Autore: Stefano Gatto

  • Diario pakistano, numero ventitré: vivere nell’insicurezza

    Di questi tempi, noi europei abbiamo cominciato a preoccuparci del terrorismo a casa nostra. Non che non l’avessimo già sperimentato (vedasi grafico sotto), ma non c’è dubbio che l’allarme derivato dagli attacchi a matrice islamica degli ultimi anni sia aumentato esponenzialmente dopo Parigi, Bruxelles e Nizza. Ci chiediamo in che modo dobbiamo vivere, che precauzioni dobbiamo prendere.

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    Ma cosa significa convivere con il pericolo costante in un paese come il Pakistan o l’Afghanistan?

    Un numero richiama l’attenzione: dal 2001, momento in cui la caduta dei talebani in Afghanistan li sposto’ nel nord del Pakistan, generando una situazione di grande instabilità nel paese vicino, ad oggi sono morte per terrorismo in Pakistan 65.000 persone: una città come Siena cancellata in sedici anni.

    Sono numeri che fanno impallidire i nostri (il che non significa che non dobbiamo preoccuparci e reagire). Paragoni simili possono essere fatti per i rifugiati: l’opinione pubblica europea crede che stiano arrivando tutti in Europa: ebbene, in Pakistan ci sono tre milioni di afghani che hanno cominciato ad affluire nel…1979.

    L’Europa non è quindi l’epicentro di tutti i problemi nè il peggior mondo possibile, ma difficile convincere di questo chi vive in una bolla autoreferenziale o con una visione limitata del resto del mondo. E che comunque ha tutto il diritto di essere oggi preoccupato.

    Torniamo al Pakistan: cosa significa vivere in un paese dove il pericolo è sempre presente: si chiamo autobomba, rapimento, assalti a colpi di kalashnikov?

    Io e mia moglie siamo arrivati in questo paese nel 2014 dopo lunghe esperienze in America Latina, nella quale esistono zone ad alta intensità criminale: due paesi nei quali avevamo vissuto, Brasile e El Salvador, sono tra i più pericolosi in termini d’incidenza della criminalità, a livelli infinitamente superiori rispetto a quelli europei.

    Vedansi questi dati dell’UNODC: https://en.wikipedia.org/wiki/List_of_countries_by_intentional_homicide_rate.

    Gli omicidi per 100.000 persone sono dello 0.8 in Italia, del 3.9 negli Usa, del 24.6 in Brasile, del 64.2 in El Salvador. Improponibili i confronti. Afghanistan con 6.5 e Pakistan con 7.7 dimostrano che l’incidenza del terrorismo, per quanto faccia molta paura, pesa molto meno di quella del crimine violento, specie legato al narcotraffico.

    Avendo vissuto in paesi molto colpiti dal crimine, eravamo molto familiarizzati con le precauzioni da prendere in quegli ambienti: non andare in quartieri non conosciuti o nei quali si richiamerebbe l’attenzione, muoversi il meno possibile la sera, evitare ogni tipo di comportamento ostensivo, avere macchine solide ma non lussuose, non fermarsi ai semafori di sera.

    Fermo restando che il principale problema per la sicurezza nel mondo non è il terrorismo, ma la delinquenza comune e il narcotraffico, e fermo restando che l’Europa è tra le zone più sicure al mondo da quel punto di vista, il pericolo derivato da situazioni belliche, terrorismo e instabiltà politica è di natura completamente diversa. E’ più probabile vedersi coinvolti in eventi criminali che terroristici, ma la tipologia di eventi del secondo tipo è meno preventivabile.

    La probabilità maggiore per vedersi colpito da un atto terrorista deriva dal frequentare manifestazioni, luoghi affollati, mercati, stazioni di autobus o ferroviarie. In un paese nel quale questi eventi diventano sistematici, la gente impara a distinguere ogni segnale, captare ogni sintomo, evitare situazioni di pericolo, come sedere in un caffè o in una terrazza all’aperto raggiungibile da una autobomba azionata a distanza. Chiaro che è l’esatto contrario del modo di vita europeo.

    I terroristi cercano di solito di colpire nel modo più doloroso possibile, per spaventare e rendere la vita insicura: per questo, nel mondo islamico l’obiettivo principale sono le moschee, e gli attentati più frequenti il venerdi nel primo pomeriggio, momento della preghiera. Le bombe o i suicidi colpiscono moschee d’un ramo diverso dal loro (di solito i radicali sunniti di Al Qaeda o ISIS colpiscono moschee sciite, o ismaelite o d’altra derivazione°. A volte chiese, anche se i cristiani di solito sono vittime dei riots, gli attacchi violenti ai loro quartieri in caso di accuse a uno di loro di blasfemia. In India si sono attaccati tempi induisti o sikh. L’idea  sempre quella di causare il massimo di vittime in un gruppo considerato «nemico» in un momento legato a un inevitabile rilassamento, quello dell’orazione.

    Altro obiettivo dei terroristi sono i rappresentanti dello stato o delle forze dell’ordine, normalmente militari e poliziotti, ma anche giudici, impiegati, comunque espressioni dello stato. I talebani, e in Africa Boko Haram (che significa «la cultura occidentale è peccato») o i Shaabab sono particolarmente aggressivi nei confronti delle scuole, specialmente di quelle femminili.

    In paesi con forti misure di sicurezza, il numero principale di vittime è composti da poliziotti e guardie giurate, quelli che assicurano il perimetro. Sono quelli che esplodono con i suicidi o con le autobombe. Raramente il terrorismo colpisce persone sotto protezione o «famose», che sono all’interno dei circoli di sicurezza. Per questo il terrorismo ha spesso come scopo diffondere la paura tra la gente comune.

    Ci sono poi le vittime designate, persone che per qualche ragione sono nell’occhio di mira dei terroristi: uomini politici, attivisti, leader di altre fazioni, a volte semplicemente stranieri (ISIS li attacca come tali, altri gruppi no).

    In questo caso, esistono misure di sicurezza pesanti: scorte, macchine blindate, controlli mirati a identificare la presenza di esplosivi. Accesso limitato a edifici o zone specifiche. Edifici circondati da strutture in cemento, sacchi di sabbia, reticolati.

    Quando si arriva per la prima volta in un paese sottomesso a queste misure preventive, la prima impressione è un po’ ubriacante: tank fuori dall’aeroporto, esercito e uomini armati dappertutto, lenti passaggi a posti di blocco, davanti ai quali si formano lunghe code (un pericolo in sè, perchè un’autobomba puo’ fare molto danno).

    A cosa serve la macchina blindata? Nessun veicolo puo’ resistere un’esplosione mirata o una bomba sotto di esso: ma lo scopo del blindato è quello di evitare che in caso d’esplosione NON DIRETTA A TE i vetri si rompano addosso agli occupanti, ferendoli o uccidendolo, o la lamiera diventi una trappola inestricabile. Una bomba diretta alla tua macchina specificamente non è arrestabile.

    Ogni blindatura ha per scopo proteggerti dal primo impatto e darti tempo di muoverti fuori pericolo. Cosi’ un giubbotto blindato ti protegge le zone vitali, ma non il volto. E non resisterebbe una raffica continua di colpi.

    Le macchine blindate sono divenute di moda in Afghanistan e Pakistan perchè proteggono dai famigerati IED, bombe di fabbricazione domestica che costituiscono l’essenza degli attentati in questi due paesi. Sono del tutto inutili in altro contesto, come l’America latina e la delinquenza. Infatti là si usano poco.

    La principale misura di sicurezza è la prevenzione: ridurre la probabilità di trovarti in una situazione di pericolo, evitare luoghi affollati, verificare il perimetro e le misure esistenti in luoghi dove conti di passare del tempo. Importante calcolare la distanza da una possibile autobomba. In caso si vada a un caffè, meglio sedersi dentro e verso il fondo, valutando le vie d’uscita in caso d’emergenza.

    Per molto tempo, l’Unione Europea non ha approntato misure di sicurezza per i suoi funzionari e diplomatici. L’idea di fondo era che la nostra istituzione, la principale donante di aiuti alla cooperazione nel mondo, fosse per definzione «buona» e percepita come tale. Nulla a che vedere con la politica stanunitense, legata a un espansionismo a malapena equilibrato de politiche di cooperazione o nel campo sociale. L’UE ha a lungo avuto solo le seconde e raramente è stata attaccata.

    Ma la crescente distanza tra occidente e Islam ha reso più impalpabili queste differenze, ed è divenuto evidente che anche i nostri operatori, al muoversi in zone di rischio, correvano pericoli, magari non diretti, ma presenti negli ambienti cui erano esposti.

    Per questo è ormai obbligatorio, prima di recarsi uno scenario considerato di pericolo, seguire corsi di sicurezza, che toccano temi diversi come misure preventive, come comportarsi in scenari con presenza di guerriglia, terrorismo, delinquenza comune. O aspetti di prima necessità come il pronto soccorso.

    Nel nostro caso (Pakistan, Afghanistan) è poi obbligatorio seguire dei corsi pratici, tenuti da militari: io l’ho fatto presso il centro di formazione della fanteria tedesca, a Hammelburg in Bassa Franconia.

    Paradossale che una persona con le mie caratteristiche, che fu obiettore di coscienza, abbia avuto i suoi primi contatti con la vita militare in relazione ad attività di cooperazione internazionale, prima in Afghanistan e poi in Pakistan: una tendenza dei nostri giorni è che la separazione tra dimensione civile e militare in scenari instabili è sempre più labile: i militari svolgono funzioni civili, e i civili devono avere un buon rapporto con i mililtari. Non c’e’ più spazio per pretestuose differenziazioni tra «noi» e «loro».

    In Afghanistan mi resi conto della difficoltà di combinare entrambe le dimensioni e di come una cooperazione civile inquadrata in ambito militare crei sentimenti contrastanti nella popolazione e sia foriera di molte contraddizioni: ma è discorso che affronteremo un’altra volta.

    Alla scuola tedesca abbiamo seguito una formazione su come comportarci in scenari di guerriglia urbana; come valutare situazioni di pericolo ed evitarle; come proteggersi sotto il fuoco e valutare l’impatto potenziale di esplosivi e la gittata di armi da fuoco; come riconoscere la presenza di mine e muoverci in un campo minato, come proteggersi da una bomba a mano nelle immediate vicinanze (non provare  a calciarla lontano come nei film).

    Due considerazioni: le mine terrestri sono probabilmente il più mostruoso artefatto concepito dalla mente umana per fare male: non vogliono uccidere, ma mutilare, terrorizzare, intimidire. Convertono strade e campi in luoghi di morte, rendendo impossibili gioco, movimenti, agricoltura. Il vero obiettivo delle mine è minare la fiducia delle popolazioni civili, non fermare i militari. Pensiamo alle mine in forma di giocattolo per attirare e mutilare i bambini o quelle invisibili in  forma di foglia (le più temibili, chiamate  a farfalla, di fabbricazione russa). Il male per il male, senza possibili scusanti. E non sono i terroristi che le usano, ma anche gli eserciti regolari.

    Un’altra riguarda un’esercizio di sequestro simulato per aiutarci a sopravvivere un sequestro: poche ore, ma pur sapendo che è un esercizio e che finirà presto, la privazione di libertà, gli abusi e gli sforzi fisici cui si è obbligati le rendono insopportabili. Ci si rende conto sulla propria pelle di quanto sia limitata la resistenza umana al dolore, quasi nulla, e di come siamo fragili e indifesi.

    Solo dopo poche ore di simulazione mi sono reso conto di cosa possa significare essere privati della libertà, senza sapare quando finirà e temendo che ogni momento possa essere l’ultimo della tua vita. L’inferno in terra.

    Con tutto cio’, alle misure di sicurezza, all’emergenza e al pericolo ci si abitua, si impara a farci fronte, anche se davvero preparati non si è mai.

    Quando anni fa viaggiai per la prima volta in Libano e in El Salvador, paesi per me sinonimo di guerre civili (negli anni ottanta erano gli scenari «neri» del mondo) chiedevo a molti cosa significava averla vissuto, una guerra civile. La risposta di solito era del tipo «è stato duro, ma la vita continua: ti butti a terra, sventoli una bandiera bianca, e quando puoi ti rialzi».

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    Non dimentichiamo che sono in pochi a poter fuggire da una guerra: in milioni ci restando dentro, e devono continuare a vivere, come possono e come riescono.

    E l’essere umano si deve adattare, per forza.

    Islamabad, 24 luglio 2016.

  • Diario pakistano – numero ventidue: Ramadan

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    La settimana scorsa, lunedi’, è iniziato in tutto il mondo islamico il Ramadan (in Pakistan, Ramzan, in urdu).

    Il Ramadan è un mese molto speciale e seguito strettamente da tutti: nulla a che vedere con la nostra quaresima, ormai osservata solo da pochi intimi.

    Il digiuno durante il mese di Ramadan si segue strettamente: tre le tre e mezza del mattino, ora entro cui si deve fare colazione (sehri in Pakistan) e le sette e venti della sera, ora in cui si puo’ cenare (dopo la preghiera) nell’iftar non è consentito nemmeno bere un bicchier d’acqua. Quando come in questi anni miei in Pakistan il Ramadan, fissato seguendo il calendario lunare musulmano, cade nei mesi più caldi (maggio e giugno), osservarlo è un vero tour de force. Resistere senz’acqua a temperature di quaranta – quaranticinque gradi è una vera tortura.

    Ufficialmente, non si smette di lavorare, ma gli orari forzati dal Ramadan e pasti sballati e mal intercalati provocano, uniti al gran caldo, uno stato di torpore permanente che rallenta ulteriormente i tempi e diminuisce ancora le già ridotte performance lavorative.

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    Di fatto, nel mese di Ramadan non si possono convocare riunioni, organizzare eventi che non siano serali (e con cena): dal punto di vista operativo, è un mese vuoto.

    L’osservazione del digiuno è uno dei cinque pilastri dell’Islam: gli altri quattro sono la professione di fede, le cinque preghiere giornaliere l’elemosina ai bisognosi (zakat) e il viaggio alla Mecca (haj). In una religione che non ha battesimo o sacramenti iniziatici, l’osservazione di questi cinque principi ti rende musulmano, senza che qualcuno lo debba necessariamente certificare.

    Il fatto che i cinque pilastri ti rendano musulmano, fa si’ che la loro osservazione sia parte integrante della stessa, non un optional per i devoti.

    Gli anziani che non se la sentano, i malati o le donne incinta sono esonerate dal ramadan, ma nel secondo caso dovranno osservarlo, da soli, una volta guariti.

    Non esiste in Pakistan un organismo che controlli chi osserva il digiuno, una specie di polizia religiosa come in Iran. Anzi, il principio islamico è che la responsabilità di osservare i riti ricada nella coscienza del singolo. Un’altra follia talebana e wahabita quella di controllare e imporre l’osservanza delle regole con la violenza.

    Nella pratica, è molto mal visto infrangere queste regole e chi lo fa deve farlo in privato: un musulmano puo’ sopportare l’idea che un altro non le osservi (problema di coscienza suo), ma scandalizza che lo si faccia in pubblico, come con il consumo di alcoolici. Questo vale anche per i non musulmani, cui il buon senso consiglia di non consumare i pasti alla vista di musulmani a digiuno. Comunque caffè e ristoranti sono chiusi, aprono e si riempiono alle tre di mattina e dopo le sette di sera.

    Il Ramadán porta con sè molta tranquillità, a volte usata dai terroristi per colpire a tradimento (gli attacchi terroristici sono più frequenti al venerdi’, giorno della festa religiosa). Le persone dormono poco la notte, con quella colazione molto sostanziosa da prendere entro le tre e mezza (e da preparare prima) e sono assonnate la mattina. Vivacchiano e poi di solito passano il pomeriggio in casa, dormendo, per prepararsi a una lunga notte con cibo.

    Dal punto di vista sanitario queste regole, mutuate dalla vita nel deserto d’Arabia, sono un autentico disastro: niente liquidi e grandi quantità di cibo grasso  e zuccherino tutto la sera: i dietologi guardino dall’altra parte.

    Mi risulta difficile valutare sino a che punto il Ramadán sia qualcosa di religioso o culturale: da scettico europeo, ne noto più gli effetti deleteri (sul lavoro, la salute, l’efficienza) che quelli positivi in termini di meditazione, spiritualità e religione: come potrei valutarli? Le più di mille persone morte l’anno scorso per la coincidenza tra l’inizio del Ramadan e temperature di cinquanta gradi mi sembrano un’assurdità, e credo sarebbe del tutto ragionevole permettere almeno a chi lavora il consumo di acqua.

    Alla conclusione del Ramadan avviene l’Eid, che è un momento particolare, nel quale si deve dar da mangiare a chiunque si presenti alla tua porta (inteso la famiglia e i poveri del quartiere). Per molti, è l’unica volta all’anno che consumano carne (d’agnello o pecora). E’ una manifestazione della dimensione caritatevole che indubbiamente esiste nella religione islamica.

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    A me sembra che il Ramadan risulti un camicia di forza: chi l’ha vissuto in altri paesi, come Sudan o Afghanistan, trova che in Pakistan non sia osservato cosi’ strettamente come là.

    L’anno scorso, le cene di Iftar mi traumatizzarono: ero invitato a una ogni sera (l’iftar è un momento di grande socialità) e all’inizio non ne conoscevo i meccanismi. Notai che in un paese dove ritardi di uno – due ore sono normali, in occasione di quelle cene alla sette, sette e dieci arrivano tutti. Alle sette e un quarto tutti seduti, su tavole imbandite con datteri, latte, dolci, bevande zuccherate: sono i primi alimenti che si mangiano di fretta al momento della rottura del digiuno, per mettere qualcosa nel corpo. Questi alimenti si pososno sgranocchiare durante la prima preghiera.

    Alle mie prime cene credevo che di questo si trattasse, per cui mangiavo questi alimenti improbabili come se fossero piatto unico: salvo accorgermi dopo che arrivava tutto il resto: decine di piatti in un’autentica orgia culinaria. Vedere le foto.

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    Quest’anno ho deciso che limitero’ al massimo le cene di Ramadan, l’anno scorso mi trovai addosso qualche chilo indesiderato proprio prima dell’estate (alla faccia del digiuno!). Altro accorgimento se non si puo’ evitare l’invito è andare, salutare e non mangiare, cenando dopo a casa qualcosa di leggero invece delle cinquemila calorie dell’Iftar.

    Sarà la gente più buona e religiosa durante il mese santo? Siamo noi più buoni a Natale e fine anno? Chi lo sa. La dimensione familiare aiuta di certo, ma la mia impressione è che in fondo siamo sempre noi, con i nostri difetti, i nostri limiti, le nostre manie. Ma anche se affascinato dal senso religioso e dalle religioni, non sono un praticante di ferro, per cui tendo a un certo scetticismo nei confronti della ritualità.

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    Ricordo pero’ che m’impressiono’ l’allegria e festosità del mio primo Eid, che vissi in Marocco quando i miei genitori vivevano là: era qualcosa di speciale, di vissuto, non una festa qualsiasi.

    Se poi dipendesse da me, direi che basterebbe decretare un po’ di moderazione nel cibo e sarebbe abbastanza sacrificio, quantunque simbolico. Ma non è la loro forma di essere nè di ragionare.

    Islamabad, 12 giugno 2016.

  • Diario pakistano – numero ventuno: emigranti in arrivo e in partenza

    Uno degli aspetti del mio lavoro in Pakistan che ha acquisito più importanza nell’ultimo anno è quello del flusso di migranti tra questo paese e l’UE, regolato da un accordo detto di riammissione, concluso appunto dall’UE.

    Non si tratta di un’area tradizionale dell’attività internazionale dell’UE, centrata fino al trattato di Lisbona soprattutto sulla promozione degli scambi commerciali e la cooperazione allo sviluppo (intesa come facilitatrice degli stessi nell’interazione coi paesi in via di sviluppo).

    La competenza sull’accesso al territorio deriva dal trattato di Amsterdam del 1997, probabilmente il meno noto dei trattati fondatori europei, schiacciato com’è tra Maastricht, Nizza e poi il dibattito costituzionale. Uno dei contributi principali di quel trattato fu l’inserimento del trattato di Schengen in ambito UE, all’interno di quello che in gergo europeo si chiama(va) il primo pilastro, gestito dalla Commissione Europee.

    Nasce il cosiddetto spazio «degli affari interni e penali» all’interno dell’Unione Europea, che regola il movimento dei cittadini europei al suo interno, uno spazio non più solo economico ma anche giuridico. Una conseguenza è che l’estradizione tra paesi europei diviene automatica, rendendo obsolete situazioni precedenti che bloccavano ad esempio per mesi o per anni gli arresti tra un paese e l’altro dell’UE (ricordate i brigatisti o i membri di ETA che si rifugiavano in Francia? Quella situazione non esiste più, il territorio europeo è divenuto un «unicum» nel quale le frontiere non sono più una barriera all’espletamento del diritto). E’ uno dei tanti aspetti utili dell’UE di cui non si parla perchè rompe con l’idea acquisita che «l’Europa non serva a niente», ma di cui  i professionisti della materia sono ben consci: è stata una vera e propria rivoluzione.

    Un’altra conseguenza di tale «spazio di movimento» è quella che le istituzioni europee hanno acquisito la competenza per concludere accordi che regolano le modalità di rimpatrio delle persone sorprese in territorio europeo in situazione irregolare (senza status di residente o visto in vigore, quello turistico dura tre mesi).

    Sono le forze dell’ordine e i sistemi giudiziari nazionali quelli che fanno applicare queste regole (l’UE non ha forze dell’ordine e tribunali propri), ma le regole sono europee. Per cui l’ambasciata dell’UE, quell’illustre sconosciuta al grande pubblico che è il mio spazio di lavoro, si occupa anche di vigilare che il funzionamento di tale accordo con le autorità del paese partner siano rispettate.

    Dagli anni duemila l’UE ha concluso un certo numero di questi accordi di riammissione, che essenzialmente regolano cosa succede a un cittadino non UE quando si constata che non possiede uno status legale che ne giustifichi la presenza nei nostri paesi: che procedure seguire per l’accertamento della nazionalità e poi l’espulsione, che va sempre concordata con lo Stato d’origine: contrariamente a quando a volte si crede, non si puo’ espellere qualcuno se non verso il suo paese e in modo regolato, impossibile accompagnare qualcuno alla frontiera e dargli un calcione, che se ne occupi qualcun altro.

    La Commissione Europea ha sinora concluso accordi di questo tipo con i seguenti paesi: Russia, Pakistan, Sri Lanka, Ucrania, Cina (compresi Macao e Hong Kong), Albania, Macedonia, Serbia, Montenegro, Bosnia – Erzegovina, Moldavia, Georgia, Armenia, Azeirbajan, Turchia e Capo Verde.

    Restano da concludere quelli con Algeria, Tunisia, Marocco.

    Gli accordi sono stati inizialmente conclusi con i paesi dell’Est dell’Europa, di cui abbondavano i nazionali irregolarmente nel nostro territorio, e poi anche altri paesi più lontani con situazioni simili (Pakistan, Sri Lanka, ma non Bangladesh; quelli del Magreb, ma non la Libia). Mancano i paesi africani, l’Afghanistan, la Siria e l’Iraq, divenuti d’attualità negli ultimi anni. Non è necessario concludere accordi con paesi il cui numero di nazionali irregolari sia minimo (perchè il gioco non varrebbe la candela) o il cui sistema amministrativo sia totalmente affidabile e non si nasconda dietro scuse per evitare un rimpatrio: se uno statunitense non è in regola e si giunge all’espulsione, si è ragionevolmente sicuri che le autorità americane se ne faranno carico, ad esempio.

    Per concludere questi accordi bisogna che lo Stato controparte sia interessato e disponga d’una struttura  amministrativa minimamente affidabile che permetta lo scambio d’informazioni su basi certe. Questo spiega perchè con Siria, Iraq e Libia non si sia in grado di completare accordi di questo tipo,

    Qual’è il vantaggio degli accordi, quando esistono? Che creano un obbligo di riammisisone, rispettate le regole previste e permettono di pianificare i rientri. E che i 28 paesi dell’UE non debbono più negoziare accordi bilaterali per loro conto, che risulterebbe dispersivo, confuso e incompatibile con il diritto europeo (che assicura la libera circolazione nello spazio Schengen a un extracomunitario «in regola»).

    Le persone di paesi «meno affidabili» con cui non esistono accordi rimangono soggette a espulsione, ma si dipende dalla buona volontà e dai tempi del paese d’origine nel volerle riprendere. Quando l’accordo esiste, abbiamo basi giuridiche per esigerlo.

    In questo campo, siamo quindi in presenza esattamente del contrario di quello che si propaganda in molti media: la dimensione UE crea un valore aggiunto ed economie di scala, i nostri paesi sarebbero in situazione molto peggiore se tali accordi non esistessero.

    Quando un paese si trova in situazione di guerra o di grande insicurezza, come Siria, Iraq e Afghanistan, chi viene da questi paesi ha più alte probabilità di riunire i requisiti per l’asilo, regolati dal protocollo di Dublino, che incarica lo stato d’arrivo nell’UE dell’analisi iniziale della richiesta: protocollo pensato per numeri molto piùu limitati degli attuali, quelli delle guerre balcaniche.

    Un cittadino di altro paese, non in guerra di per sè, ha pero’ sempre il diritto individuale di richiedere asilo, e che la sua richiesta sia analizzata dai paesi europei (uno solo, la sua decisione ha valore anche negli altri membri dell’UE, per evitare il «shopping» di richieste di asilo).

    Per questo, negli ultimi tempi le autorità dei vari paesi hanno cercato d’accelerare le pratiche per le quali esiste alta probabilità di rifiuto dell’asilo: di un pakistano o srilankese, per esempio. Ma la richiesta d’asilo non puo’ essere rifiutata sul posto, perchè possono esistere cause individuali di persecuzione che vanno analizzate anche in paesi più «sicuri».

    Per siriani, iracheni, afgani (e eritrei) esiste un’alta possibilità di accoglimento della domanda, il che da luogo a un accoglimento temporaneo, che genera diritti simili alla residenza ma su un orizzonte temporale più corto, da rivedere alla luce delle circostanze nella zona d’origine. L’anno scorso l’UE accordo’ l’accoglimento di 160.000 di loro, da ripartirsi tra i vari paesi, anche se parecchi stati dopo l’accordo hanno cominciato a guardare altrove. Sono comunque numeri minimi rispetto al numero di rifugiati accolti in Giordania, Turchia o nello stesso Pakistan, che da trent’anni accoglie un milione e mezzo di afghani, che furono tre durante la guerra aperta. Sono numeri che dovrebbero farci riflettere, perchè ridimensionano parecchio le nostre lamentele.

    Nel 2014, nell’UE entrarono irregolarmente 276.113 persone, un 138% in più rispetto all’anno prima. Non disponiamo dei dati del 2015, ma superano il milione. Esiste un’emergenza migrazioni? Si’, perchè l’aumento d’entrate è molto significativo, ma stiamo parlando di numeri che pur mettendo a prova i nostri sistemi istituzionali sarebbero affrontabili se si prescindesse da campagne di disinformazione interessate e da campagne politiche che pescano nel torbido, mescolando cose che c’entrano poco e facendo di tutta l’erba un sacco: non è lo stesso accogliere famiglie siriane in fuga dalla guerra che africani o pakistani in cerca di lavoro.

    Quali sono i numeri riguardanti il Pakistan? Dal 2008 al 2014 sono entrati irregolarmente nell’UE 157.845 pakistani, soprattutto in Grecia e Gran Bretagna (97.420, solo 4495 in Italia). L’accordo con l’UE è stato firmato nel 2010, e entrato in vigore nel 2013: fino al 2012, si riusciva a rimpatriare circa il 25% di loro, grazie all’accordo siamo al 54%.

    Perchè non 100%? Perchè il processo d’accertamento della nazionalità è lungo e pieno di difficoltà  e perchè comunque molti chiedono l’asilo politico per guadagnare tempo. L’accordo con il Pakistan è pero’ quello che funziona meglio, e senza di esso il numero di stranieri irregolari che rimangono nell’UE sarebbe superiore.

    Molto spesso, il migrante che entra illegalmente, cioè via frontiere terrestri e marittime e senza visto butta via il passaporto per non essere identificato e ritardare il rimpatrio, o lo stesso gli viene requisito dalle organizzazioni che in Europe lo portano: un viaggio dal Pakistan all’Europa via terra costa tra i 5000 e 6000 euro, di solito anticipati dalle famiglie, e chi è stato espulso cerca di ritardare al massimo l’esplusione per ammortizzare quei costi.

    L’annuncio d’accoglimento nei confronti dei siriani ha stimolato altri a farsi passare per tali, e tutto il tempo che passa nel processo d’identificazione è tempo guadagnato, durante il quale gli «irrgeolari», se non detenuti, possono guadagnare qualcosa.

    Nell’autunno 2015, a fronte dell’arrivo massiccio di siriani ed iraqeni, le autorità politiche dell’UE hanno deciso di stringere le corda degli accordi esistenti: quello con il Pakistan funzionava più o meno bene, ma gli annunci fatti di espulsioni massicce di pakistani dall’Europa ha avuto per effetto un irrigidimento del governo pakistano, che ha introdotto nuove regole, più stringenti e non più compatibili con l’accordo bilaterale, prima d’accettare i propri cittadini. A questo si è sommato l’aspetto «islamofobia», con il governo pakistano che ha incominciato a dire che l’Europa pretendeva d’espellere i pakistani senza seguire regola alcuna (un falso) perchè «musulmani».

    In questo quadro, noi eravamo presi in mezzo: tra i populismi degli uni e degli altri, le espulsioni annunciate (come se i rimpatri non avvenissero già) e le minacce dell’altra parte, dovevamo evitare il naufragio facendo navigare la barchetta in nostro possesso.

    Il Pakistan ha preteso che per riprendersi i propri connazionali essi dovessero avere un passaporto digitale e un numero d’identità nazionale (la seconda condizione non era prevista nell’accordo): questo lascia fuori un 20% della popolazione pakistana che tale numero d’identità non ha (non tutti sono nell’UE, pero’).

    Abbiamo rinegoziato tempi e modalità della verfica della nazionalità e da gennaio i rimpatri, bloccatisi per qualche mese, sono ripresi, al ritmo di una cinquantina di persone al mese, trasportate in Pakistan con un volo charter Frontex, nel quale confluiscono gli espulsi dai vari paesi UE. Il Pakistan deve accettare i nominativi uno per uno due settimane prima del volo: i nostri paesi pretendevano di dare loro 24 ore di tempo, il Pakistan voleva un mese, abbiamo negoziato due ragionevoli settimane perchè facessero le loro verifiche.

    Un volo Frontex non puo’ contenere più d’una cinquantina di persone, perchè ogni persona dev’essere accompagnata da due poliziotti e dev’essere presente anche personale medico per evitare problemi di quel tipo: l’aereo si riempie cosi’.

    Con informazioni precise in nostro possesso, possiamo quindi dire che il sistema di rimpatrio, nel caso del Pakistan, funziona discretamente, con numeri limitati ma sotto controllo, e che più della metà dei pakistani rientra in tempi ragionevoli, per altri ci vuole più tempo. Il sistema di regole ha certe componenti di pesantezza e non è privo di costi, ma è sotto controllo.

    Nel caso dei paesi africani, con cui accordi di questo tipo non esistono e che riguardano più direttamente l’Italia la situazione, è più complessa e dipende in buona misura dalla buona volontà del paese d’origine, aprendo spazi all’arbitrarietà.

    L’Unione Europea è oggetto d’un invasione da parte di cittadini di altri paesi? No, altre zone del mondo sono molto più colpite da questo fenomeno, ma i numeri sono preoccupanti anche perchè, a differenza di altri, come europei e paesi democratici che sono siamo tenuti al rispetto di regole. Non buonismo, ma regole, dimensione che spesso i populisti dimenticano.

    Il recente accordo con la Turchia, di cui ho parlato qui, (http://wp.me/p1GVIu-sd) e che è perfettibile, ma necessario per implicare la Turchia nel controllo delle nostre frontiere, crea la nuova situazione di espulsione non verso i paesi d’origine, ma verso la Turchia. Coloro che riuniscono i requisiti per l’asilo politico continueranno a poter farne richiesta e se qualficati l’otterranno da parte dell’UE: è quindi fuori luogo l’argomento tale accordo sarebbe in violazione del diritto internazionale.

    L’attualità del nostro lavoro è ben diversa da quella di periodi passati nei quali la promozione del commercio e la gestione dei programmi di cooperazione erano la nostra principale attività: l’attività di un diplomatico europeo deve per forza seguire l’evoluzione dell’integrazione europea e dei suoi rapporti con il resto del mondo: oggi, i movimenti di popolazione ne costituiscono una parte importante.

    Vista dal di dentro, la realtà è più complessa e certamente meno disastrosa di come la si racconta senza tenere in conto il quadro globale: gli strumenti esistenti sono migliorabili, ma funzionano, certamente quelli di cui sono chiamato ad occuparmi: tutto il contrario della facile «boutade» dell’»Europa che non esiste».

    Islamabad, 16 maggio 2016.

  • Diario pakistano: numero venti – giustizia è fatta

    Abbiamo vissuto gli ultimi mesi sotto la minaccia d’una spada di Damocle di quelle che non ti aspetti. La storia che raccontero’ oggi mi servirà anche ad illustrare alcuni degli aspetti più controversi del sistema giudiziario di questo paese e a capire il contesto e i rischi cui sono esposte costantemente la maggior parte delle persone.

    Circa tre mesi fa, ci fu un giorno abbastanza agitato a casa nostra: sentivamo che la coppia che lavora da noi, John, che è soprattutto cuoco ma anche autista e sua moglie Tara, che si occupa delle pulizie, riceveva molte chiamate telefoniche. Quando abbiamo chiesto di cosa si trattasse, ci è stato detto che un loro amico aveva avuto un infarto.

    La mattina dopo, li abbiamo trovati in lacrime in cucina: con la voce rotta dal nervosismo, ci hanno raccontato che la polizia li accusava di….omicidio.

    L’amico in questione risulta che era il loro cognato, marito della sorella di Tara, che apparentemente non aveva avuto un infarto ma si era impiccato la sera prima. Il padre del deceduto, d’accordo con la prima moglie (la sorella di Tara è la seconda) accusava i nostri due d’aver prima ucciso il figlio e poi simulato il suicidio.

    Conoscendo le persone in questione la storia risultava molto poco verosimile: ma bisogna capire il contesto locale. Il deceduto era musulmano, come la prima moglie e ovviamente il padre accusatore. La seconda moglie una cristiana convertita al momento del matrimonio, cosi’ come i nostri impiegati.

    Anche se in teoria tutti  uguali davanti alle legge, appartenere a una minoranza religiosa ti rende molto fragile e vulnerabile in questo paese.

    Una parentesi sulla situazione dei cristiani in questo paese, di cui si è parlato abbastanza di recente in Europa soprattutto a causa della bomba di Lahore a Pasqua, un po’ frettolosamente definita anti – cristiana anche se ha ucciso molti più musulmani che cristiani (e soprattutto tanti bambini che erano al luna park, 29).

    La loro situazione, come del resto quella di tutte le minoranze, comprese quelle musulmane, in questo paese a stragrande maggioranza sunnita è complicata, perchè  a una teorica uguaglianza rispetto alla legge e rispetto dei diritti come per qualsiasi cittadino pakistano corrisponde in realtà una chiara discriminazione, che rende le loro vite molto precarie.

    Se al momento della sua nascita nel 1947 il Pakistan di Jinnah era si’ musulmano, ma laico ed aperto a tutte le religioni (da qui la bandiera verde a raffigurare l’Islam, con il bianco come simbolo di tutte le altre), alla visione laica e tollerante dei primi anni (non dimentichiamo che il Pakistan come idea nasce dalla volontà di sfuggire a una potenziale situazione di oppressione religiosa nella nascente India indipendente a maggioranza induista, quindi nella visione originale allo statuto privilegiato dell’Islam nel paese doveva per forza corrispondere la tolleranza religiosa che nelle intenzioni del fondatore del paese, il laico Muhammad Jinnah) è presto seguita, morto Jinnah già nel 1948, un progressivo allineamento con posizioni islamiche sempre più conservatrici.

    Quali le ragioni? Da una parte il fatto che i militari hanno preso progressivamente il controllo del paese, e per rafforzare la loro legittimità hanno stretto un’alleanza con i mullah, che hanno dato al loro potere una patina di rispettabilità religiosa. Sin dai primi anni, sono stati introdotti emendamenti alla Costituzione che hanno rafforzato la preminenza dell’Islam sulle altre religioni, sconvolgendo il disegno laico originale dei padri fondatori.

    Persino il presidente laico Zulfikar Ali Bhutto, che fu presidente e primo ministro negli anni settanta e che rappresentava la corrente modernista e secolare molto forte in quegli anni nel mondo islamico (Nasser, il partito Baath) essendo d’origine sciita gioco’ la carta religiosa, introducendo alcune pratiche che continuano sino ad oggi, come la sorprendente esclusione dalle liste elettorali degli appartanenti alla setta ahmadi, un ramo non riconosciuto dell’Islam: cittadini pakistani senza diritto di voto per compiacere i mullah conservatori, che li considerano eretici.

    La dittatura del generale Zia-ul-Haq, profondamente devoto e legato all’Arabia Saudita, che mandarà a morte Bhutto, rafforzerà i legami con Riad e con la versione wahabita dell’islamismo sunnita, che farà sempre più breccia in Pakistan dagli anni settanta in poi. Nel 1971, la frattura tra Pakistan occidentale e orientale (l’attuale Bangladesh) aveva privato il paese della comunità islamica orientale, più tollerante, e ridotto il paese alla sua parte occidentale. A partire da quel momento, un flusso costante di lavoratori pakistani si dirige verso l’Arabia Saudita, creando un filo doppio tra i due paesi (rimesse emigranti, sostegno economici della casa Saud al  Pakistan rafforzatosi ulteriormente da quando il Pakistan sviluppo’ l’arma nucleare, a fine anni settanta). Riad considera Islamabad la sua garanzia nucleare anti – iraniana (si tratta dell’unico paese nucleare islamico).

    Tutto questo per dire che gli ultimi decenni hanno visto aumentare il predominio d’un islamismo sunnita sempre meno tollerante nei confronti delle altre scuole coraniche, quando il ramo dominante storicamente in questa parte del mondo islamico era il sufismo, tollerante e con grande valenza culturale, specie nel campo della poesia. Anche l’idea multireligiosa del Pakistan è stata sostituita da un’interpretazione sempre più rigida dell’islamicità inclusa nel nome «Islamic Republic of Pakistan».

    Chi sono i cristiani del Pakistan? Sono essenzialmente concentrati nel Punjab, attorno a Lahore, e sono i discendenti di induisti o musulmani di casta bassa (si pensi che questo paese era India sino al 1947) convertitisi al cristianesimo per rifuggire l’oppressione castale che li teneva ai margini della società.

    La società pakistana mantiene al suo interno un rigido sistema di casta, quantunque non più ufficiale, a differenza dell’India, dove le caste sussistono e hanno una precisa lettura istituzionale mediante il sistema delle quote e il sistema d’elezione per casta in certi distretti elettorali.

    In pratica, questo significa che i cristiani, più che per ragioni strettamente religiose, sono al fondo della scala sociale perchè da sempre vi appartenevano, senza che la conversione al cristianesimo ne abbia migliorato la situazione.

    I cristiani sono, assieme agli induisti rimasti in Pakistan, i più poveri dei poveri: si dedicano ai lavori più umili, non hanno possibilità d’ascensione sociale o professionale e mai un musulmano acceterebbe che un suo figlio/a si sposasse con uno di loro.

    Spesso sono cristiani coloro che lavorano per stranieri: in questo modo loro rifuggono dai maltrattamenti riservati loro per essere «gli ultimi della classe» e noi siamo meno costretti dai rigidi costumi islamici che porterebbero domestici musulmani: tipo che non potrebbero convivere con alimenti per loro impuri, come alcoolici o insaccati, o una donna non potrebbe girare per casa in mia presenza.

    L’emarginazione dei cristiani è quindi una realtà, ed ha portato a mostruosi eccessi come incendi di chiese, massacri in quartieri cristiani e linciaggi di cristiani accusati spesso pretestuosamente di blasfemia, ma ha natura più sociale che religiosa, e si estende anche ai membri di altre confessioni religiose.

    Più che di un problema «anti  cristiano» come piace a molti descriverlo in occidente, siamo in presenza d’una società sempre più asfissiante per chiunque non risponda a un’ortodossia religiosa accettata come dominante: è un filo sottile di differenza che conta pero’ parecchio, anche per orientare le azioni a tutela delle minoranze che come Unione Europea sosteniamo in questo paese, spesso in totale solitudine e in prima linea (cosa non esente da rischi, perchè qualsiasi atto o dichiarazione intesa come non islamica puo’ portare a reazioni scomposte ed estreme). Si tratta quindi di un difficile cammino sulle uova, dove le dichiarazioni roboanti che a qualcuno piace fare al sicuro nei nostri paesi possono divenire motivo di serio pericolo qui. Una cosa da poco come riprodurre una vignetta di Charlie Hebdo sul tuo profilo Facebook ad esempio, cosa da non fare quando vivi in un paese come questo (anche perchè provocazione conroproducente).

    Per tornare al caso dei nostri John e Tara, si puo’ capire il loro panico: la pena prevista per omicidio è l’impiccagione, e come cristiani accusati da musulmani si trovavano in una posizione di fragilità assoluta.

    Tra l’altro io pensavo che l’accusatore fosse persona socialmente dello stesso livello loro, solo per poi scoprire che trattavasi invece di un direttore in un ministero, quindi un potente rispetto a loro, che sono meno di nulla in questa società.

    L’oggetto del contendere erano la proprietà della casa e certi risparmi, che il suicida avrebbe lasciato alla seconda e non alla prima moglie. ma credo che influisse l’origine cristiana della seconda moglie, che nessuna conversione puo’ alterare (succede anche con l’induismo, che non accetta le conversioni, cosa non capita da molto occidentali che «impazziscono » con l’India, pensando di poter divenire parte di un sistema che li rifiuta per quante ashram frequenti e yoga pratichi).

    Loro si sentivano quindi perduti, del tutto incapaci di reagire a un problema più grande di loro, il terrore di ogni cristiano o minoranza in questo paese: essere accusati di fronte alla giustizia da persona più potente di loro.

    Un inciso sul sistema giudiziario: sia in India che in Pakistan, e soprattutto nel secondo caso, la giustizia è un mero riflesso dei rapporti di potere impliciti nella società: un caso giudiziario quasi sempre finirà a favore del più ricco, che potrà comprare i giudici o anche senza farlo godrà della sua rispettabilità, che lo farà prevalere. Anche in caso di colpa manifesta, gli basterà pagare una somma riparatrice alla parte lesa per venirne fuori indenne.

    Per questo motivo in Pakistan non esiste nessuna fiducia nella giustizia «moderna», vista come un’imposizione britannica (tra l’altro, le leggi sono scritte in inglese, lingua che la maggior parte della popolazione conosce molto male) e i cittadini ignorano completamente quali siano i loro diritti e il contenuto delle leggi. I potenti vincono sempre, punto.

    In questa chiave va capito l’uso della legge coranica: in Pakistan coesistono tre tipi d’ordinamento. La legge moderna, in inglese, eredità delle leggi coloniali britanniche spesso ancora in vigore; la sharia o legge coranica, derivata dal Corano; le leggi tribali, usi e consuetudini ataviche con valore di legge (tipo il diritto di un clan di uccidere per ritorsione chi ha ucciso qualcuno appartenente al clan, situazione che la legge non persegue ulteriormente).

    In Occidente esiste una versione distorta dell’uso della Sharia, cui si attribusicono comportamenti aberranti che appartengono invece alle leggi tribali, che prevalgono sulle altre in certe parti del paese. Tendiamo a considerare la Sharia un orrore, quando in realtà essa è spesso ben vista dalle popolazioni locali perchè meno corrotta e paradossalmente meno oppressisva rispetto alle leggi tribali, spietate con le donne ad esempio e quella occidentale amministrata in modo corrotto.

    Quando in Occidente si parla di uso della Sharia si pensa a un’imposizione oppressiva: nel nostro caso lo sarebbe, ma in certi segmenti della società pakistana è in realtà un sollievo rispetto alle degenerazioni degli altri sistemi legali. Sorprendente, vero?

    Il caso di John e Tara partiva quindi da premesse pessime. Chiamammo subito i nostri uomini della scorta perchè s’informassero dei dettagli: prima al commissariato ad ottenere una copia della denuncia, poi in cerca di un avvocato.

    Da parte nostra, abbiamo pagato il bail, cauzione per evitare che fossero arrestati (è in fase di carcere preventiva che le peggiori anomalie si producono, perchè la polizia estorce confessioni con la forza) e io ho scritto al giudice una lettera assicurando che essi si trovavavo a casa nostra al momento dei fatti loro imputati.

    In questo modo non sono stati arrestati, ma per diverse settimane sono dovuti andare in tribunale a prestare «dichiarazioni». Un giorno non si presentava il giudice, un giorno l’avvocato loro, un giorno l’avvocato avverso. Dopo un paio di mesi di patemi, il giudice ha deciso che sarebbe stato necessario attendere i risultati dell’autopsia, che finalmente, la settimana scorsa, ha confermato che il suicidio era stata la causa della morte e che non esistevano segni di collutazione precedente.

    Il sollievo nel volto di una persona prosciolta dall’accusa d’omicidio è certamente qualcosa di speciale.

    Da parte nostra, mai abbiamo dubitato che fossero assolutamente capaci di compiere cio’ di cui erano stato accusati: ma il caso ci ha rivelato i rischi e fragilità di un sistema giudiziario nel quale pregiudizi e potere contano più della legge.

    Certo, pur con tutta la nostra fiducia, se per un istante chiudi gli occhi e pensi che avrebbe potuto essere vero ti cambiano le prospettive.

    In realtà, prosciolti in tre mesi non è poi male, va più per le lunghe in Italia: rimangono l’arbitrarietà dell’accusa e il sospetto che il mio intervento come «ambasciatore» quindi ai loro occhi un «potente» anche se esterno al loro sistema sia stato decisivo.

    Se fossero stati da soli, il caso avrebbe senz’altro seguito un’altra via, anche per la loro assolutà ignoranza in materia e impossibilità di pagarsi buoni avvocati.

    La soddisfazione rimane quindi limitata, e i problemi restano: non per nulla uno degli ambiti prioritari della cooperazione dell’Unione Europea con questo paese tocca la «rule of law» e il miglioramento del funzionamento della giustizia civile e penale. Ma il peso che rimane preponderante di leggi tribali e abitudini scritte nel DNA di questa società, nonchè la scorciatoia dell’affidare alle corti militari un ruolo straordinario per far fronte al terrorismo inteso in senso lato (nella pratica, ogni caso che loro piaccia considerare come tale) rende i progressi in quel campo molto modesti. Un progetto di «accesso alla legge» nella provincia del Punjab per diffondere informazione sui diritti essenziali alla popolazione meno familiarizzata con essa nelle lingue locali sta comunque dando buoni risultati.

    Islamabad, 9 maggio 2016.

  • Diario pakistano, numero diciannove, tra Bruxelles e Lahore

    Ho passato la settimana di Pasqua a Madrid con la famiglia: purtroppo, non è stato un periodo di buone notizie, con tremendi attentati terroristici che hanno colpito due luoghi centrali della mia vita, la Bruxelles comunitaria e Lahore, una delle città nelle quali mi reco più spesso qui in Pakistan, visto che è la principale del paese, assieme a Karachi.

    Nei giorni scorsi ho pubblicato un’inquadramento dell’attentato di Lahore su Facebook, reagendo ai primi flash d’agenzia che nel caso italiano parlavano subito di strage di cristiani. Mi stupiva che che la stampa internazionale e quella pakistana non si facessero eco di tale matrice, e l’italiana, fondandosi su portavoce della comunità cristiana, lo facessero a pochi minuti dall’esplosione.  Conoscendo la dinamica abituale di tali azioni, e il contesto nel quale si svolgono, ho controproposto una versione che si è rivelata esatta, pubblicata sugli Stati Generali, che riprendo qui:(http://www.glistatigenerali.com/terrorismo/strage-di-pasqua-a-lahore-cosa-e-successo/):

    (L’esplosione di un attentatore suicida a Lahore (Pakistan) è stata nel posteggio del parco Gulshan-i-Iqbal, molto frequentato da famiglie essendo il giorno festivo. Le vittime mortali sono sinora almeno 72 (i feriti 280). Il bilancio è stato moltiplicato dall’assembramento di folla per il festivo e dall’assenza di misure di sicurezza nel parco, cosa non del tutto anormale visto che non si tratta di un obiettivo abituale.

    L’attentato è stato sinora rivendicato dal TTP, il principale gruppo di talebani del Pakistan, e da un gruppo dissidente, Jamaat-ul-Ahrar. Rivendicazioni molteplici sono abituali in questi casi, perché esiste una macabra competizione interna tra gruppi terroristici per ottenere prestigio e risorse. I TTP non sono affiliati a Daesh/ISIS, non mi risulta che nemmeno Jamatul ma non ho sicurezza su questo secondo dato. Il loro califfo non è Al Baghdadi ma Mansur, il successore del mullah Omar, entrambi afghani.

    Una precisazione sulla presenza di ISIS nel subcontinente indiano, che include il Pakistan: Daesh è una franchigia, come lo era Al Qaeda: non un’organizzazione centralizzata, ma una rete di gruppi che dichiarano la loro sottomissione a un califfo. Attualmente ci sono due califfi: Al Baghdadi, iracheno, leader di ISIS (ex- Al Qaeda in Iraq) e Akhtar Mohammad Mansour, successore del Mullah Omar come leader dell’emirato afghano, cui prestano obbedienza anche i gruppi pachistani. Salvo alcuni gruppi dissidenti, che per smarcarsi nella lotta interna in Pakistan e Afghanistan e attirare militanti e risorse grazie al “fascino” della marca ISIS hanno dichiarato la loro fedeltà a Al Bagdhadi.

    In realtà, pochi pakistani ed afghani combattono in Siria ed Iraq, la loro battaglia è in Pakistan ed Afghanistan, ed è una questione interna, una lotta tra leader per influenza e fondi.

    I media italiani parlano di attacchi a cristiani. È possibile, ma bisogna capire il contesto. Lahore è il luogo di maggiore presenza di cristiani, tra le comunità più povere e marginali del Pakistan: più volte si sono dati attacchi, anche molto sanguinosi, contro i loro quartieri e chiese. Esistono gruppi specializzati nell’attaccare cristiani, sciiti e altri gruppi minoritari nell’Islam (ahmadis, ismaeliti): è la cosiddetta violenza settaria, la più diffusa oggi in Pakistan.

    I talebani non si caratterizzano però per questo tipo d’attacchi, ma per attacchi contro lo stato e l’esercito (che ha in corso da due anni un’offensiva contro i talebani nelle loro zone del nord). I talebani sono meno presenti in Punjab, la principale regione del Pakistan, il cui capoluogo è Lahore, ma hanno stretto da tempo un’alleanza con altri gruppi localizzati nel sud della provincia, molto più a sud di Lahore. Questi gruppi di solito attaccano minoranze religiose.

    Nel parco non c’erano solo cristiani, domenica è festiva per tutti, ma è possibile immaginare che i gruppi che hanno rivendicato l’attentato abbiano voluto lanciare un avvertimento al governo (controllato da un partito del Punjab) circa la loro capacità di colpire a Lahore in ritorsione per l’offensiva anti-talebana dell’esercito nel nord (zone tribali e Khybher Pakthunkwa).

    L’offensiva militare, chiamata Zarb-e-Azb, ha colpito le basi talebane alla frontiera con l’Afghanistan, riducendo in gran parte l’estensione della zona santuario che i talebani avevano per organizzare le loro operazioni in entrambi i paesi. Quest’offensiva ha seguito quella per liberare la zona dello Swat negli anni precedenti, ed è completata da una per colpire gruppi criminali e basi terroriste a Karachi, la megalopoli pachistana. L’offensiva ha ridotto la capacità d’azione dei terroristi, senza eliminarla. Uno degli effetti collaterali della nuova strategia è stata quella di spingere i terrorista ad attaccare obiettivo “soft”: non più militari, ma scuole e, come adesso, parchi, meno sorvegliati.

    Non è però impossibile immaginare che il suicida si sia fatto esplodere accanto a un gruppo di cristiani: anche se si vestono sostanzialmente allo stesso modo, un occhio locale sa riconoscerli, ormai persino io lo posso fare. Pur senza identificarli precisamente, è possibile stimare il gruppo religioso delle vittime pur senza un’identificazione precisa. Non è ancora chiaro se questo ne faccia un attacco anti-cristiano, che avrebbe avuto luogo, come in passato, in occasione della messa. Ma è possibile che molte vittime siano cristiane [Secondo un portavoce della polizia di Lahore, citato dal quotidiano Avvenire, i cristiani morti sono 10, quelli feriti 49, NdR]. Le minoranze religiose tutte – hindu, sette minoritarie non sunnite, cristiani – sono vittime di discriminazioni e attacchi, anche se non è in corso una vera e propria offensiva terrorista contro di loro. Anche i media pachistani parlano adesso di presenza maggioritaria di cristiani tra le vittime.

    Non è indifferente sapere se esista una matrice religiosa nell’attacco, più discutibile fare distinzioni tra le vittime: pare probabile che i gruppi talebani abbiano voluto dare una dimostrazione di potenza in una zona cara al governo centrale, colpendo in modo da fare il più vittime possibili, con speciale intenzione di colpire in questo caso dei cristiani, ma non solo visto le modalità dell’attentato. Quando si sa che più di 60mila pachistani d’ogni religione sono morti per terrorismo dal 2001 (contro 1.800 europei, tanto per fare un paragone, che comunque sono 1.800 di troppo), si capisce che il terrorismo in Pakistan ha ramificazioni complesse e colpisce in maniera di solito indiscriminata.)

    30 Marzo: I dati emersi nei giorni successivi hanno dimostrato che se la rivendicazione dei talebani dissidenti è probabilmente esatta, delle 67 vittime identificate solo 14 sono cristiane. Purtroppo ben 29 sono bambini. Significa questo che l’attentato non avesse come target anche i cristiani? Certamente no: anche se non è esattamente quella fazione talebana ad avere commesso gli attentati a chiese e gli attentati in quartieri cristiani di Lahore (Youanabad, St. Joseph’s Colony) degli anni scorsi, i cristiani sono indubbiamente una minoranza in pericolo in Pakistan, spesso oggetto d’attentati e soprattutto di discriminazione sociale. Sono anche tra le principali vittime delle leggi sulla blasfemia nei confronti del Profeta,  per cui la «sharia» prevede la pena di morte (anche se non eseguita: il caso più noto internazionalmente è quello di Aasia Bibi).

    L’attentatore s’è fatto esplodere accanto a un gruppo di cristiani un parco frequentato da pakistani d’ogni tipo in una domenica (giorno festivo anche in Pakistan): il risultato è che sono morti molti più musulmani che cristiani, ma questo non rende l’attentato più o meno grave. Se però avessero voluto colpire solo i cristiani come dicono per propaganda, avrebbero scelto altre modalità d’azione, come in passato (attacchi a chiese e quartieri cristiani). L’attacco è stato più che altro un avvertimento sanguinoso al primo ministro Nawaz Sharif e a suo fratello Shahbaz, primo ministro del Punjab, che la principale provincia del Pakistan, zona di scarsa presenza talebana, non è immune da attacchi. Il contesto è quello dell’offensiva militare contro i talebani nel nord (KP, territori tribali), in corso da oltre due anni (operazione Zarb-e-Azb) che ha ridotto molto la loro capacità operativa, senza però eliminarla del tutto, come gli attentati di Peshawar contro i bambini a scuola e quello di Pasqua dimostrano. Devono però colpire obiettivi più «soft», e paradossalmente fanno più male ancora.

    In Pakistan la violenza terroristica ha ucciso più di 60.000 persone dal 2011, quando esplose a causa della caduta del regime talebano in Afghanistan e lo spostamento dei gruppi espulsi dall’Afghanistan oltre la frontiera pakistana. I dati degli ultimi anni hanno un visto un certo miglioramento, ma rimangono tra i peggiori al mondo:

    2013: 1717 attentati, 2451 morti, 5438 feriti.

    2014: 1206 attentati, 1723 morti, 3143 feriti.

    2015: 625 attentati, 1069 morti, 1443 feriti.

    Nei primi tre mesi del 2016, siamo già oltre i 300 morti.

    Se la violenza «classica» si è ridotta a causa dell’offensiva militare (e a quella dei Rangers nella megalopoli Karachi), le due forme di violenza che rimangono diffuse sono gli attacchi «settari» contro minoranze religiose (sciiti, cristiani, ahmadi, ismaeliti, a volte anche induisti ma meno) e quelli nella provincia del Baluchistan promossi da chi è contrario alla costruzione di un grande asse viario promosso dai cinesi per esportare i loro prodotti via terra passando per il Pakistan (con confluenza nel porto pakistano di Gwadar, sul mar arabico). Progetto che solleva molte controversie e che piace poco a India e Iran.

    Chiunque conosca il Pakistan sa che in questo paese il radicalismo islamico è in auge, e colpisce TUTTE le minoranze e chiunque esprima, anche tra la maggioranza sunnita, opinioni moderne o considerate «occidentalizzanti». Vedasi ad esempio Imtiaz Gul sul Corriere di ieri: http://www.corriere.it/esteri/16_marzo_29/pakistan-governo-radicalismo-intervista-cristiani-jamaat-ahrad-lahore-2999bcd8-f525-11e5-ad8f-b6693bfe4739.shtml.

    Oggi all’arrivo a Islamabad ho ritrovato la città bloccata non per una protesta per l’attentato di Lahore, ma per una degli islamisti che protestano per l’esecuzione di un loro attivista che aveva ucciso un politico pakistano (sunnita) che aveva avuto l’ardire di dirsi personalmente contro la legge sulla blasfemia, che prevede la condanna a morte (peraltro mai eseguita) per chi insulta il Profeta.

    I cristiani sono uno degli obiettivi del terrorismo, che è fenomeno molto più esteso e complesso, alimentato in gran parte dai fondi dei paesi del Golfo che nutrono la galassia islamico sunnita e le interpretazioni più conservatrici al suo interno a discapito delle altre, che erano le più diffuse fino a qualche decennio fa. Il wahabitismo e il salafismo stanno divenendo sempre più influenti, marginalizzando letture pacifiche dell’Islam sunnita, come il sufismo che dominava questa regione e le scuole africane oggi attaccate da Boko Haram. Questo fenomeno e l’espansione del terrorismo contribuiscono a diffondere l’idea sbagliata che i musulmani siano «tutti uguali», sempre più diffusa in Occidente, che chiunque frequenti il mondo islamico sa essere errata.

    Ricordiamo che anche i mafiosi giurano fedeltà in nome della Madonna e dei santi: qualcuno dubita in quel caso che non si tratti di una manipolazione (nominare il nome di Dio invano del Vangelo)?

    Per quanto riguarda il dibattito sulle «colpe dell’Occidente», il discorso non è che i cristiani si facciano esplodere nelle vie delle città musulmane, ma l’oggettiva destabilizzazione che gli interventi coloniali successivi alla caduta dell’impero ottomano hanno portato in regioni del mondo rette da equilibri secolari. Stati non omogenei e non «sentiti» come proprio riferimento, modalità e valori «democratici» che i musulmani non sentono propri se ne escludiamo una piccola minoranza «liberale», l’oggettiva priorità data al fattore petrolio su ogni altra considerazione e l’appoggio ai regimi del Golfo sempre e comunque contribuiscono ad alimentare l’idea diffusa tra i musulmani d’ essere trattati dall’Occidente solo in funzione degli interessi economici e senza «rispetto». La nefasta politica dei droni è poi venuta a risparmiare vite di militari a scapito di un aumento vertiginoso delle vittime civili nelle zone colpite da questo tipo di bombardamenti (si calcola una proporzione 20 / 80 tra militanti e civili uccisi).

    Giustifica questo il terrorismo? Ovviamente no. È in corso una guerra di civiltà tra Islam e occidente? Un’osservazione attenta dice di no: è in corso una guerra all’interno dell’Islam tra una versione ultraconservatrice molto ricca di risorse che cerca d’imporsi su tutte le altre, d’evitare la modernizzazione delle società islamiche in nome di pluralismo e democrazia e di limitare progressi nell’istruzione al fine di mantenere le strutture di potere prevalenti nel Golfo. In nome di questo si cerca di discreditare l’Occidente e la sua cultura (Boko Haram, la cultura moderna è proibita, quella dei «book», opposta a quella del Libro, il Qitab), anche fomentando il risentimento e la marginalizzazione di una parte dei giovani musulmani europei, alla ricerca di un senso che trovano nella propaganda radicale, in maniera non così diversa da coloro che in Europa in una generazione precedente credettero che il capitalismo andasse sconfitto con le armi del terrore «asimmetrico».

    Ai sauditi del Golfo importa poi tenere sotto controllo il potere emergente sciita, dal 1979 al potere in Iran e più recentemente in Iraq, dov`è completamente fallito l’esperimento «moderno».

    In questo quadro, la lotta di civiltà è tra liberali (pochi in oriente, maggioritari in Occidente) e radicali (proporzioni inverse), non tra occidentali (cristiani, per dirla in modo islamico) e musulmani.

    I cristiani del Pakistan si trovano in mezzo: poveri, emarginati e spesso sotto attacco. Ma confondere questo fronte, che esiste, con la battaglia globale è un errore che non va fatto per non cadere nel terreno dei violenti, che questo vogliono.

    In quale considerazioni non c’è un solo grammo del cosiddetto «buonismo» o «relativismo» di cui oggi si accusa da più parti chi cerca d’introdurre argomenti più ragionati e solidi rispetto alle emozioni.

    Che poi qualcuno preferisca chiudersi in visioni che gli risultano più comode o comprensibili o che esista un buonismo «acritico», va benissimo. Ma la realtà è più complessa di quanto spesso non vogliamo raccontare a noi stessi.

    Islamabad, 30 marzo 2016.

  • Diario pakistano, numero diciotto

    Negli ultimi tempi sono stato diverse volte a Karachi, capitale economica del Pakistan e una delle più grandi megalopoli al mondo, con una popolazione imprecisata e incalcolabile tra i 20 e 30 milioni di abitanti.

    Karachi non è una bella città, ma un agglomerato abbastanza confuso di  persone, quartieri composti da case in gran parte in pessimo stato, spazi non costruiti (le potremmo dire zone verdi, ma di verde è rimasto ben poco), zone industriali (nelle megalopoli asiatiche formatesi negli ultimi trent’anni non esiste distinzione tra zone residenziali e industriali). Tanto per dare un’idea, la città è cresciuta talmente in fretta e i poteri municipali sono cosi’ flebili che non esiste raccolta sistematica di rifiuti (ben visibili nelle strade) e le case non ricevono acqua corrente, distribuita invece con cisterne per iniziativa privata. Rispetto a Islamabad, la fornitura d’elettricità è invece più regolare, a causa della presenza dei grandi gruppi industriali pakistani nel suo territorio.

    Karachi è la tipica megalopoli di un paese in via di sviluppo, cresciuta in poco tempo fino a divenire quasi fuori controllo, anche se poi come sempre emergono equilibri locali che permettono a queste città di non esplodere: equilibri che hanno poco a che vedere con l’azione dei poteri pubblici, ma piuttosto con altre dimensioni come la solidarietà all’interno dei gruppi etnici che la compongono, principale riferimento per gli abitanti (i quartieri sono chiarmente identificati per etnie); l’organizzazione dei gruppi criminali, che controllano le diverse attività che si svolgono nella città; la necessità di mantenere la città in funzionamento a causa del suo peso economico.

    Karachi è stata in passato una città pericolosissima, con decine di morti violente al giorno, legate essenzialmente alle faide tra etnie diverse tipiche del Pakistan (le principali a Karachi sono i mohajir, pakistani venuti dall’India nel 1947; i sindhi venuti dalle campagne della provincia circostante; i pashtun venuti dal nord; i punjabi, etnia dominante del Pakistan, i baloch venuto dalla provincia limitrofa del Balochistan).  Tutte queste etnie tendono a usare lingue diverse, hanno tradizioni, storie e spesso caratteristiche sociali e religiose diverse e tendono a costruire relazioni all’interno del proprio gruppo, nonchè ad avere rappresentanti politici della loro etnia. Immaginatevi questo microcosmo in una città di decine di milioni d’abitanti senza forti poteri pubblici nè gestione centralizzata e potete immaginare cos’è Karachi: una città che stordisce. Non è tanto colpita dal terrorismo, quanto dalle lotte fratricide tra gruppi di potere. Oggi continua a essere pericolosa, ma l’azione dei rangers, polizia militare pakistana, la tiene più o meno sotto controllo.

    Karachi è città senza passato, sviluppata dagli inglesi come porto sul mar arabico: non ha quindi monumenti d’interesse o «cose da vedere».

    Quando io arrivo a Karachi, il rito è sempre lo stesso: esco dall’aeroporo, accompagnato da una persona di scorta, e mi attende una macchina blindata. All’uscita dal parcheggio, una macchina della polizia, mitra spianati, è in attesa, e mi scorterà sino all’albergo (di solito viaggio di sera, per iniziare le attività la mattina). Poi sempre scortato fino al ritorno in aeroporto. E’ il trattamento riservato ai diplomatici stranieri, il Pakistan non desidera che possano divenire vittime di uno dei molteplici «incidenti» che caratterizzano Karachi.

    L’esserci venuto diverse volte nelle ultime settimane mi ha fatto pensare a qualcosa di diverso, che mi porterà a divagare nelle prossime righe dal Pakistan strictu sensu: ieri in aereo pensavo a che ho vissuto e viaggiato in tanti luoghi al mondo che spesso sono divenuto «pendolare» su rotte del tutto diverse dalle abituali. E il «pendolare» è persona che vive attorno ad abitudini, che si sente a casa nella routine: quello che mi colpisce è che queste routine ti aiutano a sentirti a casa quand’anche tu ne sia invece lontanissimo.

    Questo mi ha portato a riflettere quanto l’uomo abbia bisogno di riferimenti, di familiarità attorno a sè. E quanto la pratica possa renderti familiari cose che tempo prima nemmeno conoscevi: siamo essere molto più malleabili e adattabili di quanto noi stessi vogliamo credere.

    Pendolare vero, nel senso di quello che prende un mezzo, pubblico e privato per fare lo stesso percorso mattina e sera, o dal lunedi’ al venerdi’, lo sono stato solo in due occasioni: un anno e mezzo tra Varese e Milano, all’inizio dell’università: ferrovia Nord, arrivo a Cadorna e poi in autobus fino alla Bocconi.

    E poi tra Waterloo, dove ho casa e Bruxelles, stazione Schuman, quartiere europeo, mezz’ora di treno che mi evita gli ingorghi del «ring» brussellese. Quattro anni sinora, lo faro’ do nuovo in futuro perchè detesto guidare nel traffico.

    Sin da bambino ho pero’ sentito altri percorsi effettuati regolarmente come «miei», sviluppando un’affezione per luoghi e riferimenti lungo il percorso la cui vista mi riconfortava, dicendomi che ero sulla strada giusta, che stavo «arrivando».

    Il più lontano nel tempo il percorso in macchina tra Torino e la Nizza dove viveva la mia nonna; poi, molto più pregnante, quello in treno tra la Torino dove nacqui e la Siena dove mi trasferii da bambino: Torino – Pisa in diretto, poi il più lento incedere sulle tratte Pisa – Empoli ed Empoli – Siena. Ogni stazione un nuovo avvicinamento, e poi la familiarità assoluta con ogni immagine da Poggibonsi in poi. Se il viaggio avveniva in macchina, emozione e sensazione di casa sin dall’uscita di Firenze Certosa, poi la superstrada per Siena, conosciuta palmo a palmo. Sensazione sempre più forte via via e definitiva alla vista delle torri di Monteriggioni.

    Poi mi trasferii  a Varese, e se all’inizio il cambio lo amai poco, poi il percorso divenne abituale nelle due direzioni, con sensazione di piacevolezza in entrambi i tratti finali: per Varese dall’imbocco nella Milano Laghi, superiore nel tratto dopo il casello di Gallarate, nella parte fuori pedaggio ma ancora autostrada che i varesotti riuscirono evidentemente a negoziare a loro favore.

    Poi andai in università a Milano, con i miei per lavoro in Marocco, e la «pendolarità» seguente fu tra Milano e Madrid, dove vissi diversi anni dopo l’università: nulla di più familiare che quel viaggio aereo e l’arrivo a Barajas, nell’aeroporto di allora che corrisponde all’attuale terminale 1 (delle quattro attuali). A Madrid, la sensazione di casa inizia subito fuori dall’aeroporto, ma soprattutto all’arrivo sull’Avenida de Americas: da li’ in poi sono a casa ovunque.

    Se queste «pendolarità» sono di lunga data, nel corso del tempo ho scoperto su me stesso che la sensazione di familiarità derivata dal ripetere con frequenza una certa rotta si è ripetuta in molto altri luoghi: a memoria, sull’autostrada tra Bruxelles e Lussemburgo, percorsa in epoche diverse in entrambe le direzioni; in Brasile, tra la Brasilia dove vivevo e le Rio e Sao Paulo dove mi recavo con frequenza (un’esperienza da fare nella vita è atterrare all’aeroporto Santos Dumont nel sud di Rio di giorno, una delle viste più spettacolari al mondo). Per un certo periodo della mia vita, mi sentivo di casa all’imbocco della spiaggia di Copacabana, entrata dal lato Leme, o all’arrivo alla Lagoa de Freitas.

    In India, tra Delhi e la Bombay dove mi recavo spesso (per qualche misterioso motivo, tutti questi voli di routine da Brasilia, Delhi e ora Islamabad durano un’ora e quaranticinque minuti), il senso di casa iniziava a Delhi sulla confusa strada verso Gurgao: oggi l’arrivo a Delhi è divenuto irriconoscibile e «moderno» paragonato al passato, quell’inconfondibile uscita dall’aeroporto nei colori e odori dell’India; a Bombay al contatto col mare.

    In El Salvador, paese piccolo piccolo, tutti i trasferimenti avvenivano in macchina, e la sensazione di casa si dava nel lungo percorso dall’aeroporto all città. L’aeroporto è molto lontano e in una zona rurale non perchè, come una volta sentti dire da un’intelligentissima americana che aveva fatto scalo a  San Salvador, perchè in El Salvador non ci sia «nulla», ma perchè trattasi di paese montagnoso e vulcanico, e vicino alla capitale non c’è spazio per un aeroporto internazionale. La realtà è spesso più semplice di quanto raccontiamo a noi stessi sulla base dei nostri pregiudizi.

    Un’altra rotta che ho percorso con frequenza in passato e che sento mia è quella tra Barcellona e Madrid, due tra le città che più amo al mondo, ma per me non è l’abituale «puente aereo», che ho preso poco, ma i 615 chilometri della vecchia strada che percorrevo: a casa da Zaragoza in poi in entrambe le direzioni (curiosamente, si chiama Zaragoza anche il paese che precedeva la mia zona di residenza sulla strada tra San Salvador e il mare, venti chilometri). Diversa la pronuncia, pero’. E anche quella tra l’aeroporto di Casablanca, ben lontano dalla città, e la casa dei miei genitori in quella città.

    Non sono arrivato a Roma con frequenza tale da sviluppare un’abitudine romana, per cui non ho un punto da cui in poi mi senta nella capitale.

    Pensavo quindi ieri a tutte queste rotte abituali e a quanto l’essere umano si culli nelle proprie abitudini, e le costruisca per sentirsi più sicuro, a casa. Quando anche, come Paul Bowles, sia in realtà a volte «Troppo Lontano da Casa». Penso all’angoscia che provoca sentirsi perduto, senza riferimenti, in terre che non senti tue, in territori che ignori. Territori che spesso sono della tua mente. Siamo in difficoltà quando non ci sentiamo a casa, siamo più tranquilli quando invece vi ci sentiamo.

    Forse per questo mio costante girare ho sempre sentito il bisogno di conoscere a fondo la storia e la cultura dei luoghi dove ho vissuto e con molti di loro ho sviluppato un rapporto d’amore assoluto, come con Siena, che divenne mia fin dal primo giorno, quando con mio padre arrivammo sulla Piazza del Campo mentre cambiava colore dall’azzurro al blu scuro e poi al nero, in contrasto forte con il colore della terra di tutti i palazzi: chi è stato in Piazza all’imbrunire conosce la potenza di quella transizione.

    Alcuni cambi sono stai desiderati, altri meno: ma ho sempre amato confondermi, sentirmi uno dei tanti. Sempre straniero, sempre «da fuori», ho deciso di fare di tutto per percorrere quello spazio tra te stesso e le realtà che ti circonda: c’è chi decide di sentirsi sempre «altro», io al contrario ho bisogno di sentirmi sempre identificato.

    Forse per questo svolgo il mio lavoro con passione, e mi dispiace per coloro che lo vivono burocraticamente. E forse per questo altri vengono mandati nei luoghi comodi, io no. E sempre per questo ho sempre amato i paesi nei quali l’ho esercitato, quand’anche difficili e pieni di contraddizioni. Amo il Brasile, amo l’India con le sue mille complessità, adoro il piccolo El Salvador «pulgarcito de América» con tutte le sue ferite.

    Pensavo di non amare il Pakistan, paese duro, scontroso, piacevole come uno strofinamento di carta vetrata sul corpo.

    Invece ieri in aereo mi sono reso conto d’improvviso che, unico straniero tra tutti pakistani a  a bordo, mi sentivo totalmente tranquillo, in pace e in sintonia con l’ambiente che mi circondava. Donne velate, uomini barbuti, io chiaramente «altro». Eppure tutti mi sorridevano, mi trattavano con gentilezza e io di rimando con loro. Siamo di culture diverse, ma condividiamo assieme un tratto di percorso. Ieri in aereo, ma più in generale viviamo nello stesso periodo storico e affrontiamo le stesse sfide. Pensavo a don Luigi Giussani (del movimento di CL si possono pensare mille cose, ma che il suo fondatore fosse persona di grande genialità è fuori discusisone)  quando diceva che in tram a Milano si sentiva in sintonia con i suoi compagni di viaggio, e sorrideva loro. Anch’io ieri mi sentivo cosi’, lasciando per un momento perdere tensioni, preoccupazioni sul futuro, la mia prossima nomina, il momento dell’Europa etc. Solo in sintonia con chi mi circonda.

    Superando le barriere mentali che noi stessi ci creiamo, possiamo superare assieme tante difficoltà, perchè quanto più approfondisci, quanto più capisci che la sfida di fondo è la stessa per ognuno di noi: trovare un senso alla nostra vita  in questa confusione generale e cercare di costruire qualcosa che magari resti. Non necessariamente con valenza «economica», come pensiamo troppo spesso in Occidente.

    Per farlo abbiamo bisogno di valori forti, ma anche dell’umiltà che ogni nuovo incontro suscita.

    E alla fine, mi sono reso conto che sto cominciando a amare anche il Pakistan.

    Islamabad, 20 febbrario 2016.

  • Diario pakistano numero diciassette, un po’ atipico

    La pagina di oggi riprende il mio post di ieri sulla bellezza degli scolari un po’ ovunque nel mondo, con l’aggiunta di qualche informazione sulle ragioni degli attacchi dei terroristi a scuole e università in Pakistan e altrove nel mondo islamico. Questa parte è stata inserita al centro dell’intervento, e credo rivesta molto interesse per chiunque voglia capire cosa sucecde in questa parte del mondo.

    Se penso alle migliaia di immagini che mi si sono impresse nella rètina nei miei anni in giro per il mondo, c’è una categoria che mi risulta particolarmente piacevole un po’ ovunque: quella degli scolari che si avviano assieme verso la scuola o ne escono a fine lezione. Nei paesi in via di sviluppo, con popolazioni molto giovani, succede a tutte le ore, perché ci sono vari turni, come da noi negli anni settanta, e l’uniforme scolastica viene indossata tutto il giorno perché è spesso l’unico vestito «decente» posseduto. L’immagine dei bambini uniformati in uscita dalle scuole mi colpì in Spagna, venendo da un’Italia che nel post-68 aveva eliminato le divise scolastiche in nome di un’uguaglianza e una libertà, forse malintese. Lo stesso nelle scuole francesi frequentate sempre da mio figlio.

    Trovavo invece bellissimi quei bambini e bambine goffi ma ordinati nelle loro divise tutte uguali, con le cravatte slacciate, le giacche spesso sgualcite, i gruppi uniformi che si mescolavano con quelli di altre scuole in una gaia confusione. Ho poi amato queste immagini di bambini a scuola un po’ dappertutto: in città e campagne, sono una delle immagini in movimento più belle, piene come sono di freschezza, gioventù, vita.

    Bambini, tanti bambini in gruppo, un’immagine che colpisce un europeo dato che nelle nostre società i bambini non si vedono più: sono pochi, ultraprotetti, nascosti, li andiamo a prendere e li portiamo chiusi in macchine con vetri che impediscono di vedere dentro.
    Ricordo in Brasile i bambini che sul Rio delle Amazzoni arrivavano a scuola in barca, poco dopo l’alba: prima lezione, una bella colazione di riso e fagioli, parte indispensabile dell’offerta d’una scuola brasiliana (così si assicura che i bambini mangino almeno un pasto caldo e sostanzioso).

    Bellissimi i bambini/e indiani, nella loro mescolanza di divise di tipo britannico e locale, come i bambini del Rajastán che in villaggi con sapore antico tamburellavano i computer portatili installati nel cortile della scuola (esperimento indiano per diffondere l’informatica sin dai primi anni); le camicie impeccabilmente bianche di tutti gli scolari di El Salvador, e le loro scuole inerpicate sulle colline, con pannelli solari che forniscono l’elettricità e che fanno delle scuole l’unico luogo con luce elettrica dell’intero villaggio (per questo gli adulti vanno a scuola a vedere la televisione e anche lì si installano ambulatori con vaccini e medicine); la tenerezza dei bambini musulmani del Pakistan, le femmine tutte coperte dal loro velo bianco, senza il quale credo si sentirebbero un po’ perdute. I ragazzini che escono dalle scuole coraniche, coi loro berretti da preghiera in testa, poi si appartano in un prato a giocare a cricket. O i bambini africani sui sentieri che dai loro villaggi portano a scuola, a volte protetti da ombrelli multicolori per proteggerli dal sole.
    Penso al paradosso di un paese come il Pakistan, nel quale i genitori temono di mandare i loro figli a scuola perché sono divenuti il bersaglio preferito dai terroristi, che hanno capito che è proprio nelle scuole che si costruisce la loro fine. O alla tragedia centroamericana, con alcuni di quei ragazzi che finiscono a pezzi in sacchi di plastica e in fosse comuni, o che intraprendono DA SOLI il cammino della migrazione verso gli Usa, vittime per strada di mille sorprusi.

    Per quanto riguarda la situazione attuale del terrorismo in Pakistan e del perchè gli attacchi alle scuole siano divenuti frequenti, è importante capire che l’istruzione e i suoi contenuti sono uno dei principali motivi di divisione tra una società islamica e una occidentale.

    Attualmente, l’opinione pubblica occidentale ha perso di vista quanto succede in Afghanistan e Pakistan, cosi’ sotto i riflettori nel periodo immediatamente succesivo all’11 settembre, perchè convinta d’essere «sotto attacco» a causa degli attentati che avvengono in Europa e che l’instabilità che alimenta il terrorismo sia esclusiva del Medio Oriente, della Siria e della Libia. Il fatto che ISIS / Daesh siano percepiti come il nemico da battere fa si’ che altri gruppi figli della stessa ideologia siano percepiti come pericoli minori, perché non in grado di colpire in Europa.

    Difatti i talebani (significa studenti), frutto della stessa ideologia, non hanno il minimo interesse ad agire in Europa; dato che la loro agenda è quella dell’espulsione degli stranieri dai loro territori (Afghanistan) e del mantenimento dei modelli di vita tradizionali nelle zone di loro origine (Afghanistan, nord – ovest del Pakistan, altre zone d’Asia Centrale).

    I talebani nacquero ad iniziativa pakistana vista con favore dagli Usa, come gruppi di combattimento anti – sovietici dopo l’invasione dell’Afghanistan da parte dell’Urss nel 1979. Quando alla fine presero il potere in Afghanistan, imposero un regime ultra – conservatore che fini’ sotto il mirino degli americani dopo l’11 settembre, a causa dell’ospitalità data a Bin Laden ed alla sua Al Qaeda.

    Dopo la caduta del regime talebano, anzichè erradicare il movimento come sarebbe stato possibile, l’ossessione americana per «trovare Bin Laden» e l’interesse pakistano a non smantellare un movimento armato che costituiva uno strumento di pressione nei confronti dei vicini (Afghanistan e India) porto’ alla stranezza di un ponte aereo pakistano che trasporto’ i combattenti talibani dall’Afghanistan al Pakistan (zone del nord – ovest, denominate FATA, dove prevalgono le leggi tribali).

    D’altro canto, i leader talebani come Mullah Omar e lo stesso Bin Laden trovarono rifugio in Pakistan: a Quetta il primo, a Abbottabad il secondo, come si venne a sapere solo dopo l’azione americana per eliminarlo.

    I talebani, sia afgani che pakistani, dal 2001 in poi si sono trincerati in quelle zone, mai davvero controllate dal governo di Islamabad, nelle quali hanno imposto progressivamente un’ideologia islamica e tribale tradizionale, traslando la loro esperienza precedente in Afghanistan. Uno dei modi per imporre il loro potere è stata l’eliminazione sistematica dei capi tradizionali locali, i malik, e lo svuotamento del sistema di gestione collettiva del potere in terra pashtun, le famose loya jirga.

    L’istruzione femminile è stata una delle vittime del sistema di potere talebano: il noto caso di Malala, che si cerco’ di uccidere per il suo attivismo tra le studentesse, avvenne nella regione dello Swat, limitrofa al FATA, dove negli anni scorsi i talebani cercarono di creare uno stato islamico tradizionale, indipendente nei fatti da Islamabad.

    L’esercito pakistano riprese il controllo dello Swat tra il 2008 e il 2009, ma i talebani ripiegarono sui territori tribali, movimento accentuatosi durante la presenza internazional in Afghanistan, che trasformo’ il Pakistan a controllo talebano in zona «sicura» per questo gruppo.

    Gruppi attivi sia in Afghanistan e Pakistan, come quello di Haqqani immortalizzato nella serie Homeland 4, hanno a lungo goduto dell’appoggio occulto di parte dei servizi segreti pakistani e dell’esercito, come ben illustrato appunto in quella serie televisiva.

    L’attacco da parte dell’esercito ai loro protetti d’un tempo, a causa delle pretese di questi ultimi d’esercitare il potere al posto dello stato pakistano, porto’ all’offensiva terrorista nel resto del paese che ha insanguinato il Pakistan negli ultimi anni. Nel 2013 l’esercito lancio’ un’offensiva, chiamata Zarb e Azb, che da allora ha oggi ha ristretto fortemente la presenza talebana nelle zone del FATA.

    La capacità operativa dei talebani di colpire nel resto del paese è diminuita, come dimostrano questi numeri, senza che il terrorismo possa assolutamente dirsi sconfitto:

    2015: 625 attacchi terroristici, 1,069 morti, 1,443 feriti.

    2014: 1,206 attacchi terroristici; 1,723 morti, 3,143 feriti.

    2013: 1,717 attacchi terroristici, 2,451 morti; 5,438 feriti.

    Numeri ancora altissimi e terrificanti comunque, spcie quando paragonati all’Occidente «sotto attacco».

    Una delle caratteristiche degli attacchi nell’ultimo anno è stata quella degli attentati a obiettivi «soft»: meno caserme, basi navali, aeroporti, luoghi molto protetti, più attacchi a luoghi meno trincerati, come scuole o mercati.

    Il mercato o la stazione degli autobus sono luoghi adatti ad attacchi indiscriminati, per seminare il terrore e mettere a nudo l’impotenza delle autorità.

    Quelli a scuole, divenuti emblematici a partire dall’attentato di Peshawar del dicembre 2014, ma già effettuati in abbondanza specie contro le scuole femminili nelle zone controllate dai talebani hanno il doppio significato di fare più male, colpendo i bambini, e porre degli ostacoli alla diffusione dell’istruzione moderna (mai vengono attaccate scuole coraniche).

    Che gruppi originalmente di studenti (talib, da cui la palabra talebano, ma per definzione studenti dell’unico libro degno d’essere letto, il Corano) attacchino degli studenti che studiano materie «moderne» è l’esemplificazione stessa del conflitto tra modernità e tradizione, tra Islam e Occidente.

    Nell’Africa in preda all’integralismo islamico, il principale gruppo terrorista ha scelto come nome Boko Haram (la cultura occidentale, plasmata nel nome Book, libro è haram, quindi proibita in termini islamici). Boko Haram ha fatto degli attacchi a scuole ed università la propria specialità.

    In Pakistan, questi attacchi si concentrano nella provincia del Kybher Pakthunkwa (KP), limitrofa al FATA e all’Afghanistan, in modo tale che i terroristi possono venire dal paese vicino e li’ rifugiarsi.

    Nel KP, il tema dei contenuti dell’istruzione è polemico, e risulta particolarmente significativo che il libro «I am Malala» , best – seller mondiale, non sia in uso nelle scuole della provincia in cui Malala è nata ed è stata attaccata. Nemo Propheta in Patria.

    Attaccare le scuole è quindi divenuta una delle modalità preferite dai terroristi, ed una preoccupazione costante per le famiglie, impaurite dal cosa puo’ succedere ogni giorno. Dal 20 gennaio (attacco a Charsadda, 21 morti), le scuole nel KP e a Islamabad sono rimaste chiuse, a fini di precauzione e anche per il freddo: nel nord del Pakistan l’inverno è rigido e quest’anno nafta e gas scarseggiano.

    Un altro obiettivo paradossale dei talebani sono gli addetti sanitari incaricati di vaccinare i bambini contro la polio: essendo tale campagne iniziate con supporto di organizzazioni occidentali, i talebani hanno cominciato a diffondere l’idea che il vaccino avesse in realtà per obiettivo sterlizzare i bambini musulmani. Il fatto che Bin Laden sia stato localizzato mediante uno di tali addetti (in carcere da allora) ha gettato olio sul fuoco dell’»anti – islamicità» della vaccinazione. Risultato: 24 addetti anti – polio uccisi negli ultimi anni, e la malattia, erradicata, è ritornata (essa sopravvive solo in Pakistan e Nigeria). Prime vittime: i bambini, ovviamente.

    L’istruzione, chiave del futuro di questo paese come di qualunque altro, è quindi particolarmente a rischio: qualcosa semplice come andare a scuola puo’ divenire motivo di risentimento e violenza, una dimensione che è utile conoscere per giudicare correttamente cosa succede in questa parte del mondo. E’ un problema anche nostro? Credo proprio di si’.

    C’è una certa retorica nel dire che il futuro è dei bambini, ma di fatto è così, sono loro i più numerosi e quelli che cambieranno davvero le cose, se riusciranno e se li lasceremo.

    L’Unione Europea, proprio quella «affamatrice dei popoli» che viene descritta da tanti un po’ superficialmente e senza visione complessiva, è anche il primo donante internazionale nel campo dell’educazione: con il tempo, la cooperazione si è diretta sempre più verso quest’ambito cruciale per il nostro futuro comune. Era il primo settore di cooperazione in El Salvador, lo è in Pakistan. Una battaglia immensa, ma necessaria. In quest’epoca di riflusso, di attenzione al proprio ombelico, si potrebbe pensare di farne a meno, di pensare ognuno a se stessi. Forse sarebbe giusto, ma mille immagini impresse nei miei occhi mi fanno pensare diversamente.

    Islamabad, 5 febbraio 2016.

  • Diario pakistano, numero sedici

    L’altro giorno ho avuto occasione di presenziare per la prima volta la cerimonia dell’abbassabandiera al Wagah Border, frontiera cosiddetta internazionale tra India e Pakistan, nel Punjab, diviso ufficialmente tra i due paesi nel 1947 (esiste anche una linea di demarcazione non riconosciuta, quella nel Kashmir conteso da entrambe le parti, chiamata Line of Control: entrambi i paesi ambiscono a controllare la totalità del territorio del Jammu e Kashmir, senza riconoscerne l’occupazione parziale dell’altro, per cui è una frontiera di fatto, ma chiusa e non riconosciuta come tale).

    Quella del Wagah Border è l’unico punto di transito tra i due paesi, la cui frontiera riconosciuta è peraltro di 2900 km., cui vanno aggiunti i 740 km. della linea di controllo.

    Un solo passaggio aperto su 3.600 km. dimostra il grado di chiusura e impermeabilità tra i due paesi dalla loro controversa nascita nel 1947, conosciuta come Partition (dell’India britannica). Infinita la letteratura indo – pakistana sul tema della dolorosa partizione, il mio testo favorito in materia rimane Midnight’s Children di Salman Rushdie.

    La frontiera indo – pakistana costituisce la maggiore concentrazione di forze armate nel mondo, con centinaia di migliaia di soldati schierati a difesa d’una linea che è quasi interamente fortificata, salvo in tratti d’alta montagna, e in buona parte illuminata (da parte indiana). Da non dimenticare che poi si tratta di due potenze nucleari.

    Se il movimento di persone e gli scambi commerciali sono limitati e sottoposti a mille controlli e procedure, il Wagah Border è divenuta l’espressione grafica dello stand – off permanente, il confronto tra i due paesi che è parte fondamentale della cultura nazionale e dell’identità di entrambi. Avendo vissuto sia in India che in Pakistan, posso testimoniare quanto sia importante il sentimento nazionalista in entrambi: d’altra parte, stiamo parlando di due paesi che da una cultura comune, quella dell’Hindustan primigenio poi divenuto India britannica, nella quale per secoli hanno dominato politicamente i musulmani su una maggioranza di religione induista, hanno seguito dal 1947 in poi cammini divergenti. Il Pakistan, nato come negazione stessa dell’India gandhiana d’India per tutte le religioni e come casa dei musulmani, è stato governato quasi sempre da regimi militari ed è divenuto sempre più religioso e musulmano, e dal 1971 in poi (perdita della parta orientale, divenuta Bangladesh) sempre più legato al mondo arabo e in particolare all’Arabia Saudita (da qui l’influenza in Pakistan del wahabismo conservatore).

    L’India è rimasta quasi sempre democratica, salvo l’Emergency decretata da Indira Gandhi per due anni tra il 1975 e il 1977 e perlopiù sotto il controllo d’un ideologia secolare, quella del Partito del Congresso e con diverse comunità religiose al suo interno (anche centocinquanta milioni di musulmani, oltre a sikh, cristiani, jainisti, zoroastriani e buddisti). Solo negli ultimi decenni si è fatta strada un’ideologia su base religiosa induista, l’Hindutva, che ha preso il potere recentemente con l’elezione di Narendra Modi.

    India e Pakistan sono nate da un parto doloroso e sanguinoso, e sono rimaste nemiche da allora: quattro guerre aperte (1947, 1965, 1971, 1999) e infinite scaramucce a scambi di cannonate, come anche in questo periodo, dall’ottobre 2014 ad oggi.

    Se il confronto «congelato» tra India e Pakistan rappresenta il conflitto latente più pericoloso al mondo, tra potenze nucleari che sono il secondo e sesto paese al mondo per popolazione, è in gran parte ignorato nel resto del mondo per dure ragioni: primo perchè considerato questione regionale, con poche possibilità d’avere influenze negative al di fuori della zona in conflitto (salvo che il terrorismo internazionale ne viene alimentato, il fronte del Kashmir e indiano è uno dei punti d’attacco del terrorismo islamico); secondo perchè il suo carattere nucleare rende improbabile un’escalation.

    L’India vede la relazione con il Pakistan come questione bilaterale  in cui la comunità internazionale non deve intromettersi; il Pakistan come una questione multilaterale, che andrebbe risolta dalle Nazioni Unite.

    I libri di testo indiani e pakistani sono pieni di riferimenti negativi al vicino, i film indiani e pakistani presentano della questione versioni divergenti, che caricano le colpe sempre sulla malvagità intrinseca dell’altro.

    In questo quadro, difficile per le diplomazie fare passi avanti, e questo spiega sessant’anni di quasi incomunicabilità e nulli progressi (un po’ come in tempi di pre – indipendenza musulmani e induisti non poterono mai mettersi d’accordo sul modo in cui convivere).

    Il Wagah Border è divenuto il punto fisico in cui sessant’anni d’incomprensioni si materializzano in una cerimonia che ha molti aspetti di teatralità: (https://www.youtube.com/watch?v=ieaIwwQPBQQ).

    Due cancelli identici sanciscono la linea di frontiera, e alle tre e mezza si chiudono definitivamente: le due parti abbassano la bandiera in contemporanea, uno di fronte all’altro, ripetendo movimenti speculari forzati all’eccesso, che sembrani simulare un’invasione dell’altra parte ma che si arrestano a pochi centimetri della linea.

    Uniformi pressochè identiche, con copricapi verdi per i pakistani e arancioni per gli indiani: d’altronde, entrambi gli eserciti sono eredi di quello britannico, come testimoniano le relative uniformi di gala, di taglio britannico.

    Il clima è da stadio, e d’altronde da entrambe le parti si sono cistruite gradinate per accogliere gli spettatori che gridano e cantano come in Europa facciamo solo più per il calcio. La musica è assordante e si sente solo quella della tua parte, dando l’impressione di superiorità sull’altra e di stare «vincendo».

    Il faccia a faccia ha aspetti grotteschi (http://www.dailymotion.com/video/x297vyz_flag-lowering-ceremony-at-wagah-border-held-with-full-of-enthusiasm-at-pakistan-side_news) ma è il frutto di sistemi educativi e informativi che non lasciano spazi al dubbio: il nemico ha torto, noi abbiamo ragione. Solo la forza puo’ dirimere le nostre differenze, il dialogo è cosa da deboli.

    Per un post-nazionalista come me, convinto dalla storia che il nazionalismo sia stato portatore di cosi’ tante disgrazie da meritare d’essere sepolto sotto un buon strato di terra e che non vede ragioni razionali per teorizzare la «superiorità» d’una nazione sull’altra, come quella dell’essere nati in un luogo piuttosto che in un altro, una cerimonia di questo tipo costituisce uno spettacolo più inquietante che divertente, anche se sono conscio della sua sostanziale teatralità (anche se un po’ più in là si sparano davvero).

    Ho trovato pero’ curioso e preoccupante notare come la febbre nazionalista ti prenda facilmente: non solo scolaresche, ma signore apparentemente tranquille e ragazze giovani che mai classificheresti como «nazionaliste» si scaldino al ritmo d’ «Pakistan Zindabad» o di «Allah Akbar» e s’identifichino con quei soldatoni che fanno risuonare i loro stivali da guerra in un ipotetico attacco al nemico.

    Come detto, dalla tua parte senti solo i tuoi: gli altri, qualche metro più in là, ti sembrano burattini silenziosi, non «belli e forti» come i tuoi. Sei portato a autoconvincerti della forza e della ragione di questi tuoi. Pura manipolazione, come tante volte nella storia hanno fatto i demagoghi e gli ultra’ nazionalisti. Mandando al sacrificio milioni di persone.

    Vedendo una frontiera militarizzata di questo tipo, viene in mente quanto dovremmo valorizzare quello che siamo riusciti a fare in Europa, dove abbiamo sostituito a secoli di scontri un’altra modalità di soluzione dei problemi, e abbiamo potuto persino permetterci di eliminarli del tutto, quei cancelli, non solo tenerli aperti.

    Certo, forse adesso stiamo pagando il prezzo del nostro ottimismo ingenuo, e frontiere aperte al nostro interno hanno favorito chi le ha usate per costruirci sopra traffici, di criminalità o di persone che siano.

    Dobbiamo rivedere certi aspetti del nostro stare assieme, ma senza commettere l’errore di buttare tutto via: la pace e l’apertura ci hanno portato molta prosperità, non dobbiamo perdere il senso delle proporzioni rispetto alle nostre difficoltà attuali: un mondo «chiuso» è comunque uno meno ricco e promettente.

    Buona notizia: il giorno prima della mia visita a Wagah Border, la ministra degli esteri indiana si recava a Islamabad per la conferenza del Processo di Istanbul – Heart of Asia, un’iniziativa multimaterale per i rilancio dell’Afghanistyan mediante iniziative di respiro regionale. Questa visita significa lo sblocco dei rapporti tra India e Pakistan, congelati dal 2008 (attentati di Mumbai, condotti da attentatori venuti dal Pakistan). Nei sessant’anni precedenti, il dialogo non ha portato a nessun risultato, ma almeno mette a tacere le armi.

    Scrivo queste righe in una Islamabad soleggiata ma gelida, in una casa fredda come solo in un paese spesso caldo si riesce, impermeabili a ogni forma di riscaldamento como sono le case di qui.

    Due considerazioni facete: quando s’arriva a questa stagione le persone che lavorano in casa sono perennemente raffreddate: inutile consigliare loro di mettersi qualcosa nei piedi (non usano le calze nemmeno in pieno inverno) o di chiudere le porte: non lo faranno mai, nella loro cultura le porte devono stare aperte all’aria tutto l’anno anche in pieno inverno. Dici loro di farlo, e ti guardano come se parlasse un folle: è quello che fanno tutti gli indo – pakistani quando parla un occidentale, di qualsiasi argomento si tratti. Anche di fronte all’evidenza, come in questo caso, non possono MAI ammettere di non aver ragione. Tra parentesi, in questi paesi è vietato l’uso del fazzoletto, vi lascio immaginare il destino delle mucose nasali.

    D’altra parte, osservo il risultato di certe riparazioni fatte in casa che assomigliano tremendamente a quelle fatte ovunque in questo paese: India e Pakistan sono gli unici luoghi nei quali una riparazione o un restauro, anzichè migliorare almeno temporaneamente le cose, le lascia peggio di come stessero prima. Unica risposta: braccia allargate, this is Pakistan…

    Islamabad, 12 dicembre 2015.

  • Diario pakistano, numero quindici

    Visto che il mio articolo su Stati Generali riguarda molto il Pakistan, lo ripubblico anche come pagina di diario, nel mesto dopo – Parigi.

    Che cosa significa vivere in un paese dove la violenza terroristica è altissima e costante, non occasionale? Quali sono gli spazi d’azione dei cosiddetti moderati? Come sviluppare un’agenda contro il radicalismo che vada di là dall’azione bellica?

    Dopo l’attacco a Charlie Hebdo avevo pubblicato su Stati Generali due articoli che presentavano una prospettiva diversa da quella dominante in quel momento, di schieramento pressoché unanime (“Se non proviamo a capire l’Islam facciamo il gioco dei terroristi” e “Il vero pericolo non è l’Isis in Libia ma il terrorismo in Europa”). Su Lo Spazio della Politica avevo pubblicato http://www.lospaziodellapolitica.com/2015/01/il-mondo-tra-l11-settembre-e-la-strage-di-parigi/.

    In questi articoli, senza cadere nel giustificazionismo, avevo presentato la tematica della violenza terrorista così come vissuta dai paesi islamici, come quello in cui io attualmente vivo e lavoro, il Pakistan.  Questa volta seguo quella stessa linea senza ripetere gli stessi argomenti, presentando una prospettiva che ritengo comunque essenziale per cercare d’inquadrare il fenomeno senza cadere in un autoreferenzialità che sempre porta a risposte inefficaci.

    Il Pakistan è uno dei paesi-chiave nella galassia del terrorismo mondiale: se ISIS vi è per il momento poco diffuso, basti pensare che a fronte delle centinaia di vittime del terrorismo in Europa, il Pakistan ha avuto tra i 50 e 60.000 morti per terrorismo dall’11 settembre 2001 in poi. Fino alla crisi siriana, è stato anche il Paese che ha ospitato più rifugiati al mondo: dal vicino Afghanistan, dai 3 milioni degli anni ’80 si è passati al milione e mezzo di rifugiati attuale, qui da trent’anni. Parliamo di unpaese il cui reddito pro capite non raggiunge 5mila dollari, rispetto ai 35mila dell’Italia. Tanto per far capire le proporzioni della sfida quando paragonate alle nostre e la poca fattibilità della ricetta “che ci pensino loro”.

    Primo, come si vive in un Paese dove il terrorismo è di casa, colpendo quasi giornalmente? Al di là dal fatto che l’ultimo anno ha visto una diminuzione nel numero degli attentati e che non tutte le zone del Paese siano sullo stesso livello di rischio, stiamo ancora parlando di migliaia di morti in questo 2015. All’inizio, la macchina blindata, i posti di blocco, le scorte stordiscono. È comunque molto limitato il numero di persone (membri del governo, diplomatici stranieri, persone molto affluenti) che si possono permettere quelle protezioni, comunque imperfette rispetto a terroristi suicidi.

    L’orribile attentato di Peshawar del 16 dicembre 2014 (141 tra bambini e professori massacrati a colpi di mitra) ha certamente rappresentato una svolta nella lotta contro il terrorismo, sia nelle zone a presenza talebana che nel controllo del radicalismo verbale dei leader religiosi, fin lì incontenibili nei loro attacchi all’Occidente. Ciò non toglie che il pericolo permanga, e che ogni semaforo rosso sia un momento d’apprensione, ogni luogo affollato un potenziale pericolo, ogni moto che ti affianca vada guardata con attenzione, ogni sguardo si carichi d’inquietudini.

    Le prime vittime del terrorismo integralista non sono gli occidentali ma i musulmani, che nella loro stragrande maggioranza non possono permettersi nessuna misura di sicurezza: sedersi a prendere un tè o un caffè all’aperto un rischio, perché qualunque macchina posteggiata azionata a distanza può esplodere accanto a te. Alcune moschee sono luogo di genesi del terrore, altre ne sono le prime vittime. Qualsiasi edificio pubblico accessibile è a rischio d’attentato suicida, che tra l’altro di solito colpisce le forze di sicurezza che ne sono all’esterno e i passanti occasionali, quasi mai le persone altolocate. Ultimamente, gli autobus sono divenuti un target.

    Chi vive in un Paese come questo deve però continuare a vivere: è solo una minoranza che se ne va, la grande maggioranza rimane e nonostante tutto deve abituarsi a questo stato di cose, che limita movimenti e possibilità di svago. In Pakistan si parla di resilience, capacità di resistere comunque contro tutto: un sentimento che avevo già riscontrato in Libano e in El Salvador quando chiedevo alla gente come aveva vissuto durante le rispettive guerre civili. Tutti ti sorridono e ti dicono: «Non puoi farci niente: ti butti a terra, e poi ti rialzi e continui a vivere come puoi». Per chi, come me, in realtà come queste vive solo per qualche tempo, si impara a rivalutare il valore supremo della libertà che la nostra civiltà europea ci garantisce: una passeggiata in una qualsiasi città europea ha effetti galvanizzanti.

    Nel caso dei Paesi musulmani, qualcuno dice “problemi loro, se la sono cercata”. È una tesi prevalente negli ultimi tempi. Il ragionamento equivale al sostenere che nei tempi di massimo potere della mafia tutti i siciliani in fondo fossero complici di quel sistema. Ma una cosa è dire che esista una certa situazione ambientale che può favorire un fenomeno, un’altra che tutti diventino colpevoli, come si dice ora dei musulmani. Indubbio che la reazione deve venire dal di dentro, come fu in gran parte in Sicilia; altra cosa che le vittime in prima fila vengano trattate come complici dei mandanti e degli esecutori.

    D’altro canto, il fatto che il 99% degli attentati siano compiuti da musulmani non può essere ovviato facilmente. Del resto, anche il 95% delle vittime del terrorismo islamico sono musulmani. È chiaro che all’interno del mondo islamico esistono molti problemi non risolti, le cui radici sono in parte anche religiose (diverse interpretazioni della lettera coranica, conflitto sciita-sunnita che risale al VII secolo e si è ravvivato nell’ultimo), ma soprattutto sociali (immobilismo) e politiche (incompatibilità apparente con la democrazia). Problemi che sono all’interno dell’Islam e che esso deve affrontare, magari con l’aiuto dell’Occidente, ma non la cui soluzione non può venire da fuori.

    In questo senso, si ripete spesso che i musulmani moderati non esistano, facendo un passaggio logico ardito: se non ti ribelli, non meriti niente di meglio di quello che ti succede. Questo ragionamento, oggi molto diffuso, si scontra con centinaia di milioni di musulmani che non hanno scelto la via della violenza, che solo una visione minoritaria della comunità islamica considera invece accettabile, fondandosi in una lettura letterale del Corano propugnata dai wahabiti, padri spirituali di talebani, ISIS e Boko Haram. È relativamente facile invocare un’iniziativa dei moderati, ma si dimentica l’asimmetria tra la forza di chi è armato ed è disposto a morire rispetto a chi solo può usare la parola e la ragione, nel quadro poi di Paesi nei quali non esiste uno stato di diritto che tuteli adeguatamente i cittadini.

    Nella fase storica in cui siamo, anziché la primavera democratica che ci si augurava stiamo vivendo una regressione, visibilissima quasi ovunque nel mondo musulmano. In questa città sono appena stati chiusi, per ragioni apparentemente lontane dal tema in discussione, tutti i ristoranti; le donne velate sono sempre di più, quelle vestite all’europea sempre meno, quando la proporzione era inversa solo un paio di decenni fa; milioni di bambini non hanno altra scelta che le màdrasse (scuole coraniche) e uno dei fenomeni più inquietanti dell’ultimo periodo sono i sempre più numerosi laureati formati in Occidente che si radicalizzano (leggasi lo splendido libro Il fondamentalista riluttante di Mohsin Ahmid per una presentazione brillante di tale processo, assurdo ai nostri occhi).

    I moderati sono maggioranza, troppo silenziosa questo sì, ma sono a mal partito contro i violenti, perché le loro armi sono drammaticamente impari. Ciò nonostante solo da lì si può ripartire: un’iniziativa militare contro ISIS in Siria e Iraq è probabilmente divenuta inevitabile, ma non potrà che fallire se s’insisterà a negare l’esistenza di questi moderati silenziosi, che vanno aiutati e non ridicolizzati o stigmatizzati. Se si continuerà ad affermare che “tutti i musulmani sono uguali” si farà esattamente il gioco dei violenti, che vogliono proprio una guerra di religione.

    Come sarà inutile combattere sul terreno senza soffocare i circuiti finanziari e commerciali che in parte illegalmente (petrolio controllato da ISIS e venduto di contrabbando) e in parte no (circuiti finanziari paralleli via stati del Golfo) alimentano il terrorismo. ISIS non sono i talebani, che vogliono evitare la penetrazione occidentale nel loro Paese, l’Afghanistan, né Al-Qaeda, che per far sognare i diseredati musulmani attaccò l’Occidente come primo passo per sviluppare un’agenda centrata sul controllo del potere nel mondo islamico. ISIS è oggi concorrente di Al-Qaeda, da cui ha però adottato le modalità operative.

    Un dato significativo sulla dimensione economica di Daesh. ISIS può oggi stipendiare un soldato a circa mille dollari al mese, pagabili a vita alla famiglia del “caduto” dopo il sacrificio. Non strano che con queste risorse economiche si trovino persone disposte a farsi lavare il cervello nei campi profughi del Pakistan o del Medio Oriente: stiamo parlando di una prospettiva infinitamente più concreta che quella offerta da molti dei Paesi in cui l’integralismo islamico impera.

    Come sconfiggere il radicalismo alla radice se la via bellica non basta (combatte il fenomeno, non le cause) e quella finanziaria neppure? Entrambe queste dimensioni sono necessarie e vanno molto rafforzate, ma la dimensione che permetterà di vincere la battaglia una volta per tutte è culturale: solo un’istruzione di massa e di qualità, che offra prospettive di là dall’insegnamento coranico d’impostazione puramente letterale e lo sviluppo della cultura della tolleranza e della diversità possono rompere il muro d’indifferenza nei confronti dell’altro che esiste attualmente nel mondo islamico. Se l’Occidente si abbassa al livello dei terroristi, rinchiudendosi su stesso e facendo d’ogni erba un fascio, negandosi ad aiutare l’Islam a debellare i propri demoni, alimenterà ulteriormente la macchina del terrore.

    Dalle esperienze che come Unione Europea stiamo cercando di portare avanti in Pakistan abbiamo imparato che l’agenda contro il radicalismo dev’essere modesta, concreta e soprattutto non pretenziosa. La cooperazione in materia di antiterrorismo, tra i giovani nelle università a rischio di radicalizzazione, sui media per sgonfiare la narrativa del terrore va portata avanti con molta circospezione, senza ricette preconfezionate (che nessuno ha), pronti a fare un passo avanti e tre indietro, ma senza perdere di vista che sono appunto i moderati d’entrambe le parti che vinceranno alla fine la partita. Per il momento, si nota in Pakistan un notevole abbassamento dei toni retorici e anti-occidentali.

    Qualche settimana fa, in un seminario su questo tema a Karachi, ho preso conoscenza d’un dato che mi ha impressionato: l’80% degli studenti dell’Università di Peshawar è convinto che l’Islam sia sotto attacco da parte dell’Occidente. Se uno analizza la storia dal XIX secolo in poi si renderà conto che gli avvenimenti possono essere interpretati in quel modo, almeno sino all’11 settembre. E in parte anche dopo. Così l’hanno vissuto per esempio gli afghani. In Occidente, un simile studio darebbe il risultato opposto. A mia maniera di vedere, nessuna delle cose è del tutto vera: tra Islam e Occidente (per loro mondo cristiano) esiste un’incomprensione di fondo, fondata in secoli di non-dialogo e di squilibri che adesso si sono trasformati in terrorismo (v. anche Mario Giro su Limes, che condivido completamente).

    Il conflitto vero rimane interno al mondo islamico, che non ha ancora digerito le proprie fratture successive alla scomparsa di Maometto né la centralità che gli ha procurato il petrolio dal 1945 in poi. E che lotta con difficoltà in parte contro l’idea stessa di modernizzazione. In questo quadro, attaccare l’Occidente è una diversione tattica dall’obiettivo di fondo di tutti i gruppi islamici radicali, il cui obiettivo è criminalizzarlo per evitarne l’espansione sui loro territori. Quella del califfato è una bufala, loro attaccano l’Occidente per narcotizzarlo, alimentare l’odio e ridurne l’appeal sul mondo islamico. Ma esiste, nel mondo globale, la possibilità di rimanere lontani e separati? Non credo sia più possibile tornare indietro verso società culturalmente omogenee: siamo condannati a capirci.

  • Diario pakistano, numero quattordici

    Un periodo molto agitato quest’ultimo (ma quando mai sarà tranquillo questo travagliato paese?), per cui ritorno al diario in un ritaglio di tempo.

    Se il numero di attentati terroristici è in ribasso (dei perchè ne discuteremo in un’altra occasione) con l’eccezione della provincia del Baluchistan, dove invece è in aumento (ma sono attentati e morti di un conflitto completamente sconosciuto in occidente, per cui non vengono nemmeno riportati dai nostri media), il 26 ottobre c’è stato un terremoto. Una scossa del 7.7, il cui epicentro nella catena montagnosa dell’Hindu Kush è stato fortunatamente molto profondo, 212 chilometri sotto terra, per cui ha provocato danni meno intensi di quelli di una scossa simile nel 2005, che provoco’ 87.000 morti in Kashmir. Le vittime mortali sono tra le 300 e le 400.

    I terremoti in Pakistan sono sempre nelle zone dell’Himalaya, molto sismiche, e in quella valli isolate i danni sono sempre consistenti a causa della precarietà delle infrastrutture. I danni appariranno col tempo, perchè molte vallate sono impervie e inaccessibili.

    Del terremoto si è parlato in tutto il mondo; il che ha provocato apprensione in molti amici: ma fuori dalle zone montane si è solo sentito, senza che provocasse danni.

    Il governo si è affrettato a affermare di non avere bisogno d’aiuti per l’emergenza, posizione motivata dal fatto che le zone colpite sono in buona parte quella di presenza talibana, alla frontiera con l’Afghanistan, caratterizzate anche da una massiccia presenza delle forze armate, e li’ non si desidera una presenza di stranieri (di fatto, anche noi diplomatici possiamo recarvici solo con permesso, concesso col contagocce). Sicuramente chiederanno assistenza più tardi, quando saranno più chiari i danni e i bisogni per la ricostruzione.

    Il 10 ottobre è stato il giorno mondiale per l’abolizione della pena di morte, un tema di grande frizione tra l’Unione Europea e il Pakistan, quindi al centro delle nostre attività in questo paese.

    Per l’Unione Europea, l’abolizione della pena di morte è divenuto uno dei principali  cavalli di battaglia a livello mondiale. Abolizionisti completi ormai da diversi anni, alle Nazioni Unite, anno dopo anno riusciamo a ottenere il consenso di un numero sempre maggiore di paesi per le nostre risoluzioni che richiedono l’abolizione o almeno la sospensione (moratoria) delle esecuzioni.

    140 paesi hanno ormai abolito, per legge o di fatto, la pena di morte: una sessantina non l’hanno ancora fatto, con Cina, Usa, Iran e Arabia Saudita in testa nel numero di persone giustiziate. Gli Usa, si sa, sono un caso a parte: la pena di morte è stata abolita in 19 stati, esiste ancora in 31, ma è in Texas che avvengono l’80% delle esecuzioni. Fenomeno legato alla sovranità statale, non federale, l’impossibilità di farne oggetto d’un dibattito nazionale rende il tema complesso. Certo, i paesi che accompagnano gli Usa come maggiori utenti della pena di morte dovrebbero almeno far pensare, ma gli americani non ragionano cosi’. Come anche nel caso dell’uso di armi, rimangono del tutto insensibili ai paragoni internazionali, considerando questi loro diritti innati.

    Di certo noi europei del XXI secolo siamo diversi, e non possiamo esimerci dal proporre il nostro modello abolizionista ai nostri interlocutori nel mondo. La pena di morte non è di per sè vietata da convenzioni internazionali, è competenza di ogni paese decidere se usarla o no, ma esiste un trattato internazionale quasi universale, l’ICCPR – International Covenant on Civilian and Political Rights – (http://www.ohchr.org/en/professionalinterest/pages/ccpr.aspx), che è stato ratificato da 168 paesi e che prevede che la pena di morte possa essere applicata solo per crimini di estrema gravità e che non possano in nessuno caso essere giustiziati minori, donne in cinta e persone con disturbi psichici.

    Il Pakistan ha firmato questa convenzione, e dal 2008 al 2014 aveva sospeso le esecuzioni (moratoria), senza peraltro abolire la pena di morte, che i tribunali hanno continuato ad applicare.

    Grazie a questa moratoria, e ad altre condizioni che il Pakistan aveva compiuto, l’Unione Europea nel 2014 ha concesso al Pakistan un regime commerciale di particolare favore, chiamato GSP +, che permette alla maggior parte dei prodotti pakistani d’entrare in Europa senza dazi: una bella spinta per la loro competitività, che si è tradotta nel solo 2014 in un aumento del 20% delle esportazioni in Europa,  specie di prodotti tessili (un miliardo di dollari in più). A cambio, l’Europa non richiede pari trattamento commerciale, ma progressi tangibili nel rispetto dei diritti umani.

    Queste concessioni hanno senso anche perchè contribuiscono alla lotta contro il terrorismo, creando condizioni per una maggiore crescita economica e posti di lavoro.

    La strage di Peshawar del 14 dicembre 2014, in cui 145 persone, quasi tutti bambini di una scuola legata all’esercito, sono stati massacrati a colpi di mitra ha provocato una comprensibile reazione in paese di per sè molto colpito da questo fenomeno. Basti pensare che dal 2001 ad oggi, quando le toori gemelle e l’invasione dell’Afghanistan scatenarono il terrorismo mondiale, non meno di 60.000 pakistani ne sono caduti vittime. Come se una città come Siena fosse sparita in quindici anni.

    Comprensibile che la tolleranza verso il terrore sia limitata in questo paese.

    Sull’ondata emotiva di Peshawar, la moratoria è stata sospesa, e condannati a morte per terrorismo in attesa d’esecuzione da un decennio sono stati giustiziati.

    In quel caso, come Unione Europea siamo obbligati a ribadire la nostra opposizione all’uso di tale mezzo, pur appoggiando in altro modo la lotta contro il terrorismo.

    D’altronde, non è per nulla dimostrata l’efficacia di questa pena, tanto che in Europa abbiamo potuto sconfiggere il terrorismo dell’ ETA, della Baader Meinhof, dell’IRA e delle Brigate Rosse senza farvi ricorso. Facendo uso, questo si’, dello stato di diritto e della giustizia anche in modo severo. Ma senza pena di morte.

    Il governo pakistano s’affretto’ a rassicurare l’UE che la pena di morte si sarebbe circoscritta ai soli condannati per terrorismo, rimanendo sospesa per tutti gli altri.

    Bisogna sapere che in Pakistan la pena di morte è prevista per 27 delitti, alcuni dei quali (Blasfemia, Apostasia, Adulterio) non possono certo essere considerati delitti  di «estrema gravità» come previsto dall’ICCPR di cui abbiamo parlato sopra. Per il momento nessun condannato per blasfemia – il casi più noto quello di Aasia Bibi –  è stato mai impiccato, ma il pericolo rimane. I condannati a morte per quel delitto rimangono in carcere a vita.

    Questo fa si’ che ci siano nelle carceri pakistane non meno di 8000 condannati a morte. Se 25 condannati per terrorismo sono stati impiccati, da febbraio in poi la distinzione tra condannati per terrorismo o no è saltata, e il numero di impiccagioni per delitti comuni (omicidi) è salito esponenzialmente. Ad oggi, 290 persone sono state giustiziate, facendo del Pakistan il secondo paese al mondo per numero d’esecuzioni dopo la Cina. In termini relativi rispetto alla popolazione, il primo è l’Arabia Saudita.

    In molto casi, la condanna viene inflitta per terrorismo anche in caso di delitti comuni. Una conseguenza dell’inesistenza a livello internazionale d’una definizione consensuale di cosa sia terrorismo e cosa no. In Pakistan si condanna per terrorismo quasi sempre, anche in casi in cui non ne sussistono i presupposti.

    Da febbraio in poi, nessuno dei giustiziati aveva legami con il terrorismo. Ragion per cui il motivo principale che le autorità avevano addotto per giustificare il ritorno della pena di morte, la lotta al terrorismo, è del tutto disatteso.

    Il problema di fondo è quello dell’assoluta inaffidabilità del sistema giudiziario che pronuncia queste numerose condanne a morte: la tortura è usata sistematicamente in fase investigativa, le prove sono spesso inquinate o inesistenti, i giudici sottomessi a mille pressioni «perchè mandino alla forca». Un quadro di questo tipo a maggior ragione sconsiglia l’uso della pena di morte.

    A fronte del numero crescente d’esecuzioni, l’UE, assieme alle Nazioni Unite e ad Amnesty International ha dovuto per forza reiterare in continuazione la propria contrarietà all’uso della pena di morte, sottolinenandone limiti e inconvenienti. Il suo rappresentante nel paese divenendo la faccia di questa posizione, di certo non popolare: l’opinione pubblica pakistana è in gran parte favorevole alla pena di morte. Spesso si sostiene che sia conforme all’Islam: in realtà più che di Islam stiamo parlando di una legge del taglione d’atavica memoria, vigente in questa parte del mondo: chi uccide deve essere ucciso.

    Ogni mia intervista televisiva o giornalistica in cui ribadivo la nostra posizione è stata accompagnata da insulti nei miei o nostri confronti, tipo quello d’essere «un amico dei terroristi». In un paese in cui si passa in fretta ai fatti sono definizioni che ti fanno pensare.

    Come UE abbiamo richiesto di sospendere esecuzioni in casi dubbiosi (con poco successo) e abbiamo concentrato i nostri sforzi sui casi più dubbi, riguardanti minori e nei quali esistevano fondate ragioni per credere che fosse stata usata la tortura.

    L’esperienza ha indicato pero’ che a volte insistere su un caso specifico risulta deleterio, perchè in quel caso le autorità diventano ancora più sensibili, e procedono all’esecuzione per far capire che sono immuni alla pressioni.

    Il caso delle centinaia di condannati a morte minorenni rimane pero’ preoccupante: in Pakistan milioni di persone non hanno certificati di nascita, e la loro età è indeterminata. In caso di dubbio sull’età non si puo’ procedere con un’esecuzione, ma il Pakistan lo fa lo stesso. Impossibile non protestare, insulti o no, e non si tratta certo d essere amici dei terroristi.

    Emblematico il caso di un condannato a morte paralitico a causa d’una poliomelite contratta in carcere e non curata, la cui esecuzione è stata sospesa non per ragioni umanitarie, ma per l’impossibilità tecnica di eseguire la sentenza per impiccagione d’una persona in quello stato (pensateci, la corda non si tende abbastanza).

    Si tratta d’una battaglia quasi perduta in partenza, vista la grande popolarità della pena di morte in questo paese e l’assoluta ignoranza delle condizioni in cui viene comminata. Addirittura, da dicembre dell’anno scorso in poi i casi di terrorismo vengono affidati a tribunali militari privi di qualsiasi garanzia.

    Una curiosità è l’esistenza d’un meccanismo di «perdono» da parte delle famiglie delle vittime che possano accettare una compensazione economica risarcitoria che non solo evita la pena di morte, ma porta alle liberazione del condannato. Meccanismo che favorisce chi puo’ pagare e che dimostra come non si tratti di una questione di giustizia, ma di vendetta. Il famoso taglione.

    In questo quadro, il 10 ottobre l’UE ha promosso attività per promuovere l’abolizione della pena di morte, la cui eco rimane pero’ molto ristretto a una minoranza di persone.

    Difficile immaginare che le posizioni in materia cambino in un futuro prossimo: il rifiuto della pena di morte è legato allo sviluppo della democrazia, dello stato di diritto e fortemente impregnato di fattori culturali. Una battaglia difficile, per il momento perdente, che non possiamo pero’ esimerci dal combattere.

    Islamabad, 7 novembre 2015.