Autore: Stefano Gatto

  • L’elezione di Piñera in Cile

    L’elezione di Piñera in Cile

    Le recenti elezioni cilene hanno rappresentato un momento significativo per la storia politica del paese andino: dopo 20 anni di governi di centrosinistra, seguiti ai diciassette di dittatura militare di Augusto Pinochet, la destra ritorna al potere per la via delle urne per la prima volta dopo cinquant’anni (vittoria di Alessandri nel 1958). È la fine di un’era, quella della Concertación di centro-sinistra, ma in fondo di una tappa ancora più lunga, che era appunto iniziata con il colpo di stato contro Allende dell’11 settembre 1973.


    Sebastián Piñera, sconfitto quattro anni fa al secondo turno dalla candidata della Concertación Michelle Bachelet, porta a compimento il suo percorso politico di vent’anni che, da posizioni eterodosse all’interno della destra cilena lo porta alla presidenza del paese.

    D’altra parte, Concertación de Partidos por la Democracia, erede diretta di quel fronte del “no” al referendum proposto nel 1989 dalla dittatura pinochetista, al fine di perpetuarsi in un regime continuista, paga una certa usura dell’alleanza tra democristiani e socialisti dopo quattro periodi consecutivi al governo, dapprima con due presidenti democristiani, Patricio Alwyn e Eduardo Frei, seguiti da due presidenti socialisti, Ricardo Lagos e Michelle Bachelet. Il fatto che la coalizione non si sia dimostrata in grado di trovare un candidato d una generazione diversa da quella che ha governato il paese per vent’anni, e che abbia riproposto agli elettori l’ex-presidente Eduardo Frei, illustra di per sé la necessità di rinnovamento necessaria nel centro-sinistra cileno, figlio di una stagione politica di fondamentale importanza ma bisognoso di un aggiornamento.

    Miguel Juan Sebastián Piñera

    L’attuale situazione cilena richiama quella spagnola alla fine della lunga epoca socialista: quando nel 1996 José M. Aznar, al suo terzo tentativo sconfisse di stretta misura un Felipe González che era stato quattordici anni alla guida del paese, si parlò di completamento definitivo della transizione politica spagnola, che poteva definirsi compiuta nel momento in cui una vittoria elettorale della destra era divenuta possibile. Ed ad Aznar si era ascritto il merito fondamentale di aver traghettato con successo la destra spagnola dall’ombra della continuità con il franchismo alle luci della piena rispettabilità democratica.

    In maniera simile, Piñera, che già nel 1989 si era contraddistinto per il suo appoggio esplicito al “no”, rara avis nell’ambito di una destra fossilizzata su posizioni estremamente rigide e fiancheggiatrici della dittatura pinochetista, lanciò allora una sfida che pareva impossibile: riformare la destra liberandola progressivamente dalle ombre della dittatura militare e sviluppandone l’anima liberal-democratica (in un paese nel quale per molti anni liberale era sinonimo di adesione incondizionata ai dettami ultramercantilistici dei Chicago Boys, che adottarono il Cile come casoscuola per la sperimentazione delle proprie teorie improntate alla deregulation assoluta di moda negli anni ottanta).

    Il suo partito, Renovación Nacional, rappresenta quindi un’anima diversa rispetto ai soci dell’UDI (Unión Democrática Independiente), partito che non solo non rinnega il pinochetismo ma addirittura lo esalta, rinnovando quello spirito del muro contro muro che ha contraddistinto un paese polarizzato come il Cile dai tempi di Allende sino alle prime elezioni vinte dalla Concertación.

    Se il colpo di stato del 1973 ha marcato profondamente la storia cilena, dividendo il paese in modo traumatico per decenni, proprio l’ascesa di una destra moderata, che non vuole mettere in discussione l’eredità positiva degli anni di centro-sinistra, mette in luce il cammino percorso dal paese durante vent’anni di governi riformisti.


    I principali meriti da attribuire ai successivi governi della Concertación sono lo smantellamento progressivo dell’eredità della dittatura, la ricostruzione della convivenza democratica tra cileni, il proseguimento delle politiche di stabilità e sviluppo economico, completate da riforme sociali che hanno permesso di ridurre la percentuale di popolazione in stato di povertà dal 38% nel 1989 al 13% attuale: dati di tipo europeo, non latinoamericano, che situano il Cile in una categoria a parte rispetto agli altri paesi latinoamericani.

    Sino all’elezione di Lagos su Lavín (2000), il Cile era succube di una divisione quasi esistenziale tra modelli incompatibili: per la destra ogni ipotesi di tipo socialdemocratico era definita comunismo e la messa in discussione della dittatura, i cui protagonisti erano elevati al ruolo di eroi nazionali, inconcepibile. Per le forze democratiche, le uniche vie possibili erano quelle dell’unità, necessaria per imporsi in competizioni elettorali molto serrate, e del dialogo permanente, per tenere in piedi coalizioni che si mantenessero ferme nella gestione del modello economico cileno, un modello di stabilità ed imprenditorialità, portando avanti una dopo l’altra riforme consensuali che permettessero di ampliare il raggio della democrazia cilena lasciandosi alle spalle le eredità della dittatura.

    Un percorso difficile, cha ha richiesto ai governanti della Concertación nervi saldi e molta moderazione: tra l’altro, la dittatura, pur perdendo il referendum del 1989, aveva seminato il percorso della democrazia cilena di numerosi paletti, che permettevano di tutelare certi punti considerati irrinunciabili (immunità dei militari coinvolti nel golpe e nella dittatura; senatori vitalizi, tra cui a lungo lo stesso Pinochet; sistema elettorale binominale, che impedisce la formazione di maggioranze nette in parlamento).

    Il maggior successo della Concertación nel corso del ventennio al potere è stato quello di conciliare una sana gestione economica, che ha permesso al Cile di elevarsi allo stato di paese emergente ante litteram e di rompere con una tradizione che voleva i paesi latinoamericani condannati all’instabilità economica e finanziaria e dipendenti in maniera passiva dai mercati internazionali. Al contrario, il Cile ha saputo, durante la dittatura ed anche dopo il ritorno della democrazia sviluppare un ammirevole modello di apertura economica in tutte le direzioni.

    Paese relativamente lontano dai grandi mercati tradizionalmente trainanti sino agli anni novanta (Usa ed Europa), e di per sè sprovvisto di un mercato interno sufficiente ad alimentare da solo la crescita economica, ha saputo inventarsi un proprio ruolo specifico e quasi unico, sviluppando con molto coraggio alcuni atout che non erano affatto scontati: anziché limitarsi ad integrarsi in un solo mercato regionale prossimo a sè (Mercosur, Comunità Andina), o legarsi ad un mercato in maniera univoca (accordo di libero scambio con gli Usa), ha portato avanti una politica di apertura in tutte le direzioni che ha reso l’economia cilena la più aperta al mondo. Il Cile, paese di per sé geograficamente lontano, ha centrato il proprio sviluppo su un’apertura totale della propria economia ed uno sviluppo impetuoso delle esportazioni verso ogni mercato potenzialmente interessato ai propri prodotti. Da paese esportatore tradizionale di una materia prima specifica (il rame), il Cile è divenuto il paese al mondo con maggiore peso del commercio estero sul PIB (tra il 70 e l’80%) ed ha collocato le proprie merci in settori che sembravano assolutamente impenetrabili alla concorrenza su grande scala. Pensiamo alla straordinaria penetrazione della frutta cilena fuori stagione nei mercati europeo, nordamericano e giapponese o all’impressionante crescita del vino cileno nei mercati mondiali, persino in paesi molto legati al loro prodotto nazionale.

    Jorge Alessandri
    Eduardo Frei
    Augusto Pinochet

    Il Cile è oggi il paese al mondo che ha concluso il maggior numero di accordi commerciali bilaterali di libero scambio: all’accordo con gli Usa sono seguiti quelli con l’Unione Europea (accordo d’associazione, l’unico che l’UE ha in Latinoamerica a parte quello con il Messico) ed un grande attivismo nella zona pacifica, principale asse di crescita dell’economia mondiale, nel quale il Cile è pienamente inserito: in particolare, il Cile ha già firmato accordi bilaterali con Cina e Corea del Sud.

    Dal punto di vista macroeonomico e finanziario, il Cile è sempre stato additato come il miglior esempio tra i paesi emergenti, e le performance cilene il riferimento d’obbligo nel contesto latinoamericano. Se altri paesi emergenti, come il Brasile, attirano oggi maggiormente l’attenzione, questo non toglie meriti alla continuità dimostrata dal Cile nel perseguire un modello economico di successo pur essendo un paese dalla popolazione limitata (diciassette milioni) e avendo saputo trasformare in opportunità una posizione geografica che avrebbe invece potuto costituire un handicap.

    Tale stabilità economica ha poi permesso di ridurre la povertà, aumentando la consistenza della classe media, anche se i livelli di concentrazione della ricchezza rimangono elevati in un paese che era profondamente classista, ed in buona parte lo rimane (il Cile occupa il posto n.113 negli indici di distribuzione della ricchezza). Però gli indicatori in materia educativa, sanitaria ed abitativa sono migliorati considerevolmente nel corso degli ultimi vent’anni.

    L’ammissione del Cile nell’OECD, primo paese sudamericano chiamato a far parte del club dei paesi industrializzati, è il riconoscimento del notevole percorso compiuto dal paese in questi decenni.

    Salvador Allende
    Evo Morales, Luiz Inácio Lula da Silva,
    Michelle Bachelet

    Anche nel contesto di crisi internazionale il Cile si è comportato meglio di altri: se la crescita si è ridotta nel 2009 ad un magro 0,4%, a fronte del 5% abituale negli anni precedenti, un dato inevitabile per un’economia aperta come quella cilena, la politica anticrisi portata avanti dalla Bachelet é stata apprezzata dalla popolazione: la presidentessa uscente chiude il suo mandato con un tasso d’approvazione superiore all’80%.

    Non é stata quindi la sua eredità positiva quella che i cileni hanno rifiutato eleggendo ora Piñera: prevale la sensazione che abbiano piuttosto voluto imporre un cambio di dirigenza, scegliendone una in grado di sterzare verso mete ambiziose che consolidino quanto di buono il Cile ha fatto sinora. Sotterrati i fantasmi del passato (grazie anche all’iniziativa del localmente poco amato giudice Baltazar Garzon, la cui iniziativa obbligò le classi dirigenti cilene ad affrontare un problema del passato che pesava troppo sugli equilibri nazionali), i cileni hanno scelto una nuova classe dirigente con lo sguardo rivolto al futuro e non al passato, che completi il cammino che tanto ha fatto avanzare il Cile negli ultimi anni.

    In poche parole, una volta divenuta possibile l’alternanza, i cileni hanno deciso di trarne i benefici.

    Sebastian Piñera, l’uomo che dirige questo nuovo progetto, ha delle caratteristiche senz’altro particolari: miliardario con interessi in campi che vanno dalla finanza alle compagnie aeree, dalla televisione allo sport (il Colo Colo), é senz’altro uomo di successo personale, ma non sprovvisto d’esperienza politica: già senatore, poi candidato sconfitto dalla Bachelet nelle elezioni precedenti, abbiamo già visto come in passato abbia avuto il coraggio di adottare scelte che gli crearono non poche inimicizie nella sua stessa parte politica.

    Piñera ha già dichiarato di voler governare in continuità rispetto all’eredità ricevuta, ma apportando la propria esperienza personale. Probabile che il suo governo sia di ampie intese, e che accolga qualche elemento della Concertacion.

    In chiave latinoamericana, mi sembra riduttivo il commento fatto da parecchi osservatori secondo cui la vittoria di Piñera rappresenterebbe una svolta a destra in America Latina: la realtà é più variegata. In primo luogo, la Bachelet e la Concertacion non rappresentavano governi di sinistra assimilabili al socialismo chavista, ma piuttosto esperienze di centro – sinistra maturate in condizioni uniche nella regione.

    D’altro canto, il consolidamento elettorale dei leader del socialismo del XXI secolo (Bolivia, Ecuador) é anche innegabile. É semmai l’espansione ulteriore del modello propugnato da Chavez al di fuori di quei paesi che sembra arrestarsi, vittima dei problemi interni sperimentati da Chavez in Venezuela per dimostrare la validità del suo approccio e del calo dei prezzi del petrolio che ha reso impraticabile la sua petrodiplomacia.

    É invece in auge il modello tranquillo ed efficace di Lula, che ha fatto del Brasile l’indiscusso leder regionale ma soprattutto un attore di prima fila della scena internazionale. Persino una sconfitta del candidato del PT nelle elezioni presidenziali di ottobre 2010 non significherebbe la sconfitta di quel modello, dato che a prevalere sarebbe probabilmente un Jose Serra che difficilmente può essere definito un leader di destra.

    Più che una divisione tra paesi di “destra” e di “sinistra”, si sta generando in America Latina una divisione tra un blocco ridotto di paesi che vogliono ridare protagonismo allo stato per affrontare le disuguaglianze ereditate dal passato (Venezuela, Ecuador, Bolivia, Nicaragua) ed una maggioranza di governi che invece non credono in tale via, privilegiando la crescita economica come fattore d’alimentazione delle politiche sociali, ormai divenute irrinunciabili ovunque nella regione.

    Batte invece il passo un modello ultraliberale, anch’esso esistente in passato, che minimizzava le questioni sociali, sottomettendole ad una logica esclusivamente di mercato che ha mostrato anch’essa i suoi limiti.

    Tornando al Cile, é probabile che l’esperienza della Concertacion abbia fatto il suo tempo, e che il cartello tra democristiani e socialisti non regga il passo del tempo: é finita la sua stagione, o forse é stato vittima del proprio successo. Il 20% di voti raccolti al primo turno dal candidato indipendente Ominami, sconfitto alle primarie della Concertacion, dimostra l’esistenza di un ampio numero di elettori di sinistra insoddisfatti. Ed in caso di consolidamento di Piñera, l’orbita governativa potrebbe attrarre consensi d’origine democristiana, che andrebbero a rafforzare il centro – destra moderato del nuovo presidente.

    D’altro canto, la vittoria di una destra moderna rappresenta la fine della destra antidiluviana che ancora si riconosce nel pinochetismo, e che si é ritenuta per troppo tempo l’unica degna di governare il paese.

    Queste elezioni hanno davvero rappresentato la fine di un’era politica in Cile, ed il resto dell’America Latina continuerà a guardare con attenzione ai parecchi buoni esempi che vengono da questo paese.

  • La nuova Costituzione boliviana

    La nuova Costituzione boliviana

    Nel 2005, l’elezione di Evo Morales alla presidenza della Bolivia ha avuto un enorme significato simbolico, poiché per la prima volta nella storia del paese, e, di fatto, nella storia dell’America Latina, accedeva alla massima carica una persona appartenente a un’etnia originaria e non un discendente dei colonizzatori.

    Gli elettori hanno espresso in quei giorni una chiara volontà di cambiamento, tanto che Morales è stato eletto addirittura al primo turno, con maggioranza assoluta (53%: un evento raro in Bolivia, reso possibile dal totale discredito nel quale erano caduti i partiti e la classe politica tradizionale. Discredito che continua tutt’oggi.

    Investito di tale ampio mandato, Morales si è impegnato a cambiare profondamente l’organizzazione del paese, per porre rimedio alle ingiustizie storiche che, a suo giudizio, hanno caratterizzato i cinque secoli successivi all’arrivo degli Spagnoli: nella visione di Morales e del movimento che lo appoggia, il M.A.S. (Movimiento al Socialismo), le basi delle disuguaglianze precedono l’indipendenza della Bolivia (1825), e rimontano appunto alla colonizzazione.

    Per questo motivo, Morales ha messo al centro del proprio programma di governo una rifondazione della Bolivia, centrata sulla redazione di una nuova Costituzione.
    Dopo un laborioso processo, costellato da diverse crisi e non privo d’incidenti violenti, tale nuova Costituzione è stata approvata per via referendaria lo scorso 25 gennaio ed è entrata in vigore l’8 febbraio, con una cerimonia svoltasi nella città di El Alto, nei pressi di La Paz, bastione del consenso per il M.A.S. e per Morales.
    La sensazione generale è, però, che l’approvazione della nuova Costituzione non rappresenti affatto il momento finale della crisi boliviana e che le fratture che si sono evidenziate nel corso degli ultimi anni siano ben lontane dal ricomporsi.
    In quest’articolo cerchiamo di ripercorrere brevemente i punti salienti della complessa situazione boliviana e cercare di capire in che direzione si sta dirigendo il paese.
    Cominciamo dai risultati: su base nazionale, la Costituzione ha ricevuto il voto favorevole del 61,43% degli elettori (2.064.417), mentre il 38,57% ha votato no (1.296.175). La partecipazione è stata molto elevata (90,24%), ma dobbiamo ricordare che in Bolivia il voto è obbligatorio e non presentarsi al seggio ha conseguenze significative dal punto di vista amministrativo.
    A prima vista, la maggioranza a favore del nuovo testo sembrerebbe quindi chiara. Però un’analisi attenta mette in luce una situazione più diversificata.

    Quattro dei nove dipartimenti che compongono il paese, quelli della cosiddetta media luna (Pando, Beni, Santa Cruz de la Sierra y Tarija) hanno votato chiaramente contro il nuovo testo costituzionale, con percentuali che variano dal 56 al 67%. Si tratta delle quattro regioni della pianura orientale, dove si concentrano il gas e il petrolio, divenuti negli ultimi anni le prime risorse del paese.
    I dipartimenti dell’altipiano (La Paz, Oruro e Potosí) hanno votato ad ampia maggioranza a favore della nuova Costituzione, così come Cochabamba, altro dipartimento dalle caratteristiche simili a quelli dell’altipiano, dove pero la maggioranza per il sì è stata meno netta.

    A cavallo tra i due, il dipartimento di Chuquisaca ha votato, con maggioranza risicata, per il sì (5500 voti di differenza, due punti e mezzo). In questo dipartimento è situata Sucre, la capitale costituzionale del paese, che pero non è sede delle istituzioni governative che si trovano quasi tutte a La Paz. La questione del trasferimento della “capitale effettiva”, da La Paz a Sucre, ha avuto la sua importanza nel dibattito pre-costituzionale ed ha anche provocato dei morti negli scontri avvenuti a Sucre nel 2007.

    Tale questione non è per nulla risolta nel nuovo testo, che ripropone il principio teorico già presente nella Costituzione precedente, senza stabilire modalità e calendario dell’eventuale trasferimento.
    Quindi, quattro dipartimenti su nove sono contro la nuova Costituzione, quattro sono a favore, e uno è diviso. Non è un caso che nei giorni successivi al 25 gennaio si guardasse con attenzione al risultato incerto di Chuquisaca: il valore simbolico dato dal fatto che una maggioranza di dipartimenti si sarebbe potuta schierare contro la Costituzione sarebbe stato notevole.

    Interessante notare che questa distribuzione del voto coincide esattamente con
    i risultati del referendum sull’autonomia dipartimentale, che si è tenuto nel 2006 in contemporanea con l’elezione dell’assemblea costituente: cinque dipartimenti, quelli dell’altipiano, non volendo l’autonomia, votarono contro, quattro, quegli stessi quattro che adesso hanno votato contro la Costituzione, votarono a quel tempo per l’autonomia.

    Questi stessi quattro dipartimenti votarono a favore dell’interruzione del mandato di Evo Morales, nel referendum “revocatorio” del 10 agosto 2008, mentre gli altri appoggiarono la prosecuzione del suo mandato.

    Il referendum del 25 gennaio 2009 ha confermato ancora una volta la spaccatura tra la Bolivia dell’altipiano e quella delle pianure, che è in larga misura anche la spaccatura tra la Bolivia d’origine indigena e quella composta prevalentemente da boliviani d’origine europea.
    Ma la divisione non è solo di natura geografico-amministrativa: tutti i maggiori centri urbani hanno votato contro la nuova Costituzione, ad eccezione di quelli sull’altipiano (La Paz, El Alto, Oruro). Tutti gli altri, compresi Sucre e Cochabamba, si sono manifestati a maggioranza contro.
    La Bolivia rurale è quindi a favore della nuova Costituzione, quella urbana contro.
    Se sovrapponiamo a tali divisioni le differenze d’ordine etnico e la differenza di peso economico tra le due Bolivie, possiamo capire in che misura il dibattito sulla nuova Costituzione abbia diviso il paese, e come il risultato attuale non faccia che riflettere tali divisioni.
    Quali sono le ragioni per cui la nuova Costituzione boliviana ha sollevato tante controversie? Esse riguardano sia i contenuti del testo sia i numerosi vizi procedurali che hanno viziato la sua approvazione.

    A mio modo di vedere, è difficile stabilire una gerarchia tra queste due diverse obiezioni: se pochi dubitano che la Bolivia abbia bisogno d’un cambiamento anche istituzionale (tant’è vero che persino chi si oppone alla Costituzione ha proposto riforme, sotto forma di nuove regole per l’autonomia dei dipartimenti), il mix tra le due obiezioni, quelle di fondo e quelle di
    forma, ha dato luogo ad una tale confusione che alla fine i cittadini boliviani non hanno effettuato la loro scelta in base ai contenuti della Costituzione, ma piuttosto a favore o contro Evo Morales.

    Quindi il referendum costituzionale si è trasformato in una sorta di referendum revocatorio-bis, e non per nulla i risultati sono stati in pratica identici alla consulta del 10 agosto scorso.
    Partiamo dai contenuti: la nuova CPE (Constitución Política del Estado) è un documento complesso, composto da ben 411 articoli.
    L’idea essenziale è quella, assai ambiziosa e originale, di ricostruire la Bolivia su nuove basi, partendo dai diritti delle popolazioni originarie.
    Non che 500 anni di storia, o duecento anni d’indipendenza possano, di per sé, essere cancellati, ma la Bolivia necessita di essere riorganizzata a partire dai diritti e dai doveri dei cittadini su base di uguaglianza. Il sottofondo è quello della sottomissione, culturale ed economica, che le popolazioni indigene hanno sofferto sin dai tempi della colonizzazione, e che non è per nulla migliorata nella Bolivia indipendente, sempre dominata dalle élites bianche.
    Per raggiungere questo scopo, la CPE inizia, dopo un poetico e interessantissimo preambolo che definisce le basi storiche della nuova Bolivia plurale, dalla definizione del paese come “Stato Unitario Sociale di Diritto Plurinazionale Comunitario”.
    I primi articoli insistono moltissimo sulla multiculturalità della Bolivia: divengono ad esempio ufficiali tutte le lingue indigene (36). Ogni dipartimento dovrà dichiararne ufficiale almeno una, oltre allo spagnolo.
    Si ribadisce il principio di Sucre capitale, ma questa non è una novità.

    Alcuni principi etici delle popolazioni indigene elencati nell’articolo 8, quali ad esempio “ama qhilla, ama llulla, ama suwa” (non essere debole, non mentire non rubare), sono elevati a principi costituzionali, al pari di altri come l’uguaglianza, la solidarietà, la libertà e molti altri valori “occidentali” elencati nella seconda parte dello stesso articolo.
    Nell’art.9, si stabilisce, come fine e funzione fondamentale dello Stato, la Costituzione di una società giusta ed armoniosa, cementata sulla decolonizzazione.
    Nei capitoli successivi viene elencata una lunga serie di diritti civili, politici e sociali, cui si vengono ad aggiungere i diritti specifici della nazioni e comunità indigene originarie, tra le quali la protezione della cultura, della lingua, dell’uso esclusivo delle risorse esistenti nei loro territori e l’uso nei loro territori del diritto indigeno tradizionale, causa quest’ultima di grande controversia. A tale diritto, di natura comunitaria, la Costituzione dà precedenza nelle zone d’autonomia indigena: la coesistenza tra il diritto moderno e quello tradizionale porrà problemi d’applicazione e coerenza d’indubbia complessità.

    Se, culturalmente, la Costituzione vuole contribuire a riscrivere la storia della Bolivia e indirizzarla su nuove basi, essa prevede anche una complessa riorganizzazione istituzionale che, all’autonomia dei dipartimenti ed a quella dei comuni, aggiunga anche quella delle comunità indigene contadine, che sia esclusiva nella propria zona di competenza. E questo uno dei temi maggiormente polemici, perchè tocca la questione, altamente sensibile, del controllo delle risorse economiche presenti nei territori dei dipartimenti: come sappiamo, la maggioranza delle risorse gasifere e petrolifere è concentrata nei dipartimenti dell’Est, che non si accontentano del quadro di competenze previsto dalla Costituzione, ma che propongono, come alternativa, degli statuti d’autonomia dipartimentale che sono stati approvati per via referendaria nei quattro dipartimenti della media luna nel corso del 2008.

    Se a tale contrapposizione, in buona misura centrata sul dibattito circa la percentuale di proventi estrattivi da destinare al governo centrale e quella da riservare ai governi dei dipartimenti, si aggiunge la creazione di nuovi spazi autonomi, quelli destinati alle comunità originali, si può immaginare
    la complessità della nuova organizzazione territoriale boliviana.
    Nel capitolo sull’organizzazione economica dello Stato (articolo 306 e seguenti), si stabilisce il principio della proprietà pubblica
    delle risorse naturali, e si definisce un quadro d’insieme piuttosto intervenzionista,
    senza però che questa dimensione interferisca con la proprietà privata. Di fatto, anche quella che il neo eletto Morales
    chiamò enfaticamente “rinazionalizzazione” altro non fu che una rinegoziazione delle condizioni contrattuali concesse agli investitori stranieri, che alla fine, pur borbottando un po’, accettarono le nuove regole.

    Evo Morales

    A fronte di tali proposte, portate avanti nel corso del 2006 e del 2007 dalla maggioranza ell’assemblea costituente appartenente al M.A.S., il movimento politico di riferimento di Morales, l’opposizione ha contrapposto un rifiuto frontale e di principio.

    L’opposizione a Morales è di per sè diversificata: a livello centrale, essa è rappresentata da un cartello (denominato Podemos) che unisce ciò che resta dei partiti politici tradizionali; a livello dei dipartimenti d’opposizione, dai quattro governatori e dai comitati civici, fautori di ampi spazi d’autonomia per i dipartimenti (si parla, specie a Santa Cruz di “nazione camba”, ma l’indipendenza non è mai menzionata esplicitamente come una possibilità).
    L’opposizione al centro – i vecchi partiti – non ha sempre coinciso però con le posizioni, più radicali, dei dipartimenti della media luna. Questo ha creato una situazione triangolare che ha complicato non poco le diverse fasi dei lavori dell’assemblea costituente ed il periodo successivo all’approvazione del primo testo costituzionale (9 dicembre 2007).

    Durante la seconda metà del 2006 e tutto il 2007, il M.A.S. e Podemos si affrontarono nell’assemblea costituzionale ma senza
    che il dibattito andasse oltre le questioni procedurali. Per quanto possa sembrare impossibile, in un anno e mezzo la discussione non riguardò mai il merito delle proposte costituzionali. La maggioranza
    non permise mai di discutere proposte o formulazioni alternative a quelle da essa presentate; da parte sua, l’opposizione si limitò all’ostruzione procedurale, in una cacofonia poco assimilabile ad un dibattito democratico.
    Dopo un più d’un anno di stasi, la maggioranza decise di far approvare la Costituzione mediante una prova di forza: si cambiarono unilateralmente le regole procedurali, alterando il quorum necessario per approvare il testo costituzionale da due terzi dei membri dell’assemblea a due terzi dei presenti in aula.


    A questo s’aggiunse la convocazione in un luogo diverso dalla sede dell’assemblea costituzionale a Sucre e la serrata di una scuola militare, il nuovo edificio scelto per la votazione, da parte di militanti dei movimenti indigeni, che impedirono alla maggioranza dei membri d’opposizione dell’assemblea di accedere all’aula.
    La Costituzione fu così votata, a maggioranza dei due terzi dei presenti, dai soli membri della maggioranza governativa.
    Non c’e dubbio che si sia trattato d’un processo irregolare, nel corso del quale si sono confrontati due opposti estremismi. Da una parte quello della maggioranza, portatrice di una rivendicazione storica e rafforzata dalla capacità di mobilitazione dei movimenti sociali allo scopo di raggiungere l’obiettivo di modificare, una volta per tutte, la storia della Bolivia; la correttezza procedurale sembrava una quisquilia, un dettaglio di poca importanza (il fine giustifica i mezzi, perchè abbiamo ragione: una logica quindi rivoluzionaria).
    Dall’altra l’opposizione, rappresentante dei ceti che sono sempre stati al potere nel paese, messa di fronte alla prospettiva di un cambiamento radicale dell’organizzazione del paese, sceglieva di negare legittimità a tali pretese, fondandosi esclusivamente su obiezioni procedurali e non proponendo una visione alternativa o complementare a quella proposta dai movimenti sociali.
    La dinamica complessiva sacrificò quindi ogni possibilie dibattito sull’altare dell’intransigenza di entrambe le parti: indubbiamente, si è persa una grande occasione di rifondare la Bolivia su basi condivise.
    A tale contrapposizione frontale tra governo ed opposizione si è poi aggiunta la diatriba tra il governo centrale e quelli dei dipartimenti che nel 2006 avevano scelto la via dell’autonomia: i quattro della media luna.

    Tale dibattito ha portato essenzialmente alla ripartizione delle risorse economiche territoriali e ai contenuti da dare alle autonomia dipartimentali: da definirsi centralmente secondo il governo, da definirsi invece localmente e sulla base di proposte redatte dalla periferia, secondo i prefetti.

    Da segnalare poi che nel 2006 e nel 2007 i costi di gas e petrolio sono stati molto elevati: questo ha comportato grossi proventi per lo stato boliviano, che sono stati usati per finanziare programmi sociali di grande impatto (renta dignidad e il programma Juancito Pinto per l’infanzia). Il governo centrale ha usato costantemente la carta dei programmi sociali per scoraggiare ogni tentativo di ripartizione che venisse incontro alle richieste dei dipartimenti.

    Nel corso del 2008, vari tentativi di negoziato tra governo e dipartimenti sono falliti: i dipartimenti hanno quindi deciso di disconoscere la nuova Costituzione e di promuovere la propria autonomia su basi diverse ed hanno approvato, tra maggio e giugno 2008, per mezzo di referendum auto-invocati e giudicati illegittimi dalle autorità elettorali centrali, i loro statuti d’autonomia specifici.
    A metà 2008, la situazione si è di nuovo completamente bloccata: una Costituzione era stata approvata ma illegittimamente; quattro statuti d’autonomia vi si contrapponevano, ma senza che tali statuti avessero una base legale legittima. La Corte Costituzionale, organo che avrebbe dovuto dirimere l’imbroglio, era a sua volta bloccata per mancanza di quorum, dato che le forze politiche non sono state in grado, negli ultimi anni, di consensuare nomine di giudici per la corte, che ha tuttora in forza un solo magistrato (su nove previsti).
    Solo un accordo politico di ampia portata poteva risolvere tale complessa situazione. Anzichè percorrere quella via, si è deciso di convocare un referendum revocatorio del mandato presidenziale, ma anche di ciascuno dei nove prefetti dei dipartmenti, nella speranza che gli elettori dimostrassero una maturità maggiore dei loro rappresentanti.

    Com’era facilmente prevedibile, i referendum del 10 agosto 2008 non hanno risolto un bel nulla: Morales è stato confermato dal 67% degli elettori, e questo è per lui un grande successo. Ma anche i prefetti d’opposizione sono stati confermati ed escono, di conseguenza, rafforzati dal referendum: si ritorna al punto di partenza.
    Tra agosto ed ottobre la situazione è degenerata, e una ventina di persone sono rimaste uccise negli scontri tra opposte fazioni. Con la mediazione di Unasur (Organizzazione degli Stati Sudamericani), dell’Ue e della chiesa cattolica, governo ed opposizione si sono riuniti a Cochabamba e hanno definito le basi per una revisione consensuale della Costituzione, che verrà approvata il successivo 21 ottobre.

    Il testo rivisto modifica alcuni dei punti più controversi e, tra l’altro, limita la possibilità di rielezione del presidente in carica ad una sola. L’accordo politico legittima quindi a posteriori la Costituzione, ma non riavvicina la distanza tra le parti, che rimangono ancora molto lontane.

    Come detto, il referendum del 25 gennaio ha dimostrato ancora una volta che le posizioni rimangono distanti: se la Costituzione è ora in vigore in tutto il territorio nazionale, la transizione verso la nuova struttura istituzionale richiede l’approvazione di un centinaio di leggi da parte di un Congresso a maggioranza M.A.S. e di un Senato dove la maggioranza è dell’opposizione. La questione più spinosa rimane quella, irrisolta, della compatibilità tra la Costituzione testè approvata ed i quattro statuti d’autonomia di Santa Cruz de la Sierra, Beni, Pando e Tarija.
    La classe politica boliviana dovrà quindi dimostrare, nel corso del 2009, proprio quella capacità di dialogo, di compromesso e di visione che le è mancata sinora.
    Le elezioni generali del 6 dicembre 2009 dovranno poi rinnovare tutte le cariche secondo le nuove regole. Morales sarà senz’altro candidato alla propria successione, meno chiaro, invece, risulta oggi il quadro dei suoi possibili concorrenti.

    In conclusione, è da un lato evidente che Morales è stato eletto con mandato chiaro per il cambio. Il processo di definizione delle nuove regole ha superato una tappa importante, ma non è ancora concluso. Il percorso sin qui è stato accidentato, ed il costo in termini d’instabilità e persino di vite umane è stato elevato.
    Anziché instaurare meccanismi maturi di dialogo politico e di pensare al destino del paese nel suo complesso, i vari attori politici boliviani hanno preferito radicalizzare le loro posizioni e pensare esclusivamente alla propria audience: i movimenti sociali e le popolazioni indigene per il governo, la propria regione per le autorità dipartimentali.
    Nel frattempo, l’instabilità istituzionale ha portato a sprecare opportunità importanti, in anni nei quali i proventi delle materie prime esportate dalla Bolivia sono stati molto alti. Il contesto economico internazionale ora è cambiato, ed anche le rimesse dei numerosi emigranti boliviani
    scemeranno.
    Le parti politiche boliviane dovranno dimostrare, nel prossimo futuro, una maggiore capacità di dialogo e una visione più ampia, se vogliono completare il processo di riforma del paese: la divisione della Bolivia non è un’alternativa.
    D’altro canto, il tentativo ideologico di Morales non va deriso: se alcuni dei contenuti costituzionali possono sembrare eccessivi ed un pò romantici, la situazione di diseguaglianza cui si vuole porre rimedio è una realtà oggettiva, cui va prestata la massima attenzione. Più che ascriversi a protagonisti di un fantomatico socialismo del XXI secolo, che ha tante accezioni, si tratta d’una impresa storica di grande complessità che non è destinata al fallimento se i suoi fautori saranno capaci di pensare agli interessi di tutto un paese e non solo a quelli di una parte di esso.
    I politici d’opposizione dovrebbero invece dimostrare meno provincialismo e presentare proposte costruttive che riflettano gli interessi complessivi del paese, non solo quelli della loro regione.
    Se tale capacità di compromesso non emergerà, la nuova Costituzione non sarà servita a nulla e le contraddizioni boliviane rimarranno tali, a scapito degli interessi della collettività.

  • Hugo Chávez: meriti e contraddizioni di un personaggio ingombrante

    Hugo Chávez: meriti e contraddizioni di un personaggio ingombrante

    Hugo Chávez si è imposto negli ultimi anni come un leader capace di provocare passioni estreme, favorevoli o contrarie, sia nel suo paese, il Venezuela, che nel resto del mondo, dove si seguono le sue costanti eccentricità con curiosità, ammirazione o ripudio, secondo l’angolo visuale dell’osservatore.

    In quest’articolo cercheremo di analizzare alcuni aspetti del fenomeno Chávez, cercando di decifrare un personaggio istrionico come pochi altri, che secondo me non dovrebbe essere né ridicolizzato né esaltato, ma semplicemente analizzato con realismo e conoscenza di causa.

    Abbiamo già parlato diverse volte su questa rivista di Hugo Chávez: dapprima per difenderlo dalle accuse, portategli da più parti all’epoca delle sue prime vittorie elettorali (1998 e poi 2000) di chi lo giudicava personaggio non democratico, a causa del suo passato di ufficiale golpista, che l’avrebbe privato dei requisiti minimi per proporsi come leader democratico.

    Accusa di per sé infondata perché, se è vero che Chávez rimane fondamentalmente un militare e non è persona portata al consenso o al dialogo con l’opposizione, le sue molteplici vittorie elettorali hanno sempre dimostrato che può contare in Venezuela su un’indubbia maggioranza politica. Sino all’ultima recente sconfitta referendaria, Chávez si è sempre imposto con chiarezza nelle successive contese, elettorali o referendarie, in cui si è cimentato.

    Nonostante alcuni limiti che esporremo e nonostante le insistenti e, in buona misura infondate, accuse dell’opposizione, tali elezioni o referendum sono stati correttamente organizzati dalle autorità elettorali venezuelane (CNE, Consejo Nacional Electoral): è altrove che si deve guardare per interpretare la popolarità di Chávez, non ad eventuali frodi elettroniche (il Venezuela è il paese, assieme al Brasile, più avanzato al mondo in materia di voto elettronico).

    Successivamente, abbiamo analizzato Chávez nel contesto della svolta a sinistra dei governi latinoamericani nel primo decennio del XXI secolo, di cui Chávez è indubbiamente uno dei protagonisti più appariscenti.

    Difficile identificare un solo modello che acсоmuni stili diversi come quelli del nostro, di Lula, dei Kirchner о della Bachelet: è però indubbio che i governi che guardano a sinistra, che danno priorità alla dimensione sociale, senza peraltro trascurare l’ortodossia macroeconomica, sono ormai maggioritari in America Latina.

    Chávez può considerarsi il leader di questa nuova tendenza? Solo in parte, dato che la sua influenza si esercita solo sui paesi che partecipano alla cosiddetta ALBA (Alternativa Bolivariana de las Américas): oltre al Venezuela, Cuba, Bolivia, Nicaragua e Dominica, ed in certa
    misura sull’Ecuador. I paesi del cono sud (Brasile ed Argentina), pur avendo rapporti intensi con il Venezuela, sono ben lungi dal lasciarsi influenzare dal suo leader, che tengono a distanza debita. Chávez risulta molto più efficace nei confronti di paesi più prossimi geograficamente (Bolivia, in parte Ecuador) o ideologicamente (Nicaragua), sensibili alla petrodiplomacia di Chàvez.

    Hugo Chávez

    Fondamentale poi l’asse con Cuba, il cantiere della retorica chavista.
    La prima analisi aveva quindi difeso i numeri di Chávez come leader con legittimità democratica, sospendendo il giudizio sulla sua proposta politica all’esame dei risultati della sua gestione.

    Dopo quasi un decennio di presidenza Chávez, il giudizio non può che essere controverso. Egli ha dimostrato solo in parte una genuina vocazione democratica: una democrazia piena non può limitarsi ad accettabili processi elettorali, ma deve strutturarsi sull’indipendenza dei poteri dello Stato, sul corretto ed equilibrato funzionamento delle istituzioni, su di un dialogo ragionevole con l’opposizione, con cui deve impostarsi un dibattito sulle riforme istituzionali e le scelte fondamentali per il paese, sul rispetto al di sopra di ogni sospetto delle libertà fondamentali ed i diritti umani.


    Tutte queste dimensioni sono state carenti nel Venezuela di Chávez, dove peraltro si sono sempre celebrate consultazioni elettive in linea con gli standard internazionali in materia: condizione necessaria ma non sufficiente per qualificare una democrazia.

    L’opposizione venezuelana ha faticato a lungo ad accettare Chávez: invece di analizzare a fondo le ragioni della propria emarginazione elettorale, ha intrapreso per parecchio tempo un cammino del tutto sbagliato, quello di negargli legittimità, invece di ammettere che il successo di questi era il risultato delle manchevolezze di quarant’ anni di vita politica venezuelana. In occasione del primo trionfo elettorale di Chávez del 1998, la società venezuelana si schierò a grande maggioranza con l’ex-colonnello. Vi segui una reazione sempre più irrazionale e scomposta al consolidamento del suo potere: l’opposizione si dimostrò incapace d’accettare il nuovo scenario politico, e la propria improponibilità a fronte dell’offerta populista di Chávez. Una politica diretta in primo luogo a quei tre quarti della popolazione che avevano goduto solo delle briciole del benessere derivante dal petrolio, risorse in buona parte dissipate dai vari governi anteriori a Chávez.

    Il culmine di questa strategia di negazione dall’evidenza, alimentato anche da un appoggio incompetente e cieco d’un’amministrazione Bush del tutto impreparata alle nuove tendenze emergenti sullo scenario latinoamericano, fu il tentativo di golpe dell’11 aprile 2002, appoggiato senza remore dagli Usa e, ancora più sciaguratamente riconosciuto dal governo di Aznar, che agì scorrettamente, senza informare i propri soci dell’UE, di cui pure ostentava in quel momento la Presidenza.

    Il golpe fallì, vittima delle proprie debolezze, e della poca presentabilità di chi l’aveva intrapreso.

    Chávez uscì rafforzato da questa vicenda, cui seguì l’affermazione nel successivo referendum revocatorio del 15 agosto 2004, in occasione del quale ancora una volta l’opposizione invocò frodi non dimostrate e poco credibili anziché ammettere il fatto di essere minoranza nel paese.

    Il muro contro muro, alimentato in buona misura anche dalla retorica e dall’onnipresenza di Chávez e dai molti abusi della sua amministrazione e dei militanti delle organizzazioni chaviste nella vita quotidiana dei venezuelani, continuò sino alle elezioni legislative del dicembre 2005, boicottate dall’opposizione, che regalò in questo modo a Chávez il 100% della rappresentanza parlamentare.

    Se l’opposizione ha a lungo sbagliato strategia, alcuni aspetti dell’esercizio del potere da parte di Chávez sono stati e rimangono davvero inquietanti: ad esempio, l’uso indiscriminato e selettivo delle liste di firmatari del referendum revocatorio (le cosiddette liste Tascón e Maisanta), che hanno permesso d’identificare le simpatie politiche della pratica totalità della popolazione venezuelana, violando in questo modo diritti fondamentali dei cittadini ed esercitando forme d’intimidazione improprie d’una democrazia.

    Anche la sottomissione assoluta al governo dei mezzi di comunicazione pubblici, in primis le televisioni statali, divenute cassa di risonanza esclusiva del presidente e delle sue politiche, e la presenza ossessiva ed incontinente sugli schermi di un presidente oggettivamente logorroico e verbalmente irrispettoso di chiunque non la pensi come lui, non ha certo contribuito ad affermare la democrazia nel Venezuela di Chávez.

    Chávez, e questo è uno dei suoi grandi limiti, non ha mai dimostrato di avere abbandonato una mentalità da militare per adottarne una da uomo di stato: per lui l’opposizione non può che essere composta di nemici e cospiratori, contro cui invocare la solidarietà del popolo in un’ottica non democratica ma rivoluzionaria.

    Da questa mentalità deriva un approccio sempre basato sul confronto verbalmente eccessivo nei confronti di chi resiste, legittimamente o no, al cambio proposto dal governo: il modo di risolvere la crisi che paralizzò PDVSA, l’impresa petrolifera nazionale, portò a migliaia di licenziamenti e una successiva grave crisi aziendale a causa della mancanza di quadri competenti. Ma Chávez non dialoga, travolge, perchè di fronte a lui non ci sono oppositori, ma solo sabotatori.

    La stessa logica ha improntato la scelta dei propri collaboratori: i successivi governi di Chávez sono sempre stati formati più da fedeli, spesso di formazione militare, che da persone professionalmente competenti, metodo dubbiosamente efficace se si vogliono risultati concreti.

    Il costante uso da parte di Chávez di una retorica inutilmente rivoluzionaria e i ripetuti inviti a chi non fosse d’accordo ad andarsene dal Venezuela, nonché le successive epurazioni effettuate, oltre che in PDVSA anche nelle diverse amministrazioni pubbliche, hanno contribuito non poco a spaventare buona parte della popolazione, metodo anch’esso ben poco democratico.

    Le elezioni presidenziali del 2006 videro comunque di nuovo una vittoria netta di Chávez, che s’impose sul candidato unico dell’opposizione, Manuel Rosales. I risultati di quelle elezioni non furono contestati, ma esse furono macchiate da altri difetti: la persistenza di forme d’intimidazione indiretta, soprattutto psicologica, nei confronti dei votanti; la totale identificazione dell’amministrazione pubblica con la campagna elettorale di Chávez; l’uso improprio di risorse pubbliche per tale campagna; la parzialità assoluta delle catene televisive pubbliche, cui fece contraltare, questo si, uno schieramento totalmente anti – Chávez nelle televisioni private.

    Si poteva pensare che una vittoria tranquilla su un’opposizione finalmente unita ed in parte rassenerata, consigliasse a Chávez moderazione e dialogo: invece, fedele al suo carattere, immediatamente dopo la rielezione si lanciò in un’ulteriore accelerazione del suo progetto “rivoluzionario”, imponendo una nuova riforma costituzionale, approvata senza discussione da un Parlamento a lui ascritto (tuttavia, uno dei movimenti alleati, Podemos, se ne smarcò). Si sarebbe trattato della seconda riforma costituzionale promossa da Chávez in pochi anni, dato che la Costituzione bolivariana è del 1999: quel testo aveva rafforzato i poteri presidenziali ed introdotto la rielezione del presidente, avvenuta nel 2006.

    Il nuovo testo introduceva il principio della rielezione indefinita, che ha sollevato non poche perplessità sulla scena internazionale, ed aveva come obiettivo quello di trasformare il Venezuela in un’economia socialista, anche mediante numerose ristatalizzazioni di imprese precedentemente privatizzate.

    In parallelo a questo processo costituzionale, altri preoccupanti segnali di un’ulteriore svolta autoritaria di Chávez furono il ritiro della concessione al canale televisivo privato RCTV, che provocò numerose manifestazioni di protesta soprattutto da parte degli studenti e il giro di vite nei confronti delle ONG (organizzazioni non governative), per le quali si è proposto un sistema di tutela statale molto più rigoroso.

    Tutto indica insomma che Chávez abbia intenzione dunque di statalizzare l’economia e controllare più strettamente la società: si tratta di sviluppi criticabili? Il dibattito è aperto. Certo, i modi che egli ha spesso usato non brillano per democraticità, ma abbiamo già visto che questa non è la sua impostazione e non la cambierà.

    Al tempo stesso, egli ha dimostrato d’avere con se una maggioranza dei venezuelani, anche se nell’ambito di un paese troppo polarizzato e rigidamente diviso tra classi, il risultato questo d’uno sviluppo squilibrato che data da ben prima di Chávez.

    La grande fortuna di Chávez, che è un tribuno ed un retore, ma non un abile gestore, è stata l’ascesa incontrastata dei prezzi del petrolio, che gli ha permesso di spendere in infrastrutture, anche se i ritardi rimangono importanti, ed in politiche sociali.

    Hugo Chávez e Mahmud Ahmadinejad

    Il limite dei programmi sociali, le cosiddette Missioni, risiede da un lato nella loro limitata sostenibilità, che non è assicurata perché dipende in grande misura dai proventi petroliferi, ma soprattutto nel fatto che, anziché essere gestite dai Ministeri, sono strutture indipendenti ed opache. Cosa succederà a tali missioni transitorie se le entrate petrolifere dovessero diminuire? Che tipo di rafforzamento istituzionale si ottiene emarginando la macchina statale dall’erogazione dei fondi?

    Ciò non toglie che le misiones stanno dando risultati concreti e sono molto apprezzate dalle popolazioni dei quartieri più poveri: pensiamo alla Misión Robinson, per insegnare a leggere e scrivere ai bambini, alla Misión Ribas, per rafforzare gli studi elementari, alla Misión Barrio Adentro per portare l’assistenza medica nei quartieri in cui essa brillava per la sua assenza. Tutti questi programmi sono ispirati dalle esperienze cubane e contano in buona parte sull’assistenza tecnica di medici e educatori del paese caraibico.

    Un notevole sforzo è stato anche fatto per rilasciare documenti d’identità a diverse centinaia di migliaia di venezuelani privi d’esistenza anagrafica: anziché chiedere loro di presentarsi presso gli sportelli pubblici, sono state équipes mobili che sono andate a cercare questi cittadini nei loro quartieri periferici.

    Esponenti dell’opposizione hanno criticato quest’iniziativa, giudicata elettoralista, ma non è invece una grave carenza dei governi precedenti aver permesso che un paese non povero come il Venezuela abbia tra lasciato d’interessarsi ad una parte significativa della propria popolazione? Come questi esempi mettono in evidenza, difficile dare giudizi univoci a fronte di una realtà complessa.

    I proventi petroliferi gli hanno permesso di lanciarsi in un’ambiziosa politica estera, particolarmente attiva nell’ambito sudamericano. L’elezione di Miguel Insulza alla testa dell’Organizzazione degli Stati Americani (OEA) evidenzia che per la prima volta non sia stato il candidato appoggiato da Washington a prevalere: non è solo il fattore – Chávez, ma è certo un
    segno dei tempi. Il lancio del Banco del Sur, cui hanno aderito altri sei paesi latinoamericani (Argentina, Brasile, Bolivia, Ecuador, Paraguay ed Uruguay), senza voler essere un’alternativa secca alla Banca Mondiale, costituisce una nuova fonte di finanziamento, in mani latinoamericane, per progetti infrastrutturali e sociali.

    A parte il rafforzamento volutamente provocatorio dei rapporti con stati come Iran, Corea del Nord e Bielorussia, la presenza di Chávez è molto visibile negli stati a lui più vicini ideologicamente: il Venezuela usa il petrolio, venduto a prezzi molto favorevoli ai propri alleati, come arma di penetrazione. Al petrolio si accompagna poi una retorica rivoluzionaria e di sfida agli Stati Uniti, che oggi sono su posizioni molto difensive e caute in una regione che un tempo considerarono loro zona d’influenza esclusiva.

    Chávez finanzia copiosamente le campagne elettorali dei candidati a lui più affini nei paesi della regione (salvo criticare, quando a interferire nelle campagne elettorali sono altri paesi) e visita assiduamente i propri alleati, che sostiene in forma fin troppo rumorosa. Il metodo Chávez si è fatto sentire in Bolivia ed Ecuador, dove i presidenti eletti si sono affrettati a proporre nuove costituzioni ed a rivedere i contratti e le concessioni ottenute dagli investitori internazionali. Politiche legittime, intendiamoci, improntate all’obiettivo di riequilibrare rapporti economici ereditati del passato ed accordi conclusi dai governi precedenti secondo modalità non sempre trasparenti e non sempre vantaggiose per le popolazioni. Giusto quindi che si rivedano i modelli economici e le modalità d’investimento, e che si cerchi d’ottenere una maggior quota delle risorse naturali, abbondanti nella regione.

    Importante però che tali cambiamenti siano effettuati mediante negoziati ragionevoli, in grado di garantire la continuità dei flussi d’investimenti internazionali.

    A mio modo di vedere, la maggioranza degli investitori, anche italiani, che sono giunti in America Latina negli anni ottanta e novanta (o che già vi erano presenti), hanno reagito con misura e compostezza a queste nuove politiche: non bisogna dimenticare che questi investimenti sono redditizi, ma migliorano anche il livello di vita delle popolazioni. Sarebbe quindi sbagliato incaponirsi sulla lettera dei contratti: più ragionevole invece rinegoziare con spirito aperto tenendo in conto la nuova realtà politica. Gli obiettivi da rispettare sono la continuità dell’investimento e l’equilibrio nei confronti del paese, che deve rimanere un importante beneficiario.

    Come detto, le imprese europee che sono, non dimentichiamolo, le prime investitrici in America Latina, hanno reagito in maniera composta, facendosi assistere dai propri governi in maniera costruttiva, al fine d’evitare crisi dolorose per entrambe le parti.

    Importante però che anche da parte dei governi non si ecceda nello spaventare gli investitori ed i mercati, perché i primi a soffrirne sarebbero i cittadini latinoamericani.

    Un’altra caratteristica di Chávez sono gli eccessi retorici, spesso non accompagnati da azioni coerenti: se il suo intervento nella crisi degli ostaggi colombiani non è stato del tutto improduttivo, Chávez non si sta dimostrando capace di capitalizzarlo, agendo con prudenza. Si invece mosso fuori dei canoni, provocando una crisi inutile con Bogotà, quando con più circospezione avrebbe potuto ottenere risultati ben migliori.
    Se si volesse dare sostanza agli attacchi verbali contro gli Stati Uniti, perché non ridurre le vendite di petrolio verso quel paese? Eppure, in tutti questi anni, agli Usa non è mai mancata una goccia di petrolio venezuelano.

    Chávez è stato il primo fautore di una politica economica che mette al primo posto le ristatalizzazioni e le rinazionalizzazioni. Sarà benefica per i cittadini dei paesi del “socialismo del XXI secolo” questa nuova tendenza?

    Rimane da vedere. Se i meccanismi democratici non saranno avviliti, saranno loro stessi a valutarlo, nell’ambito della loro libertà d’espressione. Per questo è importante che Chávez riveda i toni della propria retorica rivoluzionaria.

    In questo senso, il risultato del referendum costituzionale del dicembre 2007, nel quale per strettissimo margine i venezuelani hanno respinto la proposta di nuova riforma costituzionale, è stato mio modo di vedere un ottimo sviluppo:

    • – la democrazia venezuelana ha dimostrato d’avere, dopo un periodo lungo e difficile, di nuovo gli anticorpi del dissenso civile: dimenticati i toni catastrofici del passato, l’opposizione si è organizzata e, trascinata dai giovani, ha fatto prevalere il no;
      – le istituzioni venezuelane, ed in particolare le tanto criticate autorità elettorali, hanno dimostrato ancora una volta di essere indipendenti: se no, come spiegare una vittoria del no con il 50,7% dei voti? Domanda provocatoria: che sarebbe successo se quel 50,7% fosse stato di sì? Si sarebbe accettato senza fiatare un risultato di stretta misura a favore di Chávez?
      – anche Chávez è uscito rafforzato, suo malgrado, dalla sconfitta nel referendum. Una vittoria di stretta misura per una costituzione di contenuti così netti e radicali sarebbe stata solo una fonte d’ulteriori divisioni in un paese che ha invece bisogno di ritrovarsi. Il fatto che abbia accettato, pur a denti stretti, il risultato, è invece buon segno.

    Non c’è il minimo dubbio che Chávez riproporrà in altro modo buona parte delle proposte costituzionali, ma i venezuelani ed il mondo ora sanno che ci sono mezzi democratici per opporsi se la maggioranza dei cittadini non è favorevole.

    In conclusione, Chávez è un personaggio certamente particolare: vuole a tutti i costi riprendere l’eredità di Castro, assurgendo a leader rivoluzionario dell’America Latina. Le sue buone intenzioni in materia sociale sono in parte vanificate dalla sua limitata capacità di gestione; la sua mentalità autoritaria contrasta con le esigenze di una democrazia compiuta; i suoi eccessi retorici divertono, ma sono spesso inopportuni.

    A mio modo di vedere, Hugo Chávez non è né un demonio da esorcizzare, né un eroe da esaltare: è un personaggio contraddittorio, sempre alle prese con il proprio egocentrismo bulimico.

    Resto convinto che il miglior modo per giudicare un uomo politico siano i suoi risultati, non i suoi discorsi, le sue gaffes o le sue intenzioni. Chávez ha ottenuto certi risultati in materia sociale, che la popolazione venezuelana apprezza. Da qui, e dagli errori dei partiti politici che governarono il Venezuela dagli anni cinquanta in poi, discende la sua grande popolarità attuale.

    Chávez riuscirà a cambiare il Venezuela per sempre ed in meglio se sarà in grado di moderare i propri eccessi, usando l’enorme capitale politico di cui è in possesso per affiancare alle iniziative in materia sociale un insieme di riforme economiche che rafforzino l’economia venezuelana al di là del petrolio e se saprà costruire una democrazia nella quale si possano riconoscere tutti i venezuelani.

    Se così non fosse, e se dovesse perseguire i suoi obiettivi politici come se il dissenso non esistesse, avrà perso la sua grande occasione di fare qualcosa di significativo per il paese che dirige da ormai quasi dieci anni.

  • La rottura della tregua da parte di ETA ed il rebus basco

    La rottura della tregua da parte di ETA ed il rebus basco

    La recente rottura della tregua “permanente”, che era stata dichiarata da ETA il 22 marzo 2006, riapre la drammatica prospettiva del ritorno della violenza nei Paesi Baschi, che molti avevano pensato scongiurata per sempre. Quali sono i fattori che permettono di spiegare come nell’anno 2007 continui, nel seno dell’Europa democratica, un conflitto armato che è sopravvissuto alla fine del franchismo, alla sconfitta di tutte le altre forme di lotta armata apparse in altri paesi europei e che si protrae, senza che appaiano prospettive di soluzione definitiva, dopo 30 anni di vita democratica spagnola?

    Trent’anni nei quali la Spagna ha peraltro compiuto passi da gigante, che l’hanno portata non solo al cuore dell’Unione europea, mediante un processo di transizione politica considerato come un modello, ma che hanno anche visto uno sviluppo economico e sociale i cui indicatori
    superano quelli prevalenti nel resto dell’Ue.
    Se c’è un paese europeo che sembra immune da quel clima di declino che sta impregnando un’Europa alle prese con grandi incertezze sul proprio futuro ed ancora maggiori difficoltà ad accettare l’ineluttabilità di nuovi scenari internazionali che ne riducono il peso relativo, ebbene, la Spagna sembrerebbe il migliore esempio.

    La Spagna esala ottimismo, esuberanza, crescita in molti campi, anche in settori, come la cultura e lo sport, che solo prosperano quando il paese da cui provengono vive un’epoca felice.

    Eppure, questa Spagna cui tutto sorride convive con il cancro di un conflitto senza fine, che anziché tramontare, s’incupisce e pare solo peggiorare: che il terrorismo sia in tregua o no, la violenza persiste e permea la società basca, mediante la kale borroka (violenza di bassa intensità esercitata da gruppi di giovani estremisti), la polarizzazione e durezza del confronto tra le parti politiche, il clima d’intimidazione che esiste in varie parti di tale società, od attraverso il ricordo doloroso delle famiglie delle vittime della violenza.

    Una prima risposta potrebbe essere paradossalmente proprio quella che molti attivisti baschi portano scritta addosso ogni volta che partecipano ad un evento fuori dal territorio spagnolo: Euskadi is not Spain. Ma è una risposta insufficiente.

    Risulta comunque sorprendente che un movimento di lotta armata nato negli anni sessanta per confrontarsi ad un regime dittatoriale risulti un rebus irrisolvibile per i vari governi democratici che da allora si sono succeduti alla guida del paese.

    Il nazionalismo basco è erede di una storia antichissima, che alcuni nazionalisti baschi fanno risalire addirittura all’epoca pre-romana. Se i Paesi Baschi come tali (Euskadi) non hanno mai avuto indipendenza politica, un’identità culturale basca esiste da tempo immemore, ed è caratterizzata da una lingua, l’euskera, senza relazione alcuna con il latino, da istituzioni tradizionali (los fueros, aboliti nel 1876), che il nazionalismo moderato considera come il proprio riferimento essenziale, da tradizioni culturali molto diverse da quelle dei propri vicini.

    Euskadi è anche una terra profondamente religiosa: qui nacquero i Gesuiti, e gran parte dei missionari spagnoli nel mondo furono e sono d’origine basca. Di fatto, la chiesa basca è molto legata al nazionalismo e la storia basca sarebbe incomprensibile se non si tenesse in conto il peso esercitatovi dal cattolicesimo e dal tradizionalismo.

    Nel diciannovesimo secolo, le guerre carliste avevano dato espressione all’opposizione latente tra certi settori tradizionalisti dell’universo basco ed i settori aperti al liberalismo politico. Il carlismo, così come le forme estreme di conservatorismo politico, verranno poi ad assimilarsi nel franchismo, che pur essendo la negazione stessa di una nazionalità basca, ebbe comunque largo seguito tra le classi dominanti della grande industria basca.

    La tradizione forale, forma assembleare d’autogoverno delle province basche, ha convissuto per secoli con la sovranità della corona spagnola, sino alla sua abolizione nel 1876 da parte del primo ministro Cánovas del Castillo.

    È proprio in questo contesto, e nel quadro culturale del romanticismo e della riscoperta delle radici nazionali, che s’inserisce la figura del padre della patria basca, quel Sabino Arana che fondò il Partito Nazionalista Basco (P.N.V.). Nella visione di Arana, ed è importante assimilare bene questo concetto per capire la realtà politica basca di oggi, la sovranità basca è anteriore e del tutto autonoma rispetto a quella della nazione spagnola, e come tale essa non potrà mai derivare da concessioni o forme di autogoverno concesse da un governo spagnolo.

    Solo il ritorno alle radici, per definizioni indipendenti, della nazione basca può soddisfarne le aspirazioni: da qui la contraddizione permanente con cui deve convivere un partito socialmente moderato come il P.N.V. che lo ha portato spesso a posizioni ambigue anche nei confronti della lotta armata, con cui ha dovuto spesso competere come “vero rappresentante”
    della nazione basca.

    Se la concezione di Arana, cattolico tradizionalista, secondo cui la sovranità derivava da Dio ed era trasmessa al popolo basco, non è più d’attualità oggi nella sua forma più letterale, tale riferimento intellettuale rimane importante per capire perché il P.N.V. che si è sempre proposto come partito-nazione, vera espressione delle tradizioni culturali nazionali basche, faccia fatica a scegliere definitivamente tra un obiettivo finale d’indipendenza per la nazione basca ed uno più moderato, peraltro già ottenuto, di ampie forme d’autogoverno ed autonomia nell’ambito della nazione spagnola.

    Rinunciare all’indipendenza come obiettivo finale stimola la radicalizzazione degli abertzale (patrioti), che in larga misura considerano la violenza come un mezzo accettabile per perseguire tale fine.

    Per cui il nazionalismo moderato, che pure ha ottenuto grandi risultati nell’epoca democratica, ed ha gestito senza soluzione di continuità il potere regionale e provinciale in Euskadi sin dal 1977, data dell’attuale costituzione spagnola, si vede obbligato a perseguire un allargamento senza fine delle competenze sovrane riconosciute al governo basco: la concorrenza abertzale, che rappresenta all’incirca un quinto dei votanti baschi, rende qualsiasi soluzione inferiore alla piena sovranità nazionale basca un bicchiere mezzo vuoto.

    Nell’epoca repubblicana (1931-1939) i baschi ebbero il loro governo autonomo, presieduto da un lehendakari. Tale autonomia sarà restaurata e riconosciuta nella Costituzione del 1978, che non fu comunque appoggiata dal P.N.V. e quindi ottenne un appoggio solo parziale dall’elettorato basco (54%), perché la struttura della comunità basca ivi contenuta comprendeva solo tre delle province (Vizcaya, Guipuzcoa e Álava) che i nazionalisti considerano parti integranti della nazione basca. La Navarra è a sua volta autonoma, e la pretesa d’una Navarra riunita insieme con le altre province è una delle rivendicazioni essenziali dei nazionalisti baschi: scoglio di non secondaria importanza è però la volontà maggioritariamente contraria dell’elettorato della Navarra, dove i partiti nazionalisti, moderati o radicali, sono sempre stati minoritari rispetto ai partiti nazionali (PSOE) o federati ai partiti nazionali (UPN, legata al PP). D’altronde, la discrepanza tra la visione geografico-istituzionale di Euskadi dei nazionalisti e quella attualmente esistente non si limita alla Navarra. Il nazionalismo radicale abertzale considera che i territori baschi francesi (Lapurdi, Behenavarra e Zuberoa) sono anch’essi parte integrante della nazione basca (chiamata da loro non Euskadi ma Euskal Herria, patria del popolo basco). Per questo, nel linguaggio del radicalismo nazionalista, la nazione basca è definita come oppressa da quella spagnola ma anche da quella francese.

    Se ETA ha sempre usato i Paesi Baschi francesi come base per azioni in territorio spagnolo, godendo di appoggi da parte della popolazione locale, il supporto elettorale ottenuto dai partiti autonomisti in quelle regioni è sempre stato molto minoritario, rendendo anche in questo caso improbabile un’evoluzione di tipo democratico verso l’autodeterminazione o distacco dei Paesi baschi francesi dalla Francia.

    Anche all’interno della comunità basca così come riconosciuta dalla Costituzione spagnola del 1977, il peso politico dei partiti nazionalisti o chiaramente indipendentisti non è uniforme: nella provincia di Álava, dove pure hanno sede le istituzioni governative (a Vitoria, Gasteiz in basco) il P.N.V. e le successive espressioni dell’ opzione abertzale (Е.Н., Н.В., Batasuna, ora A.N.V.) sono sempre state minoritarie rispetto ai partiti nazionali spagnoli (españolistas, secondo la terminologia radicale). Ecco quindi una delle chiavi di lettura che aiutano a capire l’insoddisfazione del nazionalismo radicale nei confronti sia della situazione istituzionale esistente che delle prospettive d’immediato futuro: pur godendo di consensi politici significativi, non inferiori ad un venti per cento dell’elettorato totale basco, le tesi indipendentiste radicali hanno una diffusione non uniforme e ciò impedisce a questa parte politica di giocare a fondo la carta dell’autodeterminazione per via referendaria od elettorale.

    Le competenze delegate al governo regionale basco sono superiori rispetto a quelle delle altre “comunità autonome” spagnole, simili solo a quelle concesse alla Generalitat catalana: di fatto, sanità, educazione, polizia, e finanze sono del tutto autonome. Dal punto di vista fiscale, una percentuale via via inferiore delle tasse riscosse in Euskadi è trasferita all’erario centrale, e questo in virtù dei patti di coalizione conclusi successivamente dal P.N.V. con i governi socialisti di Felipe González e poi anche con quello popolare di José M. Aznar.

    Euskadi (e Catalogna) aspirano, e, di fatto, cercano d’agire, anche come entità sovrane a livello internazionale: da qui l’importanza anche simbolica di selezioni sportive nazionali basche (e catalane) autonome da quelle spagnole (l’esempio è in questo caso quello britannico); e, dal punto di vista politico, la richiesta, avanzata nel recente “Piano Ibarretxe” di revisione dello Statuto d’Autonomia basco, di rappresentanza autonoma basca in seno all’Unione europea in tutte le materie di competenza della comunità autonoma.

    Come abbiamo visto, i nazionalisti baschi, sia moderati che radicali, considerano che la sovranità basca è anteriore ed autonoma rispetto a quello del Regno di Spagna, nato dopo la nazione basca.

    La distinzione tra nazionalismo moderato (P.N.V. ma anche E.A. partito nato nel 1984 come scissione dal precedente) e radicale (rappresentato politicamente dal partito Batasuna, messo fuori legge nel 2002) non si trova quindi in un differente atteggiamento nei confronti dell’obiettivo finale (ampia autonomia per gli uni, indipendenza per gli altri), ma nel rifiuto della violenza come metodo per ottenere l’indipendenza per gli uni, a fronte dell’accettazione o perlomeno, il non rifiuto dell’uso di mezzi violenti da parte degli altri.

    ETA (Euskadi ta Alkartasuna, Euskadi e Libertà) nacque negli anni sessanta come movimento clandestino di lotta per la causa basca contro l’oppressione della dittatura franchista. Erano anni nei quali la lotta armata era una prospettiva accettata da molti: in quasi tutti i paesi europei si svilupparono allora movimenti di lotta armata anche estremamente efficaci.
    ETA s’ispirerà via via a diversi movimenti armati, rimanendo il riferimento esterno più importante probabilmente l’I.R.A.

    Se in Germania od in Italia, paesi democratici, esistevano movimenti armati, a maggior ragione l’esistenza di ETA in una Spagna, che democratica non era, poteva sembrare giustificabile. ETA, la cui ideologia era naturalmente d’estrema sinistra ma con tinte messianiche non sorprendenti se pensiamo al contesto basco, scavalcava a sinistra un P.N.V. (illegale) in grandi difficoltà nel presentarsi come unico rappresentante della nazione basca.

    A fronte della rigidità assoluta del franchismo, per cui la nazione spagnola era una ed indivisibile, e che reprimeva ogni segno esteriore di cultura regionale (uso della lingua, vietato, dei colori nazionali, l’ikurriña a strisce bianche, rosse e verdi, o persino dell’abbigliamento tipico dei baschi), le prospettive per la causa basca sembravano allora molto limitate. Da qui la scelta delle violenze nei confronti di soldati, poliziotti, rappresentanti dello stato spagnolo.

    L’azione più clamorosa dell’ETA fu l’uccisione a Madrid nel 1973 dell’ammiraglio Carrero Blanco, primo ministro e probabile uomo forte del franchismo dopo la sparizione del Caudillo.

    Gli anni della lotta armata intrapresa da ETA contro la dittatura daranno alla causa basca fama internazionale ed a ETA grande popolarità: non mancheranno scissioni e conflitti interni tra varie anime del movimento, che il franchismo cercherà di decapitare, senza successo, nel processo di Burgos: alla morte di Franco, nel novembre 1975, la partita basca rimane tutta da giocare.

    Nel 1976, il Primo Ministro – sorpresa e pilota della transizione verso la democrazia – Adolfo Suárez, avrà i primi contatti segreti con ETA, senza riuscire però ad ottenere dall’organizzazione una tregua: la lotta armata continua. ETA considera di essersi guadagnata sul campo i galloni di vero ed unico rappresentante del popolo basco, e di poter quindi negoziare una soluzione definitiva del problema basco, che non può prevedere altro finale che l’indipendenza totale. Sarà la proposta d’alternativa KAS, da prendere o lasciare: tutte le prospettive di negoziato con il nazionalismo radicale, compresa l’ultima testè abbandonata, naufragheranno su questo punto: le proposte dei nazionalisti abertzale vanno accettate nella loro integralità, senza un solo cambio. Nel caso contrario, si spara.

    Il dibattito nell’Assemblea Costituente porterà invece allo Statuto d’autonomia di Guernica, che restituisce larghe quote d’autonomia alle tre province storiche, ammette il concetto di nazionalità basca e crea delle istituzioni viste dai baschi come nazionali.

    Il P.N.V., pur avendo richiesto l’astensione nel referendum costituzionale, non rifiuterà di assumersi le proprie responsabilità istituzionali: il partito nazionalista moderato erede di Sabino Arana, sarà il grande protagonista della vita democratica basca dal 1978 in poi e governa la regione da allora. I successivi lehendakari (Garaicoetxea, Ardanza, Ibarretxe) saranno tutti peneuvisti. Dopo la scissione interna che portò alla nascita di Eusko Alkartasuna (E.A.), il P.N.V. governerà a lungo (1986-1998) in coalizione con i socialisti (P.S.E., sezione basca del P.S.O.E.), ottenendo spesso grandi vantaggi da questa relazione privilegiata con il partito al governo a Madrid.

    In questi anni, il P.N.V. manterrà sempre un atteggiamento ambivalente: il P.N.V. partito di governo cerca di ottenere i massimi benefici per Euskadi dall’attuale sistema autonomico, di cui cerca di allargare sempre più la portata. Il P.N.V. – partito, diretto a lungo da un leader esuberante e poco diplomatico come Xabier Arzalluz – si presenta invece ai baschi come partito indipendentista per non cedere spazio politico ad opzioni più radicali.

    In tutti questi anni ETA non allenta la presa: anziché inquadrarsi nel gioco democratico, abbandonare la violenza e portare avanti le proprie rivendicazioni in maniera pacifica, come sembrerebbe naturale, rimane ostaggio della propria radicalità estrema e diviene invece sempre più violenta. Negli anni ottanta allarga lo spettro della propria azione armata ai normali cittadini (bombe in supermercati, attentati ovunque in Spagna), non limitandosi più a colpire simboli dello stato spagnolo.

    Il risultato è stata l’esasperazione del conflitto basco, che ha fatto perdere parte o tutto il capitale di simpatia che la causa basca si era guadagnato negli anni della lotta contro il franchismo.

    Tale inflessibilità di ETA provocò naturalmente defezioni e dissidi interni, ma raramente hanno prevalso, all’interno della banda armata, le opzioni più moderate.

    Il Patto di Ajuria Enea, firmato nel 1988 da tutte le forze democratiche spagnole e basche, con l’eccezione naturalmente della sinistra abertzale, pone il rifiuto della violenza come passo essenziale per qualsiasi prospettiva di dialogo per la soluzione del problema basco.
    ETA proclamò allora due brevi tregue, durante le quali si svolsero riunioni tra rappresentanti del governo socialista spagnolo e rappresentanti di ЕТА in Algeria.

    Tali contatti non diedero i frutti sperati, e nel 1989 ETA ricominciò a colpire.

    Nel frattempo, settori legati al governo in carica a Madrid organizzarono gli sciagurati G.A.L. (Grupos Antiterroristas de Liberación), ispirati dall’esperienza britannica contro l’I.R.A.: un tentativo, maldestro e mal organizzato, di affrontare il terrorismo con le sue stesse armi, al di fuori della legalità. Gli scandali legati agli errori dei G.A.L. ed alla malversazione dei fondi finanziari afferenti saranno una delle cause che porteranno al progressivo declino politico del P.S.O.E ed, in fine, alla sua sconfitta elettorale del 1996.

    Un’altra breve tregua non dichiarata nel 1992 risulterà di nuovo sterile. Nel frattempo, la stanchezza dei cittadini baschi nei confronti della violenza incessante porterà a proteste sempre più multitudinarie in occasione di ogni nuovo attentato mortale: il culmine di tali proteste si raggiungerà con il rapimento e successiva uccisione del giovane consigliere comunale di Ermua Miguel Angel Blanco (PP). I cittadini baschi che avevano l’ardire di presentarsi alle elezioni locali nelle file di partiti non nazionalisti erano da tempo divenute vittime del terrore. I milioni di baschi e spagnoli in piazza in quei giorni del 1998 sembrarono prefigurare la fine della violenza: come avrebbe potuto ETA proseguire su una via così chiaramente osteggiata dalla cittadinanza?

    Ma in materia basca, le sorprese non finiscono mai.

    A seguito dell’uccisione di Blanco, ETA dichiarò effettivamente una tregua più lunga delle altre, che durò dal settembre 1998 al novembre 1999.

    In quel momento, l’interlocutore di ETA era il governo del Partido Popular, diretto da José M. Aznar, lui stesso vittima d’un attentato fallito di ETA quand’era leader dell’opposizione.

    Il tema su cui si centrò il dialogo tra governo e nazionalismo radicale non fu quello del negoziato sul futuro istituzionale dei Paesi Baschi, un tabù per il PP, ma quello, altamente simbolico per i nazionalisti, dell’avvicinamento dei reclusi di ETA ad Euskadi: la richiesta abertzale è quella che tutti i condannati per la lotta armata scontino la pena in carceri basche.

    Durante la tregua del 1998-1999, più di un centinaio di reclusi furono trasferiti in istituzioni penitenziarie basche, ma non tutti e 500 come richiesto dai nazionalisti radicali. Nel novembre 1999 la tregua è interrotta, nel solo 2000, 23 рersone sono uccise da ETA

    Sul fronte politico interno basco, il P.N.V. decide, dopo molti anni di governi di coalizione con i socialisti, di intraprendere la via di una coalizione con le altre forze nazionaliste, concludendo il Patto di Lizarra: questo non significò che il P.N.V. facesse marcia indietro rispetto alla violenza, che continuerà a rifiutare, ma implicò comunque il fine del Patto di Ajuria Enea, la cui grande virtù era appunto la delegittimazione della violenza come mezzo d’espressione politica.

    Sulla scena nazionale, il Patto Anti Terrorista concluso da PP e PSOЕ suppone la condivisione delle linee maestre della politica contro il terrorismo da parte dei due grandi partiti spagnoli. Il principale risultato di tale Patto sarà la Ley de Partidos Políticos del 27 giugno 2002.

    La legge prevede che un partito politico sia dichiarato illegale, quando violi i principi democratici, le libertà ed i diritti fondamentali. L’applicazione della legge porta nel febbraio 2003 a mettere al bando, come detto, Batasuna ed altre sigle usate dal radicalismo abertzale, come Herri Batasuna e Euskal Herritarok, ritenendosi provata dalla giustizia la commistione di attività e risorse tra tali partiti e l’organizzazione armata. Si apre qui una pagina estremamente delicata: fatta salva la giustizia del principio difeso dalla legge, e la validità del cercare di limitare l’attività illegittima di chi usava di mezzi legali per finanziare e fomentare l’illegalità, sino a che punto è legittimo lasciare senza espressione politica non una minoranza insignificante ma un quinto dell’elettorato? D’altro canto, come giustificare che una tale percentuale di persone sia disposta a dare il proprio consenso a forze politiche che non rifiutano la violenza?

    Bilbao – Guggenheim Museum

    Siamo qui di fronte a due grandi paradossi del problema basco, cui non sembra possibile dare una risposta univoca che soddisfi tutte le parti: sino a che punto una legge come quella che regola attualmente i partiti politici spagnoli è la migliore risposta possibile alla situazione esistente, dato che offre ai radicali il pretesto di considerare le elezioni e le istituzioni come non veramente democratiche?

    Sino a che punto una legge di questo tipo non ha effetti controproducenti sullo stesso fenomeno, la violenza, che vuole estirpare?

    Ma, d’altra parte, come giustificare il persistere della violenza come metodo di soluzione d’un problema politico in un contesto democratico?

    L’11 marzo 2004, le bombe di Al Qaeda sui treni di Madrid sconvolgono la politica spagnola. Le elezioni del 14 marzo vedono l’inattesa affermazione del PSOE di José Luís Rodriguez Zapatero. Nei giorni precedenti le elezioni, il governo popolare uscente fa di tutto per attribuire ad ETA gli attentati, ma la realtà si dimostrerà differente.

    Ad entrare in crisi per l’inatteso risultato elettorale non è solo il PP, ma anche ETA, che vede del tutto screditata la violenza come arma d’azione politica.

    Da qui la decisione del movimento armato di accettare la possibilità di discutere con il nuovo governo socialista una soluzione definitiva al conflitto basco.

    I contatti informali e segreti tra le parti portano alla decisione di separare i negoziati sul futuro politico di Euskadi, da riservare alle forze politiche, da quelli su reclusi e fine della violenza, che sarebbero stati discussi in un negoziato definito “tecnico” tra i rappresentanti di ETA ed il governo. Quest’accordo porta alla tregua “permanente” del 22 marzo 2006, che sembrava porre fine una volta per tutte alla violenza.

    Una prima esigenza della parte nazionalista era, però quella di rilegalizzare Batasuna senza che questa formazione politica si piegasse ai dettami della legge sui partiti politici. Un’esigenza difficile da accettare. Sin dal momento della sconfitta elettorale, il Partido Popular farà opposizione su tutta la linea ad ogni prospettiva di dialogo con ETA: la visione dei popolari è che chỉ non rinnega la violenza non ha ruolo alcuno nel gioco democratico.

    Il clima politico tra governo e opposizione non fa che peggiorare nel corso della legislatura: siamo di fronte ad un altro dei paradossi apparentemente insolubili che rendono il rebus basco d’impossibile soluzione. Nemmeno al Parlamento Europeo le due principali forze politiche spagnole riusciranno ad appoggiare assieme una risoluzione di condanna del terrorismo.

    Senza voler entrare nell’attribuzione di responsabilità ad una parte od all’altra, il problema è il seguente: fino a che punto è accettabile che le due principali forze democratiche spagnole, che rappresentano 1’80% dell’elettorato su scala nazionale, siano incapaci d’affrontare un tema di stato di tale gravità senza mettere da parte le loro differenze politiche?
    Non vogliamo qui attribuire colpe, ma semplicemente affermare che in politica le soluzioni a grandi problemi richiedono coraggio e visione, costi quel che costi. Il compromesso è a volte necessario, come il caso irlandese, di per sé altrettanto intricato quanto quello basco, dimostra.

    I popolari affermano che è stato Zapatero a rompere l’unità antiterrorista ad aprire la possibilità di un dialogo con ETA, i socialisti, invece, che loro non avevano mai fatto mancare il loro appoggio ai governi di Aznar in materia di terrorismo.

    L’inflessibilità dei nazionalisti radicali ha fatto di nuovo saltare il banco: abbiamo rivisto scene che credevamo retaggio del passato: personaggi incappucciati che proferiscono minacce che sembrerebbero patetiche se non ci fossero 817 nomi di caduti, vittime del terrorismo di ETA, a renderle reali. Tutto fa pensare che altre vittime dovranno pagare il prezzo di questo dialogo tra sordi, nel quale le parole assumono significati diversi in bocса agli uni o agli altri.

    Sarebbe illusorio ed irresponsabile professare un ottimismo fuori luogo: le radici dell’incomprensione tra le parti sono molto profonde, e sarà probabilmente necessaria almeno una generazione perchè il conflitto basco sia completamente superato. Una maggioranza della popolazione basca rifiuta chiaramente la violenza e non è disposta a tollerare il clima d’intimidazione imposto da una minoranza intollerante. Ma le contraddizioni esposte sono notevoli, ed i democratici baschi e spagnoli dovranno ancora soffrire il peso della violenza.

    Come qualcuno possa lasciarsi convincere dalla dialettica della violenza e pensare che un futuro politico gestito da dirigenti che non la rinnegano, ed in alcuni casi addirittura la praticano, possa essere migliore del presente è comunque sorprendente.

    Personalmente credo che non si debba mai avere paura della democrazia, anche quando essa suppone scelte difficili od a prima vista impopolari: nelle recenti elezioni municipali, il partito che rappresentava l’opzione nazionalista radicale, A.N.V., sommato all’astensione richiesta dall’illegalizzata Batasuna, ha dimostrato ancora una volta che l’estremismo nazionalista pesa ancora parecchio nella politica basca. Ritengo politicamente arrischiato mantenere fuori dal gioco politico un segmento così significativo dell’elettorato, pensando di poter risolvere la questione basca in sua assenza. Chiaro che questa parte della società dovrebbe capire che in democrazia la violenza non è un’arma, e questo viene prima di qualsiasi altra rivendicazione.

    Saprà il resto della società basca, comunque maggioritaria, vincere la sfida e far prevalere la pace e la democrazia sull’intolleranza e la violenza? Credo di sì, ma sarà necessario formulare compromessi a volte dolorosi. Ed in futuro, non dovrebbe risultare un anatema pensare ad un referendum d’autodeterminazione, sempre e quando esso possa svolgersi in un contesto davvero pacifico, se questa formula dovesse significare fare chiarezza una volta per le tutte sul futuro di Euskadi e far tacere per sempre i violenti.

  • Lo stallo nei negoziati dell’agenda per lo sviluppo di Doha: una breve analisi

    Lo stallo nei negoziati dell’agenda per lo sviluppo di Doha: una breve analisi

    I complessi negoziati della cosiddetta Agenda per lo Sviluppo di Doha (nota come DDA, Doha Development Agenda) sembrano essersi definitivamente arenati alla fine di luglio.

    Non che il progresso dei negoziati sia mai stato particolarmente rapido, da quel novembre 2001 quando vennero lanciati nella capitale del Qatar. Né si può dire che l’ottimismo abbia mai prevalso sul pessimismo nelle valutazioni degli addetti ai valori nel corso di tutto questo periodo: le nubi sono sempre state assai dense nel cielo di questa Doha, e parecchi osservatori hanno sempre considerato la soluzione dei negoziati qualcosa di simile alla quadratura del cerchio: troppi interessi contrapposti, troppi capitoli aperti, troppo poca buona
    volontà da parte dei principali attori.
    Rimaneva però la speranza che, data l’importanza per l’economia mondiale di un buon esito dei negoziati, s’innescasse un ciclo virtuoso che, a partire da certe concessioni fatte o perlomeno annunciate da membri di peso dell’OMC come Unione europea o Stati Uniti, portasse anche altre parti a smuoversi dalle proprie posizioni iniziali.
    Si è atteso, anche invocato uno sviluppo di questo tipo per cinque anni. Adesso sembra però che sia stata la tendenza contraria a prevalere, quella del consolidamento delle posizioni iniziali, che ha portato ad uno stallo.

    Nel 1994, la conclusione dell’Uruguay Round aveva portato alla nascita dell’OMC (Organizzazione Mondiale del Commercio), una novità di grande importanza non solo per il commercio internazionale, ma per l’intero sistema delle relazioni internazionali. Infatti, la sostituzione del preesistente GATT (Accordo Generale su Commercio e Tariffe), che non era
    più d’un trattato, con una vera e propria organizzazione, dotata di poteri coercitivi grazie all’esistenza d’un sistema per la soluzione delle controversie tra i membri in grado di assicurare il rispetto delle norme, si è rivelato un passo di straordinaria importanza per la governance internazionale.

    Al di là delle critiche di molti, specie nel Sud nel mondo e nell’universo alterglobal, nei confronti dell’OMC, mi sembra si possa affermare oggettivamente che si tratti di un progresso, e non di un regresso, che un organismo internazionale sia in grado di far rispettare le norme che emana: il problema non è tanto quello di depotenziare l’OMC, come tanti affermano un pò a vanvera, ma semmai quello di affiancare ai poteri coercitivi dell’OMC in ambito commerciale
    poteri simili per organismi multilaterali in altri campi, come quelli ambientale, sociale, energetico, nei quali le convenzioni internazionali combinano grandi ambizioni con scarsi poteri.
    Ad esempio, si possono criticare ad iosa le Nazioni Unite, ma normalmente lo si fa per la loro inoperanza: non c’è dubbio che se l’ONU disponesse, in materia di sicurezza collettiva, di poteri simili a quelli raggiunti dall’OMC, la pace avrebbe maggiori chances rispetto ad un sistema che
    concede ad alcuni un diritto di veto.

    Il problema non è quindi, come spesso si dice, quello di avere “meno OMC” ma piuttosto, quello di avere più numerose OMC.
    Ricerche approfondite dimostrano poi che il meccanismo di soluzione delle controversie dell’OMC è più equilibrato di quanto normalmente non si creda: lungi dall’essere sbilanciato а favore dei potenti, si tratta d’un vero e proprio sistema di regole, che ha visto nel corso degli anni tali regole affermarsi, a volte a favore dei membri più influenti, come Usa ed Unione europea, ma spesso e volentieri anche a favore di altri nei loro confronti.
    La giurisprudenza dei panel OMC è piena di casi vinti da paesi in via di sviluppo nei confronti di paesi sviluppati, e questo dimostra che, nonostante tutto, in ambito OMC a prevalere sono le norme, non l’identità dei litiganti.
    Ingiusto quindi definire l’OMC un’organizzazione messa al servizio dei grandi protagonisti del commercio internazionale per mettere in riga tutti gli altri, una specie di rullo compressore d’una globalizzazione cieca e sorda ai problemi del mondo. Semmai, la prospettiva attuale
    dell’OMC, ed in questa linea s’inseriva il ciclo negoziale aperto a Doha, non è tanto quella di equilibrare il modo in cui vengono risolte le controversie, ma quello di definire regole che permettano un maggiore apertura dei mercati ai prodotti dei paesi in sviluppo, specie quelli agricoli.

    Questo era il senso della DDA, ed a partire da questa considerazione va analizzato lo stato attuale di stallo.
    L’Uruguay Round si era concentrato, come del resto tutti i cicli precedenti, sull’aspetto che era stato all’origine del GATT, quello della riduzione delle tariffe industriali (i dazi), un processo ormai quasi completamente concluso, almeno per quanto riguarda i paesi sviluppati (che però conservano alcuni picchi e ricorrono alla cosiddetta escalation su alcuni prodotti importati dai paesi in via di sviluppo, due eccezioni che annacquano in certa misura gli effetti del quasi azzeramento dei dazi).
    Per rendere però accettabile ad altri membri dell’OMC l’ulteriore riduzione dei dazi prevista nell’Uruguay Round, era stato necessario prevedere una revisione, a partire dell’anno 2000, delle regole di commercio agricolo e di servizi, rimaste ad uno stato incipiente fino ad allora, specie se paragonate con le riduzioni tariffarie.
    Per molti paesi in via di sviluppo, le entrate derivanti dai dazi sui prodotti importati rappresentano la prima fonte di introiti fiscali: una riduzione indiscriminata dei dazi supporrebbe quindi una grave minaccia per i bilanci statali, e va compensata con maggiori opportunità per i prodotti nazionali sui mercato dei paesi sviluppati. In assenza di tale incentivo, risulta difficile proporre ad un paese in sviluppo l’accelerazione di tale processo.

    Nel caso dei dazi industriali (in gergo NAMA, Non Agricultural Market Access), gli impegni presi in sede multilaterale sono a livello dei cosiddetti dazi bound, normalmente più elevati di quelli effettivamente applicati (applied). Un membro dell’ OMC s’impegna a ridurre progressivamente
    i dazi sulla maggior parte dei prodotti seguendo un calendario prefissato, più lento per i paesi in sviluppo, ma rimane libero di ridurli ulteriormente seguendo piani interni di liberalizzazione commerciale (che sono stati la regola un pò ovunque negli anni 90).
    Anche paesi emergenti come l’India ed il Brasile, notoriamente poco propensi a prendere impegni significativi a livello multilaterale, e che mantengono ancora dazi sopra media, possono però contare su un notevole spread (differenza) tra i tassi bound e quelli effettivamente applicati. Il che significa che potrebbero ridurre ulteriormente tali tassi senza troppi problemi.

    Come detto, la revisione dei regimi agricolo e dei servizi era prevista per il 2000.
    Già prima d’allora, gli Stati Uniti е soprattutto l’Unione europea proposero di affiancare alla revisione di tali regole negoziati su altre materie, che permettessero di accrescere i livelli
    d’ambizione del round: regole multilaterali su investimenti, concorrenza, appalti pubblici venivano viste come indispensabili data la forte correlazione tra tali fenomeni ed il commercio
    (non meno di un quarto del commercio mondiale è legato ad investimenti diretti).
    Si parlava allora del cosiddetto Millennium Round, naufragato strepitosamente a Seattle nel 2000, quando per la prima volta l’OMC divenne materia di cronaca a causa della mobilitazione delle ONG di mezzo mondo contro il proposto allargamento dell’agenda commerciale.
    L’idea che motivava le proteste era quella di mobilitare l’attenzione del mondo contro quello che era visto come un meccanismo dei paesi ricchi e della tecnocrazia internazionale per imporre regole oppressive ai paesi più poveri.
    Il fallimento della conferenza di Seattle non rappresentò solo un momento importante per la strutturazione del mondo alter global, per cui l’OMC è divenuta un nemico tradizionale, ma anche la fine di un’epoса nella quale i grandi, cioè Usa ed Ue, che rappresentano il 40% del commercio mondiale, potevano imporre il loro volere in materia di definizione delle regole.
    Da Seattle in poi, l’alleanza trasversale tra paesi del Sud ed attivisti nei paesi del Nord ha reso tale dimensione utopica: il consenso in sede OMC è divenuto ormai molto più complesso
    di quanto non fosse fino ai tempi dell’Uruguay Round.

    Nel novembre 2001, il lancio dell’Agenda per lo Sviluppo di Doha divenne possibile solo per due ragioni: si diede al ciclo un obiettivo prioritario, quello di definire regole atte ad accrescere la partecipazione dei paesi in sviluppo agli scambi mondiali (di qui il nome) e giocò a favore di quest’accordo l’impressione dell’11 settembre: il nuovo round di negoziati commerciali rappresentava una prima grande opportunità per democratizzare il mondo, rendendo meno ingiusta la ripartizione delle risorse (supponendo che il terrorismo internazionale sia davvero motivato da tale ingiustizia economica, il che è tutt’altro che dimostrato).
    A Doha rimasero aperte però molte questioni: se a Seattle si era preteso di definire i parametri dell’accordo finale del round, a Doha ci si era più modestamente accontentati di definire un punto di partenza per i negoziati, mantenendo in sospeso la decisione sull’inclusione o meno nell’agenda dei cosiddetti “Singapore Issues”, quei nuovi temi (Investimenti, Concorrenza, Appalti Pubblici, Facilitazione Commerciale) cui l’Unione europea teneva molto, anche per attutire l’eventuale impatto di una forzata apertura dei propri mercati agricoli.
    A Cancún, nel settembre 2003, conferenza concepita originalmente come tappa intermedia verso la conclusione del round, prevista per la fine del 2005, i dibattiti furono accessissimi: il nuovo gruppo del G – 20 che, sotto la leadership di Brasile ed India, mise insieme paesi in sviluppo od emergenti interessati ad un’apertura degli scambi agricoli, in oggettivo ritardo
    di liberalizzazione rispetto a quelli industriali, riuscì a fare passare la propria linea, secondo la quale la DDA era innanzitutto un negoziato agricolo.

    Solo uno dei quattro temi di Singapore (le misure di semplificazione commerciale) rimase in agenda, gli altri temi ne furono esclusi: da Cancún in poi diviene evidente che, al tramonto della capacità di persuasione euro – statunitense evidenziatosi a Seattle viene ad aggiungersi una
    maggiore capacità d’aggregazione dei paesi in sviluppo: attorno al G- 20, i cui principali membri sono India, Brasile e Sudafrica, e che rimane anzitutto un’alleanza agricola, ma anche attorno al G-90, che raggruppа i paesi più poveri e non ancora definibili “emergenti”.
    I negoziati OMC si giocano quindi su una complessa scacchiera multidimensionale, dove alle frequenti riunioni “mini – ministeriali” (cui partecipano i membri – chiave, UE, USA, Brasile, India ed Australia oltre al direttore generale dell’OMC e facilitatore dei negoziati, prima il thailandese Supachai, ora il francese Pascal Lamy, ex – Commissario europeo al Commercio) vengono a sovrapporsi complessi esercizi di coordinamento con i vari gruppi regionali e d’interesse, in un insieme a geometria variabile d’estrema complessità.
    All’OMC, organizzazione che regola interessi economici molto concreti, le alleanze non sono nè fisse nè di natura ideologica, ma invece variabili e funzionali agli interessi in gioco su ogni questione specifica.
    Parlare quindi di alleanze strategiche onnicomprensive in sede OMC è del tutto sbagliato: su certi temi, Usa ed Ue possono andare d’accordo (riduzione delle tariffe industriali nei paesi emergenti, regole sulla proprietà industriale), su altri l’Ue è vicina a certi paesi in sviluppo (indicazioni geografiche, cautela nelle riforme agricole) ma non ad altri (quelli che più insistono sull’eliminazione dei sussidi agli agricoltori) e molto lontana dalle posizioni americane. E così via.

    Come detto, uno scacchiere che è divenuto via via complicatissimo, sino, forse era inevitabile, ad incepparsi. I negoziati sono stati dati per morti a diverse occasioni nel corso del quinquennio, ma a più momenti le speranze si sono riaccese.
    Come nel luglio 2004, quando il cosiddetto accordo – quadro di Ginevra, sembrò fornire una piattaforma di rilancio dei negoziati. Possiamo affermare che, sino all’inizio di quest’anno, l’enfasi posta sul capitolo agricolo aveva fatto sì che le maggiori pressioni fossero sull’Unione Europea, che paga il più alto ammontare di sussidi ai propri agricoltori.
    Tuttavia, il fatto che l’Ue sia al tempo stesso la più generosa in termini d’apertura del proprio mercato ai prodotti dei paesi meno sviluppati (i settanta LDC, i cui prodotti entrano a dazio zero con la però dolorosa eccezione di riso, zucchero e caffè, prodotti d’enorme importanza per gli LDC esportatori) e che Bruxelles abbia proposto un ciclo a costo zero per i paesi più poveri, cui non si richiederebbero concessioni, ed anche l’eliminazione definitiva dei distorsivi sussidi all’esportazione ha spostato progressivamente la pressione sugli Usa, che non sono
    però sembrati in grado, nel corso del quinquennio, di dare concretezza alle loro frequenti dichiarazioni liberiste.

    Dal 2001 in poi, gli Usa, alle prese con un’altra agenda internazionale, hanno piuttosto dato l’impressione di non dare troppa importanza a questi negoziati. Anche il sorprendente attivismo degli Usa in materia d’accordi commerciali bilaterali, concepiti come premio per partners ragionevoli più che veri matrimoni d’interesse tra uguali e la recente sostituzione del
    negoziatore capo (US Trade Representative) Robert Portman con Susan Schwab sembrerebbero confermare che Washington non credeva alla fattibilità del ciclo di Doha. Tra l’altro, la Trade Promotion Authority che permette al presidente Bush di concludere accordi commerciali internazionali senza ratifica del Senato scadea marzo 2007, e non sembra che
    egli sia in grado, nè abbia l’intenzione di chiederne una proroga.

    L’Ue, che ha molto investito su questo round sotto la leadership di Pascal Lamy, ha ulteriormente accentuato gli sforzi quando questi è stato sostitutuito da Peter Mandelson: nuove offerte sono state fatte, in agricoltura ed in materia di servizi, ma esse sono ancora considerate troppo timide dai principali partner: Australia, il gruppo di Cairns ed il G-20 per quanto riguarda l’agricoltura, India e paesi sviluppati in materia di servizi.
    India e Brasile, i due paesi – emergenti – chiave, si trovano in una posizione specialissima: il loro peso strategico all’interno dell’OMC supera di molto il loro effettivo peso commerciale, grazie alla loro capacità di leadership sul resto del mondo in sviluppo ed alla riconosciuta capacità dei loro abilissimi negoziatori, tra i migliori al mondo (i negoziati OMC richiedono una straordinaria competenza tecnica, ogni settimana vengono prodotte decine di pagine di proposte d’un estrema complessità che vanno studiate, analizzate, ribattute nel merito).
    Si tratta poi di grande economie emergenti, ma piene di contraddizioni, competitive in certi settori (agricoltura per il Brasile, servizi per l’India) ma in ritardo di sviluppo in altri. In entrambi i casi, tali paesi hanno ridotto progressivamente i loro dazi, che restano però molto alti rispetto alle medie mondiali.
    La Cina, entrata solo recentemente nell’OMC, ha deciso di non esercitare un ruolo attivo, mantenendosi fuori dalla mischia e seguendo i negoziati da lontano: la Cina non ha fretta d’esercitare tutta la sua influenza potenziale, sapendo di poter squilibrare ulteriormente equilibri già precari.
    Dalla conferenza ministeriale di Hong Kong in poi (Dicembre 2005), è parso sempre più chiaro che un negoziato di tale complessità non poteva venire risolto da offerte unilaterali o da sforzi di una delle parti, ma piuttosto da un approccio concertato nel quale ai vari paesi viene richiesto un sacrificio proporzionale al proprio peso economico: maggiore per i paesi sviluppati, intermedio per i paesi emergenti, basso o nullo per i paesi più poveri.

    Partendo da questo principio, si sarebbe potuto identificare un pacchetto win – win, nel quale tutte le parti avrebbero trovato un certa dose di soddisfazione che rendesse i negoziati appetibili.
    A questa dinamica virtuosa non si è però ancora giunti: al momento della rottura dei negoziati, a pochi giorni dal G-7 di San Pietroburgo che aveva auspicato una loro conclusione, potremmo sintetizzare che la soluzione vincente dovrebbe venire dalla combinazione di una nuova proposta americana di riduzione dei propri sussidi interni agli agricoltori (che alterano sensibilmente i corsi mondiali), un’ulteriore proposta europea di riduzione dei propri picchi agricoli (dazi eccezionalemnte alti su alcuni prodotti sensibili come latte e carni), una significativa riduzione dei dazi industriali da parte di Brasile ed India.
    Se tutto ciò avvenisse, si potrebbe innescare quel circolo virtuoso da tutti auspicato, a cominciare da offerte più ambizione d’apertura dei servizi, un settore nel quale a Hong Kong si è deciso che l’ accordo, settore per settore, potrebbe anche essere solo plurilaterale, non comprendendo quindi tutti i membri dell’OMC (i paesi in sviluppo non sono in generale propensi ad aprire i loro servizi alla concorrenza internazionale) ma solo quelli effettivamente interessati.

    Risolte le grandi questioni, il nuovo clima generatosi permetterebbe probabilmente di concludere accordi anche in altri campi, quali la definizione di misure di semplificazione delle procedure doganali (trade facilitation), regole più trasparenti e condividise per l’antidumping, lo stabilimento di un registro multilaterale delle indicazioni geografiche ed altre ancora, tutte passibili di effetti positivi sugli scambi.


    Ciò probabilmente non avverrà, almeno prossimamente: tutti aspettano che sia il vicino a muoversi per primo, ed in questo modo quasi nessuno si muove.
    Il fatto che, nonostante l’instabilità internazionale legata al terrorismo ed i prezzi delle materie prime, l’economia internazionale sembri in crescita ha forse tolto acqua al mulino di chi considerava indispensabile un successo del round OMC.
    D’altro canto, la nuova complessità dei rapporti internazionali, in particolare di quelli economici, alla luce dell’emergenza dei paesi asiatici e delle nuove geometrie prevalenti all’OMC rende in fondo salutare una pausa di riflessione: se oggi come oggi si dovesse concludere il ciclo, sarebbe un accordo in tono minore, che in fondo non interessa a nessuno.
    Chi però potrebbe soffrirne maggiormente, dal punto di vista sistemico più che economico, è l’Unione europea: essa trae la sua forza internazionale soprattutto dal proprio peso economico – commerciale, là dove dispone d’una competenza chiara ed affermata. Da qui l’importanza che l’Ue attribuisce al rafforzamento del sistema multilaterale OMC, nel quale è grande protagonista.

    Un indebolimento del sistema multilaterale di commercio quale quello che sta emergendo suppone anche un indebolimento del peso dell’Ue in uno scenario nel quale è forte.
    La sfida dell’Ue nel dopo – Doha sarà quella di riadattare la propria diplomazia commerciale ad uno scenario nel quale prevarranno accordi bilaterali e regionali, che creeranno quella definita da alcuni lo spaghetti – bowl: un numero elevatissimo d’accordi preferenziali di complessa lettura e gestione.
    L’Ue, che preferirebbe invece estendere regole multilaterali forti, non esce necessariamente penalizzata da questa nuova realtà, ma dovrà imparare a negoziare con maggiori flessibilità
    (accordi diversi per parters diversi, non sempre facile da farsi per la complessa macchina negoziale europea, nella quale intervengono Consiglio, Commissione, Parlamento e sensibilità politiche nazionali, nonchè una sempre più potente rete della società civile).
    Chi sicuramente soffrirà di più dall’insuccesso di Doha saranno proprio quelli che dovevano esserne i principali beneficiari: i paesi meno sviluppati. In un complessa rete di accordi bilaterali, chi si curerà di negoziare con loro? Le economie emergenti attireranno l’interesse di tutti, quelle meno sviluppate di ben pochi.
    Chi, nel mondo dell’ attivismo sociale, gioisce per la “sconfitta dell’OMC”, forse dovrebbe pensare anche a questo paradosso.

  • Nuove tendenze politiche in America Latina: è reale la svolta a sinistra?

    Nuove tendenze politiche in America Latina: è reale la svolta a sinistra?

    Si parla molto, di questi tempi, di una svolta a sinistra che si starebbe verificando in America Latina. La congiuntura elettorale che prevede 12 elezioni presidenziali tra il dicembre 2005 ed il
    dicembre 2006, nonché numerose elezioni legislative, tende ad avvalorare l’importanza di questo passaggio che potrebbe effettivamente consegnare al mondo un’America Latina profondamente spostata a sinistra, specie in caso di risultati in questa direzione in Messico e Brasile.

    I recenti risultati in Bolivia e Cile, la possibile elezione del populista Ollanta Humala in Perù, il consolidamento di Nestor Kirchner in Argentina, l’influenza crescente nel subcontinente di Chávez, la probabile rielezione di Lula in Brasile nonostante la via crucis a cui è stato sottoposto il suo PT, la possibile affermazione di Lopez Obrador alla testa del PRD in Messico sono tutti fattori che sembrano testimoniare una svolta politica di grande significato.

    In quest’articolo analizzeremo punti comuni e divergenze tra le diverse situazioni, cercando di capire se esista davvero una tendenza precisa in America latina, o se siamo di fronte ad un fenomeno congiunturale.

    Tutto è cominciato con l’elezione storica di Lula nel 2002, che ha portato per la prima volta al potere la sinistra storica nel più grande paese latinoamericano, il Brasile.

    Quell’elezione è stata interpretata come una svolta epocale per il Brasile e per l’America Latina: l’entusiasmo che ha contagiato il Brasile, che ha eletto l’exsindacalista già al primo turno elettorale, contagio’ rapidamente il resto del mondo, specie l’Europa, che ha salutato Lula con toni ed aspettative a mio parere eccessivi.


    Al tempo in cui s’esaltava la figura del paziente Lula, eletto al suo quarto tentativo presidenziale, la maggior parte dei commentatori tendevano a trascurare o addirittura a disprezzare l’eredità dei due mandati di Fernando Henrique Cardoso, etichettati in maniera sbrigativa come un fallimento, quando si era invece trattato di un passaggio fondamentale della storia brasiliana; si era trattato del primo governo brasiliano che era riuscito a riequilibrare i conti, a modernizzare l’economia, a rilanciare la crescita.

    L’eredità di Cardoso si è resa evidente negli anni di Lula, che hanno visto un Brasile risanato e competitivo affermarsi sulla scena economica internazionale. Senza il rigore di Cardoso non si sarebbero mai date le condizioni per l’elezione di Lula, cui osservatori superficiali attribuirono doti taumaturgiche: Lula avrebbe redistribuito la ricchezza, eliminato l’analfabetismo e la povertà, cambiato per sempre il corso della storia.

    È evidente che le riforme portate in atto da Cardoso non produssero risultati sufficientemente significativi in campo sociale, ma è anche vero che, pur spostando il centro dell’azione di governo verso il sociale, risulta impossibile prescindere dal rigore economico.

    Questo Lula l’ha sempre saputo, e sin dall’inizio s’impegnò a rispettare gli accordi con il FMI, successivamente non più rinnovato.

    Frazioni importanti della sinistra brasiliana si sono disincantati per l’approccio rigoroso di Lula, definito anch’esso neo – liberale, e una profonda contestazione da sinistra è emersa in Brasile nel corso del mandato di Lula.

    La grande delusione è venuta però dallo sgretolarsi del PT, il partito degli onesti per eccellenza, che si è visto imbrigliato in una complessa rete di favori, corruzione e connivenze che ne ha ridotto al minimo il prestigio. Il PT si è rivelato, nel gestire il potere, un partito come gli altri. Le politiche intraprese, pur spostando appunto l’enfasi verso il sociale, non hanno rotto con l’ortodossia finanziaria liberale, come molti s’auspicavano in Brasile e fuori. La riforma agraria non ha fatto passi avanti significativi rispetto al periodo precedente, e la politica ambientale (Amazzonia) è stata molto trascurata. Alcuni programmi in campo educativo e sanitario sono stati attivati e ampliati con successo, ma non si è dato in Brasile quel big bang che molti sognavano.

    A sei mesi dalle elezioni presidenziali, pare che il prestigio personale di Lula lo porterà alla rielezione, ma il suo secondo mandato sarà politicamente ancora più complesso del primo, dato che certamente questi non avrà una solida maggioranza parlamentare (questo fu il problema che originò tutti gli scandali, a partire da quello del mensalão).

    Il Brasile è andato in questi anni a sinistra? La sinistra ha raggiunto per la prima volta il potere, ma il suo raggio d’azione si è visto strutturalmente limitato dall’assenza di una coalizione forte, dalla necessità di salvaguardare il rigore economico, dalle aspettative eccessive createsi, dall’ampiezza dei problemi sociali, che richiedono almeno una generazione di riforme per essere risolti, non quattro anni.

    È chiaro però che Lula è divenuto un riferimento internazionale, che il suo mandato non può certo definirsi un fallimento, che sulla scena internazionale il nuovo Brasile ha acquisito un ruolo impensabile fino a qualche tempo fa, e che il nuovo fronte dei paesi emergenti rappresenta una grande novità in termini di governance internazionale.

    Gli entusiasmi sollevati nel 2002 da Lula si stanno ora ripetendo nel caso di Evo Morales, il nuevo niño bonito della sinistra internazionale.

    Molti fattori contribuiscono a rendere simpatico il leader dei produttori tradizionali di coca boliviani: le origini etniche, il discorso franco e sincero, la capacità di mobilitazione dimostrata,
    che l’ha portato ad un’elezione trionfale senza precedenti nella complessa storia politica boliviana, le idee decise in materia di sfruttamento delle risorse energetiche boliviane in favore delle popolazioni locali.

    Dall’avvento della democrazia in Bolivia, nel 1982, nessun governo è mai riuscito a dare stabilità al paese, a impostare corrette riforme economiche e sociali in grado di rispondere alle aspettative della popolazione, a risolvere l’equazione energetica in maniera soddisfacente (vedasi la crisi che ha portato di Sánchez de Lozada e le tensioni regionali che rischiano di portare all’implosione del paese).

    La crisi delle forme d’espressione politica tradizionali, una delle caratteristiche comuni a molti paesi latinoamericani, ha messo in ginocchio i partiti storici, favorendo l’emergenza d’una piattaforma d’associazioni e movimenti, la MAS, che ha portato all’elezione trionfale di Morales.

    Siamo qui di fronte alla prima delle convergenze in atto in America Latina: i partiti tradizionali, espressione delle classi dominanti, non si dimostrano più in grado di offrire prospettive convincenti: è successo in Bolivia, ma anche in Perù dove l’elezione di Toledo coincise con lo sbriciolamento dei partiti tradizionali, con la sola eccezione del socialdemocratico APRA. È successo in Venezuela, dove il chavismo ha portato all’irrilevanza i partiti tradizionali, ma anche in Argentina, dove il radicalismo è in profonda crisi ed il peronismo si è diviso in una famiglia di sinistra (Kirchner) ed una di destra (Duhalde). E’ successo in parte in Brasile, dove i partiti non sono mai stati organizzazioni forti, salvo il PT, ma piuttosto cartelli elettorali: il candidato Lula raccolse molti più consensi rispetto al suo partito, venendo portato alla presidenza da una mobilitazione complessiva che andava ben al di là dell’elettorato tradizionale del PT. È successo in Uruguay, dove il Frente Amplio di Tabarè Vázquez ha significato il tramonto del bipolarismo tradizionale blanco colorado.

    In Cile, l’elezione della socialista Michelle Bachelet sembra rappresentare un’eccezione alla regola, perché si tratta della quarta elezione consecutiva d’un rappresentante della Concertación. In realtà, la storia politica cilena è diversa da quella del resto dell’America Latina, così come la sua storia economica recente. Quindici anni consecutivi di crescita a livelli ben superiori a quelli registrati negli anni di dittatura, un ampio consenso in materia economica, una politica d’apertura commerciale senza uguali al mondo hanno creato uno scenario nel quale il concetto di sinistra si coniuga virtuosamente con i buoni risultati economici.

    Nessuno, nemmeno il partito comunista cileno, contesterebbe oggi queste scelte essenziali, che tra l’altro hanno messo in difficoltà la destra di Piñera e Lavín, che un paio d’anni fa sembrava destinata a trionfare nelle elezioni di quest’ anno, essendo riuscita ad esorcizzare una volta per tutte il fantasma pinochetista.

    Se il Cile rimane un paese profondamente classista e socialmente squilibrato, la divisione destra – sinistra si coniuga più in funzione dell’approccio rispetto ad un passato politico sempre meno pressante che in chiave di eventuali differenze concettuali in maniera economica.

    La sfida per il nuovo governo cileno è adesso quella d’estendere al massimo i benefici della crescita economica piuttosto che di rivoluzionare ciò che funziona. Una sfida di post – sinistra che molti paesi, in America latina, vorrebbero poter imitare.

    La presidenza di Nestor Kirchner in Argentina può in un certo senso essere catalogata come di sinistra, anche se sui generis: il successo di Kirchner, la cui rielezione nel 2007 è quasi assicurata visto il risultato delle recenti elezioni legislative, è legato al ritorno alla stabilità istituzionale dopo l’anno dei cinque presidenti, alla crescita economica (9% all’ anno dal 2004, seguente, è vero, alla grande recessione del 2002 – 2003), al successo nel negoziato con i creditori internazionali, tutti successi ottenuti senza seguire i dettami del Fondo Monetario Internazionale.

    Si aggiungano poi alcune scelte coraggiose, anche se in parte intrise di populismo, in materia di riapertura dei dossier giudiziari legati alla dittatura militare, ed un certo nazionalismo economico, che ha ad esempio messo in crisi il Mercosur.

    Non sono sicuro che si possa definire Kirchner un presidente di sinistra, ma di certo è un presidente personalista, populista, spregiudicato, che ha saputo ottenere risultati impensabili sino a qualche tempo fa. E le popolazioni vedono migliorare le loro condizioni di vita, un fenomeno che dovrebbe compiacere chi si dice di sinistra.

    Il Venezuela di Chávez è spesso citato come il caso emblematico di visione alternativa alle politiche tradizionali. Il fenomeno Chávez è certamente complesso: se il suo discorso populista, la sua capacità di contattare con le parti più povere della popolazione venezuelana, i suoi programmi sociali, estesi su scala continentale, sono sicuramente anti – sistema, il suo sfrenato personalismo, la sua incontinenza verbale, la militarizzazione dell’economia e della politica venezuelana da lui portate avanti fanno sorgere interrogativi inquietanti. Sino a che punto è replicabile il modello – Chávez?

    El Bloque Regional de Poder, le nuove alleanze regionali prefigurate da Chávez come alternativa ai modelli d’integrazione economica tradizionale, aprono propsettive interessanti in materia di cooperazione energetica, commerciale e replica di programmi sociali di successo. Non sono sicuro che questo si possa definire, come alcuni fanno pomposamente, il socialismo del XXI secolo, ma non credo che debba inquietare nessuno la prospettiva di nuove forme di cooperazione internazionale sud – sud, in grado di generare nuove convergenze e prospettive.

    Chiaro che sinora Chávez ha potuto contare sulla manna petrolifera, che gli permette d’alimentare sogni e politiche ambiziose in patria ed altrove.

    Si può interpretare il chavismo come l’ultimo travestimento del populismo petrolifero venezuelano, ma la vera chiave di volta è la distribuzione di maggiori parti del dividendo petrolifero tra la popolazione, una valutazione che sarà possibile fare solo tra qualche tempo.

    Se Chávez riuscirà a farlo, ho l’impressione che il catalogarlo di destra o di sinistra risulterà irrilevante. Avrà comunque ottenuto uno straordinario risultato politico.

    Così come un presidente diametralmente opposto a Chávez e certamente non di sinistra, Alvaro Uribe, deve la sua popolarità e la sua sicura rielezione ai risultati ottenuti, con metodi a volte non del tutto ortodossi, in materia di lotta contro il narcoterrorismo: la migliorata sicurezza nelle strade colombiane, associata ai discreti risultati economici, costituiscono una piattaforma indubbiamente solida che lascia poche speranze ai suoi potenziali rivali.

    Il discorso populista di Chávez riappare anche nel nuovo fenomeno della politica peruviana, quell’Ollanta Humala che sembra il grande favorito del secondo turno elettorale, nel quale affronterà il sempiterno Alán García, leader dell’APRA.

    Se poco chiari risultano i contorni del programma di Humala, che per ora non gioca che sul suo messaggio populista e sul suo carisma, il suo sorprendente successo è ancora una volta legato alla sua capacità di comunicare con delle masse che si sentono escluse dai benefici della crescita economica, che pure è stata significativa negli anni di Toledo.

    Quest’ultimo, il primo presidente andino del subcontinente, ha deluso le aspettative per la sua incapacità di portare avanti le necessarie riforme politiche e di cristallizzare politiche sociali più efficaci in un contesto di crescita economicа.

    In attesa delle elezioni messicane di luglio, nelle quali il PRD di Lopez Obrador potrebbe portare per la prima volta la sinistra al potere (che non mi senta un militante del PRI, un partito che si è sempre considerato di sinistra o perlomeno rivoluzionario…), quali sono le convergenze che possiamo elencare tra tutti i casi esaminati?

    Al decennio perduto degli anni ottanta ha fatto seguito l’epoca delle riforme economiche degli anni novanta, centrate sul riordino dei conti pubblici, le privatizzazioni, l’ammodernamento dell’economia.

    Tali riforme non hanno avuto il medesimo successo nei diversi paesi: se il Brasile ed il Messico sono usciti rafforzati dagli anni novanta, ed il loro principale problema consisteva nell’esiguità del dividendo sociale (diminuzione troppo lenta dei livelli di povertà) ma all’interno d’uno scenario economico fondamentalmente sano, l’ortodossia rispetto alle ricette del FMI seguita in Argentina, non accompagnata da opportune riforme interne, ha portato ad una crisi economica di dimensioni drammatiche, da cui solo ora il paese sembra uscire.

    Il Cile rappresenta un’eccezione, perche le riforme economiche intraprese prima che altrove ed il modello aperto seguito hanno permesso di canalizzare meglio che altrove la risposta ai problemi sociali, che resta comunque insufficiente.

    I paesi andini hanno avuto meno successo nelle loro riforme economiche, anche se il Perù ha ottenuto risultati migliori, l’Ecuador e la Bolivia si sono ritorte in convulsioni istituzionali di grande complessità, il Venezuela ha vissuto della rendita petrolifera.

    La Colombia ha dato priorità alla soluzione del problema sicurezza, adottando un modello di apertura unilaterale nei confronti degli Stati Uniti che la rende un caso a sé in una regione nella
    quale si sta alimentando un forte nazionalismo economico.

    Le riforme macroeconomico – finanziarie (etichettate dai loro denigratori neo – liberali) hanno avuto più o meno successo, in funzione anche delle dimensioni delle specifiche economie, ma in tutta la regione è emersa, all’inizio del decennio, la necessità di riservare maggiore attenzione ai problemi sociali.

    Le riforme di seconda generazione vanno oltre la dimensione prettamente economica e riguardano temi fondamentali come la distribuzione della ricchezza, la sanità, l’educazione, l’uso delle risorse energetiche. In una maniera o nell’altra, la nuova generazione di politici latinoamericani tende ad enfatizzare la dimensione sociale delle politica, senza per questo tralasciare il rigore economico ma senza più attribuire valore quasi religioso alle ricette degli organismi di Bretton Woods.

    I nuovi leader tendono a superare i partiti politici tradizionali, ovunque in profonda crisi, a cominciare proprio da quelli di sinistra, ed a sviluppare un dialogo diretto con le popolazioni.
    Spesso si trasformano in leader carismatici, in possesso d’una propria credibilità personale che va al di là del peso specifico dei settori politici che li appoggiano.

    In campo internazionale, i paesi latinoamericani superano la soggezione tradizionale nei confronti degli Stati Uniti, la cui attenzione per la regione è tra l’altro scemata drasticamente dopo l’ 11-9, e fanno bella mostra d’indipendenza economica in ambito internazionale (emergenza del blocco G – 20 all’ OMC, blocco di un negoziato ALCA squilibrato a favore dei paesi nordamericani, ridefinizione delle regole del gioco in materia energetica).
    Tutto ciò può essere definito di sinistra?
    Una volta di più, ciò che meno importa sono le etichette o le generalizzazioni. L’America latina aveva bisogno di mettere ordine in casa, e l’ha fatto in maniera a volte dolorosa negli anni novanta. L’esigenza di meglio distribuire i benefici della crescita economica è poi emersa con forza, la politica tradizionale non è parsa in grado di gestire questa nuova dimensione, e si e vista scavalcata da nuove forme d’espressione politica, più dirette e carismatiche. A volte nell’ambito di partiti organizzati (Brasile, Argentina), più spesso nel quadro di nuove aggregazioni, più attente alle piazze. Nei paesi andini, il nuovo momento politico ha assunto spesso toni indigenisti.

    In che direzione sta andando l’America latina? Così come il fenomeno analizzato, la risposta non può essere univoca. Di certo siamo in presenza di un nuovo laboratorio, nel quale si sta plasmando una nuova forma di concepire e gestire la politica, alla frontiera tra populismo e nuovo umanesimo, che risponda in maniera piu’ efficace del modello liberale classico ai problemi di paesi articolati come quelli latinoamericani.

    Fondamentale però che questo nuovo umanesimo non stravolga le regole fondamentali dell’economia: la crescita è una premessa irrinunciabile in paesi dalla struttura sociale piramidale come quelli latinoamericani, le irresponsabilità che portarono alla crisi debitoria degli anni ottanta generarono più povertà, non la ridussero.

    Prendiamo ad esempio la questione energetica in Bolivia: non si tratta di “cacciare” gli investitori stranieri, del tutto necessari sia dal punto di vista tecnologico che finanziario, ma di
    rinegoziare in maniera equilibrata accordi di lungo periodo che diano certezze alle parti e permettano di distribuire in maniera più equilibrata i benefici delle risorse. Un obiettivo “di sinistra” che dovrebbe essere interesse di tutti, anche delle imprese internazionali.

    Il mondo è cambiato profondamente nell’ultimo decennio: l’emergenza delle nuove potenze economiche asiatiche è sotto gli occhi di tutti. L’America Latina si sta inserendo in questi nuovi
    equilibri internazionali in una maniera più variegata e sicuramente di meno impatto, ma quanto è in gestazione in America Latina in questi anni potrebbe avere un grande significato e costituire un esempio da seguire anche in altre parti del mondo.

  • Le linee maestre di una nuova politica estera italiana : spunti di riflessione

    Lo sviluppo del multilateralismo ed il rafforzamento dell’Unione Europea come attore fondamentale della comunità internazionale sono gli scenari fondamentali che tutelano al
    meglio gli interessi internazionali dell’Italia. Il nuovo governo dovrebbe dare priorità al rilancio dei contenuti della Costituzione Europea, ed a sviluppare un dialogo capillare con la cittadinanza sulle sfide internazionali che l’Italia deve attrezzarsi per affrontare. A livello multilaterale, pace, democrazia e equilibrio degli scambi economici sono le tre dimensioni da privilegiare. Legarsi ai paesi emergenti con strategie di lungo periodo per consolidare il rilancio della nostra economia e coinvolgere maggiormente la società civile, gli operatori privati e le comunità nel mondo nella strategia nei confronti del Sud sono sfide che richiedono un superamento della dimensione troppo personalista che ha prevalso nella gestione recente dei rapporti internazionali.

    Nella mia analisi prendo spunto dall’ottimo documento di Pistelli e Vecchi (Una nuova Italia in un mondo che cambia, 19.05.2005) che condivido pienamente, per sviluppare alcune proposte specifiche.

    L’asse portante delle mie riflessioni è la necessità, per il nuovo governo italiano, di riprendere l’iniziativa per lo sviluppo di un mondo multipolare, del quale l’Unione Europеа è un attore fondamentale. Il rafforzamento dell’Ue è conditio sine qua non per un successo dell’approccio multilaterale, l’unico che permette infatti di affrontare compiutamente le grandi sfide della globalizzazione, del cambio climatico, della sicurezza, dello sviluppo economico.

    Se nell’Ue prevalesse, alla luce della difficoltà attuali, un profilo basso che limitasse il perfezionamento dell’identità e delle strutture di un vera politica estera e di sicurezza comune, il multilateralismo ne soffrirebbe terribilmente, perché l’Europa ne è il modello più compiuto. L’integrazione europea, il suo progressivo allargamento geografico l’estensione delle sue competenze al di là della materia strettamente commerciale sono stati la risposta più brillante che il nostro continente ha potuto dare alle sfide della seconda e metà del XX secolo.

    Gli scenari strategici prevedibili per il XXI secolo vedono tutti l’emergenza di nuovi attori (Cina ed India in primo luogo, ma anche Brasile, Sudafrica ed altri) che aumenteranno il loro peso globale, venendo a modificare gli equilibri attuali. Se il ruolo centrale degli Usa non è in discussione, le nazioni europee sembrano condannate ad una crescente emarginazione, che sfocerà presto nell’irrilevanza, al di fuori di un’Ue forte e dinamica.

    Se questo è vero per Gran Bretagna, Francia e Germania, che s’illudono di conservare un loro peso specifico proprio a causa della loro storia o di certe situazioni che ne sono l’eredità (Consiglio di Sicurezza, passato imperiale, peso economico), è ancora più vero per un paese come il nostro che ha sempre dovuto affannarsi per essere trattato alla pari di quelli menzionati e per affermare una personalità propria in politica estera.

    Gli anni del governo Berlusconi hanno ulteriormente allargato questo fossato tra pretese interne e credibilità reale dell’Italia in campo internazionale. Il profilo personale del Presidente del Consiglio, il suo intervenzionismo dilettantesco e personalista in politica estera, le sue provocazioni, che possono indurre al sorriso in un contesto italiano ma costano care a livello internazionale, l’occasione perduta della Presidenza europea, sono tutti fattori che hanno giocato contro l’Italia in questi anni.

    Ma l’errore più grave compiuto dal governo italiano di centrodestra è stato quello d’assecondare la deriva unilateralista dell’attuale amministrazione americana, che non ha fatto che rendere evidenti i limiti di ogni soluzione non multilaterale; su molte questioni, in questi anni si sono fatti passi indietro anziché avanti. E l’Italia ha purtroppo contribuito tutto ciò: minare l’efficacia delle Nazioni Unite ed indebolire sistematicamente progresso dell’integrazione europea e lo sviluppo della personalità estera internazionale dell’Ue ha significato andare esattamente nella direzione contraria agli interessi dell’Italia.

    L’Unione, che può contare su competenze di uno spessore internazionale ben diverso agli squinternati provincialismi della maggioranza attuale, buoni solo per assicurarsi un marginalissimo strapuntino al tavolo dell’unilateralismo “neoconservatore”, dovrà appunto ribaltare queste due tendenze, facendosi portatrice d’iniziative nella direzione opposta.

    Intendiamoci; non si tratta di sostituire all’americanismo “a prescindere” un europeismo anch’esso “a prescindere”. Dopo l’11 Settembre, il mondo si e riempito di “migliori amici dell’America”, tutti disposti a fare il loro meglio per ingraziarsi la più retriva amministrazione americana del dopoguerra, intestarditasi a mettere in atto un’agenda internazionale squilibrata e superficiale.

    I dividendi che l’Italia ne ha tratti sono stati l’avventura irakena, le cui vie d’uscita sono state chiaramente indicate da Romano Prodi in suoi recenti interventi su cui non è necessario ritornare; nel corso del tempo, la marginalità del contributo italiano è stata più volte messa in evidenza, dimostrando che il rischio di vite italiane non ha minimamente contribuito ad affermare un rapporto privilegiato con gli Usa. Anzi, in momenti di crisi, gli Usa non si sono preoccupati di passare oltre il loro “miglior amico”. Le aspettative ottimistiche legate alla ricostruzione dell’Irak si sono rivelate l’ennesima buggeratura: non c’è stato spazio proprio per nessuna impresa che non fosse legata a filo doppio all’amministrazione Bush, e questo dovrebbe far riflettere un governo che confonde politica estera con commercio estero (Berlusconi dixit).

    L’appiattimento sulle posizioni di Washington e la perdita d’iniziativa italiana in politica estera si sono tradotte in una crescente irrilevanza italiana in ambito europeo ed in una conseguente perdita di peso su scenari di fondamentale importanza per un’Italia che vuole crescere economicamente, quali l’Asia, il Mediterraneo, l’America latina. In una parola nei rapporti con i paesi emergenti, con i quali l’Italia non solo non ha intensificato i propri rapporti, ma riesce persino a deteriorare le proprie posizioni rispetto ad un passato che aveva visto certi segmenti dell’imprenditoria italiana protagonista (industria meccanica, grandi opere, agri – food).

    Non si tratta quindi di sostituire un europeismo acritico ad un americanismo acritico: ma è necessario che gli italiani comprendano una volte per tutte che se è vero che gli Stati Uniti rimangono un partner irrinunciabile, l’Europa costituisce lo spazio democratico di riferimento nel quale l’Italia deve coniugare le proprie posizioni. Con realismo e convinzione.

    La politica estera italiana è la politica estera europea, a cui un’Italia post – berlusconiana contribuire. Perché non solo l’Italia ha bisogno di un’Europa forte, ma anche l’Europa sente il bisogno di contare di nuovo con l’apporto italiano.

    L’essersi intestarditi nel voler firmare la Costituzione Europea a Roma, come se quello fosse il punto, è stata l’ennesima dimostrazione della superficialità dell’azione estera italiana negli ultimi anni. Importante invece che l’Italia ritorni protagonista nella sostanza, facendosi portatrice di una capacità di proposta in ambito europeo ed evitando ogni tentazione di cammini paralleli che non portano da nessuna parte.

    Fatte queste premesse, come riprendere l’iniziativa sui diversi scenari internazionali?

    Europa: il prossimo governo italiano dovrà adoperarsi per far ritrovare all’Italia il ruolo e la voce perduti in ambito europeo.

    Interesse primario dell’Italia è rafforzare i meccanismi decisionali in seno all’Ue, consolidare lo spazio giuridico europeo, superando le reticenze in materia dell’attuale governo, rilanciare la strategia di Lisbona, di cui il nostro paese ha bisogno ancor più di altri, adoperarsi per la creazione del corpo diplomatico europeo sotto la tutela di un Ministro degli Esteri comunitario e per il rafforzamento della politica di difesa comune.

    L’Italia ha già ratificato la Costituzione Europea: se essa non è più d’attualità nel suo testo attuale, il nostro governo dovrebbe però farsi forte di tale ratifica, effettuata assieme altri 12 membri dell’Ue, per proporre l’approvazione per stralcio delle parti meno conflittuali della Costituzione (ricordandosi che i sondaggi dicono che la gran maggioranza degli europei, anche in Francia ed Olanda, è a favore dell’integrazione europea), quali la riforma istituzionale, la carta dei diritti, la politica estera.

    L’Italia dovrebbe poi proporre una riscrittura della Costituzione su nuove basi, per venire incontro al problema fondamentale del testo costituzionale, che ha disatteso in questo il mandato: quello di rendere leggibili e comprensibili i trattati. Per questo, è necessario riscrivere i testi su nuove basi, e produrre una vera e propria carta costituzionale corta e chiara.

    Per fare ciò, non è sufficiente prendere l’iniziativa a livello comunitario: è necessario portare avanti una gran campagna informativa, che porti pool d’esperti in tutte le province italiane (e l’Unione può contare con molti simpatizzanti con curriculum adeguati ma questo scopo), con il compito di discutere con la cittadinanza l’agenda europea ed internazionale. Bisogna sfatare il mito della politica estera “domaine réservé” di pochi esperti, che ha portato all’euro – scetticismo ed al populismo di ritorno dell’attuale governo, per spiegare con chiarezza e competenza agli italiani che cosa rappresentano per l’Italia l’integrazione europea, la sfida asiatica, i rapporti mediterranei, i negoziati WTO, le riforme agricole.

    Continuare a non parlarne, a non portare nelle nostre cento città questi temi significa lasciare tutto lo spazio ai pressappochismi, agli scenari catastrofici, ai protezionismi interessati.

    A livello di politica estera europea, la creazione del servizio diplomatico europeo prevista dalla Costituzione ed il conseguente rafforzamento progressivo delle Ambasciate Ue nei confronti di quelle nazionali avrà un effetto catalizzatore sull’immagine dell’Ue nel mondo, sulla sua efficacia operativa, sulla sua affidabilità, oltre a comportare un notevole risparmio finanziario. Tutti questi aspetti beneficiano l’Italia e gli italiani.

    La fondamentale battaglia per un seggio permanente nel Consiglio di Sicurezza, acutamente analizzata da Pagani e de Guttry, diviene una cartina al tornasole cruciale per l’Ue attore mondiale. La candidatura tedesca e del tutto incoerente con il rafforzamento dell’Europa nel mondo, cosi come lo sarebbe un’ipotetica candidatura italiana.

    Pur senza negare i meriti della posizione assunta dall’attuale governo italiano, solo l’affiancamento di un seggio permanente Ue a quelli francese e britannico, con cui esisterebbe un obbligo di coordinamento sistematico, farebbe giustizia al peso dell’Ue nel mondo, oggi penalizzato dagli arcaismi istituzionali.

    Si pensi anche all’insufficiente coordinamento tra europei in seno agli organismi finanziari internazionali, che vanifica spesso l’efficacia dell’azione europea anche dopo l’apparizione dell’Euro e regala agli Usa un ruolo principe che squilibra i mercati finanziari internazionali, e si vedrà chiaramente come la posizione tedesca non significhi affatto maggiore, ma minore peso per l’Europa nel CdS.

    Il governo dell’Unione dovrebbe adottare questi due obiettivi di fondo in ambito Pesc, pur sapendo che non saranno necessariamente realizzabili nell’immediato.

    Il rafforzamento della dimensione difensiva dell’Unione è stato adeguatamente affrontato da Romano Prodi nel suo intervento programmatico a Traversetolo, e non richiede ulteriori sviluppi, salvo sottolinearne la sua necessità urgente per dare peso all’Europa nel mondo.

    In ambito multilaterale, un’Italia ridivenuta protagonista in sede europea dovrebbe adottare come pilastri delle proprie posizioni i seguenti principi:
    – il contributo attivo alla pace mondiale, a cominciare dall’Irak, in un’ottica di transizione dalla dimensione del peace-keeping a quella del peace – building, che sviluppi tutte sinergie necessarie con un rilancio della politica di cooperazione allo sviluppo e straordinario attivismo della società civile e degli enti locali italiani;
    – il consolidamento della democrazia e dei diritti umani, quella che Prodi definisce una politica etica, in consonanza con gli altri principi che tanti italiani condividono promuovono mediante le loro attività nel mondo;
    – l’intensificazione, su basi equilibrate, degli scambi economici, che tenga dovuto conto, in un contesto multilaterale, delle nostre legittime esigenze di mantenimento dei nostri standard economici e sociali ma anche dell’emergere di nuove economie e della necessità di sviluppo delle economie meno avanzate. Questo richiede un maggior sforzo di comprensione e d’adattamento ai nuovi scenari internazionali, sia parte del governo che degli operatori privati, che stanno soffrendo d’un certo ritardo del sistema Italia nella transizione dallo spazio economico europeo a quello globale.

    Nei confronti dei paesi emergenti, l’Italia ha perso spazi che si era saputa creare in passato. Non favorire l’europeizzazione della politica estera ed in particolare sforzi congiunti di promozione commerciale europea penalizza le imprese italiane in crisi di competitività.

    Nei confronti dell’Asia, è necessario impostare da subito un approccio attivo a Cina ed India, potenze economiche del futuro, adattando il nostro sistema d’appoggio alle imprese alle necessità di tali mercati, sviluppando sinergie con i soci europei superiori alle attuali, rilanciando la politica di supporto all’innovazione in legame con la potenza emergente nel settore, I’India. Il governo italiano dovrebbe poi farsi fautore in sede europeo di negoziati commerciali miranti la conclusione di accordi commerciali di mutuo interesse con i partner suddetti, nonché con Giappone ed Asean.

    Nei confronti dell’America Latina, l’Italia deve finalmente farsi portatrice d’iniziative politiche ed economiche, sempre carenti in passato, con qualche eccezione nel caso argentino. In seno all’Ue, l’Italia dovrebbe assumere un ruolo di amico dell’America Latina, cui ci legano storia ed interessi comuni, simile a quello della Spagna, con cui in ogni caso non si avrebbe la pretesa di competere, ma di cooperare. L’integrazione regionale, nel Mercosur o nel più esteso ambito sudamericano dovrebbe ritrovare il protagonismo ebbe in tempi anche recenti, e l’Italia dovrebbe darsi da fare per rilanciare i negoziati il Mercosur, attualmente stagnanti.

    Nei confronti del Mediterraneo, l’Italia dovrebbe darsi da fare per rilanciare il processo di Barcellona, vittima delle rarefazioni politiche ma anche d’un approccio eccessivamente burocratico. Andando contro a chi si dichiara convinto della nostra indiscutibile superiorità culturale, l’Italia, paese mediterraneo per eccellenza, dovrebbe fare molto di più per rafforzare la cooperazione culturale e tra collettività locali e società civile.

    Nei confronti dell’Africa, è fondamentale che l’Italia contribuisca attivamente al raggiungimento degli Obiettivi di Sviluppo per il Millennio, mediante un rafforzamento nei limiti del possibile degli aiuti pubblici allo sviluppo (meglio un piano ragionevole e pluriannnuale che promesse al vento) ed una riforma che rilanci la cooperazione in sinergia con il settore privato e sfruttando le notevoli competenze dei cooperanti italiani, molto apprezzati nel mondo.

    Per quanto riguarda la nuova pagina degli Italiani nel Mondo, l’Unione si sta adoperando per contrastare l’approccio di stampo assistenzialistico – corporativo caro al ministro attuale, che si rivolge agli italiani nel mondo di cinquanta anni fa, non a quelli di oggi.

    Il nuovo drappello di rappresentanti degli italiani nel mondo dovrebbe essere invece composto di rappresentanti di una diaspora italiana moderna e competente, che non guarda all’Italia con nostalgie mal riposte ma con realismo e volonta di cooperazione. Gli italiani nel mondo non devono venire a chiedere, ma a proporre. La transizione dal Cgie al Parlamento non sarà semplice, ma. permetterå di sviluppare importanti sinergie con la presenza italiana nel mondo, e rilanciare la diffusione della cultura italiana in modo più capillare, anche grazie al protagonismo delle nostre comunità.

    Dall’insieme di tutte queste proposte, è chiaro che l’Italia è ad una svolta anche in materia di politica estera. In un mondo che corre, abbiamo bisogno di un’Italia che sappia analizzare le nuove realtà, proporre azioni che vadano di là della facciata, tessere nuovi rapporti che mettano in valore il potenziale delle nostre imprese, della nostra società civile, delle nostre comunità nel mondo. E’ una sfida difficile, ma necessaria: se l’Italia non si muove, nessuno lo farà per noi. Vale senz’altro la pena di farlo.

  • Gli Stati Uniti e l’Unione europea di fronte all’India

    Gli Stati Uniti e l’Unione europea di fronte all’India

    In un articolo precedente, abbiamo analizzato l’impetuosa emergenza di Cina ed India e le conseguenze che ne deriveranno sugli scenari internazionali: un cambio certamente profondo, dato che per la prima volta dai tempi della rivoluzione industriale il grosso della crescita economica mondiale non verrà da paesi ricchi ma piuttosto da paesi in cui maggioranza della popolazione sarà per ancora parecchi decenni relativamente poco abbiente.

    Le proiezioni dei tassi di crescita fanno poi notare il rischio d’una marginalizzazione progressiva dei paesi europei, senza che questi significhi necessariamente un sorpasso nei loro confronti da parte delle nuove potenze asiatiche in termini di qualità della vita, accesso a beni e servizi, reddito pro capita, ma certamente un peso decrescente dell’Europa nell’economia mondiale.

    Se l’attenzione internazionale è attualmente molto più centrata sulla Cina che sull’India, visto il relativo ritardo nelle riforme economiche in quest’ ultimo paese, negli ultimi due-tre anni anche l’India ha cominciato ad attirare lo sguardo degli osservatori. In quest’articolo analizzeremo come Stati Uniti ed Unione europea stanno strutturando le loro relazioni con il secondo gigante asiatico, cercando di porre l’accento su similitudini e differenze.

    Dall’indipendenza (1947) in poi, l’India non ha mai avuto una relazione particolarmente cordiale con gli Stati Uniti, né questi hanno mai avuto un particolare riguardo nei confronti di questo paese asiatico.

    Se l’impostazione di Nehru era essenzialmente socialista, non mancarono, all’interno del Congresso, sostenitori d’una politica economica liberale: il loro leader era Sardar Patel, ministro degli interni nel primo governo posteriore all’indipendenza.

    Sarebbe però approssimativo ridurre a tale connotazione socialista la ragione della scarsa empatia tra New Delhi e Washington: Nehru, che dominò completamente la vita politica indiana fino alla sua morte nel 1964, non era affatto anti-americano. Il suo socialismo non era ideologico ma piuttosto intellettuale. La sua visione di un’economia pianificata il risultato di un’analisi delle necessità specifiche dell’India, un paese arretrato nel quale la libera iniziativa capitalista non poteva essere sufficiente a trainare lo sviluppо.

    Al dibattito tra pianificatori e liberali dobbiamo aggiungere almeno una terza visione, che ebbe una grandissima importanza nel corso del processo che portò all’indipendenza: la visione gandhiana della valorizzazione dell’India dei villaggi, destinati a divenire migliaia di poli autosufficienti, nei quali la popolazione avrebbe badato a produrre direttamente gli alimenti e vestiti di cui aveva bisogno, al di fuori d’una realtà industriale, che il Mahatma non considerava adeguata per l’India. La lotta per l’indipendenza era stata però finanziata soprattutto dai grandi industriali indiani, e la morte di Gandhi mise sostanzialmente fine a quel sogno di un’India austera e rurale.

    La necessità di venire incontro agli enormi bisogni economici della popolazione indiana consigliò a Nehru un approccio di tipo pianificato, il cui artefice fu, a partire dal secondo piano quinquennale (1956-61) l’economista Mahalanobis.

    Da allora e fino all’avvio dell’apertura economica nel 1991 (governo Rao, ministro delle finanze l’attuale primo ministro Manmohan Singh), l’industria indiana fu essenzialmente un’industria di stato o dipendente dalle licenze statali per ogni sua decisione (il cosiddetto sistema del raj).

    In un paese fiero di un’indipendenza conquistata pacificamente e con le proprie forze, senza alcun aiuto esterno significativo, l’esigenza di mantenere nelle proprie mani il controllo del proprio sviluppo, della propria economia, della propria politica estera era fortissimo. Questo spiega la poca propensione dell’India a stimolare gli investimenti stranieri e il forte grado di protezione economica mantenuto sinora, anche se attenuatosi a partire dal 1991.

    Da qui il fondamentale contributo di Nehru al movimento dei non-allineati, dalla Conferenza di Bandung in poi. Non fu quindi un aprioristico allineamento dell’India con l’Urss a giustificare un rapporto difficile con gli Stati Uniti, ma piuttosto un insieme di fattori che portarono l’India, paese fiero come pochi della propria cultura e della propria specificità, a propendere per un cammino autonomo.

    Negli anni d’Indira Gandhi, la difficile situazione economica e il giro radicale intrapreso dalla figlia di Nehru portarono però ad un rapporto sempre più stretto con l’Urss, senza che questo significasse peraltro né sottomissione economica né tantomeno politica a Mosca. Anche il “tradimento” cinese (guerra indo-cinese del 1962) contribuirà a spingere New Delhi verso un rapporto più stretto con Mosca, mentre gli USA guarderanno sempre con favore all’avversario tradizionale dell’India, il Pakistan.

    Negli anni 80, Rajiv Gandhi da avvio al processo di riforme economiche, seppure certamente timide. Dal 1991 in poi, l’India apre progressivamente la sua economia.

    Nel nuovo contesto internazionale posteriore alla caduta del muro, diviene però difficilmente sostenibile per l’India mantenere un basso profilo nei confronti della superpotenza mondiale. La poca simpatia di fondo tra Washington e Delhi continuerà però almeno fino al gran cambio politico che porterà per la prima volta al governo la destra nazionalista del BJP nel 1998. Il governo di Vajpayee, tradizionalista in campo socio-culturale ma liberale in politica economica, cercherà d’impostare una relazione più cordiale con gli Stati Uniti, anche se i test nucleari di Pokhran porteranno ad un embargo tecnologico nei confronti dell’India, potenza nucleare non aderente al Trattato di non-proliferazione nucleare.

    Dopo l’11 settembre, lo scenario strategico cambia profondamente: se il Pakistan rimane un alleato fondamentale degli Usa, questi si rendono conto che non possono ipotecare per questo i rapporti con un’India emergente e con una poроlazione di oltre un miliardo di persone. Fondamentale per questa valutazione anche l’evidente necessità, per Washington, di rafforzare i rapporti militari e tecnologici con New Delhi anche in chiave anti – cinese. L’impetuosa crescita economica cinese, che fa sospettare una possibile aggressività, anche militare, di Pechino nei prossimi decenni rende necessario, agli occhi di Washington, valorizzare un rapporto positivo con l’India, sola potenza con dimensioni tali da poter contenere l’espansione cinese in Asia. Tramontato il rapporto privilegiato di New Delhi con Mosca ed attenuate le differenze in materia di concezione dell’economia, sulla strada del rafforzamento dei rapporti tra Stati Uniti ed India si frapponevano pero almeno due ostacoli: il rapporto tra Islamabad e Washington e l’embargo nucleare susseguente ai test indo – pakistani del 1998.

    È per questa ragione che l’annuncio d’un accordo in materia nucleare tra India e Stati Uniti in occasione della visita a Washington del primo ministro indiano Manmohan Singh (luglio 2005) è da interpretarsi come un passo fondamentale dalle molteplici conseguenze.

    I rapporti tra Stati Uniti ed India vengono, infatti, sdoganati: l’accordo con gli USA non richiede l’adesione dell’India al Trattato di non-proliferazione nucleare (NTP), il che significa che essa è riconosciuta come potenza nucleare al di fuori dei parametri di tale trattato.

    Ricordiamo che oltre ai cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza, India, Pakistan ed Israele sono i tre paеsi che possiedono armi nucleari. Dal momento che sia India che Pakistan erano stati sottoposti ad embargo per tecnologie sensibili di doppio uso, l’entrata in vigore dell’accordo nucleare significa l’ammissione di fatto dell’India nel club delle potenze nucleari ufficialmente accettate.

    L’accordo annunciato da Bush е М. Singh prevede la fine di tal embargo e l’avvio d’una cooperazione per il nucleare civile.

    Le condizioni che l’India dovrà rispettare sono la separazione tra programmi ed installazioni nucleari civili e militari (esse sono oggi sovrapposte), il rispetto della moratoria su test nucleari, l’adesione a misure di controllo delle esportazioni di materiali sensibili, l’impegno per la non – proliferazione.

    Il Pakistan non può riunire tali condizioni ed esistono prove delle commistioni tra scienziati pakistani e stati che in passato (Libia) o attualmente (Corea del Nord) hanno portato in essere programmi nucleari, o sono potenze nucleari (Cina).

    L’India ottiene così in un colpo solo un riconoscimento del proprio status nucleare, della propria potenza emergente, e delle proprie pretensioni a divenire membro permanente del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Ed acquisisce un oggettivo vantaggio strategico nei confronti del Pakistan, con cui ha peraltro avviato un “dialogo complessivo” che sta contribuendo, pur tra mille difficoltà, ad allentare la tensione tra i due grandi nemici del subcontinente indiano.

    Un altro gran vantaggio per l’India derivante da quest’accordo è in materia energetica: la crescita impetuosa dell’economia indiana potrebbe vedersi strangolata da deficienze in questo campo, inevitabili agli attuali ritmi di sviluppo.

    Nonostante la scoperta di nuovi giacimenti petroliferi nel Golfo del Bengala, l’aumento nel fabbisogno d’energia nei prossimi decenni sarà tale che questa è divenuta l’equazione fondamentale che New Delhi deve risolvere sin da ora.

    L’India prevede di decuplicare la propria produzione energetica da nucleare entro il 2020, e questa e’ un’altra delle chiavi dell’accordo con Washington.

    Alla luce dei nuovi equilibri strategici emergenti, India e Stati Uniti hanno avviato una cooperazione militare che rappresenta una novità assoluta rispetto al passato. Proprio in questi giorni le prime manovre aeree congiunte indo-statunitensi stanno avendo luogo in India, una realtà del tutto impensabile fino a pochi anni fa.

    Gli sviluppi degli ultimi tempi fanno presagire un aumento delle forniture militari da parte d’imprese americane, senza che questo significhi peraltro che i paesi europei, in primo luogo la Francia (aerei Mirage, sottomarino Scorpion) ma anche in certa misura la Germania, siano messi fuori gioco. Il fornitore abituale d’armi all’India era stato tradizionalmente la Russia, che conserva lo stesso un ruolo importante.

    Il recente contratto di fornitura di caccia F-16 al Pakistan ha allarmato l’India, cui gli Usa hanno quindi offerto degli F-18, in quella che può essere senz’altro definita, ed il Parlamento europeo lo ha denunciato, una pericolosa corsa all’escalation militare in Asia del sud.

    Sorprenderà sapere che l’elemento puramente economico-commerciale del rapporto tra Stati Uniti ed India è relativamente meno stringente rispetto a quella strategico-militare di cui siamo occupati sinora.

    I rapporti commerciali tra India e Stati Uniti sono tutt’altro che impressionanti, e si concentrano essenzialmente nel settore dei servizi, mediante il fenomeno dell’outsourcing (de-localizzazione di back-offices e di servizi forniti via rete dall’India), nel quale l’India è divenuto il leader mondiale.

    Molto limitati gli scambi di beni, che si scontrano con la relativa chiusura sia del mercato indiano (alte tariffe) che di quello statunitense (mediante barriere non tariffarie specie di natura sanitaria). Relativamente contenuti anche gli investimenti diretti statunitensi in India, mentre la legislazione indiana non permette consistenti investimenti finanziari o speculativi da parte di non residenti (il che ha tenuto il paese a salvo dalle crisi finanziarie degli ultimi anni).

    Di crescente importanza invece il ruolo della sempre più influente diaspora indiana negli USA, composta generalmente di persone d’elevata formazione e dal notevole successo economico. Nulla a che vedere con altri gruppi d’emigrati, meno inseriti nella vita economica e sociale americana.

    Se la lobby indiana negli Stati Uniti non è ancora paragonabile per importanza a quella israeliana, la sua influenza si sta comunque facendo, sentire sempre di più, creando i presupposti per un ulteriore rafforzamento dei rapporti indo-americani.

    Una delle questioni fondamentali per l’India, una volta ottenuto quel ruolo di potenza militare ed economica che le si sta riconoscendo, è la riforma del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, che certifichi definitivamente il suo nuovo status promuovendola a membro permanente del Consiglio.

    Se gli Stati Uniti non si sono mai espressi esplicitamente né a favore né contro tale ipotesi, la candidatura indiana è probabilmente una delle più solide, e non deve scontare l’opposizione evidente di nessun altro membro del Consiglio, come succede per esempio al Giappone. Il cosiddetto gruppo del G-4 (Brasile, Germania, Giappone ed India) non e pero riuscito a far prevalere la propria proposta, che prevedeva l’inclusione di cinque nuovi membri permanenti (i quattro più un rappresentante africano) e di diversi membri non permanenti, in occasione del recente Vertice del Millennio. Hanno giocato contro la cordata alternativa del Club per il Consenso, in cui l’Italia ha avuto un ruolo importante, е la posizione dell’Unione africana, che richiede due seggi per il continente. In chiaroscuro la questione dell’esistenza di un diritto di veto per i nuovi (eventuali) membri permanenti, cui l’India tiene, a differenza d’altri membri del G4, disposti a rinunciarvi.

    Proprio dalla riforma del Consiglio di Sicurezza possiamo prendere spunto per analizzare l’approccio dell’Unione europea nei confronti dell’India emergente e confrontarlo con quanto fanno gli USA. Sulla riforma del Consiglio di Sicurezza non esiste, sciaguratamente, una posizione comune dell’Ue, e questo purtroрpo penalizza oltre misura l’immagine della politica estera dell’Ue nei confronti d’un attore emergente come l’India.

    L’India ha adottato fino a tempi recenti un atteggiamento ambivalente nei confronti dell’Ue: se l’India fu tra i primi paesi a riconoscere, già nel 1964, la personalità internazionale delle Comunità europee, ed a concludere con esse nel 1974 un accordo di cooperazione, la conoscenza delle specificità dell’Unione europea, che pure è il primo partner commerciale ed investitore estero in India rimane comunque molto bassa anche tra le élites intellettuali.

    È molto comune in India pensare che l’Ue non sia altro che un blocco commerciale, paragonabile al NAFTA o all’АSEAN, mentre rimangono assai ignoti gli aspetti politici, diplomatici, culturali e sociali che fanno dell’Ue un caso senza pari d’integrazione economico – politica e rappresentano una nuova forma di governance internazionale.

    Contribuiscono a questo basso profilo vari fattori:

    • – la visione che gli indiani hanno dell’Europa passa essenzialmente attraverso la mediazione britannica, paese dove e concentrata la maggiore comunità indiana nel continente, dove hanno studiato gran parte delle élites indiane, da dove informano anche sull’Ue i corrispondenti della stampa indiana. Gli indiani tendono a conoscere dell’Europa la versione britannica e tutto ciò che ne consegue;
      -la relativamente bassa esposizione internazionale dell’economia indiana, che rende meno evidente la forza dell’Ue in campo commerciale: se l’Ue è il primo partner dell’India, gli indiani tendono a sottovalutare l’importanza della politica commerciale comune comunitaria perché gli scambi di questo paese con il resto del mondo sono relativamente ridotti rispetto al peso strategico del paese;
      – la classe politica indiana non può certo essere definita giovane, ed i riferimenti intellettuali dell’attuale governo affondano le loro radici nella visione dei rapporti internazionali di Nehru, quando l’Europa era solo agli inizi;
      -l’India, stato giovane ed orgoglioso della propria indipendenza, fa fatica a riconoscere nuove forme di governance internazionale ed a concepire possibili cessioni di sovranità (si pensi alla riluttanza a aderire al Tribunale penale internazionale, al Trattato di non-proliferazione, od al Protocollo di Kyoto);
      – l’India, potenza statale emergente, preferisce interagire con 25 stati, che vede più piccoli di sé, piuttosto che con un attore unico ed integrato quale l’Ue. Da parte sua, l’Europa ha a lungo ignorato l’India: all’assenza di una chiara strategia asiatica nelle capitali europee corrispondeva l’assenza di una strategia nei confronti dell’India a Bruxelles, anche a causa del peso economico relativamente limitato dell’India prima delle riforme economiche.

    Nel corso degli anni 90 questa realtà è cambiata, ma per diversi anni si è ancora considerato che il quadro delle riforme non era sufficientemente chiaro e che l’India “non valeva la pena”.

    Negli ultimi anni gli europei hanno scoperto l’India: le riforme e l’apertura economica sono ormai divenute irreversibili, anche se non realizzate sempre velocemente, i tassi di crescita impetuosi, il potenziale immenso. L’India si afferma come leader mondiale nei servizi, e come partner irrinunciabile a livello strategico. L’India è diventata di moda, e l’adagio imperante “Cina, non India” si è trasformato in “Cina ed India”.

    Dal 2000, l’Unione europea e l’India organizzano vertici politici annuali, accompagnati da vertici economici tra imprenditori. Oltre all’India, l’Ue ha rapporti di questo tipo solo con USA, Russia, Giappone, Cina e Canada.

    C’è voluto qualche tempo per far carburare questi vertici euro-indiani, ma il vertice tenutosi all’Aia nel 2004 approvò un “partenariato strategico” tra Unione europea ed India che apre una pagina totalmente nuova nei rapporti bilaterali.
    L’India e l’Unione europea superano veсchie definizioni e pregiudizi per avviare un vastissimo ventaglio d’azioni comuni, che ampliano lo spettro delle relazioni dal commercio e la cooperazione allo sviluppo, campi quasi esclusivi in passato, ad un insieme più ambizioso di raрporti.

    Il Piano d’azione per il nuovo Partenariato strategico euro – indiano, approvato dal recente vertice di New Delhi (7 Settembre 2005), comprende i seguenti cаpitoli:

    • – Rafforzamento dei meccanismi di dialogo e consultazione;
      – Dialogo politico e cooperazione;
      – Interazioni tra popoli e culture;
      – Dialogo economico e cooperazione;
      – Sviluppo di commercio ed investimenti.

    L’insieme d’azioni proposte è vastissimo e dettagliato, ed una realizzazione anche solo parziale del Piano d’azione comporterà una notevolissima accelerazione dei rapporti tra Ue ed India.

    Questi nuovi sviluppi sono importanti a vario titolo.

    In primo luogo, l’India e l’Unione europea riconoscono mutuamente la loro importanza sullo scenario internazionale e decidono di avviare consultazioni sistematiche sulla pratica totalità dei temi internazionali; l’India riconosce la specificità dell’Unione europea e la sua natura anche politica e non solo commerciale, avviando un dialogo con essa che va di là dei rapporti esistenti con i singoli Stati membri dell’Ue.

    L’Unione europea riconosce l’importanza crescente dell’India, il suo enorme potenziale e la necessità di legarsi con il paese asiatico in un’ottica di futuro che va al di là di rapporti presenti ancora relativamente limitati.

    Il peso strategico dell’India rende opportuna la partecipazione di questo paese ai grandi progetti internazionali: l’entrata dell’India, annunciata in occasione del vertice, nel progetto europeo di navigazione satellitare GALILEO, che si aggiunge a quella della Cina, apre a questo progetto, che vuole sviluppare l’uso per scopi civili di una tecnologia complementare al sistema americano GPS, risvolti strategici suggestivi.

    Così come il rafforzamento del dialogo tra Europa ed India in materia energetica, e l’annunciata adesione dell’India al progetto termonucleare ITER, nel quale l’Ue possiede il 50% del capitale e che vede la partecipazione di Stati Uniti, Giappone, Cina, Russia, Corea del Sud ed adesso India: un progetto che potrebbe rivoluzionare gli scenari energetici futuri e che ha per obiettivo sviluppare tecnologie per la fusione nucleare a partire dall’idrogeno.

    O il rafforzamento degli scambi universitari (apertura di una “finestra” per studenti e ricercatori indiani del programma Erasmus-Mundus) e della partecipazione di istituzioni e scienziati indiani ai progetti di ricerca del VI ProgrammaQuadro di Ricerca Scientifica. Sono tutti importanti cantieri per il futuro: l’Unione europea e l’India decidono di lavorare assieme con metodologie, per dirla alla Nye, di “potere soffice”, ed il multilateralismo non può che vedersi rafforzato da questo nuovo asse strategico. I nuovi rapporti euro-indiani non tralasciano certo ambiti più tradizionali, come l’intensificazione degli scambi commerciali e degli investimenti (High Level Trade Group), del dialogo tra imprenditori europei ed indiani (Business Round Table) o la cooperazione allo sviluppo (sanità e educazione) per aiutare l’India a centrare gli obiettivi del millennio, ma il valore aggiunto di questo nuovo quadro di cooperazione risiede soprattutto nel fatto che l’Ue e l’India hanno deciso di prendersi sul serio e di stabilire dei rapporti onnicomprensivi.

    Possiamo quindi concludere che Stati Uniti ed Unione europea affrontano la sfida indiana in coerenza con le caratteristiche essenziali della loro azione esterna: gli USA, che privilegiano l’hard power, vedono l’India come un partner strategico-militare ed un contrappeso alla Cina; l’Unione europea, che per convinzione ed anche per necessità privilegia i rapporti economici ed il soft-power, cerca di stabilire con l’India una relazione di lungo periodo più articolata e complessa.


    La gran difficoltà europea, e non è una novità, sarà quella di riuscire ad inserire nel quadro d’insieme della partnership strategica euro-indiana il gran potenziale portato dai singoli Stati membri, parecchi dei quali tendono ad avere con l’India rapporti soprattutto bilaterali. Se in questi tentativi la dimensione europea passasse in secondo piano, il nuovo edificio sarebbe minato alle fondamenta, ed il messaggio passato all’India contraddittorio.

    I rapporti con le nuove potenze emergenti sono proprio la cartina al tornasole attraverso cui passa il consolidamento della dimensione esterna dell’Unione europea: è nei rapporti con realtà come Cina, India, Russia, America Latina che si deve plasmare una politica estera comune in grado di dare un nuovo respiro ed una nuova dimensione all’Europa nel mondo.

  • I rapporti con gli Stati Uniti

    Che atteggiamento il nuovo governo dovrebbe adottare nei confronti degli Usa?

    Per formulare una risposta, è necessario sgombrare il campo da diversi equivoci ed esagerazioni, che purtroppo condizionano buona parte dello spettro politico nazionale quando si parla di Stati Uniti.
    Gli Usa non sono quel Satana, istigatore solo di valori deleteri, d’incultura e bieco unilateralismo che denuncia una certa sinistra radicale.
    D’altra parte, non sono neanche quell’apostolo della libertà e della democrazia, da seguire acriticamente e senza fiatare, così come piace vederli alla maggioranza attuale. vederli alla maggioranza attuale. Ragionare di politica estera in questi termini porta solo a coprirsi di
    ridicolo.

    Gli Usa sono la prima potenza mondiale perché riuniscono tutte caratteristiche che definiscono una potenza, ed in questo sono unici.

    Le relazioni con una potenza di questo tipo sono evidentemente cruciali per ogni altro membro della comunità internazionale, e l’ultra-ideologizzazione di tale rapporto è un errore che non ci si può permettere.

    Il fatto che gli Usa abbiano accumulato grandissime dosi di “hard power” in vari campi, non deve però tingerli necessariamente di pericolo per il resto del mondo: molte sono le pulsioni positive della società americana, che vanno canalizzate il meglio possibile nell’ambito internazionale.

    Questo lo si ottiene solo sviluppando il multilateralismo, e non indebolendolo, come ha fatto il governo Berlusconi sbilanciandosi eccessivamente verso le scelte statunitensi.

    Multilateralismo non significa solo Nazioni Unite, ma anche creazione rafforzamento dei gruppi regionali, veri bacini di creazione di consenso internazionale. In questo senso, l’UE rappresenta un caso scuola di nuova “governance” internazionale, cui il mondo guarda con
    attenzione.

    Non è un caso che siano molto forti negli Usa le posizioni di chi considera un interesse americano rendere il multilateralismo più debole e sfruttare al massimo le contraddizioni interne del blocco europeo. Quest’ approccio deriva dall’osservazione attenta della realtà internazionale: quando l’Europa è forte e coesa, un consenso multilaterale è raggiungibile (OMC, Kyoto, TPI) e gli obiettivi a corto periodo di Washington possono essere contrati, venendo a prevalere una prospettiva d’interessi condivisi di lungo periodo.

    Lavorare per un mondo più equilibrato significa, dal punto di vista italiano, favorire le scelte multilaterali, che sono la conditio sine qua non per gestire il mondo intelligentemente.

    In realtà, anche negli Usa le visioni più illuminate propendono per un rafforzamento del multilateralismo, capendo l’insostenibilità a lungo periodo delle scelte unilaterali, foriere per definizione di soluzioni squilibrate: è con con queste parti dell’intellighenzia Usa che vanno sviluppati rapporti e tessute alleanze.

    Non bisogna però illudersi che gli Usa mutino radicalmente la loro rotta: anche se altre amministrazioni meno radicali succederanno а quella Bush, gli Stati Uniti daranno sempre priorità, è inevitabile, al loro interesse nazionale.

    La grande priorità dell’Italia / UE nei confronti degli Usa è quindi quella di sviluppare con loro soluzioni comuni a problemi comuni: gli Usa non sono su un piano di di parità effettiva con il resto del mondo, ma devono capire che agire da soli e contro una parte preponderante della comunità internazionale non è nemmeno nel loro interesse.

    Per fare ciò, l’Italia deve rafforzare I’UE e la sua politica estera: la prima condizione per equilibrare relazioni internazionali oggi instabili è oggi il rafforzamento dell’UE come attore internazionale senza sfasature. La seconda è l’inclusione dei grandi paesi emergenti nel processo decisionale effettivo.

    La volontà, manifestata da molti paesi dopo l’11.9,di proporsi come “il migliore amico degli Usa” è, oltre che velleitaria, illusoria: il migliore amico della comunità internazionale è l’emergenza d’un processo decisionale equilibrato.

    Gravissimo quindi l’errore del governo Berlusconi, che va corretto senza però cadere nell’eccesso contrario, demonizzando gli Usa oltre i loro demeriti.

    Il mondo non può prescindere dal contributo americano: sbagliato però pretendere dagli Usa che risolvano i problemi del mondo da soli: non possono né vogliono farlo. In diversi campi, l’Europa e leader: nel commercio, nella cooperazione allo sviluppo. Il governo italiano si batta per maggiore coesione europea in altri campi (finanziario, politico, grandi dibattiti internazionali), ed avrà creato le condizioni per un rapporto bilanciato con gli Usa che il mondo apprezzerà.

    Recentemente, si è detto che gli Europei vengono da Venere e gli americani da Marte: al di là delle metafore, entrambi viviamo sulla Terra e di fronte ad essa abbiamo degli obblighi. Il futuro governo italiano dovrà quindi fare la sua parte per ridurre differenze oggi molto sensibili, nell’interesse italiano e globale.

  • Legarsi ai paesi emergenti

    La futura politica estera italiana dovrà dedicare un’attenzione molto maggiore dell’attuale al rapporto con le economie emergenti.

    Una volta di più, tanto il nostro sistema politico come, ed è ancor più grave, quello produttivo, si sono fatti trovare impreparati: oggi tutti si svegliano e scoprono la Cina, nuovo spauracchio mondiale. Ma lo smantellamento delle quote tessili e l’ingresso della Cina nell’OMC sono il risultato d’un processo durato anni.

    Molto tempo è stato perso ma, come già molti altri hanno segnalato, pensare di poter che ci sia qualcosa da salvare dietro l’erezione di estemporanee (ed illegali) barriere tariffarie non è che l’ennesimo errore d’approssimazione.

    La strada della crescita economica è in salita in diversi anni, nell’UE come in Italia. L’Asia sta sperimentando tassi di crescita nei prossimi anni l’America Latina notevolissimi, che continueranno nei prossimi anni. L’America Latina, pur soffrendo di periodiche crisi finanziarie dovute alla propria esposizione ai capitali esteri, è comunque un altro mercato che non potrà che crescere nei prossimi decenni.

    A tali due aree, vanno aggiunti il Mediterraneo, forse meno promettente in termini di crescita a corto periodo, ma scenario comunque d’ ineludibile importanza per il nostro paese, ed il Sudafrica.

    Saranno queste economie a sperimentare i maggiori tassi di crescita nei prossimi decenni: l’unica strategia fattibile è quella di legarsi ad esse, non di rinchiudersi in un insostenibile neo – protezionismo che ci isoli dal mondo.

    L’Italia si è sviluppata a livelli straordinari grazie all’integrazione europea: la formula allora vincente (qualità, flessibilità produttivo / commerciale, svalutazione competitiva) non può essere usata mostrò nell’ambito della globalizzazione, ma quell’esperienza dimostrò che
    l’apertura concorrenziale è’ benefica.

    Il paradosso italiano di oggi è il seguente: non possiamo competere con i paesi emergenti, ma la nostra economia non riunisce nemmeno caratteristiche tali da permettere di catalogarla come pienamente avanzata. Lo scollamento dalle economie di punta sta infatti diventando drammatico, come i dati sull’evoluzione dell’export ed i flussi d’investimenti verso l’Italia dimostrano.
    Anche se membro del G – 8, come Italia contiamo economicamente sempre meno.

    Che fare quindi?

    1. Ripartire, con rigore e decisione, dall’Agenda di Lisbona, oggi totalmente trascurata. Il nuovo governo deve farne la priorità numero uno, e fare capire al paese che la sua applicazione rappresenta una sfida d’importanza paragonabile a quella di Maastricht.
    2. Rilanciare la competitività smantellando monopoli ed inefficienze che penalizzano il nostro paese in ambito europeo e figuriamoci a quello mondiale.

    In parallelo a questi “lavori di casa”, il nuovo governo dovrebbe farsi fautore, in ambito europeo, di politiche coraggiose ed aperte nei confronti dei paesi emergenti.

    Raggiungere accordi commerciali equilibrati, con concessioni ambizione in entrambi le direzioni, è la via maestra per agganciare la nostra crescita a quella del mondo emergente. L’alternativa e l’atrofizzazione della nostra presenza internazionale.

    L’Italia dovrebbe sostenere un rilancio dei negoziati UE – Mercosur, contribuendo a migliorare l’offerta d’apertura del commercio agricolo, nell’interesse anche dei nostri consumatori (notevole riduzione dei prezzi dei prodotti alimentari).

    Nei confronti della Cina, l’Italia dovrebbe contribuire fattivamente all’approfondimento del dialogo con questo nuovo grande protagonista dell’economia mondiale. L’entrata della Cina nell’OMС era passo fondamentale per regolarne l’interrelazione con il resto del mondo. È nell’ambito OMC che bisognerà trovare le formule adatte per introdurre nell’agenda delle regole internazionali i temi sociali e lavorativi che oggi costituiscono un differenziale di competitività a nostro sfavore.

    Non si tratta quindi di concludere accordi di libero commercio con la Cina, ma di sviluppare collaborazioni e partnership che possano risultare vincenti.

    Con un mix di qualità, innovazione e capacità di pianificazione un futuro industriale per l’Italia è ancora possibile, anche nei confronti della Cina.

    Da non dimenticare poi la necessità di tenere d’occhio, con un approccio simile, ma differenziato nei tempi, l’altro grande gigante asiatico, l’India, che sta anch’esso crescendo impetuosamente e non cesserà di farlo per tutto il XXI secolo, e l’Asean.

    Da migliorare poi lo sforzo di promozione commerciale anche sugli altri mercati esteri: senza trascurare il Made in Italy ed il design, paesi europei avrebbero tutto da guadagnare migliorando le loro sinergie in materia di export promotion a livello di consorzi europei, anziché in ordine sparso, come oggi amano fare.

    Tale approccio integrato dovrebbe essere usato ovunque fuori Europa, ma specialmente in mercati maturi ed importanti come gli Usa ed il Giappone, un mercato oggi troppo trascurato.