Autore: Stefano Gatto

  • La vittoria di Lula in Brasile

    La vittoria di Lula in Brasile

    L’elezione di Ignacio Lula da Silva (Lula per tutti i brasiliani) alla presidenza della Repubblica rappresenta un passaggio storico di grande significato per il Brasile: per la prima volta nella storia della Repubblica, accede alla massima carica istituzionale un politico che non proviene dalle élite economiche o intellettuali. Se il suo predecessore Fernando Enrique Cardoso aveva effettuato un percorso che l’aveva portato da posizioni di sinistra radicale alla socialdemocrazia, Lula, operaio metalmeccanico e sindacalista, è invece un genuino rappresentante della sinistra storica.

    In realtà Cardoso è stato a più riprese aсcusato dalla sinistra del PT, il partito di Lula, di essere un socialdemocratico solo di nome, e di avere invece perseguito nei suoi due mandati (1994-2002) un programma politico liberale, dettato dal Fondo Monetario Internazionale.

    Come si colloca Lula rispetto all’eredità riformista lasciatagli da Cardoso? Sono motivati i timori espressi da più parti (ma soprattutto fuori dal Brasile) su una possibilità di marcia indietro rispetto a tale periodo, verso un maggior protezionismo commerciale, un ritorno all’interventismo economico e una messa in discussione delle riforme strutturali? O addirittura verso una nuova stagione del “comunismo” in America latina, come paventano alcuni?

    Chi scrive ha appena lasciato il Brasile dopo quattro anni passati a seguire da vicino le vicende politiche ed economiche di quel Paese: come molti altri, avevamo previsto, nel corso di questo periodo, che il quarto tentativo presidenziale di Lula si sarebbe trasformato nel suo quarto onorevole secondo posto. Che la sinistra avrebbe dovuto invece puntare su un altro leader, più moderato e “moderno”, per avere delle reali possibilità di vittoria. Che i “poteri forti” non avrebbero mai permesso a un ex operaio di divenire presidente della Repubblica. Lula sembrava un onesto e rispettabile uomo politico destinato a “morrer na praia“, come si dice popolarmente in Brasile.

    L’evolversi degli avvenimenti nel corso dell’ultimo anno ci ha invece smentiti (venendo a dimostrare una volta di più che non sono gli analisti politici quelli che determinano le sorti del mondo…)

    Lula, che era stato sfidato dalla contro-candidatura di Eduardo Suplicy, si è via via stabilizzato su quote di consenso ben al di sopra di tutti gli altri candidati nel corso dei dodici mesi che hanno preceduto l’elezione, e questa tendenza non si è invertita in nessun momento fino al voto. La differenza nei sondaggi tra Lula e il primo dei suoi concorrenti non è mai stata inferiore ai 15 punti percentuali, anche dopo l’annuncio della candidatura del candidato governativo, appoggiato dal presidente uscente Cardoso, il ministro della Sanità José Serra. La governatrice del Maranhão Roseana Sarney, l’ex ministro delle Finanze Ciro Gomes, il governatore di Rio de Janeiro Anthony Garotinho si sono alternati al secondo posto, ma sempre molto lontani dall’inarrivabile Lula.

    Il Brasile si è quindi abituato poco a poco all’idea di Lula presidente, e l’ha eletto con una maggioranza più che confortevole a ottobre: se al primo turno era mancato un nonnulla perché Lula risultasse eletto (pur avendo ottenuto un numero maggiore di voti rispetto a F.H. Cardoso quattro anni prima), la distanza di venti milioni di voti tra lui e Serra si sarebbe dimostrata incolmabile tre settimane dopo. Lula ha ottenuto quindi il miglior risultato elettorale della storia della “república nova“, ricevendo piú di 52 milioni di voti al secondo turno (62,48 per cento), a fronte dei 33 milioni di voti (37,52 per cento) andati a José Serra.

    Il PT (Partido dos Trabalhadores) ha effettuato, sotto la guida di Lula e del presidente del partito, José Dirceu, un notevole cammino verso il centro e la socialdemocrazia nel corso degli ultimi anni. Un segno chiaro di questa svolta era stato dato dalle elezioni comunali del 2000, che avevano portato al governo di molte cittá brasiliane dei candidati della fazione moderata del partito (il cosiddetto РT “light”, pronunciato “laici” secondo la fonetica brasiliana). Marta Suplicy sindaco di Sâo Paulo, Olivio Dutra governatore del Rio Grande do Sul, culla del Foro di Porto Alegre, e altri si sono imposti come il volto rispettabile e competente di una nuova guida finalmente pronta e matura per prendere le redini del Paese.

    Il programma elaborato dal PT per la quarta candidatura di Lula prende le distanze dalle posizioni più tradizionali della sinistra brasiliana, impegnandosi a difendere le riforme dell’economia e dell’amministrazione intraprese negli anni novanta, ma completandole con un’enfasi maggiore sugli aspetti sociali.

    Questa nuova immagine si è innestata su un sentimento di stanchezza nei confronti delle politiche riformiste del governo Cardoso, apprezzate, questo sì, anche se questi vive in fondo una situazione simile a quella di Gorbaciov, apprezzatissimo all’estero e sottovalutato in casa: la storia dirà senz’altro che F.H. Cardoso è stato il presidente della svolta definitiva del Brasile verso la modernità, ma il Paеse ha dimostrato di essere stanco di macroeconomia, riforme strutturali e piani del FMI. L’elezione di Lula non viene a rinnegare il cammino intrapreso da Cardoso, ma piuttosto ad aprire delle nuove prospettive, dando una maggiore centralità alle dimensioni dello sviluppo e della distribuzione del benessere rispetto all’ortodossia finanziaria.

    Questo sentimento era così prevalente nel Brasile di questi anni che tutti i candidati, compreso il governista J. Serra, proponevano ricette fondate su una prospettiva di cambio nella continuità. Nessuno difendeva apertamente l’eredità di Cardoso, perché non redditizio in termini elettorali. Di fatto, un’eventuale presidenza Serra non sarebbe stata meno di rottura rispetto alla futura presidenza Lula.

    Questo è senz’altro ingiusto nei confronti di Cardoso, il cui bilancio è certamente molto positivo, ma i tempi della storia e della politica non sempre coincidono… Ma di che margini di manovra potrà disporre Lula per mutare l’accento della politica brasiliana? Purtroppo non molti.
    All’inizio del 2002 gli indizi erano chiari: il mondo imprenditoriale brasiliano dimostrava di accettare la prospettiva di una presidenza Lula, vista come un anatema fino al 1998. La crisi argentina toccava solo in parte il Brasile, i cui fondamenti economici erano (e rimangono) buoni, nonostante una notevole fragilità finanziatia legata al forte indebitamento estero.

    Ma dalla primavera in poi il consolidamento di Lula al primo posto dei sondaggi e la confusione fatta dai mercati tra la catastrofica situazione argentina e la ben più sana situazione brasiliana scatenava una spirale speculativa che portava la quotazione del real su parità del tutto artificiali rispetto al dollaro, aggravando gravemente in maniera esogena e ingiustificata il contesto economico brasiliano.

    Da più parti si è incominciato ad agitare ad arte lo spauracchio Lula per creare un’artificiale crisi brasiliana, che non ha sostanziali ragioni di esistere: l’economia brasiliana è forte e competitiva, le riforme sono senza ritorno, il Brasile non è l’Argentina.

    Poche voci attendibili l’hanno scritto e urlato, ma nella confusione generalizzata le grida lanciate da incompetenti o malinformati (a volte assai altolocati, anche se non vogliamo fare nomi) tendono a prevalere.

    Bene ha fatto il FMI a venire in soccorso del Brasile nel momento più acuto della crisi (luglio 2002), al tempo in cui negava un simile aiuto a un’Argentina allo sbando.

    Ma il prolungamento dell’accordo con il FMI, concesso una volta ottenute garanzie scritte sulla continuità delle riforme dai quattro candidati compreso Lula non è stato sufficiente per calmare i mercati, atterriti oltre ragione dalla prospettiva Lula.

    Come cinicamente ma acutamente disse Soros qualche mese fa: “il Brasile non può eleggere il proprio presidente, sono i mercati che lo fanno”. Il Brasile ha deciso di non fargli caso, i mercati lasceranno governare Lula? Non è affatto chiaro, nuove ondate speculative contro la moneta brasiliana possono portare l’esposizione esterna del Paese su livelli insostenibili (e ingiustificabili), in un contesto di sovranità limitata non dalla forza dei carri armati ma da quella della speculazione finanziaria.

    In questo senso, saranno cruciali i mesi di transizione tra l’attuale presidenza Cardoso, che durerà sino al 31 dicembre, e l’inizio della presidenza Lula. Nonostante il diverso colore politico, il processo si sta svolgendo in forma ordinata, e un’agenda comune è stata accordata per i prossimi mesi, estesa anche al lavoro delle Camere. Il messaggio al mondo è chiaro: il Brasile non è immerso in un cataclisma, ma alle prese come un cambio politico significativo ma realista che preserverà molti degli acquis del governo Cardoso.

    Di fatto, le tre principali riforme lasciate aperte da Cardoso (fiscale, previdenziale e del mercato del lavoro) saranno probabilmente portate avanti con maggiore facilità da un governo dichiaratamente di sinistra che da una coalizione dalle mille anime come quella che sosteneva Cardoso. E i contenuti delle proposte del PT sono molto ma molto simili a quelli che erano del precedente governo (e che il PT osteggiava…).

    Sul versante della politica estera, l’uscita di scena di Cardoso fa perdere al Brasile il peso oggettivo della sua figura carismatica. Ma non sono affatto da prevedersi mutamenti spettacolari negli scenari della politica estera brasiliana, sempre guidata con maestria da un competentissimo Ministero degli Esteri (Itamaraty): il Brasile farà il possibile per rinvigorire uno smorto Mercosur, negoziare accordi commerciali equilibrati in ambito OMC, con i vicini nel continente americano (FTAA O ALCA) e con l’Unione europea. Cercherà di consolidare la leadership subcontinentale in ambito latinoamericano resasi evidente negli ultimi anni (e così sgradita a Washington) e i legami con gli altri Paesi emergenti (Cina, India, Sudafrica), nell’ambito di un mondo il meno possibile unipolare.

    In questo senso, i rapporti tra Washington e Brasilia, già piuttosto freddi, non potranno migliorare granché. Negli ultimi anni la diplomazia brasiliana ha assunto un ruolo sempre più attivo nel controbilanciare (nei limiti del possibile) lo strapotere politico ed economico americano sul continente. Le crisi colombiane e peruviane, ma soprattutto i disaccordi in materia di modalità per la creazione di un’Area di Libero Scambio delle Americhe (FTAA O ALCA) hanno messo in luce l’importanza per l’ America latina, di un’autonomia decisionale del Brasile. L’amministrazione statunitense, poco amica delle analisi raffinate e più incline a far risuonare la voce del padrone, non ha affatto gradito, e le stupefacenti sortite del segretario del Tesoro Paul O’Neil e di altri nei giorni della crisi finanziaria brasiliana di quest’estate l’hanno dimostrato.

    Ebbene, il dialogo tra l’amministrazione repubblicana di Bush e quella di Lula non sarà certo più facile.

    Da qui a cadere nelle isterie di certe analisi americane, pubblicate anche su riviste e giornali che dovrebbero mantenere un po’ più di equilibrio, che farneticano di un potenziale “asse del male” tra соmunisti composto da Lula, Chávez e Саstro (!!!), ce ne corre. Queste sono semplici stupidaggini.

    In questo quadro, l’Unione europea ha tutto l’interesse a rafforzare le relazioni con un Paese (e una regione, il Mercosur) del quale è il primo partner commerciale e nel quale le imprese europee sono le prime investitrici. I progressi, lenti ma sicuri, del negoziato bilaterale UE-Mercosur contrastano con lo stallo dei negoziati ALCA.

    Ma per consolidare il ruolo-dell’Europa nella regione, e venire a controbilanciare in maniera sempre più efficace il peso degli Stati Uniti che sono i nostri concorrenti in quello scenario, è necessario adottare scelte coraggiose: per pretendere dai partner concessioni commerciali, sarà necessario aprire i nostri mercati anche in settori che tendiamo a proteggere per ragioni politiche. Questa è la chiave di tali negoziati.

    In Brasile l’elezione di Lula ha dato luogo a uno scoppio di euforia e di gioia, così tipica del carattere brasiliano. Indipendentemente dalle idee politiche che tutti noi possiamo avere, si tratta di un momento storico e importante per tutta l’America Latina. È interesse di tutti che Lula non fallisca, e il suo compito non sarà facile.

  • La crisi argentina

    La crisi argentina

    La situazione di acuta crisi che sta vivendo l’Argentina evolve di giorno in giorno: nel momento in cui scriviamo (1 aprile 2002) non possiamo essere per nulla sicuri di quale sarà la situazione istituzionale ed economica del Paese al momento dell’uscita della rivista. L’evoluzione degli avvenimenti da dicembre a oggi è stata talmente rapida, e i punti interrogativi tanti e di tale complessità che sarebbe illusorio pensare di poter valutare la situazione attuale come definitiva o stabilizzata. Sembrano passati secoli, ed è invece passato solo un anno, da quando Domingo Cavallo tornò alle redini dell’economia argentina come super ministro dotato di poteri eccezionali (aprile 2001).

    Un anno più tardi, non solo Cavallo ha fallito completamente nella sua missione, ma il presidente De la Rúa, che aveva puntato alla disperata su di lui come ultima carta per salvare la propria Presidenza ha dovuto dimettersi. In assenza di un vicepresidente (Chacho Alvárez, vicepresidente di De la Rúa, si era dimesso qualche mese prima senza essere sostituito),e di fronte all’evaporazione politica dell’alleanza di Governo tra radicali e Frepaso, tra l’altro divenuta minoritaria dopo le elezioni legislative dell’autunno, il Congresso a maggioranza peronista ha eletto un presidente, Adolfo Rodríguez Sáa, per reggere la Presidenza ad interim fino al 3 marzo 2002, giorno nel quale si sarebbero dovute svolgere nuove elezioni con una formula assai originale, che avrebbe permesso a ogni partito di presentare diverse candidature.

    A Rodríguez Sáa, che assunse il potere senza dare l’impressione di essersi reso conto della gravità della situazione del Paese, lanciandosi in annunci populisti e insensati, è però venuto a mancare l’appoggio dei pezzi grossi del peronismo, poco disposti a condividere con il neo presidente i costi di una gestione pressoché disperata e di bruciarsi in vista delle elezioni di marzo. Rodríguez Sáa si dimette dalla carica dopo una settimana. Il 1° gennaio, il Congresso elegge a sua volta Eduardo Duhalde, il candidato peronista sconfitto nelle elezioni del 1999, che assume la Presidenza sino alla fine del mandato non completato da De la Rúa (fine 2003). Dopo l’insuccesso di Rodríguez Sáa e tenendo conto dei disordini in piazza (30 morti nei giorni della caduta di De la Rúa, frequenti assalti a istituzioni e supermercati, sdegno della popolazione espresso mediante manifestazioni pacifiche ad altissima partecipazione (i cacerolazos), la maggioranza politica considera che non esistano le condizioni per una competizione elettorale. Due mesi dopo, la presidenza Duhalde è a sua volta alle prese con serissimi problemi, e solo la mancanza di alternative fattibili sembra tenere in piedi un Governo debolissimo. Ma non è per niente sicuro che Duhalde ce la possa fare. La crisi è totale: politica, economica, sociale. La convertibilità peso/dollaro, pezza chiave della politica economica argentina nell’ultimo decennio, è saltata, così come il tentativo del governo Duhalde di mantenere sotto controllo la quotazione del peso all’interno di una fascia tra 1 e 1,4 peso per dollaro.

    Oggi il Paese è sul bordo dell’anarchia, l’economia è praticamente paralizzata, il peso è in caduta libera (la settimana scorsa ha raggiunto anche i 4 peso per dollaro, per poi ritornare su valori inferiori ai 3 peso, lontanissimo comunque dalla parità artificiale che aveva imperato per dieci anni), l’inflazione è fuori controllo (i prezzi sono già aumentati del 50 per cento negli ultimi tre mesi, si teme un ritorno dell’inflazione a tre cifre, un pericolo che sembrava ormai scongiurato dopo un decennio “virtuoso”), le previsioni sulla crescita economica per il 2002 catastrofiche.

    Il tutto condito da un’assoluta indeterminazione delle scelte strategiche sul futuro (il bilancio statale 2002 è stato арprovato in base a delle previsioni ottimisticamente irreali che lo rendono in pratica carta straccia), dall’assenza di credibilità politica sia nelle file della maggioranza peronista, divisa al suo interno sul cammino da intraprendere, sia in quelle di un’opposizione assente e tagliata fuori da tutte le scelte dopo il fallimento della Presidenza De la Rúa, dalla mancanza di credibilità di tutti i poteri dello Stato (all’inefficacia dell’esecutivo e del legislativo corrisponde, infatti, l’immagine al di sotto di ogni sospetto di un giudiziario molto caratterizzato politicamente, e quindi invischiato nella crisi generalizzata del Paese), dalla disperazione di milioni di argentini alle prese con problemi di sussistenza cui non erano abituati, e i cui risparmi vanno in fumo.

    Difficile immaginare una situazione più grigia di quella che l’Argentina di oggi sta affrontando, aggravata anche dall’improvvisa indifferenza degli organismi finanziari internazionali, che, condizionati anche da un atteggiamento di notevole chiusura dell’Amministrazione Bush, sembrano assai poco disposti a venire in soccorso di Buenos Aires con misure concrete.

    L’Argentina di oggi, ex allieva modello delle istituzioni di Bretton Woods, è drammaticamente in balia di se stessa, e non sembra in grado di poter vincere la sua sfida.
    Tenendo conto di tali premesse, e dell’alto grado d’incertezza attuale, penso valga la pena fare qualche riflessione di carattere più generale sugli insegnamenti della crisi argentina piuttosto che entrare nei dettagli d’una situazione tutt’altro che definita.
    La prima questione da porsi è la seguente: se l’Argentina è stata per anni additata come l’esempio da seguire in termini di liberalizzazione dell’economia, privatizzazioni, risanamento dei conti pubblici, sistema monetario, com’è possibile che in pochi mesi lo scenario si sia deteriorato così drammaticamente?
    È tutta colpa loro, come un po’ ipocritamente il segretario americano al Tesoro Paul O’Neill afferma a ogni piè sospinto, o c’è qualcosa che non va nel sistema finanziario internazionale?
    E ancora: la situazione dell’Argentina di oggi è il risultato d’una politica economica sbagliata dell’ultimo governo, o affonda le sue radici in contraddizioni di più lungo periodo? I problemi argentini sono strutturali o congiunturali?

    A mio modo di vedere, la crisi di oggi è il risultato, a un tempo, dell’ostinazione nel mantenere in vita un modello economico che aveva già esaurito il suo compito, e della mancanza di decisione delle autorità argentine nell’intraprendere delle riforme a fondo del sistema competitivo del Paese quando lo scudo protettore del sistema di currency-board lo permetteva.
    Più indietro nel tempo, la crisi argentina di oggi è il frutto di una serie di scelte, o per meglio dire di non-scelte, effettuate dai successivi Governi argentini nell’ultimo secolo, o più precisamente dal 1880 a oggi. La nostra tesi è che coincidono nel manifestarsi della crisi argentina fattori di corto periodo (uscita tardiva dal modello di currency-board, insufficienze
    nel processo di modernizzazione dell’economia) con fattori strutturali che vengono limitando le potenzialità argentine già da molto tempo.

    Dal 1880 al 1930, l’economia argentina fondò la sua crescita su un modello agro-esportatore, pienamente inserito nello schema commerciale internazionale britannico. L’Argentina esportava prodotti agricoli e importava prodotti industriali dall’Europa, essenzialmente dalla Gran Bretagna. Tale commercio permise al Paese il raggiungimento di redditi pro capite non distanti da quelli prevalenti in Europa all’epoca, e una rispettabile partecipazione nel commercio mondiale del 3 per cento.

    La crisi patita dall’Argentina a partire dalla prima guerra mondiale e dall’indebolimento del sistema commerciale britannico mise in evidenza l’eccessiva dipendenza del Paese dal commercio internazionale. Da questa constatazione prende l’avvio una seconda fase della
    storia economica argentina, che va dal 1930 al 1975. Il nuovo modello economico era basato sulla sostituzione delle importazioni, mediante un processo d’industrializzazione a forte connotazione di capitali pubblici (era d’altronde il modello prevalente all’epoca in tutti i
    paesi d’industrializzazione tardiva).
    I risultati furono apprezzabili, sia in termini industriali che infrastrutturali. Durante il periodo peronista, un grandissimo sforzo in termini d’aumento del potere d’acquisto delle classi lavoratrici e ambiziose politiche in materia sanitaria, educativa e sociale portarono a una significativa crescita della qualità della vita di tali classi, su cui Perón aveva fondato
    il suo consenso. Le Presidenze Perón, e soprattutto la prima (1946-1951), trionfale, crearono l’illusione di una potenza argentina con ambizioni mondiali.
    Ma quello fu un miraggio, che era più frutto di una particolare situazione congiunturale, dovuta agli effetti della seconda guerra mondiale e all’impoverimento relativo delle principali potenze industriali mondiali, che il risultato di un’effettiva solidità del sistema produttivo argentino. La bilancia commerciale industriale argentina sarà infatti in permanente disavanzo per tutto questo реriodo, e l’Argentina non riuscirà in alcun momento a proporsi come potenza industriale innovativa.

    A partire dal 1976, la dittatura militare impone al Paese un modello neoliberale ortodosso. Il fulcro dell’economia passa dal settore industriale a quello finanziario, le finanze pubbliche vanno fuori controllo. Il ritorno alla democrazia avverrà in un contesto di tale catastrofe
    economica da provocare le dimissioni del pur carismatico e popolare presidente radicale Raúl Alfonsín (in Argentina si scherza amaramente sulla pericolosa propensione dei presidenti radicali a non terminare i loro mandati elettivi).
    I due mandati Menem (1989-2000) furono improntati all’idea della liberalizzazione: deregulation, privatizzazioni, apertura commerciale, liberalizzazione dei mercati del lavoro e dei servizi, integrazione economica regionale nel quadro del Mercosur. Un’autentica rivoluzione per l’Argentina, il cui caposaldo diviene il sistema di currency-board (parità 1-1 tra il peso e il dollaro). Tale misura, radicale quanto efficace, ebbe per merito quello di strangolare l’inflazione, che aveva avuto effetti destabilizzanti negli anni ottanta.

    In realtà, possiamo affermare che un sistema di questo tipo è sostenibile nel corto-medio periodo. Ma, a differenza del Brasile, che una volta sconfitta l’inflazione mediante il piano REAL, abbandonò dopo quattro anni la parità quasi fissa col dollaro (modello di svalutazione controllata a un tasso del 7,5 per cento annuale), in Argentina la parità fissa peso-dollaro era divenuta un tale orgoglio nazionale che nessuno osava metterne in dubbio i meriti. Farlo significava l’ostracismo politico, dato che nel frattempo le classi medie si erano indebitate in dollari, confidando nell’affidabilità a lungo periodo del sistema. Tali meriti erano esistiti, questo è indubbio, ma col passare del tempo, specie dopo la crisi finanziaria brasiliana e l’abbandono
    da parte del vicino del modello monetario sopra descritto, l’economia argentina si vedeva sempre più soffocata da una camicia di forza che annientava la competitività dei prodotti argentini e aumentava spettacolarmente il costo della vita.

    Se a questo aggiungiamo uno spettacolare aumento dell’indebitamento estero, quintuplicatosi dal 1975 al 2000, ma aumentato soprattutto nel decennio Menem, possiamo concludere che la liberalizzazione “selvaggia” dell’economia e della società argentine, pur avendo degli effetti sicuramente benefici, era comunque fondata su basi fragili.

    Ma il problema non era solo monetario: certo, era illusorio pensare di rendere permanente la parità fissa con il dollaro cementandola solo su basi finanziarie. Le riserve in dollari detenute dall’Argentina erano infatti tali da far pensare ai responsabili politici che la situazione finanziaria argentina fosse inattaccabile.

    Dal punto di vista strettamente tecnico sì, dato che le riserve in dollari erano equivalenti alla massa monetaria in peso, cioè la parità fissa era fisicamente garantita. Ma è stata l’asfissia dell’economia produttiva che ha portato alla crisi. Come pensare che un’economia come quella argentina, basata oggi come un secolo fa sull’esportazione di materie prime (oggi grano, soia, carni e petrolio), possa dar luogo a una parità monetaria permanente nei confronti di un’economia come quella americana, quaranta volte superiore in termini di volume e protagonista, nel corso degli anni novanta, di una straordinaria crescita della produttività basata sulle nuove tecnologie?

    Il miraggio della dollarizzazione può servire in un Paese come Panama, talmente piccolo da non avere nessuna pretesa né peso nel commercio internazionale. Per un Paese intermedio come l’Argentina rinunciare ad avere una moneta nazionale per adottare permanentemente una moneta forte è uno scenario ipoоtizzabile solo per un certo periodo, nel quale l’esistenza di un’ancora cambiale può essere utile per stabilizzare l’economia. Ma tale scelta non è sostenibile nel lungo periodo, specie nel contesto di una globalizzazione finanziaria che rende
    carissime le risorse disponibili per i paеsi emergenti.

    L’errore di Cavallo e dei suoi non è stato quello di puntare sul currency-board, ma piuttosto d’insistere su tale modello quando esso aveva ormai fatto il suo tempo. In economia esistono molti modelli teorici che hanno una loro validità pratica. Ma nessuno di loro sarà valido in tutte le circostanze: l’economista che pretenda d’avere identificato il modello onnicomprensivo, adatto a tutte le situazioni, mente o semplicemente si sbaglia. De la Rúa, incapace di far fronte alla sfida d’un’economia improduttiva e per di più ingessata, richiama Cavallo illudendosi delle doti taumaturgiche di costui. America Gli sono concessi poteri pressoché assoluti per portare avanti tutte le riforme necessarie per ridare fiato al modello-Paese.

    Di che cosa si trattava? La vera grande manchevolezza degli anni Menem non fu l’errore nel regime monetario, che errore non fu se non per eccesso d’insistenza. Non fu neanche l’attenzione limitata al sociale, che fu una conseguenza, non una causa. Non fu l’eccesso di corruzione, che pure esistette. Ma lo scarso rigore del processo di liberalizzazione.

    Le privatizzazioni argentine, effettuate a passo di carica negli anni novanta, sono il frutto di una visione limitata e parziale del concetto di privatizzazione. In quegli anni prevaleva l’idea, di stampo thatcheriano-reaganiano, che il pubblico era il male e il privato il bene. Per definizione e senza equivoci. Privatizzare era un bene in sé. Quest’approccio alla questione prevalse un po’ in tutto il mondo e oggi, dopo dieci anni di funzionamento di quel tipo d’operazioni, sappiamo che una privatizzazione non va valutata in termini ideologici, ma deve dare risultati in termini di maggior efficienza del mercato e maggior scelta e qualità per il consumatore.

    Negli anni ottanta, e in Argentina nei primi anni novanta, si privatizzò senza tener conto di che nuovo mercato si stesse costruendo. Si vendeva al miglior offerente, senza pensare a definire un nuovo quadro di regole, a effettivo beneficio dell’economia nel suo complesso. La logica era di cassa, e tremendamente ideologizzata. Nel mondo intero, le privatizzazioni ben concepite e ben attuate hanno portato a un miglior funzionamento del mercato, composto da operatori in maggioranza privati, ma non necessariamente, operanti all’interno di un sistema di regole eque.

    Le privatizzazioni fatte astraendo da questo quadro hanno dato risultati pessimi, e questo è stato specialmente vero in settori come i trasporti o l’energia, che hanno dato problemi un po’ ovunque.
    Negli anni di Menem in Argentina si privatizzò tutto così: in alcuni settori (telecomunicazioni su tutto) le cose sono migliorate spettacolarmente, in molti altri il nuovo contesto economico non ha fornito quegli stimoli virtuosi alla concorrenza che sono il principale risultato positivo d’una privatizzazione.
    Nel corso degli anni novanta l’Argentina ha perso un’occasione d’oro per riscrivere una volta per tutte le regole del funzionamento della propria economia, per definire finalmente un modello economico competitivo e sostenibile. Dopo l’esaurimento del modello agro-esportatore e quello dello Stato-imprenditore, era necessaria una sferzata liberale. Ma essa avrebbe dovuto essere guidata con spirito strategico, sforzandosi di modernizzare davvero l’economia argentina, non semplicemente di farla cambiare di mano. L’approccio puramente finanziario seguito da Menem e Cavallo (che poi ruppero tra loro ma per questioni d’ambizione politica personale) venne buono negli anni in cui il nemico da battere era l’inflazione. Ma questa è come la febbre, è un sintomo di un malessere, non ci si può illudere che una volta messi sotto controllo i prezzi l’economia possa funzionare da sola senz’altri interventi.
    L’Argentina è stata incapace di fondare un modello economico che vada al di là dell’esportazione delle materie prime: nell’anno 2002, il commercio estero argentino dipende dall’esportazione di carne (e ciò nonostante non si riesce a mantenere sotto controllo la febbre aftosa), di grano, di petrolio. È concepibile per un Paese che si vuole moderno e di primo mondo una struttura produttiva con queste caratteristiche? Difficile poter sostenere quest’argomento.
    Negli anni dell’apertura l’Argentina avrebbe dovuto perseguire con ben maggiore decisione la via delle riforme economiche strutturali del proprio sistema produttivo, approfittando della stabilità garantita dal modello monetario e della buona accettazione presso gli organismi
    finanziari internazionali, che avrebbe permesso di finanziare ambiziosi piani di sviluppo.

    Invece le istituzioni e gli imprenditori argentini si sono cullati nelle dolcezze della congiuntura, buttando a mare un’opportunità storica di modernizzare il Paеse. Quando si ripresenterà tale occasione? Di certo non a breve termine, oggi l’Argentina è divenuto un paria internazionale (sull’atteggiamento degli organismi finanziari internazionali ritorneremo).

    Non per nulla il ministro Cavallo, cosciente di queste manchevolezze, chiamò il suo progetto di riforma, portato avanti da aprile a dicembre 2001, piano di “competitività”. Quello era l’obiettivo da perseguire, anche se ormai era tardi. Tardi perché, per motivi politici, Cavallo non poteva abbandonare il suo modello monetario. Non potendolo rinnegare, si dedicò a due obiettivi: allungare la scadenza media del debito argentino, allontanando il momento del soffocamento, e cercare di flessibilizzare il sistema monetario mediante l’ancoraggio sia all’euro che al dollaro, che supponeva una svalutazione di fatto, ancorché parziale, del peso.

    Sul piano internazionale, Cavallo cerca di creare una nuova fiducia internazionale nei confronti del Paese, riversando tutte le colpe della situazione argentina sulla… slealtà del Brasile. Se è vero che a seguito del cambio di regime monetario in Brasile (gennaio 1999) la competitività commerciale argentina all’interno del Mercosur si era considerevolmente ridotta, è anche vero che non era sostenibile per l’Argentina una situazione nella quale la bilancia commerciale era deficitaria nei confronti di tutti i paesi del mondo salvo i soci del Mercosur. Il problema era di fondo: il Brasile seppe veuеre a tempo i limiti della rigidità mone aria, l’Argentina no. Il Brasile ha saputo approfittare della stabilità economica per portare avanti ambiziose riforme strutturali, su cui cementare la propria crescita. Tali riforme hanno bisogno di un’impostazione politica chiara e ferma, ottenuta da Cardoso in Brasile. Questo spiega perché i piani conclusi dal Brasile con l’FMI dopo la crisi finanziaria del 1999 siano riusciti, mentre dieci piani FMI-Argentina siano falliti nell’ultimo biennio.
    Non è solo una questione economica, ma politica: il sistema politico argentino, tanto dal lato radicale che da quello peronista, tanto a livello centrale come periferico, ha fallito nel disegnare i profili di un nuovo Paese.

    Le misure palliative di Cavallo si dimostrarono quindi insufficienti: quando il peggioramento della congiuntura economica internazionale dopo l’11 settembre rende insostenibile la situazione economica argentina (dal 1999 in crescita negativa) la misura per Cavallo è colma.
    L’introduzione del corralito (che fissa a 1000 dollari statunitensi mensili il tetto massimo di fondi ritirabili dal proprio conto bancario), unito al taglio del 13 per cento di stipendi pubblici e pensioni, crea una situazione insostenibile. La piazza non sopporta più Cavallo, il nuovo miracolo non avviene.

    La caduta di Cavallo comporta anche quella di De la Rúa, un presidente onesto ma inerme e inspiegabilmente assente dalla scena. “Frenando de la Dulа”, come lo si è soprannominato in Argentina, dubiterà persino al momento celle dimissioni, per sparire poi completamente dalla scena una volta ceduto il potere all’opposizione.

    Come detto, Adolfo Rodriguez Sáa, governatore peronista della provincia di San Luís, viene eletto presidente provvisorio dall’Assemblea legislativa. Nessuno dei grandi nomi del peronismo (Ruckauf, De la Sota, Duhalde, Reutemann) vuole occupare quel posto per due mesi, loro puntano alle elezioni di marzo.

    Ma il vertice peronista non sembra rendersi conto della gravità della situazione: Rodriguez Sáa dichiara la moratoria sul debito pubblico, e lo fa con un’aria trionfalistica, come se si trattasse di una vittoria per il Paese. Volendo difendere a tutti i costi la parità peso-dollaro, viene annunciata l’emissione d’una nuova moneta, denominata argentino. L’idea è un po’ balzana (e difatti non funzionerà): si mantiene la parità peso-dollaro, ma vista la scarsa liquidità presente nell’economia (bloccata dal corralito, misura tesa a proteggere il sistema bancario dalla bancarotta), si crea una nuova moneta che dovrebbe sostituire tutti i titoli con valori di moneta emessi dalle province (i cosiddetti patacones nel caso di Buenos Aires, ma che altrove avevano nomi pittoreschi come bonfles, quebrachos, bocaflores, lecops e persino evitas).

    Ecco a cosa porta l’intransigenza nella difesa di un modello insostenibile: per mantenere una parità ormai fasulla tra peso e dollaro, si riduce al minimo la quantità di circolante e, nella pratica, il Paese per funzionare ha bisogno d’inventarsi altre monete: si è arrivati a 17 (peso, dollaro, 15 tipi di patacones). L’argentino sarebbe stata la diciottesima valuta del Paese.

    Non era questa la via per risolvere lo strangolamento dell’economia argentina. I Governatori provinciali peronisti con ambizioni politiche lo sanno e non si presentano alla riunione convocata da Rodriguez Sáa per definire le nuove strategie. Rodriguez Sáa se ne va.

    Una volta eletto, Duhalde, un peronista della scuola “sociale”, intesa come oрposta alla fazione neoliberale di Menem, deve prendere atto della situazione e adottare decisioni più realiste rispetto al suo effimero predecessore.

    Il problema-chiave è quello monetario, legato anche all’impopolarissimo corralito. Siccome il nuovo Governo non può permettersi di revocare la misura che limita l’accesso alle banche, cerca di attenuarne gli effetti negativi stabilendo regole più favorevoli per i crediti fino a 100.000 dollari statunitensi e aumentando i tetti massimi previsti per la ritirata di fondi. Si pone fine alla convertibilità mediante l’introduzione di una nuova parità fissa (1,4 peso = 1 dollaro
    statunitense) per il commercio estero, е una quotazione fluttuante per tutti gli altri usi.

    In pratica, chi ha acceso dei crediti in peso/dollari sino a 100.000 dollari statunitensi, li vede “pesificati” a 1,4: sembra una fregatura, ma solo in parte, dato che nel corso degli anni i depositi peso avevano fruttato tassi d’interesse reali altissimi (attorno al 15 per cento). La perdita attuale è netta, ma ancora ragionevole. Per operazioni oltre 100.000 dollari statunitensi, il cambio è quello di mercato.

    Le grandi perdenti sono le imprese, specialmente europee, che sono entrate nel mercato argentino per offrire servizi (telefonia, energia ecc.). I loro contratti di concessione erano legati al dollaro, d’ora in poi le loro entrate saranno in peso svalutati. La situazione, specie nel settore bancario, è critica: molte banche probabilmente falliranno, generando una crisi difficile da controllare.

    Se la quotazione del peso per qualche settimana è rimasta su livelli più o meno ragionevoli, sotto i due dollari, nelle ultime settimane le incertezze derivanti soprattutto dal confuso quadro in materia di riforme e dalla mancanza di prospettive di un intervento internazionale hanno aggravato la pressione sul tasso di cambio, che ha sfiorato quota 4 dollari.

    Il Governo ha dovuto introdurre delle misure draconiane per riportare la quotazione del peso su valori più accettabili, ma la svalutazione della moneta ha già fatto ripartire l’inflazione, che probabilmente avvicinerà le tre cifre alla fine dell’anno: un salto indietro drammatico per l’Argentina, verso periodi che sembravano passati per sempre. Per quanto riguarda la crescita del PIB, le stime attuali parlano di valori attorno al -8,5 per cento nel 2002. Una situazione gravissima, se pensiamo che la crescita del PIB è già negativa dal 1999.

    L’impoverimento del Paese è drammatico: si calcola che il 40 per cento della popolazione viva in situazione di povertà, un fatto grave in un Paese abituato a ben altri livelli di benessere.

    In questo quadro complesso, la comunità internazionale chiede all’Argentina riforme credibili, in materia fiscale, monetaria, d’organizzazione dello Stato. Come già esposto in precedenza, l’Argentina ha perso molte occasioni per riformare sul serio il proprio sistema-Paese, dove convivono situazioni parassitarie, macroscopiche inefficienze, sperperi di fondi pubblici legati a favoritismi politici.

    In realtà non è un problema puramente economico, ma di vera e propria organizzazione del Paese: quando il sistema politico non offre alternative credibili, il settore privato non è efficiente ma vive spesso di favori e rendite di posizione, la giustizia è politicizzata (persino la credibilità del Tribunale Supremo, i cui membri sono notoriamente legati all’ ‘ex presidente Menem e hanno fatto di tutto per liberarlo dalle accuse che gli erano state rivolte nel caso sul traffico internazionale d’armi, è bassissima), cosa rimane?
    Solo la forza delle casseruole, che appresentano l’indignazione di una società civile beffata e derubata. Ma tale sdegno, comprensibile e condivisibile, ha poi bisogno d’essere articolato in un’azione politica positiva, e oggi nessuno in Argentina sembra in grado di raccogliere la sfida.

    È significativo come per uscire da quest’impasse d’idee e di progetti, il Governo Duhalde abbia proposto un’iniziativa di dialogo sociale tripartita: si tratta del cosiddetto “dialogo argentino”, un’istanza di dialogo con rappresentanti della politica, dell’economia e della società argentine portato avanti dal Governo, dalla Chiesa cattolica e dall’UNDP (Agenzia delle Nazioni Unite per lo Sviluppo). In altre parole, gli attori pubblici sono così screditati in Argentina che il Governo ha bisogno dell’aiuto istituzionale della Chiesa e delle Nazioni Unite per elaborаre un nuovo progetto di Paese.

    Forse l’unica lezione positiva che si può estrarre dall’attuale débâcle argentina riguarda il ruolo dell’Esercito: a fronte d’una crisi così profonda di tutta la società, l’esercito argentino non ha nemmeno pensato di scendere in campo). E dire che in passato la presenza delle forze armate nella storia politica argentina è stata molto significativa! Questo significa due cose: in chiave strettamente interna, le forze armate sono uscite triturate dall’ultima dittatura, e non costituiscono più un’alternativa credibile. In chiave latino-americana, si conferma una tesi che difendiamo da tempo su questa rivista: che l’Esercito, così presente in passato nella storia politica del subcontinente, è tornato per sempre nelle caserme, avendo esaurito il suo ruolo pоlitico. La separazione tra sfera civile e militare è ormai netta, e tocca alla società civile assumersi il compito di governare, la scappatoia militare non esiste più. Abbiamo quindi risposto ad alcune delle nostre domande iniziali: la crisi argentina non è solo congiunturale, ma strutturale, ed essa è il risultato d’una serie di fattori alcuni vicini e altri lontani nel tempo.

    Che dire dell’atteggiamento della comunità internazionale? È giusto dire che la crisi è un problema argentino che gli argentini devono risolversi da soli? Certo, gli errori di fondo che abbiamo elencato sono in gran parte interni: se nel corso degli anni la classe politica non ha saputo organizzare il Paese su basi solide ed efficienti le sue responsabilità sono evidenti.

    Ma sino a poco fa l’Argentina era il modello da seguire in materia finanziaria, era il Paese dove le riforme erano state fatte in maniera più radicale (alloro diviso con il Cile), era un mercato promettente ecc. Gli errori di cui abbiamo parlato sono invece antichi. Non sarà che le valutazioni sulla bontà dell’ultimo decennio sono state un po’ affrettate, che non era tutto oro ciò che luccicava nell’era Menem? E soprattutto, gli organismi finanziari internazionali che sino a pochi mesi prima insistevano sulle bontà del currency-board non hanno contribuito ad affondare l’Argentina? Adesso si chiamano fuori, affermando che quelle scelte erano argentine, e che il problema consiste nell’incapacità dei successivi governi di mettere in pratica i piani accordati con il FMI.

    Si richiedono riforme serie, ed è giusto, ma tanto rigore nei confronti del Paese nella congiuntura in cui esso si trova è ipocrita e ingiusto. L’Argentina deve essere aiutata, nell’interesse di tutti. Purtroppo, la nuova amministrazione americana ha ben altre priorità: in occasione della crisi brasiliana, un piano di salvataggio ben concepito, sotto la leadership USA ma con un decisivo contributo finanziario europeo, fu importantissimo per il superamento dell’impasse. Dopo un solo anno a crescita zero, il Brasile già nel 2000 tornò a crescere, stupendo un pó tutti gli analisti, e sbigottendo i ragazzini di Wall Street, quelli che decidono dei destini del mondo incollati al loro limitatissimo schermo di computer.

    Oggi l’Amministrazione Bush afferma che l’Argentina ha già bruciato in un anno 63 miliardi di dollari in aiuti senza risolvere i suoi problemi, e non merita d’essere ulteriormente aiutata. È vero, ma a chi giova il disastro argentino? Gli USA hanno perso importanti posizioni nel Mercosur negli ultimi anni. Le imprese europee sono state molto più dinamiche nell’approfittare dell’apertura di queste economie nel corso degli anni novanta. Lo stesso negoziato commerciale Eu-Mercosur è molto più avanzato rispetto all’ALCA (Area di Libero Commercio delle Americhe).

    Lo stesso Mercosur, e sul suo esempio l’America Latina nel suo complesso, ha acquisito, grazie ai successi ottenuti negli anni novanta, una densità e un peso strategico impensabili anche solo dieci anni fa.

    Forse sono malvagio nella mia visione, ma a pensare male non sempre si sbaglia: mantenere l’Argentina con l’acqua alla gola significa colpire a morte il Mercosur, un progetto d’integrazione che ha sempre infastidito gli USA, poco propensi a ritrovarsi dei partner forti in America Latina. La via d’uscita per l’Argentina potrebbe essere una dollarizzazione forzata, associata a un’apertura commerciale indiscriminata e rapidissima nel quadro di un’ALCA semplice trasposizione su scala continentale del NAFTA. Un progetto avversato dal Brasile, l’unico vero Paese in grado di fare da contrappeso (relativo) al dominio geopolitico USA nella regione. Un prolungamento della crisi argentina ferirebbe a morte il Mercosur e non potrebbe non avere conseguenze negative sul Brasile, che per il momento regge il colpo.

    E dietro l’Argentina e il Brasile, chi c’è?
    L’Europa, primo investitore e primo partner commerciale del Mercosur, molto più esposta degli USA nella regione. Ecco che in questo quadro agli USA non può fare molto dispiacere tenere l’Argentina a bagnomaria: il messaggio è, infatti, trasversale, e non è diretto solo a Buenos Aires.

    D’altro canto, un quadro di questo tipo mette anche in evidenza la necessità per l’UE di affinare le proprie strategie e le proprie modalità d’azione in crisi come queste: l’Argentina sarà pure lontana geograficamente, ma è vicinissima culturalmente ed economicamente. I paesi europei dovrebbero coordinare meglio la loro azione negli organismi finanziari internazionali, al fine di far maggiormente pesare la loro influenza, teoricamente significativa (quando si tratta di
    pagare il conto), nella pratica troppo condizionata dalle scelte USA (quando si tratta di decidere). E non stiamo parlando di azioni militari, dov’è chiaro che gli USA hanno anni luce di vantaggio rispetto a noi, ma di questioni economiche e finanziarie, dove l’EU pesa tanto quanto gli USA.
    Questa è la situazione oggi in Argentina: il quadro non è positivo, le nubi sono dense e cariche di pioggia. Ma non facciamo l’errore di credere che si tratti solo di un problema interno a quel Paese. La crisi argentina propone dubbi e interrogativi che vanno analizzati seriamente, e richiedono risposte coerenti e ambiziose.

  • OMC: il cammino da Seattle a Doha

    OMC: il cammino da Seattle a Doha

    Asolo due anni dagli strepiti di Seattle, la Conferenza ministeriale di Doha (Qatar) è riuscita a trovare un accordo sull’agenda di un nuovo ciclo di negoziati commerciali, che dovranno iniziare nel gennaio 2002 per concludersi entro il 31 dicembre 2004. Il nuovo round si chiamerà “Agenda per lo Sviluppo”, e avrà come obiettivo fare un nuovo passo avanti nel processo di liberalizzazione del commercio internazionale.
    Il nuovo round segue l’ormai famoso “Uruguay Round”, chiusosi nel 1993 con la Conferenza di Marrakech, che aveva tra l’altro supposto la trasformazione del GATT in OMC.

    Mi pare assai significativo che, a fronte dell’enorme attenzione che aveva suscitato Seattle, l’OMC sia riuscitaoggi, a solo due anni di distanza, a trovare un accordo (consensuale) su un progetto che era allora fallito, e a farlo nella sostanziale indifferenza dei media e dell’opinione pubblica. Cerchiamo di capire cosa è successo tra Seattle e Doha:

    1. A Seattle, è definitivamente morto un certo modo di fare politica internazionale e diplomazia ignorando l’opinione pubblica. Per molto tempo la politica internazionale è stata un ridotto per specialisti, sottoposta a uno scarso controllo dei poteri legislativi (in quanto domaine réservé) e ignorato dall’opinione pubblica (salvo in caso di guerre). Il giorno per giorno della politica estera è sempre stato ignorato dal grande pubblico, specie quando si trattava di questioni commerciali, tecniche e complesse;
    2. Le proteste di Seattle hanno messo in evidenza perlomeno due cose:
      – nell’opinione pubblica mondiale esiste, tanto nel Nord come nel Sud, un oggettivo disagio nei confronti degli effetti perversi della globalizzazione e della “mercantilizzazione” dei rapporti sociali da essa derivata;
      – gli effetti della liberalizzazione commerciale su scala mondiale sono ineguali, venendo beneficiati molto di più i paesi industrializzati che quelli più poveri, anche se persino nei primi si diffonde una percezione di “stare perdendo qualcosa”.
    3. Il fiasco di Seattle ha dimostrato anche che il metodo di creazione del consenso internazionale che aveva prevalso negli ultimi decenni in materia commerciale non era più valido: USA, UE e Giappone – le grandi potenze in campo non possono più permettersi di concludere accordi tra di loro obbligando nella pratica tutti gli altri a seguirle. Per le ragioni di cui sopra è necessario prendere seriamente in conto gli interessi dei paesi in via di sviluppo, ascoltare la loro voce e definire nuove regole del gioco, più equilibrate per tutti.
    4. Tra Seattle e Doha, l’Unione europea, sotto la direzione del Commissario francese Pascal Lamy, ha portato avanti uno sforzo capillare di consensus building, con l’obiettivo di riuscire a lanciare un nuovo ciclo di negoziati commerciali dal contenuto il più ambizioso possibile: è quello che è riuscito a Doha.
    5. Perché il ciclo doveva essere ambizioso? Proprio per rispondere ai nuovi stimoli che vengono dalle società e dal Sud del mondo: quanto più ampia è l’agenda di discussione, tanto più possibile sarà identificare proposte e soluzioni che possano interessare ai diversi membri dell’омс.

    Ed anche perché il commercio internazionale si è incredibilmente trasformato nel corso degli ultimi dieci anni: non solo il commercio in servizi è molto più significativo (e molto meno regolato) di quello tradizionale in beni, ma una molteplicità di altre dimensioni si sono venute ad aggiungere alla materia, creando un quadro realmente complesso: pensiamo alle questioni legate alla proprietà intellettuale e alle conseguenze in materia sanitaria, alle questioni di salute pubblica e protezione dei consumatori, ai legami con la protezione dell’ambiente, con le regole in materia lavorativa е altre ancora.
    Il nuovo ciclo non poteva quindi limitarsi a prevedere ulteriori quote di liberalizzazione, ma doveva per forza tenere conto di questo quadro più complesso.

    Con un’avvertenza: le soluzioni non sono affatto univoche. Quando José Bové si erge a paladino dell’agricoltura protetta europea (e dei sussidi che gradiva ricevere come esportatore di formaggi sovvenzionati) sta al tempo stesso proponendo soluzioni che mortificano le possibilità di sviluppo, tramite esportazioni agricole, proprio di quei paesi emergenti cui dichiara (a parole) grandi simpatie.
    O quando Brasile, India e Sudafrica sfidano (giustamente) le multinazionali mediante l’introduzione del principio della produzione locale di medicine in determinati casi, si pone il problema del rispetto della proprietà intellettuale e dei potenziali effetti negativi (per tutti) sul
    futuro della ricerca farmacologica.

    Bando quindi ai banalizzatori e ai fornitori di verità assolute e parziali: trovare soluzioni equilibrate non è affatto facile.
    Per cercare di rispondere a questa sfida, l’Unione europea ha quindi cercato di coinvolgere nel processo di creazione del consenso alcuni paesi considerati chiave tra gli emergenti, rompendo quell’asse privilegiato Washington-Bruxelles che ha fatto ormai il suo tempo.

    Questi paesi sono, grosso modo: Brasile, Messico, Sudafrica, India, Indonesia, Egitto, Malaysia, oltre a Canada e Australia. Questo nucleo duro si è quindi venuto ad aggiungere ai tradizionali UE, USA e Giappone nella preparazione, durata due anni, della nuova Conferenza.
    Del gruppo hanno comunque anche fatto parte altri paesi, soprattutto come rappresentati regionali, ma i key-players erano chiaramente quelli elencati.
    Infatti, sarebbe stato impossibile definire un’agenda di lavoro a 142, non c’è bisogno di essere un esperto per capirlo. L’agenda la definisce un gruppo ristretto, anche se ora allargato; l’insieme dei membri dell’Omcl’approva o meno. Se il processo è andato avanti con successo sino all’11 settembre, gli attentati hanno per un attimo distolto l’attenzione dalle questioni commerciali.

    La prima impressione fu che di negoziati commerciali non si sarebbe più parlato per un pò, guerre oblige.
    E invece la catastrofe dell’11 settembre è servita come input positivo: tra le altre cose, gli attentati sono venuti a rinforzare l’idea che il mondo è strutturato su basi ingiuste (anche se questo naturalmente non giustifica gli attentati). Un nuovo round di negoziati che permetta
    un rilancio del commercio su basi più giuste può quindi servire ad alleviare le tensioni che attanagliano l’umanità.
    Ecco quindi che le condizioni per il raggiungimento di un consenso sono aumentate notevolmente, dopo Seattle e dopo l’11 settembre.

    Com’è avvenuta questa costruzione consensuale dell’agenda del WTo? Da una parte, i contatti tra i Commissari europei e i loro omologhi, Ministri dei paesi scelti come riferimento, sono stati molto più frequenti che in passato. Ogni riunione aveva per scopo quello di avanzare passo passo sull’insieme dell’agenda, eliminando pregiudiziali o tabù. È chiaro che in un quadro di questo tipo tutti devono fare concessioni, non siamo più in un mondo dove i forti possono disporre a loro piacimento dei più deboli.
    Sono poi stati organizzati molti seminari regionali tipo brainstorming, ai quali sono stati invitati i funzionari dei vari paesi che avrebbero concretamente portato avanti i negoziati: queste iniziative, sponsorizzate dalla Commissione, sono state utilissime, perché hanno permesso alle persone che successivamente sarebbero state coinvolte nel negoziato di discutere in libertà sui temi oggetto dei negoziati, creando tra l’altro vincoli di familiarità sempre molto utili.
    E poi l’Ue ha lanciato alcune iniziative che andavano oggettivamente incontro alle esigenze dei paesi in sviluppo: l’iniziativa “Everything butArms”, che apre i mercati europei alla pratica totalità dei prodotti dei Pvs e “Access to Medicines” che, appoggiando l’iniziativa brasiliana
    e sudafricana di sospensione dei brevetti di alcune medicine in casi d’emergenza apriva la via al raggiungimento di un consenso internazionale su questa delicata materia.

    Da notare infine un’ultima, importantissima differenza di metodo tra Seattie e Doha: a Seattle si fallì anche perché si pretese di fissare nel documento iniziale dei negoziati quali sarebbero stati i risultati finali. A Doha, più modestamente, siè fissata un’agenda iniziale, che sarà oggetto di negoziati nei prossimi tre anni.
    Con tutte queste premesse, Doha è stato un successo, ma arrivare in fondo è stato
    comunque difficilissimo, e il round sarà molto, ma molto impervio.

    Ma da Doha sono usciti soddisfatti quasi tutti i paesi, e questa è una bella novità rispetto al passato.
    Veniamo ora alle conclusioni della conferenza e al contenuto dell’agenda del nuovo negoziato che si apre a gennaio. Il risultato di Doha è l’apertura della cosiddetta “Agenda per lo Sviluppo”, un negoziato la cui durata è prevista dal gennaio 2002 al dicembre 2004. Le parti dovranno trovare un accordo sui vari temi in discussione per quella data. In questo senso, Doha è stata un successo perché si è ottenuto l’obiettivo principale, proprio ciò che non era riuscito a
    Seattle.

    Se così non fosse stato, la credibilità del sistema multilaterale di commercio Sarebbe stata ferita a morte, portando probabilmente a un passo indietro nel precesso di apertura dei mercati.
    Ma cos’era davvero in gioco? In teoria, tutti i paesi del mondo e perlomeno tutti i membri dell’OMc sono a favore del libero commercio. Nella pratica, ognuno cerca di ottenere maggiori aperture nei settori dove è più competitivo e maggiori protezioni dove è invece più debole.
    I vari rounds del GATT dal 1945 in poi, sino all’ultimo (Uruguay Round del 1993) hanno avuto come effetto la progressiva riduzione delle tariffe doganalı, che sono oggi in termini generali molto basse e non costituiscono più un ostacolo al commercio.

    Ma rimane l’eccezione agricola: in quel settore, così importante per molti paesi esportatori anche in via di sviluppo, dazi sono diminuiti molto meno, rimanendo ancora oggi a livelli altissimi.
    A fronte della diminuzione dei dazi (misure tariffarie), sono poi emerse tutta una serie di nuove barriere (misure non tariffarie), di variegatissima natura, che creano ostacoli molto seri al commercio (misure sanitarie, regolamenti tecnici, certificati, standard ecc.). L’idea di fondo dell’OMc è quella di creare dei regolamenti multilaterali in maniera da evitare misure abusive o arbitrarie che in realtà nascondono atteggiamenti protezionistici.
    Il concetto chiave è quello di “non discriminazione”: si può introdurre il regolamento tecnico considerato più opportuno, ma facendolo in maniera trasparente, giustificandolo su basi serie e soprattutto applicandolo in maniera non discriminatoria nei confronti dei prodotti di altri paesi.

    Di esempi se ne potrebbero fare molti, ma ne bastino due: il primo caso giudicato dall’organo dell’Omc che si occupa della risoluzione delle controversie vide la condanna degli USA che avevano proibito l’acquisto di tonno messicano perché questo era stato pescato (in Messico!) senza rispettare i dettami della legge americana (cioè con reti speciali che impediscono la cattura di altre specie marine). Il WTo giudicò pretestuoso l’uso di tale legge, che in realtà copriva un atteggiamento protezionistico americano (protezione della flotta americana).
    Un caso simile oppose più tardi Canada e UE (soprattutto Spagna), quando i canadesi vollero limitare unilateralmente l’accesso alle acque canadesi di pescherecci europei (spagnoli), usando come argomento la protezione del fletano.

    Intendiamoci: tutti gli accordi in materia di pesca prevedono delle quote limitate di catture e tengono conto della protezione delle specie ittiche, ma ciò che non si può fare è emettere leggi unilaterali e poi applicarle solo a sudditi stranieri. Questa è discriminazione ed è illecita.
    Il problema della minore liberalizzazione del commercio agricolo rispetto a quello industriale fa sì che i paesi grandi esportatori agricoli (USA, ma anche Argentina, Brasile, Canada, Australia, Nuova Zelanda e molti Pvs) abbiano approfittato molto meno degli esportatori di beni industriali e servizi dell’apertura dei mercati.

    Certo, gli USA hanno potuto compensare questo fatto in altri settori, ma molti Pvs ed emergenti sono fondamentalmente competitivi solo nel settore agricolo o primario, e l’asimmetria del commercio internazionale li ha penalizzati.
    D’altro canto, questi paesi sono stati costretti ad aprire i loro mercati ai prodotti dei paesi industrializzati, senza però ricevere in contropartita l’apertura completa dei mercati agricoli.

    La situazione dell’UE è complessa: da un lato è il primo compratore di prodotti agricoli dei Pvs e dei grandi esportatori agricoli, ma dall’altro canto i meccanismi della PAC aumentano artificiosamente i prezzi interni creando una barriera pressoché insormontabile per i prodotti che competono con l’agricoltura europea.
    Il risultato sono i prezzi altissimi degli alimenti in Europa e il mantenimento di un’agricoltura europea relativamente inefficiente.
    Il dibattito sul tema potrebbe essere lunghissimo, ma la decisione europea, per molti versi legittima, di mantenere in piedi, per ragioni non solo economiche, ma piuttosto sociali e culturali, un settore agricolo inefficiente contrasta, e di molto, con le ambizioni libero cambiste
    mantenute dalla stessa Europa su scala mondiale. Si difende il libero-commercio negli altri settori dell’economia ma non in agricoltura.

    Per inciso, l’atteggiamento statunitense è del tutto identico, con l’aggravante che gli USA accusano l’Europa di protezionismo, chiudendo però tutti e due gli occhi sui potentissimi meccanismi protezionistici esistenti negli USA che rendono estremamente arduo ai Pvs esportare prodotti agricoli in quel mercato. E mentre i sussidi europei sono in netto calo dalla riforma della PAC del 1992, i sussidi americani sono aumentati vertiginosamente durante le presidenze Clinton e Bush.
    I problemi sono vari: da una parte si preclude a molti paesi più poveri un maggiore sviluppo, perché si riduce l’accesso dei loro prodotti (meno cari) ai nostri mercati, però d’altro canto si esige da loro che aprano i loro mercati ai beni e servizi dei paesi industrializzati.

    Un problema addizionale cui spesso non si pensa è poi che il prezzo finale degli alimenti in Europa è molto più caro rispetto al resto del mondo perché i prodotti ricevono forti sussidi alla produzione. I consumatori pagano quindi due volte i loro alimenti, una volta via finanziamento del sussidio (tasse) e un’altra volta attraverso il prezzo (alto) pagato al dettaglio.
    È una questione di scelte politiche ed economiche la cui legittimità può essere senz’altro difesa, così com’è legittimo che i nostri partner commerciali si sentano penalizzati da questo sistema e si diano da fare perché venga smantellato o almeno profondamente modificato.
    Il meccanismo che è realmente sotto accusa sono i sussidi all’esportazione di prodotti agricoli, che consistono nel pagamento all’esportatore europeo (o americano) della differenza tra il prezzo interno e il prezzo mondiale, naturalmente più basso, in maniera tale che il prodotto possa venire esportato su mercati terzi nonostante il suo costo di produzione sia superiore.

    La cosa curiosa è che per i prodotti industriali esistono severi meccanismi di lotta contro il dumping, però in materia agricola no. Di fatto, i sussidi pagati agli agricoltori dei paesi ricchi bruciano il mercato alle potenziali esportazioni dei paesi produttori di alimenti.
    In questo quadro, i paesi esportatori agricoli avevano imposto come condizione per il lancio del round l’eliminazione dei sussidi agricoli all’esportazione e una riduzione sostanziale dei sussidi interni alla produzione.

    Una precisazione: in termini assoluti, chi paga più sussidi sono gli europei, in termini pro capite (in base al numero degli addetti agricoli), sono gli americani.
    La dichiarazione di Doha prevede che siano aperti negoziati tendenti a questi due obiettivi anche se senza garanzia di risultato (frase fatta aggiungere dall’UE; nella versione originale si prevedeva l’eliminazione completa dei sussidi, adesso dipenderà dall’andamento del negoziato).
    I paesi esportatori sono soddisfatti, perché per la prima volta il principio del libero commercio passa anche all’agricoltura; i paesi che concedono sussidi anche perché riescono a eliminare l’automaticità dell’eliminazione dal testo. Le difficoltà che tale negoziato presenterà sono però facilmente intuibili. Gli altri punti principali del nuovo round saranno:

    1. Implementazione e revisione delle regole del WTo: i paesi emergenti tenevano molto a che si lavorasse sull’approfondimento degli impegni anteriormente presi piuttosto che aprire nuovi fronti negoziali. Sono stati soddisfatti in parte: la revisione degli accordi precedenti sarà effettuata e alcuni meccanismi esistenti (antidumping, crediti all’esportazione, regimi interni di promozione degli investimenti) giudicati oggi come sbilanciati a favore dei paesi ricchi saranno rivisti;
    2. Servizi: i negoziati partono subito su banca, assicurazioni, telecomunicazioni e turismo. Dobbiamo far notare che i servizi rappresentano una parte sempre maggiore del PIB mondiale, e la regolamentazione della materia è senza dubbio sfasata rispetto a tale realtà;
    3. Tariffe industriali: ulteriori abbassamenti sono previsti;
    4. Soluzione delle controversie: revisione dei meccanismi per renderli più equi funzionali;
    5. Ambiente: l’UE voleva l’introduzione di clausole ambientali nel commercio internazionale. È un principio utile, difeso da molte ONG e che risponde a una preoccupazione reale delle nostre opinioni pubbliche, ma è anche un’arma terribilmente a doppio taglio perché apre la porta a molti possibili abusi. I Pvs erano quindi contro, soprattutto sull’introduzione del cosiddetto principio di precauzione, che permette la sospensione unilaterale dell’importazione di un prodotto. Alla fine il compromesso è stato il seguente: entrano nel negoziato lo studio di meccanismi tra le regole del Wro e altre convenzioni internazionali in materia ambientale, in maniera da evitare incoerenze e contraddizioni. L’obiettivo è la definizione di regole chiare e trasparenti, appunto per evitare unilateralismi.
    6. TRIPS (accordo sulla proprietà intellettuale): grande vittoria dei Pvs (Brasile, India e Sudafrica in testa) che ottengono l’introduzione del principio di flessibilità in materia di rispetto dei brevetti. È l’effetto della battaglia sull’AiDs. In caso d’emergenze di natura sanitaria, il rispetto di brevetti e patenti può essere sospeso; introdotto anche il principio dell’identificazione di un legame con la Convenzione sulla Diversità Biologica e la valorizzazione della biodiversità e delle culture tradizionali (lotta contro la cosiddetta biopirateria);
    7. Altri temi: si trattava di una cesta di altre questioni sulle quali i paesi industrializzati e specialmente l’Ue hanno insistito molto. Di fronte alla crescente complessità del commercio internazionale, si trattava di includere nel negoziato la definizione di regole multilaterali su: investimenti, appalti pubblici, concorrenza, facilitazione commerciale. Alla fine i Pv3 I’hanno avuta vinta: per il momento ci si limiterà a effettuare studi tecnici in queste materie, per quanto riguarda eventuali negoziati se ne parlerà tra due anni.

    I paesi meno sviluppati temono infatti di essere sottomessi a nuove raffiche di corcessioni in questi campi, dove chiaramente sono di nuovo i paesi ricchi a godere di un maggiore potenziale.
    Bene, non è tutto quanto deciso a Doha, ma un riassunto dei punti più importanti.
    Concludo con due osservazioni:

    • – si tratta dell’agenda negoziale più equilibrata della storia dell’organizzazione: un insieme di fattori, già illustrati in precedenza, tra cui non ultimi lo shock post 11 settembre e le proteste internazionali antiglobalizzazione, hanno obbligato la comunità internazionale a prendere atto di un disagio largamente diffuso cui i deve rispondere con fatti concreti;
    • – l’essere riusciti a fissare un’agenda è già molto, ma adesso comincia il difficile. Il negoziato sarà durissimo e risulta chiaro come i temi siano molti e complessi. Le risposte non sono facili e le soluzioni richiederanno molta ma molta ambizione e coraggio. Da parte di tutti, non solo di chi negozia, ma anche delle società civili che seguono questi processi
      sempre più da vicino.

    Il dovere di tutti noi è quello di informarci per poter esprimere opinioni costruttive e non slogan: quelli sì che sono controproducenti.

  • Laeken: cosa c’è in gioco?

    Le Camere hanno recentemente approvato a larghissima maggioranza una risoluzione sul futuro dell’Unione Europea, che costituisce la presa di posizione del Governo e del Parlamento italiano per il prossimo vertice di Laeken (Bruxelles), previsto per venerdì 14.

    Ci sembra di fare cosa utile analizzando con un certo dettaglio i punti principali del documento, in modo tale da inquadrare quali sono le vere sfide di Laeken.

    Una considerazione introduttiva: è indubbiamente positivo che il Parlamento italiano abbia approvato un documento di queste caratteristiche con una maggioranza così ampia (si sono chiamati fuori solo Verdi e RC, che attualmente non fanno parte né del governo né del principale gruppo d’opposizione).

    La famosa “bipartisanship” è benvenuta quando in gioco vi sono questioni strategiche di un impatto così significativo sul futuro del nostro paese. La scelta strategica dell’Italia per l’Unione Europea è definitiva ed irrevocabile: la stragrande maggioranza delle forze politiche nazionali e pro – europeista, e ciò corrisponde ad una chiara volontà in questo senso del popolo italiano. Al massimo possono esistere nel nostro paese dubbi od incertezze su determinati aspetti specifici, ma salvo limitatissime eccezioni nessuno mette in discussione l’opportunità di condividere il nostro futuro con gli altri membri dell’Unione Europea.

    In questo senso, sin dagli inizi del processo d’integrazione l’Italia si è sempre situata nel gruppo dei paesi più europeisti, e anche nel quadro di relativo “euro – pessimismo” successivo al Trattato di Maastricht, questa posizione non ha subito alterazioni significative.

    Tuttavia, l’Italia degli anni novanta, in preda ad una vorticosa crisi sistemica interna (causata anche dalla nostra appartenenza all’Unione), ha abbassato di molto il profilo del suo contributo al dibattito sui grandi temi strategici dell’Unione, in particolare a quello sul dopo-completamento dell’Unione Economica e Monetaria e sulla grande sfida dell’allargamento. In altri paesi si è sviluppato un vivace dibattito sulla materia, dall’ Italia veniva solo un assordante silenzio, interrotto solo recentemente dagli interventi di Amato e Ciampi.

    È quindi un buon segnale che finalmente le nostre Camere abbiano partecipato al dibattito fornendo il contributo che i soci si aspettano da un paese come l’Italia, membro fondatore e di peso dell’UE.

    Purtroppo, lo sviluppo positivo è stato immediatamente controbilanciato dalla folle presa di posizione del Governo sul mandato d’arresto europeo: non possiamo usare la parola “incomprensibile” per definire la posizione che il Governo impone al paese, perché sappiamo tutti quello che c’è dietro. Il rifiuto dell’importantissima proposta UE e’ invece “ingiustificabile”, ma in linea con una serie di altri provvedimenti, dapprima esclusivamente interni, poi internazionali (la vergogna delle protocollo addizionale al trattato con la Svizzera) e ora anche comunitari. Il disegno è chiaro a chiunque voglia leggere la realtà con un minimo d’obiettività ed informazione (cioè a tutti all’estero e a chiunque in Italia non si faccia abbindolare dalla propaganda insensata del Polo).

    L’Italia ha quindi fatto, mediante la risoluzione comune, un bel passo in avanti in termini di credibilità internazionale, e poi ne ha fatti subito due indietro.

    L’accordo “bipartisan’ è stato possibile sulle questioni di fondo (è già qualcosa), diviene però impossibile quando si passa allo specifico, e gli interessi di bottega di corto respiro tornano alla
    superficie.

    Ma veniamo a Laeken: il dibattito sul futuro dell’UE si è aperto nel momento stesso in cui si concludeva il processo di ratificazione del Trattato di Maastricht che, oltre a completare il processo di UEM, aveva dato vita ad un Unione a tre pilastri: 1. Mercato Unico + UEM con moneta unica (dimensione economico – commerciale); 2. Politica Esterna e di Sicurezza Comune; 3. Affari Interni e Giustizia.

    Se le regole del gioco nel primo pilastro (totalmente comunitario) erano ormai divenute chiare, il secondo ed il terzo, nel quale prevaleva ancora il metodo intergovernativo obbedivano a regole molto meno fluide. Di fatto, nel corso degli anni novanta, il secondo ed il terzo pilastro hanno funzionato molto meno del primo, il che potrebbe far pensare che il metodo comunitario è molto più efficiente di quello intergovernativo.

    La grande sfida dell’allargamento a 13 nuovi paesi rendeva poi necessaria una seria revisione del funzionamento dell’UE: senza snellimento delle regole l’UE non potrà mantenere la propria velocità di crociera, e men che meno proporsi nuove sfide. Il dibattito sulle riforme istituzionali,
    lungi dall’essere meramente tecnico, propone invece serie riflessioni sul futuro politico dell’Unione che vogliamo.

    Il Trattato di Amsterdam e quello di Nizza dettero risposte parziali e limitate ai due problemi di fondo, anche se certi progressi furono registrato in entrambi i casi. Dobbiamo pero’ sottolineare come Nizza sia stata una risposta per molti versi frustrante e di corto respiro rispetto alle dimensioni della sfida esistente. A fronte della grande domanda su che Europa vogliamo e con che ruolo nel mondo, i nostri governi risposero con una triste logica ragionieristica da “perdite-profitti”: tutti, forse con l’eccezione italiana, analizzarono Nizza col bilancino da farmacista per contabilizzare dove avevano vinto o perso “in quanto paese”, senza rendersi conto che quello che si perde con questa logica è l’obiettivo di fondo, quello del progetto europeo nella sua globalità.

    Un progetto europeo che, non dimentichiamolo, proprio perché condiviso e di ampio respiro ha
    trasformato in maniera irrevocabile il nostro continente, portando pace, prosperità e progresso ai nostri paesi.

    Ma viviamo anni nei quali pare persa la visione progettuale di un futuro possibile, e nei quali un po’ ovunque ci si occupa solo di “guadagnarci a breve”. Ma del futuro dell’ Europa non si può parlare solo in questi termini, e la generazione di leaders che portò avanti il progetto europeo sino agli anni novanta lo sapeva bene (anche perché aveva vissuto la guerra in prima persona).

    Se Amsterdam e Nizza non furono sufficienti, perlomeno divenne chiaro che il dibattito sulle questioni di fondo non poteva essere ulteriormente ritardato: nel contesto della globalizzazione e dell’allargamento, non possiamo permetterci il lusso di stare fermi vivacchiando, perché di fatto torneremmo indietro, e tutti noi europei ne saremmo pregiudicati.

    A Nizza quindi si approvò una Dichiarzione sul futuro dell’Unione che menzionava espressamente quattro temi da trattare in una futura occasione (il vertice di Laeken appunto):

    1. Una più precisa delimitazione delle competenze tra Unione e Stati membri che rispecchi il principio di sussidiarietà; 2. lo status da dare alla Carta dei Diritti fondamentali dell’unione Europea (la cosiddetta Costituzione europea); 3. la semplificazione dei trattati al fine di renderli più chiari e meglio comprensibili senza modificarne la sostanza; 4. il ruolo dei Parlamenti nazionali nell’ architettura europеа.

    A Laeken non dovranno essere risolti tutti questi nodi, ma dovranno essere definiti calendari e modalità per la trattazione di questi temi. Fermo restando che il processo dovrà concludersi il 2004, quando dovrebbe prodursi la prima fase dell’allargamento ai nuovi membri.

    Alcuni paesi pensano che il processo costitutivo da avviare a Laeken si debba centrare solo sui quattro temi di cui sopra. Altri, tra cui la presidenza belga responsabile di presentare una proposta ai soci, pensano che sia opportuno trasformare il dibattito in una vera e propria discussione su un progetto globale per l’Europa.

    Il governo belga suggerisce quindi di aggiungere alla discussione i seguenti temi:

    • – le modalità di finanziamento dell’Unione; – le procedure decisionali; – l’architettura istituzionale; il ruolo delle regioni; – la modernizzazione del metodo comunitario ed il dialogo con le parti sociali

    Da parte sua, la risoluzione approvata dal Parlamento Italiano propone di aggiungere anche questi altri temi:

    • – riorganizzazione e costituzionalizzazione dei Trattati (si riprende un tema già presente nell’agenda, ma insistendo sulla necessità di dare una dimensione costituzionale ad un certo numero di norme fondamentali); – estensione del voto a maggioranza qualificata in seno al Consiglio; – estensione del metodo comunitario al terzo pilastro (già a Amsterdam e Nizza si avanzò in questo senso, si tratterebbe di completare il processo); – rafforzamento della capacità decisionale dell’Unione nel settore della cooperazione giudiziaria e degli affari interni (strettamente legato al punto precedente); – possibilità d’elezione diretta del Presidente della Commissione; – razionalizzazione dei lavori del Consiglio; – estensione del potere di codecisione del Parlamento Europeo; – creazione di un governo dell’economia; – coerenza ed efficacia dell’azione esterna dell’Unione.

    L’Italia è quindi favorevole ad un allargamento del dibattito a tutte le questioni di fondo sul futuro dell’Unione: questo è senza dubbio uno sviluppo positivo, che viene a rompere con il relativo allontanamento da cuore del dibattito che ci aveva contraddistinto negli anni novanta.

    Per discutere l’agenda che sarà definita a Laeken (ristretta o più vasta), esiste già un accordo sulla convocazione di una Convenzione che sarà composta da 16 rappresentanti del Parlamento Europeo, 30 rappresentanti dei Parlamenti nazionali (due per paese), 15 rappresentanti degli Stati Membri, un rappresentante della Commissione.

    Alla Convenzione parteciperanno come osservatori rappresentanti del Comitato Economico е Sociale e del Comitato delle Regioni.

    Parteciperanno alla Convenzione, con un ruolo consultivo, anche rappresentanti dei paesi candidati, secondo la stessa ripartizione vigente per i paesi membri (1 rappresentante dell’esecutivo e due del legislativo).

    Allo stato attuale, la Convenzione dovrebbe svolgersi nel 2004: l’Italia propone di anticipare l’inizio dei lavori al 2002 in modo da concluderli entro fine 2003, in modo da evitare che i suoi lavori coincidano con la campagna elettorale per le prossime elezioni europee (giugno 2004, con partecipazione dei paesi dell’allargamento), con la conclusione dei negoziati d’adesione dei nuovi membri e con la scadenza del mandato dell’attuale Commissione (giugno 2004).

    Vediamo ora quali sono i principali temi che saranno oggetto della Convenzione nel corso dei prossimi due anni, cercando di sottolineare le sfide insite in essi. Cominciamo dai punti già previsti nella Dichiarazione sul futuro dell’ Unione allegata al Trattato di Nizza.

    1. Definizione di una più precisa delimitazione delle competenze tra Unione e Stati membri, che tenga conto del principio di sussidiarietà.
      Si tratta di una questione – chiave, ma il difficile é trovare una soluzione che soddisfi tutte le esigenze in campo, spesso contrastanti.
      Il principio di sussidiarietà implica la presa in considerazione nella ripartizione delle competenze anche del livello subnazionale, il che é del tutto necessario nell’ambito di un federalismo che si voglia davvero tale.
      Non si tratta quindi solo di delimitare il campo tra comunitario e nazionale, ma piuttosto
      d’elaborare un quadro armonico in grado di massimizzare l’efficacia dell’azione comunitaria.
      Le diverse culture amministrative e realtà locali esistenti in Europa non facilitano l’elaborazione di un tale quadro d’insieme, ma il livello d’interpenetrazione della dimensione comunitaria nei paesi dell’UE é tale che l’integrazione si vede ostacolata nel suo funzionamento concreto se gli organismi subnazionali non sono in sintonia con i governi centrali. Da qui, e dalla necessità di avvicinare sempre più l’Europa ai cittadini, la necessità di puntare sulle collettività locali come fattore essenziale dell’integrazione europea.
      In termini generali, la storia dell’integrazione europea é stata caratterizzata, fino agli anni novanta, da una tendenza alla crescita delle competenze comunitarie a scapito di quelle nazionali, facilitata anche dalla giurisprudenza della Corte Europea.
      Questo processo si é però arrestato proprio quando si é venuto a completare il primo grande progetto europeo, quello del mercato unico (1993). Al momento del lancio dell’UEM, gli Stati membri intraprendono un processo di erosione o perlomeno di congelamento della tendenza preesistente.
      L’apparizione dell’Euro é il suggello del processo d’integrazione economica: gli Stati membri (ed i cittadini europei) capiscono che se non si pone un freno alla dimensione comunitaria, gettando un po’ d’acqua gelata sugli entusiasmi europeisti, gli stati -nazione sono destinati a vedere assottigliate sempre più le loro prerogative.
      Da qui che il secondo ed il terzo pilastro di Maastricht privilegino la dimensione intergovernativa: paradossalmente, al successo del comunitario nella sfera economica (in quarant’anni si crea uno spazio economico comune dotato d’una sola moneta in un contesto di straordinario aumento della prosperità continentale), si risponde abbandonando questo modello per riproporre quello classico dell’intergovernativo, a propulsione indubbiamente minore.
      Se una certa paura dei ceti politici nazionali e delle opinioni pubbliche nei confronti dell’immanenza del comunitario può giustificare questo sviluppo, é però curioso che si sia scelto d’abbandonare un modello che funziona, per privilegiarne uno molto meno efficiente.
      Nel caso della PESC (Politica Esterna e di Sicurezza Comune), essa fa i conti giornalmente proprio con questa contraddizione: se essa non é così deficitaria come spesso si dice, é anche vero che in caso di crisi il suo funzionamento rimane indubbiamente al di sotto del potenziale che l’UE ha nel mondo.
      Nel caso della cooperazione in affari interni e giustizia, la situazione é simile, salvo che recenti sviluppi (Nizza) fanno già intravedere un rafforzamento del metodo comunitario a scapito dell’intergovernativo: quando si vogliono risultati concreti, c’è bisogno del lavoro di una Commissione che proponga ed una volta che il Consiglio (ed il Parlamento) hanno adottato una decisione, si occupi dell’esecuzione di tali decisioni. Se non si vuole avanzare, l’intergovernativo va invece benissimo.
      Naturalmente, un’Unione dalle competenze sempre più vaste non dovrà necessariamente adottare le stesse modalità di funzionamento in tutti i suoi ambiti.
      Credo che questa sia in realtà la risposta più adeguata alla sfida esistente: un approccio flessibile che eviti estremismi ideologici e cerchi, nella pratica, la soluzione più efficace perché una determinata politica dispieghi i suoi effetti a beneficio dei cittadini europei.
      L’esperienza però insegna che il comunitario funziona meglio: ferma restando la necessità di prevedere tutti gli opportuni meccanismi di controllo, è necessario che l’intergovernativo si permei sempre più di comunitario, e che il PE ed i Parlamenti nazionali siano implicati sempre più strettamente nel processo di decisione. Ma il ruolo della Commissione nell’implementazione è necessario. L’UE ha bisogno di una Commissione forte, un suo indebolimento è funzionale solo agli interessi conservatori di chi vuole fermare il treno per difendere il proprio potere.
      La sussidiarietà vale poi come principio generale: anche in questo caso é necessaria una certa flessibilità. Non tutti gli enti locali funzionano allo stesso modo, anche all’interno di un singolo paese. Tutte o quasi le politiche comunitarie già oggi vedono la collaborazione attiva delle regioni, non potrebbe essere diversamente. Perché però la democrazia europea funzioni correttamente è importante che i cittadini siano in grado di visualizzare ad ogni momento a chi compete una determinata azione (o chi è responsabile per eventuali carenze): non serve attaccare Bruxelles se è la mia regione che ha omesso di agire nell’ambito della sua competenza, non serve attaccare il sindaco se egli si vede impedito d’agire da eventuali ritardi nella definizione del consenso in ambito comunitario o da carenze del governo nazionale.
      Stabilire un quadro chiaro di regole non é semplice, ma aiuta i cittadini a chiarire le responsabilità di ciascuno. È quindi necessario per aumentare il tasso di democrazia europea. Ma non è affatto un problema di “tecnocrazia oscura”, piuttosto di mancanza di volontà politica di chiarire i nodi della questione.
      È ora di farlo una volta per tutte.
    2. La formulazione di una Carta dei Diritti Fondamentali dell’UE è un’esigenza che é appare evidente da una decina d’anni a questa parte. Dal momento dei dubbi tedeschi in materia di conformità con la Legge Fondamentale della RFT del Trattato di Maastricht, apparve chiaro che, tenendo conto del grado d’intensità raggiunto dalla nostra integrazione, era divenuto necessario elaborare una Costituzione Europea.
      L’eterodossa posizione britannica, dovuta al fatto che questo paese non possiede una Costituzione scritta, portò all’assurda conclusione di Nizza, che adottò il principio d’una Carta “senza valore giuridico”. L’avete mai vista una Costituzione che abbia solo valore politico? Una contraddizione in termini.
      Pare che a Laeken si sia avanzato su questo punto: sempre per questioni di chiarezza e trasparenza è necessario che agli europei sia fornito un testo che riprenda i diritti fondamentali garantiti da tutte le nostre Costituzioni nonché dalle Convenzioni Internazionali (Nazioni Unite) sottoscritte dai nostri paesi. Tutti noi ci guadagneremmo dal fatto che sia l’Unione a garantire tali diritti: questo tra l’altro impedirebbe certe derive unilaterali preoccupanti (caso austriaco od atteggiamento italiano sul mandato di cattura europeo), molto piu probabili di eventuali derive dell’ Unione come tale, spesso evocate come possibili ma nella pratica assai poco probabili.
      Tale Costituzione non sostituirebbe ma integrerebbe il corpus costituzionale nazionale.
      I cittadini non avrebbero che da guadagnare da questo sviluppo.
    3. La semplificazione dei Trattati.
      Un’ altra necessità: consultare i Trattati di oggi, frutto di modificazioni successive sul testo del Trattato di Roma, richiede un grado di conoscenza della materia molto superiore, per esempio, a quello necessario per consultare la Costituzione Italiana.
      La cosa migliore sarebbe riscrivere tutto, nella linea della proposta formulata l’anno scorso dai saggi europei: prevedere una prima parte di norme essenziali di natura costituzionale, modificabile solo all’unanimità, ed una seconda parte di diritto materiale, in cui prevarrebbe eccezioni il principio di codecisione (Parlamento Europeo) e la maggioranza qualificata.
      Questa soluzione avrebbe il grande vantaggio di aumentare di molto la trasparenza, oggi complicata di molto dall’esistenza di molteplici procedimenti decisionali.
      Da notarsi che il Trattato di Nizza è però andato nella direzione contraria, complicando e non semplificando i procedimenti di decisione.
    4. Innalzare il ruolo dei Parlamenti nazionali nel processo di decisione: io m’accontenterei di omogeneizzare il ruolo del Parlamento europeo nel processo di decisione, creando poi dei raccordi tra questo ed i Parlamenti nazionali. Implicare questi ultimi nel processo decisionale complessivo potrebbe rendere tale processo interminabile, specie in un contesto a 27.
      È senz’altro positivo che i Parlamenti nazionali “dicano la loro”, come l’ha fatto l’italiano prima di Laeken, ma penso che la priorità vada accordata al rafforzamento del PE ed al miglioramento qualitativo sia del suo funzionamento che della sua composizione (maggiore visibilità, maggiore importanza da dare alle elezioni europee, che porterebbe anche ad una migliore selezione del personale politico europeo, oggi spesso davvero impreparato).

    Ci restano da trattare le altre questioni proposte dal nostro Parlamento all’attenzione degli altri
    Stati Membri.

    Confrontando la risoluzione approvata dalle Camere con la Dichiarazione approvata a Laeken, dobbiamo dire che ha finalmente prevalso la tesi di chi voleva approfittare dell’occasione della Conferenza per ampliare lo spettro del dibattito ad altre questioni – chiave. Era la posizione della presidenza belga ed anche del nostro Parlamento.

    Mi sembra uno sviluppo positivo: una visione troppo restrittiva non sarebbe servita al momento storico che l’Europa sta vivendo. Molto meglio affrontare tutte le grandi questioni, visto che perdipiù i paesi dell’allargamento sono stati invitati a prendere parte ai lavori della Conferenza, pur con un ruolo minore (senza potere di decisione).

    La Dichiarazione di Laeken pone sul tavolo molte questioni, che saranno quindi affrontate nei prossimi due anni:

    1. In materia di miglior ripartizione delle competenze tra dimensione comunitaria e nazionale, si propone di affrontare anche le seguenti materie (oltre a quelle già elencate):
      1.1 Migliore formulazione della PESC: è una questione assolutamente centrale per il ruolo dell’UE nel mondo. L’UE non è affatto inerte come si crede di fronte alle crisi mondiali, anzi è in prima fila per quanto riguarda aiuti umanitari e cooperazione allo sviluppo.
      Ma è chiaro che traspare una mancanza di spessore politico alla nostra azione esterna, motivata dalla schizofrenia spesso dimostrata dai principali paesi dell’UE, sempre pronti ad andare avanti per conto loro piuttosto che a lavorare a fondo sull’elaborazione di un quadro coerente europeo.
      È un peccato, perché l’Europa gode nel mondo di un enorme capitale di simpatia ed è portatrice di valori e modelli sociali molto più attraenti rispetto a quelli proposti ad esempio dagli Usa.
      I nostri partner spesso desiderano una maggiore presenza politica europea (unica eccezione forse Israele) che possa controbilanciare la presenza americana. Tale situazione è ad esempio evidente in America latina ma non solo. E la presenza che si richiede è di più Europa, non di più Francia, Gran Bretagna od Italia.
      Quasi tutti i fattori che favorirebbero il rafforzamento della nostra politica estera comune sono presenti. Ma ne manca uno solo, fondamentale: l’appoggio delle burocrazie dei Ministeri degli Esteri, formate da persone la cui tappa formativa e la cui carriera è impregnata di nazionalismo (la politica estera europea fa i suoi primi passi solo negli anni 80). Il problema non è tanto, come si potrebbe credere, di mancanza di volontà politica a livello ministeriale, ma d’ostacoli di tipo burocratico – amministrativo creati da chi ha paura di perdere “potere” o “posti”. È una visione miope, perché in realtà non si tratta affatto di togliere gli uni il lavoro agli altri, ma di organizzare le risorse in maniera più efficiente. Di progressi da fare ce ne sono tantissimi, ma il cambiamento è culturale e richiederà tempo.
      A corto, è comunque necessario che il rappresentante della PESC faccia parte della Commissione e che si dia una grande accelerazione a tutte quelle pratiche di coordinamento che già esistono (a livello di definizione delle strategie, delle politiche, dell’azione diplomatica, dell’assistenza ai cittadini dell’Unione etc..) ma che richiedono molto più impegno ed il superamento di tante inerzie.
      Controindicazioni non ce sono: l’Europa nel mondo ha uno spazio enorme di crescita, fomentare i nostri particolarismi è solo dannoso. Nessuno dei nostri paesi è più forte od influente da solo, anche se tutti in qualche momento lo credono. Le specificità di ognuno possono invece essere potenziate a beneficio di tutta l’Unione, nel quadro di una cooperazione franca e trasparente.
      1.2. Discorso simile in campo difensivo, dove l’insufficienza delle nostre nazioni è palese. Negli ultimi anni si è avanzato nella giusta direzione, ma le ultime crisi hanno messo in evidenza una volta di più quanto resta da fare. Come si può pensare che non sia meglio una risposta europea alle crisi internazionali rispetto a volontarismi nazionali (vedi Afghanistan). Come dubitare che tutti i nostri paesi da soli non siano all’altezza delle sfide alla sicurezza del mondo di oggi?
      Abbiamo tutto da guadagnare dal rapido sviluppo di una dimensione comunitaria della difesa. Sta già avvenendo ma dobbiamo fare di più. A Laeken l’onere di proporre metodologie più adeguate per tali politiche;
      1.3. Stesso discorso per la dimensione giudiziaria e penale. Il “terzo pilastro” sta avanzando, ma uno spazio economico integrato come il nostro non deve essere timido nel completare il circolo con il perfezionamento di uno spazio giudiziario. Che questi crei una serie di problemi tecnici complessi da risolvere è chiarissimo, vari giuristi l’hanno sottolineato. Ma l’importante è tracciare una via maestra, senza ambiguità, e remare tutti nella stessa direzione. In questo senso, gli argomenti usati dal governo italiano contro il mandato di cattura europeo erano risibili perché pretestuosi.
      1.4. Maggior coordinamento delle politiche economiche: è un campo nel quale si è avanzato parecchio ma mancano ancora molte riforme. Cruciale anche il tema, affrontato dal nostro parlamento ma non esplicito nella Dichiarazione di Laeken, del “governo dell’economia”. La Banca Centrale Europea non ha nel suo mandato questo compito, essa si deve occupare solo di controllo d’inflazione: questo l’ha indebolita (ed ha indebolito l’Euro) nonostante in questi tre anni essa si sia dimostrata tecnicamente all’altezza. Sì quindi al governo dell’economia, facendo però solo attenzione ad evitare duplicità di ruoli. Per questo motivo l’ipotesi del Sig. Euro mi convince meno dell’eventuale allargamento delle competenze del BCE al di là del mero controllo del tasso d’inflazione;
      1.5. Inclusione delle regioni nel processo decisionale comunitario e rispetto delle loro competenze: bisogna chiaramente andare al di là del basso profilo attuale (Comitato delle Regioni), ma anche evitare situazioni assurde, come la presenza delle regioni nel Consiglio Europeo. Da rafforzare invece meccanismi di coordinamento tra regioni dello stesso paese o limitrofe. Ma un Consiglio a 200 membri non mi sembra una buona soluzione.
      1.6. Rafforzamento della cooperazione in materia sociale, ambientale, della salute, della sicurezza alimentare: sono campi che interessano sempre di più i cittadini, e nei quali trasparenza ed efficacia sono d’obbligo. Importante che facciano parte dell’agenda di Laeken, anche pensando alla sfida dell’allargamento.

    Per quanto riguarda il deficit democratico, l’agenda di Laeken si occuperà della ridefinizione dei
    ruoli delle diverse istituzioni, della designazione del Presidente della Commissione, dei meccanismi di decisione (da uniformare e rendere più agili, anche se a Nizza si è fatto il contrario..)e dell’estensione della maggioranza qualificata (che dovrebbe divenire la regola con poche eccezioni ben definite), di modifiche al sistema elettorale del PE (vedasi l’annoso problema del sistema elettorale uniforme, la cui assenza crea notevoli distorsioni di rappresentatività), dell’eventuale pubblicità delle riunioni del Consiglio, del sistema di Presidenza, della composizione della Commissione.

    Insomma, il menù è ricco, ed il nostro Parlamento è stato all’altezza della situazione nel porre i
    problemi giusti.

    Ma ora comincia il difficile, perché a fronte di grandi sfide i governi europei hanno risposto negli ultimi anni in maniera poco ambiziosa, usando il bilancino del farmacista. Questo e il grande problema dell’Europa di oggi: proprio quando si completano grandi realizzazioni di enorme portata storica che è persino inutile citare, è venuto a mancare, da Maastricht in poi, lo stimolo a pensare in grande.
    Io credo che i fattori che spiegano questa crescente timidezza della nostra integrazione siano essenzialmente due:

    • – un fattore generazionale: i leader che, con tutti i loro difetti personali, portarono avanti l’integrazione fino agli anni novanta, avevano vissuto la guerra ed appartenevano ad una generazione che aveva sperimentato in prima persona i guasti della non – integrazione e del confronto. Al suo posto vi è ora una generazione di politici pragmatici, figli del dopoguerra, per cui l’integrazione non è una più sfida epocale dalle grandi conseguenze storiche ma qualcosa di “tecnico” con cui hanno sempre convissuto. Questa ha provocato una perdita di slancio ideale ed un ritorno ad approcci opportunistici e di corto respiro.
      L’accorciamento del ciclo politico ed il raffreddamento delle utopie contribuisce anche a che la generazione al potere in Europa solo agisca in funzione dei cicli elettorali, e non più pensando a grandi disegni di sviluppo di lungo periodo;
      – l’insicurezza nelle popolazioni derivante dalle sfide della globalizzazione (non necessariamente dell’integrazione europea, anche se spesso si confondono le due dimensioni). L’integrazione è il fattore che sta permettendo all’Europa di rimanere sulla cresta dell’onda nell’ambito della globalizzazione, senza di essa le nostre nazioni sarebbero fuori gioco (forse con qualche eccezione).

    Confondere gli effetti della globalizzazione con quelli dell’integrazione porta a gravi errori: la globalizzazione è una realtà in gran parte esogena con cui bisogna fare i conti, l’integrazione è una scelta volontaria ma necessaria per far fronte ai nuovi scenari.

    Nel momento in cui euro e mercato unico sono divenuti una realtà tangibile, i popoli ma soprattutto i loro governi hanno avuto paura ed hanno voluto mettere il freno a mano. In realtà gli europei sono ben più integrazionisti dei loro governi, il grande segreto di cinquant’anni di vita in comune sta nel grande protagonismo della società rispetto al sistema politico: vedasi lo sviluppo del diritto comunitario e la sua applicazione diretta, un fenomeno imposto non dai governi ma dai cittadini.

    È questo che ha differenziato l’UE da ogni altro processo d’integrazione al mondo: i governi lanciarono una sfida negli anni cinquanta senza sapere sino in fondo dove si sarebbe arrivati, la società (in primis le imprese ma poi anche i cittadini) hanno obbligato i governi a tenere fede alle loro promesse.

    Laeken sia quindi l’occasione per riflettere a tutti questi temi, ma rifuggiamo dall’idea che essi siano materia per specialisti o addetti ai lavori. La grandezza dell’Europa sono i suoi cittadini, sempre più consapevoli e protagonisti. Sono loro (siamo noi) a dover definire l’Europa che vogliono (vogliamo).

  • L’America Latina di fronte al G8

    L’America Latina di fronte al G8

    Lo sviluppo degli scenari internazionali dopo Seattle ha avuto importanti conseguenze anche nei confronti dell’America Latina. Da una parte, l’affermarsi di un influente movimento di contestazione nei confronti della globalizzazione e dei suoi effetti ha portato al centro della attenzione mondiale dei temi tradizionalmente a cuore dei paesi della regione, così come dei paesi in via in sviluppo o “emergenti”: in sintesi, potremmo dire che si è affermata nel mondo una rinnovata sensibilità nei confronti dell’esistenza di relazioni squilibrate tra il Nord e il Sud del mondo, un tema che sembrava non più di moda e che invece chiaramente preoccupa parti importanti dell’opinione pubblica mondiale.

    Dall’altra, il subcontinente si trova, cоme forse mai prima nella sua storia, al centro di un complesso scacchiere commerciale caratterizzato dall’accavallarsi di più fronti: se il lancio di un nuovo round multilaterale in seno all’Organizzazione mondiale del commercio (Омс) rimane la prospettiva generale più probabile, o almeno quella desiderata dai più, la possibilità di un nuovo fallimento in Qatar dopo quello di Seattle ha portato alla ribalta altri scenari potenziali per la regione:

    • – integrazione emisferica nell’ambito del cosiddetto ALCA, Accordo di libero commercio delle Americhe;
      – conclusione di accordi commerciali bilaterali con l’Unione europea; già una realtà nel caso del Messico, un accordo simile è attualmente negoziato tra UE e MERCOSUR;
      – consolidamento dei processi d’integrazione economica sub-regionali: in primis, il MERCOSUR, alle prese con un’importante crisi interna a causa delle divergenze economiche tra Brasile e Argentina, ma tuttora un blocco regionale con prospettive solide e risultati significativi in termini di volume degli scambi commerciali; ma anche la Соmunità andina, e, in prospettiva, un possibile Mercato comune sudamericano, che risulterebbe dalla possibile integrazione dei due gruppi;
      – la possibilità alternativa di conclusione di accordi bilaterali con gli USA e con l’UE, rifuggendo dall’appartenenza a blocchi regionali: è il modello cileno, che altri nella regione vorrebbero seguire.

    Ma sarebbe errato pensare che tutte queste possibilità siano apparse sulla scena solo a seguito del fallimento di Seattle. I giochi sono più complessi, e s’inseriscono in quella nuova primavera dell’America Latina, o almeno di parte di essa, che ha caratterizzato gli anni Novanta: chiusosi il decennio perduto, tutti i paesi della regione hanno portato avanti, con maggiore o minore successo, ambiziosi processi di modernizzazione dei loro sistemi economici e sociali che hanno dimostrato come l’America Latina, lungi dall’essere composta da paesi destinati a fallire,ha di fronte a sé un futuro ricco di opportunità.

    Della realtà di questa nuova America Latina, ancora alle prese con problemi atavici ma che ha intrapreso il cammino nella giusta direzione, si sono rese conto in primo luogo (sorprende?) le imprese, multinazionali e no, che hanno investito in massa nei paesi più promettenti della regione, sia nel quadro dei processi di privatizzazione, sia al di fuori di esse.

    Se il Brasile si è andato affermando negli anni Novanta come il primo destinatario di investimenti tra i paesi emergenti dopo la Cina, la ragione non sta certo nell’amore dei capitali internazionali per la samba, ma piuttosto al successo delle riforme economiche intraprese dal governo di Fernando Henrique Cardoso e alle solide prospettive a lungo termine del mercato brasiliano e del MERCOSUR.

    Se un processo simile ha interessato il Messico, nel quale si è molto investito nonostante le turbolenze politiche, è perché la comunità imprenditoriale internazionale ha giudicato irreversibile il processo economico e sociale in corso nel paese nordamericano.

    Le attuali difficoltà argentine non devono trarre in inganno: questo paese, il più “europeo” dell’America Latina, era stato il primo ad attirare l’attenzione del business internazionale. Le privatizzazioni argentine degli anni Novanta erano infatti state citate come modello da seguire per i paesi emergenti. Ma oggi conosciamo le lezioni economiche di questa prima generazione di privatizzazioni “selvagge”. In Argentina, come negli USA o in Gran Bretagna, chi ha privatizzato senza definire regole chiare e trasparenti per il settore privatizzato si è trovato spesso alle prese con gravi problemi di efficienza. In questa prima tappa della storia delle
    privatizzazioni (anni Ottanta e primi anni Novanta), esse erano concepite, un po’ fideisticamente, come un bene assoluto, e la priorità era messa non sulle modalità delle stesse, ma piuttosto sugli aspetti retributivi per l’erario pubblico. Dopo risultati brillanti nei primi
    anni, alla lunga sono apparsi i problemi.

    L’Argentina è un caso chiaro di questa situazione: privatizzò tutto e subito, creando l’illusione di avere risolto d’un colpo tutti i suoi problemi. Ma queste privatizzazioni “contabili” non furono accompagnate da un parallelo processo di snellimento e modernizzazione dell’economia e del settore pubblico, portando all’impasse attuale, una crisi di competitività del modello-paese, aggravata dall’ingessamento del peso sui valori del dollaro, che spiazza completamente i prodotti argentini sui mercati internazionali.

    Gravi problemi strutturali spiegano quindi i problemi argentini, e la loro soluzione richiederà anni di politica economica virtuosa e di sacrifici: non sarà facile, ma sembra chiaro che l’Argentina ha compreso la lezione: la stabilizzazione economica e lo strangolamento dell’inflazione non erano la tappa finale, ma quella iniziale sul lungo cammino delle riforme.

    Se il Cile è stato considerato per anni il modello per eccellenza, e se la sua situazione macroeconomica è tuttora migliore rispetto a quella dei suoi vicini, anche questo paese deve oggi fare i conti con una certa stanchezza del proprio sistema-paese, il che non impedisce che Santiago si muova con spregiudicatezza e notevole abilità sullo scacchiere internazionale: una necessità per un paese di piccole dimensioni (demografiche), il cui Pil dipende per circa la metà dalle esportazioni.

    Gli altri paesi della regione sono stati tutti caratterizzati da processi simili, più o meno riusciti. Ma la strada intrapresa sembra chiara e, pur facendo tutti i distinguo di rigore, possiamo oggi parlare di un’America Latina che si affaccia al XXI secolo con una rinnovata credibilità economica.

    È proprio questa nuova dimensione che permette all’America Latina di giocare un ruolo di maggiore protagonismo nelle relazioni internazionali. Alla credibilità economica si viene infatti ad associare una maggiore credibilità internazionale, evidente nel caso dei maggiori paesi, come il Messico o il Brasile, ma riscontrabile anche in altri casi.

    Se l’America Latina interessa come mercato, essa, forse per la prima volta nella sua storia, sembra anche in grado di dire la sua, senza limitarsi a essere una protagonista passiva del proprio destino. Tramontata l’epoca della dipendenza, il subcontinente dimostra d’avere molto da dire (e da offrire) nell’era dell’interdipendenza e della globalizzazione.

    Non vorremmo che quanto detto sinora facesse trasparire un’immagine di immotivato ottimismo: i problemi della regione restano seri, e la frattura sociale esistente ovunque nella regione tra élites colte e parti integranti del Primo Mondo e una più numerosa frangia della popolazione ancora esclusa dalla modernità, rimane la grande sfida aperta dell’America Latina nel nuovo secolo. Solo una decisa sterzata verso il sociale da parte delle élites al potere in tutta la regione permetterà di affrontare davvero questa battaglia, e i segnali percepibili in questo senso non sempre sono incoraggianti.

    Ma le società civili latino-americane, una volta timide e sottomesse al potere politico, hanno fatto anch’esse passi da gigante negli anni Novanta, e hanno in un certo senso obbligato le oligarchie al potere a tenere conto delle loro istanze. In parte, questo fenomeno è dovuto all’ampiezza dei processi di privatizzazione in paesi in cui la presenza dello Stato era sempre stata forte (o pesante): il ritrarsi della mano pubblica ha obbligato i cittadini, un tempo passivi, a farsi carico dei problemi della collettività. Anche in Europa è successo qualcosa di simile, ma in un contesto eсоnomico che poteva disporre di ben maggiori risorse. In questo senso, il risveglio delle società civili latino-americane ha un che di eroico, ma è reale e palpabile.

    Molte le tematiche su cui s’incentrano le esperienze in corso in America Latina: sviluppo sociale, educazione, lotta alla criminalità e alla droga, protezione dell’ambiente, accesso alle nuove tecnologie. Nell’America Latina di oggi, i cittadini non si aspettano più soluzioni magiche dallo Stato ma s’impegnano in prima persona.

    Ma non è solo un atteggiamento difensivo quello che spiega questo fenomeno (sostituzione dello Stato che ha fallito), ma anche il risultato di un processo virtuoso. I paesi latino-americani hanno dimostrato di poter funzionare sul serio, e questo ha trasmesso alle loro popolazioni un senso di fiducia che spesso era mancato in passato.

    Se le critiche agli effetti perversi della globalizzazione sono moneta corrente in tutto il mondo, l’America Latina è certamente stata all’avanguardia in questo processo. Da un lato, l’esistenza di un’oggettiva diffidenza nei confronti del modello dominante di origine statunitense, amato e odiato a un tempo dai latino-americani, dall’altro, l’esistenza di gravi situazioni di squilibrio sul continente, acuite dall’intensificarsi della globalizzazione (i contrasti visibili a occhio nudo in qualsiasi città latino-americana risultano scioccanti agli occhi di un europeo) non hanno fatto che portare acqua al mulino di chi critica determinati aspetti di essa.

    Se la globalizzazione fa molte vittime, una buona parte di esse vive in questa parte del mondo.

    Non è quindi un caso che, proprio in America latina, sia sorto un processo critico ma costruttivo nei confronti della globalizzazione come quello che portò al Foro sociale di Porto Alegre, che all’inizio di quest’anno attirò l’attenzione di mezzo mondo.

    Col senno di poi, possiamo dire che Porto Alegre è stato il fiore all’occhiello del movimento mondiale critico nei confronti degli aspetti perversi della globalizzazione. La successiva spirale su cui si sono avvitate alcune frange dei movimenti anti-globalizzazione da Praga a Genova ha avuto il torto di svilire nella violenza tematiche di straordinario interesse e attualità.

    Il Foro sociale di Porto Alegre fu farina del sacco della sinistra latino-americana, e rappresentò un esempio positivo е costruttivo di come possono essere affrontati, senza violenze, temi di grande spessore. Il suo grande merito fu quello di dire ad alta voce cose che molti nel mondo pensavano senza avere il coraggio di dirlo.

    Se il Foro sociale diede corpo a inquietudini che le società civili latino-americane nutrivano da tempo, i governi latino-americani, rinfrancati dal relativo successo delle riforme intraprese e stimolate da società sempre più dinamiche ed esigenti, hanno avuto il coraggio di inserire nell’agenda internazionale temi che stanno a cuore all’America Latina e, più in generale, dei paesi emergenti e in via di sviluppo. E, sorpresa, si è scoperto che questi temi interessano a molti anche nel mondo industrializzato.

    Qualche tempo dopo lo svuotamento pratico del fronte dei non allineati, paesi che spesso in passato hanno ricercato ruoli autonomi nell’ambito internazionale si trovano in prima fila su temi che risvegliano molte simpatie anche nel Nord del mondo, soprattutto in Europa.

    Facciamo alcuni esempi: la battaglia intrapresa da Sud Africa, India e Brasile per l’accesso a costi ridotti ai farmaci contro l’Hiv e altre malattie endemiche, mediante la sospensione parziale dei diritti di proprietà intellettuale, è un tema molto delicato, perché mette a repentaglio una delle fondamenta dell’economia di mercato.

    Ma è, al tempo stesso, una rivendicazione oggettivamente giusta, dato che, a fronte di problemi di tale gravità, è necessario mettere in atto meccanismi audaci, fondati sul principio della solidarietà.

    Una questione di questo tipo si sarebbe trascinata per anni nelle stanze dell’OMC, per concludersi alla fine con una vittoria delle multinazionali farmaceutiche, se il clima mondiale non fosse drammaticamente cambiato nell’ultimo anno, e non si fosse originata una forte pressione internazionale a favore delle rivendicazioni dei paesi del Sud.

    Il Brasile e i suoi alleati non sarebbero poi riusciti nel loro intento se non avessero potuto contare sul significativo appoggio dell’Unione europea, la cui iniziativa Access to Medicines è pienamente compatibile con le rivendicazioni dei paesi emergenti (e molto lontana dalle posizioni statunitensi).

    In materia di cambiamento climatico e biosicurezza (Protocolli di Kyoto e Cartagena) e di biodiversità (Convenzione sulla diversità biologica di Rio, 1992), i paesi latino-americani e specialmente il Brasile che, forte della sua buona salute e del suo peso economico e strategico, ha abbandonato passate ambizioni su scala planetaria per assumere un ruolo, ben più realistico, e pregnante di leader del subcontinente, difendono con forza posizioni critiche rispetto alle visioni iperliberistiche statunitensi e anche giapponesi.

    Nell’ambito delle conferenze delle Nazioni unite, il Brasile e il blocco latinoamericano hanno generalmente dimostrato una notevole coesione, derivante non solo da un’omogeneità culturale, ma piuttosto da un’oggettiva comunione d’interessi. In quest’ambito, è notevole anche la sintonia con i paesi asiatici e africani, che permette quindi a paesi come il Brasile o il Messico di far parte del gruppo dei leaders dei paesi in via di sviluppo. Anche nella recente Conferenza di Durban, i paesi latinoamericani hanno giocato un ruolo significativo: senza essere in prima fila né sul tema delle rivendicazioni legate al passato schiavista, né su quello delle definizioni ideologiche in materia di razzismo, essi, guidati dal Brasile, hanno assunto un ruolo di mediazione che ha avuto il suo peso nel raggiungimento di un compromesso finale.

    L’America Latina tende quindi a non accettare più senza riserve modelli culturali e sociali importati da altrove, ma a sviluppare posizioni proprie e difenderle sulla scena internazionale, tessendo alleanze a geometria variabile che la vedono spesso convergere con altri paesi emergenti, asiatici e africani, ma anche con l’UE.

    Certo, non è possibile generalizzare sempre, e differenze significative esistono, ad esempio in materia di accettazione degli OGM, respinti dal Brasile e accettati senza riserve in Argentina, ma l’America Latina di oggi si pone di fronte al G8 con una personalità propria.

    Anche in campo culturale, sta dimostrando un gran dinamismo. La sensibilità al tema della “eccezione culturale” è crescente, e la tematica dell’accesso a una società dell’informazione multilingue si è molto sviluppata in una regione che parla spagnolo e portoghese (rispettivamente seconda e quarta lingua internazionale del mondo). Se la società dell’informazione vuol essere globale i suoi contenuti non possono essere solo in inglese, ma devono poter pervenire alla maggioranza della popolazione in lingua madre. Anche qui sono chiare le sintonie con i paesi asiatici e con una Europa per definizione multiculturale, e le frizioni con un modello globalizzante monocorde di stampo statunitense.

    In materia economica, come si pone l’America Latina di fronte al G8?

    Facendosi forti della loro rinnovata credibilità, che pareva per sempre perduta negli anni Ottanta, i paesi latino-americani si trovano in sintonia oggettiva con altri paesi emergenti nel richiedere una “democratizzazione” del commercio internazionale, fondato su un accesso crescente ai mercati del mondo sviluppato e sulla revisione dei meccanismi esistenti in seno all’Oмс, oggi visti come pesantemente squilibrati a favore dei paesi industrializzati, che favorisca i paesi del Sud.

    Pochi paesi latino-americani fanno parte del gruppo dei “Paesi meno avanzati” oggetto dell’iniziativa di condono del debito presa nel G7 di Colonia (1999), ma l’America Latina, sempre alle prese con severi problemi d’instabilità finanziaria, è invece molto sensibile al tema del disegno di una nuova architettura del sistema finanziario internazionale che favorisca la stabilità dei paesi emergenti. Le crisi messicane (1994), brasiliane (1999) e argentina hanno messo in evidenza la fragilità finanziaria dei paesi anche più forti della regione, comunque dipendenti dall’afflusso di capitali internazionali e spesso penalizzati da movimenti speculativi sui mercati che non sempre hanno riscontri oggettivi nei paesi interessati.


    La comunità finanziaria internazionale ha risposto positivamente ai successivi appelli brasiliani e argentini mediante la concessione di pacchetti finanziari ad hoc, ma il problema è lungi dall’essere risolto ed è una delle priorità che stanno più a cuore alle dirigenze latino-americane. Non ci sembra, però, che al di là degli interventi specifici già menzionati, sia probabile la definizione in un prossimo futuro di meccanismi di stabilizzazione dei mercati monetari, che continueranno a fluttuare con forza come hanno fatto dal 1973 in poi.

    Se il problema del debito estero, pur senza essere sparito del tutto, non attanaglia più come un tempo i paesi latino-americani che hanno ritrovato negli anni Novanta il cammino della crescita, il fattore chiave dello sviluppo economico è oggi identificato nell’accesso ai mercati internazionali.

    L’Uruguay Round dette luogo a un grande processo di liberalizzazione commerciale dei beni industriali e, in parte, dei servizi; i paesi emergenti, generalmente produttori agricoli, richiedono oggi di essere ricompensati per il grande sforzo di apertura delle loro economie, effettuato nel corso degli anni Novanta. Ciò è particolarmente vero per alcuni paesi latino-americani, che si sono fortemente aperti ai capitali e alle imprese internazionali e che sarebbero pronti a esportare prodotti agricoli sui mercati europeo, nordamericano e giapponese se all’apertura dell’Uruguay Round facesse ora seguito una significativa liberalizzazione dei mercati agricoli nel nuovo round commerciale. Sia gli USa sia l’UE e il Giappone dispongono di meccanismi di diversa natura che limitano fortemente le importazioni di prodotti agricoli dai paesi forti produttori (riuniti nel cosiddetto Gruppo di Cairns), e concedono anche sussidi alle esportazioni (USA e UE), spiazzando i paesi di Cairns anche su mercati terzi.

    Se, nel caso dell’UE, le riforme della PAC del 1992 e l’accordo finanziario di Berlino del 1999 hanno dato luogo a riduzioni progressive dei sussidi, soprattutto nel caso di quelli concessi agli esportatori, gli USA sono in preda a una vera e propria escalation del protezionismo agricolo.

    Secondo i paesi latino-americani, in primis i produttori agricoli come Argentina, Brasile e Uruguay, il nuovo round di negoziati OMC, il cui lancio fallì a Seattle e che sarà ora ritentato a Doha in novembre, dovrà in primo luogo riguardare la liberalizzazione del commercio agricolo, considerata una vera e propria priorità, ma anche la revisione di meccanismi il cui uso è considerato protezionistico e squilibrato a favore dei paesi industrializzati (anti-dumping, proprietà intellettuale).

    Solo in quel caso sarà possibile, secondo i latino-americani, discutere di ulteriori riduzioni dei dazi industriali e di liberalizzazioni addizionali di servizi e appalti pubblici. È da notarsi come, alla fermezza latino-americana, ispirata comunque da uno spirito costruttivo, faccia da contraltare una maggiore rigidità dei paesi emergenti asiatici (India, Indonesia, Malaysia), assai poco
    propensi ad appoggiare il lancio di un nuovo round.

    Prima di Seattle, queste remore dei paesi emergenti avrebbero potuto rimanere relegate in secondo piano: i tre grandi del commercio internazionale, soprattutto USA e UE, avrebbero potuto decidere sui destini del commercio mondiale da soli. Ma oggi non è più così, e il consenso di una decina di paesi emergenti “chiave” è divenuto imprescindibile. Nel caso dell’America Latina, si tratta di Brasile, Messico e Argentina, cui si aggiungono India, Indonesia, Malaysia, Singapore, Sud Africa, Egitto (oltre a paesi sviluppati come Canada e Australia e pochi altri).

    Difficilmente sarà possibile registrare progressi significativi nei negoziati о prevedere un lancio degli stessi senza essere riusciti a ottenere un consenso di massima all’interno di questo club.

    E se, nonostante questi sforzi, non risultasse possibile lanciare un nuovo round multilaterale all’OMс, quali sarebbero le conseguenze per l’America Latina?

    Come anticipato all’inizio, sarebbe un errore dipingere gli scenari alternativi come ripieghi rispetto al round multilaterale. In realtà, se Stati Uniti e Unione europea sono impegnati in ambiziose iniziative nei confronti dell’America Latina, la trama aveva incominciato a essere tessuta all’inizio degli anni Novanta, in coincidenza con l’inizio dei processi di stabilizzazione economica e riforme strutturali nella regione.

    Sin dalla firma del Trattato di Asunción (1991), che dà alla luce il MERCOSUR, l’Unione europea fornì al nuovo blocсо sudamericano un notevole appoggio politico e di cooperazione economica. Quest’approccio porterà alla firma dell’accordo di Cooperazione interregionale di Madrid (1995), una delle cui clausole prevedeva il lancio di negoziati di liberalizzazione commerciale tra i due blocchi quando fossero riunite le condizioni necessarie.

    La significativa evoluzione delle relazioni economiche tra UE E MERCOSUR (I’UE si è affermata nella seconda parte del decennio come il primo socio commerciale e il primo investitore nel blocco sudamericano) hanno creato in breve tempo le condizioni per il lancio di un negoziato, il cui obiettivo è la firma del primo Accordo di associazione interregionale della storia delle relazioni internazionali.

    In occasione del primo Summit euro-latinoamericano di Rio (giugno 1999), fu approvato l’inizio dei negoziati, che sono avanzati con una certa difficoltà all’inizio ma che sono già approdati, dopo cinque round negoziali, alla presentazione di un’offerta di accordo da parte dell’UE, cui dovrà corrispondere la presentazione di una controproposta da parte del MERCOSUR a fine ottobre.

    Esistono le condizioni per una conclusione dell’accordo nel prossimo biennio, e il prossimo Summit euro-latinoamericano di Madrid (giugno 2002) dovrebbe venire a scandire i tempi del negoziato, che creerà quindi un ambizioso spazio economico comune tra i quindici membri dell’Ue e i quattro paesi del MERCOSUR, cui si verrebbe ad aggiungere il Cile, con cui l’Ue sta negoziando in parallelo un accordo equivalente.

    A quello commerciale si vengono poi ad aggiungere un accordo politico e uno in materia di cooperazione, facenti tutti parte integrante dell’Accordo di associazione.

    Per quanto riguarda gli Stati Uniti, il lancio dell’ambizioso progetto di creazione di un mercato comune emisferico (ALCA in spagnolo, FTAA in inglese) risale alla presidenza Bush padre.

    Il processo avanzò ben poco durante le presidenze Clinton, ma nell’ultima parte del suo secondo mandato la sua amministrazione prese atto da un lato della crescente importanza strategica dei mercati della regione, che gli USa non potevano più considerare come acquisiti, e dall’altro delle difficoltà del quadro multilaterale (fallimento di Seattle). Di fatto, gli USA hanno sempre privilegiato un approccio strategico multilaterale nei negoziati commerciali, rimanendo sostanzialmente estranei al processo di conclusione di accordi bilaterali e regionali che ha caratterizzato tutte le regioni del mondo.

    Analisti e aziende americane hanno lanciato un grido d’allarme in questo senso al presidente George W. Bush, che ha deciso di spingere con forza sulla via del regionalismo, senza per questo rinunciare alla possibilità di lanciare un round multilaterale ancora quest’anno.

    Ma la prospettiva di un Mercato comune delle Americhe è ritornata d’attualità, e i trentaquattro paesi della regione hanno stabilito nel Summit delle Americhe di Québec (aprile 2001) un calendario e una struttura per i negoziati che dovrebbero concludersi nel 2005.

    Tale negoziato deve però far fronte a molte difficoltà, non ultima il peso delle lobbies americane, che rendono difficilmente preventivabile la concessione di un mandato negoziale ampio (TPA, Trading Promotion Authority, prima conosciuto come fast-track) al presidente Bush.

    Ma vi è anche un’altra fondamentale differenza tra l’ALCA immaginabile all’inizio degli anni Novanta e quella attuale. Se allora il processo negoziale sarebbe stato chiaramente a propulsione statunitense, con una scarsa possibilità per i paesi latino-americani di esercitare un peso significativo sul negoziato, la rinnovata forza di alcuni di loro, in primis del Brasile, e la presenza riequilibrante dell’Unione europea ha ora cambiato le carte in tavola. I paesi latino-americani hanno maggiore margine di manovra e, nel caso del Brasile, intendono esercitarlo a fondo.

    Questo non significa che l’ALCA non si farà, ma piuttosto che esso difficilmente sarà una semplice specchio del NAFTA (Accordo di libero commercio del Nord America): sarà invece un accordo ambizioso e di ampio respiro, nel quale anche gli USA Saranno costretti a fare concessioni su materie importanti (accesso ai mercati, regole sanitarie, uso dell’antidumping, riduzione dei sussidi agricoli).

    Di fatto il Brasile è già riuscito, nel periodo che ha preceduto Québec, a imporre il suo calendario agli USA e ai suoi alleati più stretti (Cile e Uruguay), che premevano per una conclusione dei mandati nel 2003, prima della fine del mandato di Bush. Era una prospettiva
    irreale, data la complessità del negoziato, ma molti paesi latino-americani,
    attirati dalla chimera di un accordo rapido con gli USA, sembravano disposti ad
    accettarla.

    La posizione brasiliana, sostenuta da paesi come il Venezuela e, con qualche dubbio, dall’Argentina, è che un negoziato rapido non possa che risultare squilibrato a favore degli USA, che devono dimostrare con concessioni reali la loro volontà di concludere un accordo. L’altro punto cui il Brasile tiene particolarmente è il consolidamento del MERCOSUR: se il blocco è dal 1999 alle prese con una crisi interna, essenzialmente dovuta all’incompatibilità dei regimi cambiari argentino e brasiliano, e oggi aggravata dalla situazione argentina, ciò non toglie che si tratti di un mercato interno significativo e di un acquis politico di peso cui il Brasile non vuole rinunciare. Da qui la decisione di negoziare come blocco in seno all’ALCA (ciò non entusiasmava l’Uruguay e in parte l’Argentina).

    Ma, che il MERCOSUR conti ancora parecchio, nonostante i suoi problemi interni, è dimostrato anche dal fatto che gli USA, a fronte delle difficoltà dei negoziati multilaterali (OMс) ed emisferici (ALCA), hanno accettato di avviare un dialogo chiamato 4+1 con il MERCOSUR su temi commerciali d’interesse comune. Non si tratta ancora di un vero e proprio negoziato, ma di un tavolo di discussione che riconosce al MERCOSUR un ruolo importante, spesso negatogli dagli USA in passato.

    Dall’evoluzione di questi scenari, cui si aggiunge anche il negoziato 4+5 tra MERCOSUR e Comunità andina che potrebbe portare alla creazione di un Mercato comune sudamericano come premessa per un suçcessivo ALCA, dipende il futuro dell’America Latina nel secolo che sta iniziando.

    Chiaramente, se qualcuno crede ancora che l’America Latina sia ancora un fuscello in balia di tempeste più grandi di lei, quanto esposto dovrebbe bastare a fargli cambiare idea.

    La nuova America Latina rimane alle prese con enormi problemi, ma dispone ora di voce e personalità propria: all’interno di essa, paesi come il Brasile e il Messico, ma anche il Cile o lo stesso Venezuela, dispongono di atouts di diversa natura che sono in grado di utilizzare.

    Di fronte alla crisi del modello G8 emersa negli ultimi due anni, risulta difficile pensare alla possibilità di mantenerne inalterata la sua struttura e le sue modalità di funzionamento. Sta svanendo, o forse è svanita del tutto, l’idea di un “direttorio” di paesi ricchi (i Sette) o armati (Russia) che possano esercitare da soli la leadership mondiale.

    È necessario ampliare lo spettro del G7: di fatto, già esiste da alcuni anni il G20, la cui prima riunione ha avuto luogo a Berlino nel dicembre 1999.

    In questo nuovo forum partecipano, oltre ai membri del G8, Argentina, Brasile, Messico, Australia, Sud Africa, Turchia, Cina, India, Indonesia e Corea del Sud, oltre alla Presidenza dell’UE e le istituzioni di Bretton Woods. Anche se il G20 non ha ancora il seguito mediatico del G8, è probabilmente in questo senso che la comunità internazionale dovrà dirigersi, senza dimenticare però di associare all’allargamento del gruppo la definizione di meccanismi di coinvolgimento dei paesi che ne sono esclusi e della società civile.

    In questo quadro, l’America Latina fa bella mostra di sé e non mancherà di far sentire la propria voce nella definizione dei nuovi equilibri mondiali.

  • As relações UE – Mercosul e as perspectivas dum acordo comercial entre as duas regiões

    Nesta intervenção vamos abordar o tema das relações existentes entre os dois blocos regionais e do estagio de avanço das negociações comerciais visando a conclusão dum acordo de liberalização comercial.

    Nesta mesma semana, está tendo lugar em Bruxelas a quarta rodada das negociações do acordo, que na verdade não se limitam à dimensão comercial só, mas abrangem também duas outras componentes, a política e a da cooperação, vendo a compor um verdadeiro acordo de associação entre as duas regiões.E’ isso que estamos agora a negociar.

    Bem é verdade que a componente comercial do acordo é a que atrai a máxima atenção dos observadores e da imprensa. Más é bom lembrar que a parceria que o Mercosul e a União Européia estão estudando vai além da simples dimensão comercial, visando a criação duma parceria permanente entre as duas regiões.

    Lembrar disso é importante até porque a atenção dos últimos meses focou-se quase exclusivamente no outro grande processo negociador que o Brasil e o Mercosul estão a ponto de enfrentar: o ALCA.

    Nesse sentido, o ALCA apresenta-se como um processo de abrangência menor do que a associação UE – Mercosul, em linha com a tradição norte-americana de integração, que limita ela á esfera puramente comercial, privilegiando-se ainda a dimensão tarifaria à respeito da dimensão não tarifaria.

    Tendo em conta as complexidades da realidade comercial de hoje, um enfoque desse tipo poderia surtir um resultado aquém das expectativas geradas. Reduzir tarifas só, o fazer concessões comerciais sem inserir elas num processo mais amplo de aproximação entre as duas regiões poderia resultar em final de conta decepcionante.

    Daí nossa ideia de criar um quadro mais amplo de aproximação, que é o resultado do caminho comum que a UE e o Mercosul fizeram desde o lançamento mesmo do Mercosul, dez anos atrás.

    Quando o Mercosul surgiu em 1991, é evidente que o bloco do Cone Sul inspirou-se fortemente na experiência europeia. Os países do Mercosul empreenderam um processo impetuoso de eliminação das travas ao comercio na região, cujos resultados foram realmente impactantes em termos de intensificação do comercio.

    Mas em seus primeiros anos, o Mercosul demorou em dotar-se de políticas que abrangessem mais que o simples comercio. Os casos são obviamente muito diferentes, a Europa não é o Mercosul, mas a experiência europeia ensina claramente que um processo de integração económica não pode limitar-se apenas à esfera comercial. Para que os efeitos sejam reais e duradouros é preciso a implementação de outras políticas que venham a completar o esforço efectuado a nível comercial (convergência das políticas económicas, política regional, política de concorrência).

    No quadro do processo de aproximação entre as duas regiões, a troca de experiências sobre políticas e mecanismos de integração é uma peça fundamental. Não é segredo para ninguém que a União Europeia tem vindo a apoiar fortemente desde o inicio o processo de integração empreendido pelos países do Cone Sul: desde a assinatura do Tratado de Assunção (1991), a Comunidade ofereceu ao Mercosul o seu apoio político, e pôs-se à disposição do novo blocо para proporcionar a assistência técnica em matéria de integração que este viesse eventualmente a necessitar.

    Este apoio estava em linha com a proposta que faz tempo a Europa tinha feita aos países latino-americanos de que seguissem o seu exemplo: o processo de integração económica empreendido pelas nações europeias tinha sido o propulsor do crescimento económico, da prosperidade e da paz que têm reinado nesse continente que tanto sofreu no passado o peso da sua dolorosa história.

    A Comunidade Europeia sempre pensou que, no momento oportuno e tendo em conta as circunstâncias específicas de cada região, o seu modelo poderia servir de referência para processos similarmente virtuosos.

    No que diz respeito à América Latina, a Comunidade sempre defendeu que a eliminação das barreiras aos intercâmbios comerciais poderia revelar-se um poderoso factor de desenvolvimento económico, tal como o foi para a Europa.

    Além disso, o aparecimento de novos actores sólidos no cenário comercial internacional poderia contribuir, no âmbito do desenvolvimento de um multiregionalismo aberto, para a democratização do comércio mundial em benefício de todos.

    Se na região andina o processo de integração regional avançou mais a nível institucional, sem ter ainda produzido resultados suficientes no que diz respeito à aceleração dos intercâmbios, não há dúvida que os resultados experimentados pelo MERCOSUL durante os anos noventa foram espectaculares, ao ponto de quem até recentemente se obstinava negar a própria existência do bloco tenha tido de aceitar essa realidade contundente.

    Não foi esse o caso da União Europeia, que sempre acompanhou o processo de modo muito próximo e sempre acreditou nele.

    No entanto, mesmo que as semelhanças entre o MERCOSUL e a União Europeia sejam bastantes, não seria adequado ignorar as diferenças, que também existem.

    No quadro do processo de aproximação entre as duas regiões, a troca de experiências sobre mecanismos e feitos da integração é uma peça fundamental.

    Quais são os instrumentos para esta aproximação? Como referimos anteriormente, a Comissão Europeia apoia o MERCOSUL desde 1991. Durante os primeiros anos do processo, os vários projectos de cooperação financiados pela Comunidade Europeia se inspiraram numa dupla filosofia: pôr à disposição do MERCOSUL a experiência acumulada no que poderíamos definir como a “filosofia” e a “engenharia” da integração.

    “Filosofia” da integração dignifica colocar à disposição a experiência dos vários sectores sociais que se viram afectados pela integração: empresários, jornalistas, cidadãos, trabalhadores, magistrados… O que pode ser transposto de experiência desenvolvida na Europa para o MERCOSUL? Este intercâmbio de experiências levado a cabo ao longo dos anos tem sido extraordinariamente enriquecedor.

    “Engenharia” da integração significa uma série de projectos de assistência técnica em matérias que podem parecer aborrecidas e anódinas, mas na ausência das quais a integração não avança nenhum passo: daí os projectos UE – MERCOSUL nas áreas aduaneira, estatística, de normas de qualidade e de controle sanitário, que serviram para criar uma cultura comum da qual nos aproveitamos agora para estreitar as nossas relações comerciais.

    O Acordo de Associação Inter-regional UE – MERCOSUL que estamos presentemente negociando, e que inclui acordos políticos, comerciais e de associação, é o marco de referência actual: um marco complexo, que requererá esforços e concessões de ambos os lados, mas que culminará esse caminho comum que nossos povos empreenderam juntos antes que a UE e o MERCOSUL tivessem nascido.

    Como já falamos. é evidente que a componente comercial do acordo é a peça – chave do processo, e ela atrai a atenção de todos os observadores: neste respeito, nos últimos tempos foi muitas vezes colocada em dúvida nos países do Mercosul, a existência duma real vontade de negociação por parte da UE, sobre tudo no que diz respeito ao comercio agrícola. Gostaria de contribuir para a resolução dessas dúvidas.

    O mandato para a negociação com o Mercosul que o Conselho Europeu outorgou à Comissão em junho de 1999 estabelece claramente a vontade da União de conseguir um acordo de liberalização comercial abrangendo a totalidade dos sectores, conforme as regras da OMC.

    É importante aqui lembrar um dato: embora fale-se com muita frequência no Mercosul do proteccionismo agrícola, e os EE.UU. procurem alimentar essa reputação, apresentando-se como aliados do Brasil nessa luta contra os subsídios agrícolas comunitários.

    No entanto, vale a pena salientar como a UE é hoje o primeiro importador de produtos agrícolas do Brasil e do Mercosul, chegando a importar quatro vezes mais produtos agrícolas oriundos desta região do que EE.UU. Não deixa de ser um dato significativo, que arrocha um pouco de agua no fogo dos tópicos.

    Mais um dato: no que respeita os famosos subsídios à agricultura outorgados na União Européia, desde a reforma da PAC (Política Agrícola Comum) de 1992, a quantia desses subsídios, tanto às rendas dos agricultores como às exportações não deixam de cair, numa lógica de redução gradativa que já alcançou uma dimensão significativa. Os subsídios à exportação representavam mais de 60% do orçamento da PAC antes da reforma de 1992, representam 25% desse orçamento hoje. E a tendência é de queda.

    Agora bem, a tendência dos subsídios outorgados pelos EE.UU. é justamente a contraria, senso que a atual. administração americana já anunciou novos incrementos de subsídios.

    Para que vejam como a realidade do comercio internacional é bem mais complexas do que muitas vezes fala-se e repete-se até a saciedade.

    A negociação, actualmente centrada nas barreiras não tarifárias, será ampliada às barreiras tarifárias a partir de julho de 2001, conforme estabelece o mandato.

    O que a União Europeia considera é que as negociações bilaterais com o Mercosul não podem prescindir de uma ligação directa com as negociações de uma nova rodada multilateral na OMC, que constitui nossa primeira prioridade.

    As duas negociações, longe de ser incompatíveis, podem ser complementares: determinados aspectos de máximo interesse dos países do Mercosul poderiam ser mais oportunamente tratados no âmbito multilateral, para serem imediatamente transferidos para a negociação bi –
    regional.

    Mas o que tem que ficar claro é que a UE já tomou a decisão de negociar com o Mercosul e não vai voltar atrás: é possível que por nossa estrutura nossa actuação possa parecer lenta, mas ao mesmo tempo nossas decisões estratégicas estão na direcção correcta e não são previsíveis mudanças de rumo.

    O acordo com a UE não vai inviabilizar avanços na outra grande negociação que está sendo cogitada, a do ALCA. Na verdade, o desenvolvimento das relações internacionais depois da queda do muro de Berlim veio a demostrar a falácia das teorias de quem pensavam que o mundo se dividiria em zonas de influencia mais o menos fixas: a América latina ficaria sob a influencia permanente dos EE.UU, a Europa Oriental e a África sob a influencia da UE, a Ásia sob a influencia japonesa.

    A globalização tomou outro rumo completamente diferente, e dez anos depois nos vemos uma concorrência acirrada entre as grandes potências económicas em todos os mercados.

    Si a persistente crise japonesa influenciou negativamente a presença internacional desse pais for a da Ásia, Europa e Estados Unidos estão competindo duramente nos mercados emergentes e não são neles: os EE.UU estão demostrando um interesse cada vez maior nos assuntos africanos, a UE veio a consolidar suas posições, já significativas, na América Latina.

    Longe de aparecer zonas de influencia, o que emerge é uma concorrência global, na qual os países e as regiões emergentes como o Mercosul têm interesse em inserir-se com a maior nitidez, não só de forma passiva, mas procurando perseguir seus próprios interesses com a maior eficácia.

    Neste sentido, vários cenários complementam-se, e o Brasil e o Mercosul têm todo o interesse em seguir pela frente em paralelo negociando com a UE e no âmbito hemisfério (além que nos foros multilaterais). O Brasil entendeu muito bem isso e está cuidadosamente jogando desse efeito – balança entre seus dois parceiros principais, a UE e os EE.UU.

    Toda a atenção está agora concentrada na próxima Cúpula de Quebec, sendo o debate focado no estabelecimento dum calendário para a negociação.

    Minha impressão é que a diplomacia brasileira está jogando muito bem suas cartas, e que a solução que surtirá de Quebec vai estar muito mais perto das atuais posições brasileiras do que das posições defendidas pelos EE.UU., o Canadá e o Chile. O que interessa numa negociação internacional não é tanto o calendário, quanto a sustância delas. De pouco adianta começar a falar em datas, si você não estabelece um patamar serio de possíveis concessões.

    Na negociação que estamos tendo com o Mercosul trabalhamos nessa optica: não colocamos uma data alvo na frente, mas estamos enfrentando os problemas em diferentes grupos de trabalho, que estão avançando progressivamente nas suas agendas.

    Depois duma fase inicial na verdade que dificil, na qual parecia prevalecer a desconfiança entre as partes, o que atrapalhava a possibilidade de avançar, na ultima rodada, que teve lugar em Brasília no mês de novembro, ficou claro que quebrou-se o gelo entre as partes. A parte exploratória das negociações podemos dizer que terminou nesse momento, e que já entramos na verdadeira discussão até de textos do acordo.

    Dependendo das matérias os trabalhos estão mais o menos avançados, em alguns casos até que estamos perto de finalizar as negociações, mas tendo em conta da existência da clausula que obriga a concluir todos os âmbitos de negociação simultaneamente preferimos não adiantar com uma data para a assinatura.

    O prazo que nos temos dato é a próxima Cúpula de Madrid (junho de 2002): nessa Cúpula Euro – Latino-americana, que dá seguimento à primeira desse género, que teve lugar no Rio em junho de 1999, onde foram lançadas as negociações actualmente em andamento, nossos Chefes de Estado e de Governo farão o ponto da situação com base no os negociadores terão conseguido alcançar, e um quadro claro até sobre prazos vai ser o resultado dessa avaliação.

    Nesse quadro, qual o cenário que o Brasil e o Mercosul enfrentam? Eu vejo para os próximos anos uma região, que passou por uns positivos anos noventa, que quebraram com décadas de posições fechadas herança do passado, enfrentar um grande desafio que vai definir seu rumo no próximo século.

    O Brasil e o Mercosul não podem equivocar-se, sob o risco de retroceder no caminho virtuoso de crescimento e desenvolvimento que souberam empreender.

    A resposta à este desafio não pode que situar-se no terreno da crescente abertura e da maior competitividade. Neste sentido, economia fortes e competitivas vão poder aguentar, no interesse dos povos da região, o impacto de acordos comerciais de grande alcance com a UE e com o ALCA.

    O exemplo fornecido pelo México é ilustrador desse desenvolvimento desejável: quando o México entro no NAFTA, falou-se do que isso significaria sua satelitização a respeito dos EE.UU. Não foi isso o que se deu, tanto é assim que si os EE.UU> são de longe o primeiro aparceiro comercial do México, este pais acaba de assinar um acordo de libre comercio também com a UE, o que faz dele uma das economias mais aberta do mundo. E o primeiro que saiu ganhando disso foi o povo mexicano.

    O Brasil e o Mercosul terminarão provavelmente esta década na mesma situação: insertos num mercado comum das Américas, mas também num mercado comum com a Europa.

    Do outro lado, estes desenvolvimento não deveriam enfraquecer o Mercosul, mas, ao contrario, o Mercosul deveria tornar-se a plataforma a partir da qual os países negociam-se com seus parceiros: com a UE já é assim, assim deveria ser também no ALCA.

    O que países do Mercosul já conseguiram não pode e não deve ser abandonado, essa deveria ser a pre-condição para o ALCA.

    Essa é a posição da diplomacia brasileira, e não duvidem que a União Européia, que sempre foi quem mais acompanhou o Mercosul no seu caminho, não vai deixar de estar ao lado do bloco ao longo dos próximos anos.

  • Il Vertice sudamericano di Brasilia: democrazia e integrazione economica, chiavi dello sviluppo della regione nel XXI secolo

    Il Vertice sudamericano di Brasilia: democrazia e integrazione economica, chiavi dello sviluppo della regione nel XXI secolo

    Il Vertice sudamericano di Brasilia (30 agosto – 1 settembre 2000) ha riunito, per la prima volta nella storia, i presidenti dei dodici paesi del subcontinente (oltre al Brasile e alle nove repubbliche sudamericane di lingua spagnola, erano presenti anche il Suriname e la Guyana). Ci si può stupire del fatto che in un mondo nel quale i vertici tra capi di stato e di governo non fanno neanche più notizia tanto sono frequenti e spesso ‘sterili di novità, i paesi sudamericani non avessero mai organizzato in passato una riunione di questo tipo.

    Ma tant’è: se esiste dal 1991 un vertice biennale dei paesi latino-americani (con la partecipazione di Spagna e Portogallo), se esiste da molto più tempo l’Organizzazione degli stati americani con sede a Washington (OAS in inglese, OEA in spagnolo) e se all’inizio degli anni Ottanta è nato il Gruppo di Rio, foro di discussione politica dedicato alla difesa dei valori democratici e dei diritti umani, cui partecipano i dieci paesi ibero-americani del subcontinente più Messico e Panama, i paesi geograficamente sudamericani non avevano mai creato un loro foro specifico.

    Analizzando brevemente quanto discusso a Brasilia, potremo capire perché un’iniziativa di questo tipo veda la luce proprio adesso e come il Vertice sudamericano si inserisca nel cruciale momento di trasformazione che sta vivendo l’America Latina all’alba del XXI secolo.

    Il Vertice di Brasilia è stato centrato su tre argomenti fondamentali: la difesa della democrazia e dei diritti umani nella regione, la promozione dello sviluppo e dell’integrazione economica, la carenza di infrastrutture su scala regionale che possano favorire tale sviluppo economico.

    Il consolidamento della democrazia e la promozione dei diritti umani sono stati interpretati dal Vertice come condizioni essenziali per il rafforzamento dello sviluppo dei paesi della regione e
    dei loro processi d’integrazione economica.

    La clausola democratica, già in vigore nel MERCOSUR, è stata estesa a livello sudamericano: il rispetto della democrazia è stato considerato condizione sine qua non per essere ammessi a futuri vertici ed essere chiamati a far parte di negoziati politici regionali: di fatto, chi abbandona le regole democratiche si isola dalla comunità sudamericana.

    L’esistenza di tale clausola democratica all’interno del MERCOSUR è stata decisiva nell’evitare derive autoritarie nel corso delle successive crisi paraguaiane degli ultimi anni – quella del febbraio 1999, che vide la deposizione del presidente Cubas Grau e la sua sostituzione con il presidente del Congresso González Macchi, presidente attualmente in carica, e il successivo tentativo di colpo di stato militare del maggio 2000, apparentemente diretto da elementi legati al generale in esilio Lino Oviedo.

    Se la situazione paraguaiana non può ancora essere considerata stabile, è indubbio che la fermezza dei tre soci nel MERCOSUR (Brasile, Argentina e Uruguay) nel sottolineare a ogni occasione che una svolta autoritaria nel paese avrebbe automaticamente significato l’estromissione dello stesso dal MERCOSUR ha avuto un influsso positivo sulla piega degli avvenimenti in Paraguay. Ormai è chiaro a tutti in America Latina che l’autoritarismo porta all’isolamento e l’isolamento alla depressione economica. In questo senso la democrazia latino-americana – di cui spesso si denuncia la crisi più in base a riferimenti al passato che a una valutazione rigorosa delle realtà presenti – è praticamente obbligata a sussistere, se non altro per mancanza di alternative: le dittature di vecchio stampo non sono più proponibili nel contesto dell’apertura economica e della globalizzazione.

    La crisi di crescita della democrazia latino-americana è semmai di un’altra natura: se le forme democratiche non possono essere messe in discussione, la grande sfida attuale, dopo quasi due decenni di vita democratica nella regione, è quella dell’estensione della democrazia sostanziale e delle pari opportunità alla maggioranza della popolazione, una prospettiva ancora molto remota, se teniamo conto delle drammatiche disuguaglianze esistenti
    in campo educativo ed economico in tutta la regione.

    Il Vertice di Brasilia ha quindi ribadito la centralità della democrazia in seno alla famiglia delle nazioni sudamericane: nella mente di tutti faceva naturalmente da padrone la situazione peruviana.

    Il neo rieletto presidente Fujimori si è discretamente defilato a Brasilia, ben contento di perdere protagonismo nei confronti del presidente colombiano Andrés Pastrana, alle prese con il difficile compito di difendere il Piano Colombia, lanciato, insieme con Clinton, il giorno prima a Cartagena. Ne parleremo più in là.

    La situazione peruviana, da noi descritta in un recente articolo (Acque & Terre 3.2000), non ha fatto che complicarsi dopo il Vertice di Brasilia. Si ricorderà che la contestatissima rielezione del presidente Fujimori, pur osteggiata praticamente dalla totalità della comunità internazionale, non era stata oggetto di sanzioni, anche se gli Stati Uniti avevano cercato di convincere in quel senso i membri dell’Organizzazione degli stati americani.

    Vari paesi latino-americani e in primis il Brasile, pur deplorando l’evoluzione della situazione peruviana e non lesinando critiche a Fujimori, avevano poco gradito l’attivismo statunitense, considerato eccessivo e quasi sconfinante nell’ingerenza. L’Osa si era quindi limitata a inviare a Lima degli osservatori che aiutassero il governo peruviano ad adottare misure in grado di migliorare il funzionamento della traballante democrazia peruviana.

    Tale missione era in corso, e le principali debolezze del sistema erano state identificate nell’eccessivo potere dei servizi segreti e dell’esercito peruviano, nonché nella pratica assenza di pluralismo informativo, quando la denuncia televisiva dell’opera di corruzione svolta da Vladimir Montesinos, eminenza grigia del potere fujimorista, nei confronti di un deputato d’opposizione, blandito per ottenere il suo appoggio a Fujimori, ha fatto precipitare la crisi in un modo del tutto imprevisto.

    Fujimori, che solo pochi mesi prima aveva usato tutti i mezzi leciti e illeciti per ottenere una seconda rielezione, dimostrando una totale indifferenza verso le pressioni internazionali, di fronte all’inoppugnabile e diafana dimostrazione della vasta rete di complicità che sosteneva il suo regime ha annunciato il proprio ritiro a termine (cioè un anno dopo…), ben prima della conclusione del suo mandato, prevista per il 2005.

    A fronte delle proteste dell’opposizione, guidata da Alejandro Toledo, che ha richiesto subito nuove elezioni, timorosa di essere di fronte a un trucco dell’imprevedibile Fujimori, questi ha nicchiato per un po’ senza chiarire la portata reale delle proprie intenzioni.

    Nel frattempo Montesinos lasciava il paese e l’esercito – di cui si sospettavano tentazioni golpiste – dichiarava la propria fedeltà alle istituzioni democratiche. Montesinos passava un mese a Pаnama, dove richiedeva l’asilo politico senza che gli venisse concesso, per poi riapparire inaspettatamente in Perù a fine ottobre, quando Fujimori si metteva a dirigere in prima persona le battute di ricerca dell’ex collaboratore. Nel frattempo, il ministro della Giustizia presentava una proposta di piano di riconciliazione nazionale prevedendo un’ampia amnistia nei confronti di eventuali abusi commessi dall’esercito nel quadro della lotta contro il terrorismo o il narcotraffico: la reazione dell’opposizione è veemente.

    A quel punto persino il vicepresidente ed ex ministro degli Esteri, Francisco Tudela, anima del fujimorismo moderato e probabile candidato oficialista alle elezioni presidenziali dell’anno prossimo, gettava la spugna e presentava le dimissioni: la confusione a Lima era ormai totale.

    In questo quadro, il MERCOSUR allargato (che include Cile e Bolivia) emetteva un comunicato avvertendo il Perù delle conseguenze negative di un’eventuale involuzione autoritaria: un’altra dimostrazione della nuova “dottrina di Brasilia”.

    Mentre scriviamo, il primo ministro Salas ha annunciato le prossime dimissioni del presidente, attualmente in Giappone: ciò potrebbe significare un ulteriore anticipo delle prossime elezioni, previste per l’aprile 2001, che saranno una sorta di nuovo inizio per la democrazia peruviana, messa a dura prova dagli eccessi del fujimorismo.

    Che conclusioni trarre dalle vicende peruviane? La situazione di questo paese era senza dubbio la più complessa nell’universo delle democrazie latinoamericane, e sembrava anche la più disperata. Invece, anche in questo caso, il cocktail esplosivo “crisi economica-autoritarismo politico” ha finalmente mostrato la corda: non siamo più negli anni Settanta, la democrazia s’impone in America Latina pur tra mille difficoltà. In Perù l’intero sistema politico è da ricostruire, i partiti tradizionali erano stati sbriciolati dalla propria mancanza di credibilità e dai successi del primo mandato di Fujimori, ma la reazione della società civile in occasione dell’ultima rielezione di Fujimori fa ben sperare per il futuro, anche se la confusione istituzionale esistente oggi a Lima è davvero preoccupante.

    Se il consolidamento della dimensione democratica nella regione ha costituito il piatto forte della riunione di Brasilia, gli altri due grandi temi orizzontali trattati nel vertice sono stati l’intensificazione dei processi di integrazione economica in corso nella regione e il lancio di un’iniziativa tesa a rimediare al gap infrastrutturale che penalizza l’America del Sud.

    In America del Sud, gli anni Ottanta sono stati testimoni d’autentiche trasformazioni epocali rispetto al passato in materia economica. La massiccia riduzione della presenza dello Stato nell’economia, l’apertura agli investimenti stranieri, l’abbattimento delle barriere protettive, il progresso spettacolare dei processi d’integrazione economica – particolarmente significativo il caso del MERCOSUR, il cui successo ha rotto con un passato fatto di decenni di diffidenza tra i due grandi paesi della regione, Brasile e Argentina – sono tutti segni dell’affermarsi di nuovi valori economici e politici che non sembrano avere rivali all’orizzonte (anche se comincia a rifarsi strada una certa attenzione al concetto di “nazionalismo economico”, così importante qualche decennio fa in America Latina).

    In quest’ambito i paesi del subcontinente cominciano a sviluppare una visione quasi del tutto nuova d’integrazione economica su base continentale. Non si tratta tanto di eliminare le frontiere “alla Schengen”, ma di trasformarle da barriere invalicabili, quali esse sono state per due secoli, in fattori di sviluppo economico.

    I due processi d’integrazione economica in America del Sud, il MERCOSUR e la Comunità andina di nazioni (ex Patto andino), non spariscono ma diventano la base di partenza per un nuovo processo d’aggregazione su base continentale. L’Area di libero scambio sudamericana (SAFTA O ALCSA, secondo la lingua di riferimento) viene definita come un obiettivo da raggiungere a breve termine, già nel 2002. Essa risulterà dal processo negoziale tra MERCOSUR e Comunità andina, cui si aggrega il Cile tramite la sua prossima. adesione al MERCOSUR (annunciata per fine anno, avverrà probabilmente nel 2001) e la Guyana e il Suriname mediante accordi specifici.

    Il calendario è forse troppo ambizioso se teniamo conto delle difficoltà cui hanno dovuto fare fronte in un passato anche recente i negoziati tra i paesi andini e quelli del cono sud, ma d’altro canto il tempo stringe anche in previsione dell’accelerazione probabile dell’ALCA (Area di libero scambio delle Americhe), il processo d’integrazione emisferico cui i paesi dell’America Latina vogliono arrivare compatti e non in ordine sparso.

    Dopo le elezioni americane, è probabile che l’ALCA entri nella sua fase di negoziato attivo nel corso del 2001, per una sua probabile conclusione entro il mandato del presidente neoeletto, quindi entro il 2004, prima ancora di quel 2005 di cui si era sempre parlato.

    I paesi latino-americani, che già siedono in quel negoziato su base subregionale e non nazionale (MERCOSUR, CAN, Mercato comune centroamericano, CARICOM, con le sole eccezioni di Cile e Messico), hanno tutto l’interesse a rendere operativo il loro mercato prima della conclusione del negoziato ALCA, in maniera tale da aumentare il loro peso specifico nei confronti degli Stati Uniti e del Canada.

    Si tratta di un momento decisivo per le sorti dell’America Latina nel XXI secolo: come osservano alcuni, le scelte strategiche dei prossimi cinque anni saranno probabilmente decisive per il destino prossimo venturo dei paesi latino-americani.

    In questo contesto, è cruciale per l’America Latina riuscire a compiere una svolta modernizzatrice nell’era della globalizzazione, dimostrando di poter essere protagonista del proprio futuro: di qui l’importanza delle sfide interne (adozione di modelli vincenti di sviluppo economico e sociale) ed esterne (affermazione di un’originalità e una matrice latino-americana nel contesto di un mondo senza frontiere).

    È quindi importante che i paesi dell’America Latina, e in particolare quelli dell’America del Sud, stiano cercando di creare meccanismi autonomi di dialogo e sviluppo, senza che peraltro ciò significhi un ritorno alle chiusure del passato, ma piuttosto una maggiore consapevolezza del proprio ruolo internazionale e un rafforzamento della loro capacità negoziale.

    I primi cinque anni del prossimo secolo non saranno solo caratterizzati dall’approfondimento dell’integrazione regionale subcontinentale ed emisferica, ma anche dai negoziati con l’Unione europea, già cominciati nel caso del MERCOSUR e già conclusi nel caso del Messico, e dai negoziati multilaterali in seno all’OMC, anch’essi decisivi per il futuro dell’America Latina nonché del commercio mondiale.

    L’insieme di questi scenari intrecciati
    tra loro crea una situazione complessa
    di difficile lettura, ed è assai arduo prevedere quale sarà la realtà del commercio internazionale nel 2005, quando tutti i nodi dovranno venire al pettine, ma
    quello che è sicuro è che i paesi latinoamericani sembrano coscienti dell’importanza del momento.

    In questo senso il Vertice di Brasilia non è stata una riunione qualsiasi, ma la dimostrazione di una nuova consapevolezza in fieri tra i paesi della regione. La carenza d’infrastrutture (strade, porti, ferrovie, logistica) su scala sudamericana è una delle eredità del passato е rappresenta forse il limite più grave per le possibilità di uno sviluppo economico regionale.

    Essa è da una parte conseguenza delle peculiarità geografiche del subcontinente: delle sue dimensioni e della presenza di due formidabili ostacoli naturali come la foresta amazzonica e le Ande.

    Ma è soprattutto dovuta all’imposta zione che tutti i paesi sudamericani hanno sempre dato ai loro piani di sviluppo infrastrutturali; anche quando, negli anni Sessanta, tali grandi opere erano concepibili (pensiamo alla diga di Itaipù o alla Transamazzonica), la loro concezione è sempre stata puramente nazionale. Era la visione dominante all’epoca, centrata su economie chiuse e sviluppo basato sull’economia nazionale.

    A fine secolo le priorità sono cambiate, ma l’America Latina si ritrova senza infrastrutture regionali e in preda a problemi logistici quasi insolubili che riducono la competitività dei suoi prodotti: basti pensare all’assenza d’infrastrutture di trasporto tra il nord e il sud del continente e tra l’est e l’ovest. Ogni paese è orientato solo su se stesso e i prodotti del Nord o Nord-Est brasiliano devono viaggiare sino ai porti di Santos (San Paolo) o Rio per poi ripartire in senso opposto verso i mercati del Nord. Il Brasile, che da solo occupa metà dell’America del Sud e confina con quasi tutti gli altri paesi della regione, è il più conscio del problema. Nel 1998, il lancio di un grande piano infrastrutturale interno (Avança Brasil) volle rompere con anni d’assenza di politiche infrastrutturali coerenti.

    A partire dalla base concettuale di tale piano, il Brasile si propone ora di coinvolgere i vicini nel lancio di un piano infrastrutturale complessivo: uno studio preliminare è stato affidato al BID (Banco interamericano di sviluppo). I paesi andini possono contare con una istituzione finanziaria di prestigio come la CAF (Corporación Andina de Fomento); il MERCOSUR non ne possiede una ma conta di coinvolgere il settore privato nel finanziamento di tali infrastrutture – naturalmente, le telecomunicazioni sono in primo piano in questo sforzo.

    Si tratta di un progetto ambizioso, forse destinato a rimanere al di qua degli obiettivi attuali, a causa delle ardue condizioni di finanziamento cui sono sottoposti i paesi latino-americani sui mercati finanziari internazionali.

    Ma anche in questo caso il Vertice di Brasilia è stato significativo perché ha rotto con i fantasmi del passato per proporre al mondo una nuova America Latina.

    Se democrazia, integrazione economica e infrastrutture hanno caratterizzato il Vertice, la situazione colombiana non ha potuto non attirare l’attenzione dei presidenti sudamericani.

    Il presidente Pastrana si è presentato a Brasilia dopo aver ricevuto a Cartagena il presidente Clinton, che vi aveva annunciato il lancio del Piano Colombia, presentato come un piano d’aiuto alla Colombia per assisterla nella lotta contro il narcotraffico.

    Qual è il suo significato? Da una parte il lancio del Piano viene ad annunciare il fallimento della politica di dialogo con la guerriglia (FARC) che aveva costituito il leitmotiv della campagna elettorale del leader conservatore colombiano. I negoziati – che avevano persino portato alla cessione di una parte di territorio colombiano “in gestione” al FARC (regione di San Vicente del Caguán) – si sono ingolfati senza rimedio: perché il dialogo, che è servito a risolvere crisi assai complesse come quelle derivanti dalle guerre civili centro-americane, è fallito nel caso colombiano?

    La risposta è una sola: la droga. Da anni la pioggia di denaro legata al narcotraffico ha fatto saltare tutti gli equilibri nel paese andino. Se per diverso tempo la lotta contro i cartelli dei narcotrafficanti aveva portato la Colombia sull’orlo del collasso, il vero ero problema eversivo apparso recentemente è quello della narco-guerrilla. I gruppi guerriglieri (oltre al FARC, l’altro gruppo principale è l’ELN), tralasciata ormai ogni velleità ideologica, lucrano e si finanziano con il traffico di stupefacenti, favorito dal controllo da essi esercitato su buona parte del territorio nazionale. Si calcola che il solo FARC ricavi 500 milioni di dollari annui dal narcotraffico.

    La cessione al FARC della regione di San Vicente del Caguán, lungi dal dimostrare una capacità effettiva di governo di quest’ultimo, ha solo certificato l’esistenza di un santuario intoccabile per la coltivazione della coca. Gli scontri armati tra guerriglia ed esercito non fanno che continuare e il dialogo può dirsi fallito.

    Per quanto riguarda l’ELN, che ha anch’esso richiesto la concessione di una zona protetta nel sud dello Stato di Bolivar, la costituzione di un gruppo di “amici del dialogo” (Francia, Spagna, Svizzera, Norvegia e Cuba), il cui obiettivo è facilitare il negoziato, potrebbe far pensare a sviluppi più positivi, ma il fallimento del negoziato con il FARC non lascia presagire nulla di buono.

    In questo quadro, la messa a disposizione del governo colombiano da parte degli Stati Uniti di un pacchetto di aiuti, essenzialmente di natura militare, di 1.3 miliardi di dollari (su un totale di 4,5 miliardi, la maggioranza dei quali pagati dallo stesso governo colombiano), rappresenta un deciso cambio di rotta nei confronti della guerriglia. Chiuso il dialogo, almeno per quanto riguarda il FARC, si passa ai metodi violenti per la riconquista del territorio e l’estirpazione delle colture, anche mediante prodotti chimici.

    L’iniziativa ha sollevato ben pochi entusiasmi tra gli altri paesi della regione e presso l’Unione europea, da sempre propensa a un altro tipo d’approccio, più cooperativo, al problema.

    Di fatto, la Commissione europea ha annunciato il lancio di un pacchetto di aiuti alla Colombia di 105 milioni di euro dal 2000 al 2006 nei seguenti campi: sviluppo economico e sociale e lotta alla povertà, sviluppo alternativo, riforma del sistema giudiziario, difesa dei diritti umani, a cui va aggiunta una previsione di 10,5 milioni annuali per aiuti d’emergenza e umanitari.

    I paesi sudamericani hanno accolto molto freddamente l’annuncio del Piano Colombia: le possibilità di escalation di un conflitto di questo tipo non sembrano sotto controllo, la presenza di “consiglieri militari” americani in Colombia ricorda scenari inquietanti che nessuno si augura di vedere in futuro in America del Sud.

    D’altro canto, l’approccio di tipo militare al problema colombiano non è una novità: gli Stati Uniti l’avevano già proposto durante le amministrazioni repubblicane di Reagan e Bush, e ora vi ritornano in forza. La recente partenza delle truppe statunitensi da Panama non è certo estranea a questo sviluppo.

    I paesi sudamericani, e soprattutto quelli confinanti con la Colombia, hanno espresso, sia a Brasilia sia nella successiva Conferenza dei ministri della difesa delle Americhe (Manaus, 16-21 ottobre), il loro appoggio alla lotta contro il narcotraffico ma anche la loro preoccupazione per le possibili conseguenze sugli equilibri regionali derivanti da un possibile conflitto in Colombia, che potrebbe dare luogo a flussi di rifugiati, sconfinamenti di truppe e avere anche conseguenze ambientali (uso di diserbanti nella regione amazzonica).

    Il Brasile, che ha con la Colombia una frontiera amazzonica di difficilissimo controllo, è in prima linea nell’esprimere le proprie preoccupazioni.

    In conclusione, il Vertice di Brasilia è stato un momento molto significativo per il Sudamerica alla fine del XX secolo. Iniziativa brasiliana, particolarmente voluta dal presidente Fernando Henrique Cardoso, il Vertice ha messo in evidenza gli importanti cambiamenti strategici in corso nella regione. È inoltre indubbio che il Brasile, forte del suo peso economico, demografico e territoriale, del successo delle sue riforme interne e del brillante superamento della crisi finanziaria dell’anno scorso, ha voluto dimostrare di essere pronto ad assumere nei fatti quella leadership sudamericana che in passato aveva sempre esitato ad assumere.

    Probabilmente è un grande passo in avanti per la comunità internazionale nel suo complesso il fatto che i paesi sudamericani dimostrino una sempre maggiore consapevolezza del proprio peso internazionale.

  • Cooperação Regional entre a União Europeia e o Mercosul

    Nesta intervenção vamos abordar uma definição diferente de política regional. Se no primeiro painel foi apresentada a política para o desenvolvimento das regiões da Europa menos desenvolvidas, isto é, cuja renda per – capita é inferior ao 90% da renda per – capita da Comunidade, minha intervenção terá como tema a cooperação entre dois blocos regionais como são a União Europeia e o Mercosul.

    Dentro deste âmbito, vamos apresentar as prioridades e modalidades previstas pelo Acordo de Cooperação em vigor assim como o quadro, ainda em elaboração, das novas relações que entre elas que estão a ser desenhadas (Negociação do Acordo de Associação).

    Antes de entrarmos a fundo no nosso tema, não queria deixar de sublinhar a importância fundamental da política regional “do primeiro tipo” para o sucesso do processo de integração
    europeia.

    Podemos com absoluta certeza afirmar que jamais a União Europeia teria alcançado a sua solidez interna nem teria podido completar seu processo de integração económica hoje culminado pela criação da moeda única, o Euro, se não tivesse existido uma política regional que viesse a amortizar as notáveis desigualdades existentes entre nossas nações e regiões desde o começo do processo.

    As dificuldades que um processo de integração tão radical como o europeu traz consigo, em termos tanto económicos como políticos e sociais, jamais teriam sido superadas sem a introdução de mecanismos de redistribuição dos recursos e o lançamento de políticas de desenvolvimento (de infra-estruturas e dos recursos humanos) que permitissem democratizar os efeitos as vezes complexos da completa eliminação dos obstáculos ao comercio intra regional.

    O bom aproveitamento dos fundos estruturais de política regional constitui um factor fundamental no processo de desenvolvimento de países como a Espanha, Portugal e a Irlanda, cujos avanços sócio – económicos desde sua adesão ás Comunidades têm sido simplesmente extraordinários.

    Mesmo os países mais desenvolvidos aproveitaram as importantes transferencias de recursos, a favor das regiões afectadas pelo fenómeno de declínio industrial (Reino Unido, Franca, em menor medida a Itália) ou, no caso da Alemanha, a favor dos Estados da antiga parte oriental.

    Com frequência, fala-se criticamente de “Europa comerciante”: ao contrario, se o eixo da
    construção europeia são bem as quatro liberdades de circulação (de bens, serviços, capitais e
    pessoas), é dizer, se a dimensão fundamental do processo é a económica, podemos afirmar
    também que a dimensão social que impregna as políticas regionais é o verdadeiro motor do
    processo, o coração da integração europeia.

    Si os efeitos benéficos do mercado se limitassem a surtir seus efeitos nas regiões mais desenvolvidas, jamais se teria alcançado o grau de consenso político necessário para sustentar o processo de integração durante décadas.

    Quando o Mercosul surgiu em 1991, é evidente que o bloco do Cone Sul inspirou-se fortemente na experiência europeia. Os países do Mercosul empreenderam um processo impetuoso de eliminação das travas ao comercio na região, cujos resultados foram realmente impactantes em termos de intensificação do comercio.

    Mas em seus primeiros anos, o Mercosul demorou em dotar-se de políticas que abrangessem mais que o simples comercio. Os casos são obviamente muito diferentes, a Europa não é o Mercosul, mas a experiência europeia ensina claramente que um processo de integração económica não pode limitar-se apenas à esfera comercial. Para que os efeitos sejam reais e duradouros é preciso a implementação de outras políticas que venham a completar o esforço efectuado a nível comercial. A política regional foi, no caso europeu, decisiva.

    A situação do Mercosul é obviamente muito diferente, e razões tanto financeiras como políticas não permitem pensar seriamente no lançamento duma política de desenvolvimento regional de tipo europeu no bloco, pelo menos no curto prazo.

    Mas a ausência deste perspectiva fica lá evidenciando uma das principais diferenças entre os dois blocos.

    No quadro do processo de aproximação entre as duas regiões, a troca de experiências sobre políticas e mecanismos de integração é uma peça fundamental. Não é segredo para ninguém que a União Europeia tem vindo a apoiar fortemente desde o inicio o processo de integração empreendido pelos países do Cone Sul: desde a assinatura do Tratado de Assunção (1991), а Comunidade ofereceu ao Mercosul o seu apoio político, e pôs-se à disposição do novo bloco para proporcionar a assistência técnica em matéria de integração que este viesse eventualmente a necessitar.

    Este apoio estava em linha com a proposta que faz tempo a Europa tinha feita aos países
    latino-americanos de que seguissem o seu exemplo: o processo de integração económica
    empreendido pelas nações europeias tinha sido o propulsor do crescimento económico, da
    prosperidade e da paz que têm reinado nesse continente que tanto sofreu no passado o peso da sua dolorosa história.

    A Comunidade Europeia sempre pensou que, no momento oportuno e tendo em conta as circunstâncias específicas de cada região, o seu modelo poderia servir de referência para processos similarmente virtuosos.

    No que diz respeito à América Latina, a Comunidade sempre defendeu que a eliminação das barreiras aos intercâmbios comerciais poderia revelar-se um poderoso factor de desenvolvimento económico, tal como o foi para a Euroра.

    Além disso, o aparecimento de novos actores sólidos no cenário comercial internacional poderia contribuir, no âmbito do desenvolvimento de um multiregionalismo aberto, para a democratização do comércio mundial em benefício de todos.

    Se na região andina o processo de integração regional avançou mais a nível institucional, sem ter ainda produzido resultados suficientes no que diz respeito à aceleração dos intercâmbios, não há dúvida que os resultados experimentados pelo MERCOSUL durante os anos noventa foram espectaculares, ao ponto de quem até recentemente se obstinava negar a própria existência do bloco tenha tido de aceitar essa realidade contundente.

    Não foi esse o caso da União Europeia, que sempre acompanhou o processo de modo muito próximo e sempre acreditou nele.

    No entanto, mesmo que as semelhanças entre o MERCOSUL e a União Europeia sejam bastantes, não seria adequado ignorar as diferenças, que também existem.

    No quadro do processo de aproximação entre as duas regiões, a troca de experiências sobre mecanismos e feitos da integração é uma peça fundamental.

    Quais são os instrumentos para esta aproximação? Como referimos anteriormente, a Comissão Europeia apoia o MERCOSUL desde 1991. Durante os primeiros anos do processo, os vários projectos de cooperação financiados pela Comunidade Europeia se inspiraram numa dupla filosofia: pôr à disposição do MERCOSUL a experiência acumulada no que poderíamos definir como a “filosofia” e a “engenharia” da integração.

    “Filosofia” da integração dignifica colocar à disposição a experiência dos vários sectores sociais que se viram afectados pela integração: empresários, jornalistas, cidadãos, trabalhadores, magistrados… O que pode ser transposto de experiência desenvolvida na Europa para o MERCOSUL? Este intercâmbio de experiências levado a cabo ao longo dos anos tem sido extraordinariamente enriquecedor.

    “Engenharia” da integração significa uma série de projectos de assistência técnica em matérias que podem parecer aborrecidas e anódinas, mas na ausência das quais a integração não avança nenhum passo: daí os projectos UE – MERCOSUL nas áreas aduaneira, estatística, de normas de qualidade e de controle sanitário, que serviram para criar uma cultura comum da qual nos aproveitamos agora para estreitar as nossas relações comerciais.

    O Acordo de Associação Inter-regional UE – MERCOSUL que estamos presentemente negociando, e que inclui acordos políticos, comerciais e de associação, é o marco de referência actual: um marco complexo, que requererá esforços e concessões de ambos os lados, mas que culminará esse caminho comum que nossos povos empreenderam juntos antes que a UE e o MERCOSUL tivessem nascido.

    É evidente que a componente comercial do acordo é a peça – chave do processo, e ela atrai a atenção de todos os observadores: neste respeito, nos últimos tempos foi muitas vezes colocada em dúvida nos países do Mercosul, a existência duma real vontade de negociação por parte da UE, sobre tudo no que diz respeito ao comercio agrícola. Gostaria de contribuir para a resolução dessas dúvidas.

    O mandato para a negociação com o Mercosul que o Conselho Europeu outorgou à Comissão em junho de 1999 estabelece claramente a vontade da União de conseguir um acordo de liberalização comercial abrangendo a totalidade dos sectores, conforme as regras da OMС.

    A negociação, actualmente centrada nas barreiras não tarifárias, será ampliada às barreiras tarifárias a partir de julho de 2001, conforme estabelece o mandato.

    O que a União Europeia considera é que as negociações bilaterais com o Mercosul não podem prescindir de uma ligação directa com as negociações de uma nova rodada multilateral na OMC, que constitui nossa primeira prioridade.

    As duas negociações, longe de ser incompatíveis, podem ser complementares: determinados aspectos de máximo interesse dos países do Mercosul poderiam ser mais oportunamente tratados no âmbito multilateral, para serem imediatamente transferidos para a negociação bi – regional.

    Mas o que tem que ficar claro é que a UE já tomou a decisão de negociar com o Mercosul e
    não vai voltar atrás: é possível que por nossa estrutura nossa actuação possa parecer lenta,
    mas ao mesmo tempo nossas decisões estratégicas estão na direcção correcta e não são
    previsíveis mudanças de rumo.

    Mas os aspectos comercias dos acordos não deveriam deixar de lado, na atenção da opinião pública, os outros dois âmbitos do acordo de associação que está sendo negociados. O político, que prevê um estreitamento significativo das relações entre nossas regiões, e o de cooperação, complemento natural com a vocação de ser um factor “facilitador” do relacionamento entre nós.

    Neste sentido, a Comissão Europeia e os Estados – membros do MERCOSUL estão definindo as prioridades de cooperação para os próximos anos (2000 – 2006): elas incluem três eixos básicos:

    • – O fortalecimento institucional do MERCOSUL;
      – A dinamização das estruturas económicas e comerciais do MERCOSUL;
      – O apoio à sociedade civil do MERCOSUL.

    Mantendo de pé o princípio fundamental do respeito da vontade do MERCOSUL de dar vida às instituições que considere pertinentes, entre as acções correspondentes ao primeiro eixo que estamos tomando em consideração estão o apoio às políticas sectoriais do MERCOSUL consideradas prioritárias (coordenação macro-económica, elaboração de estatísticas e normas técnicas comuns), e o apoio a órgãos cuja consolidação pareça necessária para o bom desenvolvimento do processo (Tribunal Arbitral e Comissão Parlamentar).

    Outro domínio de acção incluído neste primeiro eixo está mais directamente relacionado com o que na Europa definimos de política regional: trata-se do apoio à integração física dos países do Mercosul.

    Estamos à frente de uma das dimensões básicas da integração económica: seria ilusório pensar numa consolidação das economias se faltar uma integração das infra – estruturas. Na Europa, os fundos de política regional tomaram conta disso. No caso do Mercosul, é possível que seja necessário pensar em outro tipo de instrumentos financeiros, mas a experiência europeia poderia contribuir para a definição desse modelo.

    A cooperação proposta na actualidade não pretende financiar as realizações físicas, mas contribuir à realização dos estudos estratégicos e dos estudos de viabilidade técnica. Mesmo tendo em conta as grandes diferenças até de ordem geográfica entre as duas regiões, a experiência acumulada no quadro de nosso processo de integração poderia ser utilmente aproveitada pelos nossos parceiros do Mercosul.

    No quadro do segundo eixo de cooperação proposto (Dinamização das estruturas económicas e comercias do Mercosul), duas das prioridades identificadas têm muito a ver com a política regional: uma delas é o apoio aos operadores económicos transfronteiriços. Na Europa a eliminação gradativa das barreiras alfandegárias deu lugar a uma serie de complexas situações económicas e sociais. Os programas identificados no quadro de programas específicos ajudaram muito na definição de novos modelos económicos para as regiões em causa, visando habilitarem-nas a aproveitar plenamente das novas oportunidades que estavam a surgir no quadro da integração. O Mercosul está a mergulhar num processo semelhante e a nossa cooperação pode abranger áreas como o comercio, reconversão industrial, cooperação alfandegária e sanitária.

    Outra prioridade que têm muito a ver com a dimensão regional é o apoio ao desenvolvimento das pequenas e médias empresas, que no caso europeu foram as mais aproveitaram do processo de integração. Nesse sentido, o apoio das autoridades públicas a nível local e a criação dum espaço “virtuoso” abrangendo universidades, centros de pesquisa, colectividades é factor fundamental para o fortalecimento do tecido empresarial. Algumas regiões europeias foram muito bem sucedidas neste processo, e o fortalecimento de eixos de cooperação entre regiões pode ser muito útil ás PME do Mercosul, muitas vezes carentes em termos de cultura internacional. A experiência das PME europeias podem ser muito proveitosa em termos de ensinos a serem tirados, além, obviamente, do desenvolvimento de parcerias comercias e tecnológicas.

    O terceiro eixo de cooperação proposto, o apoio à sociedade civil do Mercosul, inclui áreas tão importantes como a educação, a sociedade da informação, a dimensão social do Mercosul.

    Em todas essas áreas as experiências desenvolvidas na Europa fizeram muito para criar essa “cultura comum” europeia que é a base de nosso processo. Tomando como exemplo o sector educativo, programas como Erasmus tiveram um sucesso extraordinário na consolidação de uma consciência europeia entre os mais jovens. As diferenças culturais entre os países do Mercosul são bem menos significativas que as que existem na Europa, mas ainda assim o lançamento de programas de integração cultural torna-se uma perspectiva imprescindível para assegurar o aprofundamento e a consolidação do processo, para que o Mercosul passa tornarse um processo “cidadão” e não limitar-se a ser um simples “mercado”.

    Todos exemplo demostram como a União Europeia e o Mercosul têm uma agenda comum que vai muito além do comercio: nossa parceria estratégica abrange outros âmbitos de cooperação igualmente ambiciosos. Nossas sociedade terão tudo a ganhar dum sucesso dessa parceria.

  • La sconfitta del PRI in Messico: la fine di un’epoca

    Infine è successo: sembrava che questo momento non dovesse mai arrivare, ma la vittoria di Vicente Fox nelle elezioni presidenziali messicane del 2 luglio rappresenta una svolta epocale: il Partido Revolucionario Institucional (PRI) perde il potere per la prima volta dalla sua fondazione – settantuno anni fa! Pensateci, la stragrande maggioranza dei messicani, un popolo demograficamente giovane, ha vissuto sempre con il PRI al potere.

    Dopo settantuno anni e quindici successivi presidenti, il Pri deve passare la mano. Certo, era nella logica delle cose che ciò alla fine avvenisse, ma molti messicani non erano per niente sicuri di riuscire a vederlo con i propri occhi. In realtà, il potere monolitico del PRI aveva già cominciato a erodersi: fino ai tempi della presidenza di Miguel de la Madrid (1982-88), il PRI ha avuto nelle sue mani una specie di potere assoluto, esercitando un controllo verticale su tutte le espressioni della vita politica, economica e sociale, configurandosi nella pratica come un “quasi partito unico”. L’opposizione si riduceva al Partido de Acción Nacional (PAN), che rappresentava gli interessi imprenditoriali, pur senza riuscire a scalfire la struttura di potere del PRI.

    Sino ad allora le elezioni, tanto le presidenziali come le legislative e amministrative, non davano adito ad alcuna suspense. Il candidato del PRI poteva contare a priori sulla vittoria, assicurata dalla potentissima macchina elettorale priista, in grado di sbriciolare ogni tentativo di resistenza.

    Il PRI controllava perfettamente ogni lembo di territorio messicano, e tale controllo era ancora più serrato nelle zone rurali. Ma anche nelle città, solo pensare a una sconfitta del PRI era fantascientifico: il partito, erede della gloriosa rivoluzione d’inizio secolo, incarnava l’insieme dei valori costitutivi della nazione messicana, e una sua sconfitta era impensabile.

    Si è parlato spesso del modello messicano come di una “dittatura perfetta”: in realtà non è corretto parlare di dittatura, dato che la legittimazione del potere del PRI, partito-stato, non si basava solo sul controllo della macchina elettorale. Il PRi non vinceva solo a causa dei brogli, che avevano semmai la funzione di far sembrare schiaccianti e inevitabili delle vittorie che sarebbero state acquisite comunque. In realtà la politica del PRI, partito ideologicamente di sinistra, fondava il suo potere su dogmi che seppe trasformare in verità nazionali: laicismo (separazione assoluta tra Stato e Chiesa), nazionalismo (con particolare enfasi sull’autonomia rispetto agli Stati Uniti), statalismo, agrarismo (permanente distribuzione di terre), sindacalismo (di tipo verticale e identificato col partito).

    La combinazione di questi fattori riuscì a soddisfare per molto tempo le esigenze della società: il PRI non è mai divenuto una dittatura in senso stretto per ché il partito era riuscito a inglobare in sé lo stato e la società; e quest’ultima non poteva non riaffermare periodicamente, in occasione delle elezioni, la propria approvazione di tale modello.

    Tale sistema non ebbe mai bisogno di mostrarsi particolarmente autoritario: salvo poche eccezioni, come la rivolta studentesca del 1968 che portò alla strage di Tlatelolco, il PRI non usò metodi repressivi. Il controllo del partito era a monte, sulla società stessa.

    Inoltre, riprendendo la suggestiva lettura di Vargas Llosa, la “dittatura perfetta” non degenerava perché ogni sei anni immolava il suo dittatore: il presidente della repubblica esercitava un potere assoluto, per sei anni, sul paese e sul partito, e le sue prerogative comprendevano anche la scelta, insindacabile, del successore (il famoso dedazo). Ma l’ex presidente abbandonava poi la vita pubblica, trasformandosi in un intoccabile monumento nazionale privo ormai di qualsiasi influenza. In questo modo si è sempre evitato che il sistema
    s’incancrenisse, tramite un eccessivo prolungamento del potere personale, che invece si diluiva nel partito.

    Durante il mandato presidenziale di De la Madrid, la crisi del debito estero impone per la prima volta seri vincoli sulle finanze pubbliche, perno del sistema. Emerge nel PRI una nuova generazione di “tecnocrati”, formati negli Usa, decisi a modernizzare il Messico somministrandogli una cura di liberalismo.

    Nel 1988, l’elezione di Carlos Salinas de Gortari viene per la prima volta contesa da un avversario con possibilità di vittoria: Cuauthémoc Cárdenas, figlio dell’ex presidente Lázaro Cárdenas, uno dei fondatori del partito. Egli stesso ex priista, Cárdenas aveva fondato un proprio partito, il Partido de la Revolución Democrática (PRD), che proponeva una opposizione al PRI non da destra ma da sinistra, pretendendo di rappresentare i valori autentici della rivoluzione messicana.

    La vittoria di Salinas de Gortari, di stretta misura, diviene probabilmente possibile solo grazie a un black-out di alcune ore del sistema informatico elettorale, al termine del quale la tendenza
    a favore di Cárdenas si trasforma sorprendentemente in sconfitta.

    Nello stesso periodo, il PRI comincia a perdere il controllo di alcuni stati, approfittò sia del PAN sia del PRD.

    Il mandato di Salinas porta novità straordinarie (ALCA, fine della distribuzione di terre, concordato con il Vaticano, rottura con il sindacato unico). Il Messico del 1994 non era più lo stesso del 1988.

    Anziché passare alla storia come l’artefice del cambio messicano, Salinas lascia la presidenza soffocato dai misteriosi intrecci legati al vorticoso circolo di corruzione che circonda il suo entourage (omicidi Posadas, Colosio e Ruiz Massieu): Salinas non aveva saputo (o voluto) mettere le mani sul partito, e questo suo limite gli si ritorce contro.

    Ernesto Zedillo Ponce de León, presidente per caso, assume il potere il giorno in cui scoppia la rivolta in Chiapas e crolla il peso messicano (effetto-tequila): gli auspici non potevano essere peggiori. E invece il grigio economista, la cui vittoria elettorale era stata più tranquilla del previsto, porta avanti con decisione riforme che completano l’opera modernizzatrice di Salinas: i risultati economici messicani sono brillanti, il paese supera i pregiudizi del passato e completa la sua perestrojka.

    Zedillo compie poi scelte fondamentali nei riguardi del partito. Sparisce il dedazo: il candidato presidenziale per il 2000, Francisco Labastida è il vincitore delle prime primarie interne della storia del partito.

    Si rompono i lacci del governo con l’Instituto Federal Electoral (IFE), che finalmente diviene un organo davvero indipendente: le elezioni del 1997 (legislative e per la carica di governatore del Distretto federale) risultano impeccabili, e il PRi perde posizioni significative. Pur rimanendo il primo partito, per la prima volta perde la maggioranza assoluta alla Camera; Cuauthémoc Cárdenas ottiene una affermazione netta nel Distretto federale.

    Le elezioni del 1997 dimostrano che il Messico sta divenendo multipartitico, con tre formazioni dominanti: PRI, PAN e PRD.

    Da allora, la possibilità di un’alternanza, anche a livello della Presidenza della Repubblica, diviene reale.

    Sembrava però che la union sacrée dell’opposizione fosse necessaria per sbancare il PRi nelle elezioni di quest’anno.

    Ma il matrimonio “contro-natura” tra PAN e PRD dura pochi mesi, naufragando sulla questione più spinosa: il nome del candidato. Né Fox né Cárdenas sono disposti a rinunciare, e non si riesce a trovare un accordo nemmeno sulle norme di scelta del candidato unico.

    Tuttavia, una parte del PRD (legata all’influente Porfirio Muñoz Ledo, rivale interno di Cárdenas) accetta di sostenere Fox e abbandona il partito. Gli intellettuali messicani, in prevalenza legati al PRD, si spaccano, ma l’appoggio a Fox aumenta anche in questo collettivo: al di là delle differenze ideologiche, quello che conta è sconfiggere il PRI, per permettere al Messico di voltare definitivamente pagina.

    I risultati elettorali confermeranno questa tendenza e il PRD otterrà un risultato assai magro: Fox vince la sua scommessa.

    Chi è Vicente Fox Quesada? 58 anni, ex dirigente della Coca-Cola, dove entra come venditore per poi scalare tutti i gradini fino a raggiungere la presidenza della filiale messicana, lascia successivamente la multinazionale per dedicarsi al business familiare. Entra nel 1988 nel PAN, divenendo nel 1995 governatore dello Stato di Guanajuato. Uomo d’azienda e cattolico convinto, sostenitore della famiglia e contrario all’aborto, populista e verbalmente aggressivo, è l’esatto opposto rispetto alla falsariga del politico priista, ben rappresentato da Francisco Labastida.

    Il PRI concentra la sua campagna proprio su queste caratteristiche di Fox, accusandolo di voler mettere in discussione tutte le conquiste della “rivoluzione messicana”, vendendo il paese alle multinazionali e privilegiando le posizioni della Chiesa cattolica.

    La campagna si fa particolarmente aggressiva quando, negli ultimi mesi, il partito fa ricorso ai cosiddetti “dinosauri”, vecchi gerarchi contrari alla linea “tecnocratica” di Zedillo e profondamente critici nei suoi confronti, ma disposti a tutto pur di non perdere le ancora ragguardevoli quote di potere. Questo ritorno in forza del vecchio PRI può in fondo avere penalizzato Labastida, che pur essendo un uomo dell’apparato, era pur sempre il vincitore delle primarie, dove aveva sconfitto i candidati della linea più conservatrice, in primis Roberto Madrazo, e che si presentava come il simbolo del nuovo Pri, democratico e pluralista.

    Probabilmente questo fatto ha spinto molti elettori di Cárdenas a sostenere Fox, convinti che un PRI nuovamente vincitore avrebbe fagocitato le ipotesi di cambio.

    Francisco Labastida Ochoa, anche lui cinquantottenne, è, come detto, un uomo d’apparato del PRI. Ministro dell’Energia nel 1982, diviene nel 1987 governatore dello Stato di Sinaloa, dove subisce un attentato organizzato dai narcotrafficanti. Sembrava avere abbandonato la ribalta politica con la nomina ad ambasciatore in Portogallo: al ritorno da Lisbona ottiene un posto burocratico, per poi tornare alla ribalta con Zedillo, prima al ministero dell’Agricoltura e poi a quello, delicato, degli Interni, dove si deve occupare della questione aperta del Chiapas e della crescente influenza del narcotraffico.

    Si propone come riformatore moderato e gode certamente della fiducia del presidente Zedillo, che sicuramente ha visto di buon occhio la sua vittoria nelle primarie.

    Meno carismatico di Fox, perde chiaramente nel confronto diretto (per la prima volta in questa campagna elettorale è stato organizzato un dibattito televisivo tra i sei candidati alla presidenza). I risultati diranno che la sua immagine di un Prı dalla faccia pulita non ha tenuto rispetto alla volontà di cambio esistente nel paese.

    Cuauthémoc Cárdenas, il vincitore virtuale del 1988 e da allora eterno sfidante del PRI, perde via via forza a causa della diaspora dei suoi votanti che “turandosi il naso”, sono andati alla ricerca del cosiddetto “voto utile”. Cárdenas non è aiutato dal relativo vecchiume del suo programma, per molti versi pre-1989 e poco ispirato ai valori della sinistra moderna. Nemmeno gli zapatisti gli hanno dato una grossa mano: certo hanno votato per lui, ma hanno seguito con distacco il processo elettorale (d’altro canto, il “subcomandante” Marcos è molto più influente nell’immaginario collettivo della sinistra europea che nella realtà messicana).

    La sua gestione a capo del Distretto federale non è stata poi particolarmente incisiva, e non gli è servita come trampolino per la corsa presidenziale.

    L’affermazione di Fox è alla fine più netta del previsto: ottiene 15.988.740 voti (42,52 per cento), rispetto ai 13.576.385 voti (36,10 per cento) per Labastida e ai 6.259.048 (1,64 per cento) per Cárdenas.

    I margini di questi risultati sono tali da annacquare tutti i sospetti della vigilia sulla possibilità di eventuali brogli: in realtà l’elezione, alla quale per la prima volta hanno assistito anche degli osservatori internazionali, è stata limpida e regolare.

    Il PAN diviene il primo partito alla Camera, con 224 seggi su 500 (+102), il PRI si ferma a 209 (-30), il PRD a 124 (-57). L’avanzata del Pan è impressionante, anche se i numeri non gli concedono la maggioranza assoluta.

    A seguito delle elezioni parziali del Senato, il PRi perde la maggioranza assoluta di cui godeva ma rimane il primo partito, con 58 seggi su 128 (53 vanno al PAN e 17 al PRD).

    Lo scossone politico è quindi davvero straordinario, ma quali scenari si aprono per la politica messicana? Nonostante le accuse rivoltegli e la sua volontà di “riformare quasi tutto”, Fox probabilmente non avrà la forza per modificare drasticamente il panorama messicano.

    Tra l’altro, molte delle linee essenziali portate avanti da Salinas e Zedillo (apertura internazionale del paese, modernizzazione, fine dello statalismo) sono coerenti con il credo di Fox.

    Le scelte strategiche fondamentali (NAFTA, di recente completato e bilanciato dall’accordo di libero scambio con l’Unione europea, che contribuisce a rendere il Messico uno dei mercati più aperti del mondo) non saranno messe in discussione ma rafforzate.

    Fox cercherà piuttosto di mettere in cantina gli aspetti più ammuffiti del sistema-PRI, ma dovrà fare i conti con una probabile alleanza “revisionista” tra PRI e PRD che gli renderà la vita difficile.

    Fox deve poi scontare una certa inesperienza: personaggio eterodosso rispetto ai canoni del suo stesso partito, ha personalizzato la campagna elettorale, ma non è chiaro di chi si circonderà; di fatto, ha contrattato dei cacciatori di teste per formare il suo governo (la cultura aziendale!).

    In seno al Pri, divenuto ormai un “partito normale”, la caccia alle streghe è già cominciata: Zedillo, presidente atipico, cercherà probabilmente di difendere le sue scelte moderniste e di guidare il partito verso l’aggiornamento definitivo. Ma è apertamente contestato dai “dinosauri”, nostalgici del vecchio PRI, che dovranno però imparare a vivere lontani dal potere, qualcosa d’impensabile sino a poco tempo fa.

    Il PRD probabilmente si avvicinerà al PRI e continuerà a fare la corte all’elettorato di sinistra, ma la necessità di un ammodernamento della linea politica e di un ampliamento del gruppo di vertice che affianchi nuovi leaders a Cárdenas, figura rispettata ma non più vincente, è ormai divenuta impellente.

    Ultimamente si è molto parlato di crisi della democrazia in America Latina: gli sviluppi della situazione messicana costituiscono invece una notizia confortante. La dittatura perfetta è ormai divenuta una democrazia a tutti gli effetti. Il paese ha compiuto negli ultimi anni scelte difficili ma le ha sapute gestire con efficacia dopo un periodo di instabilità piuttosto lungo.

    Rimane aperto il problema del deficit sociale, comune anche agli altri paesi dell’America Latina. Ma tale sfida non può che essere raccolta da un sistema in crescita economica, come appunto il Messico di questi anni. La strada maestra sembra tracciata.

  • La contestata rielezione di Fujimori in Perù

    Le vicissitudini che hanno portato alla seconda rielezione del presidente Alberto Fujimori in Perù hanno destato un grande interesse anche al di fuori dell’America Latina. Alcuni osservatori hanno visto nella discutibile vittoria del presidente uscente una conferma della
    regressione democratica che sarebbe in atto nella regione.

    Alcuni dati recenti sono, in effetti, inquietanti: in Ecuador un colpo di stato che ha affiancato parti dell’esercito е militanti indios è stato abortito, ma ha portato alla sostituzione (di dubbiosa legalità) del presidente Mahuad con il suo vice Noboa. In Venezuela il processo che ha portato al potere Chávez è stato generalmente interpretato come preoccupante in termini di democrazia: per una visione un po’ più articolata rimandiamo al nostro recente articolo sull’argomento (La riforma costituzionale in Venezuela: ritorno all’autoritarismo in America Latina?, in “Acque & Terre”, n. 1.2000), ma è chiaro che le speranze accese in un primo tempo da Chávez si stanno affievolendo e che egli, incapace di materializzare le promesse fatte, ha già perso in poco più d’un anno buona parte dell’enorme capitale di fiducia di cui aveva goduto nel corso del 1999. In Bolivia il presidente Banzer dichiara lo stato d’emergenza per soffocare delle sommosse popolari. In Colombia il processo di pace si contorce su se stesso senza che s’intravedano sbocchi concreti. E ora, in Perù, Fujimori ottiene, in elezioni messe in discussione non solo dall’opposizione ma anche da tutti gli osservatori internazionali, un terzo mandato cui non aveva probabilmente diritto se fosse stato rispettato lo spirito della Costituzione da lui stesso introdotta.

    I cinque paesi che formano la Comunità Andina sono quindi tutti alle prese con problemi complessi e diversi tra loro ma che possono essere in ogni modo ricondotti a una matrice comune: il difficile consolidamento della democrazia in una regione del mondo nella quale la modernizzazione economica non riesce a produrre risultati tali da intaccare in maniera sufficiente il substrato di povertà e le diseguaglianze sociali che affliggono la maggior parte della popolazione.
    Che tutto il percorso politico di Fujimori dimostri il suo carattere autoritario e opportunista è fuori discussione: nei suoi dieci anni alla presidenza del Perù (1990-2000) si sono alternate luci e ombre, ma la sua azione è stata improntata all’accentramento del potere nella sua persona e alla sistematica ricerca, all’interno della società peruviana, degli appoggi necessari per consolidare il suo controllo assoluto della situazione.
    Nel nostro articolo del 1995 (Le contraddizioni apparenti della fragile democrazia peruviana, “Acque & Terre”,n. 1.1995), avevamo cercato di presentare le ragioni che spiegavano la sua netta vittoria di allora su Pérez de Cuellar, candidato appoggiato dall’opinione pubblica internazionale, travolto nelle precedenti presidenziali da un Fujimori inviso a molti (fuori dal
    Perù). Esse andavano ricondotte essenzialmente a: 1) il successo riportato su Sendero Luminoso, la cui azione di guerriglia e terrorismo aveva avuto delle conseguenze disastrose per il paese, mettendo a repentaglio i fondamenti stessi della vita della popolazione peruviana; 2) l’assoluta mancanza di credibilità degli esponenti dei partiti tradizionali, che avevano portato il paese sull’orlo della bancarotta; 3) i buoni risultati economici seguiti al fujichoque immediatamente successivo alla sua elezione del 1990, abilmente accompagnati da una politica sociale di stampo populista – in cui Fujimori è maestro – che, anche se non intacca le radici della povertà che affligge una buona metà della popolazione peruviana, ha comunque un
    grande impatto d’immagine nei confronti dei ceti più bisognosi.

    Questo cocktail ha reso el chino (come è popolarmente conosciuto Fujimori in Perù, nonostante sia d’origine giapponese) un candidato imbattibile per diversi anni.

    Questi risultati, apprezzati positivamente dalla maggioranza della popolazione peruviana, nonostante la diffidenza degli osservatori internazionali e degli esponenti dei partiti tradizionali, completamente emarginati nel decennio Fujimori, sono stati però accompagnati da pratiche dubbiose che non hanno fatto che aggravarsi nel corso del decennio.

    In primo luogo, Fujimori – eletto a sorpresa al secondo turno delle elezioni del 1990 grazie all’appoggio di tutti i candidati dell’opposizione, il cui obiettivo era quello di sconfiggere il candidato maggioritario al primo turno, lo scrittore Vargas Llosa – non poteva contare al momento dell’elezione su un significativo appoggio parlamentare: il suo movimento, l’improvvisato Cambio 90 sorto per appoggiarlo alle elezioni, non aveva ottenuto che pochi seggi (in Perù le elezioni parlamentari coincidono con il primo turno delle presidenziali). Fujimori aveva quindi bisogno di trovare appoggi per governare nella maniera desiderata. Sarà l’esercito a fornirgli questi appoggi: tale scelta va letta alla luce della situazione del Perù dei primi anni Novanta, alle prese con una vera e propria guerra interna con Sendero Luminoso che metteva i militari in primo piano nella vita del paese.

    Fujimori chiede al Parlamento poteri eccezionali per combattere il terrorismo; non li ottiene e scioglie le Camere assumendo il potere dittatoriale con l’appoggio delle forze armate: è il fujigolpe dell’aprile 1992. I partiti d’opposizione non si presentano alle successive elezioni per l’Assemblea costituente, nella quale il presidente-dittatore ha via libera per fare approvare una Costituzione, accentratrice e ultra-presidenzialista, di suo gradimento. Tale Costituzione è approvata mediante referendum popolare nell’ottobre 1993.

    Nel frattempo, Sendero Luminoso è colpito a morte: a partire dalla cattura del líder máximo Abimael Guzmán (settembre 1992), il gruppo terrorista si sfalda e perde in poco tempo gran parte della sua forza. In Perù la vita ritorna alla normalita.

    Il lato negativo della fine dell’emergenza senderista è il progressivo aumento del potere delle forze armate: protagoniste della sconfitta del terrorismo e alleate del presidente autoritario, divengono il vero pilastro dell’edificio fujimorista.

    Attorno all’uomo-chiave di Fujimori, il consigliere presidenziale Vladimir Montesinos, responsabile del sempre più potente servizio di sicurezza interna (Servicio de Inteligencia Nacional, SIN), si crea una densa rete d’uomini e interessi economici legati a filo doppio a Montesinos e al presidente: i ventidue militari di più alto rango delle forze armate peruviane (otto generali di divisione e quattordici di brigata) sono tutti compagni di classe di Montesinos, diplomatisi all’Accademia militare di Chorrillos nel gennaio 1966. Per arrivare a questo risultato, è stata necessaria un’epurazione degli ufficiali non fedeli al presidente. Il risultato di tale processo sono delle forze armate totalmente identificate con il presidente, al cui interno le carriere sono in praticа bloccate: la cupola dovrebbe andare in pensione in blocco a fine 2000, ma già si sta preparando una modifica legislativa che prorogherebbe la situazione per altri cinque anni (guarda caso, i cinque anni del terzo mandato Fujimori).

    In parallelo a questo processo d’asservimento delle cupole militari, Fujimori ha progressivamente allargato il raggio d’azione del Sin, che sotto l’attenta regia di Montesinos ha sviluppato una gran capacità d’intossicazione informativa e di distruzione sistematica degli avversari di Fujimori.

    L’altro punto-chiave del potere di Fujimori è il controllo assoluto dei mezzi di comunicazione, ottenuto anche ricorrendo a metodi poco ortodossi, come pretestuose espropriazioni forzate: emblematico è stato il caso di Baruch Ivcher, proprietario di Canal 2 Frecuencia Latina, canale televisivo non particolarmente critico rispetto a Fujimori, ma divenuto il nemico pubblico numero uno a seguito della diffusione di denunce contro il SIN e Montesinos. Ivcher, israeliano naturalizzato peruviano, è stato espropriato e privato della cittadinanza.

    Il risultato di tali metodi è l’inesistenza di voci discordanti nelle televisioni peruviane: i sei canali aperti esistenti nel paese non hanno accettato alcun tipo di pubblicità elettorale dell’opposizione, confinata su un solo canale via cаvo dalla diffusione assai ridotta.

    Se a livello della stampa scritta non si è raggiunta una tale unanimità, lo squilibrio esistente in televisione è sufficiente per giustificare le denunce d’assoluta parzialità della campagna elettorale peruviana.

    La Costituzione del 1992 è poi fortemente centralizzata: le attribuzioni dell’unica Camera sono molto ridotte, e la stessa figura del primo ministro è fortemente appiattita su quella del presidente, vero padrone della situazione. Nelle elezioni del 1995 Fujimori aveva per di più ottenuto una comoda maggioranza parlamentare, che gli ha permesso un’ampia libertà d’azione nel corso del suo secondo mandato.

    La situazione si è ulteriormente deteriorata quando Fujimori ha deciso di puntare a una nuova rielezione: il primo responso del Tribunale costituzionale è negativo, ma per ovviare a tale contrattempo Fujimori destituisce tre giudici per sostituirli con tre fedeli. Il nuovo responso gli dà ragione, per cui la prospettiva della re-relección diviene reale: il ragionamento seguito, assai bizzarro, è che la prima elezione di Fujimori era stata ottenuta con un’altra Costituzione (da lui stesso violata!), per cui l’attuale rielezione sarebbe in realtà la prima secondo la Costituzione attuale.

    Un’iniziativa di referendum popolare avente per obiettivo il rovesciamento di tale interpretazione è poi considerato illegittimo dalla stessa Corte, tagliando l’erba sotto i piedi dei sempre più numerosi critici del fujimorismo.

    Questi sviluppi, associati a un forte rallentamento della crescita economica avvenuto nel 1998 e nel 1999, hanno alienato molte simpatie a Fujimori nel corso dell’ultimo biennio: per queste ragioni, e per la crescente usura di un metodo di governo eccessivamente autoritario che asfissia la società civile e che mette in discussione i fondamenti stessi della democrazia, pur rispettando i dettami della forma, la prospettiva di una sconfitta di Fujimori nelle elezioni di quest’anno si era fatta concreta.

    Alcuni candidati d’opposizione avevano i numeri per ottenere un buon risultato: Alberto Andrade, sindaco di Lima e Luís Castañeda Lossio, che si è costruito un’ottima reputazione nel suo passaggio alla presidenza dell’IPSs, (Istituto peruviano di previdenza sociale). Ma l’incapacità dell’opposizione di unirsi attorno a un solo candidato e le sistematiche campagne di disinformazione di cui questi due candidati sono stati oggetto hanno ridotto al lumicino i loro consensi.

    Negli ultimi mesi di campagna è però apparsa una candidatura che non aveva meritato l’attenzione dell’establishment: quella dell’economista Alejandro Toledo, che facendo campagna nel Perù profondo e senza contare sui mezzi d’informazione è riuscito sorprendentemente a coagulare attorno a sé la maggioranza dei consensi degli scontenti di Fujimori.

    Toledo, economista pluri-diplomato (dottorato a Stanford, professore a Harvard), ha fatto presa sull’elettorato: le sue fattezze indiscutibilmente andine e il suo messaggio diretto e comprensibile hanno saputo smuovere una società peruviana non più disposta a sopportare a ogni costo il pugno duro della cupola al potere e desiderosa di cambiamenti concreti e profondi delle proprie condizioni di vita.

    La T di trabajo è stata il motto della campagna di Toledo, che dice di se stesso: “sono l’esempio vivente di come la formazione può trasformare un uomo”.

    A fronte di questa crescita imprevista dei consensi per Toledo, molti osservatori mettevano in dubbio che Fujimori potesse accettare una possibile sconfitta: la previsione unanime era che avrebbe cercato a tutti i costi un’affermazione al primo turno, per evitare la possibile concentrazione dei voti dell’opposizione su Toledo nel secondo turno.

    La missione d’osservazione elettorale dell’OSA (Organizzazione degli stati americani), nonché della Fondazione Carter, di Transparencia e d’altre istituzioni internazionali hanno tutte dato fede delle gravi irregolarità del primo turno elettorale, svoltosi il 9 aprile: 1 milione 200 mila schede scrutate in più rispetto al numero dei votanti, gravi anomalie riscontrate nelle sezioni elettorali nelle quali non erano presenti osservatori internazionali o dell’opposizione, cancellazione della lista di Toledo (Perù Posible) in molte schede e così via.

    La saga del conteggio dei voti del primo turno elettorale è durata vari giorni: alla fine i risultati officiali hanno visto Fujimori al 49,79 per cento dei vOti e Toledo al 40,31 per cento, numeri che hanno reso necessario il secondo turno.

    L’impressione derivante dall’altalenarsi delle notizie provenienti da Lima nei giorni successivi al 9 aprile è quella di un conteggio viziato, effettuato da istituzioni elettorali succubi al presidente, che ha accarezzato fino all’ultimo l’idea di ottenere la vittoria al primo turno: il peso delle pressioni internazionali e delle oggettive anomalie messe in luce dagli osservatori e dall’opposizione ha però reso impossibile la proclamazione della vittoria di Fujimori già al primo turno.

    In vista di questo secondo turno, la missione dell’OAs ha richiesto alle istituzioni elettorali una rapida correzione delle anomalie riscontrate, così come la garanzia di un’apertura di spazi televisivi al candidato oppositore.

    A pochi giorni dal voto, Toledo ha richiesto un rinvio di venti giorni del secondo turno, previsto per il 28 maggio, al fine di permettere l’adozione delle misure necessarie per assicurare la trasparenza della tornata elettorale: l’OAS ha appoggiato la richiesta, respinta dalle autorità peruviane. Toledo ha allora annunciato il suo ritiro dal secondo turno, invitando i suoi elettori ad astenersi o ad annullare la scheda.

    Preso poi atto dell’insufficienza delle misure adottate dalla JNE e dall’ONPE, le due istituzioni interessate, che all’ultimo momento hanno cambiato il programma usato per il conteggio anziché correggere gli errori esistenti nel programma usato al primo turno, la missione dell’OAs ha deciso anch’essa di ritirarsi, non sentendosi in grado di avallare il processo elettorale in corso.

    Si è quindi votato il 28 maggio, con il nome di Toledo sulle schede nonostante questi avesse richiesto che fosse ritirato: la sua consegna agli elettori è stata l’astensione.

    In questo quadro turbolento (elezioni senza opposizione e senza osservatori internazionali), Fujimori ha ottenuto il 51,2 per cento dei voti validi, Toledo il 17,68 per cento e il 29,93 per cento delle schede sono state annullate cоme richiesto da Toledo (il voto è obbligatorio in Perù e la sanzione è molto onerosa, il che impediva un massiccio boicottaggio delle urne, che comunque ha raggiunto il 19 per cento).

    Fujimori è stato rieletto al termine d’un processo macchiato di molteplici irregolarità, ma la situazione reale è quella di un pareggio tecnico che apre la strada a una grande instabilità politica in Perù.
    Toledo ha denunciato i risultati elettorali. Sostiene che la sua rinuncia fosse obbligata perché i brogli avrebbero in ogni caso (gli indizi ci sono) permesso a Fujimori di aggiudicarsi la vittoria, e
    partecipare al secondo turno avrebbe legittimato tali brogli: risulta però difficile sostenere che Fujimori sia un presidente illegittimo. Il processo elettorale è stato senza dubbio irregolare e merita un giudizio negativo, ma Fujimori ha la forma dalla sua. Chi potrebbe ora esautorarlo? La pressione statunitense sull’OAs, avente per obiettivo l’imposizione di sanzioni al Perù, è stata mitigata in occasione della riunione ministeriale di Windsor (4 giugno) dall’opposizione esercitata da molti paesi latino-americani (in prima fila Messico, Brasile e Venezuela), contrari all’adozione di misure drastiche. Dietro l’angolo vi è il sospetto con cui molti governi latino-americani guardano all’uso del principio del rispetto democratico come forma d’ingerenza statunitense nelle questioni interne. I governi della regione avevano già espresso molte riserve nei confronti dell’azione della NATO in Kosovo e Jugoslavia adottata al di fuori del sistema delle Nazioni Unite, mostrando riluttanza ad accettare il principio dell’ingerenza umanitaria.

    Al tempo stesso, l’esempio peruviano solleva preoccupazioni tra i paesi della regione anche perché non è un caso isolato ma si inserisce in un momento difficile dello sviluppo democratico in America Latina.

    Il trade-off tra le due posizioni (ingerenza in nome della democrazia e rispetto della dimensione politica nazionale) è in ogni caso difficile, come del resto ben sappiamo in Europa (l’ambasciatore austriaco presso l’Oas ha affermato che l’Unione europea dovrebbe prendere esempio dalle decisioni adottate da tale organizzazione nel caso peruviano).

    Se è prevedibile che Fujimori,che non è certo persona di molti scrupoli, si arroccherà sulle sue posizioni, è altrettanto vero che l’imprevedibile sviluppo della situazione peruviana apre scenari impensabili sino a qualche mese fa: Fujimori non dispone più d’una maggioranza parlamentare (ha solo cinquantadue deputati su centoventi) e l’opposizione pare finalmente essersi unita attorno a Toledo. Fujimori non potrà più governare nel modo cui era abituato, perché delle crepe si sono chiaramente aperte nell’edificio che sostiene il suo potere. Anche nelle forze armate sono apparse voci di dissenso, е anche in assenza di sanzioni esplicite, il Perù di Fujimori soffrirà di un crescente isolamento internazionale.

    Sfocerà questa situazione su una caduta di Fujimori prima della fine del suo mandato? È difficile a dirsi. In questo momento l’opposizione, fuori gioco per dieci anni, è rientrata in campо con un ragionevole raggio d’azione: il suo successo, e il relativo indebolimento di Fujimori, dipenderanno molto dal suo operato, più che dalla pressione internazionale.

    In passato, l’opposizione peruviana ha spesso sbagliato le sue mosse, sottovalutando l’intraprendenza e le risorse di Fujimori (in occasione del secondo turno del Novanta, dell’autogolpe del 1992, della scelta del candidato nel 1995, della tardiva unità nel 2000, forse persino nella rinuncia di Toledo il 28 maggio).

    Riprendendo le conclusioni dell’articolo, già citato, del 1995, possiamo concludere che una volta di più la democrazia deve fare i conti, in America Latina, con le specificità politiche e sociali che caratterizzano la regione.

    È però indubbio che, rispetto alla situazione di cinque anni fa, Fujimori ha ecceduto sul cammino dell’autoritarismo e che gli ultimi avvenimenti costituiscono un chiaro passo indietro per la democrazia peruviana.

    Mentre nel Cono Sud (Argentina, Brasile, Uruguay e Cile) la democrazia può considerarsi ormai del tutto stabile, con l’eccezione del Paraguay, paese avente un livello di sviluppo paragonabile più ai suoi vicini andini che ai suoi soci nel MERCOSUR, nella regione andina i segnali pericolosi per la democrazia sono molteplici.

    A nostro parere, questa constatazione non autorizza a parlare di possibile regressione della democrazia in America Latina: i risultati del processo di modernizzazione economica e democratizzazione politica iniziato negli anni Ottanta sono tangibili e irreversibili.

    Dove però i risultati economici non riescono a raggiungere con sufficiente rapidità una parte significativa della popolazione e dove la società civile trova più difficoltà a organizzarsi e farsi sentire, servendo da contrappeso al potere della classe politica o dei “poteri di fatto”, la tentazione autoritaria può fare di nuovo capolino: in questo senso, i paesi andini presentano ancora situazioni a rischio.

    Lo scenario di fondo è quello della grande sfida che l’America Latina deve affrontare nel XXI secolo: il grande nemico da sconfiggere è il deficit sociale che separa le élites dal resto della popolazione. Solo quando questa sfida sarà stata vinta la democrazia non sarà più in pericolo.