Autore: Stefano Gatto

  • Le linee maestre di una nuova politica estera italiana : spunti di riflessione

    Lo sviluppo del multilateralismo ed il rafforzamento dell’Unione Europea come attore fondamentale della comunità internazionale sono gli scenari fondamentali che tutelano al
    meglio gli interessi internazionali dell’Italia. Il nuovo governo dovrebbe dare priorità al rilancio dei contenuti della Costituzione Europea, ed a sviluppare un dialogo capillare con la cittadinanza sulle sfide internazionali che l’Italia deve attrezzarsi per affrontare. A livello multilaterale, pace, democrazia e equilibrio degli scambi economici sono le tre dimensioni da privilegiare. Legarsi ai paesi emergenti con strategie di lungo periodo per consolidare il rilancio della nostra economia e coinvolgere maggiormente la società civile, gli operatori privati e le comunità nel mondo nella strategia nei confronti del Sud sono sfide che richiedono un superamento della dimensione troppo personalista che ha prevalso nella gestione recente dei rapporti internazionali.

    Nella mia analisi prendo spunto dall’ottimo documento di Pistelli e Vecchi (Una nuova Italia in un mondo che cambia, 19.05.2005) che condivido pienamente, per sviluppare alcune proposte specifiche.

    L’asse portante delle mie riflessioni è la necessità, per il nuovo governo italiano, di riprendere l’iniziativa per lo sviluppo di un mondo multipolare, del quale l’Unione Europеа è un attore fondamentale. Il rafforzamento dell’Ue è conditio sine qua non per un successo dell’approccio multilaterale, l’unico che permette infatti di affrontare compiutamente le grandi sfide della globalizzazione, del cambio climatico, della sicurezza, dello sviluppo economico.

    Se nell’Ue prevalesse, alla luce della difficoltà attuali, un profilo basso che limitasse il perfezionamento dell’identità e delle strutture di un vera politica estera e di sicurezza comune, il multilateralismo ne soffrirebbe terribilmente, perché l’Europa ne è il modello più compiuto. L’integrazione europea, il suo progressivo allargamento geografico l’estensione delle sue competenze al di là della materia strettamente commerciale sono stati la risposta più brillante che il nostro continente ha potuto dare alle sfide della seconda e metà del XX secolo.

    Gli scenari strategici prevedibili per il XXI secolo vedono tutti l’emergenza di nuovi attori (Cina ed India in primo luogo, ma anche Brasile, Sudafrica ed altri) che aumenteranno il loro peso globale, venendo a modificare gli equilibri attuali. Se il ruolo centrale degli Usa non è in discussione, le nazioni europee sembrano condannate ad una crescente emarginazione, che sfocerà presto nell’irrilevanza, al di fuori di un’Ue forte e dinamica.

    Se questo è vero per Gran Bretagna, Francia e Germania, che s’illudono di conservare un loro peso specifico proprio a causa della loro storia o di certe situazioni che ne sono l’eredità (Consiglio di Sicurezza, passato imperiale, peso economico), è ancora più vero per un paese come il nostro che ha sempre dovuto affannarsi per essere trattato alla pari di quelli menzionati e per affermare una personalità propria in politica estera.

    Gli anni del governo Berlusconi hanno ulteriormente allargato questo fossato tra pretese interne e credibilità reale dell’Italia in campo internazionale. Il profilo personale del Presidente del Consiglio, il suo intervenzionismo dilettantesco e personalista in politica estera, le sue provocazioni, che possono indurre al sorriso in un contesto italiano ma costano care a livello internazionale, l’occasione perduta della Presidenza europea, sono tutti fattori che hanno giocato contro l’Italia in questi anni.

    Ma l’errore più grave compiuto dal governo italiano di centrodestra è stato quello d’assecondare la deriva unilateralista dell’attuale amministrazione americana, che non ha fatto che rendere evidenti i limiti di ogni soluzione non multilaterale; su molte questioni, in questi anni si sono fatti passi indietro anziché avanti. E l’Italia ha purtroppo contribuito tutto ciò: minare l’efficacia delle Nazioni Unite ed indebolire sistematicamente progresso dell’integrazione europea e lo sviluppo della personalità estera internazionale dell’Ue ha significato andare esattamente nella direzione contraria agli interessi dell’Italia.

    L’Unione, che può contare su competenze di uno spessore internazionale ben diverso agli squinternati provincialismi della maggioranza attuale, buoni solo per assicurarsi un marginalissimo strapuntino al tavolo dell’unilateralismo “neoconservatore”, dovrà appunto ribaltare queste due tendenze, facendosi portatrice d’iniziative nella direzione opposta.

    Intendiamoci; non si tratta di sostituire all’americanismo “a prescindere” un europeismo anch’esso “a prescindere”. Dopo l’11 Settembre, il mondo si e riempito di “migliori amici dell’America”, tutti disposti a fare il loro meglio per ingraziarsi la più retriva amministrazione americana del dopoguerra, intestarditasi a mettere in atto un’agenda internazionale squilibrata e superficiale.

    I dividendi che l’Italia ne ha tratti sono stati l’avventura irakena, le cui vie d’uscita sono state chiaramente indicate da Romano Prodi in suoi recenti interventi su cui non è necessario ritornare; nel corso del tempo, la marginalità del contributo italiano è stata più volte messa in evidenza, dimostrando che il rischio di vite italiane non ha minimamente contribuito ad affermare un rapporto privilegiato con gli Usa. Anzi, in momenti di crisi, gli Usa non si sono preoccupati di passare oltre il loro “miglior amico”. Le aspettative ottimistiche legate alla ricostruzione dell’Irak si sono rivelate l’ennesima buggeratura: non c’è stato spazio proprio per nessuna impresa che non fosse legata a filo doppio all’amministrazione Bush, e questo dovrebbe far riflettere un governo che confonde politica estera con commercio estero (Berlusconi dixit).

    L’appiattimento sulle posizioni di Washington e la perdita d’iniziativa italiana in politica estera si sono tradotte in una crescente irrilevanza italiana in ambito europeo ed in una conseguente perdita di peso su scenari di fondamentale importanza per un’Italia che vuole crescere economicamente, quali l’Asia, il Mediterraneo, l’America latina. In una parola nei rapporti con i paesi emergenti, con i quali l’Italia non solo non ha intensificato i propri rapporti, ma riesce persino a deteriorare le proprie posizioni rispetto ad un passato che aveva visto certi segmenti dell’imprenditoria italiana protagonista (industria meccanica, grandi opere, agri – food).

    Non si tratta quindi di sostituire un europeismo acritico ad un americanismo acritico: ma è necessario che gli italiani comprendano una volte per tutte che se è vero che gli Stati Uniti rimangono un partner irrinunciabile, l’Europa costituisce lo spazio democratico di riferimento nel quale l’Italia deve coniugare le proprie posizioni. Con realismo e convinzione.

    La politica estera italiana è la politica estera europea, a cui un’Italia post – berlusconiana contribuire. Perché non solo l’Italia ha bisogno di un’Europa forte, ma anche l’Europa sente il bisogno di contare di nuovo con l’apporto italiano.

    L’essersi intestarditi nel voler firmare la Costituzione Europea a Roma, come se quello fosse il punto, è stata l’ennesima dimostrazione della superficialità dell’azione estera italiana negli ultimi anni. Importante invece che l’Italia ritorni protagonista nella sostanza, facendosi portatrice di una capacità di proposta in ambito europeo ed evitando ogni tentazione di cammini paralleli che non portano da nessuna parte.

    Fatte queste premesse, come riprendere l’iniziativa sui diversi scenari internazionali?

    Europa: il prossimo governo italiano dovrà adoperarsi per far ritrovare all’Italia il ruolo e la voce perduti in ambito europeo.

    Interesse primario dell’Italia è rafforzare i meccanismi decisionali in seno all’Ue, consolidare lo spazio giuridico europeo, superando le reticenze in materia dell’attuale governo, rilanciare la strategia di Lisbona, di cui il nostro paese ha bisogno ancor più di altri, adoperarsi per la creazione del corpo diplomatico europeo sotto la tutela di un Ministro degli Esteri comunitario e per il rafforzamento della politica di difesa comune.

    L’Italia ha già ratificato la Costituzione Europea: se essa non è più d’attualità nel suo testo attuale, il nostro governo dovrebbe però farsi forte di tale ratifica, effettuata assieme altri 12 membri dell’Ue, per proporre l’approvazione per stralcio delle parti meno conflittuali della Costituzione (ricordandosi che i sondaggi dicono che la gran maggioranza degli europei, anche in Francia ed Olanda, è a favore dell’integrazione europea), quali la riforma istituzionale, la carta dei diritti, la politica estera.

    L’Italia dovrebbe poi proporre una riscrittura della Costituzione su nuove basi, per venire incontro al problema fondamentale del testo costituzionale, che ha disatteso in questo il mandato: quello di rendere leggibili e comprensibili i trattati. Per questo, è necessario riscrivere i testi su nuove basi, e produrre una vera e propria carta costituzionale corta e chiara.

    Per fare ciò, non è sufficiente prendere l’iniziativa a livello comunitario: è necessario portare avanti una gran campagna informativa, che porti pool d’esperti in tutte le province italiane (e l’Unione può contare con molti simpatizzanti con curriculum adeguati ma questo scopo), con il compito di discutere con la cittadinanza l’agenda europea ed internazionale. Bisogna sfatare il mito della politica estera “domaine réservé” di pochi esperti, che ha portato all’euro – scetticismo ed al populismo di ritorno dell’attuale governo, per spiegare con chiarezza e competenza agli italiani che cosa rappresentano per l’Italia l’integrazione europea, la sfida asiatica, i rapporti mediterranei, i negoziati WTO, le riforme agricole.

    Continuare a non parlarne, a non portare nelle nostre cento città questi temi significa lasciare tutto lo spazio ai pressappochismi, agli scenari catastrofici, ai protezionismi interessati.

    A livello di politica estera europea, la creazione del servizio diplomatico europeo prevista dalla Costituzione ed il conseguente rafforzamento progressivo delle Ambasciate Ue nei confronti di quelle nazionali avrà un effetto catalizzatore sull’immagine dell’Ue nel mondo, sulla sua efficacia operativa, sulla sua affidabilità, oltre a comportare un notevole risparmio finanziario. Tutti questi aspetti beneficiano l’Italia e gli italiani.

    La fondamentale battaglia per un seggio permanente nel Consiglio di Sicurezza, acutamente analizzata da Pagani e de Guttry, diviene una cartina al tornasole cruciale per l’Ue attore mondiale. La candidatura tedesca e del tutto incoerente con il rafforzamento dell’Europa nel mondo, cosi come lo sarebbe un’ipotetica candidatura italiana.

    Pur senza negare i meriti della posizione assunta dall’attuale governo italiano, solo l’affiancamento di un seggio permanente Ue a quelli francese e britannico, con cui esisterebbe un obbligo di coordinamento sistematico, farebbe giustizia al peso dell’Ue nel mondo, oggi penalizzato dagli arcaismi istituzionali.

    Si pensi anche all’insufficiente coordinamento tra europei in seno agli organismi finanziari internazionali, che vanifica spesso l’efficacia dell’azione europea anche dopo l’apparizione dell’Euro e regala agli Usa un ruolo principe che squilibra i mercati finanziari internazionali, e si vedrà chiaramente come la posizione tedesca non significhi affatto maggiore, ma minore peso per l’Europa nel CdS.

    Il governo dell’Unione dovrebbe adottare questi due obiettivi di fondo in ambito Pesc, pur sapendo che non saranno necessariamente realizzabili nell’immediato.

    Il rafforzamento della dimensione difensiva dell’Unione è stato adeguatamente affrontato da Romano Prodi nel suo intervento programmatico a Traversetolo, e non richiede ulteriori sviluppi, salvo sottolinearne la sua necessità urgente per dare peso all’Europa nel mondo.

    In ambito multilaterale, un’Italia ridivenuta protagonista in sede europea dovrebbe adottare come pilastri delle proprie posizioni i seguenti principi:
    – il contributo attivo alla pace mondiale, a cominciare dall’Irak, in un’ottica di transizione dalla dimensione del peace-keeping a quella del peace – building, che sviluppi tutte sinergie necessarie con un rilancio della politica di cooperazione allo sviluppo e straordinario attivismo della società civile e degli enti locali italiani;
    – il consolidamento della democrazia e dei diritti umani, quella che Prodi definisce una politica etica, in consonanza con gli altri principi che tanti italiani condividono promuovono mediante le loro attività nel mondo;
    – l’intensificazione, su basi equilibrate, degli scambi economici, che tenga dovuto conto, in un contesto multilaterale, delle nostre legittime esigenze di mantenimento dei nostri standard economici e sociali ma anche dell’emergere di nuove economie e della necessità di sviluppo delle economie meno avanzate. Questo richiede un maggior sforzo di comprensione e d’adattamento ai nuovi scenari internazionali, sia parte del governo che degli operatori privati, che stanno soffrendo d’un certo ritardo del sistema Italia nella transizione dallo spazio economico europeo a quello globale.

    Nei confronti dei paesi emergenti, l’Italia ha perso spazi che si era saputa creare in passato. Non favorire l’europeizzazione della politica estera ed in particolare sforzi congiunti di promozione commerciale europea penalizza le imprese italiane in crisi di competitività.

    Nei confronti dell’Asia, è necessario impostare da subito un approccio attivo a Cina ed India, potenze economiche del futuro, adattando il nostro sistema d’appoggio alle imprese alle necessità di tali mercati, sviluppando sinergie con i soci europei superiori alle attuali, rilanciando la politica di supporto all’innovazione in legame con la potenza emergente nel settore, I’India. Il governo italiano dovrebbe poi farsi fautore in sede europeo di negoziati commerciali miranti la conclusione di accordi commerciali di mutuo interesse con i partner suddetti, nonché con Giappone ed Asean.

    Nei confronti dell’America Latina, l’Italia deve finalmente farsi portatrice d’iniziative politiche ed economiche, sempre carenti in passato, con qualche eccezione nel caso argentino. In seno all’Ue, l’Italia dovrebbe assumere un ruolo di amico dell’America Latina, cui ci legano storia ed interessi comuni, simile a quello della Spagna, con cui in ogni caso non si avrebbe la pretesa di competere, ma di cooperare. L’integrazione regionale, nel Mercosur o nel più esteso ambito sudamericano dovrebbe ritrovare il protagonismo ebbe in tempi anche recenti, e l’Italia dovrebbe darsi da fare per rilanciare i negoziati il Mercosur, attualmente stagnanti.

    Nei confronti del Mediterraneo, l’Italia dovrebbe darsi da fare per rilanciare il processo di Barcellona, vittima delle rarefazioni politiche ma anche d’un approccio eccessivamente burocratico. Andando contro a chi si dichiara convinto della nostra indiscutibile superiorità culturale, l’Italia, paese mediterraneo per eccellenza, dovrebbe fare molto di più per rafforzare la cooperazione culturale e tra collettività locali e società civile.

    Nei confronti dell’Africa, è fondamentale che l’Italia contribuisca attivamente al raggiungimento degli Obiettivi di Sviluppo per il Millennio, mediante un rafforzamento nei limiti del possibile degli aiuti pubblici allo sviluppo (meglio un piano ragionevole e pluriannnuale che promesse al vento) ed una riforma che rilanci la cooperazione in sinergia con il settore privato e sfruttando le notevoli competenze dei cooperanti italiani, molto apprezzati nel mondo.

    Per quanto riguarda la nuova pagina degli Italiani nel Mondo, l’Unione si sta adoperando per contrastare l’approccio di stampo assistenzialistico – corporativo caro al ministro attuale, che si rivolge agli italiani nel mondo di cinquanta anni fa, non a quelli di oggi.

    Il nuovo drappello di rappresentanti degli italiani nel mondo dovrebbe essere invece composto di rappresentanti di una diaspora italiana moderna e competente, che non guarda all’Italia con nostalgie mal riposte ma con realismo e volonta di cooperazione. Gli italiani nel mondo non devono venire a chiedere, ma a proporre. La transizione dal Cgie al Parlamento non sarà semplice, ma. permetterå di sviluppare importanti sinergie con la presenza italiana nel mondo, e rilanciare la diffusione della cultura italiana in modo più capillare, anche grazie al protagonismo delle nostre comunità.

    Dall’insieme di tutte queste proposte, è chiaro che l’Italia è ad una svolta anche in materia di politica estera. In un mondo che corre, abbiamo bisogno di un’Italia che sappia analizzare le nuove realtà, proporre azioni che vadano di là della facciata, tessere nuovi rapporti che mettano in valore il potenziale delle nostre imprese, della nostra società civile, delle nostre comunità nel mondo. E’ una sfida difficile, ma necessaria: se l’Italia non si muove, nessuno lo farà per noi. Vale senz’altro la pena di farlo.

  • L’Italia per il progresso dell’integrazione europea

    L’integrazione europea sembra in crisi. Nonostante il mercato unico, l’Euro, la Costituzione e tanti altri successi, i cittadini europei sembrano avere una visione sempre piu’ sfuocata del progetto politico europeo.

    Quello che noi europei siamo stati capaci di costruire in cinquant’anni verrà probabilmente considerato dagli storici prossimi venturi una straordinaria evoluzione in positivo del concetto di “governance”: già oggi un Rifkin ne parla in questi termini.

    Dalla guerra alla prosperità economica e l’eliminazione assoluta di prospettive belliche tra i membri dell’Unione: un risultato da poсо?
    Molti sembrano sottovalutarlo.


    Di fronte a questi grandi successi, che tra l’altro hanno costituito lo scenario necessario anche per lo sviluppo economico del nostro paese, che non avrebbe mai raggiunto i livelli di benessere attuali se non avesse partecipato al progetto europeo, è sconfortante vedere
    come oggi molte parti del mondo politico e dell’opinione pubblica e europea abbiano perso di vista l’insieme della questione.

    Trattare l’integrazione europea come un processo tecnico burocratico, come un gioco a somma zero dove uno vince e l’altro perde è un gravissimo errore di prospettiva.

    In questo quadro, al nuovo governo italiano spettano tre compiti fondamentali:

    1. Ridare all’Italia quel ruolo preminente ed attivo in Europa che la crisi post – Tangentopoli e l’attuale governo di centro – destra, privo di credibilità internazionale, le hanno tolto: in Europa oggi l’Italia non pesa quanto dovrebbe come paese “grande” e fondatore della
      Comunità.
      L’Italia deve rimettere la politica europea al centro, esprimere proposte e difenderle attivamente, creando le alleanze e le sinergie necessarie per la loro approvazione.
      L’Italia deve abbandonare la passività e riottosità che I’ha contraddistinta in tempi recenti in ambito europeo: l’Europa ha bisogno dell’Italia, delle sue idee, del suo contributo politico.
    2. Usare la dimensione europea come volano per le riforme di seconda generazione.
      Storicamente, e’ stata lo stimolo europeo quello che ha permesso di portare avanti le riforme intraprese in Italia, in campo economico, finanziario, commerciale.
      Molto resta da fare, ma l’euro – scetticismo serve solo a mascherare l’immobilismo.
      Ridivenire attivi in Europa significa vincolare le nostre politiche, in materia d’innovazione, ricerca, ca, imprenditorialità, mercato, lavoro, agli scenari prevalenti in Europa. L’Italia può divenire esempio di in dinamismo in Europa, come lo fu d’imprenditorialità in decenni passati. Basta decidersi a ripartire con coraggio e visione di futuro.
      Il recente rilassamento del patto di Stabilità non è di per sé una buona notizia, ma può dare un certo respiro in termini di conti pubblici, anche se vista la situazione specifica che lascerà il centro destra i margini non saranno enormi.
    3. Per rilanciare iniziative in Europa, è necessario che il governo italiano faccia uno sforzo pedagogico molto maggiore per spiegare l’Europa ai nostri cittadini, cui sfuggono i contorni del processo. Questo richiede onestà e chiarezza: l’Europa deve essere spiegata non come vincolo, ma come risorsa e stimolo.
      Il centro sinistra lo può fare, e lo deve fare.

    È poi importante che si rifletta agli scenari che si aprono in caso di non ratifica della Costituzione in altri paesi. In quel caso, l’Italia dovrebbe farsi portatrice non di un rinegoziato al ribasso, ma forse d’una nuova impostazione: ripartire su basi più ambiziose con i paesi che ci stanno, includendo la politica estera e di difesa come scenari d’integrazione, nel quadro d’un Unione a cerchi concentrici. Non è una soluzione ideale, ma può divenire uno scenario ragionevole cui pensare.

    L’Italia, per sua natura, interesse e vocazione, dovrebbe far parte dei
    paesi del nucleo centrale, più integrato.

  • Pace, diritti umani, interdipendenze economiche

    Le linee maestre d’una politica estera italiana

    Quali sono le relazioni internazionali che un’Italia pienamente integrata in Europa dovrebbe cercare di costruire?

    L’Italia e I’UE dovrebbero in primo luogo perseguire il rafforzamento del multilateralismo, conditio sine qua non per il raggiungimento di soluzioni equilibrate.

    Il raggiungimento di soluzioni multilaterali ai diversi problemi internazionali non è certo facile, come dimostrano i negoziati OMC equilibrio od in materia ambientale, ma è difficile immaginare equilibrio e collaborazione di tutti quando le soluzioni vengono imposte dall’alto o da qualcuno.

    Qualcuno potrebbe obiettare da “realista” che si tratta d’un utopia irrealizzabile: l’esempio dell’integrazione europea dimostra invece che quando si condividono i valori essenziali e gli obiettivi di fondo, si trova comunque il modo di progredire e d’avanzare insieme, anche se spesso è difficile ed a volte è opportuno arrestarsi.

    L’Europa è multilateralista per definizione, l’Italia non ha interesse alcuno a smarcarsi dal contesto europeo nei vari dibattiti internazionali.

    Come già accennato in un contributo precedente, l’Italia dovrebbe battersi instancabilmente per il raggiungimento sistematico d’una posizione europea.

    In questo, il futuro governo di centro – sinistra avrà interesse e smarcarsi dalle tentazioni neo – nazionaliste o acriticamente filo americane dell’attuale governo e far ritrovare all’Italia il posto che le spetta come membro fondatore dell’Unione Europea, oggi un po’ appannato.

    Questo non significa sostituire un americanismo acritico con un europeismo anch’esso acritico.

    L’Italia dovrà battersi per ma definire posizioni realistiche coraggiose, e sviluppare le sinergie necessarie con gli altri membri dell’Unione affinché divengano maggioritarie.

    I capisaldi di quest’approccio di politica estera dovrebbero essere, a mio avviso:

    • – il contributo attivo alla pace mondiale;
      – il consolidamento della democrazia e dei diritti umani;
      – l’intensificazione, su basi equilibrate, degli scambi economici.

    L”Italia da’ da tempo un contributo importante alle operazioni di peace – keeping. Tale contributo dovrebbe continuare, ma sempre e solo in un quadro d’una legalità internazionale che venne a mancare nel caso dell’intervento in Irak.

    L’Italia dovrebbe impegnarsi per una sempre maggiore europeizzazione delle operazioni di peace-keeping. Al tempo stesso, una capacità d’azione militare rapida a livello europeo dovrebbe essere resa operativa in tempi brevi. In questo modo, l’Italia e l’UE potrebbero sempre più contribuire alla soluzione di crisi umanitarie e belliche qualora ne esistano i presupposti condivisi.

    La nostra politica estera dovrebbe quindi contribuire a sviluppare una dottrina europea per gli interventi umanitari ed in caso di crisi, un passo che servirebbe ad evitare inerzie del passato.

    Allo sviluppo di tale dottrina dovrebbe poi associarsi uno sforzo logistico ed operativo che permetta all’Italia ed all’Europa d’assumere un ruolo adeguato nella soluzione delle crisi internazionali.

    Ma interventi di tipo militare possono smorzare le crisi, ma non certo costruire la pace.
    Una pace stabile è raggiungibile solo mediante una generalizzazione della democrazia ed il rispetto dei sistematico dei diritti umani, accompagnata da un riequilibrio dei rapporti economici.

    L’Italia dovrebbe contribuire all’affermazione d’un concetto euroрео ed internazionalmente condiviso della democrazia e dei diritti umani, senza eccezioni e deviazioni. In questo senso, un’equazione spesso complessa con i legittimi interessi economici dei nostri operatori dovrebbe essere effettuato, ma senza divenire una scusa per venire meno ai nostri impegni.

    Un esempio: se è fondamentale rafforzare i nostri rapporti economici con la Cina, nuova potenza economica mondiale, questo non significa dare il via al commercio di armi e tecnologie sensibili con quel paese, in assenza di precise garanzie e progressi tangibili in materia di democrazia e diritti umani.

    Diffondere la democrazia si può, intensificando la cooperazione e gli scambi d’esperienze, rafforzando quella che si definisce “politica soffice”, una materia in cui l’Europa ha un “know’-how” significativo e l’Italia la sua voce in capitolo.

    Ma relazioni internazionali equilibrate richiedono anche flussi economici più equilibrati. Concessioni significative vanno fatte in materia d’accesso ai nostri mercati: senza contribuire fattivamente ad un maggiore sviluppo economico delle economie del Sud è anche impossibile pensare d’ottenere migliori condizioni per i nostri prodotti. Dobbiamo legare maggiormente la nostra economia a quella dei paesi emergenti, senza cedere alle sirene del protezionismo.

    Questo richiede scelte a volte coraggiose ed una maggiore capacità pianificazione strategica sugli scenari internazionali, che tenga conto dell’evoluzione a lungo periodo sia degli scenari politici che di quelli economici.

  • Il Foro sociale mondiale da Porto Alegre a Bombay

    Il Foro sociale mondiale da Porto Alegre a Bombay

    Dare un giudizio complessivo su un evento multiforme e variegato come il Foro sociale mondiale (Wsr), giunto quest’anno alla sua quarta edizione, è impresa assai complicata. Il Foro è la traduzione politica di una rete di reti, impossibile non averne una visione che non sia per definizione parziale. La sensazione che si ha partecipando è più o meno quella che si può avere navigando in Internet: vi si può trovare di tutto, la tentazione di saltare senza pause da un tema all’altro è fortissima. Quasi 100.000 partecipanti, migliaia di dibattiti, conferenze, mostre, attività culturali sui temi più svariati. Anche mettendoci tutta la buona volontà non si può partecipare che a una manciata delle attività previste.

    Ferme restando queste premesse, cercherò di riflettere su quella che mi sembra essere la tendenza del WSF dalla sua creazione a oggi: il fatto d’aver partecipato alle precedenti edizioni, tutte svoltesi a Porto Alegre, e a quella di quest’anno a Mumbai (ex-Bombay) mi permette perlomeno di paragonare sensazioni.

    Il Foro sociale mondiale nacque come idea nel 2000, per opera di un gruppo di intellettuali brasiliani legati al PT (Partido dos Trabalhadores), allora all’opposizione e attualmente al governo in Brasile. L’idea era quella di creare un contraltare rispetto al Foro economico mondiale di Davos (WEF), notissima riunione dei VIP mondiali che si celebra ogni gennaio
    nella stazione alpina svizzera, divenuto col tempo un appuntamento obbligato dei potenti del pianeta.

    L’idea era che, di fronte a una visione prevalente d’inevitabilità della globalizzazione e dei suoi effetti economici, rimasta nella pratica senza alternative dopo la caduta del muro di Berlino, fosse necessario creare uno spazio per i movimenti della società civile, molto meno in grado rispetto a stati, organismi internazionali e imprese di strutturare tra loro contatti stabili.

    A fronte di interessi economici in comunicazione costante tra loro e in grado di influenzare efficacemente il corso degli avvenimenti, gli operatori sociali si trovavano tendenzialmente isolati l’uno dall’altro, spesso alle prese con problemi simili ma non in grado di scambiare
    esperienze e di raggiungere una massa critica sufficiente per influenzare le scelte della politica su scala mondiale.

    Accanto a questa inadeguatezza strutturale dei movimenti della società civile, paradossalmente sempre più presenti nel dibattito politico a causa della riduzione complessiva della sfera d’azione pubblica operatasi un po’ ovunque a partire dagli anni ottanta, appariva anche la debolezza crescente o incapacità manifesta della maggior parte degli attori statali, perlomeno nei paesi in via di sviluppo, di partecipare efficacemente alla presa di
    decisioni politiche internazionali.
    Da qui l’impressione che un numero ridottissimo di attori (stati sviluppati, organismi economici multilaterali, multinazionali) stesse in pratica decidendo, in maniera esclusiva, delle sorti del mondo.

    L’altro paradosso era, ed è, che, contrariamente alle illusioni dei primi anni novanta, il ciclo virtuoso di diffusione degli effetti benefici della democrazia e dell’economia di mercato, che avrebbe dovuto trasmettere a pioggia il benessere da un capo all’altro del pianeta una volta superate le divisioni ideologiche, non si è verificato. O perlomeno non nelle proporzioni previste.

    Gli effetti negativi della globalizzazione sono chiaramente visibili: è discutibile se
    essi siano in aumento o in che misura siano legati a problemi di squilibrio delle relazioni internazionali o a problemi di governance. Ma è chiaro che la divisione tra nord e sud del mondo esiste, anche se essa non è così lineare come alcuni vorrebbero: esiste un nord del sud
    (le élites economiche in sintonia con i nuovi valori imperanti nel mondo globale) e un sud del nord (popolazioni dei paesi sviluppati spiazzate dalle nuove caratteristiche delle economie post-industriali). La linea divisoria corre sostanzialmente lungo la cosiddetta digital divide, che misura l’apertura al mondo dei vari soggetti.

    L’idea brasiliana non a caso è nata in quell’America Latina il cui ritardo di sviluppo era stato tradizionalmente indicato dalla sinistra nei meccanismi che ne accentuavano la dipendenza economica.
    All’epoca, il principale teorico di tale teoria, FH. Cardoso, governava il Brasile rinnegando buona parte dei postulati teorici da lui stesso elaborati. Il progetto brasiliano trovava immediata eco in
    Francia, dove un’opinione pubblica fortemente orientata verso un rifiuto della globalizzazione all’americana si trovava in sintonia con questa visione critica. Le Monde Diplomatique contribuì a internazionalizzare e a dare visibilità a tale fronte alternativo.
    Ma bisogna sin d’ora chiarire un punto: anche se la stampa e molti osservatori si sono semplicemente limitati a catalogare il WSF come una coalizione di antiglobalizzazione, questo non era affatto l’orientamento originale: il Foro sociale è anch’esso un prodotto della globalizzazione, non potrebbe rinnegarla. L’enfasi iniziale, che prevarrà nei primi anni,
    sarà quella della possibilità di un’”altra” globalizzazione, inclusiva e non esclusiva, attenta agli effetti sociali e non solo a quelli economici.

    In quest’ambito, le derive violente degli anti-global da Seattle a Genova hanno
    ben poco a che spartire con l’essenza del movimento di Porto Alegre, totalmente
    non violento.
    Il primo Foro di Porto Alegre (gennaio 2001) costituisce il banco di prova dell’esperimento: si riuniscono associazioni, si definiscono chiavi di lettura della globalizzazione “vista dal basso”. Il successivo Foro 2002, divenuto già un evento di prima grandezza, si struttura attorno a delle tematiche centrali che divengono il filo conduttore di dibattiti e iniziative. Su ogni tema vengono elaborati dei documenti finali che vogliono essere la base di lavoro per le collaborazioni spontanee tra associazioni di ogni parte del mondo, la Carta di Porto Alegre definisce i principi di base per aderire al movimento più che le risposte ai problemi sollevati.
    La sfida dell’11 settembre è naturalmente notevole: la stragrande maggioranza del movimento della società civile condannerà gli attentati, ma nel Foro 2002 era già percettibile l’onda montante “anti-imperialista”, ideale ai fini della vecchia sinistra di ritorno. Tale fenomeno è legato non agli attentati ma alla reazione americana prima in Afghanistan e poi in Iraq, giudicata illegittima e premeditata dalla maggior parte delle associazioni.

    A tre anni dal primo Foro, a che punto siamo con l’elaborazione dell’altro mondo possibile (“Another World is Possible” è il motto del WSr)?
    Alcune delle impressioni che ci ha lasciato Mumbai 2004 sono positive:

    1. Il Foro è stato organizzato per il quarto anno consecutivo, riunendo circa 100.000 rappresentanti della società civile. Il fatto che il luogo di svolgimento fosse Bombay ha naturalmente facilitato la partecipazione di asiatici e anche africani, assai poco rappresentati nelle edizioni precedenti del Foro, nelle quali la partecipazione era essenzialmenté europea e latino-americana. In questo caso, molti europei (con una rappresentanza più variegata rispetto alla prevalenza di francesi, italiani e spagnoli che si riscontrava a Porto Alegre), un buon numero di latinoamericani, un numero crescente di statunitensi, mobilitati essenzialmente dal movimento anti-guerra, e naturalmente una nutritissima rappresentanza di asiatici (assente la Cina). Buona anche la partecipazione africana.
      Il che significa che, in quattro anni, il movimento di articolazione della società civile sta raggiungendo un maggiore equilibrio geografico, sull’asse nord-sud e tra i continenti.
      È un risultato importante, perché non bisogna dimenticare che il primo obiettivo del movimento di Porto Alegre era la strutturazione di una rete mondiale di realtà interessate a sviluppare un approccio alternativo alla globalizzazione.
      Tra l’altro, tutto è basato sull’autofinanziamento, perché il WSF ha rifiutato contributi pubblici (salvo l’uso di strutture quali il campus dove si è svolta la manifestazione). È comunque vero che quasi tutte le ONG ottengono la maggior parte dei fondi da contributi pubblici, anche se non diretti esplicitamente alla partecipazione al WSF. Ma il Foro come tale non dipende da sovvenzioni.
    2. L’atmosfera a Bombay era, come anche a Porto Alegre, del tutto gioiosa e festiva. Fin troppo carnevalesca, se proprio vogliamo. Grande spirito egualitario, tutti i delegati sullo stesso piano, il ministro come il partecipante individuale con la stessa tessera e gli stessi diritti. Nessun tappeto rosso per i VIP. Una bella sensazione, un po’ anarchica ma rinfrescante.
      Anche questo è importante, perché significa che il movimento riesce a tenere fuori provocatori e disturbatori: se pensiamo agli effetti deleteri per la credibilità dei critici della globalizzazione derivante da gruppi come i Black Block, o al fatto che gruppi di estrema destra si dicano anch’essi contrari alla globalizzazione (a Bombay era temuta l’infiltrazione di militanti del Shiv Shena, il movimento integralista hindù e anti-islamico la cui roccaforte è proprio lì), contribuendo ad alimentare la confusione, riuscire a preservare un ambiente festivo e tranquillo quando si riuniscono decine di migliaia di persone dalle caratteristiche le più dispari è un fatto positivo.

    Veniamo alla sostanza dei dibattiti: la mia impressione è che il movimento per un’altra globalizzazione (ora denominato “alter-global”) si stia avvitando su se stesso, perdendo in questo modo gran parte del potenziale derivante dalla constatazione degli oggettivi limiti del modello di sviluppo prevalente.

      Uno dei punti di forza sottolineati prima, quello della democraticità e orizzontalità del movimento, diviene un punto di debolezza nel momento in cui i molti spunti/idee/denunce non vengono canalizzati in una piattaforma di proposte. A Porto Alegre 2001 si era fatta un’analisi
      delle anomalie della globalizzazione, identificando delle linee d’azione, tema per tema. A Porto Alegre 2002 si è lavorato su quelle linee e formulato proposte, alcune fattibili, altre irrealizzabili. Da allora in poi il WSF non ha sviluppato questa concezione strategica, ma si è rifugiato da un lato nello sviluppo di microreti, dall’altra ha dimostrato un’incapacità di legare tali micro-reti di idee/organizzazioni in una visione globale.

      O meglio, la visione globale c’è, ma è talmente poco declinata da rendere superfluo tutto il gran lavoro di analisi che vi sta dietro: no all’imperialismo, nuovo ordine economico internazionale, abolizione degli organismi fautori del consenso di Washington (FMI, BM, Омс есс.), superamento del capitalismo, ritorno al localismo per arginare i mali della globalizzazione.
      Per giungere a tali conclusioni non credo ci sia bisogno di mobilitare tante energie, chiunque può sognare di fronte al suo Pc. Come si dice in spagnolo, no es por aquí no van los tiros…
      Vari sono i motivi che portano a questa radicalizzazione. A mio avviso sono i seguenti:

      1. Organizzativo: la bellezza della democraticità assoluta porta a far sembrare illegittimo ogni tentativo di gerarchizzazione delle priorità da parte di qualcuno (partiti, comitato organizzatore ecc.)
        Questa caratteristica piacerà a chi ha simpatie per l’anarchia, ma il destino nel quale è incorsa tale opzione politica dovrebbe servire da monito. A un certo punto bisogna sforzarsi di sintetizzare e formulare proposte possibili.
      2. Politico: è vero che la radicalizzazione del dibattito politico a scapito del dialogo costruttivo, della capacità d’ascolto è una caratteristica del mondo d’oggi, acceleratasi dopo 1’11 settembre. La famiglia politica conservatrice lo è sempre di più, l’uso di termini ideologici senza significato è divenuto sempre più frequente proprio quando le ideologie sarebbero invece morte, la politica “neutra” e “tecnica” vuole presentarsi come amorfa quando è in realtà tremendamente ideologica, ma accusa chi dissente di essere a sua volta schiavo delle ideologie.
      3. Conseguenze della situazione internazionale: la guerra in Iraq ha monopolizzato l’attenzione del Foro di Bombay, trasferendo in pratica il centro dell’attenzione dal dibattito sull’altra globalizzazione alla lotta contro l’imperialismo. Il motto di quest’anno era: “è la stessa lotta”.
        È chiaro che l’anti-multilateralismo americano, la guerra preventiva, i comportamenti contrari al diritto internazionale sono manifestazioni di radicalità politica che possono avere come effetto il pessimismo cosmico. Da qui la radicalizzazione nell’altro senso. Ma è tra i due estremi che bisogna costruire.
      4. Generazionale: il movimento è composto essenzialmente da due blocchi generazionali; da una parte i ventenni, ancora al di fuori del mondo professionale, e legittimamente perplessi su molti aspetti del mondo che li circonda. Dall’altra i cinquanta-sessantenni reduci dal ’68 che ritrovano d’incanto un’audience perduta. “La nostra battaglia è la stessa, anche noi eravamo anti-globalizzazione ante litteram, il nemico è sempre lo stesso”.

      In questo quadro, la caduta del muro di Berlino diviene un dettaglio senza importanza, e un movimento nato come aideologico e aperto, euristico, tende a venire monopolizzato dai vecchi maestri, che le risposte le hanno già: le tirano fuori dai loro cassetti impolverati. E le nuove generazioni rimangono a boccа aperta ascoltando formule che già incantarono i loro fratelli maggiori e gentori. Parole cariche di fascino, certo, ma anche drammaticamente insufficienti per affrontare una realtà del tutto nuova.
      E con un appeal politico limitatissimo.
      Di fatto, il movimento di Porto Alegre sta scoprendo il linguaggio del comunismo e dell’anti-imperialismo. La montagna sta partorendo un topolino?
      Prendiamo il caso del commercio. Se Porto Alegre aveva avviato una lettura critica dell’OMC e delle sue insufficienze, sottolineando però la necessità di democratizzare l’agenda della liberalizzazione e il funzionamento dell’organizzazione (risultato: il lancio dell’Agenda per lo sviluppo di Doha, il più bilanciato quadro negoziale della storia del commercio internazionale) al fine di ottimizzare gli effetti del libero commercio su scala globale, gli scarsi progressi ottenuti nei due anni di negoziati e la conseguente/contemporanea radicalizzazione del WSF fanno sì che ora si parli solo di abolizione dell’OMC, nuovo ordine economico internazionale, abolizione dei brevetti, drastica riduzione degli scambi, ritorno all’economia locale.

      Nei dibattiti in materia al Foro non una sola voce discordante, non un solo dubbio in materia. Cancún un trionfo per i movimenti civili sui poteri stabiliti, alla prossima ministeriale di Hong Kong (ottobre) bisognerà ripetere l’esperienza.
      Bloccare tutto.
      Senza se e senza ma, per favorire il ritorno a una fantomatica età dell’oro preOMс e pre-capitalistica nella quale, apparentemente (io purtroppo non c’ero ancora, ma forse altri sono sufficientemente stagionati da averla vista coi loro oсchi) la povertà, le malattie e le ingiustizie non esistevano. Solo latte e miele.

      Inutile cercare di dissentire o di portare la discussione sui dettagli dei singoli punti negoziali (che alternative?). Sono solo “tecnicismi liberali”.
      Su molti altri temi, non si riesce a uscire da contraddizioni lampanti: ad esempio agricoltura e uso delle risorse. Giustissimo rivendicare i diritti delle popolazioni, la preservazione della sovranità alimentare e mettere la museruola a comportanti abusivi delle multinazionali (OGM,
      biopirateria есс.).
      Da questo a concludere che l’agricoltura deve rimanere al di fuori della sfera commerciale il passo è un po’ ardito. Quid degli interessi di decine di paesi la cui competitività è esclusivamente agricola?
      Non sarebbe meglio definire regole più equilibrate per il commercio, per esempio riducendo drasticamente quei sussidi che proteggono artificiosamente l’agricoltura dei paesi più ricchi penalizzando i paesi più poveri? E sbrogliare la matassa della confusione tra i “falsi amici” dei
      paesi in via di sviluppo, come Bové e molti altri, che smaniano per rendere quei sussidi eterni (OMC fuori dall’agricoltura significa proprio questo: mantenere l’autonomia di pagare i sussidi per chi può farlo. Chi non può s’arrangia, alla faccia della globalizzazione alternativa).
      In questo contesto, persino voci intelligemente critiche come uno Stieglitz rіmangono drammaticamente minoritarie. Prevale il clima da stadio e le opinioni catastrofistico-massimalistiche.

      Rimango convinto che la ricchezza del movimento internazionale della società civile possa produrre molto, ma molto di più di un cieco ritorno a un passato idealizzato e teorico. Le energie sono tante, gli spunti spesso buoni. Se si riuscisse a scendere dal treno del millenarismo e cominciare a lavorare tema per tema su ciò che è possibile fare, per costruire un ponte tra l’ideale e il possibile, la società civile potrebbe dare un grande contributo alla politica, drammaticamente a corto di idee.
      Purtroppo un discorso di questo tipo pare non interessi a nessuno: i partiti d’ispirazione liberale o conservatrice non hanno mai seguito con attenzione la realtà del WSF, relegando la visione alternativa della globalizzazione a fenomeno da baraсcone (e alcuni suoi esponenti rientrano e Social Forum fanno davvero di tutto per rispondere a questa definizione); la sinistra moderata si è dapprima avvicinata, salvo scottarsi le dita in un rapporto di disamore del tutto condiviso tra le parti; la sinistra tradizionale salta invece sul cavallo in corsa, ma anziché sviluppare nuove idee cerca di riciclare le vecchie già bruciate dalla storia.

      Non c’è davvero spazio nella politica di oggi (e non parlo solo dell’Italia) per una visione costruttiva ed equilibrata della globalizzazione? Probabilmente sì, ma per svilupparla sul serio è necessario che il movimento di Porto Alegre non si faccia incantare dalle sirene del vecchio, e prenda l’iniziativa per costruire nuove proposte. Lo può fare, e i risultati potrebbero essere piacevolmente sorprendenti.

    1. La riunione ministeriale Омс a Cancún: a che punto siamo con l’Agenda dello Sviluppo proposta a Doha?

      Il fallimento del lancio del cosiddetto Millennium Round a Seattle aveva segnato un momento fondamentale nella storia dell’Organizzazione mondiale del commercio (Oмс) e in fondo della stessa diplomazia multilaterale: da quel momento in poi, apparve chiaro a tutti che, a fronte delle forti opposizioni esistenti a un’estensione indiscriminata della liberalizzazione commerciale, era tramontata l’epoca in cui i grandi (USA e UE) potevano imporre l’agenda agli altri. Tali opposizioni derivavano essenzialmente dalla consapevolezza che i benefici della globalizzazione non sono equilibrati: senza meccanismi correttivi e misure ad hoc per i paesi in via di sviluppo, questi ne avrebbero tratto ben pochi vantaggi, a scapito dei loro processi di sviluppo e degli equilibri planetari. A Seattle emerse poi che tale scetticismo nei confronti della liberalizzazione senza limiti era condiviso anche da parti significative delle popolazioni del nord.

      L’Agenda per lo Sviluppo di Doha, rubricata a fine 2001, impostò in maniera molto diversa il nuovo ciclo di negoziati commerciali, accentuando gli aspetti in grado di sostenere una maggiore partecipazione al commercio e quindi una maggiore crescita ai paesi del Sud.

      La riunione ministeriale di Cancún (10-14 settembre) è chiamata a fare un bilancio a metà strada dei negoziati intrapresi a Doha, la cui conclusione è prevista per il dicembre 2004.

      A che punto siamo in tali negoziati? Prendiamo in considerazione gli aspetti principali su cui si centreranno i dibattiti in Messico.

      In primo luogo, è stato appena raggiunto, e sarà ratificato a Cancún, un importantissimo accordo relativo alla commercializzazione di farmaci necessari per la lotta contro malattie molto diffuse nei Pvs (AIDS, tubercolosi, malaria). Il raggiungimento di tale accordo è stato molto difficile, ma il tema aveva assunto una tale centralità nell’agenda che sarebbe stato impossibile evitare un fallimento totale a Cancún senza uno sbocco positivo su di esso prima della conferenza. Grazie a tale accordo, i diritti di brevetto su farmaci essenziali nel trattamento di tali malattie, detenuti nella maggior parte dei casi da aziende farmaceutiche americane ed europee, sono sospesi nei paesi in cui l’incidenza di tali malattie è pesante. Aziende locali potranno produrre a prezzo di costo per il mercato nazionale, e anche esportare i farmaci a basso costo in paesi che non dispongano di tale capacità produttiva. La confezione di tale farmaco dovrà però essere dissimile da quella originale e tali prodotti non potranno essere smerciati nei paesi sviluppati, dove le royalties continueranno a valere.

      In definitiva, un buon accordo, che permetterà l’accesso a medicine essenziali a milioni di persone per le quali esse erano proibitive.

      Un buon esempio di come un foro multilaterale come l’OMC, se ben usato, possa portare a risultati positivi per l’umanità. Siamo proprio al cuore dell’ agenda di Doha!

      Da notare che la proposta, d’origine brasiliana e sudafricana, sia stata abbracciata dall’UE sin dagli inizi, e osteggiata sino all’ultimo dall’industria farmaceutica USA, che alla fine ha dovuto cedere.

      Scorriamo brevemente gli altri punti dell’agenda:

      Agricoltura: un tema chiave. Il commercio agricolo rimane molto meno libero di quello industriale e dei servizi. L’Ue ha presentato delle proposte d’apertura dei mercati compatibili con la recente riforma della PAC (Politica agricola comune). Esse sono sostanziali, ma considerate non sufficienti dai paesi esportatori (Gruppo di Cairns) e dagli USA (a loro volta protezionisti ma seguendo un modello diverso da quello europeo). In discussione l’intero sistema dei sussidi agli agricoltori, soprattutto i sussidi all’esportazione, che dovrebbero sparire alla fine di questo negoziato ma su cui l’Ue è restia a prendere impegni precisi. Il dibattito a Cancún sarà molto vivo soprattutto su questo.

      Prodotti industriali: sul tavolo la discussione sulle formule da usare per l’ulteriore riduzione dei dazi industriali, nonché la proposta di liberalizzare completamente il commercio in 7 settori-chiave per i Pvs (tessile, elettronica, gioielleria, cuoio e derivati…).

      Servizi: non saranno un punto centrale a Cancún, ma si farà un resoconto delle diverse offerte presentate dagli stati membri.L’UE l’ha già fatto e ha offerto unu’apertura di certi settori (soprattutto alte tecnologie) a professionisti dal resto del mondo, ma non, come alcuni prevedevano, nei settori della sanità e dell’educazione.


      Indicazioni geografiche: l’UE, sostenuta da altri, richiede l’estensione della protezione delle denominazioni d’origine al di là degli alcoolici, l’unico settore nel quale essa esista. Sono contro gli esportatori agricoli, tra cui gli USA, che producono prodotti contraffatti. Scarse le possibilità d’accordo a Cancún.

      Nuovi temi: sono i cosiddetti temi di Singapore. Si tratta di quattro settori attualmente non coperti da regole dell’Oмс ma fortemente legati al commercio (investimenti, concorrenza, facilitazione commerciale, trasparenza degli appalti pubblici). I paesi sviluppati gradirebbero l’apertura di negoziati tesi alla definizione di un quadro di regole minime multilaterali. Un certo numero di paesi in via di sviluppo teme l’estensione delle competenze OMC e l’ulteriore riduzione del loro spazio di manovra.


      Difficile prevedere l’esito delle discussioni a Cancún, probabilmente legato a progressi in altre parti dell’agenda (in primis sull’agricoltura)

      Trattamento speciale e differenziato: si tratta della definizione di un pacchetto di regole specifiche a favore dei paesi in via di sviluppo, per aiutarli a inserirsi maggiormente nei circuiti del commercio internazionale, e a partecipare più attivamente all’OMc e al suo sistema di soluzione delle controversie.

      Altri saranno gli argomenti all’ordine del giorno, ma quelli elencati sono i principali.

      Cancún non conclude il ciclo negoziale, ma è fondamentale che si facciano dei passi avanti nella direzione indicata a Doha. I negoziati commerciali hanno il pregio di poter offrire soluzioni favorevoli a tutti (win-win), ma per questo è necessario negoziare con realismo e talvolta, generosità. Sinora, l’UE ha fatto prova di entrambi, ma ancora molto resta da fare, specie sul tema sensibile dei sussidi agricoli.

      Dopo Cancún commenteremo i risultati della conferenza: non è chiaro se i negoziati termineranno davvero nel 2004, ma quello che è certo è che l’OMс è un foro di straordinaria rilevanza, da seguire con attenzione. E quando lo si fa, si scopre che la realtà è molto più ricca e complessa di quanto i fanatici di entrambi i bandi affermino.

    2. La crisi argentina

      La crisi argentina

      La situazione di acuta crisi che sta vivendo l’Argentina evolve di giorno in giorno: nel momento in cui scriviamo (1 aprile 2002) non possiamo essere per nulla sicuri di quale sarà la situazione istituzionale ed economica del Paese al momento dell’uscita della rivista. L’evoluzione degli avvenimenti da dicembre a oggi è stata talmente rapida, e i punti interrogativi tanti e di tale complessità che sarebbe illusorio pensare di poter valutare la situazione attuale come definitiva o stabilizzata. Sembrano passati secoli, ed è invece passato solo un anno, da quando Domingo Cavallo tornò alle redini dell’economia argentina come super ministro dotato di poteri eccezionali (aprile 2001).

      Un anno più tardi, non solo Cavallo ha fallito completamente nella sua missione, ma il presidente De la Rúa, che aveva puntato alla disperata su di lui come ultima carta per salvare la propria Presidenza ha dovuto dimettersi. In assenza di un vicepresidente (Chacho Alvárez, vicepresidente di De la Rúa, si era dimesso qualche mese prima senza essere sostituito),e di fronte all’evaporazione politica dell’alleanza di Governo tra radicali e Frepaso, tra l’altro divenuta minoritaria dopo le elezioni legislative dell’autunno, il Congresso a maggioranza peronista ha
      eletto un presidente, Adolfo Rodríguez Sáa, per reggere la Presidenza ad interim fino al 3 marzo 2002, giorno nel quale si sarebbero dovute svolgere nuove elezioni con una formula assai originale, che avrebbe permesso a ogni partito di presentare diverse candidature.

      A Rodríguez Sáa, che assunse il potere senza dare l’impressione di essersi reso conto della gravità della situazione del Paese, lanciandosi in annunci populisti e insensati, è però venuto a mancare l’appoggio dei pezzi grossi del peronismo, poco disposti a condividere con il neo presidente i costi di una gestione pressoché disperata e di bruciarsi in vista delle elezioni di marzo. Rodríguez Sáa si dimette dalla carica dopo una settimana. Il 1° gennaio, il Congresso elegge a sua volta Eduardo Duhalde, il candidato peronista sconfitto nelle elezioni del 1999, che assume la Presidenza sino alla fine del mandato non completato da De la Rúa (fine 2003). Dopo l’insuccesso di Rodríguez Sáa e tenendo conto dei disordini in piazza (30 morti nei giorni della caduta di De la Rúa, frequenti assalti a istituzioni e supermercati, sdegno della popolazione espresso mediante manifestazioni pacifiche ad altissima partecipazione (i cacerolazos), la maggioranza politica considera che non esistano le condizioni per una competizione elettorale. Due mesi dopo, la presidenza Duhalde è a sua volta alle prese con serissimi problemi, e solo la mancanza di alternative fattibili sembra tenere in piedi un Governo debolissimo. Ma non è per niente sicuro che Duhalde ce la possa fare. La crisi è totale: politica, economica, sociale. La convertibilità peso/dollaro, pezza chiave della politica economica argentina nell’ultimo decennio, è saltata, così come il tentativo del governo Duhalde di mantenere sotto controllo la quotazione del peso all’interno di una fascia tra 1 e 1,4 peso per dollaro.

      Oggi il Paese è sul bordo dell’anarchia, l’economia è praticamente paralizzata, il peso è in caduta libera (la settimana scorsa ha raggiunto anche i 4 peso per dollaro, per poi ritornare su valori inferiori ai 3 peso, lontanissimo comunque dalla parità artificiale che aveva imperato per dieci anni), l’inflazione è fuori controllo (i prezzi sono già aumentati del 50 per cento negli ultimi tre mesi, si teme un ritorno dell’inflazione a tre cifre, un pericolo che sembrava ormai scongiurato dopo un decennio “virtuoso”), le previsioni sulla crescita economica per il 2002 catastrofiche.

      Il tutto condito da un’assoluta indeterminazione delle scelte strategiche sul futuro (il bilancio statale 2002 è stato арprovato in base a delle previsioni ottimisticamente irreali che lo rendono in pratica carta straccia), dall’assenza di credibilità politica sia nelle file della maggioranza peronista, divisa al suo interno sul cammino da intraprendere, sia in quelle di un’opposizione assente e tagliata fuori da tutte le scelte dopo il fallimento della Presidenza De la Rúa, dalla mancanza di credibilità di tutti i poteri dello Stato (all’inefficacia dell’esecutivo e del legislativo corrisponde, infatti, l’immagine al di sotto di ogni sospetto di un giudiziario molto caratterizzato politicamente, e quindi invischiato nella crisi generalizzata del Paese), dalla disperazione di milioni di argentini alle prese con problemi di sussistenza cui non erano abituati, e i cui risparmi vanno in fumo.

      Difficile immaginare una situazione più grigia di quella che l’Argentina di oggi sta affrontando, aggravata anche dall’improvvisa indifferenza degli organismi finanziari internazionali, che, condizionati anche da un atteggiamento di notevole chiusura dell’Amministrazione Bush, sembrano assai poco disposti a venire in soccorso di Buenos Aires con misure concrete.

      L’Argentina di oggi, ex allieva modello delle istituzioni di Bretton Woods, è drammaticamente in balia di se stessa, e non sembra in grado di poter vincere la sua sfida.
      Tenendo conto di tali premesse, e dell’alto grado d’incertezza attuale, penso valga la pena fare qualche riflessione di carattere più generale sugli insegnamenti della crisi argentina piuttosto che entrare nei dettagli d’una situazione tutt’altro che definita.
      La prima questione da porsi è la seguente: se l’Argentina è stata per anni additata come l’esempio da seguire in termini di liberalizzazione dell’economia, privatizzazioni, risanamento dei conti pubblici, sistema monetario, com’è possibile che in pochi mesi lo scenario si sia deteriorato così drammaticamente?
      È tutta colpa loro, come un po’ ipocritamente il segretario americano al Tesoro Paul O’Neill afferma a ogni piè sospinto, o c’è qualcosa che non va nel sistema finanziario internazionale?
      E ancora: la situazione dell’Argentina di oggi è il risultato d’una politica economica sbagliata dell’ultimo governo, o affonda le sue radici in contraddizioni di più lungo periodo? I problemi argentini sono strutturali o congiunturali?

      A mio modo di vedere, la crisi di oggi è il risultato, a un tempo, dell’ostinazione nel mantenere in vita un modello economico che aveva già esaurito il suo compito, e della mancanza di decisione delle autorità argentine nell’intraprendere delle riforme a fondo del sistema competitivo del Paese quando lo scudo protettore del sistema di currency-board lo permetteva.
      Più indietro nel tempo, la crisi argentina di oggi è il frutto di una serie di scelte, o per meglio dire di non-scelte, effettuate dai successivi Governi argentini nell’ultimo secolo, o più precisamente dal 1880 a oggi. La nostra tesi è che coincidono nel manifestarsi della crisi argentina fattori di corto periodo (uscita tardiva dal modello di currency-board, insufficienze
      nel processo di modernizzazione dell’economia) con fattori strutturali che vengono limitando le potenzialità argentine già da molto tempo.

      Dal 1880 al 1930, l’economia argentina fondò la sua crescita su un modello agro-esportatore, pienamente inserito nello schema commerciale internazionale britannico. L’Argentina esportava prodotti agricoli e importava prodotti industriali dall’Europa, essenzialmente dalla Gran Bretagna. Tale commercio permise al Paese il raggiungimento di redditi pro capite non distanti da quelli prevalenti in Europa all’epoca, e una rispettabile partecipazione nel commercio mondiale del 3 per cento.

      La crisi patita dall’Argentina a partire dalla prima guerra mondiale e dall’indebolimento del sistema commerciale britannico mise in evidenza l’eccessiva dipendenza del Paese dal commercio internazionale. Da questa constatazione prende l’avvio una seconda fase della
      storia economica argentina, che va dal 1930 al 1975. Il nuovo modello economico era basato sulla sostituzione delle importazioni, mediante un processo d’industrializzazione a forte connotazione di capitali pubblici (era d’altronde il modello prevalente all’epoca in tutti i
      paesi d’industrializzazione tardiva).
      I risultati furono apprezzabili, sia in termini industriali che infrastrutturali. Durante il periodo peronista, un grandissimo sforzo in termini d’aumento del potere d’acquisto delle classi lavoratrici e ambiziose politiche in materia sanitaria, educativa e sociale portarono a una significativa crescita della qualità della vita di tali classi, su cui Perón aveva fondato
      il suo consenso. Le Presidenze Perón, e soprattutto la prima (1946-1951), trionfale, crearono l’illusione di una potenza argentina con ambizioni mondiali.
      Ma quello fu un miraggio, che era più frutto di una particolare situazione congiunturale, dovuta agli effetti della seconda guerra mondiale e all’impoverimento relativo delle principali potenze industriali mondiali, che il risultato di un’effettiva solidità del sistema produttivo argentino. La bilancia commerciale industriale argentina sarà infatti in permanente disavanzo per tutto questo реriodo, e l’Argentina non riuscirà in alcun momento a proporsi come potenza industriale innovativa.

      A partire dal 1976, la dittatura militare impone al Paese un modello neoliberale ortodosso. Il fulcro dell’economia passa dal settore industriale a quello finanziario, le finanze pubbliche vanno fuori controllo. Il ritorno alla democrazia avverrà in un contesto di tale catastrofe
      economica da provocare le dimissioni del pur carismatico e popolare presidente radicale Raúl Alfonsín (in Argentina si scherza amaramente sulla pericolosa propensione dei presidenti radicali a non terminare i loro mandati elettivi).
      I due mandati Menem (1989-2000) furono improntati all’idea della liberalizzazione: deregulation, privatizzazioni, apertura commerciale, liberalizzazione dei mercati del lavoro e dei servizi, integrazione economica regionale nel quadro del Mercosur. Un’autentica rivoluzione per l’Argentina, il cui caposaldo diviene il sistema di currency-board (parità 1-1 tra il peso e il dollaro). Tale misura, radicale quanto efficace, ebbe per merito quello di strangolare l’inflazione, che aveva avuto effetti destabilizzanti negli anni ottanta.

      In realtà, possiamo affermare che un sistema di questo tipo è sostenibile nel corto-medio periodo. Ma, a differenza del Brasile, che una volta sconfitta l’inflazione mediante il piano REAL, abbandonò dopo quattro anni la parità quasi fissa col dollaro (modello di svalutazione controllata a un tasso del 7,5 per cento annuale), in Argentina la parità fissa peso-dollaro era divenuta un tale orgoglio nazionale che nessuno osava metterne in dubbio i meriti. Farlo significava l’ostracismo politico, dato che nel frattempo le classi medie si erano indebitate in dollari, confidando nell’affidabilità a lungo periodo del sistema. Tali meriti erano esistiti, questo è indubbio, ma col passare del tempo, specie dopo la crisi finanziaria brasiliana e l’abbandono
      da parte del vicino del modello monetario sopra descritto, l’economia argentina si vedeva sempre più soffocata da una camicia di forza che annientava la competitività dei prodotti argentini e aumentava spettacolarmente il costo della vita.

      Se a questo aggiungiamo uno spettacolare aumento dell’indebitamento estero, quintuplicatosi dal 1975 al 2000, ma aumentato soprattutto nel decennio Menem, possiamo concludere che la liberalizzazione “selvaggia” dell’economia e della società argentine, pur avendo degli effetti sicuramente benefici, era comunque fondata su basi fragili.

      Ma il problema non era solo monetario: certo, era illusorio pensare di rendere permanente la parità fissa con il dollaro cementandola solo su basi finanziarie. Le riserve in dollari detenute dall’Argentina erano infatti tali da far pensare ai responsabili politici che la situazione finanziaria argentina fosse inattaccabile.

      Dal punto di vista strettamente tecnico sì, dato che le riserve in dollari erano equivalenti alla massa monetaria in peso, cioè la parità fissa era fisicamente garantita. Ma è stata l’asfissia dell’economia produttiva che ha portato alla crisi. Come pensare che un’economia come quella argentina, basata oggi come un secolo fa sull’esportazione di materie prime (oggi grano, soia, carni e petrolio), possa dar luogo a una parità monetaria permanente nei confronti di un’economia come quella americana, quaranta volte superiore in termini di volume e protagonista, nel corso degli anni novanta, di una straordinaria crescita della produttività basata sulle nuove tecnologie?

      Il miraggio della dollarizzazione può servire in un Paese come Panama, talmente piccolo da non avere nessuna pretesa né peso nel commercio internazionale. Per un Paese intermedio come l’Argentina rinunciare ad avere una moneta nazionale per adottare permanentemente una moneta forte è uno scenario ipoоtizzabile solo per un certo periodo, nel quale l’esistenza di un’ancora cambiale può essere utile per stabilizzare l’economia. Ma tale scelta non è sostenibile nel lungo periodo, specie nel contesto di una globalizzazione finanziaria che rende
      carissime le risorse disponibili per i paеsi emergenti.

      L’errore di Cavallo e dei suoi non è stato quello di puntare sul currency-board, ma piuttosto d’insistere su tale modello quando esso aveva ormai fatto il suo tempo. In economia esistono molti modelli teorici che hanno una loro validità pratica. Ma nessuno di loro sarà valido in tutte le circostanze: l’economista che pretenda d’avere identificato il modello onnicomprensivo, adatto a tutte le situazioni, mente o semplicemente si sbaglia. De la Rúa, incapace di far fronte alla sfida d’un’economia improduttiva e per di più ingessata, richiama Cavallo illudendosi delle doti taumaturgiche di costui. America Gli sono concessi poteri pressoché assoluti per portare avanti tutte le riforme necessarie per ridare fiato al modello-Paese.

      Di che cosa si trattava? La vera grande manchevolezza degli anni Menem non fu l’errore nel regime monetario, che errore non fu se non per eccesso d’insistenza. Non fu neanche l’attenzione limitata al sociale, che fu una conseguenza, non una causa. Non fu l’eccesso di corruzione, che pure esistette. Ma lo scarso rigore del processo di liberalizzazione.

      Le privatizzazioni argentine, effettuate a passo di carica negli anni novanta, sono il frutto di una visione limitata e parziale del concetto di privatizzazione. In quegli anni prevaleva l’idea, di stampo thatcheriano-reaganiano, che il pubblico era il male e il privato il bene. Per definizione e senza equivoci. Privatizzare era un bene in sé. Quest’approccio alla questione prevalse un po’ in tutto il mondo e oggi, dopo dieci anni di funzionamento di quel tipo d’operazioni, sappiamo che una privatizzazione non va valutata in termini ideologici, ma deve dare risultati in termini di maggior efficienza del mercato e maggior scelta e qualità per il consumatore.

      Negli anni ottanta, e in Argentina nei primi anni novanta, si privatizzò senza tener conto di che nuovo mercato si stesse costruendo. Si vendeva al miglior offerente, senza pensare a definire un nuovo quadro di regole, a effettivo beneficio dell’economia nel suo complesso. La logica era di cassa, e tremendamente ideologizzata. Nel mondo intero, le privatizzazioni ben concepite e ben attuate hanno portato a un miglior funzionamento del mercato, composto da operatori in maggioranza privati, ma non necessariamente, operanti all’interno di un sistema di regole eque.

      Le privatizzazioni fatte astraendo da questo quadro hanno dato risultati pessimi, e questo è stato specialmente vero in settori come i trasporti o l’energia, che hanno dato problemi un po’ ovunque.
      Negli anni di Menem in Argentina si privatizzò tutto così: in alcuni settori (telecomunicazioni su tutto) le cose sono migliorate spettacolarmente, in molti altri il nuovo contesto economico non ha fornito quegli stimoli virtuosi alla concorrenza che sono il principale risultato positivo d’una privatizzazione.
      Nel corso degli anni novanta l’Argentina ha perso un’occasione d’oro per riscrivere una volta per tutte le regole del funzionamento della propria economia, per definire finalmente un modello economico competitivo e sostenibile. Dopo l’esaurimento del modello agro-esportatore e quello dello Stato-imprenditore, era necessaria una sferzata liberale. Ma essa avrebbe dovuto essere guidata con spirito strategico, sforzandosi di modernizzare davvero l’economia argentina, non semplicemente di farla cambiare di mano. L’approccio puramente finanziario seguito da Menem e Cavallo (che poi ruppero tra loro ma per questioni d’ambizione politica personale) venne buono negli anni in cui il nemico da battere era l’inflazione. Ma questa è come la febbre, è un sintomo di un malessere, non ci si può illudere che una volta messi sotto controllo i prezzi l’economia possa funzionare da sola senz’altri interventi.
      L’Argentina è stata incapace di fondare un modello economico che vada al di là dell’esportazione delle materie prime: nell’anno 2002, il commercio estero argentino dipende dall’esportazione di carne (e ciò nonostante non si riesce a mantenere sotto controllo la febbre aftosa), di grano, di petrolio. È concepibile per un Paese che si vuole moderno e di primo mondo una struttura produttiva con queste caratteristiche? Difficile poter sostenere quest’argomento.
      Negli anni dell’apertura l’Argentina avrebbe dovuto perseguire con ben maggiore decisione la via delle riforme economiche strutturali del proprio sistema produttivo, approfittando della stabilità garantita dal modello monetario e della buona accettazione presso gli organismi
      finanziari internazionali, che avrebbe permesso di finanziare ambiziosi piani di sviluppo.

      Invece le istituzioni e gli imprenditori argentini si sono cullati nelle dolcezze della congiuntura, buttando a mare un’opportunità storica di modernizzare il Paеse. Quando si ripresenterà tale occasione? Di certo non a breve termine, oggi l’Argentina è divenuto un paria internazionale (sull’atteggiamento degli organismi finanziari internazionali ritorneremo).

      Non per nulla il ministro Cavallo, cosciente di queste manchevolezze, chiamò il suo progetto di riforma, portato avanti da aprile a dicembre 2001, piano di “competitività”. Quello era l’obiettivo da perseguire, anche se ormai era tardi. Tardi perché, per motivi politici, Cavallo non poteva abbandonare il suo modello monetario. Non potendolo rinnegare, si dedicò a due obiettivi: allungare la scadenza media del debito argentino, allontanando il momento del soffocamento, e cercare di flessibilizzare il sistema monetario mediante l’ancoraggio sia all’euro che al dollaro, che supponeva una svalutazione di fatto, ancorché parziale, del peso.

      Sul piano internazionale, Cavallo cerca di creare una nuova fiducia internazionale nei confronti del Paese, riversando tutte le colpe della situazione argentina sulla… slealtà del Brasile. Se è vero che a seguito del cambio di regime monetario in Brasile (gennaio 1999) la competitività commerciale argentina all’interno del Mercosur si era considerevolmente ridotta, è anche vero che non era sostenibile per l’Argentina una situazione nella quale la bilancia commerciale era deficitaria nei confronti di tutti i paesi del mondo salvo i soci del Mercosur. Il problema era di fondo: il Brasile seppe veuеre a tempo i limiti della rigidità mone aria, l’Argentina no. Il Brasile ha saputo approfittare della stabilità economica per portare avanti ambiziose riforme strutturali, su cui cementare la propria crescita. Tali riforme hanno bisogno di un’impostazione politica chiara e ferma, ottenuta da Cardoso in Brasile. Questo spiega perché i piani conclusi dal Brasile con l’FMI dopo la crisi finanziaria del 1999 siano riusciti, mentre dieci piani FMI-Argentina siano falliti nell’ultimo biennio.
      Non è solo una questione economica, ma politica: il sistema politico argentino, tanto dal lato radicale che da quello peronista, tanto a livello centrale come periferico, ha fallito nel disegnare i profili di un nuovo Paese.

      Le misure palliative di Cavallo si dimostrarono quindi insufficienti: quando il peggioramento della congiuntura economica internazionale dopo l’11 settembre rende insostenibile la situazione economica argentina (dal 1999 in crescita negativa) la misura per Cavallo è colma.
      L’introduzione del corralito (che fissa a 1000 dollari statunitensi mensili il tetto massimo di fondi ritirabili dal proprio conto bancario), unito al taglio del 13 per cento di stipendi pubblici e pensioni, crea una situazione insostenibile. La piazza non sopporta più Cavallo, il nuovo miracolo non avviene.

      La caduta di Cavallo comporta anche quella di De la Rúa, un presidente onesto ma inerme e inspiegabilmente assente dalla scena. “Frenando de la Dulа”, come lo si è soprannominato in Argentina, dubiterà persino al momento celle dimissioni, per sparire poi completamente dalla scena una volta ceduto il potere all’opposizione.

      Come detto, Adolfo Rodriguez Sáa, governatore peronista della provincia di San Luís, viene eletto presidente provvisorio dall’Assemblea legislativa. Nessuno dei grandi nomi del peronismo (Ruckauf, De la Sota, Duhalde, Reutemann) vuole occupare quel posto per due mesi, loro puntano alle elezioni di marzo.

      Ma il vertice peronista non sembra rendersi conto della gravità della situazione: Rodriguez Sáa dichiara la moratoria sul debito pubblico, e lo fa con un’aria trionfalistica, come se si trattasse di una vittoria per il Paese. Volendo difendere a tutti i costi la parità peso-dollaro, viene annunciata l’emissione d’una nuova moneta, denominata argentino. L’idea è un po’ balzana (e difatti non funzionerà): si mantiene la parità peso-dollaro, ma vista la scarsa liquidità presente nell’economia (bloccata dal corralito, misura tesa a proteggere il sistema bancario dalla bancarotta), si crea una nuova moneta che dovrebbe sostituire tutti i titoli con valori di moneta emessi dalle province (i cosiddetti patacones nel caso di Buenos Aires, ma che altrove avevano nomi pittoreschi come bonfles, quebrachos, bocaflores, lecops e persino evitas).

      Ecco a cosa porta l’intransigenza nella difesa di un modello insostenibile: per mantenere una parità ormai fasulla tra peso e dollaro, si riduce al minimo la quantità di circolante e, nella pratica, il Paese per funzionare ha bisogno d’inventarsi altre monete: si è arrivati a 17 (peso, dollaro, 15 tipi di patacones). L’argentino sarebbe stata la diciottesima valuta del Paese.

      Non era questa la via per risolvere lo strangolamento dell’economia argentina. I Governatori provinciali peronisti con ambizioni politiche lo sanno e non si presentano alla riunione convocata da Rodriguez Sáa per definire le nuove strategie. Rodriguez Sáa se ne va.

      Una volta eletto, Duhalde, un peronista della scuola “sociale”, intesa come oрposta alla fazione neoliberale di Menem, deve prendere atto della situazione e adottare decisioni più realiste rispetto al suo effimero predecessore.

      Il problema-chiave è quello monetario, legato anche all’impopolarissimo corralito. Siccome il nuovo Governo non può permettersi di revocare la misura che limita l’accesso alle banche, cerca di attenuarne gli effetti negativi stabilendo regole più favorevoli per i crediti fino a 100.000 dollari statunitensi e aumentando i tetti massimi previsti per la ritirata di fondi. Si pone fine alla convertibilità mediante l’introduzione di una nuova parità fissa (1,4 peso = 1 dollaro
      statunitense) per il commercio estero, е una quotazione fluttuante per tutti gli altri usi.

      In pratica, chi ha acceso dei crediti in peso/dollari sino a 100.000 dollari statunitensi, li vede “pesificati” a 1,4: sembra una fregatura, ma solo in parte, dato che nel corso degli anni i depositi peso avevano fruttato tassi d’interesse reali altissimi (attorno al 15 per cento). La perdita attuale è netta, ma ancora ragionevole. Per operazioni oltre 100.000 dollari statunitensi, il cambio è quello di mercato.

      Le grandi perdenti sono le imprese, specialmente europee, che sono entrate nel mercato argentino per offrire servizi (telefonia, energia ecc.). I loro contratti di concessione erano legati al dollaro, d’ora in poi le loro entrate saranno in peso svalutati. La situazione, specie nel settore bancario, è critica: molte banche probabilmente falliranno, generando una crisi difficile da controllare.

      Se la quotazione del peso per qualche settimana è rimasta su livelli più o meno ragionevoli, sotto i due dollari, nelle ultime settimane le incertezze derivanti soprattutto dal confuso quadro in materia di riforme e dalla mancanza di prospettive di un intervento internazionale hanno aggravato la pressione sul tasso di cambio, che ha sfiorato quota 4 dollari.

      Il Governo ha dovuto introdurre delle misure draconiane per riportare la quotazione del peso su valori più accettabili, ma la svalutazione della moneta ha già fatto ripartire l’inflazione, che probabilmente avvicinerà le tre cifre alla fine dell’anno: un salto indietro drammatico per l’Argentina, verso periodi che sembravano passati per sempre. Per quanto riguarda la crescita del PIB, le stime attuali parlano di valori attorno al -8,5 per cento nel 2002. Una situazione gravissima, se pensiamo che la crescita del PIB è già negativa dal 1999.

      L’impoverimento del Paese è drammatico: si calcola che il 40 per cento della popolazione viva in situazione di povertà, un fatto grave in un Paese abituato a ben altri livelli di benessere.

      In questo quadro complesso, la comunità internazionale chiede all’Argentina riforme credibili, in materia fiscale, monetaria, d’organizzazione dello Stato. Come già esposto in precedenza, l’Argentina ha perso molte occasioni per riformare sul serio il proprio sistema-Paese, dove convivono situazioni parassitarie, macroscopiche inefficienze, sperperi di fondi pubblici legati a favoritismi politici.

      In realtà non è un problema puramente economico, ma di vera e propria organizzazione del Paese: quando il sistema politico non offre alternative credibili, il settore privato non è efficiente ma vive spesso di favori e rendite di posizione, la giustizia è politicizzata (persino la credibilità del Tribunale Supremo, i cui membri sono notoriamente legati all’ ‘ex presidente Menem e hanno fatto di tutto per liberarlo dalle accuse che gli erano state rivolte nel caso sul traffico internazionale d’armi, è bassissima), cosa rimane?
      Solo la forza delle casseruole, che appresentano l’indignazione di una società civile beffata e derubata. Ma tale sdegno, comprensibile e condivisibile, ha poi bisogno d’essere articolato in un’azione politica positiva, e oggi nessuno in Argentina sembra in grado di raccogliere la sfida.

      È significativo come per uscire da quest’impasse d’idee e di progetti, il Governo Duhalde abbia proposto un’iniziativa di dialogo sociale tripartita: si tratta del cosiddetto “dialogo argentino”, un’istanza di dialogo con rappresentanti della politica, dell’economia e della società argentine portato avanti dal Governo, dalla Chiesa cattolica e dall’UNDP (Agenzia delle Nazioni Unite per lo Sviluppo). In altre parole, gli attori pubblici sono così screditati in Argentina che il Governo ha bisogno dell’aiuto istituzionale della Chiesa e delle Nazioni Unite per elaborаre un nuovo progetto di Paese.

      Forse l’unica lezione positiva che si può estrarre dall’attuale débâcle argentina riguarda il ruolo dell’Esercito: a fronte d’una crisi così profonda di tutta la società, l’esercito argentino non ha nemmeno pensato di scendere in campo). E dire che in passato la presenza delle forze armate nella storia politica argentina è stata molto significativa! Questo significa due cose: in chiave strettamente interna, le forze armate sono uscite triturate dall’ultima dittatura, e non costituiscono più un’alternativa credibile. In chiave latino-americana, si conferma una tesi che difendiamo da tempo su questa rivista: che l’Esercito, così presente in passato nella storia politica del subcontinente, è tornato per sempre nelle caserme, avendo esaurito il suo ruolo pоlitico. La separazione tra sfera civile e militare è ormai netta, e tocca alla società civile assumersi il compito di governare, la scappatoia militare non esiste più. Abbiamo quindi risposto ad alcune delle nostre domande iniziali: la crisi argentina non è solo congiunturale, ma strutturale, ed essa è il risultato d’una serie di fattori alcuni vicini e altri lontani nel tempo.

      Che dire dell’atteggiamento della comunità internazionale? È giusto dire che la crisi è un problema argentino che gli argentini devono risolversi da soli? Certo, gli errori di fondo che abbiamo elencato sono in gran parte interni: se nel corso degli anni la classe politica non ha saputo organizzare il Paese su basi solide ed efficienti le sue responsabilità sono evidenti.

      Ma sino a poco fa l’Argentina era il modello da seguire in materia finanziaria, era il Paese dove le riforme erano state fatte in maniera più radicale (alloro diviso con il Cile), era un mercato promettente ecc. Gli errori di cui abbiamo parlato sono invece antichi. Non sarà che le valutazioni sulla bontà dell’ultimo decennio sono state un po’ affrettate, che non era tutto oro ciò che luccicava nell’era Menem? E soprattutto, gli organismi finanziari internazionali che sino a pochi mesi prima insistevano sulle bontà del currency-board non hanno contribuito ad affondare l’Argentina? Adesso si chiamano fuori, affermando che quelle scelte erano argentine, e che il problema consiste nell’incapacità dei successivi governi di mettere in pratica i piani accordati con il FMI.

      Si richiedono riforme serie, ed è giusto, ma tanto rigore nei confronti del Paese nella congiuntura in cui esso si trova è ipocrita e ingiusto. L’Argentina deve essere aiutata, nell’interesse di tutti. Purtroppo, la nuova amministrazione americana ha ben altre priorità: in occasione della crisi brasiliana, un piano di salvataggio ben concepito, sotto la leadership USA ma con un decisivo contributo finanziario europeo, fu importantissimo per il superamento dell’impasse. Dopo un solo anno a crescita zero, il Brasile già nel 2000 tornò a crescere, stupendo un pó tutti gli analisti, e sbigottendo i ragazzini di Wall Street, quelli che decidono dei destini del mondo incollati al loro limitatissimo schermo di computer.

      Oggi l’Amministrazione Bush afferma che l’Argentina ha già bruciato in un anno 63 miliardi di dollari in aiuti senza risolvere i suoi problemi, e non merita d’essere ulteriormente aiutata. È vero, ma a chi giova il disastro argentino? Gli USA hanno perso importanti posizioni nel Mercosur negli ultimi anni. Le imprese europee sono state molto più dinamiche nell’approfittare dell’apertura di queste economie nel corso degli anni novanta. Lo stesso negoziato commerciale Eu-Mercosur è molto più avanzato rispetto all’ALCA (Area di Libero Commercio delle Americhe).

      Lo stesso Mercosur, e sul suo esempio l’America Latina nel suo complesso, ha acquisito, grazie ai successi ottenuti negli anni novanta, una densità e un peso strategico impensabili anche solo dieci anni fa.

      Forse sono malvagio nella mia visione, ma a pensare male non sempre si sbaglia: mantenere l’Argentina con l’acqua alla gola significa colpire a morte il Mercosur, un progetto d’integrazione che ha sempre infastidito gli USA, poco propensi a ritrovarsi dei partner forti in America Latina. La via d’uscita per l’Argentina potrebbe essere una dollarizzazione forzata, associata a un’apertura commerciale indiscriminata e rapidissima nel quadro di un’ALCA semplice trasposizione su scala continentale del NAFTA. Un progetto avversato dal Brasile, l’unico vero Paese in grado di fare da contrappeso (relativo) al dominio geopolitico USA nella regione. Un prolungamento della crisi argentina ferirebbe a morte il Mercosur e non potrebbe non avere conseguenze negative sul Brasile, che per il momento regge il colpo.

      E dietro l’Argentina e il Brasile, chi c’è?
      L’Europa, primo investitore e primo partner commerciale del Mercosur, molto più esposta degli USA nella regione. Ecco che in questo quadro agli USA non può fare molto dispiacere tenere l’Argentina a bagnomaria: il messaggio è, infatti, trasversale, e non è diretto solo a Buenos Aires.

      D’altro canto, un quadro di questo tipo mette anche in evidenza la necessità per l’UE di affinare le proprie strategie e le proprie modalità d’azione in crisi come queste: l’Argentina sarà pure lontana geograficamente, ma è vicinissima culturalmente ed economicamente. I paesi europei dovrebbero coordinare meglio la loro azione negli organismi finanziari internazionali, al fine di far maggiormente pesare la loro influenza, teoricamente significativa (quando si tratta di
      pagare il conto), nella pratica troppo condizionata dalle scelte USA (quando si tratta di decidere). E non stiamo parlando di azioni militari, dov’è chiaro che gli USA hanno anni luce di vantaggio rispetto a noi, ma di questioni economiche e finanziarie, dove l’EU pesa tanto quanto gli USA.
      Questa è la situazione oggi in Argentina: il quadro non è positivo, le nubi sono dense e cariche di pioggia. Ma non facciamo l’errore di credere che si tratti solo di un problema interno a quel Paese. La crisi argentina propone dubbi e interrogativi che vanno analizzati seriamente, e richiedono risposte coerenti e ambiziose.

    3. OMC: il cammino da Seattle a Doha

      OMC: il cammino da Seattle a Doha

      Asolo due anni dagli strepiti di Seattle, la Conferenza ministeriale di Doha (Qatar) è riuscita a trovare un accordo sull’agenda di un nuovo ciclo di negoziati commerciali, che dovranno iniziare nel gennaio 2002 per concludersi entro il 31 dicembre 2004. Il nuovo round si chiamerà “Agenda per lo Sviluppo”, e avrà come obiettivo fare un nuovo passo avanti nel processo di liberalizzazione del commercio internazionale.
      Il nuovo round segue l’ormai famoso “Uruguay Round”, chiusosi nel 1993 con la Conferenza di Marrakech, che aveva tra l’altro supposto la trasformazione del GATT in OMC.

      Mi pare assai significativo che, a fronte dell’enorme attenzione che aveva suscitato Seattle, l’OMC sia riuscitaoggi, a solo due anni di distanza, a trovare un accordo (consensuale) su un progetto che era allora fallito, e a farlo nella sostanziale indifferenza dei media e dell’opinione pubblica. Cerchiamo di capire cosa è successo tra Seattle e Doha:

      1. A Seattle, è definitivamente morto un certo modo di fare politica internazionale e diplomazia ignorando l’opinione pubblica. Per molto tempo la politica internazionale è stata un ridotto per specialisti, sottoposta a uno scarso controllo dei poteri legislativi (in quanto domaine réservé) e ignorato dall’opinione pubblica (salvo in caso di guerre). Il giorno per giorno della politica estera è sempre stato ignorato dal grande pubblico, specie quando si trattava di questioni commerciali, tecniche e complesse;
      2. Le proteste di Seattle hanno messo in evidenza perlomeno due cose:
        – nell’opinione pubblica mondiale esiste, tanto nel Nord come nel Sud, un oggettivo disagio nei confronti degli effetti perversi della globalizzazione e della “mercantilizzazione” dei rapporti sociali da essa derivata;
        – gli effetti della liberalizzazione commerciale su scala mondiale sono ineguali, venendo beneficiati molto di più i paesi industrializzati che quelli più poveri, anche se persino nei primi si diffonde una percezione di “stare perdendo qualcosa”.
      3. Il fiasco di Seattle ha dimostrato anche che il metodo di creazione del consenso internazionale che aveva prevalso negli ultimi decenni in materia commerciale non era più valido: USA, UE e Giappone – le grandi potenze in campo non possono più permettersi di concludere accordi tra di loro obbligando nella pratica tutti gli altri a seguirle. Per le ragioni di cui sopra è necessario prendere seriamente in conto gli interessi dei paesi in via di sviluppo, ascoltare la loro voce e definire nuove regole del gioco, più equilibrate per tutti.
      4. Tra Seattle e Doha, l’Unione europea, sotto la direzione del Commissario francese Pascal Lamy, ha portato avanti uno sforzo capillare di consensus building, con l’obiettivo di riuscire a lanciare un nuovo ciclo di negoziati commerciali dal contenuto il più ambizioso possibile: è quello che è riuscito a Doha.
      5. Perché il ciclo doveva essere ambizioso? Proprio per rispondere ai nuovi stimoli che vengono dalle società e dal Sud del mondo: quanto più ampia è l’agenda di discussione, tanto più possibile sarà identificare proposte e soluzioni che possano interessare ai diversi membri dell’омс.

      Ed anche perché il commercio internazionale si è incredibilmente trasformato nel corso degli ultimi dieci anni: non solo il commercio in servizi è molto più significativo (e molto meno regolato) di quello tradizionale in beni, ma una molteplicità di altre dimensioni si sono venute ad aggiungere alla materia, creando un quadro realmente complesso: pensiamo alle questioni legate alla proprietà intellettuale e alle conseguenze in materia sanitaria, alle questioni di salute pubblica e protezione dei consumatori, ai legami con la protezione dell’ambiente, con le regole in materia lavorativa е altre ancora.
      Il nuovo ciclo non poteva quindi limitarsi a prevedere ulteriori quote di liberalizzazione, ma doveva per forza tenere conto di questo quadro più complesso.

      Con un’avvertenza: le soluzioni non sono affatto univoche. Quando José Bové si erge a paladino dell’agricoltura protetta europea (e dei sussidi che gradiva ricevere come esportatore di formaggi sovvenzionati) sta al tempo stesso proponendo soluzioni che mortificano le possibilità di sviluppo, tramite esportazioni agricole, proprio di quei paesi emergenti cui dichiara (a parole) grandi simpatie.
      O quando Brasile, India e Sudafrica sfidano (giustamente) le multinazionali mediante l’introduzione del principio della produzione locale di medicine in determinati casi, si pone il problema del rispetto della proprietà intellettuale e dei potenziali effetti negativi (per tutti) sul
      futuro della ricerca farmacologica.

      Bando quindi ai banalizzatori e ai fornitori di verità assolute e parziali: trovare soluzioni equilibrate non è affatto facile.
      Per cercare di rispondere a questa sfida, l’Unione europea ha quindi cercato di coinvolgere nel processo di creazione del consenso alcuni paesi considerati chiave tra gli emergenti, rompendo quell’asse privilegiato Washington-Bruxelles che ha fatto ormai il suo tempo.

      Questi paesi sono, grosso modo: Brasile, Messico, Sudafrica, India, Indonesia, Egitto, Malaysia, oltre a Canada e Australia. Questo nucleo duro si è quindi venuto ad aggiungere ai tradizionali UE, USA e Giappone nella preparazione, durata due anni, della nuova Conferenza.
      Del gruppo hanno comunque anche fatto parte altri paesi, soprattutto come rappresentati regionali, ma i key-players erano chiaramente quelli elencati.
      Infatti, sarebbe stato impossibile definire un’agenda di lavoro a 142, non c’è bisogno di essere un esperto per capirlo. L’agenda la definisce un gruppo ristretto, anche se ora allargato; l’insieme dei membri dell’Omcl’approva o meno. Se il processo è andato avanti con successo sino all’11 settembre, gli attentati hanno per un attimo distolto l’attenzione dalle questioni commerciali.

      La prima impressione fu che di negoziati commerciali non si sarebbe più parlato per un pò, guerre oblige.
      E invece la catastrofe dell’11 settembre è servita come input positivo: tra le altre cose, gli attentati sono venuti a rinforzare l’idea che il mondo è strutturato su basi ingiuste (anche se questo naturalmente non giustifica gli attentati). Un nuovo round di negoziati che permetta
      un rilancio del commercio su basi più giuste può quindi servire ad alleviare le tensioni che attanagliano l’umanità.
      Ecco quindi che le condizioni per il raggiungimento di un consenso sono aumentate notevolmente, dopo Seattle e dopo l’11 settembre.

      Com’è avvenuta questa costruzione consensuale dell’agenda del WTo? Da una parte, i contatti tra i Commissari europei e i loro omologhi, Ministri dei paesi scelti come riferimento, sono stati molto più frequenti che in passato. Ogni riunione aveva per scopo quello di avanzare passo passo sull’insieme dell’agenda, eliminando pregiudiziali o tabù. È chiaro che in un quadro di questo tipo tutti devono fare concessioni, non siamo più in un mondo dove i forti possono disporre a loro piacimento dei più deboli.
      Sono poi stati organizzati molti seminari regionali tipo brainstorming, ai quali sono stati invitati i funzionari dei vari paesi che avrebbero concretamente portato avanti i negoziati: queste iniziative, sponsorizzate dalla Commissione, sono state utilissime, perché hanno permesso alle persone che successivamente sarebbero state coinvolte nel negoziato di discutere in libertà sui temi oggetto dei negoziati, creando tra l’altro vincoli di familiarità sempre molto utili.
      E poi l’Ue ha lanciato alcune iniziative che andavano oggettivamente incontro alle esigenze dei paesi in sviluppo: l’iniziativa “Everything butArms”, che apre i mercati europei alla pratica totalità dei prodotti dei Pvs e “Access to Medicines” che, appoggiando l’iniziativa brasiliana
      e sudafricana di sospensione dei brevetti di alcune medicine in casi d’emergenza apriva la via al raggiungimento di un consenso internazionale su questa delicata materia.

      Da notare infine un’ultima, importantissima differenza di metodo tra Seattie e Doha: a Seattle si fallì anche perché si pretese di fissare nel documento iniziale dei negoziati quali sarebbero stati i risultati finali. A Doha, più modestamente, siè fissata un’agenda iniziale, che sarà oggetto di negoziati nei prossimi tre anni.
      Con tutte queste premesse, Doha è stato un successo, ma arrivare in fondo è stato
      comunque difficilissimo, e il round sarà molto, ma molto impervio.

      Ma da Doha sono usciti soddisfatti quasi tutti i paesi, e questa è una bella novità rispetto al passato.
      Veniamo ora alle conclusioni della conferenza e al contenuto dell’agenda del nuovo negoziato che si apre a gennaio. Il risultato di Doha è l’apertura della cosiddetta “Agenda per lo Sviluppo”, un negoziato la cui durata è prevista dal gennaio 2002 al dicembre 2004. Le parti dovranno trovare un accordo sui vari temi in discussione per quella data. In questo senso, Doha è stata un successo perché si è ottenuto l’obiettivo principale, proprio ciò che non era riuscito a
      Seattle.

      Se così non fosse stato, la credibilità del sistema multilaterale di commercio Sarebbe stata ferita a morte, portando probabilmente a un passo indietro nel precesso di apertura dei mercati.
      Ma cos’era davvero in gioco? In teoria, tutti i paesi del mondo e perlomeno tutti i membri dell’OMc sono a favore del libero commercio. Nella pratica, ognuno cerca di ottenere maggiori aperture nei settori dove è più competitivo e maggiori protezioni dove è invece più debole.
      I vari rounds del GATT dal 1945 in poi, sino all’ultimo (Uruguay Round del 1993) hanno avuto come effetto la progressiva riduzione delle tariffe doganalı, che sono oggi in termini generali molto basse e non costituiscono più un ostacolo al commercio.

      Ma rimane l’eccezione agricola: in quel settore, così importante per molti paesi esportatori anche in via di sviluppo, dazi sono diminuiti molto meno, rimanendo ancora oggi a livelli altissimi.
      A fronte della diminuzione dei dazi (misure tariffarie), sono poi emerse tutta una serie di nuove barriere (misure non tariffarie), di variegatissima natura, che creano ostacoli molto seri al commercio (misure sanitarie, regolamenti tecnici, certificati, standard ecc.). L’idea di fondo dell’OMc è quella di creare dei regolamenti multilaterali in maniera da evitare misure abusive o arbitrarie che in realtà nascondono atteggiamenti protezionistici.
      Il concetto chiave è quello di “non discriminazione”: si può introdurre il regolamento tecnico considerato più opportuno, ma facendolo in maniera trasparente, giustificandolo su basi serie e soprattutto applicandolo in maniera non discriminatoria nei confronti dei prodotti di altri paesi.

      Di esempi se ne potrebbero fare molti, ma ne bastino due: il primo caso giudicato dall’organo dell’Omc che si occupa della risoluzione delle controversie vide la condanna degli USA che avevano proibito l’acquisto di tonno messicano perché questo era stato pescato (in Messico!) senza rispettare i dettami della legge americana (cioè con reti speciali che impediscono la cattura di altre specie marine). Il WTo giudicò pretestuoso l’uso di tale legge, che in realtà copriva un atteggiamento protezionistico americano (protezione della flotta americana).
      Un caso simile oppose più tardi Canada e UE (soprattutto Spagna), quando i canadesi vollero limitare unilateralmente l’accesso alle acque canadesi di pescherecci europei (spagnoli), usando come argomento la protezione del fletano.

      Intendiamoci: tutti gli accordi in materia di pesca prevedono delle quote limitate di catture e tengono conto della protezione delle specie ittiche, ma ciò che non si può fare è emettere leggi unilaterali e poi applicarle solo a sudditi stranieri. Questa è discriminazione ed è illecita.
      Il problema della minore liberalizzazione del commercio agricolo rispetto a quello industriale fa sì che i paesi grandi esportatori agricoli (USA, ma anche Argentina, Brasile, Canada, Australia, Nuova Zelanda e molti Pvs) abbiano approfittato molto meno degli esportatori di beni industriali e servizi dell’apertura dei mercati.

      Certo, gli USA hanno potuto compensare questo fatto in altri settori, ma molti Pvs ed emergenti sono fondamentalmente competitivi solo nel settore agricolo o primario, e l’asimmetria del commercio internazionale li ha penalizzati.
      D’altro canto, questi paesi sono stati costretti ad aprire i loro mercati ai prodotti dei paesi industrializzati, senza però ricevere in contropartita l’apertura completa dei mercati agricoli.

      La situazione dell’UE è complessa: da un lato è il primo compratore di prodotti agricoli dei Pvs e dei grandi esportatori agricoli, ma dall’altro canto i meccanismi della PAC aumentano artificiosamente i prezzi interni creando una barriera pressoché insormontabile per i prodotti che competono con l’agricoltura europea.
      Il risultato sono i prezzi altissimi degli alimenti in Europa e il mantenimento di un’agricoltura europea relativamente inefficiente.
      Il dibattito sul tema potrebbe essere lunghissimo, ma la decisione europea, per molti versi legittima, di mantenere in piedi, per ragioni non solo economiche, ma piuttosto sociali e culturali, un settore agricolo inefficiente contrasta, e di molto, con le ambizioni libero cambiste
      mantenute dalla stessa Europa su scala mondiale. Si difende il libero-commercio negli altri settori dell’economia ma non in agricoltura.

      Per inciso, l’atteggiamento statunitense è del tutto identico, con l’aggravante che gli USA accusano l’Europa di protezionismo, chiudendo però tutti e due gli occhi sui potentissimi meccanismi protezionistici esistenti negli USA che rendono estremamente arduo ai Pvs esportare prodotti agricoli in quel mercato. E mentre i sussidi europei sono in netto calo dalla riforma della PAC del 1992, i sussidi americani sono aumentati vertiginosamente durante le presidenze Clinton e Bush.
      I problemi sono vari: da una parte si preclude a molti paesi più poveri un maggiore sviluppo, perché si riduce l’accesso dei loro prodotti (meno cari) ai nostri mercati, però d’altro canto si esige da loro che aprano i loro mercati ai beni e servizi dei paesi industrializzati.

      Un problema addizionale cui spesso non si pensa è poi che il prezzo finale degli alimenti in Europa è molto più caro rispetto al resto del mondo perché i prodotti ricevono forti sussidi alla produzione. I consumatori pagano quindi due volte i loro alimenti, una volta via finanziamento del sussidio (tasse) e un’altra volta attraverso il prezzo (alto) pagato al dettaglio.
      È una questione di scelte politiche ed economiche la cui legittimità può essere senz’altro difesa, così com’è legittimo che i nostri partner commerciali si sentano penalizzati da questo sistema e si diano da fare perché venga smantellato o almeno profondamente modificato.
      Il meccanismo che è realmente sotto accusa sono i sussidi all’esportazione di prodotti agricoli, che consistono nel pagamento all’esportatore europeo (o americano) della differenza tra il prezzo interno e il prezzo mondiale, naturalmente più basso, in maniera tale che il prodotto possa venire esportato su mercati terzi nonostante il suo costo di produzione sia superiore.

      La cosa curiosa è che per i prodotti industriali esistono severi meccanismi di lotta contro il dumping, però in materia agricola no. Di fatto, i sussidi pagati agli agricoltori dei paesi ricchi bruciano il mercato alle potenziali esportazioni dei paesi produttori di alimenti.
      In questo quadro, i paesi esportatori agricoli avevano imposto come condizione per il lancio del round l’eliminazione dei sussidi agricoli all’esportazione e una riduzione sostanziale dei sussidi interni alla produzione.

      Una precisazione: in termini assoluti, chi paga più sussidi sono gli europei, in termini pro capite (in base al numero degli addetti agricoli), sono gli americani.
      La dichiarazione di Doha prevede che siano aperti negoziati tendenti a questi due obiettivi anche se senza garanzia di risultato (frase fatta aggiungere dall’UE; nella versione originale si prevedeva l’eliminazione completa dei sussidi, adesso dipenderà dall’andamento del negoziato).
      I paesi esportatori sono soddisfatti, perché per la prima volta il principio del libero commercio passa anche all’agricoltura; i paesi che concedono sussidi anche perché riescono a eliminare l’automaticità dell’eliminazione dal testo. Le difficoltà che tale negoziato presenterà sono però facilmente intuibili. Gli altri punti principali del nuovo round saranno:

      1. Implementazione e revisione delle regole del WTo: i paesi emergenti tenevano molto a che si lavorasse sull’approfondimento degli impegni anteriormente presi piuttosto che aprire nuovi fronti negoziali. Sono stati soddisfatti in parte: la revisione degli accordi precedenti sarà effettuata e alcuni meccanismi esistenti (antidumping, crediti all’esportazione, regimi interni di promozione degli investimenti) giudicati oggi come sbilanciati a favore dei paesi ricchi saranno rivisti;
      2. Servizi: i negoziati partono subito su banca, assicurazioni, telecomunicazioni e turismo. Dobbiamo far notare che i servizi rappresentano una parte sempre maggiore del PIB mondiale, e la regolamentazione della materia è senza dubbio sfasata rispetto a tale realtà;
      3. Tariffe industriali: ulteriori abbassamenti sono previsti;
      4. Soluzione delle controversie: revisione dei meccanismi per renderli più equi funzionali;
      5. Ambiente: l’UE voleva l’introduzione di clausole ambientali nel commercio internazionale. È un principio utile, difeso da molte ONG e che risponde a una preoccupazione reale delle nostre opinioni pubbliche, ma è anche un’arma terribilmente a doppio taglio perché apre la porta a molti possibili abusi. I Pvs erano quindi contro, soprattutto sull’introduzione del cosiddetto principio di precauzione, che permette la sospensione unilaterale dell’importazione di un prodotto. Alla fine il compromesso è stato il seguente: entrano nel negoziato lo studio di meccanismi tra le regole del Wro e altre convenzioni internazionali in materia ambientale, in maniera da evitare incoerenze e contraddizioni. L’obiettivo è la definizione di regole chiare e trasparenti, appunto per evitare unilateralismi.
      6. TRIPS (accordo sulla proprietà intellettuale): grande vittoria dei Pvs (Brasile, India e Sudafrica in testa) che ottengono l’introduzione del principio di flessibilità in materia di rispetto dei brevetti. È l’effetto della battaglia sull’AiDs. In caso d’emergenze di natura sanitaria, il rispetto di brevetti e patenti può essere sospeso; introdotto anche il principio dell’identificazione di un legame con la Convenzione sulla Diversità Biologica e la valorizzazione della biodiversità e delle culture tradizionali (lotta contro la cosiddetta biopirateria);
      7. Altri temi: si trattava di una cesta di altre questioni sulle quali i paesi industrializzati e specialmente l’Ue hanno insistito molto. Di fronte alla crescente complessità del commercio internazionale, si trattava di includere nel negoziato la definizione di regole multilaterali su: investimenti, appalti pubblici, concorrenza, facilitazione commerciale. Alla fine i Pv3 I’hanno avuta vinta: per il momento ci si limiterà a effettuare studi tecnici in queste materie, per quanto riguarda eventuali negoziati se ne parlerà tra due anni.

      I paesi meno sviluppati temono infatti di essere sottomessi a nuove raffiche di corcessioni in questi campi, dove chiaramente sono di nuovo i paesi ricchi a godere di un maggiore potenziale.
      Bene, non è tutto quanto deciso a Doha, ma un riassunto dei punti più importanti.
      Concludo con due osservazioni:

      • – si tratta dell’agenda negoziale più equilibrata della storia dell’organizzazione: un insieme di fattori, già illustrati in precedenza, tra cui non ultimi lo shock post 11 settembre e le proteste internazionali antiglobalizzazione, hanno obbligato la comunità internazionale a prendere atto di un disagio largamente diffuso cui i deve rispondere con fatti concreti;
      • – l’essere riusciti a fissare un’agenda è già molto, ma adesso comincia il difficile. Il negoziato sarà durissimo e risulta chiaro come i temi siano molti e complessi. Le risposte non sono facili e le soluzioni richiederanno molta ma molta ambizione e coraggio. Da parte di tutti, non solo di chi negozia, ma anche delle società civili che seguono questi processi
        sempre più da vicino.

      Il dovere di tutti noi è quello di informarci per poter esprimere opinioni costruttive e non slogan: quelli sì che sono controproducenti.

    4. Laeken: cosa c’è in gioco?

      Le Camere hanno recentemente approvato a larghissima maggioranza una risoluzione sul futuro dell’Unione Europea, che costituisce la presa di posizione del Governo e del Parlamento italiano per il prossimo vertice di Laeken (Bruxelles), previsto per venerdì 14.

      Ci sembra di fare cosa utile analizzando con un certo dettaglio i punti principali del documento, in modo tale da inquadrare quali sono le vere sfide di Laeken.

      Una considerazione introduttiva: è indubbiamente positivo che il Parlamento italiano abbia approvato un documento di queste caratteristiche con una maggioranza così ampia (si sono chiamati fuori solo Verdi e RC, che attualmente non fanno parte né del governo né del principale gruppo d’opposizione).

      La famosa “bipartisanship” è benvenuta quando in gioco vi sono questioni strategiche di un impatto così significativo sul futuro del nostro paese. La scelta strategica dell’Italia per l’Unione Europea è definitiva ed irrevocabile: la stragrande maggioranza delle forze politiche nazionali e pro – europeista, e ciò corrisponde ad una chiara volontà in questo senso del popolo italiano. Al massimo possono esistere nel nostro paese dubbi od incertezze su determinati aspetti specifici, ma salvo limitatissime eccezioni nessuno mette in discussione l’opportunità di condividere il nostro futuro con gli altri membri dell’Unione Europea.

      In questo senso, sin dagli inizi del processo d’integrazione l’Italia si è sempre situata nel gruppo dei paesi più europeisti, e anche nel quadro di relativo “euro – pessimismo” successivo al Trattato di Maastricht, questa posizione non ha subito alterazioni significative.

      Tuttavia, l’Italia degli anni novanta, in preda ad una vorticosa crisi sistemica interna (causata anche dalla nostra appartenenza all’Unione), ha abbassato di molto il profilo del suo contributo al dibattito sui grandi temi strategici dell’Unione, in particolare a quello sul dopo-completamento dell’Unione Economica e Monetaria e sulla grande sfida dell’allargamento. In altri paesi si è sviluppato un vivace dibattito sulla materia, dall’ Italia veniva solo un assordante silenzio, interrotto solo recentemente dagli interventi di Amato e Ciampi.

      È quindi un buon segnale che finalmente le nostre Camere abbiano partecipato al dibattito fornendo il contributo che i soci si aspettano da un paese come l’Italia, membro fondatore e di peso dell’UE.

      Purtroppo, lo sviluppo positivo è stato immediatamente controbilanciato dalla folle presa di posizione del Governo sul mandato d’arresto europeo: non possiamo usare la parola “incomprensibile” per definire la posizione che il Governo impone al paese, perché sappiamo tutti quello che c’è dietro. Il rifiuto dell’importantissima proposta UE e’ invece “ingiustificabile”, ma in linea con una serie di altri provvedimenti, dapprima esclusivamente interni, poi internazionali (la vergogna delle protocollo addizionale al trattato con la Svizzera) e ora anche comunitari. Il disegno è chiaro a chiunque voglia leggere la realtà con un minimo d’obiettività ed informazione (cioè a tutti all’estero e a chiunque in Italia non si faccia abbindolare dalla propaganda insensata del Polo).

      L’Italia ha quindi fatto, mediante la risoluzione comune, un bel passo in avanti in termini di credibilità internazionale, e poi ne ha fatti subito due indietro.

      L’accordo “bipartisan’ è stato possibile sulle questioni di fondo (è già qualcosa), diviene però impossibile quando si passa allo specifico, e gli interessi di bottega di corto respiro tornano alla
      superficie.

      Ma veniamo a Laeken: il dibattito sul futuro dell’UE si è aperto nel momento stesso in cui si concludeva il processo di ratificazione del Trattato di Maastricht che, oltre a completare il processo di UEM, aveva dato vita ad un Unione a tre pilastri: 1. Mercato Unico + UEM con moneta unica (dimensione economico – commerciale); 2. Politica Esterna e di Sicurezza Comune; 3. Affari Interni e Giustizia.

      Se le regole del gioco nel primo pilastro (totalmente comunitario) erano ormai divenute chiare, il secondo ed il terzo, nel quale prevaleva ancora il metodo intergovernativo obbedivano a regole molto meno fluide. Di fatto, nel corso degli anni novanta, il secondo ed il terzo pilastro hanno funzionato molto meno del primo, il che potrebbe far pensare che il metodo comunitario è molto più efficiente di quello intergovernativo.

      La grande sfida dell’allargamento a 13 nuovi paesi rendeva poi necessaria una seria revisione del funzionamento dell’UE: senza snellimento delle regole l’UE non potrà mantenere la propria velocità di crociera, e men che meno proporsi nuove sfide. Il dibattito sulle riforme istituzionali,
      lungi dall’essere meramente tecnico, propone invece serie riflessioni sul futuro politico dell’Unione che vogliamo.

      Il Trattato di Amsterdam e quello di Nizza dettero risposte parziali e limitate ai due problemi di fondo, anche se certi progressi furono registrato in entrambi i casi. Dobbiamo pero’ sottolineare come Nizza sia stata una risposta per molti versi frustrante e di corto respiro rispetto alle dimensioni della sfida esistente. A fronte della grande domanda su che Europa vogliamo e con che ruolo nel mondo, i nostri governi risposero con una triste logica ragionieristica da “perdite-profitti”: tutti, forse con l’eccezione italiana, analizzarono Nizza col bilancino da farmacista per contabilizzare dove avevano vinto o perso “in quanto paese”, senza rendersi conto che quello che si perde con questa logica è l’obiettivo di fondo, quello del progetto europeo nella sua globalità.

      Un progetto europeo che, non dimentichiamolo, proprio perché condiviso e di ampio respiro ha
      trasformato in maniera irrevocabile il nostro continente, portando pace, prosperità e progresso ai nostri paesi.

      Ma viviamo anni nei quali pare persa la visione progettuale di un futuro possibile, e nei quali un po’ ovunque ci si occupa solo di “guadagnarci a breve”. Ma del futuro dell’ Europa non si può parlare solo in questi termini, e la generazione di leaders che portò avanti il progetto europeo sino agli anni novanta lo sapeva bene (anche perché aveva vissuto la guerra in prima persona).

      Se Amsterdam e Nizza non furono sufficienti, perlomeno divenne chiaro che il dibattito sulle questioni di fondo non poteva essere ulteriormente ritardato: nel contesto della globalizzazione e dell’allargamento, non possiamo permetterci il lusso di stare fermi vivacchiando, perché di fatto torneremmo indietro, e tutti noi europei ne saremmo pregiudicati.

      A Nizza quindi si approvò una Dichiarzione sul futuro dell’Unione che menzionava espressamente quattro temi da trattare in una futura occasione (il vertice di Laeken appunto):

      1. Una più precisa delimitazione delle competenze tra Unione e Stati membri che rispecchi il principio di sussidiarietà; 2. lo status da dare alla Carta dei Diritti fondamentali dell’unione Europea (la cosiddetta Costituzione europea); 3. la semplificazione dei trattati al fine di renderli più chiari e meglio comprensibili senza modificarne la sostanza; 4. il ruolo dei Parlamenti nazionali nell’ architettura europеа.

      A Laeken non dovranno essere risolti tutti questi nodi, ma dovranno essere definiti calendari e modalità per la trattazione di questi temi. Fermo restando che il processo dovrà concludersi il 2004, quando dovrebbe prodursi la prima fase dell’allargamento ai nuovi membri.

      Alcuni paesi pensano che il processo costitutivo da avviare a Laeken si debba centrare solo sui quattro temi di cui sopra. Altri, tra cui la presidenza belga responsabile di presentare una proposta ai soci, pensano che sia opportuno trasformare il dibattito in una vera e propria discussione su un progetto globale per l’Europa.

      Il governo belga suggerisce quindi di aggiungere alla discussione i seguenti temi:

      • – le modalità di finanziamento dell’Unione; – le procedure decisionali; – l’architettura istituzionale; il ruolo delle regioni; – la modernizzazione del metodo comunitario ed il dialogo con le parti sociali

        Da parte sua, la risoluzione approvata dal Parlamento Italiano propone di aggiungere anche questi altri temi:

        • – riorganizzazione e costituzionalizzazione dei Trattati (si riprende un tema già presente nell’agenda, ma insistendo sulla necessità di dare una dimensione costituzionale ad un certo numero di norme fondamentali); – estensione del voto a maggioranza qualificata in seno al Consiglio; – estensione del metodo comunitario al terzo pilastro (già a Amsterdam e Nizza si avanzò in questo senso, si tratterebbe di completare il processo); – rafforzamento della capacità decisionale dell’Unione nel settore della cooperazione giudiziaria e degli affari interni (strettamente legato al punto precedente); – possibilità d’elezione diretta del Presidente della Commissione; – razionalizzazione dei lavori del Consiglio; – estensione del potere di codecisione del Parlamento Europeo; – creazione di un governo dell’economia; – coerenza ed efficacia dell’azione esterna dell’Unione.

        L’Italia è quindi favorevole ad un allargamento del dibattito a tutte le questioni di fondo sul futuro dell’Unione: questo è senza dubbio uno sviluppo positivo, che viene a rompere con il relativo allontanamento da cuore del dibattito che ci aveva contraddistinto negli anni novanta.

        Per discutere l’agenda che sarà definita a Laeken (ristretta o più vasta), esiste già un accordo sulla convocazione di una Convenzione che sarà composta da 16 rappresentanti del Parlamento Europeo, 30 rappresentanti dei Parlamenti nazionali (due per paese), 15 rappresentanti degli Stati Membri, un rappresentante della Commissione.

        Alla Convenzione parteciperanno come osservatori rappresentanti del Comitato Economico е Sociale e del Comitato delle Regioni.

        Parteciperanno alla Convenzione, con un ruolo consultivo, anche rappresentanti dei paesi candidati, secondo la stessa ripartizione vigente per i paesi membri (1 rappresentante dell’esecutivo e due del legislativo).

        Allo stato attuale, la Convenzione dovrebbe svolgersi nel 2004: l’Italia propone di anticipare l’inizio dei lavori al 2002 in modo da concluderli entro fine 2003, in modo da evitare che i suoi lavori coincidano con la campagna elettorale per le prossime elezioni europee (giugno 2004, con partecipazione dei paesi dell’allargamento), con la conclusione dei negoziati d’adesione dei nuovi membri e con la scadenza del mandato dell’attuale Commissione (giugno 2004).

        Vediamo ora quali sono i principali temi che saranno oggetto della Convenzione nel corso dei prossimi due anni, cercando di sottolineare le sfide insite in essi. Cominciamo dai punti già previsti nella Dichiarazione sul futuro dell’ Unione allegata al Trattato di Nizza.

        1. Definizione di una più precisa delimitazione delle competenze tra Unione e Stati membri, che tenga conto del principio di sussidiarietà.
          Si tratta di una questione – chiave, ma il difficile é trovare una soluzione che soddisfi tutte le esigenze in campo, spesso contrastanti.
          Il principio di sussidiarietà implica la presa in considerazione nella ripartizione delle competenze anche del livello subnazionale, il che é del tutto necessario nell’ambito di un federalismo che si voglia davvero tale.
          Non si tratta quindi solo di delimitare il campo tra comunitario e nazionale, ma piuttosto
          d’elaborare un quadro armonico in grado di massimizzare l’efficacia dell’azione comunitaria.
          Le diverse culture amministrative e realtà locali esistenti in Europa non facilitano l’elaborazione di un tale quadro d’insieme, ma il livello d’interpenetrazione della dimensione comunitaria nei paesi dell’UE é tale che l’integrazione si vede ostacolata nel suo funzionamento concreto se gli organismi subnazionali non sono in sintonia con i governi centrali. Da qui, e dalla necessità di avvicinare sempre più l’Europa ai cittadini, la necessità di puntare sulle collettività locali come fattore essenziale dell’integrazione europea.
          In termini generali, la storia dell’integrazione europea é stata caratterizzata, fino agli anni novanta, da una tendenza alla crescita delle competenze comunitarie a scapito di quelle nazionali, facilitata anche dalla giurisprudenza della Corte Europea.
          Questo processo si é però arrestato proprio quando si é venuto a completare il primo grande progetto europeo, quello del mercato unico (1993). Al momento del lancio dell’UEM, gli Stati membri intraprendono un processo di erosione o perlomeno di congelamento della tendenza preesistente.
          L’apparizione dell’Euro é il suggello del processo d’integrazione economica: gli Stati membri (ed i cittadini europei) capiscono che se non si pone un freno alla dimensione comunitaria, gettando un po’ d’acqua gelata sugli entusiasmi europeisti, gli stati -nazione sono destinati a vedere assottigliate sempre più le loro prerogative.
          Da qui che il secondo ed il terzo pilastro di Maastricht privilegino la dimensione intergovernativa: paradossalmente, al successo del comunitario nella sfera economica (in quarant’anni si crea uno spazio economico comune dotato d’una sola moneta in un contesto di straordinario aumento della prosperità continentale), si risponde abbandonando questo modello per riproporre quello classico dell’intergovernativo, a propulsione indubbiamente minore.
          Se una certa paura dei ceti politici nazionali e delle opinioni pubbliche nei confronti dell’immanenza del comunitario può giustificare questo sviluppo, é però curioso che si sia scelto d’abbandonare un modello che funziona, per privilegiarne uno molto meno efficiente.
          Nel caso della PESC (Politica Esterna e di Sicurezza Comune), essa fa i conti giornalmente proprio con questa contraddizione: se essa non é così deficitaria come spesso si dice, é anche vero che in caso di crisi il suo funzionamento rimane indubbiamente al di sotto del potenziale che l’UE ha nel mondo.
          Nel caso della cooperazione in affari interni e giustizia, la situazione é simile, salvo che recenti sviluppi (Nizza) fanno già intravedere un rafforzamento del metodo comunitario a scapito dell’intergovernativo: quando si vogliono risultati concreti, c’è bisogno del lavoro di una Commissione che proponga ed una volta che il Consiglio (ed il Parlamento) hanno adottato una decisione, si occupi dell’esecuzione di tali decisioni. Se non si vuole avanzare, l’intergovernativo va invece benissimo.
          Naturalmente, un’Unione dalle competenze sempre più vaste non dovrà necessariamente adottare le stesse modalità di funzionamento in tutti i suoi ambiti.
          Credo che questa sia in realtà la risposta più adeguata alla sfida esistente: un approccio flessibile che eviti estremismi ideologici e cerchi, nella pratica, la soluzione più efficace perché una determinata politica dispieghi i suoi effetti a beneficio dei cittadini europei.
          L’esperienza però insegna che il comunitario funziona meglio: ferma restando la necessità di prevedere tutti gli opportuni meccanismi di controllo, è necessario che l’intergovernativo si permei sempre più di comunitario, e che il PE ed i Parlamenti nazionali siano implicati sempre più strettamente nel processo di decisione. Ma il ruolo della Commissione nell’implementazione è necessario. L’UE ha bisogno di una Commissione forte, un suo indebolimento è funzionale solo agli interessi conservatori di chi vuole fermare il treno per difendere il proprio potere.
          La sussidiarietà vale poi come principio generale: anche in questo caso é necessaria una certa flessibilità. Non tutti gli enti locali funzionano allo stesso modo, anche all’interno di un singolo paese. Tutte o quasi le politiche comunitarie già oggi vedono la collaborazione attiva delle regioni, non potrebbe essere diversamente. Perché però la democrazia europea funzioni correttamente è importante che i cittadini siano in grado di visualizzare ad ogni momento a chi compete una determinata azione (o chi è responsabile per eventuali carenze): non serve attaccare Bruxelles se è la mia regione che ha omesso di agire nell’ambito della sua competenza, non serve attaccare il sindaco se egli si vede impedito d’agire da eventuali ritardi nella definizione del consenso in ambito comunitario o da carenze del governo nazionale.
          Stabilire un quadro chiaro di regole non é semplice, ma aiuta i cittadini a chiarire le responsabilità di ciascuno. È quindi necessario per aumentare il tasso di democrazia europea. Ma non è affatto un problema di “tecnocrazia oscura”, piuttosto di mancanza di volontà politica di chiarire i nodi della questione.
          È ora di farlo una volta per tutte.
        2. La formulazione di una Carta dei Diritti Fondamentali dell’UE è un’esigenza che é appare evidente da una decina d’anni a questa parte. Dal momento dei dubbi tedeschi in materia di conformità con la Legge Fondamentale della RFT del Trattato di Maastricht, apparve chiaro che, tenendo conto del grado d’intensità raggiunto dalla nostra integrazione, era divenuto necessario elaborare una Costituzione Europea.
          L’eterodossa posizione britannica, dovuta al fatto che questo paese non possiede una Costituzione scritta, portò all’assurda conclusione di Nizza, che adottò il principio d’una Carta “senza valore giuridico”. L’avete mai vista una Costituzione che abbia solo valore politico? Una contraddizione in termini.
          Pare che a Laeken si sia avanzato su questo punto: sempre per questioni di chiarezza e trasparenza è necessario che agli europei sia fornito un testo che riprenda i diritti fondamentali garantiti da tutte le nostre Costituzioni nonché dalle Convenzioni Internazionali (Nazioni Unite) sottoscritte dai nostri paesi. Tutti noi ci guadagneremmo dal fatto che sia l’Unione a garantire tali diritti: questo tra l’altro impedirebbe certe derive unilaterali preoccupanti (caso austriaco od atteggiamento italiano sul mandato di cattura europeo), molto piu probabili di eventuali derive dell’ Unione come tale, spesso evocate come possibili ma nella pratica assai poco probabili.
          Tale Costituzione non sostituirebbe ma integrerebbe il corpus costituzionale nazionale.
          I cittadini non avrebbero che da guadagnare da questo sviluppo.
        3. La semplificazione dei Trattati.
          Un’ altra necessità: consultare i Trattati di oggi, frutto di modificazioni successive sul testo del Trattato di Roma, richiede un grado di conoscenza della materia molto superiore, per esempio, a quello necessario per consultare la Costituzione Italiana.
          La cosa migliore sarebbe riscrivere tutto, nella linea della proposta formulata l’anno scorso dai saggi europei: prevedere una prima parte di norme essenziali di natura costituzionale, modificabile solo all’unanimità, ed una seconda parte di diritto materiale, in cui prevarrebbe eccezioni il principio di codecisione (Parlamento Europeo) e la maggioranza qualificata.
          Questa soluzione avrebbe il grande vantaggio di aumentare di molto la trasparenza, oggi complicata di molto dall’esistenza di molteplici procedimenti decisionali.
          Da notarsi che il Trattato di Nizza è però andato nella direzione contraria, complicando e non semplificando i procedimenti di decisione.
        4. Innalzare il ruolo dei Parlamenti nazionali nel processo di decisione: io m’accontenterei di omogeneizzare il ruolo del Parlamento europeo nel processo di decisione, creando poi dei raccordi tra questo ed i Parlamenti nazionali. Implicare questi ultimi nel processo decisionale complessivo potrebbe rendere tale processo interminabile, specie in un contesto a 27.
          È senz’altro positivo che i Parlamenti nazionali “dicano la loro”, come l’ha fatto l’italiano prima di Laeken, ma penso che la priorità vada accordata al rafforzamento del PE ed al miglioramento qualitativo sia del suo funzionamento che della sua composizione (maggiore visibilità, maggiore importanza da dare alle elezioni europee, che porterebbe anche ad una migliore selezione del personale politico europeo, oggi spesso davvero impreparato).

        Ci restano da trattare le altre questioni proposte dal nostro Parlamento all’attenzione degli altri
        Stati Membri.

        Confrontando la risoluzione approvata dalle Camere con la Dichiarazione approvata a Laeken, dobbiamo dire che ha finalmente prevalso la tesi di chi voleva approfittare dell’occasione della Conferenza per ampliare lo spettro del dibattito ad altre questioni – chiave. Era la posizione della presidenza belga ed anche del nostro Parlamento.

        Mi sembra uno sviluppo positivo: una visione troppo restrittiva non sarebbe servita al momento storico che l’Europa sta vivendo. Molto meglio affrontare tutte le grandi questioni, visto che perdipiù i paesi dell’allargamento sono stati invitati a prendere parte ai lavori della Conferenza, pur con un ruolo minore (senza potere di decisione).

        La Dichiarazione di Laeken pone sul tavolo molte questioni, che saranno quindi affrontate nei prossimi due anni:

        1. In materia di miglior ripartizione delle competenze tra dimensione comunitaria e nazionale, si propone di affrontare anche le seguenti materie (oltre a quelle già elencate):
          1.1 Migliore formulazione della PESC: è una questione assolutamente centrale per il ruolo dell’UE nel mondo. L’UE non è affatto inerte come si crede di fronte alle crisi mondiali, anzi è in prima fila per quanto riguarda aiuti umanitari e cooperazione allo sviluppo.
          Ma è chiaro che traspare una mancanza di spessore politico alla nostra azione esterna, motivata dalla schizofrenia spesso dimostrata dai principali paesi dell’UE, sempre pronti ad andare avanti per conto loro piuttosto che a lavorare a fondo sull’elaborazione di un quadro coerente europeo.
          È un peccato, perché l’Europa gode nel mondo di un enorme capitale di simpatia ed è portatrice di valori e modelli sociali molto più attraenti rispetto a quelli proposti ad esempio dagli Usa.
          I nostri partner spesso desiderano una maggiore presenza politica europea (unica eccezione forse Israele) che possa controbilanciare la presenza americana. Tale situazione è ad esempio evidente in America latina ma non solo. E la presenza che si richiede è di più Europa, non di più Francia, Gran Bretagna od Italia.
          Quasi tutti i fattori che favorirebbero il rafforzamento della nostra politica estera comune sono presenti. Ma ne manca uno solo, fondamentale: l’appoggio delle burocrazie dei Ministeri degli Esteri, formate da persone la cui tappa formativa e la cui carriera è impregnata di nazionalismo (la politica estera europea fa i suoi primi passi solo negli anni 80). Il problema non è tanto, come si potrebbe credere, di mancanza di volontà politica a livello ministeriale, ma d’ostacoli di tipo burocratico – amministrativo creati da chi ha paura di perdere “potere” o “posti”. È una visione miope, perché in realtà non si tratta affatto di togliere gli uni il lavoro agli altri, ma di organizzare le risorse in maniera più efficiente. Di progressi da fare ce ne sono tantissimi, ma il cambiamento è culturale e richiederà tempo.
          A corto, è comunque necessario che il rappresentante della PESC faccia parte della Commissione e che si dia una grande accelerazione a tutte quelle pratiche di coordinamento che già esistono (a livello di definizione delle strategie, delle politiche, dell’azione diplomatica, dell’assistenza ai cittadini dell’Unione etc..) ma che richiedono molto più impegno ed il superamento di tante inerzie.
          Controindicazioni non ce sono: l’Europa nel mondo ha uno spazio enorme di crescita, fomentare i nostri particolarismi è solo dannoso. Nessuno dei nostri paesi è più forte od influente da solo, anche se tutti in qualche momento lo credono. Le specificità di ognuno possono invece essere potenziate a beneficio di tutta l’Unione, nel quadro di una cooperazione franca e trasparente.
          1.2. Discorso simile in campo difensivo, dove l’insufficienza delle nostre nazioni è palese. Negli ultimi anni si è avanzato nella giusta direzione, ma le ultime crisi hanno messo in evidenza una volta di più quanto resta da fare. Come si può pensare che non sia meglio una risposta europea alle crisi internazionali rispetto a volontarismi nazionali (vedi Afghanistan). Come dubitare che tutti i nostri paesi da soli non siano all’altezza delle sfide alla sicurezza del mondo di oggi?
          Abbiamo tutto da guadagnare dal rapido sviluppo di una dimensione comunitaria della difesa. Sta già avvenendo ma dobbiamo fare di più. A Laeken l’onere di proporre metodologie più adeguate per tali politiche;
          1.3. Stesso discorso per la dimensione giudiziaria e penale. Il “terzo pilastro” sta avanzando, ma uno spazio economico integrato come il nostro non deve essere timido nel completare il circolo con il perfezionamento di uno spazio giudiziario. Che questi crei una serie di problemi tecnici complessi da risolvere è chiarissimo, vari giuristi l’hanno sottolineato. Ma l’importante è tracciare una via maestra, senza ambiguità, e remare tutti nella stessa direzione. In questo senso, gli argomenti usati dal governo italiano contro il mandato di cattura europeo erano risibili perché pretestuosi.
          1.4. Maggior coordinamento delle politiche economiche: è un campo nel quale si è avanzato parecchio ma mancano ancora molte riforme. Cruciale anche il tema, affrontato dal nostro parlamento ma non esplicito nella Dichiarazione di Laeken, del “governo dell’economia”. La Banca Centrale Europea non ha nel suo mandato questo compito, essa si deve occupare solo di controllo d’inflazione: questo l’ha indebolita (ed ha indebolito l’Euro) nonostante in questi tre anni essa si sia dimostrata tecnicamente all’altezza. Sì quindi al governo dell’economia, facendo però solo attenzione ad evitare duplicità di ruoli. Per questo motivo l’ipotesi del Sig. Euro mi convince meno dell’eventuale allargamento delle competenze del BCE al di là del mero controllo del tasso d’inflazione;
          1.5. Inclusione delle regioni nel processo decisionale comunitario e rispetto delle loro competenze: bisogna chiaramente andare al di là del basso profilo attuale (Comitato delle Regioni), ma anche evitare situazioni assurde, come la presenza delle regioni nel Consiglio Europeo. Da rafforzare invece meccanismi di coordinamento tra regioni dello stesso paese o limitrofe. Ma un Consiglio a 200 membri non mi sembra una buona soluzione.
          1.6. Rafforzamento della cooperazione in materia sociale, ambientale, della salute, della sicurezza alimentare: sono campi che interessano sempre di più i cittadini, e nei quali trasparenza ed efficacia sono d’obbligo. Importante che facciano parte dell’agenda di Laeken, anche pensando alla sfida dell’allargamento.

        Per quanto riguarda il deficit democratico, l’agenda di Laeken si occuperà della ridefinizione dei
        ruoli delle diverse istituzioni, della designazione del Presidente della Commissione, dei meccanismi di decisione (da uniformare e rendere più agili, anche se a Nizza si è fatto il contrario..)e dell’estensione della maggioranza qualificata (che dovrebbe divenire la regola con poche eccezioni ben definite), di modifiche al sistema elettorale del PE (vedasi l’annoso problema del sistema elettorale uniforme, la cui assenza crea notevoli distorsioni di rappresentatività), dell’eventuale pubblicità delle riunioni del Consiglio, del sistema di Presidenza, della composizione della Commissione.

        Insomma, il menù è ricco, ed il nostro Parlamento è stato all’altezza della situazione nel porre i
        problemi giusti.

        Ma ora comincia il difficile, perché a fronte di grandi sfide i governi europei hanno risposto negli ultimi anni in maniera poco ambiziosa, usando il bilancino del farmacista. Questo e il grande problema dell’Europa di oggi: proprio quando si completano grandi realizzazioni di enorme portata storica che è persino inutile citare, è venuto a mancare, da Maastricht in poi, lo stimolo a pensare in grande.
        Io credo che i fattori che spiegano questa crescente timidezza della nostra integrazione siano essenzialmente due:

        • – un fattore generazionale: i leader che, con tutti i loro difetti personali, portarono avanti l’integrazione fino agli anni novanta, avevano vissuto la guerra ed appartenevano ad una generazione che aveva sperimentato in prima persona i guasti della non – integrazione e del confronto. Al suo posto vi è ora una generazione di politici pragmatici, figli del dopoguerra, per cui l’integrazione non è una più sfida epocale dalle grandi conseguenze storiche ma qualcosa di “tecnico” con cui hanno sempre convissuto. Questa ha provocato una perdita di slancio ideale ed un ritorno ad approcci opportunistici e di corto respiro.
          L’accorciamento del ciclo politico ed il raffreddamento delle utopie contribuisce anche a che la generazione al potere in Europa solo agisca in funzione dei cicli elettorali, e non più pensando a grandi disegni di sviluppo di lungo periodo;
          – l’insicurezza nelle popolazioni derivante dalle sfide della globalizzazione (non necessariamente dell’integrazione europea, anche se spesso si confondono le due dimensioni). L’integrazione è il fattore che sta permettendo all’Europa di rimanere sulla cresta dell’onda nell’ambito della globalizzazione, senza di essa le nostre nazioni sarebbero fuori gioco (forse con qualche eccezione).

        Confondere gli effetti della globalizzazione con quelli dell’integrazione porta a gravi errori: la globalizzazione è una realtà in gran parte esogena con cui bisogna fare i conti, l’integrazione è una scelta volontaria ma necessaria per far fronte ai nuovi scenari.

        Nel momento in cui euro e mercato unico sono divenuti una realtà tangibile, i popoli ma soprattutto i loro governi hanno avuto paura ed hanno voluto mettere il freno a mano. In realtà gli europei sono ben più integrazionisti dei loro governi, il grande segreto di cinquant’anni di vita in comune sta nel grande protagonismo della società rispetto al sistema politico: vedasi lo sviluppo del diritto comunitario e la sua applicazione diretta, un fenomeno imposto non dai governi ma dai cittadini.

        È questo che ha differenziato l’UE da ogni altro processo d’integrazione al mondo: i governi lanciarono una sfida negli anni cinquanta senza sapere sino in fondo dove si sarebbe arrivati, la società (in primis le imprese ma poi anche i cittadini) hanno obbligato i governi a tenere fede alle loro promesse.

        Laeken sia quindi l’occasione per riflettere a tutti questi temi, ma rifuggiamo dall’idea che essi siano materia per specialisti o addetti ai lavori. La grandezza dell’Europa sono i suoi cittadini, sempre più consapevoli e protagonisti. Sono loro (siamo noi) a dover definire l’Europa che vogliono (vogliamo).

      1. L’America Latina di fronte al G8

        L’America Latina di fronte al G8

        Lo sviluppo degli scenari internazionali dopo Seattle ha avuto importanti conseguenze anche nei confronti dell’America Latina. Da una parte, l’affermarsi di un influente movimento di contestazione nei confronti della globalizzazione e dei suoi effetti ha portato al centro della attenzione mondiale dei temi tradizionalmente a cuore dei paesi della regione, così come dei paesi in via in sviluppo o “emergenti”: in sintesi, potremmo dire che si è affermata nel mondo una rinnovata sensibilità nei confronti dell’esistenza di relazioni squilibrate tra il Nord e il Sud del mondo, un tema che sembrava non più di moda e che invece chiaramente preoccupa parti importanti dell’opinione pubblica mondiale.

        Dall’altra, il subcontinente si trova, cоme forse mai prima nella sua storia, al centro di un complesso scacchiere commerciale caratterizzato dall’accavallarsi di più fronti: se il lancio di un nuovo round multilaterale in seno all’Organizzazione mondiale del commercio (Омс) rimane la prospettiva generale più probabile, o almeno quella desiderata dai più, la possibilità di un nuovo fallimento in Qatar dopo quello di Seattle ha portato alla ribalta altri scenari potenziali per la regione:

        • – integrazione emisferica nell’ambito del cosiddetto ALCA, Accordo di libero commercio delle Americhe;
          – conclusione di accordi commerciali bilaterali con l’Unione europea; già una realtà nel caso del Messico, un accordo simile è attualmente negoziato tra UE e MERCOSUR;
          – consolidamento dei processi d’integrazione economica sub-regionali: in primis, il MERCOSUR, alle prese con un’importante crisi interna a causa delle divergenze economiche tra Brasile e Argentina, ma tuttora un blocco regionale con prospettive solide e risultati significativi in termini di volume degli scambi commerciali; ma anche la Соmunità andina, e, in prospettiva, un possibile Mercato comune sudamericano, che risulterebbe dalla possibile integrazione dei due gruppi;
          – la possibilità alternativa di conclusione di accordi bilaterali con gli USA e con l’UE, rifuggendo dall’appartenenza a blocchi regionali: è il modello cileno, che altri nella regione vorrebbero seguire.

        Ma sarebbe errato pensare che tutte queste possibilità siano apparse sulla scena solo a seguito del fallimento di Seattle. I giochi sono più complessi, e s’inseriscono in quella nuova primavera dell’America Latina, o almeno di parte di essa, che ha caratterizzato gli anni Novanta: chiusosi il decennio perduto, tutti i paesi della regione hanno portato avanti, con maggiore o minore successo, ambiziosi processi di modernizzazione dei loro sistemi economici e sociali che hanno dimostrato come l’America Latina, lungi dall’essere composta da paesi destinati a fallire,ha di fronte a sé un futuro ricco di opportunità.

        Della realtà di questa nuova America Latina, ancora alle prese con problemi atavici ma che ha intrapreso il cammino nella giusta direzione, si sono rese conto in primo luogo (sorprende?) le imprese, multinazionali e no, che hanno investito in massa nei paesi più promettenti della regione, sia nel quadro dei processi di privatizzazione, sia al di fuori di esse.

        Se il Brasile si è andato affermando negli anni Novanta come il primo destinatario di investimenti tra i paesi emergenti dopo la Cina, la ragione non sta certo nell’amore dei capitali internazionali per la samba, ma piuttosto al successo delle riforme economiche intraprese dal governo di Fernando Henrique Cardoso e alle solide prospettive a lungo termine del mercato brasiliano e del MERCOSUR.

        Se un processo simile ha interessato il Messico, nel quale si è molto investito nonostante le turbolenze politiche, è perché la comunità imprenditoriale internazionale ha giudicato irreversibile il processo economico e sociale in corso nel paese nordamericano.

        Le attuali difficoltà argentine non devono trarre in inganno: questo paese, il più “europeo” dell’America Latina, era stato il primo ad attirare l’attenzione del business internazionale. Le privatizzazioni argentine degli anni Novanta erano infatti state citate come modello da seguire per i paesi emergenti. Ma oggi conosciamo le lezioni economiche di questa prima generazione di privatizzazioni “selvagge”. In Argentina, come negli USA o in Gran Bretagna, chi ha privatizzato senza definire regole chiare e trasparenti per il settore privatizzato si è trovato spesso alle prese con gravi problemi di efficienza. In questa prima tappa della storia delle
        privatizzazioni (anni Ottanta e primi anni Novanta), esse erano concepite, un po’ fideisticamente, come un bene assoluto, e la priorità era messa non sulle modalità delle stesse, ma piuttosto sugli aspetti retributivi per l’erario pubblico. Dopo risultati brillanti nei primi
        anni, alla lunga sono apparsi i problemi.

        L’Argentina è un caso chiaro di questa situazione: privatizzò tutto e subito, creando l’illusione di avere risolto d’un colpo tutti i suoi problemi. Ma queste privatizzazioni “contabili” non furono accompagnate da un parallelo processo di snellimento e modernizzazione dell’economia e del settore pubblico, portando all’impasse attuale, una crisi di competitività del modello-paese, aggravata dall’ingessamento del peso sui valori del dollaro, che spiazza completamente i prodotti argentini sui mercati internazionali.

        Gravi problemi strutturali spiegano quindi i problemi argentini, e la loro soluzione richiederà anni di politica economica virtuosa e di sacrifici: non sarà facile, ma sembra chiaro che l’Argentina ha compreso la lezione: la stabilizzazione economica e lo strangolamento dell’inflazione non erano la tappa finale, ma quella iniziale sul lungo cammino delle riforme.

        Se il Cile è stato considerato per anni il modello per eccellenza, e se la sua situazione macroeconomica è tuttora migliore rispetto a quella dei suoi vicini, anche questo paese deve oggi fare i conti con una certa stanchezza del proprio sistema-paese, il che non impedisce che Santiago si muova con spregiudicatezza e notevole abilità sullo scacchiere internazionale: una necessità per un paese di piccole dimensioni (demografiche), il cui Pil dipende per circa la metà dalle esportazioni.

        Gli altri paesi della regione sono stati tutti caratterizzati da processi simili, più o meno riusciti. Ma la strada intrapresa sembra chiara e, pur facendo tutti i distinguo di rigore, possiamo oggi parlare di un’America Latina che si affaccia al XXI secolo con una rinnovata credibilità economica.

        È proprio questa nuova dimensione che permette all’America Latina di giocare un ruolo di maggiore protagonismo nelle relazioni internazionali. Alla credibilità economica si viene infatti ad associare una maggiore credibilità internazionale, evidente nel caso dei maggiori paesi, come il Messico o il Brasile, ma riscontrabile anche in altri casi.

        Se l’America Latina interessa come mercato, essa, forse per la prima volta nella sua storia, sembra anche in grado di dire la sua, senza limitarsi a essere una protagonista passiva del proprio destino. Tramontata l’epoca della dipendenza, il subcontinente dimostra d’avere molto da dire (e da offrire) nell’era dell’interdipendenza e della globalizzazione.

        Non vorremmo che quanto detto sinora facesse trasparire un’immagine di immotivato ottimismo: i problemi della regione restano seri, e la frattura sociale esistente ovunque nella regione tra élites colte e parti integranti del Primo Mondo e una più numerosa frangia della popolazione ancora esclusa dalla modernità, rimane la grande sfida aperta dell’America Latina nel nuovo secolo. Solo una decisa sterzata verso il sociale da parte delle élites al potere in tutta la regione permetterà di affrontare davvero questa battaglia, e i segnali percepibili in questo senso non sempre sono incoraggianti.

        Ma le società civili latino-americane, una volta timide e sottomesse al potere politico, hanno fatto anch’esse passi da gigante negli anni Novanta, e hanno in un certo senso obbligato le oligarchie al potere a tenere conto delle loro istanze. In parte, questo fenomeno è dovuto all’ampiezza dei processi di privatizzazione in paesi in cui la presenza dello Stato era sempre stata forte (o pesante): il ritrarsi della mano pubblica ha obbligato i cittadini, un tempo passivi, a farsi carico dei problemi della collettività. Anche in Europa è successo qualcosa di simile, ma in un contesto eсоnomico che poteva disporre di ben maggiori risorse. In questo senso, il risveglio delle società civili latino-americane ha un che di eroico, ma è reale e palpabile.

        Molte le tematiche su cui s’incentrano le esperienze in corso in America Latina: sviluppo sociale, educazione, lotta alla criminalità e alla droga, protezione dell’ambiente, accesso alle nuove tecnologie. Nell’America Latina di oggi, i cittadini non si aspettano più soluzioni magiche dallo Stato ma s’impegnano in prima persona.

        Ma non è solo un atteggiamento difensivo quello che spiega questo fenomeno (sostituzione dello Stato che ha fallito), ma anche il risultato di un processo virtuoso. I paesi latino-americani hanno dimostrato di poter funzionare sul serio, e questo ha trasmesso alle loro popolazioni un senso di fiducia che spesso era mancato in passato.

        Se le critiche agli effetti perversi della globalizzazione sono moneta corrente in tutto il mondo, l’America Latina è certamente stata all’avanguardia in questo processo. Da un lato, l’esistenza di un’oggettiva diffidenza nei confronti del modello dominante di origine statunitense, amato e odiato a un tempo dai latino-americani, dall’altro, l’esistenza di gravi situazioni di squilibrio sul continente, acuite dall’intensificarsi della globalizzazione (i contrasti visibili a occhio nudo in qualsiasi città latino-americana risultano scioccanti agli occhi di un europeo) non hanno fatto che portare acqua al mulino di chi critica determinati aspetti di essa.

        Se la globalizzazione fa molte vittime, una buona parte di esse vive in questa parte del mondo.

        Non è quindi un caso che, proprio in America latina, sia sorto un processo critico ma costruttivo nei confronti della globalizzazione come quello che portò al Foro sociale di Porto Alegre, che all’inizio di quest’anno attirò l’attenzione di mezzo mondo.

        Col senno di poi, possiamo dire che Porto Alegre è stato il fiore all’occhiello del movimento mondiale critico nei confronti degli aspetti perversi della globalizzazione. La successiva spirale su cui si sono avvitate alcune frange dei movimenti anti-globalizzazione da Praga a Genova ha avuto il torto di svilire nella violenza tematiche di straordinario interesse e attualità.

        Il Foro sociale di Porto Alegre fu farina del sacco della sinistra latino-americana, e rappresentò un esempio positivo е costruttivo di come possono essere affrontati, senza violenze, temi di grande spessore. Il suo grande merito fu quello di dire ad alta voce cose che molti nel mondo pensavano senza avere il coraggio di dirlo.

        Se il Foro sociale diede corpo a inquietudini che le società civili latino-americane nutrivano da tempo, i governi latino-americani, rinfrancati dal relativo successo delle riforme intraprese e stimolate da società sempre più dinamiche ed esigenti, hanno avuto il coraggio di inserire nell’agenda internazionale temi che stanno a cuore all’America Latina e, più in generale, dei paesi emergenti e in via di sviluppo. E, sorpresa, si è scoperto che questi temi interessano a molti anche nel mondo industrializzato.

        Qualche tempo dopo lo svuotamento pratico del fronte dei non allineati, paesi che spesso in passato hanno ricercato ruoli autonomi nell’ambito internazionale si trovano in prima fila su temi che risvegliano molte simpatie anche nel Nord del mondo, soprattutto in Europa.

        Facciamo alcuni esempi: la battaglia intrapresa da Sud Africa, India e Brasile per l’accesso a costi ridotti ai farmaci contro l’Hiv e altre malattie endemiche, mediante la sospensione parziale dei diritti di proprietà intellettuale, è un tema molto delicato, perché mette a repentaglio una delle fondamenta dell’economia di mercato.

        Ma è, al tempo stesso, una rivendicazione oggettivamente giusta, dato che, a fronte di problemi di tale gravità, è necessario mettere in atto meccanismi audaci, fondati sul principio della solidarietà.

        Una questione di questo tipo si sarebbe trascinata per anni nelle stanze dell’OMC, per concludersi alla fine con una vittoria delle multinazionali farmaceutiche, se il clima mondiale non fosse drammaticamente cambiato nell’ultimo anno, e non si fosse originata una forte pressione internazionale a favore delle rivendicazioni dei paesi del Sud.

        Il Brasile e i suoi alleati non sarebbero poi riusciti nel loro intento se non avessero potuto contare sul significativo appoggio dell’Unione europea, la cui iniziativa Access to Medicines è pienamente compatibile con le rivendicazioni dei paesi emergenti (e molto lontana dalle posizioni statunitensi).

        In materia di cambiamento climatico e biosicurezza (Protocolli di Kyoto e Cartagena) e di biodiversità (Convenzione sulla diversità biologica di Rio, 1992), i paesi latino-americani e specialmente il Brasile che, forte della sua buona salute e del suo peso economico e strategico, ha abbandonato passate ambizioni su scala planetaria per assumere un ruolo, ben più realistico, e pregnante di leader del subcontinente, difendono con forza posizioni critiche rispetto alle visioni iperliberistiche statunitensi e anche giapponesi.

        Nell’ambito delle conferenze delle Nazioni unite, il Brasile e il blocco latinoamericano hanno generalmente dimostrato una notevole coesione, derivante non solo da un’omogeneità culturale, ma piuttosto da un’oggettiva comunione d’interessi. In quest’ambito, è notevole anche la sintonia con i paesi asiatici e africani, che permette quindi a paesi come il Brasile o il Messico di far parte del gruppo dei leaders dei paesi in via di sviluppo. Anche nella recente Conferenza di Durban, i paesi latinoamericani hanno giocato un ruolo significativo: senza essere in prima fila né sul tema delle rivendicazioni legate al passato schiavista, né su quello delle definizioni ideologiche in materia di razzismo, essi, guidati dal Brasile, hanno assunto un ruolo di mediazione che ha avuto il suo peso nel raggiungimento di un compromesso finale.

        L’America Latina tende quindi a non accettare più senza riserve modelli culturali e sociali importati da altrove, ma a sviluppare posizioni proprie e difenderle sulla scena internazionale, tessendo alleanze a geometria variabile che la vedono spesso convergere con altri paesi emergenti, asiatici e africani, ma anche con l’UE.

        Certo, non è possibile generalizzare sempre, e differenze significative esistono, ad esempio in materia di accettazione degli OGM, respinti dal Brasile e accettati senza riserve in Argentina, ma l’America Latina di oggi si pone di fronte al G8 con una personalità propria.

        Anche in campo culturale, sta dimostrando un gran dinamismo. La sensibilità al tema della “eccezione culturale” è crescente, e la tematica dell’accesso a una società dell’informazione multilingue si è molto sviluppata in una regione che parla spagnolo e portoghese (rispettivamente seconda e quarta lingua internazionale del mondo). Se la società dell’informazione vuol essere globale i suoi contenuti non possono essere solo in inglese, ma devono poter pervenire alla maggioranza della popolazione in lingua madre. Anche qui sono chiare le sintonie con i paesi asiatici e con una Europa per definizione multiculturale, e le frizioni con un modello globalizzante monocorde di stampo statunitense.

        In materia economica, come si pone l’America Latina di fronte al G8?

        Facendosi forti della loro rinnovata credibilità, che pareva per sempre perduta negli anni Ottanta, i paesi latino-americani si trovano in sintonia oggettiva con altri paesi emergenti nel richiedere una “democratizzazione” del commercio internazionale, fondato su un accesso crescente ai mercati del mondo sviluppato e sulla revisione dei meccanismi esistenti in seno all’Oмс, oggi visti come pesantemente squilibrati a favore dei paesi industrializzati, che favorisca i paesi del Sud.

        Pochi paesi latino-americani fanno parte del gruppo dei “Paesi meno avanzati” oggetto dell’iniziativa di condono del debito presa nel G7 di Colonia (1999), ma l’America Latina, sempre alle prese con severi problemi d’instabilità finanziaria, è invece molto sensibile al tema del disegno di una nuova architettura del sistema finanziario internazionale che favorisca la stabilità dei paesi emergenti. Le crisi messicane (1994), brasiliane (1999) e argentina hanno messo in evidenza la fragilità finanziaria dei paesi anche più forti della regione, comunque dipendenti dall’afflusso di capitali internazionali e spesso penalizzati da movimenti speculativi sui mercati che non sempre hanno riscontri oggettivi nei paesi interessati.


        La comunità finanziaria internazionale ha risposto positivamente ai successivi appelli brasiliani e argentini mediante la concessione di pacchetti finanziari ad hoc, ma il problema è lungi dall’essere risolto ed è una delle priorità che stanno più a cuore alle dirigenze latino-americane. Non ci sembra, però, che al di là degli interventi specifici già menzionati, sia probabile la definizione in un prossimo futuro di meccanismi di stabilizzazione dei mercati monetari, che continueranno a fluttuare con forza come hanno fatto dal 1973 in poi.

        Se il problema del debito estero, pur senza essere sparito del tutto, non attanaglia più come un tempo i paesi latino-americani che hanno ritrovato negli anni Novanta il cammino della crescita, il fattore chiave dello sviluppo economico è oggi identificato nell’accesso ai mercati internazionali.

        L’Uruguay Round dette luogo a un grande processo di liberalizzazione commerciale dei beni industriali e, in parte, dei servizi; i paesi emergenti, generalmente produttori agricoli, richiedono oggi di essere ricompensati per il grande sforzo di apertura delle loro economie, effettuato nel corso degli anni Novanta. Ciò è particolarmente vero per alcuni paesi latino-americani, che si sono fortemente aperti ai capitali e alle imprese internazionali e che sarebbero pronti a esportare prodotti agricoli sui mercati europeo, nordamericano e giapponese se all’apertura dell’Uruguay Round facesse ora seguito una significativa liberalizzazione dei mercati agricoli nel nuovo round commerciale. Sia gli USa sia l’UE e il Giappone dispongono di meccanismi di diversa natura che limitano fortemente le importazioni di prodotti agricoli dai paesi forti produttori (riuniti nel cosiddetto Gruppo di Cairns), e concedono anche sussidi alle esportazioni (USA e UE), spiazzando i paesi di Cairns anche su mercati terzi.

        Se, nel caso dell’UE, le riforme della PAC del 1992 e l’accordo finanziario di Berlino del 1999 hanno dato luogo a riduzioni progressive dei sussidi, soprattutto nel caso di quelli concessi agli esportatori, gli USA sono in preda a una vera e propria escalation del protezionismo agricolo.

        Secondo i paesi latino-americani, in primis i produttori agricoli come Argentina, Brasile e Uruguay, il nuovo round di negoziati OMC, il cui lancio fallì a Seattle e che sarà ora ritentato a Doha in novembre, dovrà in primo luogo riguardare la liberalizzazione del commercio agricolo, considerata una vera e propria priorità, ma anche la revisione di meccanismi il cui uso è considerato protezionistico e squilibrato a favore dei paesi industrializzati (anti-dumping, proprietà intellettuale).

        Solo in quel caso sarà possibile, secondo i latino-americani, discutere di ulteriori riduzioni dei dazi industriali e di liberalizzazioni addizionali di servizi e appalti pubblici. È da notarsi come, alla fermezza latino-americana, ispirata comunque da uno spirito costruttivo, faccia da contraltare una maggiore rigidità dei paesi emergenti asiatici (India, Indonesia, Malaysia), assai poco
        propensi ad appoggiare il lancio di un nuovo round.

        Prima di Seattle, queste remore dei paesi emergenti avrebbero potuto rimanere relegate in secondo piano: i tre grandi del commercio internazionale, soprattutto USA e UE, avrebbero potuto decidere sui destini del commercio mondiale da soli. Ma oggi non è più così, e il consenso di una decina di paesi emergenti “chiave” è divenuto imprescindibile. Nel caso dell’America Latina, si tratta di Brasile, Messico e Argentina, cui si aggiungono India, Indonesia, Malaysia, Singapore, Sud Africa, Egitto (oltre a paesi sviluppati come Canada e Australia e pochi altri).

        Difficilmente sarà possibile registrare progressi significativi nei negoziati о prevedere un lancio degli stessi senza essere riusciti a ottenere un consenso di massima all’interno di questo club.

        E se, nonostante questi sforzi, non risultasse possibile lanciare un nuovo round multilaterale all’OMс, quali sarebbero le conseguenze per l’America Latina?

        Come anticipato all’inizio, sarebbe un errore dipingere gli scenari alternativi come ripieghi rispetto al round multilaterale. In realtà, se Stati Uniti e Unione europea sono impegnati in ambiziose iniziative nei confronti dell’America Latina, la trama aveva incominciato a essere tessuta all’inizio degli anni Novanta, in coincidenza con l’inizio dei processi di stabilizzazione economica e riforme strutturali nella regione.

        Sin dalla firma del Trattato di Asunción (1991), che dà alla luce il MERCOSUR, l’Unione europea fornì al nuovo blocсо sudamericano un notevole appoggio politico e di cooperazione economica. Quest’approccio porterà alla firma dell’accordo di Cooperazione interregionale di Madrid (1995), una delle cui clausole prevedeva il lancio di negoziati di liberalizzazione commerciale tra i due blocchi quando fossero riunite le condizioni necessarie.

        La significativa evoluzione delle relazioni economiche tra UE E MERCOSUR (I’UE si è affermata nella seconda parte del decennio come il primo socio commerciale e il primo investitore nel blocco sudamericano) hanno creato in breve tempo le condizioni per il lancio di un negoziato, il cui obiettivo è la firma del primo Accordo di associazione interregionale della storia delle relazioni internazionali.

        In occasione del primo Summit euro-latinoamericano di Rio (giugno 1999), fu approvato l’inizio dei negoziati, che sono avanzati con una certa difficoltà all’inizio ma che sono già approdati, dopo cinque round negoziali, alla presentazione di un’offerta di accordo da parte dell’UE, cui dovrà corrispondere la presentazione di una controproposta da parte del MERCOSUR a fine ottobre.

        Esistono le condizioni per una conclusione dell’accordo nel prossimo biennio, e il prossimo Summit euro-latinoamericano di Madrid (giugno 2002) dovrebbe venire a scandire i tempi del negoziato, che creerà quindi un ambizioso spazio economico comune tra i quindici membri dell’Ue e i quattro paesi del MERCOSUR, cui si verrebbe ad aggiungere il Cile, con cui l’Ue sta negoziando in parallelo un accordo equivalente.

        A quello commerciale si vengono poi ad aggiungere un accordo politico e uno in materia di cooperazione, facenti tutti parte integrante dell’Accordo di associazione.

        Per quanto riguarda gli Stati Uniti, il lancio dell’ambizioso progetto di creazione di un mercato comune emisferico (ALCA in spagnolo, FTAA in inglese) risale alla presidenza Bush padre.

        Il processo avanzò ben poco durante le presidenze Clinton, ma nell’ultima parte del suo secondo mandato la sua amministrazione prese atto da un lato della crescente importanza strategica dei mercati della regione, che gli USa non potevano più considerare come acquisiti, e dall’altro delle difficoltà del quadro multilaterale (fallimento di Seattle). Di fatto, gli USA hanno sempre privilegiato un approccio strategico multilaterale nei negoziati commerciali, rimanendo sostanzialmente estranei al processo di conclusione di accordi bilaterali e regionali che ha caratterizzato tutte le regioni del mondo.

        Analisti e aziende americane hanno lanciato un grido d’allarme in questo senso al presidente George W. Bush, che ha deciso di spingere con forza sulla via del regionalismo, senza per questo rinunciare alla possibilità di lanciare un round multilaterale ancora quest’anno.

        Ma la prospettiva di un Mercato comune delle Americhe è ritornata d’attualità, e i trentaquattro paesi della regione hanno stabilito nel Summit delle Americhe di Québec (aprile 2001) un calendario e una struttura per i negoziati che dovrebbero concludersi nel 2005.

        Tale negoziato deve però far fronte a molte difficoltà, non ultima il peso delle lobbies americane, che rendono difficilmente preventivabile la concessione di un mandato negoziale ampio (TPA, Trading Promotion Authority, prima conosciuto come fast-track) al presidente Bush.

        Ma vi è anche un’altra fondamentale differenza tra l’ALCA immaginabile all’inizio degli anni Novanta e quella attuale. Se allora il processo negoziale sarebbe stato chiaramente a propulsione statunitense, con una scarsa possibilità per i paesi latino-americani di esercitare un peso significativo sul negoziato, la rinnovata forza di alcuni di loro, in primis del Brasile, e la presenza riequilibrante dell’Unione europea ha ora cambiato le carte in tavola. I paesi latino-americani hanno maggiore margine di manovra e, nel caso del Brasile, intendono esercitarlo a fondo.

        Questo non significa che l’ALCA non si farà, ma piuttosto che esso difficilmente sarà una semplice specchio del NAFTA (Accordo di libero commercio del Nord America): sarà invece un accordo ambizioso e di ampio respiro, nel quale anche gli USA Saranno costretti a fare concessioni su materie importanti (accesso ai mercati, regole sanitarie, uso dell’antidumping, riduzione dei sussidi agricoli).

        Di fatto il Brasile è già riuscito, nel periodo che ha preceduto Québec, a imporre il suo calendario agli USA e ai suoi alleati più stretti (Cile e Uruguay), che premevano per una conclusione dei mandati nel 2003, prima della fine del mandato di Bush. Era una prospettiva
        irreale, data la complessità del negoziato, ma molti paesi latino-americani,
        attirati dalla chimera di un accordo rapido con gli USA, sembravano disposti ad
        accettarla.

        La posizione brasiliana, sostenuta da paesi come il Venezuela e, con qualche dubbio, dall’Argentina, è che un negoziato rapido non possa che risultare squilibrato a favore degli USA, che devono dimostrare con concessioni reali la loro volontà di concludere un accordo. L’altro punto cui il Brasile tiene particolarmente è il consolidamento del MERCOSUR: se il blocco è dal 1999 alle prese con una crisi interna, essenzialmente dovuta all’incompatibilità dei regimi cambiari argentino e brasiliano, e oggi aggravata dalla situazione argentina, ciò non toglie che si tratti di un mercato interno significativo e di un acquis politico di peso cui il Brasile non vuole rinunciare. Da qui la decisione di negoziare come blocco in seno all’ALCA (ciò non entusiasmava l’Uruguay e in parte l’Argentina).

        Ma, che il MERCOSUR conti ancora parecchio, nonostante i suoi problemi interni, è dimostrato anche dal fatto che gli USA, a fronte delle difficoltà dei negoziati multilaterali (OMс) ed emisferici (ALCA), hanno accettato di avviare un dialogo chiamato 4+1 con il MERCOSUR su temi commerciali d’interesse comune. Non si tratta ancora di un vero e proprio negoziato, ma di un tavolo di discussione che riconosce al MERCOSUR un ruolo importante, spesso negatogli dagli USA in passato.

        Dall’evoluzione di questi scenari, cui si aggiunge anche il negoziato 4+5 tra MERCOSUR e Comunità andina che potrebbe portare alla creazione di un Mercato comune sudamericano come premessa per un suçcessivo ALCA, dipende il futuro dell’America Latina nel secolo che sta iniziando.

        Chiaramente, se qualcuno crede ancora che l’America Latina sia ancora un fuscello in balia di tempeste più grandi di lei, quanto esposto dovrebbe bastare a fargli cambiare idea.

        La nuova America Latina rimane alle prese con enormi problemi, ma dispone ora di voce e personalità propria: all’interno di essa, paesi come il Brasile e il Messico, ma anche il Cile o lo stesso Venezuela, dispongono di atouts di diversa natura che sono in grado di utilizzare.

        Di fronte alla crisi del modello G8 emersa negli ultimi due anni, risulta difficile pensare alla possibilità di mantenerne inalterata la sua struttura e le sue modalità di funzionamento. Sta svanendo, o forse è svanita del tutto, l’idea di un “direttorio” di paesi ricchi (i Sette) o armati (Russia) che possano esercitare da soli la leadership mondiale.

        È necessario ampliare lo spettro del G7: di fatto, già esiste da alcuni anni il G20, la cui prima riunione ha avuto luogo a Berlino nel dicembre 1999.

        In questo nuovo forum partecipano, oltre ai membri del G8, Argentina, Brasile, Messico, Australia, Sud Africa, Turchia, Cina, India, Indonesia e Corea del Sud, oltre alla Presidenza dell’UE e le istituzioni di Bretton Woods. Anche se il G20 non ha ancora il seguito mediatico del G8, è probabilmente in questo senso che la comunità internazionale dovrà dirigersi, senza dimenticare però di associare all’allargamento del gruppo la definizione di meccanismi di coinvolgimento dei paesi che ne sono esclusi e della società civile.

        In questo quadro, l’America Latina fa bella mostra di sé e non mancherà di far sentire la propria voce nella definizione dei nuovi equilibri mondiali.

      2. La contestata rielezione di Fujimori in Perù

        Le vicissitudini che hanno portato alla seconda rielezione del presidente Alberto Fujimori in Perù hanno destato un grande interesse anche al di fuori dell’America Latina. Alcuni osservatori hanno visto nella discutibile vittoria del presidente uscente una conferma della
        regressione democratica che sarebbe in atto nella regione.

        Alcuni dati recenti sono, in effetti, inquietanti: in Ecuador un colpo di stato che ha affiancato parti dell’esercito е militanti indios è stato abortito, ma ha portato alla sostituzione (di dubbiosa legalità) del presidente Mahuad con il suo vice Noboa. In Venezuela il processo che ha portato al potere Chávez è stato generalmente interpretato come preoccupante in termini di democrazia: per una visione un po’ più articolata rimandiamo al nostro recente articolo sull’argomento (La riforma costituzionale in Venezuela: ritorno all’autoritarismo in America Latina?, in “Acque & Terre”, n. 1.2000), ma è chiaro che le speranze accese in un primo tempo da Chávez si stanno affievolendo e che egli, incapace di materializzare le promesse fatte, ha già perso in poco più d’un anno buona parte dell’enorme capitale di fiducia di cui aveva goduto nel corso del 1999. In Bolivia il presidente Banzer dichiara lo stato d’emergenza per soffocare delle sommosse popolari. In Colombia il processo di pace si contorce su se stesso senza che s’intravedano sbocchi concreti. E ora, in Perù, Fujimori ottiene, in elezioni messe in discussione non solo dall’opposizione ma anche da tutti gli osservatori internazionali, un terzo mandato cui non aveva probabilmente diritto se fosse stato rispettato lo spirito della Costituzione da lui stesso introdotta.

        I cinque paesi che formano la Comunità Andina sono quindi tutti alle prese con problemi complessi e diversi tra loro ma che possono essere in ogni modo ricondotti a una matrice comune: il difficile consolidamento della democrazia in una regione del mondo nella quale la modernizzazione economica non riesce a produrre risultati tali da intaccare in maniera sufficiente il substrato di povertà e le diseguaglianze sociali che affliggono la maggior parte della popolazione.
        Che tutto il percorso politico di Fujimori dimostri il suo carattere autoritario e opportunista è fuori discussione: nei suoi dieci anni alla presidenza del Perù (1990-2000) si sono alternate luci e ombre, ma la sua azione è stata improntata all’accentramento del potere nella sua persona e alla sistematica ricerca, all’interno della società peruviana, degli appoggi necessari per consolidare il suo controllo assoluto della situazione.
        Nel nostro articolo del 1995 (Le contraddizioni apparenti della fragile democrazia peruviana, “Acque & Terre”,n. 1.1995), avevamo cercato di presentare le ragioni che spiegavano la sua netta vittoria di allora su Pérez de Cuellar, candidato appoggiato dall’opinione pubblica internazionale, travolto nelle precedenti presidenziali da un Fujimori inviso a molti (fuori dal
        Perù). Esse andavano ricondotte essenzialmente a: 1) il successo riportato su Sendero Luminoso, la cui azione di guerriglia e terrorismo aveva avuto delle conseguenze disastrose per il paese, mettendo a repentaglio i fondamenti stessi della vita della popolazione peruviana; 2) l’assoluta mancanza di credibilità degli esponenti dei partiti tradizionali, che avevano portato il paese sull’orlo della bancarotta; 3) i buoni risultati economici seguiti al fujichoque immediatamente successivo alla sua elezione del 1990, abilmente accompagnati da una politica sociale di stampo populista – in cui Fujimori è maestro – che, anche se non intacca le radici della povertà che affligge una buona metà della popolazione peruviana, ha comunque un
        grande impatto d’immagine nei confronti dei ceti più bisognosi.

        Questo cocktail ha reso el chino (come è popolarmente conosciuto Fujimori in Perù, nonostante sia d’origine giapponese) un candidato imbattibile per diversi anni.

        Questi risultati, apprezzati positivamente dalla maggioranza della popolazione peruviana, nonostante la diffidenza degli osservatori internazionali e degli esponenti dei partiti tradizionali, completamente emarginati nel decennio Fujimori, sono stati però accompagnati da pratiche dubbiose che non hanno fatto che aggravarsi nel corso del decennio.

        In primo luogo, Fujimori – eletto a sorpresa al secondo turno delle elezioni del 1990 grazie all’appoggio di tutti i candidati dell’opposizione, il cui obiettivo era quello di sconfiggere il candidato maggioritario al primo turno, lo scrittore Vargas Llosa – non poteva contare al momento dell’elezione su un significativo appoggio parlamentare: il suo movimento, l’improvvisato Cambio 90 sorto per appoggiarlo alle elezioni, non aveva ottenuto che pochi seggi (in Perù le elezioni parlamentari coincidono con il primo turno delle presidenziali). Fujimori aveva quindi bisogno di trovare appoggi per governare nella maniera desiderata. Sarà l’esercito a fornirgli questi appoggi: tale scelta va letta alla luce della situazione del Perù dei primi anni Novanta, alle prese con una vera e propria guerra interna con Sendero Luminoso che metteva i militari in primo piano nella vita del paese.

        Fujimori chiede al Parlamento poteri eccezionali per combattere il terrorismo; non li ottiene e scioglie le Camere assumendo il potere dittatoriale con l’appoggio delle forze armate: è il fujigolpe dell’aprile 1992. I partiti d’opposizione non si presentano alle successive elezioni per l’Assemblea costituente, nella quale il presidente-dittatore ha via libera per fare approvare una Costituzione, accentratrice e ultra-presidenzialista, di suo gradimento. Tale Costituzione è approvata mediante referendum popolare nell’ottobre 1993.

        Nel frattempo, Sendero Luminoso è colpito a morte: a partire dalla cattura del líder máximo Abimael Guzmán (settembre 1992), il gruppo terrorista si sfalda e perde in poco tempo gran parte della sua forza. In Perù la vita ritorna alla normalita.

        Il lato negativo della fine dell’emergenza senderista è il progressivo aumento del potere delle forze armate: protagoniste della sconfitta del terrorismo e alleate del presidente autoritario, divengono il vero pilastro dell’edificio fujimorista.

        Attorno all’uomo-chiave di Fujimori, il consigliere presidenziale Vladimir Montesinos, responsabile del sempre più potente servizio di sicurezza interna (Servicio de Inteligencia Nacional, SIN), si crea una densa rete d’uomini e interessi economici legati a filo doppio a Montesinos e al presidente: i ventidue militari di più alto rango delle forze armate peruviane (otto generali di divisione e quattordici di brigata) sono tutti compagni di classe di Montesinos, diplomatisi all’Accademia militare di Chorrillos nel gennaio 1966. Per arrivare a questo risultato, è stata necessaria un’epurazione degli ufficiali non fedeli al presidente. Il risultato di tale processo sono delle forze armate totalmente identificate con il presidente, al cui interno le carriere sono in praticа bloccate: la cupola dovrebbe andare in pensione in blocco a fine 2000, ma già si sta preparando una modifica legislativa che prorogherebbe la situazione per altri cinque anni (guarda caso, i cinque anni del terzo mandato Fujimori).

        In parallelo a questo processo d’asservimento delle cupole militari, Fujimori ha progressivamente allargato il raggio d’azione del Sin, che sotto l’attenta regia di Montesinos ha sviluppato una gran capacità d’intossicazione informativa e di distruzione sistematica degli avversari di Fujimori.

        L’altro punto-chiave del potere di Fujimori è il controllo assoluto dei mezzi di comunicazione, ottenuto anche ricorrendo a metodi poco ortodossi, come pretestuose espropriazioni forzate: emblematico è stato il caso di Baruch Ivcher, proprietario di Canal 2 Frecuencia Latina, canale televisivo non particolarmente critico rispetto a Fujimori, ma divenuto il nemico pubblico numero uno a seguito della diffusione di denunce contro il SIN e Montesinos. Ivcher, israeliano naturalizzato peruviano, è stato espropriato e privato della cittadinanza.

        Il risultato di tali metodi è l’inesistenza di voci discordanti nelle televisioni peruviane: i sei canali aperti esistenti nel paese non hanno accettato alcun tipo di pubblicità elettorale dell’opposizione, confinata su un solo canale via cаvo dalla diffusione assai ridotta.

        Se a livello della stampa scritta non si è raggiunta una tale unanimità, lo squilibrio esistente in televisione è sufficiente per giustificare le denunce d’assoluta parzialità della campagna elettorale peruviana.

        La Costituzione del 1992 è poi fortemente centralizzata: le attribuzioni dell’unica Camera sono molto ridotte, e la stessa figura del primo ministro è fortemente appiattita su quella del presidente, vero padrone della situazione. Nelle elezioni del 1995 Fujimori aveva per di più ottenuto una comoda maggioranza parlamentare, che gli ha permesso un’ampia libertà d’azione nel corso del suo secondo mandato.

        La situazione si è ulteriormente deteriorata quando Fujimori ha deciso di puntare a una nuova rielezione: il primo responso del Tribunale costituzionale è negativo, ma per ovviare a tale contrattempo Fujimori destituisce tre giudici per sostituirli con tre fedeli. Il nuovo responso gli dà ragione, per cui la prospettiva della re-relección diviene reale: il ragionamento seguito, assai bizzarro, è che la prima elezione di Fujimori era stata ottenuta con un’altra Costituzione (da lui stesso violata!), per cui l’attuale rielezione sarebbe in realtà la prima secondo la Costituzione attuale.

        Un’iniziativa di referendum popolare avente per obiettivo il rovesciamento di tale interpretazione è poi considerato illegittimo dalla stessa Corte, tagliando l’erba sotto i piedi dei sempre più numerosi critici del fujimorismo.

        Questi sviluppi, associati a un forte rallentamento della crescita economica avvenuto nel 1998 e nel 1999, hanno alienato molte simpatie a Fujimori nel corso dell’ultimo biennio: per queste ragioni, e per la crescente usura di un metodo di governo eccessivamente autoritario che asfissia la società civile e che mette in discussione i fondamenti stessi della democrazia, pur rispettando i dettami della forma, la prospettiva di una sconfitta di Fujimori nelle elezioni di quest’anno si era fatta concreta.

        Alcuni candidati d’opposizione avevano i numeri per ottenere un buon risultato: Alberto Andrade, sindaco di Lima e Luís Castañeda Lossio, che si è costruito un’ottima reputazione nel suo passaggio alla presidenza dell’IPSs, (Istituto peruviano di previdenza sociale). Ma l’incapacità dell’opposizione di unirsi attorno a un solo candidato e le sistematiche campagne di disinformazione di cui questi due candidati sono stati oggetto hanno ridotto al lumicino i loro consensi.

        Negli ultimi mesi di campagna è però apparsa una candidatura che non aveva meritato l’attenzione dell’establishment: quella dell’economista Alejandro Toledo, che facendo campagna nel Perù profondo e senza contare sui mezzi d’informazione è riuscito sorprendentemente a coagulare attorno a sé la maggioranza dei consensi degli scontenti di Fujimori.

        Toledo, economista pluri-diplomato (dottorato a Stanford, professore a Harvard), ha fatto presa sull’elettorato: le sue fattezze indiscutibilmente andine e il suo messaggio diretto e comprensibile hanno saputo smuovere una società peruviana non più disposta a sopportare a ogni costo il pugno duro della cupola al potere e desiderosa di cambiamenti concreti e profondi delle proprie condizioni di vita.

        La T di trabajo è stata il motto della campagna di Toledo, che dice di se stesso: “sono l’esempio vivente di come la formazione può trasformare un uomo”.

        A fronte di questa crescita imprevista dei consensi per Toledo, molti osservatori mettevano in dubbio che Fujimori potesse accettare una possibile sconfitta: la previsione unanime era che avrebbe cercato a tutti i costi un’affermazione al primo turno, per evitare la possibile concentrazione dei voti dell’opposizione su Toledo nel secondo turno.

        La missione d’osservazione elettorale dell’OSA (Organizzazione degli stati americani), nonché della Fondazione Carter, di Transparencia e d’altre istituzioni internazionali hanno tutte dato fede delle gravi irregolarità del primo turno elettorale, svoltosi il 9 aprile: 1 milione 200 mila schede scrutate in più rispetto al numero dei votanti, gravi anomalie riscontrate nelle sezioni elettorali nelle quali non erano presenti osservatori internazionali o dell’opposizione, cancellazione della lista di Toledo (Perù Posible) in molte schede e così via.

        La saga del conteggio dei voti del primo turno elettorale è durata vari giorni: alla fine i risultati officiali hanno visto Fujimori al 49,79 per cento dei vOti e Toledo al 40,31 per cento, numeri che hanno reso necessario il secondo turno.

        L’impressione derivante dall’altalenarsi delle notizie provenienti da Lima nei giorni successivi al 9 aprile è quella di un conteggio viziato, effettuato da istituzioni elettorali succubi al presidente, che ha accarezzato fino all’ultimo l’idea di ottenere la vittoria al primo turno: il peso delle pressioni internazionali e delle oggettive anomalie messe in luce dagli osservatori e dall’opposizione ha però reso impossibile la proclamazione della vittoria di Fujimori già al primo turno.

        In vista di questo secondo turno, la missione dell’OAs ha richiesto alle istituzioni elettorali una rapida correzione delle anomalie riscontrate, così come la garanzia di un’apertura di spazi televisivi al candidato oppositore.

        A pochi giorni dal voto, Toledo ha richiesto un rinvio di venti giorni del secondo turno, previsto per il 28 maggio, al fine di permettere l’adozione delle misure necessarie per assicurare la trasparenza della tornata elettorale: l’OAS ha appoggiato la richiesta, respinta dalle autorità peruviane. Toledo ha allora annunciato il suo ritiro dal secondo turno, invitando i suoi elettori ad astenersi o ad annullare la scheda.

        Preso poi atto dell’insufficienza delle misure adottate dalla JNE e dall’ONPE, le due istituzioni interessate, che all’ultimo momento hanno cambiato il programma usato per il conteggio anziché correggere gli errori esistenti nel programma usato al primo turno, la missione dell’OAs ha deciso anch’essa di ritirarsi, non sentendosi in grado di avallare il processo elettorale in corso.

        Si è quindi votato il 28 maggio, con il nome di Toledo sulle schede nonostante questi avesse richiesto che fosse ritirato: la sua consegna agli elettori è stata l’astensione.

        In questo quadro turbolento (elezioni senza opposizione e senza osservatori internazionali), Fujimori ha ottenuto il 51,2 per cento dei voti validi, Toledo il 17,68 per cento e il 29,93 per cento delle schede sono state annullate cоme richiesto da Toledo (il voto è obbligatorio in Perù e la sanzione è molto onerosa, il che impediva un massiccio boicottaggio delle urne, che comunque ha raggiunto il 19 per cento).

        Fujimori è stato rieletto al termine d’un processo macchiato di molteplici irregolarità, ma la situazione reale è quella di un pareggio tecnico che apre la strada a una grande instabilità politica in Perù.
        Toledo ha denunciato i risultati elettorali. Sostiene che la sua rinuncia fosse obbligata perché i brogli avrebbero in ogni caso (gli indizi ci sono) permesso a Fujimori di aggiudicarsi la vittoria, e
        partecipare al secondo turno avrebbe legittimato tali brogli: risulta però difficile sostenere che Fujimori sia un presidente illegittimo. Il processo elettorale è stato senza dubbio irregolare e merita un giudizio negativo, ma Fujimori ha la forma dalla sua. Chi potrebbe ora esautorarlo? La pressione statunitense sull’OAs, avente per obiettivo l’imposizione di sanzioni al Perù, è stata mitigata in occasione della riunione ministeriale di Windsor (4 giugno) dall’opposizione esercitata da molti paesi latino-americani (in prima fila Messico, Brasile e Venezuela), contrari all’adozione di misure drastiche. Dietro l’angolo vi è il sospetto con cui molti governi latino-americani guardano all’uso del principio del rispetto democratico come forma d’ingerenza statunitense nelle questioni interne. I governi della regione avevano già espresso molte riserve nei confronti dell’azione della NATO in Kosovo e Jugoslavia adottata al di fuori del sistema delle Nazioni Unite, mostrando riluttanza ad accettare il principio dell’ingerenza umanitaria.

        Al tempo stesso, l’esempio peruviano solleva preoccupazioni tra i paesi della regione anche perché non è un caso isolato ma si inserisce in un momento difficile dello sviluppo democratico in America Latina.

        Il trade-off tra le due posizioni (ingerenza in nome della democrazia e rispetto della dimensione politica nazionale) è in ogni caso difficile, come del resto ben sappiamo in Europa (l’ambasciatore austriaco presso l’Oas ha affermato che l’Unione europea dovrebbe prendere esempio dalle decisioni adottate da tale organizzazione nel caso peruviano).

        Se è prevedibile che Fujimori,che non è certo persona di molti scrupoli, si arroccherà sulle sue posizioni, è altrettanto vero che l’imprevedibile sviluppo della situazione peruviana apre scenari impensabili sino a qualche mese fa: Fujimori non dispone più d’una maggioranza parlamentare (ha solo cinquantadue deputati su centoventi) e l’opposizione pare finalmente essersi unita attorno a Toledo. Fujimori non potrà più governare nel modo cui era abituato, perché delle crepe si sono chiaramente aperte nell’edificio che sostiene il suo potere. Anche nelle forze armate sono apparse voci di dissenso, е anche in assenza di sanzioni esplicite, il Perù di Fujimori soffrirà di un crescente isolamento internazionale.

        Sfocerà questa situazione su una caduta di Fujimori prima della fine del suo mandato? È difficile a dirsi. In questo momento l’opposizione, fuori gioco per dieci anni, è rientrata in campо con un ragionevole raggio d’azione: il suo successo, e il relativo indebolimento di Fujimori, dipenderanno molto dal suo operato, più che dalla pressione internazionale.

        In passato, l’opposizione peruviana ha spesso sbagliato le sue mosse, sottovalutando l’intraprendenza e le risorse di Fujimori (in occasione del secondo turno del Novanta, dell’autogolpe del 1992, della scelta del candidato nel 1995, della tardiva unità nel 2000, forse persino nella rinuncia di Toledo il 28 maggio).

        Riprendendo le conclusioni dell’articolo, già citato, del 1995, possiamo concludere che una volta di più la democrazia deve fare i conti, in America Latina, con le specificità politiche e sociali che caratterizzano la regione.

        È però indubbio che, rispetto alla situazione di cinque anni fa, Fujimori ha ecceduto sul cammino dell’autoritarismo e che gli ultimi avvenimenti costituiscono un chiaro passo indietro per la democrazia peruviana.

        Mentre nel Cono Sud (Argentina, Brasile, Uruguay e Cile) la democrazia può considerarsi ormai del tutto stabile, con l’eccezione del Paraguay, paese avente un livello di sviluppo paragonabile più ai suoi vicini andini che ai suoi soci nel MERCOSUR, nella regione andina i segnali pericolosi per la democrazia sono molteplici.

        A nostro parere, questa constatazione non autorizza a parlare di possibile regressione della democrazia in America Latina: i risultati del processo di modernizzazione economica e democratizzazione politica iniziato negli anni Ottanta sono tangibili e irreversibili.

        Dove però i risultati economici non riescono a raggiungere con sufficiente rapidità una parte significativa della popolazione e dove la società civile trova più difficoltà a organizzarsi e farsi sentire, servendo da contrappeso al potere della classe politica o dei “poteri di fatto”, la tentazione autoritaria può fare di nuovo capolino: in questo senso, i paesi andini presentano ancora situazioni a rischio.

        Lo scenario di fondo è quello della grande sfida che l’America Latina deve affrontare nel XXI secolo: il grande nemico da sconfiggere è il deficit sociale che separa le élites dal resto della popolazione. Solo quando questa sfida sarà stata vinta la democrazia non sarà più in pericolo.