Autore: Stefano Gatto

  • Diario pachistano – numero tre

    Siamo a un mese dall’arrivo. Tra feste e le lentezza esasperante della burocrazia locale, siamo ancora abbastanza in alto mare nell’installazione: solo questa settimana abbiamo ricevuto dal ministero degli esteri le carte diplomatiche, che sono i nostri documenti in loco, che ci permettono di sbrigare la maggior parte delle formalità. Di trasloco a casa non se ne parla ancora, forse tra un paio di settimane, inshallah: tutto va a rilento, una dimensione di cui spesso ci dimentichiamo in Europa, dove esigiamo risposte rapide (in Italia mica tanto…).

    Lunedì e martedì è di nuovo festa: il nono e decimo giorno di Muharram, primo mese dell’anno islamico, particolarmente importante per gli sciiti, che martedì ricorderanno nell’Ashura la morte dell’Imam Hussein, nipote di Maometto e per loro suo legittimo erede.

    E’ in quest’ occasione che si celebrano, attorno alle moschee d’osservanza sciita, le famose processioni dei flagellanti: solo a Islamabad saranno circa duecento. Io non le ho mai viste dal vivo perché nell’unico paese islamico dove ho vissuto in precedenza, il Marocco, non c’è presenza sciita.

    Il problema è che, a causa dei notevoli problemi esistente tra sunniti e sciiti in tutto il mondo islamico, queste processioni vengono prese dai sunniti radicali come provocazioni, e sono spesso oggetto di attacchi terroristici, spesso con bombe, o provocano diverbi spesso violenti: in occidente queste stragi si perdono un po’ nel calderone dei tanti attentati di questa regione, ma le cerimonie sciite sono spesso il detonante di quelli più gravi.

    Per questo non potrò andare per strada a vederle in prima persona, tutte le ambasciate lo proibiscono, e gli stessi pakistani limitano al massimo gli spostamenti: l’anno scorso morirono 10 persone nella vicina Rawalpindi.

    Un peccato che una manifestazione religiosa molto particolare e sentita (i flagellanti si frustano a sangue davvero, senza risparmio) diventi ragione per uno scontro che d’altra parte sopravvive da secoli. E che la geopolitica attuale non fa che acutizzare.

    Sempre in materia religiosa, la settimana scorsa abbiamo partecipato a una cerimonia religiosa buddista per la pace nella regione svoltasi a Taxila, antica città sulla via della seta, oggi in rovina ma con importanti reperti archeologici: architettura buddista con forte impronta ellenistica, dato che la città fu una delle tappe di Alessandro e l’arrivo dei canoni greci è molto visibile nelle stupa (templi) buddisti. L’impressione di fusione religiosa ricorda, molto in piccolo, quella dei templi di Angkor Wat in Cambogia che, nati induisti con la dinastia khmer, poi divennero luoghi di culti buddisti. Taxila era città importante del regno di Gandhara, che fu prima induista, poi buddista, buddista – ellenistico e perse importanza con le invasioni islamiche. Per curiosità, in Pakistan esiste una valle nella quale vive una comunità d’origine greca: discendenti dei macedoni di Alessandro, praticano una religione pagana e producono, unici nel paese, vino e liquori.

    Taxila è, come la maggior parte dei siti archeologici in questa parte del mondo, diversa dai nostri: molto più dispersa, scomoda da visitare, in rotta errante tra villaggi e greggi: una sensazione forse simile a quella dei viaggiatori inglesi che scoprirono le rovine che in Italia erano state dimenticate per secoli e divenute rifugio di pastori e bestiame.

    La cerimonia religiosa aveva un forte valore simbolico perché la cerimonia per la pace era buddista, ma per definizione aperta a persone di tutte le confessioni e si svolge in un’epoca nella quale il radicalismo religioso sta aumentando esponenzialmente in questa parte del mondo, provocando sempre più intolleranza nei confronti degli altri credi, peraltro anch’essi presenti qui da secoli. Significativo pensare che nel monastero buddista (Jaulian Monastery) nel quale ci trovavamo si trattava probabilmente della prima cerimonia religiosa in millequattrocento anni, da quando i monaci se ne andarono con l’arrivo dell’Islam.

    I giovani presenti erano quasi tutti vestiti di verde: abbiamo chiesto loro se avesse un significato rituale: no, era il verde della bandiera del Pakistan: mai dimenticare l’importanza del sentimento nazionalista al di fuori dell’Europa: lo stato – nazione è stato eroso dalle nostre parti, nel resto del mondo la bandiera continua a contare.

    Per un europeo, abituati come siamo alla secolarizzazione e al peso relativo della diversità religiosa (si è religiosi o no, difficilmente convivono da noi diverse religioni, salvo ora l’impennata dell’islam), è importante notare l’importanza anche dell’appartenenza confessionale e delle sue implicazioni politiche, cha caratterizza tutta l’immensa regione che va dal Marocco al Mar della Cina. L’appartenenza religiosa ti definisce molto più decisamente di quella sociale, sbagliato considerarlo “un dettaglio”.

    Una parte molto importante del mio lavoro è rappresentare l’UE in riunioni pubbliche, eventi, seminari sui vari temi. Con il tempo, mi sono sentito sempre più a mio agio a parlare in pubblico, cosa che per molti altri è un via crucis. Chi l’avrebbe mai detto che un ragazzo timido e silenzioso si sarebbe trasformato in questo modo? Cose della vita. Tant’è, fare il mio lavoro senza quella capacità sarebbe come per un ballerino fare a meno delle gambe. In fondo, la nostra prima funzione è rappresentare l’UE, farne conoscere le posizioni e ricavare la massima quantità d’informazioni su quella dei nostri partner per orientare le nostre azioni. Fondamentali quindi le relazioni pubbliche e la capacità di conoscere e farsi conoscere.

    In questo quadro, uno degli aspetti più difficili al cambiare di paese è adattarsi al senso umoristico prevalente. Ci vuole un po’ a capire le chiavi dell’umore, dei comportamenti che generano empatia. Io mi sento a mio agio se posso intercalare i miei interventi con certa dose d’umorismo complice, e a disagio se devo rimanere troppo formale. La trasferibilità del senso dell’umore è limitata, e questo è uno degli aspetti che alcuni nostri leader politici, nel loro autoreferenzialismo, non hanno mai capito: in ambito europeo, multilingue e con l’intermediazione del traduttore, le battute non fanno lo stesso effetto che a casa tua, dove la complicità è più diretta. Se ne fai troppe, dai di te (e del tuo paese) un’immagine frivola; e poi difficilmente vengono capite.

    Nel giorno per giorno degli uffici dell’UE, dove si lavora in inglese e (sempre meno) in francese, volenti o nolenti prevale il senso umoristico di stampo britannico: più difficile incasellare altri tipi d’umorismo. Nei vertici ministeriali invece le battute non funzionano per niente, meglio evitarle (i nostri leader ne hanno fatto il pieno per anni, curioso che non abbiano mai capito che era controproducente).

    Importante quindi respirare il clima del paese, capire come ridono, cosa li muove, che grado di spontaneità e personalismo adottare.

    In Brasile, mia prima destinazione extra – europea, in poco tempo mi fu facile acquisire le chiavi dell’umore: molto diretto, informato sui temi – chiave dell’attualità, compresa quella calcistica (se non fai riferimenti al calcio non conquisterai mai un uditorio brasiliano), con un certo grado di compiacenza con alcuni aspetti ludici del ser brasileiro. Fondamentale poi, per generare simpatia, intercalare espressioni idiomatiche locali che non starò qui a elencare. Perché la gente t’ascolti con simpatia e maggiore interesse, devi farti capire parlando correttamente la LORO lingua, usando espressioni a loro familiari. Ovviamente, devi poi cambiare il linguaggio a seconda dell’ambiente in cui ti trovi: non è lo stesso parlare al Congresso che in una quartiere dove stai inaugurando un centro sanitario o un’installazione elettrica (cose fatte non in Brasile ma in El Salvador): ovunque devi trovare le parole giuste. Uno dei grandi errori dei cattivi oratori è parlare allo stesso modo a tutti, perché non dimostri empatia, né l’esserti preparato pensando a loro. In quel modo semplicemente li perdi, e fallisci nel tuo compito.

    Quando dal Brasile passai all’India, vidi subito che lo stesso tipo di umore, compiacente e simpatico, non funzionava: inutile cercare la complicità di un pubblico per cui ero comunque un diverso. Milioni di brasiliani hanno origine italiana, e io potrei essere perfettamente brasiliano, per loro. Per un indiano o pakistano, no way, sarai sempre diverso da loro. L’ho visto anche nel caso di coloro che hanno imparato bene la lingua locale, cosa che a me non riuscì con l’hindi, e che ritenterò adesso con l’urdu (d’altronde sono due versioni della stessa lingua, ho una seconda opportunità): non sempre quello sforzo viene apprezzato, perché si vuole che tu rimanga un outsider comunque.

    Col tempo imparai a muovermi nello spazio indiano: imparando a convivere coi loro ritmi (le ghirlande di fiori, gli eterni tè) e assecondare la loro vanità. Ho imparato a usare metafore ispirate al cricket, e anche a giocarvi (il cricket è, in India e in Pakistan, l’equivalente del nostro calcio: se non ne sai niente, ti perdi metà delle metafore). Ho capito che usare esempi storici, anche di storia indiana, non è utile perché loro non vi sono abituati: i riferimenti che un pubblico indiano capisce solo quelli alla mitologia induista, non alla storia dell’India (ovviamente non a quelli dell’Europa: mi stupì un sondaggio appena arrivato in India secondo il quale per gli adolescenti indiani il personaggio storico più significativo del XX secolo era Adolf Hitler: uno avrebbe detto Gandhi, no?).

    In El Salvador importantissimo immedesimarsi nella forte religiosità cattolica del paese: ogni evento pubblico inizia con preghiera e benedizione. Di nuovo in ambito latinoamericano, si crea con molta più facilità empatia e vicinanza, ma va ricordato che le società centroamericane sono molto diverse dalle nostre, e l’umore si adatta anche lui. Di nuovo di scena il calcio, ma non quello locale come in Brasile, ma quello spagnolo: Barcellona e Real Madrid hanno più tifosi in Centroamerica che in Spagna, e non ebbi difficoltà a simpatizzare con la parrocchia più numerosa: la stessa cui appartengo io, di colore blaugrana. Il grande rendimento della squadra in quegli anni aiutò la mia retorica, da vincitori si è generosi.

    Qui in Pakistan non ho ancora dato discorsi in pubblico: sto cercando di capire le chiavi dell’eloquenza locale. La difficoltà è che parlano un’inglese pieno di espressioni urdu, a volte fanno le frasi mezze mezze, non semplicissimo seguirli, come del resto l’accento, a volte un po’ criptico. Ho già capito che la materia religiosa e le abitudini sociali sono materia tabù. Vedremo come si sviluppa la cosa: se a fine mandato sarò in grado di raccontare barzellette mescolando inglese e urdu sarò di sicuro divenuto popolare: anche se l’asticella è un po’ alta per il momento.

    Islamabad, 2 novembre 2014.

  • Diario pachistano: numero due

    Una quindicina di giorni è passata dal nostro arrivo, e le cose avanzano molto lentamente. Il fatto che esso coincidesse con l’importante festa mussulmana di Eid-al Adha (la festa del sacrificio, nella quale tutte le famiglie devono macellare in casa un agnello a ricordo della prova cui fu sottoposto Abramo) ha contribuito a rallentare ulteriormente il nostro inizio: la città è stata del tutto inattiva per sei giorni, impossibile fare alcunchè.

    Questo ha accentuato quel «slowly slowly» gia di per sè tipico di questa parte del mondo, che già avevamo conosciuto in India. Importante assimilare ritmi e regole di qui, inutile pretendere d’imporre un velleitario ritmo accelerato, che genererà solo frustrazione.

    Isabel doveva completare le sue vaccinazioni: per questo ci siamo dovuti recare all’unico ospedale pubblico di Islamabad abilitato a rilasciare i certificati internazionali di vaccinazione (le «carte gialle» dell’OMS). Particolarmente importante quella per la poliomelite, perchè questo è uno dei pochi paesi al mondo nel quale quella malattia non è eradicata. Oltre a quella vaccinazione, qui ancora somministrata oralmente, dovevamo farne alcune altre, per cui abbiamo comprare noi stessi i vaccini e portarli all’ospedale, che non ne ha in dotazione: un primo avviso di cos’è un ospedale da queste parti.

    L’ospedale era in effetti molto «basic», sovraffollato, congestionato, con igiene improbabile: se questo è un ospedale pubblico nella capitale, possiamo immaginare cosa sia di quelli nelle province dove a malapena si nota la presenza statale e sottoposte al regime tribale. Cio’ non toglie che ci abbiano trattati con la gentilezza abituale da queste parti, quella riservata a due extraterrestri, uno in giacca e cravatta, l’altra senza velo in testa, atterrati evdentemente da un altro pianeta. Non male, a volte agli extraterrestri va peggio.

    Il problema è stato di natura molto pratica: come riuscire a somministrare i vaccini a Isabel da parte delle infermiere senza che lei mostrasse alcun millimetro di pelle? Alla fine, in qualche modo sono riuscite a farlo, anche se un po’ maldestramente a causa del loro nervosismo per la situazione cosi’ anomala: non ci è rimasto chiaro come facciano a fare iniezioni in questo paese senza sconvolgere il pudore, forse attraverso il tessuto.

    Il ritorno della poliomelite in Pakistan assume contorni interessanti da conoscere: il Pakistan ha il dubbio onore di essere, con Afghanistan e Nigeria, uno degli unici tre paesi a non aver eradicato la polio, malattia incurabile ma prevenibile mediante vaccinazione infantile.

    Di fatto, nel 2008 i casi erano caduti a zero, premessa per un raggiungimento dello status di «polio – free». Ma questo coincise con il rafforzamento dei talibani nelle zone tribali: i talibani non credono alla medicina moderna, che considerano un’ingerenza indebita nella volontà divina, e nelle zone rurali hanno incominciato a fare propaganda CONTRO la vaccinazione antipolio ai bambini, sostenendo che si trattasse d’un operazione islamica promossa dall’occidente per rendere sterili i bambini mussulmani e infettarli di HIV…In un contesto d’analfabetismo, e con l’attività delle scuole boicottata da quelle stesse persone, il castello ha incominciato a sgretolarsi. Sempre piu’ genitori hanno rifiutato di vaccinare i loro bambini, e la polio è ritornata nelle zone tribali del Pakistan.

    Il fatto che l’arresto di Bin Laden a Abbottabad fosse stato propiziato da un falso ispettore antipolio, che riusci’ a penetrare nella sua dimora e confermare la sua presenza sul posto, ha ulteriormente contribuito a rendere gli agenti dell’antipolio dei nemici pubblici: il fatto è che sono divenuti obiettivo di attacchi terroristici, e molti di loro sono stati già assassinati.

    Risultato: la polio è ritornata, colpendo bambini non vaccinati, già piu’ di duecento quest’anno, e ha ripreso a diffondersi. Ormai, chi ha viaggiato in Pakistan deve dimostrare d’essere vaccinato, cosa che nel nostro caso era stata fatta da bambini, cosa di per sè ormai indimostrabile. Da qui la necessità di rivaccinarci.

    Chi direbbe che qualcuno possa opporsi a un obiettivo di cosi’ evidente salute pubblica? Ebbene, lo stesso Afghanistan ha avuto pochissimi casi quest’anno, tutti nelle zone pashtun, cosi’ come quelli piu’ numerosi pachistani. Con l’eccezione della Nigeria, la poliomelite rimane quindi un problema che riguarda esclusivamente le zone dell’etnia pashtun, all’interno della quale si è svilippato il movimento talibano, a cavallo tra Afghanistan e Pakistan.

    All’etnia pashtun appartiene anche Malala, insignita del premio nobel per la pace la settimana scorsa: un premio accolto con soddisfazione dalle autorità e dalla parte «impegnata» della società, ma criticato da da altre parti: commenti che dimostrano l’esistenza di elementi di forte maschilismo nella società. I talibani hanno pubblicato un comunicato facendo sapere che non ritenevano Malala una rappresentante dell’Islam.

    Questa settimana c’è stato un altro sviluppo negativo: la Corte Suprema ha confermato la condanna a morte di Asia Bibi, una donna cristiana di 50 anni accusata di blasfemia, pena perseguibile con la pena capitale in Pakistan. Proprio questa settimana si è celebrata la giornata per l’abolizione della pena di morte: in questo paese l’ultima esecuzione è avvenuta nel 2008, ma ci sono migliaia di persone condannate, senza che il Pakistan abbia aderito alla moratoria delle esecuzioni capitali promossa dall’UE e accettata dalla maggior parte dei paesi del mondo, molti dei quali non ancora abolizionisti.

    In Pakistan la pena capitale esiste per 27 crimini, tra i quali «blasfemia (contro l’Islam, apostasia e ….relazioni extramatrimoniali). Il caso di Asia è ancora appellabile, e probabilmente non sfocerà in un’esecuzione, ma è indicativo di una situazione complessa di discriminazioni nei confronti delle minoranze religiose, tra cui quella cristiana. L’elemento probatorio dell’avvenuta blasfemia sono dichiarazioni coincidenti di piu’ testimoni, ma conoscendo la realtà dei villaggi e i conflitti tra caste e gruppi religiosi, tutto diviene molto aleatorio. L’UE ha espresso il suo disappunto per la conferma di questa condanna ed auspica che il Pakistan modifichi al piu’ presto la sua legislazione per allinearla con gli standard internazionali prevalenti in materia di diritti umani (secondo i quali i tre delitti sopracitati non possono portare a condanne di quel tipo, quand’anche fossero ammissibli come delitti).

    Viste le forti pressioni esistenti nella società per mantenerli nel codice, si puo’ immaginare la controversia del tema.

    Islamabad, 18 ottobre 2014.

  • Diario pachistano – numero uno

    Grazie a tutti per gli auguri e gli incoraggiamenti. Siamo arrivati a Islamabad e le sensazioni sono cosi’ cosi’: la citta è evanescente, ma soprattutto altri i fattori che lasciano interdetti. La sensazione di passare da una fortezza super protetta (l’hotel) a un’altra (l’ufficio), senza la possibilità di muoversi da soli o semplicemente camminare su una strada; la stranezza di vivere sotto scorta e in una macchina blindata, esperienza quasi nuova per me e del tutto per Isabel, non particolarmente gradevoli. Movimenti lentissimi tra continui posti di blocco e controlli. Mah…sembra difficile abituarsi, credo che l’immensa libertà di cui godiamo in Europa di poterci spostare liberamente e senza pericoli ovunque vogliamo sia una degli aspetti piu’ preziosi della nostra forma di vita, che diamo per scontato, ma non ovunque nel mondo e’ cosi’.

    Islamabad, 3 ottobre 2014.

    Nella prima settimana in Pakistan, sento di nuovo quella sensazione di vortice che ti prende appena arrivato in un nuovo paese, con tutto da organizzare, a partire dalle cose piu’ essenziali: un telefono, mobilita’ in attesa del tuo container, case da vedere cercando di capire qualcosa dei quartieri da scegliere, dove reperire cose che servono da subito. Se ci si trasferisce in Europa o in Occidente, tutto e’ relativamente facile: gli schemi sono simili pur con qualche differenza. Quando invece ti trasferisci in paesi con culture molto diverse, in molte situazioni rimani davvero interdetto. In questo caso, la nostra esperienza indiana ci serve per interpretare le situazioni pakistane, con l’aggravante dell’emergenza sicurezza, molto meno presente nel paese vicino.

    Un punto comune a tutti i nostri trasferimenti extra – europei (Brasile, India, El Salvador, Pakistan) e’ la lotta contro un nemico onnipresente: l’aria condizionata, usata indiscriminatamente nei paesi americani e asiatici in luoghi come hotel e ritrovi pubblici. La prima cosa da fare, nei periodi iniziali passati in albergo, e’ spegnere l’aria condizionata, normalmente glaciale, che poi ti ritrovi regolarmente di nuovo a 18 gradi quando rientri in stanza. In giro per il mondo ho scoperto sulla mia pelle che ovunque, fuori Europa, l’aria condizionata e’ usata come segno di distinzione economica e sociale. Un latino americano e un asiatico «bene» deve muoversi in ambienti ghiacciati, per potersi distinguere dalla realta’ delle masse che stanno fuori da hotel, shopping e ristoranti di lusso, e che loro sono esposte al caldo e al sudore. Leggermente diversa, a mio avviso, la concezione statunitense dell’aria condizionata (e nel loro caso anche del ghiaccio, onnipresente in corridoi d’hotel e bicchieri, anche quando del tutto inutile). Li’ l’aria condizionata non distingue tra ricchi e poveri, ma riflette quel senso di superiorità/indifferenza dell’uomo nei confronti dell’elemento naturale tipico della civilta’ americana. Da nessuna parte ti congeli come negli Usa d’estate. In Asia e America ci si avvicina, almeno chi ha accesso ai luoghi esclusivi a temperatura polare.

    Per cui, alle difficolta’ iniziali si aggiunge quasi sempre una quasi – malattia, in questo momento sia io che Isabel siamo li’ li’ nella stanza la temperatura e’ sotto controllo, ma dal corridoio all’uscita si gela. Inevitabile che un europeo si raffreddi prima o poi. I locali no, per loro l’effetto – igloo e’ un’ onore. Con tanti saluti al riscaldamento globale.

    Islamabad, 7 ottobre 2014

  • Diario pachistano – numero zero

    Domani sarà un compleanno molto speciale: compirò 52 anni e 22 di matrimonio su un aereo che porterà me e Isabel a Islamabad, via Doha: la destinazione più difficile della nostra vita peraltro molto itinerante (è l’ottavo trasloco e il sesto paese da quando ci siamo sposati quel 1 ottobre 1992, alla Villa Napoleonica di Milano). Ieri abbiamo sigillato un grandissimo container dove stanno tutte le nostre cose, oggi consegnato la macchina: le ritroveremo tra due o tre mesi. Partiamo con il giusto grado d’apprensione per il futuro che ci aspetta, in una zona del mondo oggettivamente in ebollizione. Non sappiamo quello che verrà, anche se di solito la realtà del terreno è migliore di quella descritta da mezzi di comunicazione isterici, superficiali e creatori di odio. Tant’è: vedremo cosa ci riserva la vita. Non abbiamo il glamour del matrimonio politicamente perfetto di George Clooney e Amal Alamuddin, né la loro perfezione plastica. Ci prendiamo il nostro taxi e poi il nostro aereo. Sempre assieme per 22 anni, e molti ancora. Con noi lo spirito di Star Trek, e la voglia di capirci qualcosa.

    Waterloo, 30 settembre 2014.

  • Le elezioni politiche venezuelane

    Le elezioni politiche venezuelane

    Le elezioni parlamentari del 26 settembre 2010 rappresentano un passo avanti per la democrazia venezuelana.

    Il PSUV di Hugo Chávez si è imposto in numero di seggi, mantenendo la maggioranza assoluta anche grazie alla riforma elettorale dell’anno scorso che diede maggior rappresentanza agli stati controllati dal partito di governo, ma l’opposizione entra in parlamento dopo cinque d’assenza, e questo può gettare le basi per un futuro politico più equilibrato in Venezuela.

    La legge elettorale ha prodotto risultati sorprendenti, se pensiamo che 100.000 voti di differenza (5.423.324 per il Partido Socialista Unido de Venezuela – PSUV di Chávez, pari al 48.13% dei voti) hanno corrisposto a 98 seggi su 165, mentre i 5.320.364 de la Mesa para la Unidad Nacional (MUN), pari al 47.22%, hanno portato all’elezione di solo 65 deputati.

    Senza dubbio, si tratta di un sistema distorto, dato che se una perfetta proporzionalità tra voti ed eletti non è sempre possibile, una tale distorsione in un sistema teoricamente proporzionale va di là del ragionevole. Per lo PSUV, il 48.13% dei voti corrisponde al 59.39% dei seggi, per l’opposizione il 47.22% corrisponde al 39.39%. Venti punti di scarto. Ad ogni modo, per l’opposizione a Chávez si tratta di un successo, perché ritrova la via del parlamento, cui aveva follemente rinunciato boicottando le elezioni parlamentari del dicembre 2005.

    In questo modo l’opposizione, che denunciava la poca trasparenza del processo elettorale in mano al CNE (Consejo Nacional Electoral), aveva lasciato via libera a Chávez, che in questi cinque anni ha potuto legislare a piacere.

    Dell’errore l’opposizione si pentì già nel 2006, quando presentò un candidato unico alle elezioni presidenziali, Manuel Rosales, allora governatore dello stato di Zulia, che ottenne il 32% dei voti contro il 68% ottenuto da Chávez alla sua seconda rielezione.

    Tra le tante leggi che l’assemblea d’obbedienza chavista ha promulgato in questi anni per promuovere il socialismo del XXI secolo, vi furono anche le leggi che spogliarono d’ogni autorità i governatori e sindaci eletti nel 2008, per passarle ad autorità di nomina governativa, e la distorta legge elettorale di cui sopra.

    Inoltre, l’assemblea monocolore approvò una riforma costituzionale “bolivariana” che ha modificato notevolmente l’organizzazione dello stato venezuelano, introducendo anche la rielezionesenza limiti del Presidente della Repubblica (respinta in referendum popolare nel 2007, tale riforma è stata poi approvata in un altro referendum nel 2009).

    I risultati elettorali di quest’ultima tornata, pur squilibrati, non permettono alla maggioranza d’ottenere i 2/3 dei seggi necessari per compiere le principali nomine istituzionali in solitario, né quella di 102 deputati che avrebbe permesso di governare per decreto.

    In questo senso, gli sviluppi di questa nuova situazione potrebbero essere positivi, poiché la maggioranza sembrerebbe obbligata a negoziare con l’opposizione sui temi d’interesse nazionale.

    Non è sicurissimo che questo sarà il cammino scelto da Chávez, che ha una concezione molto tribunizia e autoritaria della politica, in cui non c’è posto per l’opposizione.

    Entrambe le parti politiche venezuelane hanno la loro parte di colpa nella degenerazione del clima politico nel paese.

    L’opposizione ha negato per anni, e senza fondamento, la legittimità delle successive vittorie elettorali di Chávez dal 1999 ad oggi. Il favore con cui molti accolsero il tentativo di colpo di stato contro Chávez del 2002 dimostrò come molti sostenitori dell’opposizione non potessero concepire che le vittorie di Chávez fossero reali, anche se ottenute con maggioranze chiarissime, e fossero favorevoli a qualsiasi mezzo per fermarlo.

    La scelta di convocare un referendum revocatorio (2004) e l’ostinazione con cui i proponenti negarono la validità della vittoria del no a favore di Chávez venne a dimostrare una volta di più che l’opposizione al chavismo non poteva concepire l’idea che Chávez avesse una maggioranza di consensi nel paese, cosa che invece era vera.

    Le missioni d’osservazione elettorale internazionali dimostrarono che il sistema elettronico di votazione usato in Venezuela, lungi dall’essere un veicolo per frodi, funziona adeguatamente. Le critiche formulate al sistema venezuelano riguardavano invece l’ovvio sbilanciamento delle autorità di governo nell’appoggiare in tutti i modi le campagne elettorali del chavismo, mediante un uso partigiano della spesa pubblica a fini elettoralistici ed l’occupazione totale dei mezzi di comunicazione statali.

    Dal canto suo, Chávez ha in buona parte sprecato il capitale politico accumulato in successive vittorie elettorali, negando ogni possibiledissidenza, governando in modo autoritario, forzando le situazioni senza aprire mai a possibili compromessi. Le continue statalizzazioni d’imprese private e mezzi di comunicazione e le riforme istituzionali cui abbiamo accennato sono eloquenti.

    Hugo Chaves

    Il risultato elettorale può essere considerato come positivo anche da Chávez che, pur deluso dal non poter governare per decreto come aveva sperato, riesce a ritagliarsi una maggioranza di seggi in una situazione della quale il pessimo stato dell’economia nazionale,ancora totalmente dipendente dal petrolio e il deterioramento della sicurezza hanno minato in gran parte le comode maggioranze di consensi di cui Chávez ha goduto per dieci anni.

    I principali cantieri politici di Chávez in questo decennio sono stati la costruzione di un nuovo modello di socialismo e la sua esportazione nel resto d’America latina mediante l’ALBA, un processo a trazione venezuelana e petrolifera.

    L’attuale congiuntura economica e i problemi del Venezuela nell’usare in maniera efficiente i redditi petroliferi, una tradizione venezuelana che Chávez non ha minimamente intaccato, fanno emergere dei seri dubbi sulla sostenibilità a termine di tale modello.

    D’altro canto, ci si può chiedere se sia legittimo portare avanti progetti di riforma presentati dal suo stesso proponente come epocali con l’appoggio di solo metà della popolazione.

  • Nuovi venti d’integrazione in America Latina

    Nuovi venti d’integrazione in America Latina

    Il recente vertice tra Unione Europea ed America Latina di Madrid (17-19 maggio), forse passato un po’ inosservato a causa dei contemporanei problemi finanziari dell’Ue e la situazione specialmente delicata della Spagna, presidente di turno, è invece stato particolarmente importante per una serie di decisioni prese che danno una svolta alla politica europea nei confronti di una regione latinoamericana che si trova in un momento complesso, ma anche molto dinamico.
    E ormai lontana l’epoca nella quale l’America Latina veniva considerata una semplice periferia statunitense, alle prese con dittature, debiti endemici, povertà, bassa crescita economica, costante confusione istituzionale.
    Passato il decennio perduto degli anni ottanta, le riforme intraprese dalla maggioranza dei paesi latinoamericani negli anni novanta hanno avuto generalmente successo, anche se i miglioramenti sociali avvenuti sono rimasti inferiori a quelli macroeconomici: alla fine del XX secolo, il debito sociale aveva sostituito quello finanziario che la regione aveva patito nei vent’anni precedenti.

    Un decennio più tardi, molte cose sono cambiate in America Latina: il Brasile è definitivamente emerso come quella potenza regionale e globale che ha sempre voluto essere, dimostrando al mondo che la crescita economica può andare unita alla redistribuzione della ricchezza anche nel contesto latinoamericano; gli Stati Uniti non sono più il fratello maggiore in grado di dettare le regole del gioco; l’ALBA è divenuto un modello di riferimento alternativo, pur pieno di contraddizioni. La Cina si fa sentire nella regione, specie come acquirente di materie prime ma anche come investitore. Persino la Russia e l’Iran, tramite la loro alleanza con il Venezuela bolivariano, fanno capolino. Al tempo stesso, il Brasile consolida la sue presenza extra-regionale, in primis in Africa ma facendo sentire il suo peso in tutti gli scenari: G-20, OMC, accordo nucleare con Iran e Turchia. Il Cile raggiunge il Messico nell’OECD.

    E non dimentichiamo poi che, nonostante tutto, l’Europa è ancora un investitore importante, se non il primo, nel complesso dell’America Latina: capitali spagnoli e portoghesi, ma anche tedeschi, francesi e italiani (secondari gli interessi britannici). E l’Ue è il primo partner commerciale di buona parte dell’America Latina.
    Insomma, gli scenari regionali sono molto cambiati rispetto ad un decennio fa, ed anche le prospettive che i cittadini latinoamericani possono nutrire rispetto al proprio futuro.
    Gli scenari dell’integrazione regionale latinoamericana sono anch’essi cambiati nel corso degli ultimi anni: l’America Latina non è estranea a tentativi d’integrazione regionale sulla falsariga europea. Anzi, il Mercado Común Centramericano e la Comunidad Andina nacquero immediatamente dopo il Trattato di Roma. In entrambi i casi però, i progressi nell’integrazione sono stati molto limitati, e se l’obiettivo è sempre stato quello di seguire l’esempio europeo, in realtà tanto il blocco centroamericano che quello andino non sono mai riusciti a creare al loro interno quella dinamica virtuosa che, tramite l’eliminazione progressiva delle barriere commerciali e la successiva creazione di una politica commerciale comune, hanno fatto talmente progredire l’integrazione europea sino all’adozione di una moneta comune.

    Nel caso andino (Bolivia, Colombia, Ecuador, Perù, il Venezuela si ritirò nel 2006) si crearono istituzioni modellate su quelle europee, ma non si è mai raggiunto lo stadio di unione doganale, per la quale è necessaria l’esistenza di un dazio esterno comune, e quindi d’una politica commerciale unificata (obiettivo raggiunto dall’allora CEE nel 1968).
    Nel caso centroamericano, potremmo dire che non è stato raggiunto nemmeno lo status di area di libero commercio, visto che sono ancora numerosi gli ostacoli alla libera circolazione dei prodotti tra i cinque paesi membri (Costa Rica, El Salvador, Guatemala, Honduras e Nicaragua).
    Nel caso dei paesi del Cono Sud, il Mercosur (Argentina, Brasile, Paraguay, Uruguay), nato nel 1999 con il Trattato di Asunción, pur adottando un approccio poco istituzionale e del tutto intergovernativo, avanzò parecchio nel corso dell’ultimo decennio del XX secolo.
    Il Mercosur adottò un dazio esterno comune, pur imperfetto, già nel 1994, e le cifre dimostrano che i volumi commerciali intra-regionali crebbero impetuosamente almeno sino alla crisi argentina del 2001 – 2002, rappresentando un importante pilastro per lo sviluppo economico dei suoi paesi membri e soprattutto del Brasile di Cardoso (1994 – 2002) е dell’Argentina di Menem (1989-1999).

    La tremenda crisi argentina del 2001, causata dall’impossibilità per l’Argentina di mantenere il cambio 1:1 con il dollaro, che era il perno della politica dell’allora ministro dell’economia Cavallo, venne a rallentare lo sviluppo del blocco, tanto dal punto di visto istituzionale come commerciale. Troppo lo squilibrio tra un Brasile sempre più solido ed un’Argentina in preda al caos ed in grave ritardo nel proprio processo di modernizzazione economica, processo certo non ulteriormente avanzato nemmeno durante le successive presidenze Kirchner e Fernández, che hanno visto al contrario un risorgere del nazionalismo economico.
    Il promettente Mercosur degli anni 90 è quindi divenuto il Mercosur stagnante dei primi anni 2000, bloccato nel suo sviluppo interno: mentre l’Argentina si dibatteva con le proprie (infinite) crisi, il Brasile si faceva i muscoli sfruttando il suo enorme potenziale economico negli anni di Lula, divenendo un attore di prima grandezza dello scenario internazionale senza avere più bisogno del Mercosur come veicolo d’espansione.
    Esistono alcune ragioni generali per spiegare il relativo fallimento dell’integrazione economica in America Latina: da una parte, la complementarità relativamente bassa all’interno degli spazi economici centroamericano ed andino, anche se questo fattore non è d’applicazione nel caso del Mercosur.
    L’esistenza poi, sino ai primi anni novanta, di scenari economici non virtuosi (debito, iperinflazione) che rendevano impossibile un’integrazione tra economie in crisi. Anche il poco sostegno dato dagli Stati Uniti ai processi d’integrazione regionale sino agli anni novanta non contribuì a rafforzarli: Washington ha sempre guardato con sospetto a processi che possano rafforzare la coesione tra i propri partner, come dimostra anche la riluttanza degli USA a concludere accordi con regioni anzichè con paesi.
    Fu invece l’apparizione dell’Unione Europea in America Latina negli anni novanta (politica lanciata dall’allora commissario europeo Manuel Marín) che dette uno stimolo all’integrazione regionale latinoamericana, mediante la proposta formulata ai tre blocchi di concludere accordi commerciali biregionali con ognuno dei tre blocchi quando i progressi nei rispettivi processi d’integrazione lo permettessero (essenzialmente, quando si fossero dotati anch’essi d’un dazio esterno comune).
    Lo scadente stato delle infrastrutture regionali è stato causa ed effetto della scarsa integrazione: l’esempio europeo dimostra che i fondi strutturali fecero moltissimo per rafforzare l’integrazione.
    Un’altra difficoltà per l’integrazione regionale deriva dalla riluttanza dei governi latinoamericani nei confronti d’ogni possibile cessione di sovranità allo stile europeo: l’integrazione è vissuta come un processo di pura politica estera, non avendo mai raggiunto in nessun caso una massa critica paragonabile alla dimensione comunitaria che conosciamo in Europа.
    Inoltre, gli organismi regionali latinoamericani sono sempre rimasti esclusivamente economici, senza mai assumere, o pretendere di farlo, un ruolo politico, come quando l’Ue venne a completare la CEE. La dimensione politica americana è sempre stata rappresentata dall’OEA, un organismo diplomatico classico, strettamente intergovernativo e dalle competenze abbastanza limitate. L’OEA fu cassa di risonanza statunitense sino agli anni 90, sino a divenire più variegato a partire dalla fine del secolo per ragioni che analizzeremo più avanti.

    Il primo decennio del nuovo millennio ha cambiato sostanzialmente le carte in tavola: i paesi che sono riusciti a portare avanti ambiziose riforme economiche ed a sostenerle nel tempo si sono rafforzati, entrando nel club degli emergenti (in primis il Brasile, ma anche il Messico, grazie al rapporto con gli USA, il Perù e senz’altro il Cile, che ha perseguito un modello di sviluppo improntato al liberalismo economico ed alla conclusione d’accordi commerciali con tutti i principali attori economici internazionali). Altri, come l’Argentina, hanno caracollato. Il gruppo della ALBA (Alternativa Bolivariana de las Américas) hanno intrapreso un altro cammino, finanziato soprattutto dal petrolio venezuelano: quello di un neo – statalizzazione dell’economia, fondata su un’ideologia sud – sud con toni anti-capitalistici.
    Sono parte dell’ALBA, il cui nome è in voluta contrapposizione all’ALCA (Asociación de Libre Comercio de las Américas, un tentativo infruttuoso d’integrazione economica panamericana pilotato dagli Usa arenatosi da anni) i seguenti paesi: Venezuela, Cuba, Bolivia, Ecuador, Nicaragua, Dominica. Antigua y Barbuda, San Vicente y las Granadinas.

    L’ALBA volutamente rifugge gli schemi classici dell’integrazione “liberale”, per proporre un altro modello, quello dell’integrazione tra popoli sulla base di progetti comuni, quali lo scambio di medici, insegnanti, modelli educativi, prodotti (petrolio) non su basi di mercato ma sovvenzionati a prezzi stabiliti dai governi. Il motore politico dell’ALBA è l’ideologia bolivariana di Chávez (el Libertador, integratore d’America ante litteram), saldata con il castrismo ed impregnata d’antiamericanismo. Il motore economico (od il combustibile) il petrolio venezuelano distribuito generosamente negli anni in cui l’oro nero ebbe corsi molto alti.
    La sfida dell’ALBA, cui senza appartenere guarda con simpatia anche l’Argentina di Cristina Fernández, è quella di proporsi come un modello alternativo d’organizzazione politica, economica e sociale, improntata su leader forti dal discorso molto populista, eletti in elezioni formalmente corrette ma svoltesi in una clima di sempre maggiore asfissia delle oppоsizioni, ed un notevole statalismo economico.
    All’interno dell’America Latina, lo sviluppo di un blocco che pretende di rompere con i modelli che guidarono le riforme economiche degli anni novanta ha portato ad una certa frattura dello scenario politico, nel quale si delineano tre gruppi; oltre all’ALBA, i paesi chiaramente liberali, che rifuggono le tentazioni neo populiste (Colombia, Perù, Costa Rica, Panama) e quelli con governi d’ispirazione socialdemocratica latinoamericana, i cui modelli sono il Brasile di Lula ed il Cile della Bachelet, recentemente sostituita da un Piñera sì liberale ma che non sembra aver intenzione di sovvertire il modello economico consensuale prevalente in quel paese andino. L’Argentina parrebbe ispirarsi a quei modelli, ma con molte contraddizioni e tentennamenti. Uruguay, El Salvador e Guatemala hanno anch’essi governi d’ispirazione socialdemocratica.

    Che riflessi hanno avuto questi movimenti profondi sulla geografia dell’integrazione politica ed economica? L’OEA è non più espressione degli interessi diretti degli USA, i quali hanno sostanzialmente dimenticato la regione negli anni Clinton e Bush. Però, a causa delle divisioni interne delineate sopra, essa è divenuto un organismo abbastanza inefficace a far fronte alle crisi regionali di natura politica (Honduras) o alle emergenze tipo Haiti.
    Il segretario generale Insulza è stato recentemente rieletto più per mancanza d’alternative che per vera convinzione, e molti paesi, pur votando per lui, hanno espresso il bisogno di dare un’importante sterzata all’organizzazione, per renderla più efficace.
    Nel 2008 nacque l’UNASUR (Unión de las Naciones Suramericanas), con l’obiettivo d’integrare tutte le nazioni dell’America del Sud in un solo processo d’integrazione emisferica sia politico che economico, che unisca agli acquis economici del Mercosur e della Comunità Andina una nuova piattaforma politica. Il blocco è stato sinora caratterizzato, a causa della colorazione di sinistra della maggioranza dei governi della regione, da una certa orientazione a sinistra, pur con le ovvie differenze, già analizzate, tra paesi ALBA e paesi moderati. L’UNASUR nacque da un’idea sostanzialmente brasiliana: Brasilia ambiva divenire un leader continentale sulla base d’una piattaforma più ampia del barcollante Mercosur.

    UNASUR ha appena eletto come segretario generale l’ex-presidente argentino Kirchner.
    Esiste poi dal 1986 il Gruppo di Rio, cui appartengono tutti i paesi latinoamericani: nato come foro regionale eminentemente politico avente come obiettivo il consolidamento della democrazia in un decennio nel quale i paesi latinoamericani passarono dalle dittature alla democrazia, è alla ricerca di una nuova agenda, una volta conclusa sostanzialmente con successo quella transizione.
    Da qui la recente creazione della Comunità degli Stati Latinoaemricani e dei Caraibi, nata nella cosidetta Cumbre de la Unidad di Cancún (febbraio 2010); formalmente una riunione del Gruppo di Rio, ampliata però agli
    stati caraibici. La nuova Comunità, le cui specificità verranno definite nel prossimo biennio, viene a costituire un’organizzazione panamericana priva di USA e Canada, ed è vista da alcuni (ALBA) come un’alternativa all’OEA, da altri come un suo complemento.
    Scenari complessi ed in movimento, che vale la pena seguire perché riflettono le differenze esistenti nel dibattito regionale su temi d’importanza globale come la crisi economica, la delinquenza ed il narcotraffico, la corsa al riarmo (particolarmente acuta in America Latina nell’ultimo periodo ed oggetto di dibattito nell’ultima assemblea dell’OEA), la lotta alla povertà ed all’esclusione. Tutti temi su cui i paesi latinoamericani hanno interesse a confrontarsi ed elaborare ipotesi di soluzione comune.

    Per quanto riguarda il ruolo dell’Unione Europea, nonostante i notevoli interessi economici in gioco, la strategia di concludere accordi biregionali con i tre blocchi principali si è trascinata per anni, in parallelo anche con la Ronda dello Sviluppo di Doha (DDA) senza poter portare a risultati probanti, anche a causa della sostanziale asimmetria dei negoziati, mantenuti tra un blocco di 27 paesi davvero integrati sotto la leadership di un organo comune, la Commissione, e gruppi di paesi tra loro divisi e rappresentanti di mercati non veramente integrati.
    Il negoziato Ue – Mercosur si arenò già nel 2002, venendo poi data priorità al negoziato multilaterale OMC (DDA). Quello con la Comunità Andina si arenò più recentemente a causa del disaccordo di fondo con la natura dell’accordo prima del Venezuela, poi di Bolivia ed Ecuador.
    Il recente vertice di Madrid ha portato, come dicevamo all’inizio, a risultati molto significativi. Infatti:
    – Vengono rilanciati i negoziati per un accordo d’associazione (AA) tra Unione Europea ed il Mercosur.
    – A fronte dell’impossibilità di negoziare un accordo biregionale con la Comunità Andina, si sono concluse i negoziati per la conclusione di accordi commerciali bilaterali con Perù e Colombia.
    -Si concludono i negoziati per un accordo d’associazione (AA) tra Unione Europea, America Centrale e Panama.

    Quest ultimo accordo raggiunto a Madrid segna la conclusione del primo accordo d’associazione (politico, commerciale e di cooperazione) concluso tra due blocchi regionali. Anche se sostanzialmente ignorato, a causa del peso economico relativo della regione centroamericana, dai media europei (non da quelli centroamericani), l’accordo merita, per la novità che rappresenta, l’attenzione di riviste più specializzate.
    Al di là del potenziale commerciale, l’AA Ue – AMCP è di natura diversa dal CAFTA, concluso dai paesi della regione nel 2005, che era una sommatoria di accordi bilaterali tra tali paesi e gli USA, senza dimensione regionale. Il suo principale atout è il rafforzamento della sempre vacillante
    dimensione regionale centroamericana, con effetti benefici non tanto sul commercio e gli investimenti bilaterali (che pure esisteranno), quanto sulla crescita economica in questa regione ancora povera ed estremamente esposta alla violenza ed al narcotraffico. Se questi
    temi sembrano lontani dagli interessi italiani, pensiamo alle ripercussioni dell’agenda globale ed alla crescente presenza in Europa delle gangs centroamericane, che preoccupano anche il governo italiano, che ha recentemente ospitato a Roma un convegno su questo tema.

    Simon Bolivar

    L’Italia è poi osservatore del SICA (Sistema de Integración Centroamericana) ed il Presidente Berlusconi ha recentemente partecipato a Panama all’ultimo vertice di questo organismo, ricambiando la visita del Presidente panamense Martinelli. Le imprese italiane non dovrebbero rimanere indifferenti a queste nuove opportunità che si aprono in America Centrale.

    Il nuovo accordo prevede periodi asimmetrici per l’eliminazione dei dazi doganali, e costituisce un accordo completo, in linea coi dettami dell’OMC. L’America Centrale s’impegna a completare il proprio processo d’integrazione, sino all’adozione d’un dazio comune, nei prossimi anni, anche se l’accordo entrerà in vigore già prima, al termine del processo di ratifica.
    In conclusione, l’America latina è cambiata molto in questi anni, ed anche se i risultati delle riforme economiche sono variabili, il rafforzamento della democrazia è indubbio, anche se crisi come quella dell’Honduras e la sfida dell’ALBA sono venute ad aprire nuovi fronti.
    La geografia dell’integrazione sta cambiando, obbedendo ai nuovi venti politici che spirano nella regione (anche l’amministrazione Obama mostra un certo interesse, ed un nuovo tocco). L’Unione Europea ha rettificato alcune sue politiche precedenti, adattandolo alla nuova realtà. Questo il principale risultato del vertice di Madrid, che non va affatto sottovalutato.

  • Il Brasile dopo Lula

    Il Brasile dopo Lula

    Il primo turno delle elezioni presidenziali brasiliane non ha ancor svelato il nome del vincitore finale, ma le probabilità che la candidata appoggiata da Lula, la sua ex-ministra Dilma Rousseff PT, (Partido dos Trabalhadores) s’imponga al secondo turno su José Serra, candidato dell’oppositore PSDB (Partido da Socialdemocracia Brasileira) sono notevoli.

    La ragione per cui Dilma, che ha ottenuto 47.651.434 voti (46.91%) al primo turno, praticamente gli stessi che aveva avuto Lula nel 2006, non è riuscita ad imporsi al primo turno come i sondaggi indicavano sino a poche settimane fa, è stata l’emergenza impetuosa della candidata ecologista Marina Silva, senatrice dello stato amazzonico di Acre ed ex-ministra dell’Ambiente di Lula dal 2003 al 2008. Marina, che ruppe, con Lula contestandone la poca attenzione ai temi dello sviluppo sostenibile, specie in Amazzonia, ha ottenuto 19.636.359 voti, corrispondenti ad un 19,33% ben superiore a quanto previsto dai sondaggi e del 6.5% ottenuto dalla candidatura di Heloisa Helena nel 2006, paragonabile alla sua (cioè alla sinistra di Lula).

    Marina è stata probabilmente avvantaggiata dai recenti scandali sorti nell’entourage immediato di Dilma e dall’appoggio delle chiese evangeliche, potentissime elettoralmente nel religioso Brasile (a Dilma hanno nuociuto le sue posizioni in favore della libera scelta in materia d’aborto). José Serra, l’ex-ministro della Sanità di F.H. Cardoso e candidato sconfitto da Lula al secondo turno nel 2002, ottiene 33.132.283 voti, pari al 32,61%. Sette punti in meno di Alckmin, candidato del PSDB nel 2006, e più o meno gli stessi voti che ottenne al secondo turno nel 2002 (ma allora votarono 25 milioni di persone in meno). Questo risultato non si traduce però nella temuta débâcle del partito tucano, che ottiene successi importanti nelle elezioni statali, imponendosi nei due stati – chiave di São Paulo e Minas Gerais, nei quali i candidati eletti superano nettamente i consensi ottenuti in loco da Serra.

    Due considerazioni elettorali: il Brasile ha dimostrato ancora una volta di disporre di una delle macchine elettorali più efficienti al mondo, capace di far votare elettronicamente 111 milioni di persone (la terza popolazione elettorale al mondo, dopo India e Stati Uniti e leggermente superiore ai 104 milioni di votanti dell’ultima elezione indonesiana) in maniera ordinata, senza contestazioni e con pubblicazione di risultati definitivi e non contestati nel giro di poche ore. Elezioni che tra l’altro non erano solo presidenziali, ma anche statali (governatori di 27 stati), parlamentari e comunali (i municipi in Brasile sono 5565).

    Ebbene, la macchina elettorale brasiliana ha funzionato ancora una volta benissimo, suscitando molte invidie anche in paesi del Nord del mondo. C’è solo da complimentarsi e studiare l’esperienza brasiliana in materia (pensiamo alla diffidenza con cui si guarda al voto elettronico in Europa).

    D‘altro canto, gli elettori brasiliani hanno confermato una partecipazione superiore all’80%, elevata in termini internazionali, che dimostra la loro fiducia nel sistema, a fronte di tassi di partecipazione quasi sempre calanti nelle democrazie cosiddette mature.

    In entrambi i casi, si tratta di buone notizie.

    La chiave del secondo turno saranno ovviamente i votanti di Marina Silva, che però dovrebbero propendere soprattutto verso Dilma Rousseff: sembra davvero difficile che Serra possa recuperare lo svantaggio accumulato, se teniamo conto anche del profilo ideologico dei candidati.

    Le prime dichiarazioni post-elettorali sembrano preannunciare una Dilma più centrata su messaggi propri, che la distinguano da Lula pur nella continuità delle sue politiche.

    Dilma, che nonostante il suo passato guerrigliero che l’ha anche portata in carcere durante la dittatura militare, non è in politica da molto, fu nominata da Lula come ministro “tecnico” all’Energia nel suo primo mandato, per poi passare all’assai più politica “Casa Civil“ (una specie di capo gabinetto, incaricato del coordinamento del governo).

    Da quel posto Dilma è stata catapultata con insistenza da Lula alla candidatura presidenziale per la coalizione che ha appoggiato il presidente uscente, composta da 11 partiti. Oltre al PT, l’altro partito chiave nella coalizione è il PMDB (Partido do Movimento Democrático Brasileiro), erede del partito che si impose con Tancredo Neves nelle prime elezioni post – dittatoriali e che, pur non presentando da molti anni un candidato proprio alle presidenziali continua ad essere il primo partito nazionale per numero di eletti. Il PMDB è stato rappresentato nel ticket presidenziale da Michel Temer, una vecchia volpe della vita parlamentare brasiliana (Dilma, 62enne, non aveva mai concorso ad alcuna elezione).

    La campagna elettorale di Dilma ha puntato sinora esclusivamente su un’identificazione totale con Lula, che si è impegnato al 100% al lato della sua prescelta (prendendosi anche cinque multe dalle autorità elettorali per partecipazione non imparziale nella campagna elettorale) ed è arrivato a dire che votare Dilma era come votare per lui, che non poteva ripresentarsi (ed avrebbe stravinto se lo avesse potuto fare…).

    Dilma ha probabilmente interesse a differenziarsi un poco dal presidente uscente in vista del secondo turno, pur confermando il messaggio di continuità con l’operato del presidente più popolare della storia del paese, che lascia la carica con indici d’approvazione dell’80%.

    Un indicatore significativo dello straordinario successo politico di Lula è il fatto che nessuno dei tre principali candidati, che hanno raccolto insieme il 99% dei voti, abbia osato criticare il presidente uscente: tutte e tre le candidature si presentano come di centro- sinistra, progressiste ma rispettose dei fondamenti del mercato: esattamente la ricetta che Lula ha saputo cucinare magistralmente nei suoi otto anni, divenendo un riferimento mondiale e regionale.

    Proprio la sintonia assoluta con Lula è stato il principale vettore della candidatura di Dilma, una manager più che una politica, fedelissima al suo mentore agli occhi degli elettori.

    E proprio la poca chiarezza di Serra nel differenziarsi dalla socialdemocrazia di Lula (non dimentichiamo che Serra è esponente autorevole proprio del partito socialdemocratico, che con F.H.Cardoso nel 1994 – 2002 avviò quelle riforme strutturali poi portate avanti da Lula nel suo periodo) lo ha penalizzato. Il poco magnetismo personale del pur competente Serra, che ebbe successo sia come ministro della Sanità con Cardoso che successivamente come Governatore dello Stato di San Paolo, (il più importante del Brasile, con un peso economico di molto superiore ad ogni altro paese d’America del Sud) ha poi contribuito a limitare il suo consenso elettorale, che come abbiamo visto non ha spiccato il volo rispetto a precedenti appuntamenti elettorali.

    Che Brasile si ritroverà a governare il successore di Lula? Su questa rivista abbiamo seguito con attenzione la politica brasiliana dal 1994. L’articolo che commentò l’elezione di Cardoso nel 1994 s’intitolò “Il Brasile di Cardoso tra speranze ed incertezze”. I successivi sempre allusero alle fragilità del sistema brasiliano, da sempre caratterizzato da un grande potenziale mai pienamente realizzato. Come si soleva dire scherzosamente in Brasile: il nostro è il paese del futuro, e… sempre lo rimarrà.

    Gli ultimi sedici anni sono stati caratterizzati da una chiarissima linea direttrice, che, poggiando sulle riforme economiche portate avanti da Cardoso, che permisero al paese di sconfiggere l’iper-inflazione degli anni ottanta e la cronica instabilità finanziaria, e poi a Lula di approfondire l’azione sociale senza volgere le spalle al rigore economico.

    Il Lula-spauracchio divenne col tempo un candidato accettabile da parte delle élites economiche e poi il migliore gestore possibile del paese emergente: attento non solo all’azione sociale, ma anche ai fondamentali necessari per la crescita economica, necessaria per promuovere quelle riforme sociali di cui un paese per secoli rimasto un campione assoluto di diseguaglianza aveva tremendamente bisogno.

    La sensazione degli anni di Cardoso fu che si fece molto per modernizzare l’economia e la gestione della cosa pubblica, ma non abbastanza per i due terzi meno abbienti del paese.

    Negli anni di Lula, il cocktail sapiente tra economia e sociale, tra nazionalismo economico e mercato, tra progressismo e rigore ha permesso al paese di approfittare a fondo delle ottime condizioni esistenti nell’economia mondiale prima della crisi: il Brasile, paese industriale competitivo ma anche importantissimo esportatore di prodotti agricoli e materie prime, ha alimentato una crescita economica impetuosa che anche nel 2010 si assesterà intorno all’8%. In questi anni, il Brasile ha poi anche avuto la fortuna di localizzare importantissime riserve di petrolio off-shore, gestite oculatamente dall’impresa statale Petrobras.

    I due fattori trainanti dell’economia brasiliana sono stati da un lato l’espansione del mercato interno, mediante oculate politiche di trasferimento di reddito che hanno permesso a ben venti milioni di persone d’abbandonare la povertà per entrare nella classe media: una delle migliori performance mondiali, comparabile solo a quanto ottenuto da Cina ed India, gli altri due BRIC cui il Brasile si può paragonare.

    Tali politiche sono state accompagnate da una pianificazione economica leggera, un grande sforzo infrastrutturale ed un miglior equilibrio nella gestione delle differenze tra i diversi stati che compongono quest’immenso paese.

    Il secondo fattore-chiave, che può costituire anche il tallone d’Achille del Brasile se non valutato nella sua importanza, è il notevole peso che hanno avuto le esportazioni di prodotti primari ed energetici, specie verso i paesi emergenti. Il Brasile è molto lontano dall’essere dipendente dalle esportazioni di materie prime, come del resto anche la crescita nel 2010 dimostra, ma sarebbe pericoloso dimenticare quanto nella crescita economica brasiliana abbiano pesato gli elevati corsi delle materie prime prima della crisi del 2008 e l’insaziabile sete di risorse da parte dei paesi emergenti. Questo sì, il Brasile di Lula non è incorso nell’errore di tanti altri paesi dotati di risorse, che finiscono per diventare un ostacolo per la crescita economica, ma ha saputo usarle al meglio per modernizzare il paese.

    Negli anni di Lula si è definitivamente avverata quella che era da anni l’aspirazione del Brasile, quello di divenire una potenza con status mondiale: la stabilizzazione finanziaria (non dimentichiamo che Lula dovette firmare, prima d’essere eletto nel 2002, una dichiarazione d’intenti con l’FMI per assicurarne l’ortodossia economica: ebbene, durante il suo mandato non solo si sono estinti i debiti con il Fondo monetario, ma addirittura il Brasile ha partecipato al piano di salvataggio della Grecia, diventandone paese creditore, un qualcosa d‘impensabile sino a pochi anni fa), accompagnata da significativi tassi di crescita ha gettato le basi per fare del Brasile un paese di riferimento non tanto dell’America latina quanto del mondo emergente.

    Lula ha impostato la sua azione esterna, portata avanti dall’impeccabile Itamaraty, il ministero degli esteri brasiliano guidato da Celso Amorim, confermatosi in questi anni come una delle più prestigiose diplomazie mondiali, su due principi essenziali: l’emergenza del Brasile come potenza di prima grandezza e la diplomazia Sud-Sud, in chiave culturale ed economica, specie con i paesi dell’Africa e di lingua portoghese.

    In chiave d’affermazione dell’importanza del Brasile come attore globale, ha avuto molta importanza il ruolo brasiliano nella missione ONU ad Haiti e nella successiva crisi legata al terremoto, nella quale il paese sudamericano ha avuto un ruolo importante al lato degli Usa (e dell’Ue, che pecca però sempre di sufficiente visibilità per la propria azione).

    Ancora più significativo il ruolo centrale assunto dal Brasile in tutti i grandi dibattiti internazionali: dal cambio climatico allo sviluppo delle energie alternative (il Brasile è leader in produzione d’alcool da biomassa), dal Doha round alle nuove architetture internazionali.

    Nessuno dubita che il Brasile otterrà un seggio permanente al Consiglio di Sicurezza ONU quando avverrà una riforma, né che sia un membro fondamentale di quel G-20 che ha reso ridondante l’una volta importantissimo G7.

    Il recente ruolo del Brasile nell’accordo nucleare tra Iran e Turchia ha poi dimostrato il successo di Brasilia nel giocare un ruolo mondiale eterodosso alternativo agli schemi tradizionali del potere internazionale e in zone nelle quali il paese non aveva presenza sino a poco tempo fa.

    Il prestigio internazionale del Brasile negli anni di Lula è quindi aumentato moltissimo: quando io vissi in Brasile, dal 1998 al 2002, era ancora del tutto impensabile che una candidatura internazionale del Brasile potesse avere chances di successo: la doppietta 2014-2016 (mondiali di calcio – olimpiadi) è la dimostrazione di quanto le cose siano cambiate in poco tempo.

    È forse in America latina dove, paradossalmente, il Brasile ha avuto meno successo in questi anni. Se la socialdemocrazia alla Lula è divenuta il riferimento ideologico di moda di molti governi (prendendo il passo sulla boccheggiante socialdemocrazia europea), il Brasile non ha sempre usato al meglio le proprie armi nella sua regione.

    Il Mercosur, processo d’integrazione di gran successo negli anni 90, si è inceppato in questo decennio, a causa dei problemi argentini ma anche degli eterni dissidi tra Buenos Aires e Brasilia: il Brasile, che aveva usato il Mercosur come un fattore d’apertura e stimolo delle riforme economiche, ha dato l’impressione di non dare più particolare importanza all’integrazione con i suoi vicini nel momento in cui la domanda mondiale dopava la sua crescita. D’altro canto, i rapporti con un vicino come la Bolivia non sono stati gestiti al meglio, e questo ha penalizzato gli interessi d’entrambi i paesi.

    Il maggior peso brasiliano non si è automaticamente tradotto in una maggior leadership regionale, e l’integrazione latinoamericana non ha fatto sostanziali passi avanti in questo periodo, anche se la nascita d’UNASUR ha creato un nuovo foro politico d‘integrazione.

    La reazione brasiliana alla crisi in Honduras, molto importante in America Latina anche se poco seguita in Europa, è stata forse un po’ troppo rigida, ed è curioso come ancora oggi Brasilia non abbia riconosciuto un governo d’unione nazionale formatosi dopo elezioni che è azzardato non riconoscere come legittime. L’equilibrismo nei rapporti con i paesi dell’ALBA, in particolare con il Venezuela di Chávez che ne è il leader, sono molto condizionati dai reciproci interessi economici e strategici, a volte a scapito d’una maggiore chiarezza.

    E l’atteggiamento di Lula nei confronti del regime cubano e della sua interpretazione restrittiva dei diritti umani ha causato molta sorpresa. Un’altra politica nella quale sussistono delle ombre è quella portata avanti dai governi di Lula in Amazzonia: il Brasile è sempre stato molto sensibile a evitare che facesse presa l’idea, cara ad alcuni ambienti, dell’internazionalizzazione dell’Amazzonia, considerato un anatema in Brasile. Al tempo stesso, è chiaro che la presenza della più grande foresta tropicale del mondo nel suo territorio condiziona molto le posizioni di Brasilia in materia di cambio climatico e ambiente. Se il primo governo Lula ebbe successo nel
    ridurre la deforestazione, questo trend si è rallentato negli ultimi anni (uscita di Marina Silva dal governo) e l’attuale revisione del codice forestale sembra impostata ad una maggiore attenzione nei confronti degli interessi economici degli allevatori, propensi a permettere quote maggiori di deforestazione, piuttosto che a quelli dei fautori dello sviluppo sostenibile, che di per sé fa parte dell’agenda del Brasile ma per cui non è sempre facile trovare soluzioni ottimali.

    Luiz Inácio Lula da Silva


    I successi di Lula nel ridurre i livelli di povertà non devono però far dimenticare che le disuguaglianze sociali, l’accesso alle opportunità economiche (i cittadini brasiliani si confrontano ai più alti tassi d’interesse bancari al mondo), la criminalità e il miglioramento continuo degli standard educativi, sanitari e scientifico/tecnologici rimangono questioni aperte: i miglioramenti di questi anni devono essere seguiti da ulteriori rafforzamenti delle politiche in tutti questi ambiti, senza i quali il Brasile, che è paese potentemente emergente ma non ancora sviluppato nel senso classico del termine potrebbe soffrire in futuro per mantenere le posizioni raggiunte.

    Importante quindi che al successo di questi anni non faccia seguito l’auto compiacimento, che fa parte del carattere brasiliano.

    Non c’è dubbio che anche una seria riforma dei partiti politici, che ovviasse alla sempiterna confusione della vita legislativa nazionale e statale, potrebbe beneficiare il paese (anche Lula ne soffrì, pur senza vedere intaccata la sua credibilità personale): se ne parla da anni, ma con scarsi risultati. Comunque, i risultati ottenuti da Lula l’hanno reso senza dubbio un personaggio-chiave nella storia del XXI secolo e, senza tema di smentite, pensiamo che, nonostante i rischi evidenziati in alcuni settori, il Brasile non tornerà indietro, essendo ormai evidenti a tutti i benefici di un modello equilibrato tra crescita economica e distribuzione.

    D’altronde, non è un caso che i dati dell’ultimo Latino-Barómetro 2009 evidenzino il Brasile come il paese nel quale la fiducia dei propri cittadini è maggiore: alla domanda “il paese va nella direzione giusta?” risponde positivamente il 75% dei brasiliani, a fronte di una media continentale del 45% ed del dato argentino, il peggiore, del 19%.

    Dopo molti tentennamenti, il Brasile ha finalmente imboccato una strada maestra che lo sta portando in alto, ed a livello internazionale non v’è un solo dibattito nel quale la posizione di Brasilia non conti. Il Brasile che lascia di Lula non è più quello delle eterne promesse, ma delle realtà concrete.

  • El Salvador e Honduras: due modi diversi d’interpretare la democrazia

    El Salvador e Honduras: due modi diversi d’interpretare la democrazia

    Le vicende dell’ultimo anno in El Salvador ed Honduras evidenziano due momenti diversi del processo di democratizzazione in America Centrale: un anno fa, si temeva che le elezioni presidenziali, previste per il marzo 2009 in El Salvador, potessero dar luogo ad una situazione confusa nel caso la destra, al potere da vent’anni ma in realtà da sempre, ne uscisse
    sconfitta.

    D’altro canto, la situazione pareva assai più tranquilla in Honduras, dove le scelte eterodosse del presidente Zelaya, che per decisione sostanzialmente personale aveva portato il paese nell’ALBA, Alleanza Bolivariana per le Americhe, non sembravano far presagire una rottura dell’ordine costituzionale come quella che sarebbe poi avvenuta il 28 giugno, aprendo una crisi
    che si è successivamente complicata in maniera imprevedibile.

    Un anno più tardi, Mauricio Funes, eletto presidente in El Salvador il 15 marzo 2009, affianca Lula e la Bachelet con indici d’approvazione dell’80%, mentre l’Honduras si è isolato dalla comunità internazionale a causa del modo disastroso in cui ha gestito la crisi – Zelaya.

    La crisi honduregna ha sorpresa molti osservatori, che credevano ormai passato il tempo degli interventi militari in America Latina: il colpo di stato “pseudo-costituzionale” del 28 giugno 2009 ha visto una reazione sorprendentemente unanime della comunità internazionale: Stati Uniti. blocco bolivariano, tutta l’America Latina e l’Ue hanno condannato all’unisono l’esautoramento del presidente Manuel Zelaya e la sua successiva espulsione manu militari dal paese. Nessun governo ha riconosciuto il governo di fatto diretto dal presidente del congresso honduregno Micheletti: dal 28 giugno 2009 in poi la comunità internazionale ha cercato di trovare una soluzione che permettesse di ristabilire la legalità infranta, senza riconoscere una situazione di fatto che avrebbe fatto retrocedere la democrazia latinoamericana di vent’anni.

    Mauricio Funes
    Manuel Zelaya

    Un primo sviluppo significativo provocato dalla crisi honduregna è stata proprio la reazione della comunità internazionale: pensare che gli Usa e Chávez potessero essere d’accordo sul sostegno da dare a Zelaya e che nessun governo si sia sentito tentato da un possibile riconoscimento del governo Micheletti dimostra quanto la democrazia si sia rafforzata in America Latina nel corso degli ultimi vent’anni: dai tempi della caduta delle dittature
    militari, iniziata negli anni ottanta e conclusasi con la democratizzazione in Cile (1990), nessun golpe ha avuto successo (e sempre meno ne sono stati tentati). L’immediata espulsione dell’Honduras dall’OЕA, Organizzazione degli Stati Americani, e la sospensione di ogni forma di cooperazione con il governo giudicato illegittimo di Tegucigalpa non sarebbero mai stati possibile qualche anno fa, perché la solidità democratica della regione è ormai significativa.

    Se è parso subito evidente a tutti, salvo ai promotori della destituzione di Zelaya, che non si potesse transigere con gli sviluppi in odore di golpe, in Honduras, bisogna dire che il presidente deposto Manuel Zelaya non è affatto libero da colpe. Eletto nelle fila del partito liberale, che, da decenni,
    con il partito nazionale si alterna al potere in Honduras, era divenuto minoritario perfino all’interno del proprio partito quando, per ragioni tattiche, decise di far aderire l’Honduras all’ALBA senza che nel paese ne esistessero i presupposti: in Honduras non esisteva un movimento significativo ispirato al socialismo del XXI secolo, né Zelaya godeva del consenso popolare interno che si sono saputi costruire Chávez, Morales e Correa.

    Zelaya accarezzò l’idea di mettere in moto un processo di rielezione simile a quelli intrapresi negli ultimi anni in Venezuela, Ecuador, Bolivia e Nicaragua: cominciare da una riforma costituzionale che prevedesse la rielezione per poi trasformare in maniera significativa la società a partire da una posizione di forza nelle istituzioni e giocando su una quasi – coincidenza tra governo e partito – movimento.

    Una dinamica di questo tipo non poteva aver luogo in Honduras perché né Zelaya possiede le doti carismatiche degli altri presidenti menzionati, né aveva a sua disposizione un movimento popolare da poter mobilitare. Zelaya si limitò a governare in forma populista in un paese profondamente diseguale dal punto di vista della ripartizione della ricchezza.

    Messo in minoranza nel proprio partito (il suo vicepresidente e candidato designato del partito liberale alle elezioni non condivideva per nulla le sue posizioni), Zelaya si lanciò in un’improbabile fuga in avanti, ostinandosi a promuovere un referendum sulla riforma costituzionale persino dopo il voto contrario del Congresso e l’opinione negativa della Corte Suprema, che lo giudicò incostituzionale. La mattina del referendum “autoconvocato”, Zelaya fu arrestato dai militari ed immediatamente espulso, mentre il Congresso votava la sua destituzione.

    I promotori della destituzione di Zelaya riuscirono a coagulare attorno a loro la maggioranza dei consensi interni: a fronte dell’unanime rifiuto di riconoscere la situazione di fatto da parte della comunità internazionale, in Honduras si è sviluppato un nazionalismo esacerbato che non ha esitato a preferire l’isolamento ad ogni possibile soluzione negoziata che mettesse in dubbio la legittimità del golpe e del governo di fatto.

    Micheletti ha boicottato ogni tentativo di mediazione, come quello affidato dall’OEA al presidente del Costa Rica Arias, divenuto ancora più necessario dopo il rocambolesco ritorno a Tegucigalpa del presidente deposto, installatosi dal 23 settembre nell’ambasciata brasiliana.

    Gli sviluppi in Honduras hanno messo in luce l’immaturità di una classe politica che non ha esitato a sacrificare gli interessi del paese sull’altare dei propri disegni di potere. Senza poi capire che i tempi in America Latina sono definitivamente cambiati, e che la tolleranza verso l’autoritarismo è finita.

    Le elezioni del 29 novembre 2009 hanno visto l’elezione di Porfirio Lobo, che ha prevalso su Santos, candidato del partito liberale, in un’elezione non boicottata da un numero significativo d’elettori ma neanche osservata dai principali organismi d’osservazione elettorale (OEA, Ue, Centro Carter).

    Le elezioni come tali sono state riconosciute solo da un pugno di paesi: USA, Costa Rica, Panama, Perù. Gli altri paesi latinoamericani e l’Ue si sono mantenuti più prudenti, non volendo riconoscere come valido un ritorno alla democrazia esercitato sotto la tutela del presidente di fatto Micheletti. Solo all’indomani della sua uscita di scena, e dell’uscita dal paese di Zelaya, il processo di ristabilimento dei rapporti con l’Honduras è lentamente cominciato, anche se prenderà tempo.

    Roberto Micheletti
    Porfirio Lobo Soza

    La crisi ha messo in evidenza da un lato la solidità dell’attaccamento alla democrazia in America Latina, che ha impedito il riconoscimento di una situazione di fatto, ma anche la poca efficacia degli strumenti multilaterali, quali l’OEA, nel sostenere efficacemente la democrazia in situazioni di crisi acuta.

    L’unanimismo iniziale della comunità internazionale si è attenuato quando gli Usa hanno deciso di riconoscere le elezioni: come fatto rilevare da Castaneda, ex ministro degli esteri messicano, tutti i processi di transizione politica richiedono certi compromessi, quali elezioni tenute in presenza di un regime non pienamente democratico.

    Il Brasile si è fatto paladino della posizione contraria, quella della necessità di restituire la presidenza a Zelaya, posizione che prevalso in sede OEA e che ha adottato anche l’Ue. Una volta svanita tale possibilità (dopo le elezioni del 29 novembre), tale posizione è evoluta verso la richiesta di formazione di un governo d’unità nazionale e le dimissioni di Micheletti, condizioni anch’esse non soddisfatte.

    Per quanto riguarda l’Ue, a parte il congelamento della cooperazione con l’Honduras, ha dovuto sospendere anche i negoziati per la conclusione d’un accordo d’associazione biregionale con l’America Centrale, che riprendono solo a fine febbraio, in vista di una possibile conclusione a maggio (vertice di Madrid Ue – America Latina).

    Una lezione molto più confortante viene invece da El Salvador: l’elezione del riformista Maurico Funes, candidato del FMLN (Frente Farabundo Martí de Liberación Nacional), ex -movimento guerrigliero trasformatosi in partito politico in seguito agli accordi di pace del 1992, non ha portato alla catastrofe che ARENA, il partito al potere da vent’anni, vaticinava.
    L’immediata accettazione del risultato elettorale da parte del candidato di ARENA Rodrigo Ávila, pur sconfitto per un margine ridotto, fu una notizia confortante per la democrazia latinoamericana. E gli osservatori internazionali confermarono la correttezza di un’elezione vissuta nel paese come una lotta epocale.

    Funes ha poi confermato coi fatti la sua visione socialdemocratica, in sintonia con il modello di Lula e Bachelet, e governa con rinnovata attenzione alla politica sociale senza perdere di vista l’ortodossia economica.

    Nonostante la crisi abbia colpito duro El Salvador, un paese molto dipendente dalle rimesse dei 2.5 milioni di propri cittadini emigrati negli Usa (a fronte dei meno di sei residenti nel paese), la visione da statista di Funes gli ha permesso do ottenere molti consensi, pur creando qualche scontento tra chi, nell’ FMLN, vorrebbe abbracciare il modello chavista. La destra tradizionale, alle prese con un presidente di sinistra diverso dalle aspettative si è avvitata in una crisi che ne rende inevitabile la modernizzazione.
    L’ultimo atto del presidente Funes è stata la richiesta di perdono, a nome dello Stato, alle vittime della guerra civile (1979-92), un’iniziativa mai presa dai governi di ARENA. Dal canto suo, il vice presidente di Funes, Sanchez Cerén, ha chiesto perdono a nome del partito, cui Funes non appartiene. La destra, diretta dall’ex -presidente Cristiani, considera di non dover chiedere perdono.

    Pur tra molte difficoltà, El Salvador cerca di rimarginare le dolorose ferite della propria guerra civile, e lo fa rafforzando la propria democrazia. L’Honduras, paese dalla struttura sociale molto simile ma mai passato attraverso una guerra civile, si dibatte tra le proprie contraddizioni e si chiude su se stesso, indebolendo la democrazia senza che l’elezione di Lobo il 29 novembre abbia risolto del tutto la crisi apertasi con l’allontanamento di Zelaya.

  • L’elezione di Piñera in Cile

    L’elezione di Piñera in Cile

    Le recenti elezioni cilene hanno rappresentato un momento significativo per la storia politica del paese andino: dopo 20 anni di governi di centrosinistra, seguiti ai diciassette di dittatura militare di Augusto Pinochet, la destra ritorna al potere per la via delle urne per la prima volta dopo cinquant’anni (vittoria di Alessandri nel 1958). È la fine di un’era, quella della Concertación di centro-sinistra, ma in fondo di una tappa ancora più lunga, che era appunto iniziata con il colpo di stato contro Allende dell’11 settembre 1973.


    Sebastián Piñera, sconfitto quattro anni fa al secondo turno dalla candidata della Concertación Michelle Bachelet, porta a compimento il suo percorso politico di vent’anni che, da posizioni eterodosse all’interno della destra cilena lo porta alla presidenza del paese.

    D’altra parte, Concertación de Partidos por la Democracia, erede diretta di quel fronte del “no” al referendum proposto nel 1989 dalla dittatura pinochetista, al fine di perpetuarsi in un regime continuista, paga una certa usura dell’alleanza tra democristiani e socialisti dopo quattro periodi consecutivi al governo, dapprima con due presidenti democristiani, Patricio Alwyn e Eduardo Frei, seguiti da due presidenti socialisti, Ricardo Lagos e Michelle Bachelet. Il fatto che la coalizione non si sia dimostrata in grado di trovare un candidato d una generazione diversa da quella che ha governato il paese per vent’anni, e che abbia riproposto agli elettori l’ex-presidente Eduardo Frei, illustra di per sé la necessità di rinnovamento necessaria nel centro-sinistra cileno, figlio di una stagione politica di fondamentale importanza ma bisognoso di un aggiornamento.

    Miguel Juan Sebastián Piñera

    L’attuale situazione cilena richiama quella spagnola alla fine della lunga epoca socialista: quando nel 1996 José M. Aznar, al suo terzo tentativo sconfisse di stretta misura un Felipe González che era stato quattordici anni alla guida del paese, si parlò di completamento definitivo della transizione politica spagnola, che poteva definirsi compiuta nel momento in cui una vittoria elettorale della destra era divenuta possibile. Ed ad Aznar si era ascritto il merito fondamentale di aver traghettato con successo la destra spagnola dall’ombra della continuità con il franchismo alle luci della piena rispettabilità democratica.

    In maniera simile, Piñera, che già nel 1989 si era contraddistinto per il suo appoggio esplicito al “no”, rara avis nell’ambito di una destra fossilizzata su posizioni estremamente rigide e fiancheggiatrici della dittatura pinochetista, lanciò allora una sfida che pareva impossibile: riformare la destra liberandola progressivamente dalle ombre della dittatura militare e sviluppandone l’anima liberal-democratica (in un paese nel quale per molti anni liberale era sinonimo di adesione incondizionata ai dettami ultramercantilistici dei Chicago Boys, che adottarono il Cile come casoscuola per la sperimentazione delle proprie teorie improntate alla deregulation assoluta di moda negli anni ottanta).

    Il suo partito, Renovación Nacional, rappresenta quindi un’anima diversa rispetto ai soci dell’UDI (Unión Democrática Independiente), partito che non solo non rinnega il pinochetismo ma addirittura lo esalta, rinnovando quello spirito del muro contro muro che ha contraddistinto un paese polarizzato come il Cile dai tempi di Allende sino alle prime elezioni vinte dalla Concertación.

    Se il colpo di stato del 1973 ha marcato profondamente la storia cilena, dividendo il paese in modo traumatico per decenni, proprio l’ascesa di una destra moderata, che non vuole mettere in discussione l’eredità positiva degli anni di centro-sinistra, mette in luce il cammino percorso dal paese durante vent’anni di governi riformisti.


    I principali meriti da attribuire ai successivi governi della Concertación sono lo smantellamento progressivo dell’eredità della dittatura, la ricostruzione della convivenza democratica tra cileni, il proseguimento delle politiche di stabilità e sviluppo economico, completate da riforme sociali che hanno permesso di ridurre la percentuale di popolazione in stato di povertà dal 38% nel 1989 al 13% attuale: dati di tipo europeo, non latinoamericano, che situano il Cile in una categoria a parte rispetto agli altri paesi latinoamericani.

    Sino all’elezione di Lagos su Lavín (2000), il Cile era succube di una divisione quasi esistenziale tra modelli incompatibili: per la destra ogni ipotesi di tipo socialdemocratico era definita comunismo e la messa in discussione della dittatura, i cui protagonisti erano elevati al ruolo di eroi nazionali, inconcepibile. Per le forze democratiche, le uniche vie possibili erano quelle dell’unità, necessaria per imporsi in competizioni elettorali molto serrate, e del dialogo permanente, per tenere in piedi coalizioni che si mantenessero ferme nella gestione del modello economico cileno, un modello di stabilità ed imprenditorialità, portando avanti una dopo l’altra riforme consensuali che permettessero di ampliare il raggio della democrazia cilena lasciandosi alle spalle le eredità della dittatura.

    Un percorso difficile, cha ha richiesto ai governanti della Concertación nervi saldi e molta moderazione: tra l’altro, la dittatura, pur perdendo il referendum del 1989, aveva seminato il percorso della democrazia cilena di numerosi paletti, che permettevano di tutelare certi punti considerati irrinunciabili (immunità dei militari coinvolti nel golpe e nella dittatura; senatori vitalizi, tra cui a lungo lo stesso Pinochet; sistema elettorale binominale, che impedisce la formazione di maggioranze nette in parlamento).

    Il maggior successo della Concertación nel corso del ventennio al potere è stato quello di conciliare una sana gestione economica, che ha permesso al Cile di elevarsi allo stato di paese emergente ante litteram e di rompere con una tradizione che voleva i paesi latinoamericani condannati all’instabilità economica e finanziaria e dipendenti in maniera passiva dai mercati internazionali. Al contrario, il Cile ha saputo, durante la dittatura ed anche dopo il ritorno della democrazia sviluppare un ammirevole modello di apertura economica in tutte le direzioni.

    Paese relativamente lontano dai grandi mercati tradizionalmente trainanti sino agli anni novanta (Usa ed Europa), e di per sè sprovvisto di un mercato interno sufficiente ad alimentare da solo la crescita economica, ha saputo inventarsi un proprio ruolo specifico e quasi unico, sviluppando con molto coraggio alcuni atout che non erano affatto scontati: anziché limitarsi ad integrarsi in un solo mercato regionale prossimo a sè (Mercosur, Comunità Andina), o legarsi ad un mercato in maniera univoca (accordo di libero scambio con gli Usa), ha portato avanti una politica di apertura in tutte le direzioni che ha reso l’economia cilena la più aperta al mondo. Il Cile, paese di per sé geograficamente lontano, ha centrato il proprio sviluppo su un’apertura totale della propria economia ed uno sviluppo impetuoso delle esportazioni verso ogni mercato potenzialmente interessato ai propri prodotti. Da paese esportatore tradizionale di una materia prima specifica (il rame), il Cile è divenuto il paese al mondo con maggiore peso del commercio estero sul PIB (tra il 70 e l’80%) ed ha collocato le proprie merci in settori che sembravano assolutamente impenetrabili alla concorrenza su grande scala. Pensiamo alla straordinaria penetrazione della frutta cilena fuori stagione nei mercati europeo, nordamericano e giapponese o all’impressionante crescita del vino cileno nei mercati mondiali, persino in paesi molto legati al loro prodotto nazionale.

    Jorge Alessandri
    Eduardo Frei
    Augusto Pinochet

    Il Cile è oggi il paese al mondo che ha concluso il maggior numero di accordi commerciali bilaterali di libero scambio: all’accordo con gli Usa sono seguiti quelli con l’Unione Europea (accordo d’associazione, l’unico che l’UE ha in Latinoamerica a parte quello con il Messico) ed un grande attivismo nella zona pacifica, principale asse di crescita dell’economia mondiale, nel quale il Cile è pienamente inserito: in particolare, il Cile ha già firmato accordi bilaterali con Cina e Corea del Sud.

    Dal punto di vista macroeonomico e finanziario, il Cile è sempre stato additato come il miglior esempio tra i paesi emergenti, e le performance cilene il riferimento d’obbligo nel contesto latinoamericano. Se altri paesi emergenti, come il Brasile, attirano oggi maggiormente l’attenzione, questo non toglie meriti alla continuità dimostrata dal Cile nel perseguire un modello economico di successo pur essendo un paese dalla popolazione limitata (diciassette milioni) e avendo saputo trasformare in opportunità una posizione geografica che avrebbe invece potuto costituire un handicap.

    Tale stabilità economica ha poi permesso di ridurre la povertà, aumentando la consistenza della classe media, anche se i livelli di concentrazione della ricchezza rimangono elevati in un paese che era profondamente classista, ed in buona parte lo rimane (il Cile occupa il posto n.113 negli indici di distribuzione della ricchezza). Però gli indicatori in materia educativa, sanitaria ed abitativa sono migliorati considerevolmente nel corso degli ultimi vent’anni.

    L’ammissione del Cile nell’OECD, primo paese sudamericano chiamato a far parte del club dei paesi industrializzati, è il riconoscimento del notevole percorso compiuto dal paese in questi decenni.

    Salvador Allende
    Evo Morales, Luiz Inácio Lula da Silva,
    Michelle Bachelet

    Anche nel contesto di crisi internazionale il Cile si è comportato meglio di altri: se la crescita si è ridotta nel 2009 ad un magro 0,4%, a fronte del 5% abituale negli anni precedenti, un dato inevitabile per un’economia aperta come quella cilena, la politica anticrisi portata avanti dalla Bachelet é stata apprezzata dalla popolazione: la presidentessa uscente chiude il suo mandato con un tasso d’approvazione superiore all’80%.

    Non é stata quindi la sua eredità positiva quella che i cileni hanno rifiutato eleggendo ora Piñera: prevale la sensazione che abbiano piuttosto voluto imporre un cambio di dirigenza, scegliendone una in grado di sterzare verso mete ambiziose che consolidino quanto di buono il Cile ha fatto sinora. Sotterrati i fantasmi del passato (grazie anche all’iniziativa del localmente poco amato giudice Baltazar Garzon, la cui iniziativa obbligò le classi dirigenti cilene ad affrontare un problema del passato che pesava troppo sugli equilibri nazionali), i cileni hanno scelto una nuova classe dirigente con lo sguardo rivolto al futuro e non al passato, che completi il cammino che tanto ha fatto avanzare il Cile negli ultimi anni.

    In poche parole, una volta divenuta possibile l’alternanza, i cileni hanno deciso di trarne i benefici.

    Sebastian Piñera, l’uomo che dirige questo nuovo progetto, ha delle caratteristiche senz’altro particolari: miliardario con interessi in campi che vanno dalla finanza alle compagnie aeree, dalla televisione allo sport (il Colo Colo), é senz’altro uomo di successo personale, ma non sprovvisto d’esperienza politica: già senatore, poi candidato sconfitto dalla Bachelet nelle elezioni precedenti, abbiamo già visto come in passato abbia avuto il coraggio di adottare scelte che gli crearono non poche inimicizie nella sua stessa parte politica.

    Piñera ha già dichiarato di voler governare in continuità rispetto all’eredità ricevuta, ma apportando la propria esperienza personale. Probabile che il suo governo sia di ampie intese, e che accolga qualche elemento della Concertacion.

    In chiave latinoamericana, mi sembra riduttivo il commento fatto da parecchi osservatori secondo cui la vittoria di Piñera rappresenterebbe una svolta a destra in America Latina: la realtà é più variegata. In primo luogo, la Bachelet e la Concertacion non rappresentavano governi di sinistra assimilabili al socialismo chavista, ma piuttosto esperienze di centro – sinistra maturate in condizioni uniche nella regione.

    D’altro canto, il consolidamento elettorale dei leader del socialismo del XXI secolo (Bolivia, Ecuador) é anche innegabile. É semmai l’espansione ulteriore del modello propugnato da Chavez al di fuori di quei paesi che sembra arrestarsi, vittima dei problemi interni sperimentati da Chavez in Venezuela per dimostrare la validità del suo approccio e del calo dei prezzi del petrolio che ha reso impraticabile la sua petrodiplomacia.

    É invece in auge il modello tranquillo ed efficace di Lula, che ha fatto del Brasile l’indiscusso leder regionale ma soprattutto un attore di prima fila della scena internazionale. Persino una sconfitta del candidato del PT nelle elezioni presidenziali di ottobre 2010 non significherebbe la sconfitta di quel modello, dato che a prevalere sarebbe probabilmente un Jose Serra che difficilmente può essere definito un leader di destra.

    Più che una divisione tra paesi di “destra” e di “sinistra”, si sta generando in America Latina una divisione tra un blocco ridotto di paesi che vogliono ridare protagonismo allo stato per affrontare le disuguaglianze ereditate dal passato (Venezuela, Ecuador, Bolivia, Nicaragua) ed una maggioranza di governi che invece non credono in tale via, privilegiando la crescita economica come fattore d’alimentazione delle politiche sociali, ormai divenute irrinunciabili ovunque nella regione.

    Batte invece il passo un modello ultraliberale, anch’esso esistente in passato, che minimizzava le questioni sociali, sottomettendole ad una logica esclusivamente di mercato che ha mostrato anch’essa i suoi limiti.

    Tornando al Cile, é probabile che l’esperienza della Concertacion abbia fatto il suo tempo, e che il cartello tra democristiani e socialisti non regga il passo del tempo: é finita la sua stagione, o forse é stato vittima del proprio successo. Il 20% di voti raccolti al primo turno dal candidato indipendente Ominami, sconfitto alle primarie della Concertacion, dimostra l’esistenza di un ampio numero di elettori di sinistra insoddisfatti. Ed in caso di consolidamento di Piñera, l’orbita governativa potrebbe attrarre consensi d’origine democristiana, che andrebbero a rafforzare il centro – destra moderato del nuovo presidente.

    D’altro canto, la vittoria di una destra moderna rappresenta la fine della destra antidiluviana che ancora si riconosce nel pinochetismo, e che si é ritenuta per troppo tempo l’unica degna di governare il paese.

    Queste elezioni hanno davvero rappresentato la fine di un’era politica in Cile, ed il resto dell’America Latina continuerà a guardare con attenzione ai parecchi buoni esempi che vengono da questo paese.

  • La nuova Costituzione boliviana

    La nuova Costituzione boliviana

    Nel 2005, l’elezione di Evo Morales alla presidenza della Bolivia ha avuto un enorme significato simbolico, poiché per la prima volta nella storia del paese, e, di fatto, nella storia dell’America Latina, accedeva alla massima carica una persona appartenente a un’etnia originaria e non un discendente dei colonizzatori.

    Gli elettori hanno espresso in quei giorni una chiara volontà di cambiamento, tanto che Morales è stato eletto addirittura al primo turno, con maggioranza assoluta (53%: un evento raro in Bolivia, reso possibile dal totale discredito nel quale erano caduti i partiti e la classe politica tradizionale. Discredito che continua tutt’oggi.

    Investito di tale ampio mandato, Morales si è impegnato a cambiare profondamente l’organizzazione del paese, per porre rimedio alle ingiustizie storiche che, a suo giudizio, hanno caratterizzato i cinque secoli successivi all’arrivo degli Spagnoli: nella visione di Morales e del movimento che lo appoggia, il M.A.S. (Movimiento al Socialismo), le basi delle disuguaglianze precedono l’indipendenza della Bolivia (1825), e rimontano appunto alla colonizzazione.

    Per questo motivo, Morales ha messo al centro del proprio programma di governo una rifondazione della Bolivia, centrata sulla redazione di una nuova Costituzione.
    Dopo un laborioso processo, costellato da diverse crisi e non privo d’incidenti violenti, tale nuova Costituzione è stata approvata per via referendaria lo scorso 25 gennaio ed è entrata in vigore l’8 febbraio, con una cerimonia svoltasi nella città di El Alto, nei pressi di La Paz, bastione del consenso per il M.A.S. e per Morales.
    La sensazione generale è, però, che l’approvazione della nuova Costituzione non rappresenti affatto il momento finale della crisi boliviana e che le fratture che si sono evidenziate nel corso degli ultimi anni siano ben lontane dal ricomporsi.
    In quest’articolo cerchiamo di ripercorrere brevemente i punti salienti della complessa situazione boliviana e cercare di capire in che direzione si sta dirigendo il paese.
    Cominciamo dai risultati: su base nazionale, la Costituzione ha ricevuto il voto favorevole del 61,43% degli elettori (2.064.417), mentre il 38,57% ha votato no (1.296.175). La partecipazione è stata molto elevata (90,24%), ma dobbiamo ricordare che in Bolivia il voto è obbligatorio e non presentarsi al seggio ha conseguenze significative dal punto di vista amministrativo.
    A prima vista, la maggioranza a favore del nuovo testo sembrerebbe quindi chiara. Però un’analisi attenta mette in luce una situazione più diversificata.

    Quattro dei nove dipartimenti che compongono il paese, quelli della cosiddetta media luna (Pando, Beni, Santa Cruz de la Sierra y Tarija) hanno votato chiaramente contro il nuovo testo costituzionale, con percentuali che variano dal 56 al 67%. Si tratta delle quattro regioni della pianura orientale, dove si concentrano il gas e il petrolio, divenuti negli ultimi anni le prime risorse del paese.
    I dipartimenti dell’altipiano (La Paz, Oruro e Potosí) hanno votato ad ampia maggioranza a favore della nuova Costituzione, così come Cochabamba, altro dipartimento dalle caratteristiche simili a quelli dell’altipiano, dove pero la maggioranza per il sì è stata meno netta.

    A cavallo tra i due, il dipartimento di Chuquisaca ha votato, con maggioranza risicata, per il sì (5500 voti di differenza, due punti e mezzo). In questo dipartimento è situata Sucre, la capitale costituzionale del paese, che pero non è sede delle istituzioni governative che si trovano quasi tutte a La Paz. La questione del trasferimento della “capitale effettiva”, da La Paz a Sucre, ha avuto la sua importanza nel dibattito pre-costituzionale ed ha anche provocato dei morti negli scontri avvenuti a Sucre nel 2007.

    Tale questione non è per nulla risolta nel nuovo testo, che ripropone il principio teorico già presente nella Costituzione precedente, senza stabilire modalità e calendario dell’eventuale trasferimento.
    Quindi, quattro dipartimenti su nove sono contro la nuova Costituzione, quattro sono a favore, e uno è diviso. Non è un caso che nei giorni successivi al 25 gennaio si guardasse con attenzione al risultato incerto di Chuquisaca: il valore simbolico dato dal fatto che una maggioranza di dipartimenti si sarebbe potuta schierare contro la Costituzione sarebbe stato notevole.

    Interessante notare che questa distribuzione del voto coincide esattamente con
    i risultati del referendum sull’autonomia dipartimentale, che si è tenuto nel 2006 in contemporanea con l’elezione dell’assemblea costituente: cinque dipartimenti, quelli dell’altipiano, non volendo l’autonomia, votarono contro, quattro, quegli stessi quattro che adesso hanno votato contro la Costituzione, votarono a quel tempo per l’autonomia.

    Questi stessi quattro dipartimenti votarono a favore dell’interruzione del mandato di Evo Morales, nel referendum “revocatorio” del 10 agosto 2008, mentre gli altri appoggiarono la prosecuzione del suo mandato.

    Il referendum del 25 gennaio 2009 ha confermato ancora una volta la spaccatura tra la Bolivia dell’altipiano e quella delle pianure, che è in larga misura anche la spaccatura tra la Bolivia d’origine indigena e quella composta prevalentemente da boliviani d’origine europea.
    Ma la divisione non è solo di natura geografico-amministrativa: tutti i maggiori centri urbani hanno votato contro la nuova Costituzione, ad eccezione di quelli sull’altipiano (La Paz, El Alto, Oruro). Tutti gli altri, compresi Sucre e Cochabamba, si sono manifestati a maggioranza contro.
    La Bolivia rurale è quindi a favore della nuova Costituzione, quella urbana contro.
    Se sovrapponiamo a tali divisioni le differenze d’ordine etnico e la differenza di peso economico tra le due Bolivie, possiamo capire in che misura il dibattito sulla nuova Costituzione abbia diviso il paese, e come il risultato attuale non faccia che riflettere tali divisioni.
    Quali sono le ragioni per cui la nuova Costituzione boliviana ha sollevato tante controversie? Esse riguardano sia i contenuti del testo sia i numerosi vizi procedurali che hanno viziato la sua approvazione.

    A mio modo di vedere, è difficile stabilire una gerarchia tra queste due diverse obiezioni: se pochi dubitano che la Bolivia abbia bisogno d’un cambiamento anche istituzionale (tant’è vero che persino chi si oppone alla Costituzione ha proposto riforme, sotto forma di nuove regole per l’autonomia dei dipartimenti), il mix tra le due obiezioni, quelle di fondo e quelle di
    forma, ha dato luogo ad una tale confusione che alla fine i cittadini boliviani non hanno effettuato la loro scelta in base ai contenuti della Costituzione, ma piuttosto a favore o contro Evo Morales.

    Quindi il referendum costituzionale si è trasformato in una sorta di referendum revocatorio-bis, e non per nulla i risultati sono stati in pratica identici alla consulta del 10 agosto scorso.
    Partiamo dai contenuti: la nuova CPE (Constitución Política del Estado) è un documento complesso, composto da ben 411 articoli.
    L’idea essenziale è quella, assai ambiziosa e originale, di ricostruire la Bolivia su nuove basi, partendo dai diritti delle popolazioni originarie.
    Non che 500 anni di storia, o duecento anni d’indipendenza possano, di per sé, essere cancellati, ma la Bolivia necessita di essere riorganizzata a partire dai diritti e dai doveri dei cittadini su base di uguaglianza. Il sottofondo è quello della sottomissione, culturale ed economica, che le popolazioni indigene hanno sofferto sin dai tempi della colonizzazione, e che non è per nulla migliorata nella Bolivia indipendente, sempre dominata dalle élites bianche.
    Per raggiungere questo scopo, la CPE inizia, dopo un poetico e interessantissimo preambolo che definisce le basi storiche della nuova Bolivia plurale, dalla definizione del paese come “Stato Unitario Sociale di Diritto Plurinazionale Comunitario”.
    I primi articoli insistono moltissimo sulla multiculturalità della Bolivia: divengono ad esempio ufficiali tutte le lingue indigene (36). Ogni dipartimento dovrà dichiararne ufficiale almeno una, oltre allo spagnolo.
    Si ribadisce il principio di Sucre capitale, ma questa non è una novità.

    Alcuni principi etici delle popolazioni indigene elencati nell’articolo 8, quali ad esempio “ama qhilla, ama llulla, ama suwa” (non essere debole, non mentire non rubare), sono elevati a principi costituzionali, al pari di altri come l’uguaglianza, la solidarietà, la libertà e molti altri valori “occidentali” elencati nella seconda parte dello stesso articolo.
    Nell’art.9, si stabilisce, come fine e funzione fondamentale dello Stato, la Costituzione di una società giusta ed armoniosa, cementata sulla decolonizzazione.
    Nei capitoli successivi viene elencata una lunga serie di diritti civili, politici e sociali, cui si vengono ad aggiungere i diritti specifici della nazioni e comunità indigene originarie, tra le quali la protezione della cultura, della lingua, dell’uso esclusivo delle risorse esistenti nei loro territori e l’uso nei loro territori del diritto indigeno tradizionale, causa quest’ultima di grande controversia. A tale diritto, di natura comunitaria, la Costituzione dà precedenza nelle zone d’autonomia indigena: la coesistenza tra il diritto moderno e quello tradizionale porrà problemi d’applicazione e coerenza d’indubbia complessità.

    Se, culturalmente, la Costituzione vuole contribuire a riscrivere la storia della Bolivia e indirizzarla su nuove basi, essa prevede anche una complessa riorganizzazione istituzionale che, all’autonomia dei dipartimenti ed a quella dei comuni, aggiunga anche quella delle comunità indigene contadine, che sia esclusiva nella propria zona di competenza. E questo uno dei temi maggiormente polemici, perchè tocca la questione, altamente sensibile, del controllo delle risorse economiche presenti nei territori dei dipartimenti: come sappiamo, la maggioranza delle risorse gasifere e petrolifere è concentrata nei dipartimenti dell’Est, che non si accontentano del quadro di competenze previsto dalla Costituzione, ma che propongono, come alternativa, degli statuti d’autonomia dipartimentale che sono stati approvati per via referendaria nei quattro dipartimenti della media luna nel corso del 2008.

    Se a tale contrapposizione, in buona misura centrata sul dibattito circa la percentuale di proventi estrattivi da destinare al governo centrale e quella da riservare ai governi dei dipartimenti, si aggiunge la creazione di nuovi spazi autonomi, quelli destinati alle comunità originali, si può immaginare
    la complessità della nuova organizzazione territoriale boliviana.
    Nel capitolo sull’organizzazione economica dello Stato (articolo 306 e seguenti), si stabilisce il principio della proprietà pubblica
    delle risorse naturali, e si definisce un quadro d’insieme piuttosto intervenzionista,
    senza però che questa dimensione interferisca con la proprietà privata. Di fatto, anche quella che il neo eletto Morales
    chiamò enfaticamente “rinazionalizzazione” altro non fu che una rinegoziazione delle condizioni contrattuali concesse agli investitori stranieri, che alla fine, pur borbottando un po’, accettarono le nuove regole.

    Evo Morales

    A fronte di tali proposte, portate avanti nel corso del 2006 e del 2007 dalla maggioranza ell’assemblea costituente appartenente al M.A.S., il movimento politico di riferimento di Morales, l’opposizione ha contrapposto un rifiuto frontale e di principio.

    L’opposizione a Morales è di per sè diversificata: a livello centrale, essa è rappresentata da un cartello (denominato Podemos) che unisce ciò che resta dei partiti politici tradizionali; a livello dei dipartimenti d’opposizione, dai quattro governatori e dai comitati civici, fautori di ampi spazi d’autonomia per i dipartimenti (si parla, specie a Santa Cruz di “nazione camba”, ma l’indipendenza non è mai menzionata esplicitamente come una possibilità).
    L’opposizione al centro – i vecchi partiti – non ha sempre coinciso però con le posizioni, più radicali, dei dipartimenti della media luna. Questo ha creato una situazione triangolare che ha complicato non poco le diverse fasi dei lavori dell’assemblea costituente ed il periodo successivo all’approvazione del primo testo costituzionale (9 dicembre 2007).

    Durante la seconda metà del 2006 e tutto il 2007, il M.A.S. e Podemos si affrontarono nell’assemblea costituzionale ma senza
    che il dibattito andasse oltre le questioni procedurali. Per quanto possa sembrare impossibile, in un anno e mezzo la discussione non riguardò mai il merito delle proposte costituzionali. La maggioranza
    non permise mai di discutere proposte o formulazioni alternative a quelle da essa presentate; da parte sua, l’opposizione si limitò all’ostruzione procedurale, in una cacofonia poco assimilabile ad un dibattito democratico.
    Dopo un più d’un anno di stasi, la maggioranza decise di far approvare la Costituzione mediante una prova di forza: si cambiarono unilateralmente le regole procedurali, alterando il quorum necessario per approvare il testo costituzionale da due terzi dei membri dell’assemblea a due terzi dei presenti in aula.


    A questo s’aggiunse la convocazione in un luogo diverso dalla sede dell’assemblea costituzionale a Sucre e la serrata di una scuola militare, il nuovo edificio scelto per la votazione, da parte di militanti dei movimenti indigeni, che impedirono alla maggioranza dei membri d’opposizione dell’assemblea di accedere all’aula.
    La Costituzione fu così votata, a maggioranza dei due terzi dei presenti, dai soli membri della maggioranza governativa.
    Non c’e dubbio che si sia trattato d’un processo irregolare, nel corso del quale si sono confrontati due opposti estremismi. Da una parte quello della maggioranza, portatrice di una rivendicazione storica e rafforzata dalla capacità di mobilitazione dei movimenti sociali allo scopo di raggiungere l’obiettivo di modificare, una volta per tutte, la storia della Bolivia; la correttezza procedurale sembrava una quisquilia, un dettaglio di poca importanza (il fine giustifica i mezzi, perchè abbiamo ragione: una logica quindi rivoluzionaria).
    Dall’altra l’opposizione, rappresentante dei ceti che sono sempre stati al potere nel paese, messa di fronte alla prospettiva di un cambiamento radicale dell’organizzazione del paese, sceglieva di negare legittimità a tali pretese, fondandosi esclusivamente su obiezioni procedurali e non proponendo una visione alternativa o complementare a quella proposta dai movimenti sociali.
    La dinamica complessiva sacrificò quindi ogni possibilie dibattito sull’altare dell’intransigenza di entrambe le parti: indubbiamente, si è persa una grande occasione di rifondare la Bolivia su basi condivise.
    A tale contrapposizione frontale tra governo ed opposizione si è poi aggiunta la diatriba tra il governo centrale e quelli dei dipartimenti che nel 2006 avevano scelto la via dell’autonomia: i quattro della media luna.

    Tale dibattito ha portato essenzialmente alla ripartizione delle risorse economiche territoriali e ai contenuti da dare alle autonomia dipartimentali: da definirsi centralmente secondo il governo, da definirsi invece localmente e sulla base di proposte redatte dalla periferia, secondo i prefetti.

    Da segnalare poi che nel 2006 e nel 2007 i costi di gas e petrolio sono stati molto elevati: questo ha comportato grossi proventi per lo stato boliviano, che sono stati usati per finanziare programmi sociali di grande impatto (renta dignidad e il programma Juancito Pinto per l’infanzia). Il governo centrale ha usato costantemente la carta dei programmi sociali per scoraggiare ogni tentativo di ripartizione che venisse incontro alle richieste dei dipartimenti.

    Nel corso del 2008, vari tentativi di negoziato tra governo e dipartimenti sono falliti: i dipartimenti hanno quindi deciso di disconoscere la nuova Costituzione e di promuovere la propria autonomia su basi diverse ed hanno approvato, tra maggio e giugno 2008, per mezzo di referendum auto-invocati e giudicati illegittimi dalle autorità elettorali centrali, i loro statuti d’autonomia specifici.
    A metà 2008, la situazione si è di nuovo completamente bloccata: una Costituzione era stata approvata ma illegittimamente; quattro statuti d’autonomia vi si contrapponevano, ma senza che tali statuti avessero una base legale legittima. La Corte Costituzionale, organo che avrebbe dovuto dirimere l’imbroglio, era a sua volta bloccata per mancanza di quorum, dato che le forze politiche non sono state in grado, negli ultimi anni, di consensuare nomine di giudici per la corte, che ha tuttora in forza un solo magistrato (su nove previsti).
    Solo un accordo politico di ampia portata poteva risolvere tale complessa situazione. Anzichè percorrere quella via, si è deciso di convocare un referendum revocatorio del mandato presidenziale, ma anche di ciascuno dei nove prefetti dei dipartmenti, nella speranza che gli elettori dimostrassero una maturità maggiore dei loro rappresentanti.

    Com’era facilmente prevedibile, i referendum del 10 agosto 2008 non hanno risolto un bel nulla: Morales è stato confermato dal 67% degli elettori, e questo è per lui un grande successo. Ma anche i prefetti d’opposizione sono stati confermati ed escono, di conseguenza, rafforzati dal referendum: si ritorna al punto di partenza.
    Tra agosto ed ottobre la situazione è degenerata, e una ventina di persone sono rimaste uccise negli scontri tra opposte fazioni. Con la mediazione di Unasur (Organizzazione degli Stati Sudamericani), dell’Ue e della chiesa cattolica, governo ed opposizione si sono riuniti a Cochabamba e hanno definito le basi per una revisione consensuale della Costituzione, che verrà approvata il successivo 21 ottobre.

    Il testo rivisto modifica alcuni dei punti più controversi e, tra l’altro, limita la possibilità di rielezione del presidente in carica ad una sola. L’accordo politico legittima quindi a posteriori la Costituzione, ma non riavvicina la distanza tra le parti, che rimangono ancora molto lontane.

    Come detto, il referendum del 25 gennaio ha dimostrato ancora una volta che le posizioni rimangono distanti: se la Costituzione è ora in vigore in tutto il territorio nazionale, la transizione verso la nuova struttura istituzionale richiede l’approvazione di un centinaio di leggi da parte di un Congresso a maggioranza M.A.S. e di un Senato dove la maggioranza è dell’opposizione. La questione più spinosa rimane quella, irrisolta, della compatibilità tra la Costituzione testè approvata ed i quattro statuti d’autonomia di Santa Cruz de la Sierra, Beni, Pando e Tarija.
    La classe politica boliviana dovrà quindi dimostrare, nel corso del 2009, proprio quella capacità di dialogo, di compromesso e di visione che le è mancata sinora.
    Le elezioni generali del 6 dicembre 2009 dovranno poi rinnovare tutte le cariche secondo le nuove regole. Morales sarà senz’altro candidato alla propria successione, meno chiaro, invece, risulta oggi il quadro dei suoi possibili concorrenti.

    In conclusione, è da un lato evidente che Morales è stato eletto con mandato chiaro per il cambio. Il processo di definizione delle nuove regole ha superato una tappa importante, ma non è ancora concluso. Il percorso sin qui è stato accidentato, ed il costo in termini d’instabilità e persino di vite umane è stato elevato.
    Anziché instaurare meccanismi maturi di dialogo politico e di pensare al destino del paese nel suo complesso, i vari attori politici boliviani hanno preferito radicalizzare le loro posizioni e pensare esclusivamente alla propria audience: i movimenti sociali e le popolazioni indigene per il governo, la propria regione per le autorità dipartimentali.
    Nel frattempo, l’instabilità istituzionale ha portato a sprecare opportunità importanti, in anni nei quali i proventi delle materie prime esportate dalla Bolivia sono stati molto alti. Il contesto economico internazionale ora è cambiato, ed anche le rimesse dei numerosi emigranti boliviani
    scemeranno.
    Le parti politiche boliviane dovranno dimostrare, nel prossimo futuro, una maggiore capacità di dialogo e una visione più ampia, se vogliono completare il processo di riforma del paese: la divisione della Bolivia non è un’alternativa.
    D’altro canto, il tentativo ideologico di Morales non va deriso: se alcuni dei contenuti costituzionali possono sembrare eccessivi ed un pò romantici, la situazione di diseguaglianza cui si vuole porre rimedio è una realtà oggettiva, cui va prestata la massima attenzione. Più che ascriversi a protagonisti di un fantomatico socialismo del XXI secolo, che ha tante accezioni, si tratta d’una impresa storica di grande complessità che non è destinata al fallimento se i suoi fautori saranno capaci di pensare agli interessi di tutto un paese e non solo a quelli di una parte di esso.
    I politici d’opposizione dovrebbero invece dimostrare meno provincialismo e presentare proposte costruttive che riflettano gli interessi complessivi del paese, non solo quelli della loro regione.
    Se tale capacità di compromesso non emergerà, la nuova Costituzione non sarà servita a nulla e le contraddizioni boliviane rimarranno tali, a scapito degli interessi della collettività.