siccome il Pakistan fu fino al 1947 parte dell’India, logico che i reperti archeologici successivi siano molto simili a quelli che si trovano in India. Con un forte predominio della cultura musulmana su quella induista e sikh, ma senza che manchino testimonianze anche di quelle due culture. E di quella buddista, oggi quasi sparita dall’India e dal Pakistan, ma che ha lasciato una traccia importante in quello che oggi è il Pakistan.

    Alla maestosità dell’architettura moghul (mal tradotto come mongola, in realtà i Moghul sono stati la dinastia più forte tra quelle che hanno regnato sul nord e centro dell’India sino al 1857) si accompagna la varietà di moschee, forti ed edifici di un passato millenario.

    E Lahore fu una delle quatto capitali imperiali indiane, assieme a Delhi, Agra e l’estinta Fatehpur Sikri.

    Se girovagare per l’India permette di imbattersi continuamente in reperti del passato, spesso abbandonati ma non privi di un fascino antico, lo stesso si può dire del Pakistan, dove però la scarsa attenzione al patrimonio e la quasi inesistenza di turismo a causa della questione sicurezza rende ancora più fragile e mal tenuto il patrimonio.

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    Raggiungere i luoghi d’interesse storico e culturale, che come in India molto spesso non sono nelle città ma in localizzazioni che oggi hanno perso centralità è spesso operazione logisticamente difficile e in Pakistan con l’aggiunta della dimensione sicurezza.

    A causa dei pericoli percepiti per gli stranieri, il Pakistan è ormai escluso da ogni circuito turistico, e anche per i locali non è facile muoversi.

    Ci sono poi zone del tutto vietate agli stranieri e tante formalità complesse da ottemperare.

    Paradossalmente, il pachistano è invece una persona gentilissima ed accogliente, ma certo alcuni gruppi terroristici hanno avuto la loro gran parte di colpa nel diffondere un immagine del paese nel mondo. È un po’ come per l’associazione tra mafia e Sicilia, che sicuramente ha sconsigliato milioni di turisti a intraprendere un viaggio nella nostra isola, pur così affascinante.

    Anche per chi vive alcuni anni in Pakistan non è facile organizzare viaggi e visite, specie tenendo conto delle regole di sicurezza, spesso stabilite da lontano senza tenere conto della realtà locale. Noi diplomatici dobbiamo chiedere permesso per OGNI USCITA dalla capitale.

    A parte tutte le ricchezze archeologiche e storiche, il Pakistan è paese di grande bellezza visuale e paesaggistica, con differenze che vanno dal deserto del Cholistan alle più alte catene montagnose del mondo: in Pakistan s’incontrano l’Himalaya, il Karakoram e l’Hindu Kush. Nel mezzo le prospere e belle campagne del Punjab (la terra dei cinque fiumi, tutti d’enorme capacità).

    Siccome molte zone risultano inaccessibili, la maggior parte del turismo interno si concentra sulle zone montagnose. Buona parte di loro è in effetti molto più tranquilla del resto del paese dal punto di vista del terrorismo, e le possibilità esistenti in termini di trekking e semplice vista di paesaggi quasi infinite.

    Il problema rimane logistico (quasi unico mezzo l’aereo) e infrastrutturale (pochissimi hotel).

    Avendo lasciato il Pakistan prima del previsto a causa della mia nomina in Guatemala, mi era rimasto questo cruccio di non aver potuto visitare le tanto decantate montagne pachistane. Avevo visitato con la famiglia la zona del Ladakh indiano (l’altro versante delle montagne), uno dei viaggi più belli della mia vita, ma mi sarebbe dispiaciuto perdere quest’opportunità.

    Un po’ di fretta e all’ultimo momento ho programmato di recarmici in agosto, dovendo però andare da solo, i miei hanno preferito restare a Islamabad.

    La zona visitata è stata quella del Gilgit Baltistan, un grande territorio che fa parte del Pakistan ma che conserva uno status particolare all’interno del paese, in obbedienza all’esistenza in quella regione di sovrani il cui status è stato mantenuto. È successo altrove nel complesso patchwork pachistano. Il Gilgit Baltistan ha cultura e istituzioni diverse rispetto al resto del paese ed è rivendicato dall’India nel quadro del conflitto indo – pachistano sul Kashmir.

    All’interno del Pakistan, il Gilgit – Baltistan è pero’ separato amministrativamente dall’ Azad Jammu Kashmir (Jammu Kashmir libero, dal punto di vista pachistano).

    Il viaggio si effettua quasi sempre in aereo: il volo da Islamabad a Gilgit dura quarantacinque minuti, l’alternativa sono sedici ore di macchina, e la vista è spettacolare. Tra l’altro, gli aerei sono molto piccolo e volano basso. Questo filmato ne può dare un’idea: https://www.youtube.com/watch?v=21tBMyBxHDc.

    Rispetto alle Alpi, sorprende la profondità e estensione delle catene montagnose himalayane.

    Una volta arrivati a Gilgit, si può optare per diverse soluzioni: escursioni nelle diverse valli, sempre in jeep, trekking di diversi giorni per raggiungere le località che sono campi base per le scalate ai vari ottomila della zona (il più famoso il K2, raggiungibile non da Gilgit ma da Skardu) o l’alternativa più semplice, l’unica che io ho potuto seguire, che da Gilgit ti porta mediante la Karakoram Highway fino alla frontiera tra Pakistan e Cina, sita al Khunjerab Pass (4693 metri).

    La costruzione di questa strada è stata un’impresa in sé, realizzata dagli eserciti cinese e pachistano in condizioni molto difficili. Ho avuto la fortuna di poterla percorrere tutta, fino alla frontiera cinese, e i paesaggi sono impressionanti, con i ghiacciai che si stendono fino alla strada e i picchi montagnosi che da li’ s’innalzano fin oltre gli ottomila.

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    Passu Glacier:

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    Questo video può dare un’idea:  https://www.youtube.com/watch?v=G_jbWPTXUOI

    Nel cammino mi sono imbattuto nella antica via della seta, che passava da queste valli e che è stata in certi tratti ritracciata grazie ad un’iniziativa dell’Aga Khan, che è il padre spirituale di questa zona, di fede sciita ismaelita. Nei fatti è una mulattiera, impressionante pensare che gli scambi tra oriente ed occidente che sono alla base della nostra civiltà siano avvenuti in spazi così angusti.

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    Sono un pessimo fotografo, per cui quanto allego a questo testo non è che una pallida rappresentazione della maestosità dei paesaggi visti ad occhio nudo.

    Altro luogo significativo è quello dello scontro tra placche tettoniche che portò alla formazione dell’Himalaya: ignoro come sia stato localizzato in maniera precisa, è segnalato da un semplice cartello.

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    Molto interessante anche il clima pacifico di queste valli: lontane dalla tensione permanente nel resto del paese. Le donne sono a volto scoperto e per strada, spesso lavorano nei campi. Al posto dell’onnipresente nero, sono vestite di colori sgargianti. È la tradizione ismaelita, lontanissima dalle rigide regole dell’Islam sunnita maggioritario nel resto del paese. Le moschee non troneggiano sul resto dell’abitato, ma sono edifici semplici simili ad abitazioni.

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    Nella zona di Hunza, un tempo regno indipendente, si visitano le dimore reali, palazzi semplici ma intrisi di fascino: nella regione del «Great Game», impressiona notare l’influenza russa in questi regni che sfuggirono a lungo al dominio britannico.

    Dopo quattro giorni di montagne, dovevo tornare per forza a Islamabad, il trasloco mi aspettava. Avrei dovuto tornare in aereo, ma preso da un improvviso timore ho sconvolto i piani e, con disappunto dei servizi di sicurezza dell’Unione Europea che me lo hanno sconsigliato (a distanza), sono tornato via terra: sedici ore di viaggio attraversando il Khyber Pakthunkhwa (circa 580 km.), che per la sua maggior parte è zona vietata agli stranieri. Non avevo il permesso corrispondente e ho disatteso tutti i consigli datimi. Ma, chissà perché, dopo più di mille voli mi è presa paura di salire su quell’aereo (il volo è atterrato regolarmente a Islamabad dodici ore prima che arrivassi io).

    Il viaggio improvvisato mi ha permesso di attraversare zone molto belle, con paesaggi di tipo prealpino e fitti boschi, che quasi nessuno straniero, ostaggio delle misure preventive di sicurezza, vede mai. In realtà, queste valli non sono pericolose per questioni di terrorismo, i talebani erano semmai presenti nelle valli parallele, più verso l’Afghanistan, e oggi sono stati cacciati oltre frontiera. Il maggiore pericolo sono gli incidenti stradali, con parecchie zone sterrate e numerose frane. Lungo il percorso, mi sono incrociato con migliaia di pachistani in vacanza, che si fermano incantati a «toccare» la neve e a vedere le loro montagne.

    Come sempre, attorno a me solo cordialità e sorrisi. Ad un certo punto, la polizia ferma la mia macchina in uno dei tanti controlli: temevo perché sprovvisto del permesso di transito in quelle zone, ed ero troppo avanti per poter far dietrofront e tornare a Gilgit. Macché: la polizia mi ha chiesto se potevo dare un passaggio in macchina  a uno di loro!

    Il giorno prima, mi ero fermato a mangiare lungo la strada, di ritorno dalla frontiera cinese. Era un baracchino senza pretese, un solo tavolo con «vista» sulle montagne (sforzandosi d’ignorare le meno affascinanti immagini più vicine). Menù: riso con pollo e noodles alla cinese, in omaggio alla frontiera vicina. Arrivo e un gruppo di uomini che sta bevendo il tè nell’unico tavolo si alza e me lo offre, perché secondo loro ero un «big boss» (da notare che viaggiavo in jeans e maglietta in una macchina normalissima). È l’ospitalità tipica da quelle parti: mi chiedo in quanti luoghi d’Europa sarebbe successa una cosa simile, per di più con uno straniero.

    Quest’ultimo viaggio, con la sua dosi di trasgressione lontano da scorte e macchine blindate, mi ha permesso di congedarmi dalla parte più bella e piacevole del Pakistan. Circondato da famiglie pachistane serene e tranquille, in vacanza sulle loro montagne: anche nei paesi che da noi si associano solo a violenza e terrorismo, le famiglie si muovono, tutti stretti in una macchina, e vanno a calpestare la neve, affittare una canoa, mangiarsi una trota. Spesso ce ne dimentichiamo nelle nostre immagini stereotipate.

    20 Novembre 2016.

  • Diario pakistano, numero ventisei: una giornata particolare

    Chi mi ha letto nel corso degli ultimi due anni, in queste pagine di diario o in altri spazi dove sono intervenuto con frequenza sulla questione dei rapporti tra Islam ed occidente, venuti così alla ribalta in quest’ultimo periodo, sa che sono persona favorevole all’approfondimento, alla conoscenza dell’altro e al dialogo. E ben cosciente dell’enorme diversità che esiste all’interno del mondo islamico, che non può essere caratterizzato in un modo solo, come è venuto di moda fare.

    Le dichiarazioni roboanti, le categorizzazioni nette e trancianti sono possibili solo a chi si ferma in superficie, a chi non si confronta, ma si costruisce una propria versione delle cose ad uso esclusivamente personale: nel caso dei rapporti con l’Islam, sostenere che tutti i musulmani sono terroristi o che perlomeno vi sono favorevoli è un’esagerazione di tale dimensione che non vale quasi la pena d’essere confutata. Chiunque abbia vissuto o frequenti dei paesi islamici sa che non è così, lo può sostenere solo chi si è costruito un proprio universo interpretativo a casa propria senza confrontarsi. Equivale alle «donne sono tutte sgualdrine», «gli uomini sono tutti maiali»o quello che una volta si diceva al nord, «i terroni sono tutti sporchi». Definizioni che soddisfano in caso di arrabbiatura, ma che lasciano il tempo che trovano

    Molto più sensato è andare al di là e cercare di capire quali sono i fattori che rendono il dialogo tra Islam e occidente così difficile e le percezioni mutue così sbilanciate.

    Permeato dal clima respirato in Europa in questi anni così marcati dal terrorismo e dal dibattito spesso scomposto generatosi dalle nostre parti, è stato con indubbio interesse che qualche tempo fa ho accolto l’invito di un centro studi pakistano di prima fila per una conferenza sul tema «I rapporti conflittuali tra Islam e Occidente».

    Ricordiamo che il Pakistan è uno dei paesi che ha pagato al terrorismo (islamico) il più alto prezzo, con più di sessantamila morti dal 2001 ad oggi, quando esplose dopo la caduta dei talebani nel vicino Afghanistan (e loro relativo ripiegamento in territorio pachistano).

    Il centro studi nel quale mi sono recato è uno dei più noti nella capitale pachistana, e di solito si occupa di questioni internazionali, per cui ero abituato a recarmici spesso.

    Mi aspettavo da parte del conferenziere, un ex – giudice, e dall’auditorio, un’autocritica e un’analisi senza contemplazioni dei limiti e delle manchevolezze delle società islamiche che hanno favorito il terrorismo, e un invito alla marginalizzazione dei violenti (che attaccano lo stesso stato pachistano) e al dialogo su valori comuni. Un qualcosa di simile, visto l’ambiente di certo livello, ai migliori dibattiti che si tengono in Europa (non sui social media con le loro degenerazioni).

    Mi sono trovato di fronte a qualcosa di diverso, che mi ha invece confermato che le voci favorevoli al dialogo e alla comprensione mutua sono da entrambe le parti minoritarie e devono affrontare l’ostilità dei grandi numeri di chi si accontenta della lettura più comoda, quella che non richiede la comprensione delle ragioni dell’altro. Quella che ha sempre ragione, anche perché non richiede controprove.

    In primo luogo, l’abituale presenza di diplomatici delle altre conferenze era stavolta limitata a me e a un collega russo.  Dopo pochi minuti il conferenziere lancia un’inaspettata domanda al pubblico «c’è qualche cristiano in sala?», ripetuta più volte. Io e il russo ci guardiamo sorpresi, e non alziamo la mano (perché mai avremmo dovuto rispondere a una richiesta così immotivata, tra l’altro ci sono anche molti cristiani pachistani alcuni dei quali avrebbe potuto essere presente?). Il clima da «noi e loro» non mi sembrava il più adeguato per una conferenza su questo tema.

    Dopodiché, invece dell’ammissione di un problema all’interno del mondo islamico e un tentativo di spiegazione del fatto che quasi tutti gli attentati terroristici siano opera di musulmani, è iniziata una tiritera di attacchi ai veri terroristi: gli occidentali.

    Il problema del terrorismo internazionale, ha detto il conferenziere, accompagnato dal movimento annuente del capo della maggior parte dei presenti, non è assolutamente interno al mondo islamico, ma solo un problema di definizione. I morti per terrorismo sembrano tutti di matrice islamica perché la stampa internazionale e i centri di potere non classificano come terrorismo tutto quanto di molto peggio commettono Stati Uniti, Israele e India (l’ossessione pachistana, ricambiata dall’altro lato della Linea di Controllo) nello loro guerre d’oppressione del mondo islamico.

    I 300.000 bambini iracheni uccisi dai bombardamenti americani non sono vittime innocenti del terrorismo (lo sono, indipendentemente dalla stima del numero, che ritengo esagerata)? Perché i palestinesi sono terroristi e gli israeliani, che occupano i loro territori, persone che si difendono? I musulmani del Kashmir non sono vittime del terrorismo di stato indiano?

    Vista così, l’Islam è una civiltà attaccata da fuori, che non fa che difendersi come può da entità molto più potenti: per questo deve ricorrere al terrorismo suicida.

    La presenza di capi di stato musulmani nelle manifestazioni parigine post – Charlie Hebdo non viene vista come un esempio positivo di presa di consapevolezza di un problema da affrontare insieme, ma come un «tradimento» dei popoli islamici da parte dei loro leader, sempre pronti a piegarsi al volere dell’Occidente.

    I tre nemici principali citati, Usa, Israele e India (l’Europa è vista solo come satellite degli Usa), espressione di tre religioni che vogliono conquistare le terre islamiche (cristianesimo, ebraismo e induismo). Una replica della visione islamica secondo cui la dimensione religiosa lo spiega tutto (assecondata da chi dalla nostra parte cade ingenuamente nel gioco: qualcuno può davvero credere che la politica occidentale sia «cristiana»? Ma cadiamo nel loro tranello).

    Solo dopo un po’ bel po’ di domande che confermavano questi assiomi, finalmente qualcuno ha asserito che anche all’interno del mondo islamico andava fatta autocritica, e che gli indicatori catastrofici in termini d’istruzione, salute, libertà, democrazia e iniziativa economica hanno la loro parte di colpa nell’esistenza del terrorismo.

    Nei miei articoli ho parlato spesso della visione islamica delle cose, dell’asimmetria che esiste nelle nostre visioni del mondo: non tanto quella che si cita abitualmente, quella determinata dalla separazione tra chiesa e stato che non esiste nell’Islam, dove in effetti tutto principia dall’essere musulmani, dimensione irrinunciabile, mentre da noi tutto inizia dall’essere cittadini (con libertà di esserlo anche della Città di Dio), ma quella legata alla narrativa e lettura diversa degli scenari internazionali: delle ferite del colonialismo, dell’occupazione occidentale delle terre musulmane, dei conflitti e ingerenze legati al controllo delle risorse energetiche. Degli enormi errori, anche recenti, commessi dalle potenze occidentali, nell’appoggiare i nemici dei nemici congiunturali, pensando che fosse un sillogismo risolvibile e fossero amici. Degli effetti catastrofici di certe presenza militari, presentate da noi come «pacificatrici» e vissute dalle popolazioni locali come invasioni. E di quelli altrettanto nefasti di metodi di combattimento, come i droni, tesi a salvare vite dei nostri soldati a costo di moltiplicare le vittime civili.

    Tutto vero, ma in quel pomeriggio pachistano mi sono reso conto che il doppio linguaggio, le semplificazioni con la realtà, il gettare le colpe sugli altri non è esclusivo di noi occidentali: anche nel mondo islamico lo usano come metodo. Creare confusione per non dover ammettere che si sta sbagliando qualcosa.

    Mi ha fatto pensare vedere interlocutori abituali che quando parlano con gli «occidentali» sono ragionevoli ed evoluti e che in altro ambiente sembrano partire per la tangente della teoria del complotto pure loro.

    Mi è rimasta alla fine la sensazione di una giornata particolare: noi occidentali sbagliamo a non approfondire la conoscenza delle radici culturali e le situazioni oggettive che provocano disagio nel mondo islamico, etichettandolo tutto come «un problema religioso». Dall’altra parte, all’interno del mondo islamico, le cui élites intellettuali hanno spesso una conoscenza approfondita della cultura occidentale (l’inverso non lo possiamo certo dire), per comodità e mancanza d’autocritica si preferisce spesso ricorrere a scuse interpretative, trasformando fatti veri (la forte presenza occidentale nel mondo islamico) come scusa onnipresente per evitare d’ammettere manchevolezze proprie.

    All’interno del mondo islamico esistono alcune minoranze intellettuali che riescono a fare la sintesi migliore tra i due mondi, ma la vera battaglia tra Islam ed Occidente continua ad essere quella dell’incomunicabilità, dell’autoreferenzialità, delle scuse per non fare.

    Alla fine, ci si sente da una parte e dall’altra minoranze che cercano di capirsi mentre i più la buttano sul facile, sul confronto che riconforta le proprie tesi, non sul dialogo che le sfida.

    Rimane la sensazione un po’ amara di essere confinato a una minoranza che vuole sforzarsi di capire e di creare ponti, e d’essere in balìa di maggioranze che da una parte e l’altra del guado si sentono più confortevoli nella distanza. Ma se viviamo in un mondo globale, possiamo permetterci di non conoscerci gli uni gli altri?

    Ciudad de Guatemala, 30 ottobre 2016.

  • Diario pakistano numero venticinque: segnali ambivalenti

    In quest’entrata di diario tratterò un tema che può dar luogo a letture diverse: l’approvazione questa settimana, da parte del parlamento pachistano, di una legge che inasprisce le pene per i cosiddetti «delitti d’onore» e per la violenza sessuale. I primi sono normalmente commessi da uomini della famiglia contro donne (mogli, figlie) per questioni d’»indecenza»: il caso tipico è quello di una ragazza che si sposi una persona contro il volere della famiglia, situazione che spesso in ambienti rurali si traduce in una «punizione esemplare» messa in atto dai fratelli o dal padre della ragazza. Il contesto è naturalmente quello del matrimonio deciso dalle famiglie, seguendo criteri di compatibilità di casta (in India) o socio – economico – religiosa (in Pakistan). È la modalità prevalente di matrimonio in entrambi i paesi, non solo negli strati sociali più umili ma a tutti i livelli.

    Quella dei delitti d’onore è la situazione illustrata nel documentario che ho già segnalato «A Girl in the River», che ha vinto l’Oscar come miglior documentario quest’anno. È disponibile qui (vale davvero la pena vederlo): https://www.youtube.com/watch?v=isNxuHyn4io

    In quel documentario, si racconta la storia di una ragazza nel Punjab pachistano che viene data per morta e buttata nel fiume dal padre e dallo zio per punirla del disonore fatto alla famiglia: sposarsi contro la volontà di questa con un ragazzo di ceto sociale più basso. La protagonista sopravvive, viene curata e poi accolta dalla famiglia del marito, mentre i responsabili del tentato omicidio arrestati.

    È a questo punto che interviene la singolarità della società pachistana: come il film descrive e come succede in migliaia di casi nel paese, gli anziani del quartiere consigliano alla ragazza di «perdonare» coloro che l’hanno aggredita in maniera tale da ristabilire la calma nel quartiere ed evitare le tensioni e faide che una situazione di questo tipo genererebbe. Cosa significa perdonare? Nella concezione del diritto applicata in Pakistan significa la sospensione della causa giudiziaria e la liberazione degli accusati, anche in caso di assoluta evidenza di colpevolezza: il perdono da parte delle vittima ha estinto il caso.

    Possiamo immaginare la pressione sociale e familiare sulle vittime di soprusi quando gli accusati sono familiari: quasi sempre, la riconciliazione avviene, anche se forzata, e questo fa sì che non si disincentivi l’uso della violenza, che alla fine viene premiata.

    In una delle ultime scene del documentario, gli accusati escono como eroi dal carcere, e il padre dichiara d’essere molto contento di questa vicenda, perché gli altri figli si sposeranno con rampolli di famiglie più altolocate, a causa dell’aumentata «rispettabilità» della famiglia. La ragazza torna mestamente a casa dal marito: la riconciliazione non era che un escamotage giuridico.

    Può sembrare allucinante che esistano realtà di questo tipo nel 2016, ma non dimentichiamo la situazione in certe regioni italiane qualche decennio fa, ritratte in film come «Divorzio all’Italiana»: il substrato culturale era molto simile.

    Il meccanismo del perdono viene usato regolarmente in Pakistan per esimere i benestanti da condanne per crimini da loro commessi o ordinati: in quel caso, viene accompagnato da una compensazione monetaria nei confronti della vittima o della famiglia, in caso di morte.

    Il perdono si applica anche in casi di pena capitale: avvenuto il perdono, al condannato non si tramuta la pena, ma viene liberato. Questo fa sì che nelle carceri e sui patiboli pachistani ci sia posto solo per poveri, che non possono «pagarsi» il perdono.

    Uno stato rabbrividente della giustizia che è uno dei principali ostacoli allo sviluppo del paese. La religione c’entra ben poco (non è una questione, come sempre si dice, d’Islam) ma di arretratezza dello sviluppo nelle pieghe della società e assenza di una cultura dei «diritti individuali», relativamente normale in una società che esprime valori collettivi.

    Le nuove leggi approvate dal parlamento pachistano induriscono il trattamento dei casi d’onore, che non può essere più preso come attenuante per giustificare un delitto. Il perdono può essere ancora concesso, ma solo in caso di pena di morte, e anche in quel caso rimane da scontare una pena di dodici anni e mezzo (metà del massimo legale in Pakistan, venticinque anni in prigione).

    Nei casi di stupro, che per la maggior parte avvengono anch’essi nell’ambito della famiglia allargata (zii, cugini), vengono introdotte una serie di misure sinora non accettate, come analisi mediche e uso del DNA. Sino ad adesso, valevano solo le testimonianze, con la necessità di quattro testimoni per certificare l’avvenuta violenza (e la testimonianza d’una femmina vale metà di quella di un maschio….).

    Se pensiamo all’ambito familiare o alle violenze di gruppo nell’ambito di lotte di clan, i due casi più frequenti, possiamo facilmente capire come queste condizioni portassero alla pratica impunità.

    L’approvazione di queste due leggi è uno sviluppo positivo, anche perché non dovuto a pressioni internazionali, controproducenti in questo paese, ma a una maturazione interna.

    Ma la sfida rimane, come sempre in un paese con queste caratteristiche, nell’applicazione delle leggi, che si scontra con comportamenti contrari che sono atavici e diffusi in tutti gli strati della società.

    Un aneddoto: qualche mese fa, poco prima di lasciare il paese, fui invitato dalla Commissione Diritti Umani del parlamento pachistano a discutere della situazione dei diritti umani nel paese: il Pakistan sa bene che è una delle principali preoccupazione dell’Unione Europea nel nostro rapporto con loro.

    Di fronte a me si schierarono quattordici deputate donne: dieci con la testa coperta, due anche con il volto coperto, due a testa scoperta: un buon campione della femminilità pachistana. L’unico deputato maschio era il presidente della commissione, un cristiano.

    Le questioni diritti umani sono lasciate alle deputate donne perché considerate di poco conto, minori, un po’ come gli affari sociali per noi qualche tempo fa.

    Discussi con le deputate le conseguenze del nostro sistema di preferenze generalizzate, che dà accesso in Europa ai prodotti pachistani a cambio di miglioramenti dimostrabili nel rispetto dei diritti umani. Tanti chiarimenti, tante differenze culturali, ma di fronte a me percepii la voglia di contribuire al cambiamento della loro società partendo DALLA LORO CULTURA. Loro mi parlarono di queste leggi per cui lottavano e che adesso sono diventate realtà.

    Una legge non risolve situazioni così ancorate in una tradizione, ma è comunque segno dei tempi e della volontà di cambiamento.

    Adesso si entra nella fase altrettanto delicata della messa in pratica, dell’applicazione, che si scontra con altissimi muri culturali.

    Ma un dado è tratto, e nonostante tutte le difficoltà vale la pena sottolinearlo e sostenere chi lotta per cambiare.

    Ciudad de Guatemala, 13 ottobre 2016.

  • Diario pakistano numero ventiquattro: le donne del Pakistan

    Riprendo le mie pubblicazioni sul Pakistan anche se nel frattempo ho lasciato il paese: mi sono rimasti alcuni temi da trattare per cui non ho avuto tempo in questi mesi convulsi di cambiamento, credo scriverò ancora tre volte prima di chiuderlo.

    Oggi vorrei affrontare il tema del ruolo delle donne in Pakistan. Abbiamo passato l’estate a discutere di burkini come se quel tema si giocasse il futuro dell’Occidente. Non ho posizioni ferme perché non ritengo corretto travisare temi per trasformarli in moltiplicatori delle nostre opinioni su altro. Non esiste una «crisi burkini» in Europa se non quella che ci siamo inventati, ma rimane un’occasione per riflettere sulla sfida della multiculturalità nella quale siamo comunque immersi, piaccia o no.

    Io e mia moglie abbiamo vissuto per due anni in un paese, il Pakistan, che è non solo dichiaratamente islamico (lo porta nel nome, e il paese è nato come patria di tutti i musulmani dell’Asia del Sud, di quella che era l’India britannica), ma che è immerso in un processo di ulteriore islamizzazione, anziché di occidentalizzazione come penseremmo «naturale» (noi).

    Il Pakistan non è certo un paese che possiamo definire tollerante: il 4% di pakistani non musulmani è considerato come di «seconda classe» e soffre chiare discriminazioni economiche e sociali, se non giuridiche. La tolleranza che noi europei esercitiamo nei confronti delle persone dalle culture diverse è una chimera in Pakistan, dove è chiarissimo che stranieri e non musulmani devono rispettare alla lettera le regole esistenti: in materia alimentare, d’abbigliamento, di usi. Non esiste uno spazio specifico o una comprensione per chi è diverso dalla maggioranza.

    Rimane da vedere se la simmetria nel trattamento è ciò che dovremmo considerare opportuno o se, convinti della bontà del nostro atteggiamento tollerante non dovremmo insistere in quello anziché chiedere ad altri di allinearsi con noi. In fondo, i nostri dubbi riflettono un’insicurezza, della quale approfitta chi vuole approfittare della nostra tolleranza senza concederla a casa sua.

    In realtà, questioni tipo vignette di Charlie Hebdo e dibattito sul burkini sono visti nei paesi islamici come prove d’ipocrisia dell’Occidente, che si crede superiore e tollerante ma solo sulla base degli standard da esso stesso definiti. I provvedimenti francesi su velo e burkini come segni d’intolleranza e doppia morale.

    In Pakistan, paese come detto molto conservatore, la visione islamista delle cose è potente ma permea la società a un livello diverso dalla politica: i partiti islamici non hanno seguito elettorale né particolare credibilità, i pakistani non vogliono essere governati da loro, ma i leader religiosi hanno un’enorme influenza comunque attraverso la vita appunto religiosa: in un paese islamico l’ateismo o il laicismo non sono di casa, chiunque nato nell’Islam rimane tale e non può staccarsene, per cui si rimane per forza sotto l’influenza religiosa. In particolare, il Pakistan è un paese di tradizione sufista, la versione «poetica» dell’Islam, e in questo quadro giocano un ruolo fondamentale i pir, i santoni, che hanno un’enorme influenza spirituale. Si noti come in questo il Pakistan musulmano riprenda una tradizione indiana, quella dei guru, distinguendosi in questo dall’Islam originale di matrice araba, che non contempla questa figura.

    Durante l’ultimo anno ha acquisito in Pakistan molta visibilità l’operato di un organismo, il Council of Islamic Ideology (CII), cui la costituzione ha affidato il ruolo di verificare la conformità della legislazione con l’Islam. Compito originalmente temporaneo, ma l’organismo esiste ancora, ed ha un ruolo consultivo ma «pesante» su ogni nuova legge in discussione. Recentemente, alcune opinioni del CII chiaramente retrograde su proposte di legge che volevano introdurre limiti d’età per il matrimonio (per evitare la piaga delle bambine «vendute» in matrimonio e delle conversione «forzose» di ragazze induiste mediante matrimoni con musulmani) e su misure per proteggere le donne dalla violenza domestica (il capo del CII ha scherzato sul fatto che non si poteva espellere un uomo da casa sua, e che qualche «colpetto»  ogni tanto non poteva far danni a una donna) hanno messo n discussione il ruolo di quest’organo.

    Le fotografie degli anni sessanta mostrano donne pakistane non coperte e con gonne corte: fenomeno probabilmente limitato alle grandi città, ma visibile anche in Egitto, Afghanistan e Iran, paesi nei quali avvenne un movimento relativamente progressista nei costumi parallelo a quello che ebbe luogo in occidente. La prima svolta contraria viene nel 1979, quando la rivoluzione khomeinista in Iran portò con sé due messaggi divenuti chiave nel mondo d’oggi: il riscatto degli sciiti e il cambio sociale non vissuto in chiave occidentale ma islamica. La seconda svolta quella dell’11 settembre 2001 e della reazione americana contro l’Islam tutto, che provoca un sussulto anti – occidentale, nel quale siamo tuttora immersi.

    La propagazione, tramite generosi finanziamenti sauditi, del modello islamista wahabita in zone che ne erano lontane, come il Pakistan, ha diffuso a macchia un Islam retrogrado e ultra conservatore laddove esistevano altre versioni dell’Islam, più tolleranti e moderne: come nel Pakistan sufista.

    In Pakistan le donne non devono necessariamente coprire la testa, salvo in una moschea, e tantomeno il volto. È certamente malvisto che espongano braccia, gambe od altro, in generale che vestano «sexy». Più che una regola stabilita per motivi religiosi, obbedisce a quello che i pakistani chiamano «modestia», che si traduce in una certa paura del corpo, anche maschile. Essa si riflette nel fatto che le piscine sono luoghi tabù, nei quali pakistani e pakistane vanno ultracoperti e si trovano a disagio con la presenza di donne in bikini. Il burkini, che ha incominciato a diffondersi anche in Pakistan, è un tentativo di permettere alle donne di esercitare certe attività senza contravvenire alla «modestia» islamica. Sono loro a sentirsi molto scomode in bikini, costume intero o anche in presenza di uomini in costume da bagno, se non della loro famiglia. È un’accezione leggermente diversa dall’imposizione maschile d’indossare un burkini di cui si parla da noi.

    Nella tradizione prevalente in Pakistan, non c’è dubbio che la donna sia in una posizione debole rispetto all’uomo, e che i meccanismi matrimoniali, simili a quelli indiani, diano alla famiglia del maschio diritti superiori a quelli della famiglia della femmina: sia in India che in Pakistan, una donna sposandosi «integra» la famiglia del marito, assumendone tutti gli obblighi derivati. Una donna pakistana non può poi rimanere single, ed i meccanismi di divorzio islamici lasciano la cosa interamente nelle mani del marito.

    Ciò non toglie che le donne pakistane abbiano un ruolo fondamentale, e siano presenti in ogni ambito della vita sociale e politica, non solo familiare. Il Pakistan ha avuto, a differenza dell’Italia, un primo ministro donna, Benazir Bhutto, ed ha parecchie donne in parlamento, ma la ragione non è tanto un suo ruolo emancipato quanto che rappresentano una famiglia patriarcale: la maggioranza di politici pakistani è membro di un clan dinastico, e quando il successore è una donna, lei prende in mano i destini della famiglia, anche in politica. Il Pakistan paga molto cara la sua struttura patriarcale / dinastica, che si traduce in una politica estremamente conservatrice.

    In Pakistan le donne tendono a defilarsi, a non cercare le luci della ribalta, ma hanno spesso ruoli importanti nell’ombra. Tutti conoscono Malala, la ragazza che si ribellò alle regole dei talebani nello Swat, ma se lei ha un’enorme visibilità internazionale, è meno considerata in Pakistan, dove non mette piede ed è spesso considerata una «traditrice» (il suo libro è vietato in molte scuole pakistane).

    Nel mio lavoro ho avuto modo d’incontrare molte donne coraggiose, che non hanno paura di adottare posizioni progressiste e coraggiose che, ricordiamolo, in un paese come il Pakistan ti possono costare la vita.

    Donne come Sarah Bilal, che dalla piattaforma del suo Justice Project Pakistan difende con vigore i diritti dei condannati a morte: in Pakistan le esecuzioni sono state sospese per cinque anni, su richieste dell’Unione Europea: dopo il mostruoso attentato di Peshawar (dicembre 2014), la moratoria fu interrotta e da allora più di 400 persone sono state impiccate. Pochi di loro terroristi, però: quasi sempre poveracci condannati per crimini comuni, dei quali risulta molto difficile constatare la vera colpevolezza da parte di un sistema giudiziario sclerotizzato e corrotto. Tra l’altro, in Pakistan ti puoi redimere da una condanna a morte, anche pagando, se ottieni il perdono dei familiari delle vittime: meccanismo interessante, ma perverso, perché fa coincidere impunità con possibilità di pagare.

    Donne come Marvi Menon, che alla testa del Benazir Bhutto Income Support Program si muove all’interno di un governo peraltro piuttosto conservatore e «maschile» per promuovere i diritti delle donne, soprattutto di quelle più umili ed emarginate. Fu lei la promotrice della legge per invalidare i matrimoni di minorenni, poi bloccata dal veto islamico del CII. Con relative minacce di morte, chiaro.

    Donne come Sherry Rehman, che come ministra dell’informazione del precedente governo e poi ambasciatrice negli Usa ha coperto posizioni importanti, e adesso continua a prendere posizioni coraggiose su temi come libertà per le donne e libertà religiose che la mantengono sempre sotto minaccia di rappresaglie.

    Donne come Sabeen Mahmud, attivista per i diritti civili che a Karachi fece del suo locale The Second Floor un’oasi di libertà di pensiero in una città sempre più confusa e ingestibile: uccisa il 24 aprile 2015.

    Donne come Sharmeen Obaid – Chinoy, regista due volte premiata con l’Oscar per documentari durissimi e coraggiosi, che senza contemplazioni denunciano pratiche mostruose come lo sfregio con acido contro donne «disobbedienti» (Saving Face, 2012), https://www.youtube.com/watch?v=lWC1pbWkNjU) e gli omicidi d’onore di donne che compiono scelte invise alla famiglia, spesso compiuti dai genitori o dai fratelli. (A Girl in the River, 2015), https://www.youtube.com/watch?v=9tmDUR2atyc.

    Intendiamoci, le donne citate sono tutte espressioni delle classi alte e con studi all’estero, ma con il coraggio sufficiente per rompere barriere, sfidare il conformismo e provare  a cambiare il loro paese a rischio della loro vita. Tutte donne musulmane con molto, molto coraggio, che dimostrano che l’azione è sempre possibile: dobbiamo evitare di cadere nell’inazione su basi culturali (l’Islam è così, non ci si può fare niente).

    Io le ho conosciute, ce ne sono sicuramente molte altre altrettanto meritevoli che non conosco: in un paese dove hanno quasi tutto contro, molte non si arrendono e si mettono al servizio del loro paese

    Io ho avuto esperienze curiose, come una riunione con la commissione diritti umani del parlamento pakistano, dove mi sono trovato davanti dodici membri donne du dodici (ma uomo il presidente): molte con la testa coperta, una con il volto coperto, altre scoperte ma tutte disposte a lavorare assieme per i diritti delle donne nel loro paese, anche se su basi islamiche. Tema considerato «minore» dai politici maschi.

    Non ho immagini di quel giorno, ma concludo con altre donne: le madri di un villaggio del Sindh, distretto di Thatta, particolarmente colpito dal problema della denutrizione in cui l’Unione Europea interviene con un progetto per assisterle sia dal punto di vista sanitario che nutrizionale. In Pakistan, il 40%!!! dei bambini sono malnutriti (sottopeso negli – chiave di crescita) e la metà di loro affetti da malnutrizione cronica nei primi cinque anni, con effetti irreversibili anche intellettuali.

    Quando ho visitato il centro per bambini malnutriti, per pudore non ho voluto fare foto né prenderli in braccio: bambini che mi stavano in una sola mano!

    Pubblico però la foto che ho fatto con le donne del villaggio, riunite per una sessione con gli esperti del progetto su pratiche sanitarie ed alimentari. Credo che lo sguardo di queste donne ne faccia trasparire le difficoltà della vita.

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    Rimango con il loro ricordo, e con quello, che mi mancherà, delle ragazzine che escono dalle scuole con i loro veli e sciarpe colorate al vento, e quello delle coloratissime donne pakistane, coperte di tutto punto ma dignitose ed affascinanti nei loro mille colori. Il nero non va granché da queste parti. E il burkini  è certo l’ultimo dei problemi.

    Madrid, 11 settembre 2016.

  • Diario pakistano, numero ventitré: vivere nell’insicurezza

    Di questi tempi, noi europei abbiamo cominciato a preoccuparci del terrorismo a casa nostra. Non che non l’avessimo già sperimentato (vedasi grafico sotto), ma non c’è dubbio che l’allarme derivato dagli attacchi a matrice islamica degli ultimi anni sia aumentato esponenzialmente dopo Parigi, Bruxelles e Nizza. Ci chiediamo in che modo dobbiamo vivere, che precauzioni dobbiamo prendere.

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    Ma cosa significa convivere con il pericolo costante in un paese come il Pakistan o l’Afghanistan?

    Un numero richiama l’attenzione: dal 2001, momento in cui la caduta dei talebani in Afghanistan li sposto’ nel nord del Pakistan, generando una situazione di grande instabilità nel paese vicino, ad oggi sono morte per terrorismo in Pakistan 65.000 persone: una città come Siena cancellata in sedici anni.

    Sono numeri che fanno impallidire i nostri (il che non significa che non dobbiamo preoccuparci e reagire). Paragoni simili possono essere fatti per i rifugiati: l’opinione pubblica europea crede che stiano arrivando tutti in Europa: ebbene, in Pakistan ci sono tre milioni di afghani che hanno cominciato ad affluire nel…1979.

    L’Europa non è quindi l’epicentro di tutti i problemi nè il peggior mondo possibile, ma difficile convincere di questo chi vive in una bolla autoreferenziale o con una visione limitata del resto del mondo. E che comunque ha tutto il diritto di essere oggi preoccupato.

    Torniamo al Pakistan: cosa significa vivere in un paese dove il pericolo è sempre presente: si chiamo autobomba, rapimento, assalti a colpi di kalashnikov?

    Io e mia moglie siamo arrivati in questo paese nel 2014 dopo lunghe esperienze in America Latina, nella quale esistono zone ad alta intensità criminale: due paesi nei quali avevamo vissuto, Brasile e El Salvador, sono tra i più pericolosi in termini d’incidenza della criminalità, a livelli infinitamente superiori rispetto a quelli europei.

    Vedansi questi dati dell’UNODC: https://en.wikipedia.org/wiki/List_of_countries_by_intentional_homicide_rate.

    Gli omicidi per 100.000 persone sono dello 0.8 in Italia, del 3.9 negli Usa, del 24.6 in Brasile, del 64.2 in El Salvador. Improponibili i confronti. Afghanistan con 6.5 e Pakistan con 7.7 dimostrano che l’incidenza del terrorismo, per quanto faccia molta paura, pesa molto meno di quella del crimine violento, specie legato al narcotraffico.

    Avendo vissuto in paesi molto colpiti dal crimine, eravamo molto familiarizzati con le precauzioni da prendere in quegli ambienti: non andare in quartieri non conosciuti o nei quali si richiamerebbe l’attenzione, muoversi il meno possibile la sera, evitare ogni tipo di comportamento ostensivo, avere macchine solide ma non lussuose, non fermarsi ai semafori di sera.

    Fermo restando che il principale problema per la sicurezza nel mondo non è il terrorismo, ma la delinquenza comune e il narcotraffico, e fermo restando che l’Europa è tra le zone più sicure al mondo da quel punto di vista, il pericolo derivato da situazioni belliche, terrorismo e instabiltà politica è di natura completamente diversa. E’ più probabile vedersi coinvolti in eventi criminali che terroristici, ma la tipologia di eventi del secondo tipo è meno preventivabile.

    La probabilità maggiore per vedersi colpito da un atto terrorista deriva dal frequentare manifestazioni, luoghi affollati, mercati, stazioni di autobus o ferroviarie. In un paese nel quale questi eventi diventano sistematici, la gente impara a distinguere ogni segnale, captare ogni sintomo, evitare situazioni di pericolo, come sedere in un caffè o in una terrazza all’aperto raggiungibile da una autobomba azionata a distanza. Chiaro che è l’esatto contrario del modo di vita europeo.

    I terroristi cercano di solito di colpire nel modo più doloroso possibile, per spaventare e rendere la vita insicura: per questo, nel mondo islamico l’obiettivo principale sono le moschee, e gli attentati più frequenti il venerdi nel primo pomeriggio, momento della preghiera. Le bombe o i suicidi colpiscono moschee d’un ramo diverso dal loro (di solito i radicali sunniti di Al Qaeda o ISIS colpiscono moschee sciite, o ismaelite o d’altra derivazione°. A volte chiese, anche se i cristiani di solito sono vittime dei riots, gli attacchi violenti ai loro quartieri in caso di accuse a uno di loro di blasfemia. In India si sono attaccati tempi induisti o sikh. L’idea  sempre quella di causare il massimo di vittime in un gruppo considerato «nemico» in un momento legato a un inevitabile rilassamento, quello dell’orazione.

    Altro obiettivo dei terroristi sono i rappresentanti dello stato o delle forze dell’ordine, normalmente militari e poliziotti, ma anche giudici, impiegati, comunque espressioni dello stato. I talebani, e in Africa Boko Haram (che significa «la cultura occidentale è peccato») o i Shaabab sono particolarmente aggressivi nei confronti delle scuole, specialmente di quelle femminili.

    In paesi con forti misure di sicurezza, il numero principale di vittime è composti da poliziotti e guardie giurate, quelli che assicurano il perimetro. Sono quelli che esplodono con i suicidi o con le autobombe. Raramente il terrorismo colpisce persone sotto protezione o «famose», che sono all’interno dei circoli di sicurezza. Per questo il terrorismo ha spesso come scopo diffondere la paura tra la gente comune.

    Ci sono poi le vittime designate, persone che per qualche ragione sono nell’occhio di mira dei terroristi: uomini politici, attivisti, leader di altre fazioni, a volte semplicemente stranieri (ISIS li attacca come tali, altri gruppi no).

    In questo caso, esistono misure di sicurezza pesanti: scorte, macchine blindate, controlli mirati a identificare la presenza di esplosivi. Accesso limitato a edifici o zone specifiche. Edifici circondati da strutture in cemento, sacchi di sabbia, reticolati.

    Quando si arriva per la prima volta in un paese sottomesso a queste misure preventive, la prima impressione è un po’ ubriacante: tank fuori dall’aeroporto, esercito e uomini armati dappertutto, lenti passaggi a posti di blocco, davanti ai quali si formano lunghe code (un pericolo in sè, perchè un’autobomba puo’ fare molto danno).

    A cosa serve la macchina blindata? Nessun veicolo puo’ resistere un’esplosione mirata o una bomba sotto di esso: ma lo scopo del blindato è quello di evitare che in caso d’esplosione NON DIRETTA A TE i vetri si rompano addosso agli occupanti, ferendoli o uccidendolo, o la lamiera diventi una trappola inestricabile. Una bomba diretta alla tua macchina specificamente non è arrestabile.

    Ogni blindatura ha per scopo proteggerti dal primo impatto e darti tempo di muoverti fuori pericolo. Cosi’ un giubbotto blindato ti protegge le zone vitali, ma non il volto. E non resisterebbe una raffica continua di colpi.

    Le macchine blindate sono divenute di moda in Afghanistan e Pakistan perchè proteggono dai famigerati IED, bombe di fabbricazione domestica che costituiscono l’essenza degli attentati in questi due paesi. Sono del tutto inutili in altro contesto, come l’America latina e la delinquenza. Infatti là si usano poco.

    La principale misura di sicurezza è la prevenzione: ridurre la probabilità di trovarti in una situazione di pericolo, evitare luoghi affollati, verificare il perimetro e le misure esistenti in luoghi dove conti di passare del tempo. Importante calcolare la distanza da una possibile autobomba. In caso si vada a un caffè, meglio sedersi dentro e verso il fondo, valutando le vie d’uscita in caso d’emergenza.

    Per molto tempo, l’Unione Europea non ha approntato misure di sicurezza per i suoi funzionari e diplomatici. L’idea di fondo era che la nostra istituzione, la principale donante di aiuti alla cooperazione nel mondo, fosse per definzione «buona» e percepita come tale. Nulla a che vedere con la politica stanunitense, legata a un espansionismo a malapena equilibrato de politiche di cooperazione o nel campo sociale. L’UE ha a lungo avuto solo le seconde e raramente è stata attaccata.

    Ma la crescente distanza tra occidente e Islam ha reso più impalpabili queste differenze, ed è divenuto evidente che anche i nostri operatori, al muoversi in zone di rischio, correvano pericoli, magari non diretti, ma presenti negli ambienti cui erano esposti.

    Per questo è ormai obbligatorio, prima di recarsi uno scenario considerato di pericolo, seguire corsi di sicurezza, che toccano temi diversi come misure preventive, come comportarsi in scenari con presenza di guerriglia, terrorismo, delinquenza comune. O aspetti di prima necessità come il pronto soccorso.

    Nel nostro caso (Pakistan, Afghanistan) è poi obbligatorio seguire dei corsi pratici, tenuti da militari: io l’ho fatto presso il centro di formazione della fanteria tedesca, a Hammelburg in Bassa Franconia.

    Paradossale che una persona con le mie caratteristiche, che fu obiettore di coscienza, abbia avuto i suoi primi contatti con la vita militare in relazione ad attività di cooperazione internazionale, prima in Afghanistan e poi in Pakistan: una tendenza dei nostri giorni è che la separazione tra dimensione civile e militare in scenari instabili è sempre più labile: i militari svolgono funzioni civili, e i civili devono avere un buon rapporto con i mililtari. Non c’e’ più spazio per pretestuose differenziazioni tra «noi» e «loro».

    In Afghanistan mi resi conto della difficoltà di combinare entrambe le dimensioni e di come una cooperazione civile inquadrata in ambito militare crei sentimenti contrastanti nella popolazione e sia foriera di molte contraddizioni: ma è discorso che affronteremo un’altra volta.

    Alla scuola tedesca abbiamo seguito una formazione su come comportarci in scenari di guerriglia urbana; come valutare situazioni di pericolo ed evitarle; come proteggersi sotto il fuoco e valutare l’impatto potenziale di esplosivi e la gittata di armi da fuoco; come riconoscere la presenza di mine e muoverci in un campo minato, come proteggersi da una bomba a mano nelle immediate vicinanze (non provare  a calciarla lontano come nei film).

    Due considerazioni: le mine terrestri sono probabilmente il più mostruoso artefatto concepito dalla mente umana per fare male: non vogliono uccidere, ma mutilare, terrorizzare, intimidire. Convertono strade e campi in luoghi di morte, rendendo impossibili gioco, movimenti, agricoltura. Il vero obiettivo delle mine è minare la fiducia delle popolazioni civili, non fermare i militari. Pensiamo alle mine in forma di giocattolo per attirare e mutilare i bambini o quelle invisibili in  forma di foglia (le più temibili, chiamate  a farfalla, di fabbricazione russa). Il male per il male, senza possibili scusanti. E non sono i terroristi che le usano, ma anche gli eserciti regolari.

    Un’altra riguarda un’esercizio di sequestro simulato per aiutarci a sopravvivere un sequestro: poche ore, ma pur sapendo che è un esercizio e che finirà presto, la privazione di libertà, gli abusi e gli sforzi fisici cui si è obbligati le rendono insopportabili. Ci si rende conto sulla propria pelle di quanto sia limitata la resistenza umana al dolore, quasi nulla, e di come siamo fragili e indifesi.

    Solo dopo poche ore di simulazione mi sono reso conto di cosa possa significare essere privati della libertà, senza sapare quando finirà e temendo che ogni momento possa essere l’ultimo della tua vita. L’inferno in terra.

    Con tutto cio’, alle misure di sicurezza, all’emergenza e al pericolo ci si abitua, si impara a farci fronte, anche se davvero preparati non si è mai.

    Quando anni fa viaggiai per la prima volta in Libano e in El Salvador, paesi per me sinonimo di guerre civili (negli anni ottanta erano gli scenari «neri» del mondo) chiedevo a molti cosa significava averla vissuto, una guerra civile. La risposta di solito era del tipo «è stato duro, ma la vita continua: ti butti a terra, sventoli una bandiera bianca, e quando puoi ti rialzi».

    Huyendo

    Non dimentichiamo che sono in pochi a poter fuggire da una guerra: in milioni ci restando dentro, e devono continuare a vivere, come possono e come riescono.

    E l’essere umano si deve adattare, per forza.

    Islamabad, 24 luglio 2016.

  • Diario pakistano – numero ventidue: Ramadan

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    La settimana scorsa, lunedi’, è iniziato in tutto il mondo islamico il Ramadan (in Pakistan, Ramzan, in urdu).

    Il Ramadan è un mese molto speciale e seguito strettamente da tutti: nulla a che vedere con la nostra quaresima, ormai osservata solo da pochi intimi.

    Il digiuno durante il mese di Ramadan si segue strettamente: tre le tre e mezza del mattino, ora entro cui si deve fare colazione (sehri in Pakistan) e le sette e venti della sera, ora in cui si puo’ cenare (dopo la preghiera) nell’iftar non è consentito nemmeno bere un bicchier d’acqua. Quando come in questi anni miei in Pakistan il Ramadan, fissato seguendo il calendario lunare musulmano, cade nei mesi più caldi (maggio e giugno), osservarlo è un vero tour de force. Resistere senz’acqua a temperature di quaranta – quaranticinque gradi è una vera tortura.

    Ufficialmente, non si smette di lavorare, ma gli orari forzati dal Ramadan e pasti sballati e mal intercalati provocano, uniti al gran caldo, uno stato di torpore permanente che rallenta ulteriormente i tempi e diminuisce ancora le già ridotte performance lavorative.

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    Di fatto, nel mese di Ramadan non si possono convocare riunioni, organizzare eventi che non siano serali (e con cena): dal punto di vista operativo, è un mese vuoto.

    L’osservazione del digiuno è uno dei cinque pilastri dell’Islam: gli altri quattro sono la professione di fede, le cinque preghiere giornaliere l’elemosina ai bisognosi (zakat) e il viaggio alla Mecca (haj). In una religione che non ha battesimo o sacramenti iniziatici, l’osservazione di questi cinque principi ti rende musulmano, senza che qualcuno lo debba necessariamente certificare.

    Il fatto che i cinque pilastri ti rendano musulmano, fa si’ che la loro osservazione sia parte integrante della stessa, non un optional per i devoti.

    Gli anziani che non se la sentano, i malati o le donne incinta sono esonerate dal ramadan, ma nel secondo caso dovranno osservarlo, da soli, una volta guariti.

    Non esiste in Pakistan un organismo che controlli chi osserva il digiuno, una specie di polizia religiosa come in Iran. Anzi, il principio islamico è che la responsabilità di osservare i riti ricada nella coscienza del singolo. Un’altra follia talebana e wahabita quella di controllare e imporre l’osservanza delle regole con la violenza.

    Nella pratica, è molto mal visto infrangere queste regole e chi lo fa deve farlo in privato: un musulmano puo’ sopportare l’idea che un altro non le osservi (problema di coscienza suo), ma scandalizza che lo si faccia in pubblico, come con il consumo di alcoolici. Questo vale anche per i non musulmani, cui il buon senso consiglia di non consumare i pasti alla vista di musulmani a digiuno. Comunque caffè e ristoranti sono chiusi, aprono e si riempiono alle tre di mattina e dopo le sette di sera.

    Il Ramadán porta con sè molta tranquillità, a volte usata dai terroristi per colpire a tradimento (gli attacchi terroristici sono più frequenti al venerdi’, giorno della festa religiosa). Le persone dormono poco la notte, con quella colazione molto sostanziosa da prendere entro le tre e mezza (e da preparare prima) e sono assonnate la mattina. Vivacchiano e poi di solito passano il pomeriggio in casa, dormendo, per prepararsi a una lunga notte con cibo.

    Dal punto di vista sanitario queste regole, mutuate dalla vita nel deserto d’Arabia, sono un autentico disastro: niente liquidi e grandi quantità di cibo grasso  e zuccherino tutto la sera: i dietologi guardino dall’altra parte.

    Mi risulta difficile valutare sino a che punto il Ramadán sia qualcosa di religioso o culturale: da scettico europeo, ne noto più gli effetti deleteri (sul lavoro, la salute, l’efficienza) che quelli positivi in termini di meditazione, spiritualità e religione: come potrei valutarli? Le più di mille persone morte l’anno scorso per la coincidenza tra l’inizio del Ramadan e temperature di cinquanta gradi mi sembrano un’assurdità, e credo sarebbe del tutto ragionevole permettere almeno a chi lavora il consumo di acqua.

    Alla conclusione del Ramadan avviene l’Eid, che è un momento particolare, nel quale si deve dar da mangiare a chiunque si presenti alla tua porta (inteso la famiglia e i poveri del quartiere). Per molti, è l’unica volta all’anno che consumano carne (d’agnello o pecora). E’ una manifestazione della dimensione caritatevole che indubbiamente esiste nella religione islamica.

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    Iftar2

    A me sembra che il Ramadan risulti un camicia di forza: chi l’ha vissuto in altri paesi, come Sudan o Afghanistan, trova che in Pakistan non sia osservato cosi’ strettamente come là.

    L’anno scorso, le cene di Iftar mi traumatizzarono: ero invitato a una ogni sera (l’iftar è un momento di grande socialità) e all’inizio non ne conoscevo i meccanismi. Notai che in un paese dove ritardi di uno – due ore sono normali, in occasione di quelle cene alla sette, sette e dieci arrivano tutti. Alle sette e un quarto tutti seduti, su tavole imbandite con datteri, latte, dolci, bevande zuccherate: sono i primi alimenti che si mangiano di fretta al momento della rottura del digiuno, per mettere qualcosa nel corpo. Questi alimenti si pososno sgranocchiare durante la prima preghiera.

    Alle mie prime cene credevo che di questo si trattasse, per cui mangiavo questi alimenti improbabili come se fossero piatto unico: salvo accorgermi dopo che arrivava tutto il resto: decine di piatti in un’autentica orgia culinaria. Vedere le foto.

    Iftar

    Quest’anno ho deciso che limitero’ al massimo le cene di Ramadan, l’anno scorso mi trovai addosso qualche chilo indesiderato proprio prima dell’estate (alla faccia del digiuno!). Altro accorgimento se non si puo’ evitare l’invito è andare, salutare e non mangiare, cenando dopo a casa qualcosa di leggero invece delle cinquemila calorie dell’Iftar.

    Sarà la gente più buona e religiosa durante il mese santo? Siamo noi più buoni a Natale e fine anno? Chi lo sa. La dimensione familiare aiuta di certo, ma la mia impressione è che in fondo siamo sempre noi, con i nostri difetti, i nostri limiti, le nostre manie. Ma anche se affascinato dal senso religioso e dalle religioni, non sono un praticante di ferro, per cui tendo a un certo scetticismo nei confronti della ritualità.

    Mosque

    Ricordo pero’ che m’impressiono’ l’allegria e festosità del mio primo Eid, che vissi in Marocco quando i miei genitori vivevano là: era qualcosa di speciale, di vissuto, non una festa qualsiasi.

    Se poi dipendesse da me, direi che basterebbe decretare un po’ di moderazione nel cibo e sarebbe abbastanza sacrificio, quantunque simbolico. Ma non è la loro forma di essere nè di ragionare.

    Islamabad, 12 giugno 2016.

  • Diario pakistano – numero ventuno: emigranti in arrivo e in partenza

    Uno degli aspetti del mio lavoro in Pakistan che ha acquisito più importanza nell’ultimo anno è quello del flusso di migranti tra questo paese e l’UE, regolato da un accordo detto di riammissione, concluso appunto dall’UE.

    Non si tratta di un’area tradizionale dell’attività internazionale dell’UE, centrata fino al trattato di Lisbona soprattutto sulla promozione degli scambi commerciali e la cooperazione allo sviluppo (intesa come facilitatrice degli stessi nell’interazione coi paesi in via di sviluppo).

    La competenza sull’accesso al territorio deriva dal trattato di Amsterdam del 1997, probabilmente il meno noto dei trattati fondatori europei, schiacciato com’è tra Maastricht, Nizza e poi il dibattito costituzionale. Uno dei contributi principali di quel trattato fu l’inserimento del trattato di Schengen in ambito UE, all’interno di quello che in gergo europeo si chiama(va) il primo pilastro, gestito dalla Commissione Europee.

    Nasce il cosiddetto spazio «degli affari interni e penali» all’interno dell’Unione Europea, che regola il movimento dei cittadini europei al suo interno, uno spazio non più solo economico ma anche giuridico. Una conseguenza è che l’estradizione tra paesi europei diviene automatica, rendendo obsolete situazioni precedenti che bloccavano ad esempio per mesi o per anni gli arresti tra un paese e l’altro dell’UE (ricordate i brigatisti o i membri di ETA che si rifugiavano in Francia? Quella situazione non esiste più, il territorio europeo è divenuto un «unicum» nel quale le frontiere non sono più una barriera all’espletamento del diritto). E’ uno dei tanti aspetti utili dell’UE di cui non si parla perchè rompe con l’idea acquisita che «l’Europa non serva a niente», ma di cui  i professionisti della materia sono ben consci: è stata una vera e propria rivoluzione.

    Un’altra conseguenza di tale «spazio di movimento» è quella che le istituzioni europee hanno acquisito la competenza per concludere accordi che regolano le modalità di rimpatrio delle persone sorprese in territorio europeo in situazione irregolare (senza status di residente o visto in vigore, quello turistico dura tre mesi).

    Sono le forze dell’ordine e i sistemi giudiziari nazionali quelli che fanno applicare queste regole (l’UE non ha forze dell’ordine e tribunali propri), ma le regole sono europee. Per cui l’ambasciata dell’UE, quell’illustre sconosciuta al grande pubblico che è il mio spazio di lavoro, si occupa anche di vigilare che il funzionamento di tale accordo con le autorità del paese partner siano rispettate.

    Dagli anni duemila l’UE ha concluso un certo numero di questi accordi di riammissione, che essenzialmente regolano cosa succede a un cittadino non UE quando si constata che non possiede uno status legale che ne giustifichi la presenza nei nostri paesi: che procedure seguire per l’accertamento della nazionalità e poi l’espulsione, che va sempre concordata con lo Stato d’origine: contrariamente a quando a volte si crede, non si puo’ espellere qualcuno se non verso il suo paese e in modo regolato, impossibile accompagnare qualcuno alla frontiera e dargli un calcione, che se ne occupi qualcun altro.

    La Commissione Europea ha sinora concluso accordi di questo tipo con i seguenti paesi: Russia, Pakistan, Sri Lanka, Ucrania, Cina (compresi Macao e Hong Kong), Albania, Macedonia, Serbia, Montenegro, Bosnia – Erzegovina, Moldavia, Georgia, Armenia, Azeirbajan, Turchia e Capo Verde.

    Restano da concludere quelli con Algeria, Tunisia, Marocco.

    Gli accordi sono stati inizialmente conclusi con i paesi dell’Est dell’Europa, di cui abbondavano i nazionali irregolarmente nel nostro territorio, e poi anche altri paesi più lontani con situazioni simili (Pakistan, Sri Lanka, ma non Bangladesh; quelli del Magreb, ma non la Libia). Mancano i paesi africani, l’Afghanistan, la Siria e l’Iraq, divenuti d’attualità negli ultimi anni. Non è necessario concludere accordi con paesi il cui numero di nazionali irregolari sia minimo (perchè il gioco non varrebbe la candela) o il cui sistema amministrativo sia totalmente affidabile e non si nasconda dietro scuse per evitare un rimpatrio: se uno statunitense non è in regola e si giunge all’espulsione, si è ragionevolmente sicuri che le autorità americane se ne faranno carico, ad esempio.

    Per concludere questi accordi bisogna che lo Stato controparte sia interessato e disponga d’una struttura  amministrativa minimamente affidabile che permetta lo scambio d’informazioni su basi certe. Questo spiega perchè con Siria, Iraq e Libia non si sia in grado di completare accordi di questo tipo,

    Qual’è il vantaggio degli accordi, quando esistono? Che creano un obbligo di riammisisone, rispettate le regole previste e permettono di pianificare i rientri. E che i 28 paesi dell’UE non debbono più negoziare accordi bilaterali per loro conto, che risulterebbe dispersivo, confuso e incompatibile con il diritto europeo (che assicura la libera circolazione nello spazio Schengen a un extracomunitario «in regola»).

    Le persone di paesi «meno affidabili» con cui non esistono accordi rimangono soggette a espulsione, ma si dipende dalla buona volontà e dai tempi del paese d’origine nel volerle riprendere. Quando l’accordo esiste, abbiamo basi giuridiche per esigerlo.

    In questo campo, siamo quindi in presenza esattamente del contrario di quello che si propaganda in molti media: la dimensione UE crea un valore aggiunto ed economie di scala, i nostri paesi sarebbero in situazione molto peggiore se tali accordi non esistessero.

    Quando un paese si trova in situazione di guerra o di grande insicurezza, come Siria, Iraq e Afghanistan, chi viene da questi paesi ha più alte probabilità di riunire i requisiti per l’asilo, regolati dal protocollo di Dublino, che incarica lo stato d’arrivo nell’UE dell’analisi iniziale della richiesta: protocollo pensato per numeri molto piùu limitati degli attuali, quelli delle guerre balcaniche.

    Un cittadino di altro paese, non in guerra di per sè, ha pero’ sempre il diritto individuale di richiedere asilo, e che la sua richiesta sia analizzata dai paesi europei (uno solo, la sua decisione ha valore anche negli altri membri dell’UE, per evitare il «shopping» di richieste di asilo).

    Per questo, negli ultimi tempi le autorità dei vari paesi hanno cercato d’accelerare le pratiche per le quali esiste alta probabilità di rifiuto dell’asilo: di un pakistano o srilankese, per esempio. Ma la richiesta d’asilo non puo’ essere rifiutata sul posto, perchè possono esistere cause individuali di persecuzione che vanno analizzate anche in paesi più «sicuri».

    Per siriani, iracheni, afgani (e eritrei) esiste un’alta possibilità di accoglimento della domanda, il che da luogo a un accoglimento temporaneo, che genera diritti simili alla residenza ma su un orizzonte temporale più corto, da rivedere alla luce delle circostanze nella zona d’origine. L’anno scorso l’UE accordo’ l’accoglimento di 160.000 di loro, da ripartirsi tra i vari paesi, anche se parecchi stati dopo l’accordo hanno cominciato a guardare altrove. Sono comunque numeri minimi rispetto al numero di rifugiati accolti in Giordania, Turchia o nello stesso Pakistan, che da trent’anni accoglie un milione e mezzo di afghani, che furono tre durante la guerra aperta. Sono numeri che dovrebbero farci riflettere, perchè ridimensionano parecchio le nostre lamentele.

    Nel 2014, nell’UE entrarono irregolarmente 276.113 persone, un 138% in più rispetto all’anno prima. Non disponiamo dei dati del 2015, ma superano il milione. Esiste un’emergenza migrazioni? Si’, perchè l’aumento d’entrate è molto significativo, ma stiamo parlando di numeri che pur mettendo a prova i nostri sistemi istituzionali sarebbero affrontabili se si prescindesse da campagne di disinformazione interessate e da campagne politiche che pescano nel torbido, mescolando cose che c’entrano poco e facendo di tutta l’erba un sacco: non è lo stesso accogliere famiglie siriane in fuga dalla guerra che africani o pakistani in cerca di lavoro.

    Quali sono i numeri riguardanti il Pakistan? Dal 2008 al 2014 sono entrati irregolarmente nell’UE 157.845 pakistani, soprattutto in Grecia e Gran Bretagna (97.420, solo 4495 in Italia). L’accordo con l’UE è stato firmato nel 2010, e entrato in vigore nel 2013: fino al 2012, si riusciva a rimpatriare circa il 25% di loro, grazie all’accordo siamo al 54%.

    Perchè non 100%? Perchè il processo d’accertamento della nazionalità è lungo e pieno di difficoltà  e perchè comunque molti chiedono l’asilo politico per guadagnare tempo. L’accordo con il Pakistan è pero’ quello che funziona meglio, e senza di esso il numero di stranieri irregolari che rimangono nell’UE sarebbe superiore.

    Molto spesso, il migrante che entra illegalmente, cioè via frontiere terrestri e marittime e senza visto butta via il passaporto per non essere identificato e ritardare il rimpatrio, o lo stesso gli viene requisito dalle organizzazioni che in Europe lo portano: un viaggio dal Pakistan all’Europa via terra costa tra i 5000 e 6000 euro, di solito anticipati dalle famiglie, e chi è stato espulso cerca di ritardare al massimo l’esplusione per ammortizzare quei costi.

    L’annuncio d’accoglimento nei confronti dei siriani ha stimolato altri a farsi passare per tali, e tutto il tempo che passa nel processo d’identificazione è tempo guadagnato, durante il quale gli «irrgeolari», se non detenuti, possono guadagnare qualcosa.

    Nell’autunno 2015, a fronte dell’arrivo massiccio di siriani ed iraqeni, le autorità politiche dell’UE hanno deciso di stringere le corda degli accordi esistenti: quello con il Pakistan funzionava più o meno bene, ma gli annunci fatti di espulsioni massicce di pakistani dall’Europa ha avuto per effetto un irrigidimento del governo pakistano, che ha introdotto nuove regole, più stringenti e non più compatibili con l’accordo bilaterale, prima d’accettare i propri cittadini. A questo si è sommato l’aspetto «islamofobia», con il governo pakistano che ha incominciato a dire che l’Europa pretendeva d’espellere i pakistani senza seguire regola alcuna (un falso) perchè «musulmani».

    In questo quadro, noi eravamo presi in mezzo: tra i populismi degli uni e degli altri, le espulsioni annunciate (come se i rimpatri non avvenissero già) e le minacce dell’altra parte, dovevamo evitare il naufragio facendo navigare la barchetta in nostro possesso.

    Il Pakistan ha preteso che per riprendersi i propri connazionali essi dovessero avere un passaporto digitale e un numero d’identità nazionale (la seconda condizione non era prevista nell’accordo): questo lascia fuori un 20% della popolazione pakistana che tale numero d’identità non ha (non tutti sono nell’UE, pero’).

    Abbiamo rinegoziato tempi e modalità della verfica della nazionalità e da gennaio i rimpatri, bloccatisi per qualche mese, sono ripresi, al ritmo di una cinquantina di persone al mese, trasportate in Pakistan con un volo charter Frontex, nel quale confluiscono gli espulsi dai vari paesi UE. Il Pakistan deve accettare i nominativi uno per uno due settimane prima del volo: i nostri paesi pretendevano di dare loro 24 ore di tempo, il Pakistan voleva un mese, abbiamo negoziato due ragionevoli settimane perchè facessero le loro verifiche.

    Un volo Frontex non puo’ contenere più d’una cinquantina di persone, perchè ogni persona dev’essere accompagnata da due poliziotti e dev’essere presente anche personale medico per evitare problemi di quel tipo: l’aereo si riempie cosi’.

    Con informazioni precise in nostro possesso, possiamo quindi dire che il sistema di rimpatrio, nel caso del Pakistan, funziona discretamente, con numeri limitati ma sotto controllo, e che più della metà dei pakistani rientra in tempi ragionevoli, per altri ci vuole più tempo. Il sistema di regole ha certe componenti di pesantezza e non è privo di costi, ma è sotto controllo.

    Nel caso dei paesi africani, con cui accordi di questo tipo non esistono e che riguardano più direttamente l’Italia la situazione, è più complessa e dipende in buona misura dalla buona volontà del paese d’origine, aprendo spazi all’arbitrarietà.

    L’Unione Europea è oggetto d’un invasione da parte di cittadini di altri paesi? No, altre zone del mondo sono molto più colpite da questo fenomeno, ma i numeri sono preoccupanti anche perchè, a differenza di altri, come europei e paesi democratici che sono siamo tenuti al rispetto di regole. Non buonismo, ma regole, dimensione che spesso i populisti dimenticano.

    Il recente accordo con la Turchia, di cui ho parlato qui, (http://wp.me/p1GVIu-sd) e che è perfettibile, ma necessario per implicare la Turchia nel controllo delle nostre frontiere, crea la nuova situazione di espulsione non verso i paesi d’origine, ma verso la Turchia. Coloro che riuniscono i requisiti per l’asilo politico continueranno a poter farne richiesta e se qualficati l’otterranno da parte dell’UE: è quindi fuori luogo l’argomento tale accordo sarebbe in violazione del diritto internazionale.

    L’attualità del nostro lavoro è ben diversa da quella di periodi passati nei quali la promozione del commercio e la gestione dei programmi di cooperazione erano la nostra principale attività: l’attività di un diplomatico europeo deve per forza seguire l’evoluzione dell’integrazione europea e dei suoi rapporti con il resto del mondo: oggi, i movimenti di popolazione ne costituiscono una parte importante.

    Vista dal di dentro, la realtà è più complessa e certamente meno disastrosa di come la si racconta senza tenere in conto il quadro globale: gli strumenti esistenti sono migliorabili, ma funzionano, certamente quelli di cui sono chiamato ad occuparmi: tutto il contrario della facile «boutade» dell’»Europa che non esiste».

    Islamabad, 16 maggio 2016.

  • Diario pakistano: numero venti – giustizia è fatta

    Abbiamo vissuto gli ultimi mesi sotto la minaccia d’una spada di Damocle di quelle che non ti aspetti. La storia che raccontero’ oggi mi servirà anche ad illustrare alcuni degli aspetti più controversi del sistema giudiziario di questo paese e a capire il contesto e i rischi cui sono esposte costantemente la maggior parte delle persone.

    Circa tre mesi fa, ci fu un giorno abbastanza agitato a casa nostra: sentivamo che la coppia che lavora da noi, John, che è soprattutto cuoco ma anche autista e sua moglie Tara, che si occupa delle pulizie, riceveva molte chiamate telefoniche. Quando abbiamo chiesto di cosa si trattasse, ci è stato detto che un loro amico aveva avuto un infarto.

    La mattina dopo, li abbiamo trovati in lacrime in cucina: con la voce rotta dal nervosismo, ci hanno raccontato che la polizia li accusava di….omicidio.

    L’amico in questione risulta che era il loro cognato, marito della sorella di Tara, che apparentemente non aveva avuto un infarto ma si era impiccato la sera prima. Il padre del deceduto, d’accordo con la prima moglie (la sorella di Tara è la seconda) accusava i nostri due d’aver prima ucciso il figlio e poi simulato il suicidio.

    Conoscendo le persone in questione la storia risultava molto poco verosimile: ma bisogna capire il contesto locale. Il deceduto era musulmano, come la prima moglie e ovviamente il padre accusatore. La seconda moglie una cristiana convertita al momento del matrimonio, cosi’ come i nostri impiegati.

    Anche se in teoria tutti  uguali davanti alle legge, appartenere a una minoranza religiosa ti rende molto fragile e vulnerabile in questo paese.

    Una parentesi sulla situazione dei cristiani in questo paese, di cui si è parlato abbastanza di recente in Europa soprattutto a causa della bomba di Lahore a Pasqua, un po’ frettolosamente definita anti – cristiana anche se ha ucciso molti più musulmani che cristiani (e soprattutto tanti bambini che erano al luna park, 29).

    La loro situazione, come del resto quella di tutte le minoranze, comprese quelle musulmane, in questo paese a stragrande maggioranza sunnita è complicata, perchè  a una teorica uguaglianza rispetto alla legge e rispetto dei diritti come per qualsiasi cittadino pakistano corrisponde in realtà una chiara discriminazione, che rende le loro vite molto precarie.

    Se al momento della sua nascita nel 1947 il Pakistan di Jinnah era si’ musulmano, ma laico ed aperto a tutte le religioni (da qui la bandiera verde a raffigurare l’Islam, con il bianco come simbolo di tutte le altre), alla visione laica e tollerante dei primi anni (non dimentichiamo che il Pakistan come idea nasce dalla volontà di sfuggire a una potenziale situazione di oppressione religiosa nella nascente India indipendente a maggioranza induista, quindi nella visione originale allo statuto privilegiato dell’Islam nel paese doveva per forza corrispondere la tolleranza religiosa che nelle intenzioni del fondatore del paese, il laico Muhammad Jinnah) è presto seguita, morto Jinnah già nel 1948, un progressivo allineamento con posizioni islamiche sempre più conservatrici.

    Quali le ragioni? Da una parte il fatto che i militari hanno preso progressivamente il controllo del paese, e per rafforzare la loro legittimità hanno stretto un’alleanza con i mullah, che hanno dato al loro potere una patina di rispettabilità religiosa. Sin dai primi anni, sono stati introdotti emendamenti alla Costituzione che hanno rafforzato la preminenza dell’Islam sulle altre religioni, sconvolgendo il disegno laico originale dei padri fondatori.

    Persino il presidente laico Zulfikar Ali Bhutto, che fu presidente e primo ministro negli anni settanta e che rappresentava la corrente modernista e secolare molto forte in quegli anni nel mondo islamico (Nasser, il partito Baath) essendo d’origine sciita gioco’ la carta religiosa, introducendo alcune pratiche che continuano sino ad oggi, come la sorprendente esclusione dalle liste elettorali degli appartanenti alla setta ahmadi, un ramo non riconosciuto dell’Islam: cittadini pakistani senza diritto di voto per compiacere i mullah conservatori, che li considerano eretici.

    La dittatura del generale Zia-ul-Haq, profondamente devoto e legato all’Arabia Saudita, che mandarà a morte Bhutto, rafforzerà i legami con Riad e con la versione wahabita dell’islamismo sunnita, che farà sempre più breccia in Pakistan dagli anni settanta in poi. Nel 1971, la frattura tra Pakistan occidentale e orientale (l’attuale Bangladesh) aveva privato il paese della comunità islamica orientale, più tollerante, e ridotto il paese alla sua parte occidentale. A partire da quel momento, un flusso costante di lavoratori pakistani si dirige verso l’Arabia Saudita, creando un filo doppio tra i due paesi (rimesse emigranti, sostegno economici della casa Saud al  Pakistan rafforzatosi ulteriormente da quando il Pakistan sviluppo’ l’arma nucleare, a fine anni settanta). Riad considera Islamabad la sua garanzia nucleare anti – iraniana (si tratta dell’unico paese nucleare islamico).

    Tutto questo per dire che gli ultimi decenni hanno visto aumentare il predominio d’un islamismo sunnita sempre meno tollerante nei confronti delle altre scuole coraniche, quando il ramo dominante storicamente in questa parte del mondo islamico era il sufismo, tollerante e con grande valenza culturale, specie nel campo della poesia. Anche l’idea multireligiosa del Pakistan è stata sostituita da un’interpretazione sempre più rigida dell’islamicità inclusa nel nome «Islamic Republic of Pakistan».

    Chi sono i cristiani del Pakistan? Sono essenzialmente concentrati nel Punjab, attorno a Lahore, e sono i discendenti di induisti o musulmani di casta bassa (si pensi che questo paese era India sino al 1947) convertitisi al cristianesimo per rifuggire l’oppressione castale che li teneva ai margini della società.

    La società pakistana mantiene al suo interno un rigido sistema di casta, quantunque non più ufficiale, a differenza dell’India, dove le caste sussistono e hanno una precisa lettura istituzionale mediante il sistema delle quote e il sistema d’elezione per casta in certi distretti elettorali.

    In pratica, questo significa che i cristiani, più che per ragioni strettamente religiose, sono al fondo della scala sociale perchè da sempre vi appartenevano, senza che la conversione al cristianesimo ne abbia migliorato la situazione.

    I cristiani sono, assieme agli induisti rimasti in Pakistan, i più poveri dei poveri: si dedicano ai lavori più umili, non hanno possibilità d’ascensione sociale o professionale e mai un musulmano acceterebbe che un suo figlio/a si sposasse con uno di loro.

    Spesso sono cristiani coloro che lavorano per stranieri: in questo modo loro rifuggono dai maltrattamenti riservati loro per essere «gli ultimi della classe» e noi siamo meno costretti dai rigidi costumi islamici che porterebbero domestici musulmani: tipo che non potrebbero convivere con alimenti per loro impuri, come alcoolici o insaccati, o una donna non potrebbe girare per casa in mia presenza.

    L’emarginazione dei cristiani è quindi una realtà, ed ha portato a mostruosi eccessi come incendi di chiese, massacri in quartieri cristiani e linciaggi di cristiani accusati spesso pretestuosamente di blasfemia, ma ha natura più sociale che religiosa, e si estende anche ai membri di altre confessioni religiose.

    Più che di un problema «anti  cristiano» come piace a molti descriverlo in occidente, siamo in presenza d’una società sempre più asfissiante per chiunque non risponda a un’ortodossia religiosa accettata come dominante: è un filo sottile di differenza che conta pero’ parecchio, anche per orientare le azioni a tutela delle minoranze che come Unione Europea sosteniamo in questo paese, spesso in totale solitudine e in prima linea (cosa non esente da rischi, perchè qualsiasi atto o dichiarazione intesa come non islamica puo’ portare a reazioni scomposte ed estreme). Si tratta quindi di un difficile cammino sulle uova, dove le dichiarazioni roboanti che a qualcuno piace fare al sicuro nei nostri paesi possono divenire motivo di serio pericolo qui. Una cosa da poco come riprodurre una vignetta di Charlie Hebdo sul tuo profilo Facebook ad esempio, cosa da non fare quando vivi in un paese come questo (anche perchè provocazione conroproducente).

    Per tornare al caso dei nostri John e Tara, si puo’ capire il loro panico: la pena prevista per omicidio è l’impiccagione, e come cristiani accusati da musulmani si trovavano in una posizione di fragilità assoluta.

    Tra l’altro io pensavo che l’accusatore fosse persona socialmente dello stesso livello loro, solo per poi scoprire che trattavasi invece di un direttore in un ministero, quindi un potente rispetto a loro, che sono meno di nulla in questa società.

    L’oggetto del contendere erano la proprietà della casa e certi risparmi, che il suicida avrebbe lasciato alla seconda e non alla prima moglie. ma credo che influisse l’origine cristiana della seconda moglie, che nessuna conversione puo’ alterare (succede anche con l’induismo, che non accetta le conversioni, cosa non capita da molto occidentali che «impazziscono » con l’India, pensando di poter divenire parte di un sistema che li rifiuta per quante ashram frequenti e yoga pratichi).

    Loro si sentivano quindi perduti, del tutto incapaci di reagire a un problema più grande di loro, il terrore di ogni cristiano o minoranza in questo paese: essere accusati di fronte alla giustizia da persona più potente di loro.

    Un inciso sul sistema giudiziario: sia in India che in Pakistan, e soprattutto nel secondo caso, la giustizia è un mero riflesso dei rapporti di potere impliciti nella società: un caso giudiziario quasi sempre finirà a favore del più ricco, che potrà comprare i giudici o anche senza farlo godrà della sua rispettabilità, che lo farà prevalere. Anche in caso di colpa manifesta, gli basterà pagare una somma riparatrice alla parte lesa per venirne fuori indenne.

    Per questo motivo in Pakistan non esiste nessuna fiducia nella giustizia «moderna», vista come un’imposizione britannica (tra l’altro, le leggi sono scritte in inglese, lingua che la maggior parte della popolazione conosce molto male) e i cittadini ignorano completamente quali siano i loro diritti e il contenuto delle leggi. I potenti vincono sempre, punto.

    In questa chiave va capito l’uso della legge coranica: in Pakistan coesistono tre tipi d’ordinamento. La legge moderna, in inglese, eredità delle leggi coloniali britanniche spesso ancora in vigore; la sharia o legge coranica, derivata dal Corano; le leggi tribali, usi e consuetudini ataviche con valore di legge (tipo il diritto di un clan di uccidere per ritorsione chi ha ucciso qualcuno appartenente al clan, situazione che la legge non persegue ulteriormente).

    In Occidente esiste una versione distorta dell’uso della Sharia, cui si attribusicono comportamenti aberranti che appartengono invece alle leggi tribali, che prevalgono sulle altre in certe parti del paese. Tendiamo a considerare la Sharia un orrore, quando in realtà essa è spesso ben vista dalle popolazioni locali perchè meno corrotta e paradossalmente meno oppressisva rispetto alle leggi tribali, spietate con le donne ad esempio e quella occidentale amministrata in modo corrotto.

    Quando in Occidente si parla di uso della Sharia si pensa a un’imposizione oppressiva: nel nostro caso lo sarebbe, ma in certi segmenti della società pakistana è in realtà un sollievo rispetto alle degenerazioni degli altri sistemi legali. Sorprendente, vero?

    Il caso di John e Tara partiva quindi da premesse pessime. Chiamammo subito i nostri uomini della scorta perchè s’informassero dei dettagli: prima al commissariato ad ottenere una copia della denuncia, poi in cerca di un avvocato.

    Da parte nostra, abbiamo pagato il bail, cauzione per evitare che fossero arrestati (è in fase di carcere preventiva che le peggiori anomalie si producono, perchè la polizia estorce confessioni con la forza) e io ho scritto al giudice una lettera assicurando che essi si trovavavo a casa nostra al momento dei fatti loro imputati.

    In questo modo non sono stati arrestati, ma per diverse settimane sono dovuti andare in tribunale a prestare «dichiarazioni». Un giorno non si presentava il giudice, un giorno l’avvocato loro, un giorno l’avvocato avverso. Dopo un paio di mesi di patemi, il giudice ha deciso che sarebbe stato necessario attendere i risultati dell’autopsia, che finalmente, la settimana scorsa, ha confermato che il suicidio era stata la causa della morte e che non esistevano segni di collutazione precedente.

    Il sollievo nel volto di una persona prosciolta dall’accusa d’omicidio è certamente qualcosa di speciale.

    Da parte nostra, mai abbiamo dubitato che fossero assolutamente capaci di compiere cio’ di cui erano stato accusati: ma il caso ci ha rivelato i rischi e fragilità di un sistema giudiziario nel quale pregiudizi e potere contano più della legge.

    Certo, pur con tutta la nostra fiducia, se per un istante chiudi gli occhi e pensi che avrebbe potuto essere vero ti cambiano le prospettive.

    In realtà, prosciolti in tre mesi non è poi male, va più per le lunghe in Italia: rimangono l’arbitrarietà dell’accusa e il sospetto che il mio intervento come «ambasciatore» quindi ai loro occhi un «potente» anche se esterno al loro sistema sia stato decisivo.

    Se fossero stati da soli, il caso avrebbe senz’altro seguito un’altra via, anche per la loro assolutà ignoranza in materia e impossibilità di pagarsi buoni avvocati.

    La soddisfazione rimane quindi limitata, e i problemi restano: non per nulla uno degli ambiti prioritari della cooperazione dell’Unione Europea con questo paese tocca la «rule of law» e il miglioramento del funzionamento della giustizia civile e penale. Ma il peso che rimane preponderante di leggi tribali e abitudini scritte nel DNA di questa società, nonchè la scorciatoia dell’affidare alle corti militari un ruolo straordinario per far fronte al terrorismo inteso in senso lato (nella pratica, ogni caso che loro piaccia considerare come tale) rende i progressi in quel campo molto modesti. Un progetto di «accesso alla legge» nella provincia del Punjab per diffondere informazione sui diritti essenziali alla popolazione meno familiarizzata con essa nelle lingue locali sta comunque dando buoni risultati.

    Islamabad, 9 maggio 2016.

  • Diario pakistano, numero diciannove, tra Bruxelles e Lahore

    Ho passato la settimana di Pasqua a Madrid con la famiglia: purtroppo, non è stato un periodo di buone notizie, con tremendi attentati terroristici che hanno colpito due luoghi centrali della mia vita, la Bruxelles comunitaria e Lahore, una delle città nelle quali mi reco più spesso qui in Pakistan, visto che è la principale del paese, assieme a Karachi.

    Nei giorni scorsi ho pubblicato un’inquadramento dell’attentato di Lahore su Facebook, reagendo ai primi flash d’agenzia che nel caso italiano parlavano subito di strage di cristiani. Mi stupiva che che la stampa internazionale e quella pakistana non si facessero eco di tale matrice, e l’italiana, fondandosi su portavoce della comunità cristiana, lo facessero a pochi minuti dall’esplosione.  Conoscendo la dinamica abituale di tali azioni, e il contesto nel quale si svolgono, ho controproposto una versione che si è rivelata esatta, pubblicata sugli Stati Generali, che riprendo qui:(http://www.glistatigenerali.com/terrorismo/strage-di-pasqua-a-lahore-cosa-e-successo/):

    (L’esplosione di un attentatore suicida a Lahore (Pakistan) è stata nel posteggio del parco Gulshan-i-Iqbal, molto frequentato da famiglie essendo il giorno festivo. Le vittime mortali sono sinora almeno 72 (i feriti 280). Il bilancio è stato moltiplicato dall’assembramento di folla per il festivo e dall’assenza di misure di sicurezza nel parco, cosa non del tutto anormale visto che non si tratta di un obiettivo abituale.

    L’attentato è stato sinora rivendicato dal TTP, il principale gruppo di talebani del Pakistan, e da un gruppo dissidente, Jamaat-ul-Ahrar. Rivendicazioni molteplici sono abituali in questi casi, perché esiste una macabra competizione interna tra gruppi terroristici per ottenere prestigio e risorse. I TTP non sono affiliati a Daesh/ISIS, non mi risulta che nemmeno Jamatul ma non ho sicurezza su questo secondo dato. Il loro califfo non è Al Baghdadi ma Mansur, il successore del mullah Omar, entrambi afghani.

    Una precisazione sulla presenza di ISIS nel subcontinente indiano, che include il Pakistan: Daesh è una franchigia, come lo era Al Qaeda: non un’organizzazione centralizzata, ma una rete di gruppi che dichiarano la loro sottomissione a un califfo. Attualmente ci sono due califfi: Al Baghdadi, iracheno, leader di ISIS (ex- Al Qaeda in Iraq) e Akhtar Mohammad Mansour, successore del Mullah Omar come leader dell’emirato afghano, cui prestano obbedienza anche i gruppi pachistani. Salvo alcuni gruppi dissidenti, che per smarcarsi nella lotta interna in Pakistan e Afghanistan e attirare militanti e risorse grazie al “fascino” della marca ISIS hanno dichiarato la loro fedeltà a Al Bagdhadi.

    In realtà, pochi pakistani ed afghani combattono in Siria ed Iraq, la loro battaglia è in Pakistan ed Afghanistan, ed è una questione interna, una lotta tra leader per influenza e fondi.

    I media italiani parlano di attacchi a cristiani. È possibile, ma bisogna capire il contesto. Lahore è il luogo di maggiore presenza di cristiani, tra le comunità più povere e marginali del Pakistan: più volte si sono dati attacchi, anche molto sanguinosi, contro i loro quartieri e chiese. Esistono gruppi specializzati nell’attaccare cristiani, sciiti e altri gruppi minoritari nell’Islam (ahmadis, ismaeliti): è la cosiddetta violenza settaria, la più diffusa oggi in Pakistan.

    I talebani non si caratterizzano però per questo tipo d’attacchi, ma per attacchi contro lo stato e l’esercito (che ha in corso da due anni un’offensiva contro i talebani nelle loro zone del nord). I talebani sono meno presenti in Punjab, la principale regione del Pakistan, il cui capoluogo è Lahore, ma hanno stretto da tempo un’alleanza con altri gruppi localizzati nel sud della provincia, molto più a sud di Lahore. Questi gruppi di solito attaccano minoranze religiose.

    Nel parco non c’erano solo cristiani, domenica è festiva per tutti, ma è possibile immaginare che i gruppi che hanno rivendicato l’attentato abbiano voluto lanciare un avvertimento al governo (controllato da un partito del Punjab) circa la loro capacità di colpire a Lahore in ritorsione per l’offensiva anti-talebana dell’esercito nel nord (zone tribali e Khybher Pakthunkwa).

    L’offensiva militare, chiamata Zarb-e-Azb, ha colpito le basi talebane alla frontiera con l’Afghanistan, riducendo in gran parte l’estensione della zona santuario che i talebani avevano per organizzare le loro operazioni in entrambi i paesi. Quest’offensiva ha seguito quella per liberare la zona dello Swat negli anni precedenti, ed è completata da una per colpire gruppi criminali e basi terroriste a Karachi, la megalopoli pachistana. L’offensiva ha ridotto la capacità d’azione dei terroristi, senza eliminarla. Uno degli effetti collaterali della nuova strategia è stata quella di spingere i terrorista ad attaccare obiettivo “soft”: non più militari, ma scuole e, come adesso, parchi, meno sorvegliati.

    Non è però impossibile immaginare che il suicida si sia fatto esplodere accanto a un gruppo di cristiani: anche se si vestono sostanzialmente allo stesso modo, un occhio locale sa riconoscerli, ormai persino io lo posso fare. Pur senza identificarli precisamente, è possibile stimare il gruppo religioso delle vittime pur senza un’identificazione precisa. Non è ancora chiaro se questo ne faccia un attacco anti-cristiano, che avrebbe avuto luogo, come in passato, in occasione della messa. Ma è possibile che molte vittime siano cristiane [Secondo un portavoce della polizia di Lahore, citato dal quotidiano Avvenire, i cristiani morti sono 10, quelli feriti 49, NdR]. Le minoranze religiose tutte – hindu, sette minoritarie non sunnite, cristiani – sono vittime di discriminazioni e attacchi, anche se non è in corso una vera e propria offensiva terrorista contro di loro. Anche i media pachistani parlano adesso di presenza maggioritaria di cristiani tra le vittime.

    Non è indifferente sapere se esista una matrice religiosa nell’attacco, più discutibile fare distinzioni tra le vittime: pare probabile che i gruppi talebani abbiano voluto dare una dimostrazione di potenza in una zona cara al governo centrale, colpendo in modo da fare il più vittime possibili, con speciale intenzione di colpire in questo caso dei cristiani, ma non solo visto le modalità dell’attentato. Quando si sa che più di 60mila pachistani d’ogni religione sono morti per terrorismo dal 2001 (contro 1.800 europei, tanto per fare un paragone, che comunque sono 1.800 di troppo), si capisce che il terrorismo in Pakistan ha ramificazioni complesse e colpisce in maniera di solito indiscriminata.)

    30 Marzo: I dati emersi nei giorni successivi hanno dimostrato che se la rivendicazione dei talebani dissidenti è probabilmente esatta, delle 67 vittime identificate solo 14 sono cristiane. Purtroppo ben 29 sono bambini. Significa questo che l’attentato non avesse come target anche i cristiani? Certamente no: anche se non è esattamente quella fazione talebana ad avere commesso gli attentati a chiese e gli attentati in quartieri cristiani di Lahore (Youanabad, St. Joseph’s Colony) degli anni scorsi, i cristiani sono indubbiamente una minoranza in pericolo in Pakistan, spesso oggetto d’attentati e soprattutto di discriminazione sociale. Sono anche tra le principali vittime delle leggi sulla blasfemia nei confronti del Profeta,  per cui la «sharia» prevede la pena di morte (anche se non eseguita: il caso più noto internazionalmente è quello di Aasia Bibi).

    L’attentatore s’è fatto esplodere accanto a un gruppo di cristiani un parco frequentato da pakistani d’ogni tipo in una domenica (giorno festivo anche in Pakistan): il risultato è che sono morti molti più musulmani che cristiani, ma questo non rende l’attentato più o meno grave. Se però avessero voluto colpire solo i cristiani come dicono per propaganda, avrebbero scelto altre modalità d’azione, come in passato (attacchi a chiese e quartieri cristiani). L’attacco è stato più che altro un avvertimento sanguinoso al primo ministro Nawaz Sharif e a suo fratello Shahbaz, primo ministro del Punjab, che la principale provincia del Pakistan, zona di scarsa presenza talebana, non è immune da attacchi. Il contesto è quello dell’offensiva militare contro i talebani nel nord (KP, territori tribali), in corso da oltre due anni (operazione Zarb-e-Azb) che ha ridotto molto la loro capacità operativa, senza però eliminarla del tutto, come gli attentati di Peshawar contro i bambini a scuola e quello di Pasqua dimostrano. Devono però colpire obiettivi più «soft», e paradossalmente fanno più male ancora.

    In Pakistan la violenza terroristica ha ucciso più di 60.000 persone dal 2011, quando esplose a causa della caduta del regime talebano in Afghanistan e lo spostamento dei gruppi espulsi dall’Afghanistan oltre la frontiera pakistana. I dati degli ultimi anni hanno un visto un certo miglioramento, ma rimangono tra i peggiori al mondo:

    2013: 1717 attentati, 2451 morti, 5438 feriti.

    2014: 1206 attentati, 1723 morti, 3143 feriti.

    2015: 625 attentati, 1069 morti, 1443 feriti.

    Nei primi tre mesi del 2016, siamo già oltre i 300 morti.

    Se la violenza «classica» si è ridotta a causa dell’offensiva militare (e a quella dei Rangers nella megalopoli Karachi), le due forme di violenza che rimangono diffuse sono gli attacchi «settari» contro minoranze religiose (sciiti, cristiani, ahmadi, ismaeliti, a volte anche induisti ma meno) e quelli nella provincia del Baluchistan promossi da chi è contrario alla costruzione di un grande asse viario promosso dai cinesi per esportare i loro prodotti via terra passando per il Pakistan (con confluenza nel porto pakistano di Gwadar, sul mar arabico). Progetto che solleva molte controversie e che piace poco a India e Iran.

    Chiunque conosca il Pakistan sa che in questo paese il radicalismo islamico è in auge, e colpisce TUTTE le minoranze e chiunque esprima, anche tra la maggioranza sunnita, opinioni moderne o considerate «occidentalizzanti». Vedasi ad esempio Imtiaz Gul sul Corriere di ieri: http://www.corriere.it/esteri/16_marzo_29/pakistan-governo-radicalismo-intervista-cristiani-jamaat-ahrad-lahore-2999bcd8-f525-11e5-ad8f-b6693bfe4739.shtml.

    Oggi all’arrivo a Islamabad ho ritrovato la città bloccata non per una protesta per l’attentato di Lahore, ma per una degli islamisti che protestano per l’esecuzione di un loro attivista che aveva ucciso un politico pakistano (sunnita) che aveva avuto l’ardire di dirsi personalmente contro la legge sulla blasfemia, che prevede la condanna a morte (peraltro mai eseguita) per chi insulta il Profeta.

    I cristiani sono uno degli obiettivi del terrorismo, che è fenomeno molto più esteso e complesso, alimentato in gran parte dai fondi dei paesi del Golfo che nutrono la galassia islamico sunnita e le interpretazioni più conservatrici al suo interno a discapito delle altre, che erano le più diffuse fino a qualche decennio fa. Il wahabitismo e il salafismo stanno divenendo sempre più influenti, marginalizzando letture pacifiche dell’Islam sunnita, come il sufismo che dominava questa regione e le scuole africane oggi attaccate da Boko Haram. Questo fenomeno e l’espansione del terrorismo contribuiscono a diffondere l’idea sbagliata che i musulmani siano «tutti uguali», sempre più diffusa in Occidente, che chiunque frequenti il mondo islamico sa essere errata.

    Ricordiamo che anche i mafiosi giurano fedeltà in nome della Madonna e dei santi: qualcuno dubita in quel caso che non si tratti di una manipolazione (nominare il nome di Dio invano del Vangelo)?

    Per quanto riguarda il dibattito sulle «colpe dell’Occidente», il discorso non è che i cristiani si facciano esplodere nelle vie delle città musulmane, ma l’oggettiva destabilizzazione che gli interventi coloniali successivi alla caduta dell’impero ottomano hanno portato in regioni del mondo rette da equilibri secolari. Stati non omogenei e non «sentiti» come proprio riferimento, modalità e valori «democratici» che i musulmani non sentono propri se ne escludiamo una piccola minoranza «liberale», l’oggettiva priorità data al fattore petrolio su ogni altra considerazione e l’appoggio ai regimi del Golfo sempre e comunque contribuiscono ad alimentare l’idea diffusa tra i musulmani d’ essere trattati dall’Occidente solo in funzione degli interessi economici e senza «rispetto». La nefasta politica dei droni è poi venuta a risparmiare vite di militari a scapito di un aumento vertiginoso delle vittime civili nelle zone colpite da questo tipo di bombardamenti (si calcola una proporzione 20 / 80 tra militanti e civili uccisi).

    Giustifica questo il terrorismo? Ovviamente no. È in corso una guerra di civiltà tra Islam e occidente? Un’osservazione attenta dice di no: è in corso una guerra all’interno dell’Islam tra una versione ultraconservatrice molto ricca di risorse che cerca d’imporsi su tutte le altre, d’evitare la modernizzazione delle società islamiche in nome di pluralismo e democrazia e di limitare progressi nell’istruzione al fine di mantenere le strutture di potere prevalenti nel Golfo. In nome di questo si cerca di discreditare l’Occidente e la sua cultura (Boko Haram, la cultura moderna è proibita, quella dei «book», opposta a quella del Libro, il Qitab), anche fomentando il risentimento e la marginalizzazione di una parte dei giovani musulmani europei, alla ricerca di un senso che trovano nella propaganda radicale, in maniera non così diversa da coloro che in Europa in una generazione precedente credettero che il capitalismo andasse sconfitto con le armi del terrore «asimmetrico».

    Ai sauditi del Golfo importa poi tenere sotto controllo il potere emergente sciita, dal 1979 al potere in Iran e più recentemente in Iraq, dov`è completamente fallito l’esperimento «moderno».

    In questo quadro, la lotta di civiltà è tra liberali (pochi in oriente, maggioritari in Occidente) e radicali (proporzioni inverse), non tra occidentali (cristiani, per dirla in modo islamico) e musulmani.

    I cristiani del Pakistan si trovano in mezzo: poveri, emarginati e spesso sotto attacco. Ma confondere questo fronte, che esiste, con la battaglia globale è un errore che non va fatto per non cadere nel terreno dei violenti, che questo vogliono.

    In quale considerazioni non c’è un solo grammo del cosiddetto «buonismo» o «relativismo» di cui oggi si accusa da più parti chi cerca d’introdurre argomenti più ragionati e solidi rispetto alle emozioni.

    Che poi qualcuno preferisca chiudersi in visioni che gli risultano più comode o comprensibili o che esista un buonismo «acritico», va benissimo. Ma la realtà è più complessa di quanto spesso non vogliamo raccontare a noi stessi.

    Islamabad, 30 marzo 2016.