Autore: Stefano Gatto

  • Diario pakistano (e salvadoregno): numero undici

    Questa pagina di diario non parla di Pakistan ma di El Salvador, il mio precedente paese. È molto lungo ma cercate d’arrivare in fondo. C’e dentro una gran parte di me.

    A seguito dell’aggressione al capotreno di Milano ho pubblicato un articolo sugli Stati Generali che ha riscosso molto interesse (http://www.glistatigenerali.com/criminalita_integrazione/maras-el-salvador-milano/), che adesso uso come base per la mia pagina di diario, nella quale però amplio il discorso per i miei amici, aggiungendo alcuna considerazione personale sulla mia esperienza in El Salvador in questo campo.

    Fui nominato capo delegazione UE in El Salvador nel 2009: era un paese che conoscevo abbastanza bene, per esservi stato piu’ volte in precedenza in occasione delle elezioni che l’UE aveva osservato: elezioni storiche, nelle quali per la prima volta la sinistra salvadoregna aveva ottenuto la presidenza, dopo vent’anni di governi della destra (ARENA). Un momento significativo d’alternanza democratica in un paese profondamente segnato dalla sanguinosa guerra civile (1979 – 92).

    In realta’, la mia familiarita’ con questo paese era paragonabile a quella che ho con tutti gli altri paesi latinoamericani, visto che ho girato in lungo a largo la regione dal 1994, visitando piu’ volte ognuno dei paesi dal Messico al Cile e avendo esperienze di lavoro in tutti. Nel 2009 si dettero le condizioni per essere inviato nel paese centroamericano, che sarebbe stato al centro della mia vita per i successivi quattro anni (sul sistema di nomine europee e tutte le condizionanti stendero’ un pietoso velo di silenzio).

    El Salvador e’ un paese bello e sconosciuto: non dispone di grandi attrazioni turistiche, ma e’ costellato di vulcani, bella vegetazione e ha coste bellissime del tutto sottoutilizzate turisticamente. I salvadoregni sono gente gentilissima e accogliente, profondamente religiosi (primero Dios e’ un’espressione colloquiale corrente), e del curioso effetto Dr.Jekyll / Mr. Hyde che caratterizza paesi con alti gradi di violenza ho gia’ parlato in precedenza. Il paese e’ pero’ anche molto squilibrato socialmente, con una concentrazione della ricchezza nelle classi piu’ alte (misurata dall’indice di Gini) piu’ alta d’America, simile a quella del Brasile (in El Salvador ritrovero’ moltissime caratteristiche sociali simili al grande paese sudamericano che era stato la mia prima destinazione diplomatica).

    El Salvador e’ stato profondamente toccato dalla dimensione della violenza: se gli accordi di pace del 1992 posero fine al conflitto mediante un’ammissione d’impossibilita’ di vittoria da entrambe la parti (stato e guerriglia, il FMLN), i vent’anni dalla fine del conflitto armato non hanno avvicinato molto le parti del precedente conflitto. El Salvador rimane un paese profondamente ideologizzato, nel quale l’antinomia destra / sinistra assume ancora oggi toni da guerra fredda e pre-caduta del muo di Berlino.

    Le classi sociali dominanti sono molto influenzate dal modelli e stili di vita statunitensi, corrispondenti all’ideologia del partito repubblicano. D’altro canto, nel FMLN, guerriglia divenuta partito e attualmente al potere prevale una visione molto tradizionale di sinistra, di tipo cubano. Da queste poche note si puo’ immaginare la distanza tra le posizioni di uni ed altri, tanto politicamente come socialmente.

    Io ho inteso il mio ruolo di rappresentante dell’Unione Europea nel paese come di proposta d’una visione diversa, piu’ integrata, piu’ dialogante, piu’ attenta al sociale. Il modello europeo appunto, a fronte di quello dei repubblicni Usa o dei comunisti cubani.

    Questo abbiamo cercato di farlo mediante una presenza costante in dibattiti e mezzi di comunicazione, cercando di sottolineare l’importanza della concertazione, del ruolo della societa’ civile e del rafforzamento della presenza e delle politiche pubbliche (in El Salvador, con una pressione fiscale al 14% del PIL lo stato e’ praticamente definanziato e quasi impossibilitato ad agire).

    Ma soprattutto orientando l’uso dei nostri fondi di cooperazione (l’UE e’ assieme agli Usa il primo partner bilaterale del paese in questo campo) verso il sociale (70% dei 300 milioni di euro cui disponevamo per il periodo 2007 – 13 e’ stato impegnato in progetti per la prevenzione della violenza e di supporto all’istruzione pubblica).

    Col tempo, la mia attivita’ s’e’ spostata sempre più verso la prevenzione della violenza tra i giovani: per due anni ho cercato di convincere i miei superiori a Bruxelles che di poco serviva appggiare lo sviluppo economico del paese (asfittico) senza dare un contributo alla diminuzione della violenza che strangola il paese. Alla fine ci sono riuscito.

    Le caratteristiche del fenomeno delle gang (pandillas o maras) tipico di El Salvador, e’ ripreso nell’articolo che segue. Al termine dell’articolo daro’ qualche informazione in piu’ rispetto al processo di dialogo tra gang che appoggiammo, il suo significato e qualche conclusione che se ne puo’ trarre.

    “Molti italiani hanno scoperto il fenomeno delle bande latine, e specialmente delle maras salvadoregne in occasione dell’aggressione subita l’altro giorno dal capotreno a Milano, attaccato a colpi di machete da membri della banda.
    Credo sia utile spiegare cosa siano le maras, fenomeno molto particolare, che giocoforza ho conosciuto a fondo nei miei anni come rappresentante diplomatico dell’Unione Europea in El Salvador dal 2009 al 2013 e poi ancora come coordinatore del supporto dato dall’Unione Europea ai governi centroamericani nella loro lotta contro la violenza (l’America Centrale è di gran lunga la regione più violenta al mondo, con indici molto superiori ad esempio di quelli esistenti in medio oriente o in paesi ufficialmente “in conflitto”, e non può essere lasciata sola nella sua azione contro le reti criminali legate al narcotraffico che la stanno soffocando).

    Le maras sono bande giovanili, estremamente violente, nate tra gli emigranti salvadoregni e honduregni a Los Angeles e Washington, le due città di forte presenza d’emigrazione da questi paesi negli Stati Uniti, a partire dagli anni settanta. Era l’epoca delle bande nelle periferie americane, e i centroamericani, disprezzati dai messicani e dai portoricani, più integrati, si organizzarono come forma d’autodifesa e di preservazione della propria identità. Col tempo, le bande si trasformarono in mafie locali, dedicate alla microcriminalità mediante estorsione e traffico di droga a piccola scala.
    Le due maras principali, la 13 o Salvatrucha e la 18, prendono il loro nome dalle strade che controllavano a Washington.
    A partire dall’adozione delle politiche di tolleranza zero nelle città americane, i membri di queste bande sono stati sistematicamente espulsi verso i loro paesi d’origine negli anni novanta e duemila, paesi nei quali queste persone, giovani spesso cresciuti negli Usa ma non cittadini a causa del loro status d’immigranti illegali, non avevano mai vissuto prima.
    A partire dagli anni novanta, le maras si riorganizzano in El Salvador, paese origine di molti di loro, non avendo questi giovani espulsi alcuna possibilità d’inserimento legale in un paese che non conoscevano e che aveva di suo notevoli difficoltà economiche.

    Col tempo, le maras sono divenute padrone delle strade salvadoregne, e la guerra tra loro ne ha fatto il paese più violento al mondo, assieme ai vicini Honduras e Guatemala. Tanto per capirci, il tasso d’omicidi su 100.000 abitanti è in Honduras attorno a 90, in El Salvador circa 60, in Afghanistan 6,5, in Pakistan 7,5, in Italia…0,9. L’America Latina è di gran lunga la regione più violenta al mondo, molto più di quelle sempre nelle notizie a causa del terrorismo, e l’America Centrale ne è la parte più colpita. La ragione principale? La chiusura delle rotte marittime, via Caraibi, d’accesso delle droghe negli Usa (ricordate Miami Vice?) e lo spostamento verso rotte terrestri, che passano dall’America Centrale, immersa in un’orgia di violenza in buona parte per il suo ruolo di transito delle droghe verso nord (controllate in buona parte dai cartelli messicani, che hanno spodestato quelli colombiani).

    Le maras sono gruppi disciplinatissimi (loro si considerano eserciti, e chiamano gli altri “civili”). L’adesione è a vita, senza possibilità d’uscita. Le maras riorganizzatesi in El Salvador hanno avuto buon gioco nell’attirare verso di loro adolescenti e pre-adolescenti privi di riferimenti, a causa dell’emigrazione sistematica dei genitori verso gli Usa: due milioni e mezzo di salvadoregni su un totale di sei milioni sono emigranti, quasi tutti illegali, negli Usa, e le loro rimesse costituiscono il 18% del PIL del paese, più delle entrate fiscali (al 16): El Salvador è un paese tenuto in piedi dai suoi emigranti.
    Il marero attivo (mara significa gruppo di amici in gergo salvadoregno) ha tra i tredici e i vent’anni, difficilmente sopravvive o evita il carcere oltre quell’età. Rispondono a codici di condotta di tipo mafioso: sono giovani che vengono ammessi all’interno del gruppo molto giovani e devono fedeltà totale ad esso, pena la morte. La loro attività è il microcrimine e l’estorsione legate al controllo di territori concreti, contesi ad altre bande. La loro ferocia è inaudita, frutto di una società senza sbocchi, di famiglie disgregate dall’emigrazione e di una forte conflittualità sociale. L’evento di ieri è una pallidissima copia di quanto succede ogni giorno in dosi ben più massicce in El Salvador e Honduras. In El Salvador costituisce motivo per essere uccisi dalle maras essere un residente di un quartiere controllato dall’altro gruppo e recarsi inavvertitamente in zona d’altro colore; essere ragazza corteggiata da un membro del gruppo e respingerlo; rifiutare una proposta d’ingresso nel gruppo; rifiutare di pagare un pizzo se richiesti; essere familliare di qualcuno che ha tradito o membro dell’altro gruppo. Di solito, la prova d’ammissione in una mara consiste nell’uccidere un passante del tutto innocente: dimostra la tua adesione incondizionata alla causa.

    Le gang (pandillas) attirano i giovani perché in un paese senza prospettive d’impiego al di là d’un’emigrazione illegale negli Usa, permettono, al modo della mafia, di raggiungere uno status e un potere impensabili in altro modo. Entrare in una mara è però anche una condanna a morte, perché significa ostracismo sociale e impossibilità d’uscirne. La violenza estrema è il frutto di quest’adesione cieca e irreversibile. Se non obbedisci uccidendo, sarai a tua volta ucciso dai tuoi compagni.
    Le maras hanno un loro linguaggio molto sofisticato e criptico, che si materializza in tatuaggi che coprono tutto il corpo e che raccontano la storia personale del membro all’interno del gruppo. Ogni lacrima rappresenta ad esempio un omicidio. Le maras non dispongono di armi sofisticate, di solito adoperano il machete, usato abitualmente nell’agricoltura locale. I cadaveri di solito vengono mutilati e gettati in fosse, per cui non vengono mai ritrovati. E’ pratica che risale alla guerra civile salvadoregna (1979 – 92). L’80% delle vittime delle gang sono giovani di meno di vent’anni, come i loro carnefici.
    Le maras sono oggi dirette dalle carceri, dove sono reclusi i capi, tra i trenta e quarant’anni d’età, di solito condannati per decine d’omicidi. Le carceri devono essere separate, un marero della 13 deve uccidere uno della 18 se lo incontra, e viceversa. Le carceri sono gestite in buona parte da loro, le forze dell’ordine non hanno accesso alle parti interne.
    Nella mia attività come rappresentante dell’Unione Europea in quel paese la principale attività è stata proprio centrata su progetti di educazione e convivenza per controbattere l’influenza delle maras sugli adolescenti.

    Importante anche il supporto dato al sistema d’istruzione pubblica, con solo la metà dei giovani salvadoregni che finiscono gli studi secondari, senza i quali le uniche strade possibili sono l’emigrazione illegale o le bande. Sono stati fatti passi avanti, ma è come affrontare un uragano in una barchetta, ogni sforzo è sempre poco se non si riesce a fermare l’emorragia della violenza. Più difficile riuscire a recuperare giovani entrati in quell’inferno, anche se alcuni progetti finanziati dall’Unione Europea se ne sono occupati. Ne ricordo uno che mi aveva particolarmente colpito: importammo (dall’Italia) due macchine specializzate nel cancellare tatuaggi mediante getti d’aria calda: con i tatuaggi addosso, non puoi reinserirti nella società anche scontata la tua pena, e rimani esposto alle vendette dei tuoi o dei rivali. Ma stiamo parlando di tatuaggi su tutto il corpo, ci vogliono trattamenti di due o tra anni anche estremamente dolorosi.
    Per due anni, un’iniziativa di dialogo appoggiata da una parte della Chiesa Cattolica e localmente dall’UE riuscì a contenere gli omicidi, riducendoli da sedici a cinque al giorno: per la prima volta, riuscimmo a mettere attorno allo stesso tavolo i capi dei due gruppi, che decretarono una tregua nella loro lotta intestina che durò due anni, dal 2012 al 2014. Si riuscì a convincerli a interrompere la violenza a cambio dell’avvio di progetti che aprissero possibilità educative e lavorative e che creassero le condizioni affinché le nuove generazioni di salvadoregni non ricorressero al crimine: l’economia illegale gestita dalle maras mantiene 300.000 persone, un decimo dei residenti nel paese. Un’equazione complessa da risolvere, che alla fine non fu vista con favore dal resto della società salvadoregna. Dal 2014 la violenza la tregua è saltata e la violenza è tornata sugli intollerabili livelli precedenti.

    Le maras salvadoregne sono presenti in Europa nel Milanese e nella zona di Barcellona, zone di presenza dell’emigrazione centramericana nel continente. In questi paesi hanno un ruolo molto più defilato rispetto a quello che hanno a casa loro, dove ad esempio sono sufficientemente forti da limitare la presenza dei cartelli messicani. Sono gruppi di riferimento etnico, che in questo caso hanno accolto anche gli ecuadoriani. Sono dediti al microcrimine e sono satelliti di gruppi criminali più potenti, per cui svolgono un ruolo di manovalanza spicciola. Poi si dedicano a violente ma non letali guerre con altre bande latinoamericane. L’attacco di Milano è atipico per le maras in Lombardia: esse non desiderano divenire visibili, e spesso periodi in Spagna e Italia sono specie di “vacanze” lontano dalla giustizia americana e salvadoregna, nei quali gli interessati non commettono crimini.

    Il gruppo che ha aggredito il capotreno era sicuramente in preda a ubriachezza e sotto l’effetto di droghe, e ha reagito in un modo non abituale in Italia (in El Salvador l’equivalente del capotreno non avrebbe mai osato rivolgersi a membri di una banda, pena la morte).
    Se l’incidente ha portato questi gruppi al centro dell’attenzione, e provocherà doverose misure d’ordine pubblico, sottolineo l’importanza della spesso trascurata cooperazione internazionale per prevenire questi fenomeni e creare le condizioni perché le reti criminali non si muovano a loro agio tra le maglie della globalizzazione. Anche aiutare paesi sommersi dalla forza preponderante del crimine è necessario: non è il caso di El Salvador, relativamente immune al narcotraffico, ma i piccoli paesi dell’America Centrale e dei Caraibi dispongono spesso di risorse irrisorie a fronte di quelle dei gruppi criminali, il cui potere di corruzione e influenza è enorme. Guardare dall’altra parte significa anche ritrovarsi il problema in casa, prima o poi.”

    Riprendo il diario. Come detto, gran parte della cooperazione europea con El Salvador è centrata sul supporto ad iniziative educative di prevenzione della violenza tra i giovani e al raffozamento della scuola secondaria: se il 50% dei salvadoregni non termina gli studi, le possibilità d’inserimento di questi ragazzi nel mondo del lavoro sono pressochè nulle, rimanendo invece spalancata la porta delle bande, che reclutano già attorno ai dodici – tredici anni.

    L’economia sommersa della gangs mantiene 300.000 persone: non si tratta di quattro delinquenti che è possibile eliminare con uno sforzo solo di polizia, ma di un fenomeno economico e sociale che va affrontato alla radice: e tale radice è composta da una miscela di mancanza d’istruzione, di lavoro e di riferimenti (famiglie disgregate dall’emigrazione).

    I primi progetti dell’UE, negli anni novanta, proposero alla società salvadoregna un’impostazione fondata sulla prevenzione della violenza tra gli adolescenti come complemento del doveroso ruolo delle forze dell’ordine. Buona parte dei salvadoregni considera invece, in sintonia con tanti altri latinoamericani in preda all’esasperazione, che l’unico modo per combattere i delinquenti sia farli fuori. O rinchiuderli in buchi chiamati prigioni, le cui condizioni sono inimmaginabili. La politica adottata dallo stato salvadoregno negli anni novanta, la “mano dura” riempi’ le carceri, paradossalmente rafforzando le gangs. Perchè? Tutti i capi delle maras si ritrovarono in prigione, e da li’ furono in grado di strutturare in maniera molto più organica la presenza sul territorio della gangs, anche grazie alla disciplina militare di questi gruppi.

    La maggior parte delle vittime della violenza sono poveri, presi dal fuoco incrociato delle gang: paradossalmente anche in questo il paese è socialmente diviso: le maras non attaccano i ricchi, ma estraggono quanto possono da chi vive nei quartieri modesti.

    Col passare degli anni, i numeri della violenza non hanno fatto che aumentare: , significativo che nel paese siano morte di morte violenta, negli ultimi vent’anni, tante persone (60.000) quante ne aveva uccise il conflitto armato.

    Per questo, quando nel marzo 2012 emerse che un vescovo e un rappresentante della società civile avevano convinto i capi delle maras a dichiarare una tregua, che d’improvviso abbasso’ la soglia degli omicidi da sedici a cinque al giorno, decisi con i miei collaboratori che dovevamo capire cosa stesse succedendo e se si dessero le basi per un cambiamento di fondo della situazione.

    La stampa reagi’ furiosa contro questo sviluppo, ma mi colpi’ che nessuno, nè nella società salvadoregna nè tra i rappresentanti internazionali si prendesse la briga di informarsi alla fonte. Dopo circa un mese di tregua, invitai riservatamente a pranzo il vescovo e il suo collega di negoziati, perchè ci spiegassero la loro iniziativa.

    Per mesi, nessun altro nel paese fece nulla di simile, e gli altri colleghi europei mi dissero che non capivano perchè m’interessassi di questo. Loro si limitavano a informarsi dai giornali, tendenziosi questi e mal informati.

    L’unico altro esponente internazionale che diede un’apertura di credito al processo in gestazione fu il nunzio apostolico, anche lui italiano, che manifesto’ il suo appoggio alla tregua andando a celebrare due messe nelle carceri di alta sicurezza (vedasi le foto sotto).

    Pezzuto
    Pezzuto2

    L’idea della tregua consisteva nell’alleggerire alcune delle condizioni di carcere duro, facilitando ad esempio la visita delle famiglie, e nell’avviare un processo che permettesse di cercare opportunità economiche che evitassero alle nuove generazioni di abitanti dei quartieri marginali di dover aderire alle bande come unica alternativa. C’era certo un certo grado d’ingenuità e una notevole apertura di credito in quest’ approccio, ma bisognava a tutti i costi fermare il bagno di sangue e cercare di costruire qualcosa di diverso.  I capi delle gang non richiesero nessuna amnistia.

    Lo stato salvadoregno nego’ ogni coinvolgimento nella concezione della tregua, ma la realta’ e’ che il ministro della pubblica sicurezza e i responsabili del sistema carcerarrio l’appoggiavano e la resero possibile nei fatti, permettendo gli spostamenti di reclusi necessari a riunioni e accordi. L’idea era fermare l’emorragia per avere modo d’impostare un piano globale di lotta contro la criminalita’ che permettesse anche di recuperare parti del territorio controllate dalle maras.

    La nostra struttura forní supporto ai due negoziatori, finanziando un modesto ufficio alla Fondazione Umanitaria che un ristretto gruppo di imprenditori e volontari salvadoregni aveva formato su richiesta del nunzio apostolico e la partecipazione nel processo di un’ entita’ internazionale specializzata in processi di pace (non Sant’Egidio, un’altra dall’impostazione simile).

    Il presupposto di tutto il processo era che la societa’ salvadoregna rispondesse presente a questa sfida, piena e’ vero d’incognite, e nascessero progetti, tanto pubblici come privati che creassero possibilita’ d’impiego legali per giovani a rischio di cadere nel mondo delle gang (non per membri attivi delle maras).

    Ma ne’ il governo, timoroso d’inimicarsi un’opinione pubblica mal informata che mai dimostro’ di voler capire cosa stesse davvero succedendo ne’ il settore privato raccolsero questo guanto. Conseguentemente, anche la comunita’ internazionale, salvo poche eccezioni (OEA, UE) si tenne lontana dall’appoggiare quest’opportunita’. Rischiosa e difficile, ma l’unica possibile a mio modo di vedere.

    La tregua duro’ due anni, e salvo’ cinquemila vite. I negoziatori ammettono che solo l’appoggio del nostra struttura la tenne in piedi cosi’ a lungo. Io lasciai il paese nel 2013, quand’era ancora in vigore. Da allora nessun fattore a suo favore e’ intervenuto, e dal 2014 la violenza ha ripreso possesso della strade salvadoregne. Per inerzia e paura di tanti, una grande occasione e’ stata perduta. Adesso non esiste in El Salvador nessun piano credibile di lotta contro la violenza.

    La mia sensazione e’ stata, per un breve istante, quella di poter costruire qualcosa di positivo sfidando luoghi comuni. Sicuramente mi sbagliavo, ma essenzialmente perche’ in troppo pochi ci abbiamo creduto.

    Piccolo dettaglio: quando chiesi udienza alla massima responsabile politica di allora per poterle spiegare a viva voce di cosa si trattasse e di come la nostra istituzione potesse dare un contributo decisivo alla lotta contro la violenza in quella parte del mondo, non trovo’ dieci minuti di tempo per ricevermi.

    Alla fine del mio mandato in El Salvador, pieno di successi, non si trovo’ modo di affidarmi un posto piu’ prestigioso, dato invece a tutti i miei colleghi che avevamo dimostrato meno attivismo. Penso se ne possano trarre diverse conclusioni.

    La battaglia di El Salvador con se stesso rimane aperta, la fiammella di speranza s’e’ spenta. Ma ce l’avremmo potuta fare, ed e’ questo che mi dispiace.

    Islamabad, 16 giugno 2015.

  • Arrivano dal Salvador e si definiscono eserciti: le Maras ora spaventano Milano

    Molti italiani hanno scoperto il fenomeno delle bande latine, e specialmente delle maras salvadoregne in occasione dell’aggressione subita l’altro giorno dal capotreno a Milano, attaccato a colpi di machete da membri della banda.
    Credo sia utile spiegare cosa siano le maras, fenomeno molto particolare, che giocoforza ho conosciuto a fondo nei miei anni come rappresentante diplomatico dell’Unione Europea in El Salvador dal 2009 al 2013 e poi ancora come coordinatore del supporto dato dall’Unione Europea ai governi centroamericani nella loro lotta contro la violenza (l’America Centrale è di gran lunga la regione più violenta al mondo, con indici molto superiori ad esempio di quelli esistenti in medio oriente o in paesi ufficialmente “in conflitto”, e non può essere lasciata sola nella sua azione contro le reti criminali legate al narcotraffico che la stanno soffocando).

    Le maras sono bande giovanili, estremamente violente, nate tra gli emigranti salvadoregni e honduregni a Los Angeles e Washington, le due città di forte presenza d’emigrazione da questi paesi negli Stati Uniti, a partire dagli anni settanta. Era l’epoca delle bande nelle periferie americane, e i centroamericani, disprezzati dai messicani e dai portoricani, più integrati, si organizzarono come forma d’autodifesa e di preservazione della propria identità. Col tempo, le bande si trasformarono in mafie locali, dedicate alla microcriminalità mediante estorsione e traffico di droga a piccola scala.
    Le due maras principali, la 13 o Salvatrucha e la 18, prendono il loro nome dalle strade che controllavano a Washington.
    A partire dall’adozione delle politiche di tolleranza zero nelle città americane, i membri di queste bande sono stati sistematicamente espulsi verso i loro paesi d’origine negli anni novanta e duemila, paesi nei quali queste persone, giovani spesso cresciuti negli Usa ma non cittadini a causa del loro status d’immigranti illegali, non avevano mai vissuto prima.
    A partire dagli anni novanta, le maras si riorganizzano in El Salvador, paese origine di molti di loro, non avendo questi giovani espulsi alcuna possibilità d’inserimento legale in un paese che non conoscevano e che aveva di suo notevoli difficoltà economiche.

    Col tempo, le maras sono divenute padrone delle strade salvadoregne, e la guerra tra loro ne ha fatto il paese più violento al mondo, assieme ai vicini Honduras e Guatemala. Tanto per capirci, il tasso d’omicidi su 100.000 abitanti è in Honduras attorno a 90, in El Salvador circa 60, in Afghanistan 6,5, in Pakistan 7,5, in Italia…0,9. L’America Latina è di gran lunga la regione più violenta al mondo, molto più di quelle sempre nelle notizie a causa del terrorismo, e l’America Centrale ne è la parte più colpita. La ragione principale? La chiusura delle rotte marittime, via Caraibi, d’accesso delle droghe negli Usa (ricordate Miami Vice?) e lo spostamento verso rotte terrestri, che passano dall’America Centrale, immersa in un’orgia di violenza in buona parte per il suo ruolo di transito delle droghe verso nord (controllate in buona parte dai cartelli messicani, che hanno spodestato quelli colombiani).

    Le maras sono gruppi disciplinatissimi (loro si considerano eserciti, e chiamano gli altri “civili”). L’adesione è a vita, senza possibilità d’uscita. Le maras riorganizzatesi in El Salvador hanno avuto buon gioco nell’attirare verso di loro adolescenti e pre-adolescenti privi di riferimenti, a causa dell’emigrazione sistematica dei genitori verso gli Usa: due milioni e mezzo di salvadoregni su un totale di sei milioni sono emigranti, quasi tutti illegali, negli Usa, e le loro rimesse costituiscono il 18% del PIL del paese, più delle entrate fiscali (al 16): El Salvador è un paese tenuto in piedi dai suoi emigranti.
    Il marero attivo (mara significa gruppo di amici in gergo salvadoregno) ha tra i tredici e i vent’anni, difficilmente sopravvive o evita il carcere oltre quell’età. Rispondono a codici di condotta di tipo mafioso: sono giovani che vengono ammessi all’interno del gruppo molto giovani e devono fedeltà totale ad esso, pena la morte. La loro attività è il microcrimine e l’estorsione legate al controllo di territori concreti, contesi ad altre bande. La loro ferocia è inaudita, frutto di una società senza sbocchi, di famiglie disgregate dall’emigrazione e di una forte conflittualità sociale. L’evento di ieri è una pallidissima copia di quanto succede ogni giorno in dosi ben più massicce in El Salvador e Honduras. In El Salvador costituisce motivo per essere uccisi dalle maras essere un residente di un quartiere controllato dall’altro gruppo e recarsi inavvertitamente in zona d’altro colore; essere ragazza corteggiata da un membro del gruppo e respingerlo; rifiutare una proposta d’ingresso nel gruppo; rifiutare di pagare un pizzo se richiesti; essere famigliare di qualcuno che ha tradito o membro dell’altro gruppo. Di solito, la prova d’ammissione in una mara consiste nell’uccidere un passante del tutto innocente: dimostra la tua adesione incondizionata alla causa.

  • Sono bianconero e sono blaugrana: vi racconto la mia finale impossibile

    Lo sappiamo bene che il calcio non è poi così importante come lo facciamo. Che importanza davvero ha per la tua vita che la tua squadra vinca un campionato importante? Quasi nessuna, rispetto ai tuoi affetti, alla tua salute e a quella dei tuoi cari, alla vita davvero TUA, quella che decidi tu. O rispetto ai problemi del mondo: la crisi economica, l’offensiva di Alzheimer, il terrorismo, la povertà, il cambio climatico. Alle partite nemmeno dovremmo pensarci.

    Eppure, da sempre l’uomo ha avuto bisogno di miti, magari nei tempi moderni divenuti un po’ futili: Messi e Buffon sono i nostri Ettore ed Achille, nella loro eccezionalità ci specchiamo perché vogliamo ricavarne gioie e per un momento anche sentirci partecipi della loro eccezionalità, quantunque limitata al gioco del pallone. Come sa qualunque tifoso, non c’è nessuna differenza tra “noi” e “loro” nostri rappresentanti sul campo. Il gol di Messi è suo e di qualunque blaugrana, la parata di Buffon è sua e di qualunque juventino.
    Lo sport, lo sappiamo, è la versione moderna della guerra, anche se molto più soffice: quella che le società avanzate si sono date per scaricarvi le tensioni senza distruggere. Magari la nostra storia fosse stata fatta solo da sfide atletiche, una costante disfida di Barletta per stabilire chi era più forte. Ma è anche rito, come ben sa chi è toccato dal suo fascino. E diminuisce straordinariamente le distanze sociali ed economiche: la passione calcistica accomuna attorno a dei colori persone che la vita non avrebbe mai fatto incontrare. La passione divenuta fanatismo può, certo, generare violenza, ma quella violenza è spesso insita in chi l’esercita, se ci pensiamo bene chi non è violento di per sé non lo diviene a causa del calcio, che è invece più portatore di valori aggregativi (credere assieme in qualcosa) che disgregativi.
    Per definizione, il mito tocca la sfera psicologica. Per questo, al di là della sua oggettiva non importanza reale per le nostre vite, il risultato del campo sì ci importa. Perché su quel campo giochiamo anche noi con loro.

    La psicologia è componente fondamentale anche dell’identità, una dimensione sempre cruciale, ma ancora più decisiva in un mondo globale, in costante mutazione, che ci mette in crisi. Le identità sociali sono molto più labili d’un tempo, quelle nazionali in crisi, quelle sovranazionali non riescono ad affascinare. Quelle calcistico – sportive invece sì.
    Io non sono per niente nazionalista, anzi attribuisco agli eccessi di nazionalismo molti più danni che benefici nel corso della storia. Ho un’identità molteplice e complessa, divisa in Italia tra la Torino nella quale sono nato e la Siena dove sono cresciuto, e poi tra l’Italia dove ho vissuto fino ai ventitré anni e la Spagna che è stata mio riferimento da allora. E permeata da tutti i luoghi in cui la mia attività internazionale mi ha portato a vivere nel corso degli anni: il Marocco, il Brasile, El Salvador, l’India, il Pakistan e decine di altri paesi che ho percorso e in parte mi hanno nutrito, hanno fatto di me quello che sono, con i miei pregi e difetti.

    Da uomo che ama lo sport, in tutti questi luoghi ho le mie preferenze sportive, non solo calcistiche. Ma oggi siamo arrivati al vero dunque, il giorno che temevo e al tempo stesso desideravo è arrivato. Le mie due squadre per eccellenza, che amo con eguale amore e trasporto, la Juve e il Barça, si scontrano in una sfida impensabile e senza – ahimè – quartiere.
    Tifoso della Juve sin dalla nascita, socio e tifoso del Barça da molti anni, chi avrebbe mai detto che un giorno lo scontro per me fratricida si sarebbe prodotto al massimo livello, proprio la finale di Champions? Ho già vissuto alcuni Barça – Juve, ma nei primi ero ancora più juventino che “culè”, invece adesso sono diviso a metà. Come se fossi un bambino cui chiedono se preferisce mamma o papà, aspetto la finale con ansia, sapendo che il suo risultato mi provocherà comunque tristezza, che probabilmente supererà l’inevitabile dose d’allegria.
    Perché il calcio non è solo il calcio, ma come dicevamo all’inizio, è identità. Identità positiva e non distruttiva, il Milan e il Real Madrid basta batterli, non c’è bisogno di ammazzarli.
    Nel mio caso, identità divisa. Cosa ti è più caro, da dove vieni o dove hai fatto la tua vita? Qual è più forte, l’identità ricevuta o quella acquisita dopo? Di solito si pensa prevalga la prima. Non ne sono così convinto, ognuno di noi ha dentro di sé risposte diverse.

    La Juve è la squadra di sempre, quella della Torino della mia infanzia, di mio padre che soffriva ogni domenica accanto alla radio e della maglietta artigianale bianca e nera, comprata nel negozietto all’angolo in epoca pre – FIFA, senza nomi né numeri. Le bandiere da ricomprare ogni anno, con nuovi trofei. Le Coppe Campioni così spesso perse in finale. Quella che un luogo comune definisce “seconda squadra di Torino”, sarà che così tanti che io conosco sono marziani con cadenza “piemunteisa”. L’amore originale, quello poppato col biberon.
    Il Barça è l’amore acquisito, quindi più forte e improvviso. E’ il fascino della Barcellona ancora non di moda in cui arrivai studente nel 1985. Città affascinante e allegra, dagli orari infiniti che rompevano con la seria austerità da cui provenivo. Delle ragazze sorridenti e dei menù del día. Della prima libertà, del primo sapore d’un mondo diverso. Squadra subito amata, così solida nella sua fusione tra una città, una terra (la Catalogna), un’idea (més que un club) e uno stile di gioco sempre esuberante.

  • Diario pakistano: numero dieci

    Tra cricket, donne velate e altre a capo scoperto.

    Ieri sono stato a Lahore, seconda città del Pakistan, a vedere una delle partite della serie che stanno giocando Pakistan e Zimbabwe. Il cricket si goca in serie, con tre formati (20 e 50 overs, partite che finiscono nel corso della giornata) o nella sua forma classica, il Test, che dura cinque giorni.

    Quando due nazionali s’incontrano, giocano diverse partite consecutive, i cui risultati alimentano un ranking, come nel tennis. Attualmente il Pakistan è ottavo e lo Zimbabwe dodicesimo in quel ranking.

    Questa serie è importante perchè è dal 2009 che non si giocavano più partite internazionali in Pakistan, a causa dell’attentato che proprio a Lahore ebbe luogo contro la squadra dello Sri Lanka. Da allora i verdi del Pakistan devono giocare le partite del loro sport nazionale sempre in trasferta perchè nessuno accetta di venire a giocare qui per ragioni di sicurezza. E’ un grosso colpo sportivo, ma soprattutto morale: intendiamoci, è comprensibile che non si vogliano correre rischi, ma per il pubblico pakistano, che adora questo sport, è una vera sofferenza dover rinunciare a poter andare allo stadio a incitare i propri idoli. Il rendimento stesso della squadra ne ha risentito, scendendo nella scala dei valori internazionali di questo sport dal top a una posizione media.

    Per questo motivo, si sono messi a disposizione tutti i mezzi possibili per far si’ che questo ritrovarsi della squadra del Pakistan con il proprio pubblico avvenisse senza problemi. Lo Zimbabwe ha nicchiato fino all’ultimo, ma alla fine ha accettato l’invito, cosa impensabile oggi come oggi per squadre come Australia, Nuova Zelanda o Inghilterra (l’India pure, ma quello è un altro discorso).

    Lo spiegamento di forze dell’ordine era imponente e fin qui tutto è andato bene. Una delle misure adottate dal Pakistan Cricket Board è stato quello d’invitare diplomatici stranieri ad assistere alle partite, per far vedere come fossero sicure ma anche come segno di solidarietà con lo sforzo fatto in questo campo.

    In prima battuta hanno invitato gli ambasciatori dei paesi di cricket, Australia etc., non potevano certo pensare che il rappresentante dell’Unione Europea, un italiano perdipiù, fosse per ragioni del proprio vissuto un appassionato di questo sport. L’ho fatto presente e puntuale è arrivato l’invito, che ho usato ieri sera.

    A me il cricket, sport che ignoravo fino all’arrivo in India nel 2002, piace moltissimo. L’ho scoperto tardi e lentamente, guardandomi uno dopo l’altro partita su partita (in India danno cricket 24 ore al giorno) per carpirne poco a poco le complesse regole e penetrare in un universo complesso e affascinante. Ogni europeo non britannico ti dirà del cricket due cose: 1. non capisco le regole; 2. è noioso. Non mi risulta molto chiaro come da 1. si possa passare logicamente a .2 ma è quello che dicono tutti.

    Le regole non le conosciamo alla nascita, questo è vero, ma si possono imparare (ammetto che se ne puo’ anche fare a meno), ma il cricket è tutto fuorchè noioso. Certo, è il prodotto d’un mondo specifico, quello dell’impero britannico, con tempi e modi antichi: la pausa si chiama «tè» e le partite originalmente duravano cinque giorni, adatte ai temi lunghi della noiosa vita coloniale.

    La versione più corta, quella più in voga attualmente, prevede 300 (lanci di) palline per squadra, un totale di otto ore, quelle che ho passato ieri allo stadio.

    Quella corta, «televisiva», inventata solo un decennio fa, prevede 120 palline per squadra e dura «solo» tre ore.

    Il cricket è come detto, un universo in sè, con valori e regole tutti suoi, ma che trovo ammirevoli. Non si fischia il contrario, se ne applaudono le gesta e le performances, si rispettano le decisioni arbitrali senza discussioni.

    Non entrero’ qui in dettagli in materia, non è questo il punto di questa pagina, ma mi limito a dire che per me scoprire il cricket è stato, oltre che un piacere per la sua bellezza sportiva, un irrinunciabile complemento necessario per capire e lavorare in India e ora in Pakistan. Potrebbe uno straniero vivere e lavorare in Italia ignorando cosa sono la Juve o il Milan? Non rimarrebbe un eterno outsider? Ecco, cosi’ è stato per me, non trovo soddisfacente che uno straniero che vive in questi paesi dica «non mi interessa» o «non lo capisco»: persino il linguaggio, politico e non, è intriso di termini mutuati dal cricket.

    Sono anche un giocatore di cricket, tra i peggiori al mondo probabilmente ma faccio parte del gruppo. Sono cosi’ modesto (ma si puo’ perdonare, mi ci son messo a quaranticinque anni) che non ho ancora capito quale sia il mio ruolo in campo, se battitore o lanciatore, perchè sono scarso in entrambi i ruoli. Almeno so quello che si deve fare, in teoria.

    Ho giocato per tre anni nel modestissimo campionato salvadoregno di questo sport, composto da cinque squadre di professori della scuola britannica, alunni, ex-alunni, qualche indiano e un extraterrestre italiano che lavora per l’Unione Europea. Il mio top è stata una partita giocata con la nazionale di El Salvador, naturalmente persa, con i vicini del Costa Rica ma in cui riuscii un «catch», eliminando il miglior battitore avversario.

    Mi ha fatto quindi molto piacere poter vedere per un volta una partita internazionale «vera» sul campo. Al Gaddafi Stadium (si’, intitolato proprio a quel Gaddafi li’) si è vista una partita più tattica che spettacolare, ma uno stadio pieno di gente entusiasta, in festa, felice per aver ritrovato una rara occasione di convivenza, cosi’ difficile da queste parti dove ogni concentrazione di folla diviene motivo di timore è sempre un bello spettacolo. Un bell’ovale verde, tanta musica e cori, supporto persino per gli avversari e qualche bella giocata.

    Il cricket è come il suo derivato baseball uno sport che dalla gradinata non si segue con l’attenzione estrema del calcio: ci si puo’ distrarre, chiaccherare, mangiarsi qualcosa: quando un’azione merita, c’e’ sempre il replay (la televisione ritrasmette il cricket con dieci secondi di ritardo, per permettere anche a chi è allo stadio di rivedersi «in diretta» la giocata persa).

    Il pubblico non sta otto ore sugli spalti, ma solo per un po’, in un ricambio continuo, nel quale conta più l’aspetto festivo che quello della tensione agonistica. Specie in questo caso. Il Pakistan ha vinto una partita giocata con tenacia anche dalla squadra africana, che ha ceduto solo alle ultime battute, ma l’equilibrio in campo è stato notevole per molte ore.

    Qualche appunto sull’ambiente: stadio pieno a intermittenza, tanta allegria e musica, nell’insieme un bello spettacolo. Tanti ragazzi giovani, ragazzi mescolati a ragazze sorridenti, uno spettacolo non comune da queste parti, loro bellissime nei loro vestiti lunghi (kurta pijama) multicolori ma dominati dal verde della bandiera. E con le teste scoperte, i capelli lunghi neri al vento: non lo si vede tutti i giorni.

    Tanti ragazzini dinocollati coi loro passi adolescenziali pieni d’insicurezza: per tanti di loro la prima volta allo stadio.

    Uno si chiede chi da diritto a dei fanatici ignoranti e violenti di privare di un piacere semplice come lo stare insieme serenamente a vedersi una partita un popolo intero, costretto a rinunciare a cosi’ tanto solo per l’arbitrio di pochi.

    Prima che si arrivasse all’intervallo, è stata annunciata la cena, e senza aspettare che il gioco terminasse le sedie nella tribuna d’onore attorno a me si sono svuotate rapidamente, come sempre da queste parti, dove il richiamo del cibo è ancora il più forte: in pochi minuti il rumore di pali e palline è stato sovrastato da quello di forchette e mandibole: ottimi pollo e lenticche, tra l’altro (murg e dal makhani, i miei piatti favoriti e ultraclassici).

    A un certo momento è serpeggiata la paura: si è sentita un’esplosione vicina allo stadio. Nulla si è interrotto ma io avevo seduto accanto il capo della polizia locale e uno della mia scorta e si sono subito messi in movimento per capire cos’era successo. Tutti ci siamo guardati negli occhi pensando per un attimo al peggio, la moglie del capo della polizia pregava in silenzio. Alla fine è stato solo un corto circuito che ha fatto saltare una terminale elettrica a un km. dallo stadio, ma in quei pochi minuti di nervoso silenzio sono emerse tutte le paure represse con cui si vive da queste parti.

    Alla fine, vittoria pakistana, grande festa nello stadio, e poi in silenzio a casa, nella notte di Lahore (mezzanotte è molto tardi da queste parti).

    In definitiva un bello spettacolo, anche rinfrescante per l’allegria sentita nell’ambiente, che ricorda qquanti pochi momenti di serenità si hanno da queste parti.

    All’immagine delle ragazze sorridenti e capo scoperto dello stadio si è poi accavallata oggi quella delle donne del Khyber Pakthunkhwa, provincia molto conservatrice alla frontiera con l’Afghanistan, nella quale oggi si sono svolte le elezioni locali, per la prima volta dopo dieci anni. In quella provincia, a pochi chilometri da Islamabad, le donne devono andare con il capo coperto e quasi tutte le sposate anche con il volto coperto, lasciando alla vista solo gli occhi (in Afghanistan neanche quelli).

    Nei giorni scorsi, alcune jirga (consigli di notabili locali) avevano emesso ordinanze vietando alle donne di votare, nonostante la legge glielo consenta. In un distretto, Dir, in cui si è votato già la settimana scorsa nessuna donna ha votato su 50.000 iscritte nelle liste.

    Siamo molto distanti socialmente dall’allegria dello stadio di Lahore: le sezioni elettorali femminili, con commissarie di seggio velate e sedute in silenzio, apparivano vuote, almeno nelle zone rurali.

    In vista di questa situazione, Unione Europea e Nazioni Unite hanno emesso un comunicato pubblico, invitando autorità nazionali e provinciali e partiti a mettere tutto in atto affinchè il diritto di voto delle donne fosse esercitato, come previsto dalle legga pakistana e le convenzioni internazionali cui il Pakistan ha aderito, superando barriere sociali e culturali ancora fortissime.

    Tanto l’UE come la Nazioni Unite promuovono progetti per stimolare il rispetto dei diritti essenziali, compresi civili e politici, delle donne in quetso paese: gli ostacoli che si devono affrontare non sono tanto legali (le leggi sono quelle giuste), ma di natura culturale. Le donne, perlopiù analfabete, non conoscono i loro diritti, e dipendono in tutto dal marito, in certe zone non fa parte della loro storia avere da dire nelle scelte al di fuori della casa.

    Vedremo come andrà: è comunque una battaglia lenta e difficile, nella quale se possiamo contare con alleati pakistani, attivisti e cittadini moderni, dobbiamo anche fare i conti con forze che remano contro, nelle influenti pieghe più conservatrici del paese.

    Tutto cio’ stando attenti a trovare i toni giusti, senza dare l’impressione di stare interferendo o di dare lezioni. Non sempre facile, ma bisogna farlo lo stesso. Come ho concluso il mio discorso nel ricevimento per l’Europe Day, l’Unione Europea è amica del Pakistan e l’appoggia con forza nella lotta contro il terrore, l’integralismo e per lo sviluppo, ma senza rinunciare a insistere sul rispetto di valori fondamentali che anche questo paese si è impegnato a rispettare.

    Islamabad, 30 maggio 2015.

  • Immigrazione e asilo politico: o l’Europa cresce, oppure muore

    L’opinione pubblica italiana è indignata per la riluttanza che i soci europei stanno mostrando nell’impegnarsi nei confronti dell’emergenza migratoria nel Mediterraneo. Da piu’ parti si parla di “fine dell’Unione Europea”, come del resto si fa da qualche anno anche in rapporto con i problemi legati alla crisi finanziaria e le difficolta’ europee nel superarli.

    Di certo, i problemi ci sono, e l’attuale rifiuto iniziale ad accettare un sistema di riparto per quote delle richieste d’asilo non può essere considerato un buon sintomo di coesione. Così come non lo sono le accuse incrociate, spesso intrise di semplificazioni e luoghi comuni, sulle situazioni fiscali e  i debitorie dei paesi “viziosi” rispetto a queli “virtuosi” che ci hanno deliziato in questi anni. Se l’Unione Europea mostra segni di esaurimento, non è tanto per questioni economiche (nonostante tutto, i nostri indicatori economici e sociali sono ancora migliori rispetto a buona parte del resto del mondo), quanto per la constatata incapacità di superare pregiudizi e luoghi comuni che sembravano cosa solo del passato e che la crisi economica ha riproposto con forza.

    In realtà, il fenomeno migratorio è di enorme complessità e non esistono soluzioni miracolose: chi dice averle sta solo vendendo fumo, questa non è una questione che si risolve agendo “con le palle” o con misure sbrigative. Sia il “dentro tutti” che il “fuori tutti” sono utopici e impraticabili.

    L’Unione Europea non sta ricevendo flussi straordinari d’immigranti: nonostante siano sotto la luce dei riflettori, il numero di non europei che cerca di stabilirsi nel nostro territorio è molto ridotto rispetto ai milioni che si rifugiano in zone limitrofe a conflitti, come Tunisia o Turchia. Solo un numero minimo di loro cerca di stabilirsi in Europa, e non cerca di farlo nei paesi con probabilità limitate d’impiego, come quelli del Sud Europa, ma piuttosto in quelli del Nord. I numeri in questo senso sono chiari, e spiegano in parte la pressione che i paesi riceventi esercitano su quelli frontalieri affinchè controllino i flussi in entrata (visto che controlli interni all’Unione Europea non esistono più dopo Schengen).

    Il fatto che il controllo delle frontiere esterne dell’Unione sia competenza esclusiva degli Stati non è un caso, ma il frutto di precise scelte in quel senso condivise anche dal nostro paese. Ricordiamo che i governi Berlusconi rifiutarono sempre sdegnosamente l’intervento di Frontex e mai chiesero fondi europei di supporto per quello scopo. Ora la situazione è precipitata anche per i cambiamenti intervenuti in Nord Africa. Se l’Unione Europea non è ancora divenuta una federazione è per precisa scelta dei governi, che da una parte rifiutano di cedere deleghe, per poi criticare per la loro passività istituzioni che…tali deleghe non hanno. Certamente un fenomeno paradossale e mal spiegato alle opinioni pubbliche.

    Non c’è dubbio che l’Unione Europea dovrà darsi regole più stringenti e chiare in materia di politica migratoria comune (che finora NON HANNO voluto delegare) e i nostri paesi dovranno decidersi ad affrontare una volta per tutte in maniera razionale (bullismo, celodurismo e buonismo non ne sono esempi) la questione dell’inevitabile dimensione multiculturale dell’Europa del XXI secolo.

    Adesso è in gioco la ripartizione delle persone richiedenti asilo, da non confondersi con l’immigrazione di carattere economico. L’asilo non è un’opzione da cui i nostri paesi possano esimersi: le persone che vengono da zone in conflitto devono essere accolte e precise regole esistono in materia d’identificazione e rimpatri.

    Spesso s’ignora la complessità nell’applicazione di tali convenzioni internazionali: non si puo’ espellere una persona di cui non si abbia un’identificazione e una nazionalità chiara (è spesso il caso) nè “spedirla” in un paese che non l’accolga (mediante l’emisisone di documenti di viaggio validi). Anche in caso d’identificazione, l’espulsione è procedimento costoso (due poliziotti devono accompagnare l’espulso fino al paese d’origine).

    Se molti paesi non hanno accettato il piano presentato dalla Commissione per dividersi i richiedenti asilo è per motivazioni diverse, ma non inganniamoci: l’integrazione europea è sempre andata avanti così, a strappi e tentativi, fino a trovare un equilibrio. Esiste nell’opinione pubblica un falso concetto che assimila l’Europa a una “famiglia”, nella quale le scelte vengono o dovrebbero essere effettuate nell’interesse comune. Se questo è l’obiettivo verso cui come europei dobbiamo tendere, sia chiaro che non ci siamo ancora. Passato il momento del dopoguerra, nel quale la visione dei padri fondatori, sconvolta dalla tragedia del conflitto, fece prevalere per un momenti visioni comuni, l’Europa di oggi è sommatoria d’interessi nazionali veri o presunti più che il risultato d’una visione strategica comune.

    La difficoltà riscontrata nel definire una dottrina di sicurezza comune europea ne è una dimostrazione chiara, molti paesi non si sentono implicati nel problema mediterraneo e si rifugiano dietro la situazione legale attuale, che loro stesso hanno creato.

    Ci piaccia o no, l’Unione Europea è ancora espressione del diritto internazionale, nel quale non si regala un centimetro a nessuno e non quello di famiglia, nel quale si tutela in primo luogo l’interesse comune. Gli europeisti, e io tra loro, avevano creduto che l’integrazione avesse rotto definitivamente lo schema del diritto internazionale da cui l’UE è nata, ma la condivisione della sovranità sta mostrando i suoi limiti, e questo dovrebbe essere motivo di seria riflessione.

    Sia la gestione della crisi finanziaria che le attuali tensioni in materia d’immigrazione hanno messo allo scoperto i nervi e le contraddizioni non risolte in seno all’Unione; sappiamo che insieme sarebbe mglio, ma non siamo disposti a pagarne le conseguenze in materia di sovranità e costi, pretendendo sempre che sia qualcun altro a farlo. Cosa che ovviamente non succede, perchè i dirimpettai pensano lo stesso.

    La realtà innegabile della distruzione portata dalla seconda guerra mondiale portò a cambiare d’approccio, e in conseguenza noi europei abbiamo goduto di sessant’anni di pace e prosperità senza precedenti. La sfida della globalizzazione, coniugata sia in termini di crisi finanziaria (le nostre società non hanno più la produttività necessaria per mantenere sistemi di protezione che credevamo garantiti) che di flussi migratori in entrata (reali o percepiti che essi siano) ha messo alla prova il nostro modello e dobbiamo ripensarlo. Credo che l’illusione del “small is beautiful” sia solo tale,  e che la via comune europea sia l’unica praticabile, per quanto difficile sembri adesso.

    La storia dell’integrazione  europea ci suggerisce che una soluzione sulle quote si troverà. Ma non è sufficiente di per sè: è necessario avviare un dibattito sull’Europa multirazziale e multireligosa, e non ostinarci a rifugiarci in una dimensione nazionale, per poi pretendere che nei momenti di difficoltà qualcuno venga a toglierci le castagne dal fuoco.

    Chi scrive già da un paio d’anni proponeva l’uso degli strumenti integrati della PESC (Politica Esterna e di Sicurezza Comune) europea, che esistono ma si è riluttanti a usare (perchè costano, come se il non usarli non fosse ancora più caro) che solo adesso sono stati finalmente considerati. Solo l’integrazione di strumenti diversi puo’ rispondere a un fenomeno di tale complessità: l’uso di mezzi militari di pattugliamento e prevenzione, unito a quelli di controllo delle frontiere, che sono strumenti di polizia e non militari; il rafforzamento della cooperazione coi paesi rivieraschi e d’origine in materia d’identificazione e controllo del fenomeno alla radice (vi assicuro che questa è un’attività d’eccezionale complessità, perchè non puoi emettere tu documenti in nome d’un altro paese); la lotta comune alle reti criminali, sfida difficile in paesi in conflitto e che tocca nervi sensibili in paesi nei quali lo stato di diritto non è solido e la corruzione diffusa.

    La soluzione non  è dietro l’angolo, e la cosa più grave è che questa crisi abbia fatto emergere più divisioni che visioni comuni. Ma è in buona parte l’Europa che abbiamo voluto sin qui. Sta a noi cittadini esigere dai nostri governi di più se non ci sta bene. Mi auguro che avremo la maturità di costringerli a andare in quella direzione, anzichè credere nei miraggi alla “io speriamo che me la cavo”.

  • Diario pakistano, numero nove

    Aneddoti d’ordinaria diplomazia: domani è il 9 maggio, al tempo stesso giorno dell’Europa (Schuman Day) e 70° anniversario della «Grande Guerra Patriottica», nome dato nell’ex-Urss alla seconda guerra mondiale e ancora usato da russi e vicini affini.

    Il 9 maggio equivale a una festa nazionale, in cui si è soliti organizzare un ricevimento, spesso combinato con altre attività illustrative dell’attività dell’UE nel paese in cui si è: mostre sulla cooperazione, un concerto. Qui a Islamabad sarà il 13 maggio, per ragioni di calendario (il sabato non e’ giorno adatto a tali attività)

    Tempo fa l’ambasciata russa ci contatto’ per sapere i nostri piani, per evitare coincidenze di date: anche per questo spostammo, e loro hanno anticipato al 7 il loro ricevimento, organizzato assieme alle altre repubbliche ex-sovietiche (meno le repubbliche baltiche, che della guerra hanno ben altro ricordo, e l’Ucrania, oggi in rotta con Mosca).

    Visto lo stato dei rapporti con la Russia, a livello europeo si è adottata una posizione comune che era la seguente:

    1. il personale militare non poteva partecipare all’evento russo in nessun caso;

    2; la partecipazione diplomatica rimaneva possibile, ma il livello della stessa (ambasciatori o funzionari di grado inferiore) doveva essere concordato sul posto. Anche la non partecipazione rimaneva possibile, in caso d’accordo in quel senso.

    In Pakistan ci sono 18 ambasciate europee, piu’ quella UE che coordina le attività europee comuni: nella riunione mensile, che dirigo, ho esposto due settimane fa la situazione e un consenso sulla non partecipazione è sembrato emergere.

    All’avvicinarsi della data, alcuni ambasciatori (non usero’ nomi di paese, ma solo numeri) incominciano a smarcarsi, sostenendo d’aver ricevuto diverse istruzioni dalle loro capitali (strano, visto che a Bruxelles si era adottata una posizione comune).

    La chiave della questione era: io non vado se nessuno va, ma se qualcun’altro va perchè non devo andare?

    In questo ragionamento si confondono elementi diversi della diplomazia e in fondo della forma di pensare nell’Europa attuale: se siamo d’accordo tutto bene, se non lo siamo ognuno per conto suo. Ma spesso l’accordo non si raggiunge perchè ognuno va per conto suo prima, rendendo appunto impossibile tale posizione comune. L’eterno problema dell’uovo e della gallina.

    Il problema della partecipazione o no all’evento commemorativo della seconda guerra mondiale consisteva nella possibilità di una strumentalizzazione da parte degli organizzatori, con possibili riferimenti, in discorsi o immagini, all’annessione della Crimea, che i nostri paesi non riconoscono.

    Personalmente, la mia posizione era la seguente: in primo luogo, è importante definire una posizione comune per l’UE anche qui a Islamabad. Nulla di sostanziale in gioco, intendiamoci, ma una questione di coerenza ed immagine, visto che quello che trasmettiamo è un messaggio, nulla di più.

    In secondo luogo, seconda guerra mondiale e situazione attuale sono dimensioni da mantenere distinte: io ero favorevole a partecipare, salvo andarmene in modo visibile in caso di strumentalizzazioni.

    In ogni caso, il messaggio aveva senso solo se unitario: a ranghi sciolti, non siamo più rappresentativi, ma diveniamo insignificanti.

    Alla non partecipazione decisa inizialmente, si è quindi affiancata la posizione molto più sfumata di mandare un funzionario non accreditato come ambasciatore, pratica a volte seguita in questi casi.

    Due giorni prima del ricevimento, è apparso che la posizione comune era sfumata: 4 paesi intendevano mandare l’ambasciatore (per istruzioni ricevute, mah), 7 – 8 il secondo capo missione o altro funzionario, 5 – 6 nessuno. Ma tutti disposti a parole ad allinearsi alla maggioranza (whatever it might mean…).

    Il giorno prima ho chiesto chiarezza a tutti, emergendo quella divisione su tre posizioni che se ci fossimo proposti di perseguire non avremmo mai ottenuto: in gamba siamo, pochi dubbi.

    Alla fine, incuriosito dall’invito russo e vista la divisione emersa; ho cambiato i miei piani e sono andato con Isabel al ricevimento. Nessuna strumentalizzazione nè riferimento all’attualità, solo alla guerra mondiale, anche se in conformità alle abitudini locali, il rumore ambiente era tale che era impossibile ascoltare le parole degli oratori: mi ero piazzato in prima fila apposta.

    Aspetto piacevole il buffet di cibi russi e delle repubbliche centro – asiatiche, sapori diversi dal solito: anche se la differenza tra un dumpling (agnolottone ripieno di carne) tagiko e uno kirgizo rimane inafferrabile, come del resto tra un pulao (riso) uzbeko e uno pakistano, ma dando un’occhiata alla carte si capisce perchè: stiamo parlando di un enorme spazio geografico senza barriere significative e modi di vita simili. Normale che le abitudini alimentari convergano.

    Alla fine, molti contatti per nulla, non restava che bersi un bel bicchiere di digestiva vodka.

    Islamabad, 8 maggio 2015.

  • Diario pakistano, numero otto

    È passato parecchio tempo dall’ultima pagina di diario, scritta a fine febbraio. Da allora sono stato molto preso da diversi impegni e viaggi, per cui non ho avuto assolutamente il tempo di scrivere, né questo diario né altri progetti cui sto pensando da tempo e vorrei vedere anch’essi avanzare. Anche sulle reti sociali sono stato perlopiù assente.

    Non che le prossime settimane si presentino meno concitate, ma spero di poter trovare qualche spiraglio di tempo comunque. Inshallah, come si dice da queste parti.

    Nella pagina di oggi non parlero’ tanto di Pakistan quanto di India, in linea anche con l’idea che ho di allargare questi diari a qualche esperienza del passato. Perche’ di India? Non tanto perche’ si tratti dell’antagonista storico del Pakistan dal momento della sua nascita (nel 1947 con la famosa Partition di quella che era conosciuta come l’India britannica) e perche’ il rapporto con l’India condizioni pesantemente la vita e le scelte di questo paese, ma perche’ ai primi di marzo sono stato qualche giorno a New Delhi, dove avevo lavorato dal 2002 al 2006 come consigliere commerciale dell’UE.

    Curiosamente, era la prima volta che mi capitava di tornare in un paese nel quale ho avuto un incarico diplomatico: rimango sempre molto legato e seguo avidamente l’attualita’ dei paesi che sono stati miei, ma non sono mai tornato in Brasile dal 2002, ne’ in El Salvador dopo averlo lasciato nel 2013. Cosi’ come non ero tornato in India dal 2006.

    L’occasione s’e’ presentata improvvisa: un invito dalla cattedra europea della Jawaharlal Nehru University di Delhi ad aprire un convegno sul tema «India, Pakistan e l’Unione Europea», nel quale si cercava di definire convergenze e possibili scenari di cooperazione tra l’UE i due principali paesi sud – asiatici.

    Ho collaborato molto in passato con la Nehru University, una delle principali universita’ indiane, e ho pubblicato con loro diversi interventi sui rapporti tra Europa e India.

    L’agenda euro – pachistana e’ di natura diversa da quella euro – indiana: se con l’India abbiamo un rapporto ormai fondamentalmente economico (dall’anno scorso non finanziamo piu’ cooperazione allo sviluppo in India, dato che questo paese e’ ormai un paese emergente, non piu’ destinatario di quel tipo d’interventi), con il Pakistan abbiamo una relazione piu’ diversificata: con un importante impegno in materia di cooperazione (635 milioni di euro, principalmente in istruzione, formazione professionale, sviluppo rurale e supporto ai diritti umani), importanti concessioni commerciali (per favorire la stabilita’ di questo paese concediamo l’entrata senza dazi a buona parte dei prodotti pachistani) e un dialogo politico molto ramificato, che tocca temi complessi come le migrazioni, la lotta contro il terrorismo, il rispetto dei diritti umani.

    Mentre l’India, che e’ grande e si sente forte, spesso ignora le istanze europee (nella loro grandiloquenza gli indiani si considerano pari a americani e cinesi sulla scena mondiale, puo’ sembrare strano a chi non li conosce ma loro la vedono cosi’), il Pakistan da molta importanza all’UE, vista come un utile contrappeso all’alleanza di questo paese con gli Stati Uniti e un importante partner per molti temi importanti per il Pakistan.

    Per un diplomatico o in generale uno straniero, lavorare in India e’ un’esperienza complessa: da una parte lo scontro con una societa’ diversissima dalla nostra, con valori e comportamenti che all’inizio scioccano, dall’altra l’enorme orgoglio indiano, che tende a sottovalutare sistematicamente ogni interlocutore straniero, spesso considerato «culturalmente inferiore» (cosa volete, la vostra storia e’ stata brillante per qualche secolo, ma l’India ha plasmato la cultura mondiale per millenni prima che l’Occidente emergesse, e anche il futuro vi vede declinanti mentre noi torniamo ad emergere: questa l’impostazione prevalente in India).Gli argomenti sulle » modernita’ ‘» o meno delle nostre rispettive societa’ non fanno molta presa in India, perche’ il loro etnocentrismo supera di gran lunga l’istanza di progresso che noi occidentali consideriamo il motore della storia, ma che per gli indiani, alle prese con una concezione circolare e non lineare del tempo, ha meno importanza che per noi. E poi per gli indiani, civilta’ collettiva, hanno piu’ importanza le dimensioni assolute (che li favoriscono, con 1.2 miliardi d’abitanti) rispetto a quelle per capita, piu’ importanti per noi che mettamo l’individuo al centro. Loro al centro mettono il gruppo, non la persona (si pensi anche al concetto di casta e alla solidita’ del nucleo familiare).

    Di certo, conoscere l’India, non quella frammentaria e artificiale che ognuno di noi s’inventa o s’immagina, ma quella straordinariamente ricca e complessa che e’ l’India reale e’ uno dei grandi privilegi che la vita ha concesso a me ed alla mia famiglia: non si puo’ restare indifferenti a questo paese, dotato d’una forza interiore sconvolgente e che non puo’ non cambiare in certa misura la tua concezione del mondo una volta che vi hai vissuto per un certo periodo. L’India e’ indubbiamente «qualcos’altro» rispetto al resto del mondo, e va presa per quello che e’, non per quello che noi vogliamo farne.

    Premetto che il mio amore per l’India e’ soprattutto visuale (colori, odori, sapori che faranno parte del mio bagaglio per sempre) e culturale, ma non condivido la concezione di quegli occidentali che si «arrendono all’India», accettando pedissequamente l’idea molto indiana della superiorita’ spirituale di quella cultura sulla nostra: conoscere l’India arricchisce molto spiritualmente attraverso il contatto con le diverse religioni indiane (oltre all’induismo, anche il buddismo nacque qui pur essendone oggi quasi assente, ma il sikhismo, il jainismo, l’Islam, il cristianesimo e il zoroastrianismo sono tutte religioni importanti in India) che formano un insieme di straordinario stimolo culturale e intellettuale: avvicinarsi all’India senza fare uno sforzo per approfondirne la complessita’ religiosa e’ esercizio destinato al fallimento.

    Ma quegli occidentali che, dai Beatles in poi, prendono dell’induismo alcuni aspetti superficiali astraendoli dal contesto d’una societa’ di per se’ durissima e ingiusta, trasformano spesso quahe frammento d’induismo in un qualcosa di relativamente artificiale, una spiritualita’ costruita che non e’ nemmeno induista: di fatto, si tratta di religione disponibile solo per chi e’ nato al suo interno, uno straniero non puo’ davvero convertirsi nemmeno se se lo propone o lo manifesta esteriormente. L’induismo non e’ in questo senso una religione universale, ma un sistema di valori e regole disponibile solo per gli indiani. Anche se alcuni concetti, come meditazione, digiuno, distacco dalla materialita’ sono profondamente universali e hanno influenzato le altre grandi religioni mondiali (una delle scoperte piu’ sorprendenti che ho fatto in India e’ che moltissimo del cristianesimo viene dall’induismo, a volte pari pari, senza che in occidente quest’aspetto venga mai sottolineato: di solito ci si limita a sottolineare il legame con la cultura greco – romana, ma si astrae del piu’ fondamentale contributo venuto dalle religioni orientali).

    Non mi sono quindi arreso all’India prendendo per buoni gli argomenti indiani: sono d’accordo con Terzani che sosteneva che in India riscopri l’essenza dell’umanita’: la societa’ indiana con il suo ordine rigidissimo e le sue infinite incoerenze e durezze ti presenta davanti agli occhi in ogni momento il fulcro dell’esperienza umana, vissuta senza orpelli, sovrastrutture e ansia di «progresso». Nel caso degli occidentali, esiste un fenomeno che e’ stato diagnosticato in psicologia, e che spiega la loro resa incondizionata all’indianita’ come un ritorno all’adolescenza: la brutalita’ della vita indiana ti obbliga a ripensare i valori centrali dell’avventura umana. Ma se questo e’ vero, non e’ pero’ altrettanto vero che le risposte indiane siano quelle valide, soprattutto quando si rinuncia al cambio a favore d’una piu’ personale ricerca della «liberazione spirituale», aspetto ripreso anche da quell’altra grande religione indiana che e’ il buddismo.

    L’India e’ comunque una grande prova, un’esperienza di vita eccezionale, che credo vada affrontata con realismo e apertura, senza preclusioni iniziali (e’ l’atteggiamento di molti) ne’ accettazioni incondizionate. In India c’e’ tutto e il suo contrario, non e’ l’inferno ne’ il paradiso, solo un paese dalla personalita’ unica.

    L’esperienza indiama professionalmente mi ha fatto capire che: 1) un nuovo mondo, non piu’ centrato sull’occidente, stava emergendo 2) che non e’ affatto vero, come avevo pensato sino a quel momento, che l’aspirazione dei non occidentali e’ quella di divenirlo. E’ d’altronde vero anche per l’altra grande potenza asiatica: qualcuno pensa che i cinesi vogliano «diventare occidentali»?

    Gli indiani sono fierissimi della cultura e della loro societa’, e non ambiscono per nulla a cambiarle o sostituirle con le nostre. Hanno valori molto solidi cui non intendono rinunciare, come quello della priorita’ data alla struttura familiare (realta’ cui noi abbiamo rinunciato in nome della realizzazione individuale) e risulta loro difficile pensare in termini d’uguaglianza tra individui, valore essenziale della nostra impostazione occidentale (e su questo sono 100% occidentale).

    Senza cambiare l’essenza della loro societa’, vogliono semplicemente accesso a piu’ beni e servizi, quindi sviluppo economico. Senza pero’ che questo fenomeno, in atto da diversi anni, comporti profondi cambiamenti della loro struttura sociale. Dagli anni indiani ho imparato che l’occidente NON E’ il destino inevitabile dell’umanita’, per quanto ci costi crederlo.

    Tornando piu’ terra terra, dal mio breve passaggio a New Delhi ho ricavato impressioni miste: la prima sorpresa positiva e’ stato l’aeroporto Indira Gandhi, del tutto nuovo e moderno, tutt’altro rispetto all’antiquatissimo dei miei anni. Impressionante anche lo sviluppo edilizio nella zona da Gurgao a Delhi (decine di hotel nuovissimi), a dimostrazione di un grande dinamismo economico.

    Notevole lo sviluppo della metropolitana, appena inaugurata nel 2006 e che oggi gia’ copre buona parte della citta’: molti investimenti anche pubblici nell’ultimo decennio, un grande cambiamento rispetto a una tradizionale inerzia in quel campo.

    Molto traffico privato, con una citta’ intasata e inquinatissima. In compenso, la Delhi vissuta con la famiglia, la «Lutyens Delhi» costruita dai britannici a inizio XX secolo e’ rimasta praticamente identica, con edifici affascinanti, vecchi e scrostati.

    La scuola frequentata da Matías, il Liceo Francese di Aurangzeb Road, identico a se stesso, cosi’ come le vie di quella zona, compreso il Khan Market frequentato da tutti gli espatriati di Delhi, sostanzialmente lo stesso (ma adesso raggiunto dalla metro, un gran cambio rispetto ai miei tempi).

    Di fronte a Khan Market, m’aspettava, vuota e malinconica l’ex-sede della delegazione dell’Unione Europea, appena svuotata per avvenuto trasloco verso la piu’ moderna zona di Shanti Niketan. Con i piedi a mollo nelle estese pozzanghere e una luce incerta mi sono avvicinato all’edificio, vuoto e scuro, con ancora i segni sbiaditi della presenza europea: strana sensazione stare di fronte a un edificio che e’ stato il centro della tua vita per quattro anni e vederlo cosi’ familiare e cosi’ vuoto, ti sembra impossibile.

    Il giorno dopo sono andato a trovare i miei ex-colleghi nella nuova sede: tutti nuovi gli europei, ovviamente, mentre molti indiani c’erano ancora. Parlando con loro, la strana sensazione che ti da’ che qualcuno si dedichi all’attivita’ che e’ stata tua qualche anno prima, e la sorpresa di alcuni di loro nello scoprire che le cose ti dicono ti risultano molto familiari e sono in chiara continuita’ con un passato che tu conosci benissimo: curioso quanta poca attenzione si presti, nelle nostre attivita’ d’ogni giorno, alla continuita’ con cio’ che viene dal passato, e si sia portati a pensare che solo il presente conti, come se i nostri giorni non avessero un ieri e un domani.

    Tra il mio vecchio edifico e quello di oggi, l’impressione complessiva e’ stata simile a quella di vedere qualcuno che non sei tu vestito con abiti che furono tuoi e che riconosci immediatamente.

    La nostra vecchia casa di Malcha Marg, di foggia cosi’ tipicamente indiana, assolutamente identica: e’ vuota, e da’ un’impressione di precarieta’ rispetto alle case dei vicini, tutte nuove e su tre piani: le invece, ancora cosi’ vecchio stile, con i suoi motivi decorativi dipinti in rosso su fondo bianco, come voluto da Isabel: di fronte, il giardino dove sguazzavano i dieci cani da strada curati da Matías, e dove effettuammo il primo allenamento di quella che sarebbe stata la nostra squadra di calcio, i Mehrasons, nella Little League dell’Ambasciata Americana: Matías libero, suo papa’ allenatore, sua mamma organizzatrice delle merende (nutrizionista sarebbe termine un po’ eccessivo).

    Non potendo essere con loro in quest’occasione, ho simbolicamente festeggiato con un sontuoso Dal e Murg Makhani nel ristorante del quartiere: il mio e il loro piatto favorito, un’orgia di buonissimo e grassissimo cibo indiano. Sconsigliatissima per la sera, ma e’ andata cosi’.

    Dall’interessante conferenza alla Nehru University ho tratto la conclusione che presentare in termini positivi o almeno possibilisti lo scenario pakistano a un pubblico indiano e’ impresa vana: troppo distanti sensibilita’ e visioni, con gli uni che considerano gli altri cause di ogni male. D’altronde, anche molti pakistani pensano esattamente allo stesso modo nei loro confronti. La realta’ e’ certo molto piu’ diversificata, ma e’ spesso piu’ comodo attaccarsi alla propria visione come a un salvagente. Anche se se poco utile, se non si fa lo sforzo di capire il punto di vista degli altri.

    Continua—30 aprile 2015

  • Il vero pericolo non è l’Isis in Libia ma il terrorismo in Europa

    La conquista di Derna da parte di una milizia che ha dichiarato la sottomissione al califfo Al – Baghdadi, divenendo quindi parte di ISIS, ha scatenato angoscia in Italia circa la situazione libica e il potenziale pericolo nei confronti del nostro paese. Nell’atmosfera di paura nella quale gli europei vivono dai fatti di Parigi, si fanno accostamenti tra situazioni diverse e proposte spesso inadeguate. Il discorso corretto da fare non è quello della contrapposizione tra guerrafondai e pacifisti, ma la risposta adeguata da dare alla crisi libica, il potenziale che essa ha di trasformarsi in un problema per i vicini sia del Nord Africa sia del Sud del Mediterraneo e quanto reale sia il pericolo di ISIS nella nostra regione. Risposte emotive e precipitose di certo non servono ad affrontare adeguatamente la situazione. Su queste pagine, Stefano Iannaccone, intervistando Stefano Torelli, Gianfranco Belgrano e Giancarlo Villa hanno già scritto cose utili. Io cercherò di ampliare il discorso inserendo i rischi libici nell’ambito delle lezioni apprese in Iraq e Afghanistan nell’ultimo quindicennio e alla luce della nuova realtà di ISIS, che va capita per poter essere adeguatamente combattuta.

    La principale lezione che gli interventi in Afghanistan e Iraq ci hanno lasciato è che senza un’adeguata analisi della situazione sul campo, è ben difficile elaborare piani d’azione che servano: in entrambi i casi, si presero decisioni e si adottarono modalità operative non funzionali alla situazione sul terreno, ma a quella “inventata” nelle capitali: in quei due casi, si preferì adottare una visione che faceva politicamente comodo in casa, anziché’ avere l’umiltà di ascoltare chi era sul terreno ed era familiarizzato con quanto vi succedeva.
    L’Afghanistan avrebbe potuto costituire uno straordinario esempio di nation – building con potenziali effetti di stabilizzazione in una regione da sempre conflittuale: il ristabilimento dello stato afgano e un sostanziale miglioramento delle condizioni della vita della popolazione dopo decenni di guerra civile e il regime dei talebani avrebbero potuto fare moltissimo pe migliorare i rapporti tra Occidente e Islam.

    L’avere invece giocato sempre al ribasso in Afghanistan, prendendo la sciagurata decisione di foraggiare i signori della guerra anziché dare priorità alla costruzione d’uno stato moderno ed economicamente sostenibile, nonché rinunciare a sconfiggere una volta per tutti i talebani concentrando gli sforzi solo su Al Qaeda (punire Bin Laden era l’unico obiettivo che sembrava contare) risultò inadeguato. Dopo quattordici anni di presenza e ingentissimi investimenti, la situazione in Afghanistan rimane assai precaria: anche se il governo d’unità nazionale apre qualche prospettiva positiva, il numero di terroristi nel mondo è aumentato esponenzialmente rispetto al pre – 11 settembre e la distanza tra islam e Occidente non è mai stata così ampia.
    In Iraq, l’ostinarsi in un modello di state – building copiato pedissequamente dal diversissimo modello americano, che nulla ha a che vedere con la realtà irachena, e l’esautoramento dei sunniti a favore degli sciiti ha alterato i dati dell’equazione regionale, scoperchiando un vaso di pandora le cui conseguenze stiamo ancora pagando adesso.
    L’ascesa di ISIS, la versione più spietata dell’integralismo islamico di stampo wahahabita, è conseguenza diretta di quelle scelte dissennate, poi continuate nel continuo procrastinare di decisioni in Siria, fino a perdere ogni possibilità d’influire su quello scenario. La nuova franchigia ISIS si è sviluppata e rafforzata proprio nel territorio a cavallo tra Siria e Iraq, raggiungendo Kobane e proiettando ombre su tutto lo scenario medio orientale.

    Per valutare l’entità dell’attuale pericolo libico, è necessario capire cosa sia ISIS. L’unica cosa positiva del radicalismo islamico è che si tratta di fenomeno molto diversificato, i cui scenari sono molto dinamici, come un mare sempre in movimento. Il punto chiave della concezione wahhabita dell’Islam è l’esistenza del califfato, unità religiosa – politica in cui vi è spazio solo per l’islamismo sunnita, nel quale le religioni politeiste vanno eliminate fisicamente, e le altre monoteiste, compresi sciiti, ismaeliti ed altre famiglie islamiche “non ortodosse”, sottomesse.

    Fino all’apparizione di Isis tra Siria e Iraq, il califfo che godeva di maggior riconoscimento era Mullah Omar, emiro dell’Afghanistan e capo della grande nazione islamica, particolarmente seguito in Afghanistan e in Pakistan, specie nei territori tribali. Di Omar, che dopo la caduta di Kabul si rifugiò in Pakistan, da tempo non si sa più nulla: la sua morte non è mai stata dichiarata ma non si fa sentire da tempo. Questo ha permesso la formazione di un califfato alternativo, quello adesso capeggiato da Al -Baghdadi, proclamatosi califfo. La spettacolarità dell’ascesa militare di ISIS (conosciuta come Daesh nel mondo arabo) ha provocato movimenti tellurici nel mondo dell’integralismo islamico: la sigla Al Qaeda, anch’essa di per se’ non organizzazione unitaria ma una rete di gruppi slegati tra loro e uniti da un comune giuramento di sottomissione. Sullo scenario siriano, Al Qaeda e ISIS sono nemici, con obbedienze diverse (Al Qaeda è legata al califfato afghano, l’unico che è pervenuto a gestire il potere in un intero paese) e si combattono.

    La concorrenza tra Al Qaeda e la nuova franchigia ISIS si è estesa in tutto il mondo mussulmano, allargandosi all’Africa sub sahariana, dove fino a dieci anni l’integralismo aveva scarso acchito presenza e ultimamente è emerso Boko Haram. Alcuni mullah pakistani hanno abbandonato la leadership afghana del silenzioso Omar e, in cerca delle risorse di ISIS hanno dichiarato la loro sottomissione ad Al – Bagdhadi. In Libia, milizie preesistenti, rafforzate dalla confusione dello scenario post – Gheddafi, hanno recentemente dichiarato la loro sottomissione a ISIS: si tratta del gruppo di Derna, composto da un migliaio di militanti, che tanto scalpore ha creato la settimana scorsa. Non si tratta quindi di militanti di ISIS dall’Iraq e dalla Siria, ma di milizie che hanno semplicemente cambiato nome e bandiera, fenomeno frequente nella galassia islamica, in cerca di legittimità, un fattore fondamentale in quell’universo, e finanziamenti: ISIS controlla territorio e risorse e può permettersi di stipendiare nuovi militanti. Pare con somme tra i mille e duemila dollari al mese, quantità allettante tra rifugiati e disoccupati del mondo islamico.

    L’eventuale controllo di pozzi anche in Libia potrebbe costituire un ulteriore incentivo, ma non si vede come e perché’ i gruppi legati ISIS potrebbero interessarsi ad attaccare il territorio di un paese europeo. Ne’ lo possono fare (stiamo parlando di un migliaio di uomini con limitazioni logistiche e interessi in territorio libico) ne’ hanno un evidente interesse a farlo.
    Nella narrativa di questi giorni si fa d’ogni erba un fascio: in maniera simile a quando qualche mese fa si farneticava del possibile contagio di Ebola attraverso i barconi d’emigranti illegali che arrivano nel nostro paese, senza considerare che una persona contagiata da Ebola in Africa occidentale non è in condizioni fisiche per giungere sano sulle coste mediterranee, rendendo quel meccanismo di contagio del tutto virtuale, oggi si paventa la possibilità’ di militanti di ISIS nei barconi. Teoricamente meno impossibile di quella dei malati di Ebola, ma siamo sicuri che la loro battaglia sia in Italia?

    Le milizie associate a ISIS possono avere interesse a lucrare sul traffico di emigranti nei barconi: senza dubbio lo faranno, lottando con le altre milizie per il controllo dei flussi. L’eccidio dei ventuno copti è stata chiaramente una tragica azione dimostrativa, alimentata dalla sete di ISIS di occupare lo spazio mediatico e di scatenare terrore e risposte irrazionali nell’opinione pubblica occidentale. I mille militanti di Derna, quand’anche aumentassero in numero, possono essere sconfitti militarmente, e può darsi che l’intervento militare, guidato da truppe italiane nell’ambito delle Nazioni Unite possa essere la risposta adeguata. Bisogna però intendersi su che tipo d’intervento il Consiglio di Sicurezza può autorizzare: non può essere di peace – keeping, perché non c’è in Libia nessuna pace da proteggere: ci sono due governi concorrenti e diverse milizie con fedeltà diverse in lotta tra loro per il controllo delle risorse.

    Il peace–keeping potrà solo venire dopo un eventuale intervento, autorizzato dalle Nazioni Unite, di natura militare (peace–enforcement) che richiederà l’uso di forze aeree, che alla fine a Kobane sono servite, ma anche la presenza di truppe di terra. Cui bisognerà vedere chi vorrà contribuire. Si potrebbe pensare, sempre con autorizzazione ONU, anche a usare per la prima volta le forze d’intervento rapido dell’UE, ma ci vorrà il consenso d’un numero significativo di paesi, e questo richiede tempo. Come segnalato da Torelli, l’uso di forze militari dell’ex-potenza coloniale ha forse più controindicazioni che vantaggi, e potrebbe attirare sull’Italia un’accresciuta attenzione dei terroristi. Non quelli dei barconi, di cui non s’è mai dimostrata l’esistenza, ma di quelli cresciuti in Europa e radicalizzatisi nel tempo. Come coloro che hanno colpito a Londra, Parigi e Copenaghen. Quello è il vero pericolo, non “l’invasione di ISIS”.

    L’intervento dovrebbe essere chiaramente delimitato: probabilmente assumerà’ le pericolose caratteristiche di guerriglia urbana, in cui il vantaggio sta col difensore, una modalità di combattimento cui poche truppe europee, e non certo le nostre, specialiste in peace – keeping, sono abituate. Si produrranno flussi importanti di rifugiati, come nel 2011, che eserciteranno pressione in primis sui paesi vicini, Tunisia ed Egitto. Contrariamente a quanto sogna chi vede nell’intervento militare una soluzione risolutiva, entreremo probabilmente in uno scenario di crisi prolungata nel quale dobbiamo sentirci preparati a restare per molto tempo dopo la fine delle operazioni militari. Perché’ si possa passare alla fase di peace – keeping, con tutto ciò che essa comporta, sarà necessario che prima si stabilisca un cessate il fuoco e un accordo su una transizione politica tra i due governi contrapposti di Tobruk e Tripoli: è un obiettivo raggiungibile? Non è affatto chiaro. Intervenire affrettatamente, contro una sola delle parti belligeranti, senza che ci siano prospettive di accordo politico e senza avere chiaro cosa fare dopo può rivelarsi una trappola mortale, dalle conseguenze peggiori dell’incertezza attuale.

    Nel 2011, si intervenne in Libia per ragioni ufficialmente umanitarie (protezione dei civili a Bengasi), salvo poi estendere l’intervento fino alla caduta di Gheddafi. Fu la prima di una serie d’incomprensioni con la Russia, membro permanente del Consiglio di Sicurezza, che pur non essendo amica di ISIS non favorirà adesso iniziative “occidentali” in Libia.
    Per quanto riguarda l’eventuale accordo tra due governi libici, difficile da prevedere, dovrebbe costituire l’attuale priorità della comunità internazionale per favorire il ritorno alla normalità in Libia. Rimane il problema dell’inclusività dell’accordo: in uno scenario frammentato come quello libico, con molteplici gruppi in lotta, fedeltà tribali, alleanze mutevoli e l’ombra della concorrenza tra le franchigie di Al Qaeda e ISIS, chi deve sedere attorno al tavolo? In Afghanistan si tennero fuori dalla Loya Jirga risolutiva, contro il criterio di Karzai, i talebani. Fu probabilmente un errore che continuiamo a pagare ancora oggi, perché’ esclusi da quell’accordo, vogliono recuperare il potere con la forza.

    Che tipo di accordo può venir fuori tra le forze libiche contrapposte? Che tipo d’impegno nel peace–keeping e poi nel nation–building siamo disposti a metterci, sapendo che si tratta d’esercizi lunghi, costosi e pericolosi, con più probabilità di fallimento che di successo? Useremo gli strumenti della PESC europea o piuttosto quelli delle Nazioni Unite. O entrambi?
    Come pensiamo d’affrontare il pericolo vero, quello rappresentato dalla minoranza di mussulmani europei radicalizzati e pronti a colpire nei nostri paesi, senza bisogno di venire da fuori?

    Molte domande di cui non sono chiare le risposte, e che non possono ridursi a una contrapposizione tra “gente con le palle” (alla “armiamoci e partite”) e pacifisti a oltranza, per cui la colpa è sempre degli amerikani: la stabilità non deriva dall’uso della guerra o dalla rinuncia ad essa, ma da una sapiente combinazione di strumenti, di strategie e tattiche, di politiche di sicurezza, coordinamento dei servizi d’informazione e intelligence, di sviluppo economico, di dialogo culturale. Può esserci un tempo per l’uso della forza armata, ma in un quadro chiaro e definito, non improvvisato. Perché il dopo–2001 ci ha dimostrato che le guerre si possono apparentemente vincere sul campo, ma i veri problemi cominciano solo dopo.

  • Diario pakistano numero sette: Homeland e dintorni

    E’ passato un po’ di tempo dall’ultima pagina di diario. In questo periodo, ho cercato di sintetizzare il mio pensiero sulla questione islamica, divenuta prioritaria nell’attenzione dell’opinione pubblica europea dopo Parigi e l’attacco a Charlie Hebdo.

    I miei due articoli http://www.lospaziodellapolitica.com/2015/01/il-mondo-tra-l11-settembre-e-la-strage-di-parigi/ e http://www.glistatigenerali.com/questione-islamica_terrorismo/attenti-se-non-proviamo-a-capire-lislam-facciamo-il-gioco-dei-terroristi/ hanno riscosso molta attenzione, venendo abbondantemente condivisi e sollevando poche critiche dirette, nonostante non sostenessero tesi necessariamente “popolari” o “facili”. Certo, chi soffia sul fuoco attira più attenzione, ma questa non è questione sulla quale ci si possa permettere semplificazioni e visioni unilaterali.

    Vivendo in un paese islamico, di fatto uno dei più conflittuali e complessi, che ospita alcuni dei movimenti radicali più pericolosi, alimentati nelle locali madrasse e attivi sia qui che nei paesi circostanti, sono ben conscio di come questa società si stia non modernizzando o “occidentalizzando”, ma invece facendo più conservatrice e radicale. Temi come l’eterno contrasto tra natura islamica e i diritti delle minoranze, che diviene spinoso quando s’invoca costantemente la blasfemia, l’inesistenza in  una società come questa del principio di laicità, il recente ritorno della pena di morte sono tutti temi che dobbiamo trattare con tatto e realismo, difendendo i principi che sono nostri senza pretendere d’imporli platealmente nel paese che ci ospita. Anziché dichiarazioni roboanti, si tratta di lavorare giorno per giorno, cercando le parole e gli spazi giusti, cercando di seminare per il futuro.

    Per questo motivo, mi ha dato una grande soddisfazione personale la settimana di formazione che ho impartito ai diplomatici pachistani appena entrati in carriera: una settimana integralmente dedicata all’Unione Europea nel quadro del loro anno di formazione iniziale. Questo corso mi ha permesso di conciliare due delle attività che più amo: presentare a fondo temi in cui credo, senza nasconderne ambiguità e problemi, interagendo con persone giovani, preparate e curiose.

    JinnahEurope8

    Per dei giovani all’inizio della loro carriera internazionale, confrontarsi con un loro collega d’altra estrazione con vent’anni d’esperienza sul gobbo è una grande occasione, come lo è per me farlo per una volta non con i loro capi, inseriti in un’altra logica, ma con menti fresche e aperte.

    Ho sempre dedicato molte energie a questo tipo d’interazioni, pervenendo persino a organizzare, per conto mio e fuori dal tempo di lavoro, i primi due corsi di studi europei in università brasiliane, nei primi anni duemila (per inciso, quando informai di tale attività i miei superiori a Bruxelles, lamentandomi per una promozione non arrivata, mi risposero che non essendo attività direttamente legata alle mie funzioni, non valevano come titolo di merito: buona dimostrazione della logica antidiluviana e anti – iniziativa personale nella quale vivono ancora molte istituzioni).

    Il corso mi ha permesso di presentare l’Unione Europea inserendola nel quadro della storia europea, delle diverse culture, sensibilità religiose, storie economiche ma anche culturali che fanno dell’Europa un “unità nella diversità”. Un modo molto diverso di presentare l’integrazione europea rispetto all’abituale approccio funzionale / istituzionale, e molto più avvincente e completo. Quindi un corso sull’Unione Europea è divenuto percorso attraverso la diversità europea, e i valori che ci tengono assieme. Per poi da li’ arrivare ai nostri rapporti con il resto del mondo e in particolare con il mondo islamico e con l’Asia del Sud nella quale ci troviamo.

    In questo modo, è stato molto più immediato per loro capire l’importanza non solo della dimensione economica nel nostro stare assieme come Europa, e quindi le difficoltà attuali, ma anche l’importanza fondamentale che noi europei attribuiamo al rispetto dei diritti umani, della democrazia e anche la nostra sensibilità rispetto alla diversità culturale: siamo diversi tra noi, come potremmo imporre la nostra visione manu militari come fanno altri? (senza nascondere che l’abbiamo fatto in passato, ma come stati nazionali, all’epoca delle colonie).

    Nelle settimane immediatamente successive, naturale che il dibattito si sia portato sulla libertà d’espressione (con o senza limiti?), il radicalismo e le sue conseguenze sul terrorismo e cosa questi fenomeni comportino per il Pakistan e per l’Europa.

    Mi trovavo di fronte ragazzi e ragazze molto preparati, all’inizio di un cammino che non può non essere vocazionale, pieni di domande e rispetto ma anche fieri della loro islamicità. Credo che un dibattito di questo tipo possa riuscire e servire solo se si mettono tutte le carte in tavola, senza preclusioni. La sincerità d’intenzioni è la chiave del dialogo.

    Il tema che questi ragazzi non riescono a capire, come del resto quasi tutti i mussulmani, è il valore della satira in materia religiosa: in effetti, in una società nella quale la sfera religiosa permea il tutto, non se ne vede il senso. Il dopo Charlie Hebdo ha portato alla ribalta la non negoziabilità della libertà d’espressione. D’altro canto, chi invoca il sacrilegio nel mondo islamico, lo fa per ragioni politiche più che religiose, come anche chi attacca l’Islam da noi per raccattare voti. Costoro non difendono la libertà d’espressione, ma i loro interessi immediati. Personalmente, credo che la satira religiosa sia prescindibile, anche se non censurabile: va ignorata da chi se ne sente offeso. Ma l’offesa gratuita non è poi quel gran valore che alcuni invocano.

    Piacevole la sensazione di “sentirli” con me durante il corso, aspetto fondamentale per un oratore o insegnante, e di pensare che dopo questa settimana l’Europa si sia trasformata da entità astratta in cosa viva, cui nella loro attività professionale guarderanno con più simpatia rispetto a un semplice “blocco commerciale”.

    L’ultima lezione’ era un venerdì, giorno sacro dei mussulmani ma lavorativo la mattina. I ragazzi venivano vestiti di bianco, molto eleganti nella loro tenuta da preghiera. Le ragazze tenevano il velo sulle spalle: mentre stavo finendo il riepilogo, è suonato il richiamo alla preghiera principale, verso l’una: sono rimasto un attimo interdetto, non sapendo se dovevo fermarmi. No, semplicemente le ragazze si sono poste il velo sulla testa, e ho continuato a parlare. Compromesso tra religione e vita moderna, senza che la prima né sparisca né prevalga.

    Al momento della consegna dei diplomi, qualche minuto più tardi, i ragazzi mi stringono la mano convinti, le ragazze con timidezza, non use al contatto “fisico” con un uomo straniero. Ma sono diplomatiche, dovevano dimostrarlo.

    JinnahEurope6

    La battaglia del dialogo tra Occidente e Islam non è ancora persa, basta crederci e lavorarci.

    In altri eventi di questi giorni ho partecipato a una riunione per l’armonia religiosa, in cui sono intervenuti rappresentanti di tutte le religioni presenti in Pakistan e…dell’Unione Europea (segno che si apprezza il nostro messaggio di tolleranza) e un’altra con rappresentanti dei sindacati pachistani, ai quali dovevo spiegare i meccanismi dell’Unione Europea rispetto a commercio con il Pakistan e rispetto dei diritti umani, in primis dei lavoratori.

    Un pubblico molto diverso da quello dei giovani diplomatici, cui ho dovuto rivolgermi con traduttore in urdu, una delle prime volte nella vita parlando a un pubblico in una lingua diversa dalla sua.

    Notevole notare anche in loro una crescente simpatia man mano che fluiva l’intervento, e riscontrare come persone d’estrazione culturale ben diversa da quella internazionale s’immedesimavano comunque negli interventi. Per inciso, grazie alla nostra politica di preferenze commerciali, il Pakistan sta esportando molto all’UE, soprattutto prodotti tessili, una concessione che si fa per ragioni più sociali che economiche: più esportazioni significa più posti di lavoro, meno marginalità e meno terrorismo. Ma tali concessioni sono a tempo, e legate a miglioramenti da dimostrare nel rispetto dei diritti umani: tutta una sfida.

    In questi giorni abbiamo anche divorato, nello spazio di qualche sera, la quarta stagione di Homeland, proibita in questo paese ma disponibile in copie facilmente reperibili.

    Homeland 4 uno

    La curiosità risiedeva nel fatto che l’azione di questa stagione era a Islamabad, come segnalatomi anche da alcuni amici, che mi hanno chiesto quanto c’era di realista nella serie.

    Premetto che m’erano piaciute molto le stagioni precedenti, il cui impianto è molto più realistico della pur avvincente Twenty Four di Keith Sutherland, un inno al tutto è permesso in nome della lotta contro il terrorismo.

    Conclusasi la vicenda di Nicholas Brody, la quarta stagione ritrova Carrie Mathison capo stazione CIA a Kabul, incaricata tra gli altri dei famigerati attacchi di droni in territorio pachistano (nella zona tribale, denominata FATA).

    Dopo un’operazione finita male, come spesso è il caso, l’azione si sposta a Islamabad, alla ricerca del capo terrorista che sarebbe dovuto morire sotto le bombe del drone.

    Homeland 4 è forse la migliore stagione della serie, dall’andamento avvincente fino quasi alla fine. Per mia sorpresa, la descrizione della tematica del terrorismo in Pakistan è del tutto veridica: trovo notevole che una serie americana, anziché arrampicarsi sugli specchi di una visione unilaterale del tema, presenti con crudezza i rischi impliciti nell’uso dei droni, con le loro numerose vittime collaterali; descriva senza remore le distorsioni politiche che condizionano l’attività della CIA; e le contraddizioni inerenti nell’azione dei servizi segreti pachistani, divisi tra pro e anti – talebani, atteggiamenti impersonati rispettivamente dai personaggi di Tasneem Qureshi e Aasar Khan.

    La rete Haqqani corrisponde a una corrente talebana che esiste davvero in FATA, e tutto l’andamento della vicenda è realistico, salvo l’orgia finale di fuoco e spari cui sembra una serie americana di questo tipo non possa rinunciare.

    I talebani non presentati come “uomini neri”, ma come combattenti feroci e determinati, ma con un punto di vista, non il male per il male: una visione più realistica dell’abituale. Anche se il Pakistan ha proibito la diffusione della serie in questo paese, in realtà chi ne viene fuori peggio è il capo della CIA, ottuso e incompetente, e qualche altro americano. Islamabad è descritta come “un posto di merda”, ma da un incompetente, il che ne relativizza la portata.

    Fa impressione sentire nominato dai personaggi della serie il quartiere nel quale vivi (F 8/3, Faisal Mosque), anche se le immagini non vi corrispondono: la serie è stata girata in Sudafrica (del tutto impossibile farlo qui) e chiaramente, quella non è Islamabad. Troppa gente per strada, troppo “normale” rispetto all’aspetto amorfo e amministrativo di questa città.

    L’ambasciata USA non è in una strada normale come descritta, ma inaccessibile al pubblico nella zona diplomatica: descriverla così avrebbe reso impossibile la trama.

    Alcune curiosità da addetti ai lavori: un negoziato diplomatico tra il Pakistan e un altro paese non può per definizione avvenire all’interno dell’ambasciata di quest’ultimo, deve svolgersi sempre in un edificio del paese ospitante. Impossibile quindi la situazione descritta nella serie.

    Curiosità più spicciole: un ragazzo e una ragazza pachistana non possono prendersi per la mano in pubblico come descritto nella serie; gli autobus sono molto più scassati di quelli che vi appaiono; e un agente dell’ISI (servizi segreti militari pachistani) NON PUO’ avere l’aspetto e l’abbigliamento di Nimrat Kaur: gli agenti sexy almeno per ora non sono quelli pachistani.

    Homeland 4 two
    Homeland 4 three

    In conclusione, una serie molto realista, ben fatta e avvincente, con qualche semplificazione ambientale e qualche dettaglio fuori posto, ma piacevole e anche in parte istruttiva.

    Islamabad non è il “posto di merda” descritto, ma in realtà appare nella finzione meglio di quanto non sia davvero. C’è poco da offendersi.

    In quanto a me, le mie avventure giornaliere superano di gran lunga quelle dei protagonisti della serie!

    Islamabad, 14 febbraio 2015.

  • Attenti: se non proviamo a capire l’Islam facciamo il gioco dei terroristi

    Nella sua ultima battaglia, descritta in una scena memorabile del film di Ermanno Olmi «Il mestiere delle armi», Giovanni dalle Bande Nere va all’assalto dei suoi nemici alla maniera classica, medievale, quella della guerra “tra signori”, e viene sorpreso dalla scarica d’un cannoncino occulto dietro un muretto. La ferita inflittagli lo porterà alla morte, e quest’episodio simbolizza la fine di un mondo e l’inizio di un altro, in cui le guerre non si combatteranno più tra “uguali” seguendo un preciso codice d’onore, ma grazie all’invenzione dell’arma da fuoco, colpendo da lontano, senza esporsi in un duello corpo a corpo. La morte di Giovanni dalle Bande Nere è dovuta a un fenomeno asimmetrico: le due parti lottano usando metodi diversi, e usare un metodo nobile ma superato porta alla sconfitta.

    In vari momenti nella storia dell’umanità nuove armi e metodi di combattimento fecero la differenza, colmando un abisso incolmabile, indipendentemente dalle ragioni morali di chi lottava: gli esempi sono infiniti, ma pensiamo solo all’acciaio e alle armi da fuoco dei colonizzatori del continente americano, alle coperte infettate di vaiolo che sconfissero le più valorose tribù indiane negli Stati Uniti, all’invenzione della “guerrilla” da parte dei patrioti spagnoli per controbilanciare la superiorità in campo aperto delle truppe napoleoniche, alla guerra popolare combattuta dai vietnamiti contro gli americani, che lasciarono il paese asiatico sconfitti senza aver perso una sola battaglia. Molti americani mai videro un vietcong, e pure ne furono battuti. Un altro esempio di salto metodologico fu l’apparizione della forza aerea: nella prima guerra mondiale, i duelli cavallereschi tra piloti non cambiarono strategicamente il conflitto; nella seconda, la superiorità sui cieli e la capacità di scatenare l’inferno dall’alto risultarono decisivi. E il suggello alla seconda guerra mondiale viene dal cielo, con Enola Gay. La prima guerra aerea sarebbe piaciuta a Giovanni dalle Bande Nere, la seconda ai suoi nemici.

    Tutti questi esiti militari non furono il risultato della “giustizia” d’una causa, ma d’una asimmetria tecnica e metodologica: sconfigge l’avversario chi riesce a sorprenderlo, a combatterlo su un terreno a lui ostico, che non ha scelto. Acquisisce un vantaggio decisivo chi è capace di creare un’asimmetria, o di sfruttarne una esistente a suo favore.

    Il terrorismo jihadista ha creato una nuova asimmetria, che non è solo militare ma multidimensionale: la rielaborazione in chiave terroristica del concetto di “kamikaze”, nata negli anni novanta negli orfanotrofi pachistani, nei quali i radicali reclutarono ragazzi senza famiglia deboli di mente imbibendoli dell’idea d’eroismo suicida, si è poi diffusa nelle madrasse mediante l’eroicizzazione mistica di tali precursori, che erano semplicemente persone incapaci d’intendere, permettendo attacchi di nuovo tipo, difficilmente contrastabili e prevenibili appunto perché l’attaccante, sapendo di morire e volendo farlo, può spostare i confini dell’audacia molto al di là di dove i difensori possono fermarlo. Quest’asimmetria del terrorismo jihadista, che non avevano usato altri gruppi armati precedenti, sorprese il mondo l’11 Settembre, ma ha continuato a farlo da allora: il jihadista ha sempre il vantaggio della scelta dell’arma e del primo colpo, che spesso, per l’effetto – sorpresa, è anche l’ultimo.

    Costretti sempre sulla difensiva, gli stati sono succubi d’una situazione asimmetrica che li sfavorisce anche quando cercano di replicare: la superiorità convenzionale delle loro forze serve a ben poco contro un avversario schivo e invisibile, come ha dimostrato l’impossibilità di combattere il terrorismo usando mezzi militari classici quand’anche molto preponderanti, vedansi disastri dei bombardamenti a tappeto su zone occupate da gruppi insurrezionali, dall’Afghanistan alle zone tribali del Pakistan, dall’Algeria alla Siria / Iraq. Saddam Hussein fu schiantato perché forza convenzionale, il terrorismo lo devi sconfiggere con intelligence, prevenzione e una controffensiva culturale, che sconfigga la mistica di Al Qaeda e ISIS che, piaccia o no, esiste, è efficace e seduce.

    La reazione al massacro di Parigi, doverosa nella sua difesa della libertà d’espressione e nell’orrore per un delitto eseguito con crudeltà e cinismo (ben altro rispetto ai primi bomber imbottiti d’esplosivo, alcuni dei quali nemmeno avevano capito che sarebbero morti), corre il rischio di riprodurre asimmetrie che l’Occidente potrà pagare care in futuro. Nessuno dubita che i terroristi non avessero nessun diritto “morale” di perpetrare l’eccidio, nonostante loro se lo siano attribuito. Nessuno dubita che la libertà d’espressione sia valore da difendere e tutelare.  Ciò non toglie, che ci piaccia o no, la satira in materia religiosa, che noi accettiamo, oggettivamente non aiuti nei rapporti complessi tra Occidente e Islam. In questi giorni si fa bel dire a affermare “si svegli l’Islam moderato, se esiste” o “il mondo mussulmano deve capire che la satira fa parte del nostro mondo, e la devono accettare”. Tutto giusto, tutto vero: ma il rapporto Occidente / Islam è asimmetrico, e cosi le percezioni: non basta che una parte dica all’altra: cambiate voi. Bisogna che il fossato si riduca, e questo non lo può ottenere una sola parte. L’asimmetria la si riduce solo lavorando insieme al riavvicinamento.

    L’uragano di parole e oltraggio successivo a Parigi non è andato in quella direzione: quest’eccidio è servito soprattutto a riaffermare la lontananza tra le nostre identità, ma se ci pensiamo bene questo è quello che vogliono gli islamisti radicali, non quello che interessa a noi. Loro non stanno attaccando Occidente per farlo proprio, come si ripete da più parti senza costrutto: stanno difendendo il loro terreno, che non vogliono influenzato dal modo di vita occidentale, contro cui compiono azioni dimostrative per far venire i nostri nervi allo scoperto. La reazione rabbiosa ci porta nel loro campo, dove loro ci vogliono.

    Dall’11 settembre ad oggi, il fossato, già abbastanza amplio, tra Occidente e Islam si è ulteriormente allargato: il quid della questione è capire perché, da quel momento in poi, il radicalismo, che avrebbe dovuto essere sconfitto per le ingenti risorse messe a disposizione da Usa e Occidente per farlo, è invece divenuto sempre più forte. Dopo l’abbattimento delle torri gemelle, chi nel mondo islamico aspirava al cambiamento e alla modernizzazione guardò con fiducia all’intervento in Afghanistan, visto come un’occasione non solo di cacciare i retrivi Talebani dal potere, ma anche di costruire una nuova governance, efficace e trasparente, in un paese che non l’aveva mai avuta. In uno degli epicentri del modello conservatore islamico si portava la sfida della modernità, e la si sarebbe potuta vincere, creando potenzialmente un effetto domino nel resto del mondo islamico.

    Ma la decisione di appoggiare i signori della guerra in chiave anti – Bin Laden anziché concentrare gli sforzi sul rafforzamento di uno stato afghano che era ed è rimasto debolissimo, e ignorare il pericolo della riorganizzazione talebana preoccupandosi solo di Al – Qaeda (quest’ultima faceva paura in Occidente, i Talebani potevano colpire solo nella loro regione di riferimento) portò a trascurare molto presto lo scenario afghano, che per tredici anni continuò a assorbire ingenti risorse senza che si ottenessero risultati probanti ne’ in termini di migliorata governance, ne’ di eliminazione del pericolo integralista nella regione, di fatto aumentato. La recente ritirata occidentale lascia dietro di sé uno scenario molto precario.

    L’altro fattore che complicò la situazione in Afghanistan fu deviare da subito l’attenzione verso l’Iraq, scenario completamente diverso nel quale il terrorismo radicale non aveva base alcuna, e, una volta sconfitto Saddam, fallire un’altra volta completamente l’esercizio di “state – building”. L’Iraq di oggi è più debole e instabile di prima dell’intervento occidentale e proprio lì è sorto il nuovo fronte integralista, quello di ISIS, stella crescente nella competitiva galassia del radicalismo. L’emirato di Al Bagdhadi è in competizione diretta con quello del Mullah Omar, e in questo rapporto concorrenziale s’inserisce anche Al – Qaeda: il fatto che il mondo dell’islamismo radicale sia diviso dal punto di vista delle fedeltà e dell’organizzazione è una delle poche carte vincenti in mano occidentale, ma al tempo stesso complica il compito di sconfiggere gruppi diversi tra loro e altrettanto sfuggenti.

    La possibile saldatura/alleanza tra i due emirati, quello della Siria e del Levante controllato da Isis e quello afghano / pakistano controllato dai Talebani afghani è il maggior pericolo attuale, anche se per il momento un’alleanza tra le anime araba e afgo – pakistana è ancora improbabile. Anche se le ingenti risorse controllate da ISIS gli stanno permettendo di reclutare adepti nei campi profughi tra Pakistan e Afghanistan. Ma è improbabile lo è per problemi interni loro, non per lungimiranti azioni occidentali.

    Il maggior peccato statunitense dopo l’11 settembre, quello che ha fatto più danni, fu quello di reagire non razionalmente ma di d’istinto: anziché farsi forte del meglio della civiltà occidentale, lo stato di diritto e la democrazia, usandole come armi d’attrazione nei confronti del mondo islamico, rinunciare agli standard minimi che sono propri dell’Occidente per lottare i radicali con le loro armi: gli Usa sono parsi per un momento l’amico dei progressisti nel mondo mussulmano, per divenire presto quelli di Abu Graib e Guantánamo. Le tute arancioni dei condannati a morte di ISIS ce lo ricordano costantemente: giocando nel loro terreno facciamo il loro gioco, e alimentiamo il terrorismo.

    Il recente rapporto del Senato Usa ha messo in evidenza non solo che gli Usa hanno fatto uso della tortura, che è vietata dal diritto internazionale in ogni circostanza, ma anche che il suo uso non ha dato nessun risultato significativo nella lotta contro il terrorismo (Jack Bauer e il suo 24 sono solo fiction). Non solo quell’approccio testardo non ha dato risultati, ma ha trasmesso il messaggio che Occidente non è sempre moralmente superiore ai radicali portatori di morte: questa è la lettura dominante che si dà nel mondo islamico, questa è un’asimmetria che se non corretta continuerà a ampliare la breccia: in Occidente si tende a considerare l’Islam tutto come un monolito univoco (e negativo), mentre Occidente è una vittima pacifica. Nel mondo islamico, si nota che le truppe occidentali hanno invaso paesi islamici, non hanno migliorato la situazione delle popolazioni locali né fatto emergere governanti migliori, che il 95% delle vittime del terrorismo integralista sono mussulmani e che per un massacro a Parigi se ne producono diversi ogni giorno nei paesi islamici, che l’opinione occidentale considera “fatti loro”.

    L’illusione della guerra telecomandata, che si può combattere senza rischiare truppe sul terreno (anch’essa una nuova svolta strategica che introduce una nuova asimmetria), porta a operazioni notturne dirette da basi Usa che se ottimizzano il rischio per la parte americana, lo moltiplicano per dieci per le popolazioni locali: quei bombardamenti giornalieri silenziosi uccidono molti più civili che terroristi, anche se non fanno notizia da noi, e per un terrorista eliminato muoiono parecchi civili non legati al terrorismo. Molti di loro lo diventeranno DOPO il bombardamento. L’uso dei droni è il principale punto d’attrito che ha fatto deragliare i rapporti tra Usa e Afghanistan / Pakistan in questi anni, ed è risultato uno straordinario veicolo di RAFFORZAMENTO del terrorismo.

    Aggiungiamo a questo che negli ultimi quindici anni un numero crescente di giovani mussulmani non ha altro accesso all’istruzione che mediante l’insegnamento coranico delle madrasse, finanziate generosamente da Arabia Saudita e in parte Qatar che, teorici alleati dell’Occidente, blandiscono i radicali finanziandoli generosamente, spostando il pericolo terrorista dai loro territori ad altri, compreso l’Occidente. Le madrasse non rispondono agli stati, solo insegnano una lettura tradizionale del Corano e esportano la versione più conservatrice dell’Islam, quella wahabita, in zone dove essa non esisteva fino a quindici – vent’anni fa: in Asia del Sud, nel sudest Asiatico, in Asia Centrale, in Africa. E in Europa, dov’è sorto il nuovo fenomeno di una minoranza di giovani mussulmani che, nati in Europa e cittadini europei, decidono di rifiutare la civiltà europea per difendere la visione conservatrice dell’Islam. Sono minoranza, anche se adesso l’opinione pubblica fa di tutta l’erba un fascio.

    Io vivo e lavoro in Pakistan, uno dei principali epicentri e diffusori dell’integralismo religioso, sempre più potente culturalmente. Il Parlamento ha appena approvato una condanna delle vignette anti–islamiche, ripubblicate in grande stile dopo Parigi, e ha chiesto ai paesi europei di lottare contro l’islamofobia così come lo fa con l’antisemitismo. Una grande sfida per noi, che sicuramente non sarà appoggiata da buona parte delle nostre opinioni pubbliche, ma che non è priva di significato.

    La settimana scorsa ho impartito un corso di formazione a giovani diplomatici pakistani: molto educati e ben preparati, non hanno studiato nelle madrasse e non sono radicali. Pur essendo il corso sull’Unione Europea, abbiamo avuto modo di discutere a lungo la dimensione islamica dell’Europa, i complessi rapporti culturali tra Occidente e Islam, i diritti umani e le concezioni spesso divergenti tra noi in questo campo. Dopo il massacro di Peshawar, il Pakistan sta dando una svolta che potrebbe essere decisiva nel lottare davvero contro il terrorismo nel suo territorio, cosa non fatta davvero negli ultimi quindici anni (e i Talebani furono creazione pakistana). Questo implica anche mettere fine allo strapotere dei leader religiosi e alla moltiplicazione delle scuole coraniche, oggi non sotto il controllo dello stato. Da lì viene chi abbraccia la jihad, non da altri settori della società.

    A questi giovani pakistani, intelligenti e colti, risulta difficilissimo capire il valore della satira dissacrante verso simboli religiosi altrui: esiste nel nostro ragionare su certi temi un’asimmetria insuperabile che non è il risultato della bontà implicita dell’una o dell’altra religione, ma del fatto che le nostre società sono a livelli diversi di sviluppo, e che la libertà d’espressione non è ancora un valore assoluto da difendere in questa parte del mondo. Ci può sembrare una brutta cosa, ma dobbiamo tenerne conto e non immaginare che loro diventeranno come noi perché glielo diciamo con il dito alzato. Non sono certo dei pakistani colti e moderni a attaccare gli occidentali con i mitra, ma è lavorando con loro che potremo costruire rapporti più equilibrati e rispettosi tra i nostri mondi, per certi versi così distanti.

    Ignorare la cultura dell’altro, considerarla “inferiore” pur senza conoscerla, assimilare tutto l’Islam in un solo concetto come è di moda fare dopo Parigi significa fare il gioco di chi considera noi Occidente tutti uguali: significa portare il dibattito nel campo che a loro conviene di più, quello delle identità contrapposte e in lotta costante.

    Secondo la visione ottimista post – 11 settembre, che si vide in parte confermata dai sussulti della primavera araba, la visione occidentale del mondo avrebbe dovuto convincere e sedurre il mondo islamico. Invece, si è fatto in modo che gli integralisti divenissero sempre più forti. E’ evidente che si è sbagliato molto, confondendo obiettivi di corto periodo (sconfiggere l’operatività delle reti terroristiche) con quelli di lungo (creare un rapporto positivo tra Islam e Occidente). Nel perseguire il primo, si è paradossalmente allontanato il secondo.

    Poi, periodicamente, ci sorprendiamo d’essere attaccati, e trasformiamo una minoranza violenta nel simbolo di un’intera civiltà. Invocando di nuovo misure di corto periodo. Sarebbe pero sbagliato ignorare che all’interno del variegato mondo islamico esista un vero problema di fondo, quello della modernità, del progresso e dell’apertura: gli integralisti vogliono conservare il loro mondo così com’è, e ci stanno riuscendo, di fatto intere zone del mondo islamico stanno regredendo, chiudendo finestre di libertà che si erano aperte. Non vogliono invadere Occidente, ma impedire che il modo di vita occidentale invada loro. Anche se a noi non sembra, e ci sentiamo solo vittime, la storia dell’ultimo secolo di presenza occidentale nel mondo islamico è andata invece in quella direzione, ricordiamocelo. Non è una scusa per i terroristi, ma è un fatto.

    Un ultimo appunto sull’Islam moderato, che è tanto di moda criticare: sarebbe ingiusto non sottolineare che in certe zone del mondo islamico, essere moderati alla maniera occidentale è un rischio molto forte. Chi critica certi comportamenti e condanne rischia la morte, e comunque chi fa la voce grossa (i radicali), farà sempre più rumore di chi agisce con moderazione. Dobbiamo quindi aiutare quella maggioranza di mussulmani moderati che vogliono vivere in pace con l’Occidente. In questo senso, le vignette che tanto brillanti sembrano a noi, nella dialettica Occidente – Islam non avvicinano, ma allontanano.

    L’asimmetria di sensibilità e sviluppo sociale attualmente esistente tra Occidente e Islam non può essere colmata solo da misure coercitive e dall’imposizione dei criteri di una cultura sull’altra, ma dal riavvicinamento tra due universi culturali sempre più distanti. E il riavvicinamento suppone uno sforzo di entrambe le parti nel comprendere le ragioni dell’altro, per assurde che ci sembrino. Credo che dopo Parigi lo si sia fatto molto poco.