Autore: Stefano Gatto

  • La diaspora italiana: un input da valorizzare

    E’ indubbio che la modifica costituzionale approvata per facilitare il ci voto degli italiani all’estero può lasciare perplessi. Si tratta d’una soluzione del tutto originale, in quanto nessun altro paese prevede una rappresentazione su base territoriale degli italiani nel mondo.

    Il problema da risolvere era quello della difficoltà d’esercitare il diritto di voto, a causa della necessità esistente di esprimerlo recandosi fisicamente nel collegio d’origine in Italia. La soluzione scelta da quasi tutte le altre democrazie è quella del voto in consolato o del voto per posta.

    La legislazione italiana è andata molto al di là, e, una volta effettuata la prima elezione, sarà necessario fare un bilancio oggettivo di questa scelta.

    Ma allo stato attuale delle cose, si andrà al voto nella Circoscrizione Estero.

    A mio avviso, anche se il meccanismo elettorale favorisce i candidati il centro – sinistra istituzionali espressi dalle comunità, credo che il centro – sinistra dovrebbe cercare di sfruttare altrimenti il grande potenziale degli italiani nel mondo.

    Nel mondo ci sono migliaia di italiani, anche d’emigrazione relativamente recente, che in ambiti diversissimi occupano posizioni di prestigio ed hanno ottenuti notevoli successi professionali.


    Ritengo che sia molto più utile per il nostro paese attingere a queste professionalità, portando in Parlamento esperienze vincenti e persone capaci d’apportare un differenziale d’esperienza internazionale. Si tratterebbe d’un soffio d’aria nuova in un ambito spesso ultraprovinciale come quello della politica italiana.

    È chiaro che i temi cari alla comunità dovrebbero costituire una piattaforma irrinunciabile per i rappresentanti eletti: diffusione della lingua e della cultura italiana, assistenza ai connazionali in difficoltà, iniziative in campo economico e tecnologico finanziate con fondi italiani, contributo allo sviluppo economico dei paesi a forte presenza italiana, difesa e promozione del marchio Italia nel mondo.

    Ma quest’agenda non è sufficiente: idealmente, gli eletti in Parlamento dovrebbero essere italiani non solo d’origine, ma d’emigrazione relativamente recente, e totalmente familiarizzati con l’Italia di oggi, non quella di ieri.

    Persone di questo tipo sarebbero in grado di portare le loro esperienze maturate all’estero, stimolando nuove idee ed esperienze già risultate vincenti in altri paesi.

    In questo modo, i rappresentanti eletti all’estero non risulterebbero semplicemente un gruppo di pressione avente per obiettivo l’ottenimento di benefici per un collettivo specifico, ma uno stimolo а sviluppare nuove esperienze ed una ventata d’internazionalismo e professionalità nel Parlamento italiano.

    Un altro degli obiettivi da perseguire è quello di sfruttare esperienze consolidate in campo economico per definire iniziative di cooperazione più adeguate rispetto a quelli scarsamente efficaci del passato: l’Italia non ha mai saputo creare ponti economici con l’imprenditorialità italiana nel mondo, quest’elezione apre una nuova opportunità.

    Un commento sulle questioni culturali: da tempo l’Italia ha rinunciato a sostenere un sistema scolastico italiano nel mondo, paragonabile a quanto hanno fatto francesi e tedeschi. Problemi finanziari, mancanza di strategia, forse anche realismo, anche se le scuole italiane nel mondo avevano avuto una loro epoca di splendore.

    Gli Istituti Italiani di Cultura svolgono abbastanza bene il loro compito, ma sono presenti quasi solo nelle capitali. Sarebbe utile pensare ad un sistema di patrocinio, mediante finanziamenti leggeri, d’istituzioni locali in grado d’organizzare, con un minimo d’assistenza dall’Italia, attività culturali nelle numerose citta’ nel mondo nelle quali non è possibile aprire un istituto di Cultura.
    Festival di cinema italiano, mostre d’arte, design e cultura, convegni ed altre iniziative potrebbero essere replicate in diversi paesi con un costo limitato se si potesse contare su una rete su una rete d’istituzioni culturali “amiche” dell’Italia, anche se non necessariamente legate in esclusiva all’Italia.

    Da rivitalizzare poi la rete delle Camere di Commercio Italiane nel mondo, la cui operatività è oggi troppo legata all’ episodico attivismo dei suoi dirigenti locali. È necessario che la consistenza del sistema camerale venga sostenuta, mediante un rafforzamento del concetto di Camera ed iniziative di tipo orizzontale, che aiutino a standardizzarne i servizi: un altro compito cui i neo – eletti potranno dedicarsi.

  • Pace, diritti umani, interdipendenze economiche

    Le linee maestre d’una politica estera italiana

    Quali sono le relazioni internazionali che un’Italia pienamente integrata in Europa dovrebbe cercare di costruire?

    L’Italia e I’UE dovrebbero in primo luogo perseguire il rafforzamento del multilateralismo, conditio sine qua non per il raggiungimento di soluzioni equilibrate.

    Il raggiungimento di soluzioni multilaterali ai diversi problemi internazionali non è certo facile, come dimostrano i negoziati OMC equilibrio od in materia ambientale, ma è difficile immaginare equilibrio e collaborazione di tutti quando le soluzioni vengono imposte dall’alto o da qualcuno.

    Qualcuno potrebbe obiettare da “realista” che si tratta d’un utopia irrealizzabile: l’esempio dell’integrazione europea dimostra invece che quando si condividono i valori essenziali e gli obiettivi di fondo, si trova comunque il modo di progredire e d’avanzare insieme, anche se spesso è difficile ed a volte è opportuno arrestarsi.

    L’Europa è multilateralista per definizione, l’Italia non ha interesse alcuno a smarcarsi dal contesto europeo nei vari dibattiti internazionali.

    Come già accennato in un contributo precedente, l’Italia dovrebbe battersi instancabilmente per il raggiungimento sistematico d’una posizione europea.

    In questo, il futuro governo di centro – sinistra avrà interesse e smarcarsi dalle tentazioni neo – nazionaliste o acriticamente filo americane dell’attuale governo e far ritrovare all’Italia il posto che le spetta come membro fondatore dell’Unione Europea, oggi un po’ appannato.

    Questo non significa sostituire un americanismo acritico con un europeismo anch’esso acritico.

    L’Italia dovrà battersi per ma definire posizioni realistiche coraggiose, e sviluppare le sinergie necessarie con gli altri membri dell’Unione affinché divengano maggioritarie.

    I capisaldi di quest’approccio di politica estera dovrebbero essere, a mio avviso:

    • – il contributo attivo alla pace mondiale;
      – il consolidamento della democrazia e dei diritti umani;
      – l’intensificazione, su basi equilibrate, degli scambi economici.

    L”Italia da’ da tempo un contributo importante alle operazioni di peace – keeping. Tale contributo dovrebbe continuare, ma sempre e solo in un quadro d’una legalità internazionale che venne a mancare nel caso dell’intervento in Irak.

    L’Italia dovrebbe impegnarsi per una sempre maggiore europeizzazione delle operazioni di peace-keeping. Al tempo stesso, una capacità d’azione militare rapida a livello europeo dovrebbe essere resa operativa in tempi brevi. In questo modo, l’Italia e l’UE potrebbero sempre più contribuire alla soluzione di crisi umanitarie e belliche qualora ne esistano i presupposti condivisi.

    La nostra politica estera dovrebbe quindi contribuire a sviluppare una dottrina europea per gli interventi umanitari ed in caso di crisi, un passo che servirebbe ad evitare inerzie del passato.

    Allo sviluppo di tale dottrina dovrebbe poi associarsi uno sforzo logistico ed operativo che permetta all’Italia ed all’Europa d’assumere un ruolo adeguato nella soluzione delle crisi internazionali.

    Ma interventi di tipo militare possono smorzare le crisi, ma non certo costruire la pace.
    Una pace stabile è raggiungibile solo mediante una generalizzazione della democrazia ed il rispetto dei sistematico dei diritti umani, accompagnata da un riequilibrio dei rapporti economici.

    L’Italia dovrebbe contribuire all’affermazione d’un concetto euroрео ed internazionalmente condiviso della democrazia e dei diritti umani, senza eccezioni e deviazioni. In questo senso, un’equazione spesso complessa con i legittimi interessi economici dei nostri operatori dovrebbe essere effettuato, ma senza divenire una scusa per venire meno ai nostri impegni.

    Un esempio: se è fondamentale rafforzare i nostri rapporti economici con la Cina, nuova potenza economica mondiale, questo non significa dare il via al commercio di armi e tecnologie sensibili con quel paese, in assenza di precise garanzie e progressi tangibili in materia di democrazia e diritti umani.

    Diffondere la democrazia si può, intensificando la cooperazione e gli scambi d’esperienze, rafforzando quella che si definisce “politica soffice”, una materia in cui l’Europa ha un “know’-how” significativo e l’Italia la sua voce in capitolo.

    Ma relazioni internazionali equilibrate richiedono anche flussi economici più equilibrati. Concessioni significative vanno fatte in materia d’accesso ai nostri mercati: senza contribuire fattivamente ad un maggiore sviluppo economico delle economie del Sud è anche impossibile pensare d’ottenere migliori condizioni per i nostri prodotti. Dobbiamo legare maggiormente la nostra economia a quella dei paesi emergenti, senza cedere alle sirene del protezionismo.

    Questo richiede scelte a volte coraggiose ed una maggiore capacità pianificazione strategica sugli scenari internazionali, che tenga conto dell’evoluzione a lungo periodo sia degli scenari politici che di quelli economici.

  • L’agro alimentare: un potenziale da sfruttare

    Prendendo spunto dal dibattito di oggi “La catena del cibo”, cui non ho potuto partecipare, invio il mio contributo sul tema.

    Il settore agro – alimentare è certamente una ricchezza del nostro paese, ed uno dei settori con maggiori potenzialità del nostro export. Per sfruttare tale potenziale è però necessario coinvolgere l’intero settore in uno sforzo collettivo che tenga conto dei mutati scenari internazionali, senza inseguire vecchi sogni protezionistici.

    In primo luogo, è necessario che il nuovo governo sia molto più chiaro di quanto non si sia stati finora nei confronti degli agricoltori: l’agricoltura è un’attività importante della nostra economia, ma gli agricoltori non possono aspettarsi il mantenimento di protezioni paragonabili a quelle di cui il settore ha goduto per decenni.
    La riforma della PAC non è un punto d’approdo: a questa riforma ne seguiranno altre, orientate ad una sempre maggiore liberalizzazione dei mercati agricoli mondiali, nell’interesse sia dei consumatori (riduzione del prezzo degli alimenti) che della comunità internazionale.

    L’agri – food italiano non può che essere di nicchia, e centrata sui prodotti ad alto valore aggiunto.
    L’agricoltura italiana non può essere strutturalmente competitiva in produzioni di derrate alimentari su larga scala, né lo diventerà mediante costose protezioni artificiali.

    Il nostro agri – food è invece estremamente competitivo nei prodotti di qualità, legati a denominazioni d’origine, e nell’organico.

    Essendo tali prodotti venduti a prezzi più alti, essi non sono in competizione con le derrate a basso costo. Tali prodotti sono ricercati sia dai consumatori europei che da quelli extra – europei, anche nei paesi emergenti, dove la penetrazione dell’agro – alimentare italiano è ancora sotto potenziale, e di certo inferiore rispetto a quella di molti nostri concorrenti, sia europei che extra – europei.

    In termini di generazione di reddito, tali prodotti hanno una notevole capacità, da combinarsi con quella derivante dall’agriturismo.

    Nei negoziati internazionali (OMC), l’Italia dovrebbe trarre le conseguenze di tale approccio strategico ed appoggiare con decisione l’eliminazione dei sussidi all’esportazione, forse la maggiore palla al piede della diplomazia commerciale euroрeа.

    Tale eliminazione progressiva dei sussidi all’esportazione, che durerà alcuni anni, dovrebbe essere accompagnata da uno sforzo molto più accentuato della nostra filiera in termini di maggior penetrazione delle grandi catene distributive internazionali, dove ancora oggi, persino in Europa, il prodotto italiano è relativamente poco presente. Cooperative regionali o locali dirette all’esportazione dovrebbero moltiplicare le loro iniziative, per favorire le esportazioni dei
    produttori medio piccoli. In questo modo, nel giro di pochi anni potremo contare su un export rafforzato, ed il nostro settore pronto a convivere con una situazione più concorrenziale.

    L’export non è una via a senso unico: per ottenere accesso in altri mercati, è necessario concederne. Aprire senza remore ai prodotti più competitivi di altri non significa indebolire i nostri prodotti, ma è piuttosto la conditio sino qua non per affermarsi sui mercati in un contesto globale, dove non si regala nulla.

    Il governo italiano dovrebbe dare segni di realismo e, nell’ambito europeo dovrebbe concentrare la propria attenzione sui sussidi “verdi” non legati alla produzione od anche su quelli di tipo catalogati come blu (non commerciali), sempre quando non servano a proteggere produzioni non sostenibili nel lungo periodo.

    Sarebbe quindi necessario migliorare le capacità di tutto il settore di elaborare strategie di lungo periodo, privilegiando solo le filiere con vero potenziale, ed imparando a sfruttare sinergie anche con i paesi emergenti., là dove redditizie. Il nuovo contesto agricolo internazionale non è un gioco a somma zero, perché la domanda di cibo di qualità aumenterà moltissimo nei prossimi anni, e l’Italia dovrà riuscire a ritagliarsi una fetta consistente di tale mercato, imparando a guardare avanti e non arroccandosi su posizioni indifendibili.

    La ferma difesa delle indicazioni geografiche non riesce a far breccia a livello multilaterale: ebbene, l’Italia dovrebbe favorire, e non ostacolare, in seno all’UE, la conclusione di accordi bilaterali per la loro protezione.

    Fermezza anche sul rispetto degli standards sanitari, rifuggendo la tentazione di usarli a fini protezionistici, ma solo nell’interesse dei consumatori.

    Non sempre in passato i nostri produttori si sono fatti trovare preparati: se perdiamo il treno della nuova rivoluzione agricola mondiale le conseguenze saranno gravissime.

    L’agri – food italiano può essere, entro certi limiti, competitivo, ma c’è bisogno per questo di buone dosi di realismo e d’ambizione.

  • L’Europa come metodo

    Ritengo che la maggior parte dei contributi giunti sin qui in questa sezione rifletta poco una realtà incontrovertibile: l’assoluta necessità, per il futuro governo italiano, di elaborare una politica estera totalmente integrata nell’ambito europeo, senza ambiguità, velleitarismi o nazionalismi di ritorno.

    La PESC è la nostra politica estera, ed all’ interno di essa l’Italia deve recuperare la credibilità e l’influenza che la negligenza e le volute ambiguità del passato le hanno fatto perdere.

    Non si tratta di un problema – Berlusconi o Bush, ma piuttosto della necessità di prendere coscienza, una volta per tutte, dell’irrisorietà delle dimensioni delle nazioni europee di fronte alle grandi sfide internazionali del XXI secolo.

    Irrisorietà economica, e di questo siamo già più coscienti, ma anche politica e geo – strategica: l’alternativa non è tra un’Europa forte ed un’Europa meno integrata e debole, ma tra un’UE forte sulla scena internazionale od una costellazione balbuziente d’attori irrilevanti attenti a coltivare il loro sempre più piccolo orticello.

    Questo vale per l’Italia, ma anche per gli altri paesi, anche per quelli che si credono ancora grandi: Gran Bretagna, Francia, Germania, certa misura Spagna.

    Tutti gli analisti internazionali più competenti ed aggiornati guardano ad un mondo nel quale l’unica prospettiva credibile per l’Europa e quella della piena integrazione, che tutti i nostri partners tra l’altro si augurano (con qualche eccezione a Washington) perchè funzionale al
    raggiungimento di un maggiore equilibrio nelle relazioni internazionali.
    Là dove l’UE è forte (Commercio) o dove riesce ad esprimere posizioni coese (Kyoto, TPI) il funzionamento della comunità internazionale ne risente in positivo.

    Questo cosa significa per l’Italia?

    1. L’Europa deve divenire un metodo, non più un’opzione. Su ogni questione internazionale l’Italia deve rendersi protagonista, in ambito comunitario, d’iniziative tese al raggiungimento, sempre comunque, d’una posizione UE netta e precisa. Il lavoro della diplomazia italiana non dovrà con questo appiattirsi su e quello dei soci, ma contribuire attivamente alla definizione d’una posizione europea.
    2. Le scelte strategiche in materie afferenti alla politica estera, che di fatto ne fanno parte, come sicurezza e difesa, lotta al terrorismo, commercio, cooperazione internazionale, dovranno essere pienamente coerenti con questo metodo, evitando tentazioni d’indebolimento del fronte europeo su questa o quella questione, in beneficio di un illusorio vantaggio di corto respiro. Quando l’Europa è più debole, l’Italia è più debole. Sempre.
    3. Allontanare la tentazione di far parte o sviluppare Direttori o gruppi privilegiati nel quadro dell’Unione. Un Direttorio di “grandi paesi” non deve esistere, né l’Italia farne parte. L’Italia deve schierarsi senza ambiguità con i paesi che lavorano per un’Europa che parla con una voce sola. Quella che il mondo ci chiede.
    4. Questo non impedisce che su determinate questioni nella quali uno più paesi possiedono conoscenze o contatti specifici, si possano formare forme flessibili di cooperazione privilegiata per conto ed nome dell’Unione Europea.

    Un esempio a mio avviso positivo di questa linea di condotta fu l’atteggiamento dell’ultimo governo italiano di centro – sinistra in occasione della conclusione del Trattato di Nizza: nel contesto d’un negoziato frenetico nel quale la dimensione europea aveva ceduto il passo alla sommatoria di rivendicazioni nazionalistiche, il governo Amato fu tra i pochi a mantenere un atteggiamento costruttivo e realista. Fece Europa.

    In ulteriori interventi declinerò alcune delle proposte che a mio avviso il futuro governo di centro – sinistra dovrebbe formulare in campo internazionale, ma sempre utilizzando il metodo che ho presentato.

    Voglio solo anticiparne una: la posizione italiana in materia di riforma del CdS ONU è stata spesso oggetto d’ambiguità o addirittura di scherno: ritengo che il nuovo governo, in rispetto al suo europeismo di metodo, dovrebbe lavorare per una soluzione che preveda l’attribuzione d’un seggio permanente, senza diritto di veto, all’Unione Europea.

    Una riforma del CdS che voglia prendere atto della nuova realtà planetaria non puo’ aprire solo a Giappone, India, Brasile, Sudafrica. Il progetto europeo è, assieme alla decolonizzazione ed all’ascesa e caduta del blocco comunista, il grande avvenimento nelle relazioni internazionali della seconda metà del XX secolo. Una riforma che l’ignorasse nascerebbe zoppa, e l’Italia dovrebbe essere ferma su questo punto e adoperarsi anche presso i soci comunitari per una soluzione che non sia antistorica. Meglio non riformare che riformare male.

  • La sorprendente vittoria del Congresso nelle elezioni indiane

    La sorprendente vittoria del Congresso nelle elezioni indiane

    “Non è un mistero per nessuno che le prossime elezioni saranno agevolmente vinte dalla coalizione diretta dal BJP (Bharatiya Janata Party, Partito del pоpolo indiano). La National Democratic Alliance (NDA), composta da una ventina di partiti ma sotto la chiara leadership del partito nazionalista hindù del primo ministro Atal Bihar Vajpayee, raccoglierà così i frutti di cinque anni di successi economici, di arricchimento delle classi medie (asse portante del BJP), di modernizzazione del paese”.

    Questo scrivevamo a pochi giorni dalle elezioni, nell’articolo pubblicato sullo scorso numero della rivista.

    Resta come consolazione per il “granchio” preso il fatto d’essere in buona compagnia: assolutamente nessuno, né in India né fuori, aveva minimamente previsto un risultato di questo tipo: ad essere sinceri, nemmeno i vincitori, che si sono dovuti affrettare a buttar giù un programma unitario della coalizione che non esisteva prima del voto.

    Cominciamo con qualche numero: su un totale di 539 seggi nella Lok Sabha (la Camera bassa), il Congresso ne ha ottenuti 145 (erano stati 114 nel 1999), il BJP 138 (182 nel 1999). Questi dati mettono in evidenza come i due partiti principali siano lontanissimi dal poter governare da soli. Nonostante in India si voti con un maggioritario secco all’inglese, la proliferazione di partiti d’estrazione regionale fa sì che sia sempre necessario formare coalizioni vastissime: la NDA (National Democratic Alliance) саpeggiata dal BJP contava con 24 partiti, la UPA (Unite Progressive Alliance) formata dal Congresso ne ha 19.

    Tale fenomeno è relativamente recente: Nehru, Indira e Rajiv Gandhi avevano sempre potuto contare su confortevoli maggioranze assolute, salvo nel breve periodo in cui Indira fu costretta all’opposizione a causa del formarsi di una grande coalizione, che aveva preso a bordo gran parte degli altri partiti in chiave anti-Congresso.

    Nelle elezioni del 1999, il BJP aveva raggiunto con gli alleati quota 302, il Congresso solo 137 (era in pratica senza alleati), 100 erano andati ad altri partiti (il cosiddetto “Third Front”).

    La chiave dell’inaspettato successo del Congresso sta proprio qui: il partito, da sempre dominante nella politica indiana, aveva sofferto negli anni novanta della sua incapacità di stringere alleanze, trovandosi isolato, nonostante la sua connotazione di unico partito veramente nazionale. Il BJP, un partito radicato solo nel nord, nella zona di lingua hindi (grosso modo metà del paese) s’era invece contraddistinto per la sua capacità di tessere una rete di rapporti che lo rafforzavano in quegli stati (sud ed est dell’India) dove il partito era invece quasi inesistente.

    Il grande successo di Sonia Gandhi, che ha preso alla sprovvista tutti gli osservatori, poco fiduciosi nella sua capacità di centrare questo obiettivo, è stato invece quello di riuscire a stringere una serie di alleanze che hanno permesso al Congresso, senza aumentare in maniera significativa il numero dei propri voti, di aumentare notevolmente la consistenza
    del proprio gruppo parlamentare.

    Facciamo attenzione a questi dati: Congresso e alleati (UPA) hanno ottenuto, su scala nazionale, il 35,19 per cento dei voti, BJp e alleati il 35,31 per cento, altri partiti il 27,58 per cento. In termini di seggi, il Congresso ha prevalso 217 a 185. Inoltre, i partiti di sinistra, che hanno raggiunto il loro massimo storico con 56 seggi, hanno assicurato il loro appoggio esterno all’UPA, così come altri partiti.

    Il mandato governativo dato al Congresso è quindi molto solido: per il BJP, che pure non ha perduto voti, la sconfitta è stata cocente perché i sondaggi, peraltro assai poco affidabili in India, avevano previsto che superasse i 300 seggi.

    La geografia del voto è comunque molto diversificata: gli alleati del Congresso, in questo caso il DMк, fanno cappotto nell’importante Tamil Nadu: 35-0! Da notare che questo partito aveva partecipato al governo del BJP, abbondando la NDA poco prima delle elezioni. Un voltafaccia che è costato carissimo al BJP, e un’alleanza di grande significato personale per Sonia, visto che quel partito era stato a lungo sospettato di connivenza nel complotto che uccise Rajiv Gandhi nel Tamil Nadu nel 1991.

    Inattesa disfatta del BIP anche nell’Andra Pradesh, importante stato meridionale dove un alleato del BJP, Chandrababu Naidu, era unanimemente considerato il più brillante Chief Minister (primo ministro statale) dell’India: ebbene, le campagne hanno spazzato via un Naidu del tutto orientato sulle nuove tecnologie e la modernità; il Congresso è passato da 5 a 29 seggi, il BJp da 7 a 0, il TDP di Naidu da 30 a 13. Anche nelle contemporanee elezioni locali, il Congresso ha dominato completamente la scena, mandando il TDP all’opposizione.

    I risultati in questi due soli stati sono quindi sufficienti a spiegare la debacle del BJP, mentre nel resto del paese non si è poi mosso molto.

    Interessante notare che anche l’altro Chief Minister additato come modello di buon governo, S.M. Krishna (Karnataka), questa volta del Congresso, è stato battuto, perdendo sia il governo nello stato che la maggioranza dei seggi nazionali.

    Krishna e Naidu avevano legato le loro fortune al rapido sviluppo delle capitali indiane della società dell’informazione, Bangalore e Hyderabad, città che attirano numerosi investimenti in alte tecnologie da tutto il mondo grazie anche a politiche pubbliche mirate a quest’obiettivo. Entrambi hanno però commesso l’errore di trascurare le campagne, alle prese tra l’altro con gravi siccità. Il voto dei contadini (70 per cento della popolazione indiana) è stato uno schiaffo per i tecnocrati della nuova India: un risultato che fa meditare perché, in termini di gestione, è vero che i governi dell’Andra Pradesh e del Karnataka erano davvero tra i migliori dell’India.

    Nell’Uttar Pradesh, stato-chiave del nord con i suoi 80 seggi, e che ha espresso 7 degli 11 premier della storia indiana, né il BJp né il Congresso hanno sfondato: 10 e 9 seggi rispettivamente (tra quelli del Congresso anche Sonia, eletta a Rae Ваreli e suo figlio Rahul, eletto nel collegio storico della famiglia Gandhi ad Amethi). La parte del leone l’hanno fatta due partiti locali, Sp e BsP, espressione delle caste più basse (il voto in India è fortemente influenzato dai legami di casta, e tale struttura sociale è particolarmente forte nel nord dell’India).

    Il BJP ha ottenuto successi pressoché totali in stati popolosi come il Rajasthan e il Madhya Pradesh. Equilibrio invece nel Maharashtra (stato di Bombay) e, sorprendentemente, anche nel Gujarat, dove si aspettava una marea zafferano, il colore del BJP. Molto significativo che candidati del BJP siano stati sconfitti proprio nei collegi dove avvennero i peggiori massacri nel 2002.

    Il fattore-chiave del successo del Congresso sta quindi nel buon rendimento delle sue alleanze e negli errori commessi invece dal BJP in alcuni stati importanti. Errori che sono costati carissimi.

    Penso che fosse importante sottolineare questi dati per evidenziare come certe analisi un po’ frettolose (voto contro le riforme economiche, rivincita dell’India rurale su quella urbana) siano in pratica campate per aria.

    Innegabili però alcuni fatti: il risultato delle elezioni rappresenta un indubbio successo personale per Sonia Gandhi, a lungo considerata una guida inadeguata e inopportuna per il Congresso. Il voto ha spazzato via ogni residuo dubbio sul suo ruolo politico: la sua rinuncia a divenire primo ministro, quando il posto le era destinato, è stata una mossa magistrale, sicuramente preventivata, che ha colto nel segno: ha tolto al BJP, ossessionato dal problema delle sue origini straniere, ogni motivo per attaccarla; ha rialzato la propria statura morale, dato che l’opinione pubblica indiana è rimasta impressionata dal gesto, non certo abituale tra i politici indiani; ha passato lo scettro a un riformista convinto, Manhoman Singh, che da ministro delle Finanze fu l’iniziatore delle riforme economiche nel 1991. Si tratta di una scelta ben accetta dai mercati e di un politico del tutto fedele a lei e senza ambizioni personali. Inoltre Sonia rimane leader del partito, rompendo con una tradizione che vuole il primo ministro contemporaneamente leader del partito maggioritario, e tutti i ministri-chiave sono legati a filo doppio a lei.

    Nulla da dire: Sonia ha sorpreso in positivo, e si afferma come la figura centrale della politica indiana.

    Un’altra lezione chiara di queste elezioni è il rifiuto chiaro del settarismo culturale e religioso sospinto dal BJP. In questo partito convivono due anime: quella che propugna riforme economiche liberali, ma anche quella integralista, che sostiene una visione politica dell’induismo (bindutva) dominante ed escludente nei confronti delle altre religioni presenti in India. Il BJP si è dedicato a riscrivere i libri di testo usati nelle scuole, minimizzando il contributo musulmano e di altre comunità alla storia dell’India; ha promosso un’aggressiva politica pro-induista nei villaggi, giungendo persino a proporre il divieto di conversioni religiose dall’induismo verso il cristianesimo o il buddismo (un fenomeno abituale tra i membri delle caste più basse, che cercano in questo di sfuggire alla rigidità del sistema di caste nelle campagne); vuole promuovere il divieto assoluto del macello di mucche, animale sacro dell’Induismo ma regolarmente consumato da membri di altre confessioni religiose. Il momento più nero di tale atteggiamento politico è stato l’atteggiamento permissivo del governo BJp del Gujarat nei confronti delle folle che nel 2002 massacrarono musulmani (duemila morti, senza che la polizia intervenisse).

    Queste due anime convivono nel BJP, е l’equilibrio tra le due non è sempre facile da raggiungere. Il primo ministro Vajpayee non è mai stato propenso a usare troppo l’arma religiosa, ma il suo vice, L.K. Advani, ora nominato leader dell’opposizione, ha basato tutta la sua campagna elettorale su una trionfalistica Rath Yatra (viaggio su carro) che, evocando la mitologia induista, l’ha portato da un capo all’altro dell’India. La Rath Yatra non ha portato voti, anzi i candidati oltranzisti sono spesso stati sconfitti là dove si sono presentati, nel Gujarat e a Bombay.

    È questo un altro grande successo per Sonia, che ha sempre affermato di essersi impegnata in politica per difendere i valori del secolarismo risalenti a Gandhi e Nehru. Uno dei capisaldi ideologici del Congresso esce sicuramente rafforzato da questo risultato, e il fronte dell’hindutva dovrà chiedersi cosa fare adesso.

    Più complesso il discorso sulla continuità delle riforme economiche: alcuni, presi dall’entusiasmo per la sconfitta del BJP, si sono avventurati a interpretarla come un rifiuto espresso dalle masse indiane contro le riforme economiche e la globalizzazione. Se è vero che in buona parte delle campagne, poco toccate dall’aumento del benessere visibile nelle città, la campagna pro-poor del Congresso ha fatto presa, è anche vero che in altre zone il BJP e i suoi alleati si sono invece imposti.

    Ferma restando l’evidente necessità per l’India di avviare delle serie riforme agricole che permettano a 700 milioni di persone di innalzare i loro livelli di vita, spesso bassissimi, la natura del voto rurale in India sembra essere stata più politica che strettamente economica. Gli elettori hanno espresso la loro insoddisfazione per le carenze infrastrutturali (strade, acqua, elettricità) e l’hanno fatta pagare ai governi in carica, quale che fosse il loro colore. Negli stati dove si è imposto il BJP (Rajasthan, Madhya Pradesh), il risultato non ha fatto che confermare quanto avvenuto pochi mesi prima, quando i governi del Congresso furono sconfitti nelle elezioni locali.

    C’è quindi una diffusa volontà di cambiamento tra gli elettori indiani, che mette in discussione la capacità della sfera politica di produrre risultati concreti sul terreno, piuttosto che una visione complessiva pro o contro le riforme economiche.

    Sorprende piuttosto che il BJP, che aveva puntato gran parte della sua campagna elettorale sul motto “India brillante”, sia stato pesantemente sconfitto anche nelle grandi città, dove sono concentrate quelle classi medio-alte che sembravano sensibili a tale discorso.

    In realtà, la lettura d’insieme del voto sembrerebbe suggerire più un rifiuto generalizzato del modo di governare le città e gli stati indiani da parte di un ceto politico anchilosato ed ereditario (cento dinastie politiche sono rappresentate in Parlamento) piuttosto che rispondere a una chiara scelta politica. In questo caso, il Congresso è risultato favorito in quanto opposizione, ma le cose potrebbero cambiare rapidamente.

    Il governo formato dal Congresso e dai suoi alleati denominato, come detto, UPA, ha per prima cosa voluto confermare che le riforme economiche verranno continuate. La stessa figura scelta per dirigere il governo, Manhoman Singh, è emblematica in questo senso: economista di grande prestigio, arrivato tardi alla politica e mai eletto, fu il ministro delle Finanze che diresse, a partire dal 1991, le riforme economiche lanciate dal governo Rao, che rappresentarono un vero punto di svolta rispetto alla tradizione dirigista seguita fino ad allora dai governi indiani. I mercati, estremamente volatili nei giorni successivi alle elezioni, si sono calmati con la nomina di Singh.

    Alle Finanze è andato un altro economista di grande prestigio, P. Chidambaram, che occupò questo posto già nel 1997. Un altro personaggio dalla reputazione piuttosto solida.

    Il Programma minimo comune (CMP) elaborato dalla coalizione diretta da M. Singh nei giorni immediatamente successivi alla formazione del governo introduce alcune novità nel tono, ma conferma che non è prevista alcuna interruzione né tantomeno un passo indietro nelle riforme economiche: l’appoggio esterno delle sinistre al governo avrebbe potuto farlo pensare, ma la necessità di alimentare una crescita economica sostenuta (7-8 per cento all’anno) per tenere testa alla crescita demografica e migliorare il livello di vita della popolazione rende impossibile pensare a un ritorno del protezionismo e del dirigismo.

    Ma le riforme intraprese in India non sono mai state selvagge: anzi, l’India rappresenta un caso senz’altro singolare di apertura economica abbinata a una grande prudenza: se il BJP, conservatore dal punto di vista sociale, voleva evitare il più possibile ogni sorta di occidentalizzazione, il Congresso e le sinistre sono altrettanto legati, anche se in un modо diverso, a preservare l’originalità dell’India. La differenza sta semmai nell’approccio: il BJp puntava allo sviluppo delle élites, trascurando il resto della popolazione; il Congresso ha a cuore, e lo ribadisce nel programma, le grandi masse rurali, le classi lavoratrici, l’”uomo comune”.


    Ma entrambe le visioni rifuggono le sirene della globalizzazione sine qua non.
    l’India deve rimanere in primo luogo se stessa, su questo v’è unanimità nella pоlitica indiana. Le riforme dovranno essere prudenti e selettive: come dice il programma, esse dovranno avere un “volto umano”.

    Questo atteggiamento è molto legato alla storia indiana: paese dalla cultura millenaria, da cui si sono originati concetti essenziali delle civiltà eurasiatiche e della stessa cultura universale, non accetta di piegarsi senza se e senza ma agli imperativi della modernizzazione. Dopo più di un decennio di riforme economiche, in India si respira ancora un’aria molto diversa da quella del Sud-Est asiatico, dove i valori del capitalismo occіdentale si sono fusi con gli elementi fondanti delle culture locali per dar luogo in fondo a uno shock culturale. L’India no, rimane prima di tutto India, con i suoi limiti e contraddizioni: ma troverete raramente un indiano disposto a premere sull’acceleratore della modernizzazione.

    Questo governo andrà quindi avanti sulla via di un’apertura selettiva dell’economia indiana al commercio estero e agli investimenti; andrà piano nelle privatizzazioni, che toccheranno solo imprese statali in perdita; non porterà avanti alcuna riforma per rendere più flessibile il mercato del lavoro; starà bene attento a non prendere impegni internazionali che lo obblighino a forzare i tempi della propria apertura economica (ad esempio all’OMC). Insomma, farà di tutto per tenere il pallino in mano.

    Nonostante il basso reddito pro capite dell’India, che colloca il paese molto indietro rispetto agli altri paesi emergenti, questa gode però di un vantaggio relativo: non dipende in misura significativa dai mercati finanziari internazionali, la maggioranza dei capitali sono nazionali, le riserve valutarie sono abbondanti. Anche se si può sostenere che questi siano altrettanti limiti od occasioni perdute del modello di sviluppo indiano, al tempo stesso questi fattori rendono l’India relativamente più autonoma rispetto ad altri paesi.

    I principali ministri del nuovo governo non sono certo giovanissimi: con l’eccezione di Chidambaram (58), sono tutti ultra-settantenni, e s’iscrivono nella tradizione nehruviana del Congresso. Molti sono legati personalmente a Sonia, altri le hanno fatto la guerra in passato ma sono leaders importanti del partito la cui presenza è necessaria al nuovo governo. Di certo, non ci si può aspettare da questo gruppo una gran ventata d’originalità: ma il primo obiettivo del Congresso dopo le elezioni vinte a sorpresa era quello di trasmettere una sensazione di stabilità. I volti nuovi, tra cui Raul Gandhi, dovranno farsi le ossa nella vita parlamentare prima di ambire a posizioni esecutive: anche questa è in fondo una tradizione indiana.

    In politica estera, c’è da attendersi la continuazione del disgelo con il Pakistan avviata dal precedente governo: è un capitolo fondamentale per liberare l’India da una grave ipoteca che la frena.

    L’amore a tutto tondo per gli USA professato dal BJP si vedrà senz’altro ripensato senza essere rinnegato: i due paesi hanno bisogno l’uno dell’altro e la comunità indiana d’America è sempre più benestante, influente e integrata.

    È anche prevedibile una maggiore attenzione dell’attuale governo indiano per l’Unione europea allargata, così come per la Russia. Il rapporto con la Cina presenta molte incognite, ma il governo Vajpayee si era mosso molto per rompere antiche diffidenze. Il fronte Nuova Delhi-Pechino rimane uno dei grandi assi potenziali del XXI secolo.

    Il nuovo governo sarà probabilmente meno attivo rispetto al precedente nella conclusione di accordi commerciali bilaterali e regionali, anche se il processo d’integrazione sud-asiatico (SAARC) dovrebbe vedersi rafforzato dal miglioramento delle relazioni tra India e Pakistan.

    L’India è rimasta sorpresa dall’inaspettato risultato elettorale, e la transizione è stata lunga: venti giorni di scrutinio, dieci di negoziati per la formazione del governo. Solo adesso l’azione dell’esecutivo sta partendo e un periodo d’aggiustamento è preventivabile. Anche se la maggioranza è numericamente solida, le sorprese non sono escluse. Il gran numero di politici regionali che sono divenuti ministri, e che tenderanno, com’è loro tradizione, a governare ad esclusivo beneficio del loro bacino d’utenza creerà senz’altro problemi e tensioni.

    Ma questa volta mi permetterete una certa prudenza, per cui non mi lancerò in previsioni precise.

  • l’India: analisi di una potenza emergente

    l’India: analisi di una potenza emergente

    L’India che dal 20 aprile al 10 maggio va alle elezioni per eleggere il suo 14° Parlamento (Lok Sabha), dal 1947 è un paese cui si suole dedicare in Europa pochissima attenzione: l’informazione sull’India che appare nei nostri media si limita di solito a qualche stereotipo. Da una parte si propagano immagini di pоvertà e drammatiche ingiustizie sociali, dall’altra si coltiva la dimensione spirituale dell’India. Entrambe queste realtà esistono e contribuiscono a formare la complessità di questo paese, ma non l’esauriscono di certo.

    Le élites indiane tendono a essere vittime di uno strabismo in fondo simile: esse passano letteralmente oltre l’esistenza di una problematica sociale in questo paese, e concentrano tutta la loro attenzione sullo sforzo di crescita del paese. Ancor più dello sviluppo economico e del miglioramento delle condizioni di vita, ciò che sembra attrarre tutte le loro energie è l’acquisizione di uno status internazionale di “superpotenza” per l’India. Ossessionati dalla necessità di dimostrare a ogni piè sospinto il loro cosmopolitismo, ma anche la loro originalità culturale derivante dall’essere indiani, gli strati più abbienti della popolazione indiana vedono solo un’India, quella moderna ed elitaria. Il resto viene ignorato, come se non esistesse.

    Tra queste due visioni estreme, esiste poi un paese reale di più di un miliardo di abitanti (il secondo al mondo), spesso ignorato perché considerato un mistero o un gigante addormentato senza possibilità di risveglio. Ma negli ultimi due-tre anni l’attenzione internazionale nei suoi confronti si è improvvisamente risvegliata, grazie ai notevoli risultati economici e alle ancor più impressionanti prospettive di crescita nei prossimi decenni. Al Foro economico mondiale di Davos si è parlato mondo di India, delle sue prospettive di crescita e della sua industria high-tech, l’alternativo Foro sociale mondiale si è svolto a Bombay e ha dato voce a chi invece di tale modello di sviluppo ha una visione critica.

    In questi mesi in India si cita a più riprese, con malcelato trionfalismo, uno studio della Goldman Sachs sulle prospettive di crescita economica da qui al 2050 di quattro grandi paesi emergenti: Cina, India, Brasile e Russia. Le conclusioni dello studio sorprenderanno chiunque sia abituato a guardare al mondo solo attraverso le lenti del presente: estrapolando tassi di crescita attuali e potenziali, questi paesi vedrebbero spettacolarmente innalzato il loro peso economico, e conseguentemente la loro influenza mondiale, nei prossimi decenni. I dati sono particolarmente significativi nel caso dei due giganti asiatici. In India non ci si stanca di ripetere che, secondo lo studio, il PiL dell’India supererà quello italiano attorno al 2016, quello francese e quello britannico verso il 2022, е che l’India si dovrebbe affermare come la terza economia mondiale (dopo USA e Cina) verso la metà del secolo. Naturalmente, tutto ceteris paribus, cioè dando per buoni per tutto il periodo tassi di crescita simili a quelli attuali (nei paesi emergenti e nei paesi a economia più matura).

    Le ipotesi sono quindi abbastanza limitanti, ma è altrettanto vero che, al di là dell’esattezza puntuale delle previsioni o del momento preciso dei “sorpassi”, la tendenza analizzata dallo studio sembra difficilmente contrastabile. Il mondo verso cui stiamo andando sarà significativamente diverso da quello attuale, e in quel contesto la misconosciuta India avrà un peso economico e geopolitico diverso dall’attuale.

    Nello studio di Goldman Sachs si citano le dimensioni assolute del PIL, non il suo livello pro capite. In termini relativi, i PIL cinese e indiano rimarranno per tutto il XXI secolo chiaramente al di sotto di quelli statunitensi ed europei, questo è fuori discussione. Ma ciò che fa pendere la bilancia verso l’Asia è l’effetto derivante dalla combinazione di una crescita economica sostenuta con livelli demografici elevatissimi: India e Cina assieme hanno oggi più di due miliardi e duecento milioni di abitanti. Anche se i tassi di natalità stanno riducendosi, come sempre in presenza di sviluppo economico, tra pochi decenni un abitante su due del pianeta sarà cinese o indiano!

    Alla Cina tutti fanno attenzione da tempo. Vale senzʼaltro la pena di seguire un po’ più da vicino anche le vicende indiane e capire di che paese stiamo parlando. Le operazioni elettorali prendono venti giorni per la semplice ragione che il paese è immenso, e per effettuarle tutte in contemporanea sarebbero necessari milioni di funzionari incaricati della supervisione. Questo ci ricorda che l’India è una democrazia (in Cina non hanno di questi problemi), la più grande democrazia del mondo in termini quantitativi (una democrazia “vibrante”, si dice da queste parti).

    Dal 1947 aoggi, l’India ha tenuto fede a questa caratteristica: salvo una breve eсcezione ai tempi di Indira Gandhi (sospensione delle garanzie democratiche dal 1977 al 1979, che le costò l’immediata ripulsa degli elettori nella tornata successiva), l’India ha sempre funzionato come una democrazia. Si può discutere di alcuni aspetti sostanziali di tale sistema democratico, come la limitatezza di certi diritti economici e sociali, ma sarebbe sbagliato sottovalutare la portata della democrazia indiana: un paese di proporzioni immense e in gran parte povero, nel quale non hanno peraltro mai prevalso tentazioni autoritarie. Non vi sono altri esempi simili al mondo, e questo è senz’altro un atout che onora questo paese e che gli va riconosciuto.

    Così come va giustamente valorizzato un altro aspetto: a partire dalla “Rivoluzione verde” degli anni settanta l’India, pur rimanendo un paese in cui diverse centinaia di milioni di persone vivono in povertà, è sostanzialmente autosufficiente dal punto di vista alimentare, e anzi si
    propone oggi come un esportatore di prodotti agricoli.

    Se teniamo conto che le carestie erano endemiche nell’India britannica (che non arrivava a quattrocento milioni di abitanti) e che oggi l’India riesce a sfamare più di un miliardo di abitanti con risorse proprie, non possiamo non riconoscere in questo un successo straordinario.

    Democrazia e autosufficienza sono due concetti-chiave dell’immaginario collettivo indiano, e spiegano molte delle scelte politiche effettuate dai governi di Nuova Delhi nel corso degli anni: la democrazia è la conseguenza del movimento collettivo che, sotto la guida spirituale e politica del Mahatma Gandhi, portò all’indipendenza. Questo movimento, un esempio raro nella storia di fusione tra una leadership illuminata e un movimento pacifico “dal basso” (oggi diremmo della società civile) era per sua natura democratico. Quindi tradire la democrazia significherebbe tradire le radici stesse dell’India indipendente.

    L’autosufficienza alimentare è importante perché la tappa coloniale rappresenta un passato doloroso che ha marcato profondamente l’India: paese ancora oggi rurale (circa 700 milioni di persone vivono dell’agricoltura), ha fortemente sofferto un modello economico funzionale esclusivamente agli interessi della potenza coloniale che soffocava ogni velleità di autonomia. L’India-colonia produceva ciò che faceva comodo all’Impero britannico, da cui a sua volta importava tutti i prodotti manufatturieri, a ragioni di scambio determinate da Londra. Anche nei primi decenni successivi all’indipendenza, la cronica insufficienza alimentare ha portato a rapporti conflittuali con le potenze (USa e URSS), che spesso usarono di quest’arma per estendere la loro influenza.

    Questo spiega l’ipersensibilità indiana nei confronti di chiunque cerchi di usare l’economia come forma di pressione: sin dai primi anni di indipendenza l’India volle sviluppare un’economia e un’industria saldamente in mani nazionali, ed eliminare la dipendenza dall’estero sia sotto forma di investimenti che di importazioni alimentari.

    Ancora oggi, gli investimenti esteri in India sono molto inferiori a quelli effettuati nelle altre economie emergenti, e il commercio estero indiano rappresenta una quota del PiL di molto inferiore a quella dei paesi più sviluppati o anche di molti Pvs. Questa caratteristica dell’economia indiana è ambivalente: da un lato preserva l’India da quelle dolorosissime crisi di liquidità che attanagliano l’America Latina o altri paesi emergenti, dall’altra ne limita in parte il potenziale di sviluppo in termini tecnologici.

    Questo modello nazionalista di sviluppo, che risale a Nehru e che era stato portato avanti anche dai successivi governi, si arrestò nel 1991, quando il governo Rao fu costretto a una svolta in termini di apertura economica: le riserve valutarie erano giunte quasi a zero e la crescita era divenuta asfittica, anche a causa dei troppi livelli di controllo e regolamentazione tipici di un’economia pianificata come quella indiana (sistema delle licenze o raj).

    Un decennio di riforme economiche (privatizzazioni, deburocratizzazione, liberalizzazione dell’economia) ha portato a una notevole accellerazione dei tassi di crescita, che si sono assestati su livelli sconosciuti prima dell’apertura e hanno portato a un’euforia impensabile in passato. In un contesto economico internazionale non brillante, un’economia come quella indiana cresce tra il 6 e l’8 per cento all’anno, e l’accumulazione nel tempo di tassi di questo tipo diviene davvero significativa, anche pensando all’ancora enorme fossato esistente tra 250 milioni di indiani inseriti nell’economia moderna e il resto.

    Come detto, l’economia indiana è ancora a forte connotazione agricola (essa rappresenta circa un quarto del PIL). In questi anni, è stata impressionante l’ascesa dei servizi, specialmente produzione di software e outsourcing, grazie alla straordinaria competitività indiana in questo settore: una popolazione molto istruita (diversi milioni di laureati l’anno), perfettamente a suo agio in inglese e con l’uso delle alte tecnologie, e dai costi molto contenuti se paragonati ai parametri internazionali.

    Questo spiega come mai in India si produca oggigiorno più della metà del software mondiale, perché la maggior parte dei centri di sviluppo tecnologico delle multinazionali si stiano localizzando in India, specie sull’asse Bangalore-Hyderabad-Pune. Non solo, ma negli USA e in Europa molte aziende del settore sono possedute da indiani o vedono molti ingegneri indiani nelle loro fila.

    Questa è una dimensione che non va trascurata: se gran parte dell’India vive ancora oggi ai margini dello sviluppo, specie nella “cintura dell’hindi”, che corrisponde in sostanza all’India settentrionale, questo paese ha una presenza marcatissima nei settori a maggior valore aggiunto. E non si tratta solo di trasferimento di funzioni a basso costo, ma della concezione e dello sviluppo di nuovi prodotti. L’India ha un futuro, parte dell’India è già nel futuro.

    Certo, l’high-tech non può dare lavoro a un miliardo di indiani, ma rappresenta comunque un asse di sviluppo di fondamentale importanza. L’India rappresenta un caso curiosissimo nella storia economica: non si ricordano altri casi di economie in sviluppo i cui due pilastri principali fossero l’agricoltura e i servizi.

    Per consolidare le prospettiva di crescita cui abbiamo fatto cenno, l’India si vede obbligata a rafforzare il proprio settore industriale, necessario anche per soddisfare la crescente domanda di beni delle nuove classi medie, che si affacciano ora sul mercato, in modo simile a quanto gli italiani fecero negli anni sessanta.

    L’industria indiana di oggi è di vaste dimensioni, ma nella maggior parte dei casi ancora incapace di produrre prodotti di qualità, in grado di competere sui mercati mondiali. Questo spiega la riluttanza dei governi indiani a ridurre con più decisione le tariffe doganali, oggi le più elevate al mondo. Questa spirale è negativa, perché molte importazioni sono invece necessarie proprio per modernizzare l’apparato produttivo. La contraddizione tra le ambizioni globali dell’India e il suo atteggiamento iperconservatore in materia di protezione economica rimane uno dei nodi da sciogliere nel prossimo futuro.

    Altre grandi questioni aperte con cui i futuri governi indiani dovranno fare seriamente i conti sono le seguenti:

    • – modernizzazione dell’agricoltura: l’agricoltura indiana è oggigiorno in gran parte di sussistenza, anche se relativamente meccanizzata (eredità della “Rivoluzione verde”). Esistono molte limitazioni alla libera circolazione dei prodotti agricoli da uno stato all’altro, enormi i problemi di finanziamento e organizzazione dei mercati. Una volta risolto il problema dell’autosufficienza alimentare, la prossima sfida da affrontare è quella della modernizzazione del settore, con l’inevitabile riduzione del numero di occupati;
      – l’inevitabile flusso di popolazione verso le città provocherà dei notevoli problemi di sostenibilità. Gli agglomerati urbani indiani sono già oggi tra i più grandi al mondo e le infrastrutture sono del tutto insufficienti: un ulteriore esodo non farà che mettere maggiormente a prova delle città già invivibili, nelle quali acqua pulita, energia elettrica, trasporti e abitazioni sono carenti;
      – l’ulteriore sviluppo economico dell’India si potrebbe vedere frenato proprio da queste carenze infrastrutturali: strade, produzione di energia elettrica, porti, aeroporti sono altrettante palle al piede dell’India di oggi. Non è pensabile un significativo passo in avanti in assenza di seri correttivi alle deficienze attuali;
      – per effettuare tali enormi investimenti sarà però necessaria una decisa modernizzazione e moralizzazione del sistema politico. L’India ha oggi un insostenibile deficit pubblico del 10 per cento annuale, essenzialmente dovuto a una spesa pubblica fuori controllo, risultato di una gestione clientelare delle finanze pubbliche da parte di un sistema politico paternalista e drammaticamente antiquato rispetto ai bisogni dell’India moderna. Se l’India non ha bisogno, a differenza di altri paesi emergenti, di un costante flusso di capitali esteri per saldare la propria bilancia dei pagamenti, è però chiaro che ipotecare le risorse pubbliche in spese improduttive non fa gli interessi del paese;
      – un’altra grande questione aperta è quella della scarsa attenzione prestata dai poteri pubblici a quelli che l’esperienza ha dimostrato essere i due assi portanti dello sviluppo: educazione e sanità. In India esiste un’impressionante asimmetria tra delle élites cosmopolite e coltissime, cittadine a pieno titolo del mondo, e una grande massa di diseredati le cui condizioni di vita sarebbero intollerabili nel mondo sviluppato. Il governo indiano dedica risorse irrisorie alla sanità pubblica e alla scuola primaria, contribuendo in questo modo ad ampliare il fossato tra le due Indie. È questa dimensione sostenibile per un paese che vuole consolidare la sua crescita?

    Non è un mistero per nessuno che le prossime elezioni saranno agevolmente vinte dalla coalizione diretta dal BJP (Bharatiya Janata Party – Partito del popolo indiano). La National Democratic Alliance (NDA), composta da una ventina di partiti ma sotto la chiara leadership del Partito nazionalista hindù del primo ministro Atal Bihar Vajpayee, raccoglierà così i frutti di cinque anni di successi economici, di arricchimento delle classi medie (asse portante del BJP), di modernizzazione del paese.

    Se è vero che l’apertura economica fu lanciata nel 1991 da un governo del Congresso (dall’allora ministro delle Finanze Mahoman Singh), è anche vero che molti dei dividendi risultano dalla continuità data a tali riforme dal BJP.

    Il progetto politico del BJP è ambivalente e va compreso nella sua originalità: i principali dirigenti del partito sono membri dell’Rss, movimento ultra-nazionalista dalle tinte fascisteggianti. Per passare dalla quasi irrilevanza all’epoca di Rajiv Gandhi (primi anni ottanta) al predominio di oggi, gli ideologi del partito hanno dovuto senz’altro contare con il logoramento fisiologico del Congresso, l’erede della tradizione politica gandhiana e nehruviana. Ma hanno anche forzato molto alcuni aspetti “hindừ” del loro discorso, al fine di creare un nuovo movimento popolare tra le masse indiane, deluse dal Congresso e stimolate a mobilitarsi attorno a un’agenda politica “color zafferano” (Hindutva) che predica la supremazia degli induisti sulle altre comunità indiane (musulmana, sikh, cristiana, buddista, jainista).

    Oggi il BJP è portatore di un progetto politico che sembra contraddittorio se visto con occhi occidentali: esso associa al liberalismo economico un’agenda sociale conservatrice, tesa a perpetuare l’originalità della società indiana, fondata sull’inamovibilità del sistema delle caste e il meccanismo dei matrimoni concordati dalle famiglie all’interno della stessa cаsta, un formidabile meccanismo di conversazione dei privilegi e del potere.

    L’esperienza occidentale farebbe pensare che le trasformazioni economiche siano destinate ad appianare quelle sociali: l’osservazione del caso indiano rende tale dinamica molto meno evidente: almeno è questo quanto il progetto politico del BJP, attualmente vincente, tende a fare.

    Questa proposta politica del BJp ferisce al cuore un caposaldo del Congresso: quello del “secolarismo”, l’uguaglianza tra le varie religioni dell’India. Pur se in maniera diversa, sia Gandhi che Nehru erano entrambi legati all’idea di un’India tollerante e laica, dove l’essere cittadini dell’India prevaleva su ogni altra considerazione. Rivelatosi impossibile evitare la divisione con il Pakistan, il Congresso ha sempre perseguito una politica di “unità laica”, anche se a volte con difficoltà (lo scontro con il fondamentalismo sikh costò la vita a Indira).

    Il BJp ha un’idea diversa: per questo partito l’uguaglianza tra comunità non è possible né consigliabile: gli 850 milioni di induisti sono i “veri indiani”, 130 milioni di musulmani, 40 milioni di cristiani, i sikh sono “meno indiani” rispetto ai loro concittadini induisti.

    Questo spiega l’esistenza di un’agenda ultra-induista i cui contenuti sembrano un po’ inverosimili a un’osservatore esterno: controversia su Ayodhya (città dove gli integralisti hindù hanno distrutto nel 1992 una moschea costruita sul luogo dove sarebbe nato Rama, uno degli dei più importanti dell’induismo), interdizione del macello di mucche (animale sacro dell’induismo ma consumato da musulmani e cristiani), eliminazione del codice civile specifico per i musulmani, divieto delle conversioni religiose.

    Pur in presenza di una politica dai contenuti laici, i conflitti tra diverse comunità (fenomeno chiamato commuпalism in India) sono scoppiati periodicamente dal 1947 a oggi. L’attuale intensificarsi dei riferimenti a una politica strettamente induista predicata dal BJP proietta però ombre inquietanti sul futuro di questo paese, che avrebbe invece interesse a mobilitare tutte le proprie energie sul resto dei problemi che lo affliggono piuttosto che a costruire nuove barriere e a seminare futuri conflitti.

    I tragici fatti del Gujarat, quando nel 2001 più di duemila musulmani furono trucidati senza che le autorità statali facessero il loro dovere per fermare le stragi, costituisce un esempio dell’India horribilis che potrebbe prevalere se il settarismo dovesse avere la meglio sul principio della convivenza.

    Se la coalizione attualmente al governo è alle prese con questa contraddizione di fondo, l’opposizione, guidata dall’All India Congress, partito che ha governato l’India per buona parte del periodo 1947-1999, sembra incapace di proporsi come alternativa credibile. La difesa del secolarismo a fronte dell’ascesa di programmi di ispirazione religiosa è un punto fermo del Congresso, ma sembra insufficiente ad arrestare la marea color zafferano (colore dell’induismo) del BJP.

    Il Congresso soffre anch’esso di parecchie contraddizioni: esso rimane un partito succube della famiglia Gandhi. Attualmente diretto da Sonia (la moglie di origini italiane di Rajiv), attaccata dai nazionalisti come inadatta a divenire primo ministro perché “straniera”, rimane un partito antiquato, mal organizzato, privo di capacità di “coalition-building”, una necessità in un paese nel quale il panorama politico è estremamente frammentato e dove i partiti regionali contano sempre più.

    Il dibattito sull’italianità o indianità di Sonia Gandhi è pretestuoso: Sonia è cittadina indiana e la legge le permette di accedere a qualsiasi carica pubblica, comprese le più elevate. Tocca semmai agli elettori, come in qualsiasi democrazia, deciderne il destino. Sonia è poi molto attenta a comportarsi da indiana: veste sempre in sari, parla molto spesso in un buon hindi (anche se esso non è, ovviamente la sua lingua materna). Vista da un italiano, Sonia Gandhi è oggettivamente oggi molto più indiana che italiana.

    La sua presenza in politica sembra molto più legata alla necessità di mantenere unito il partito nella tradizione nehruviana-gandhiana piuttosto che da ambizioni personali. Di fatto, la candidatura del trentatreenne figlio Rahul alle prossime elezioni sembra prefigurare una futura leadership di questi nel futuro del Congresso (anche la sorella Priyanka, trentaquattrenne, potrebbe avere ambizioni politiche).

    Certo, ci si può chiedere se sia logico se un partito dal glorioso passato come il Congresso debba per forza essere guidato, una generazione dopo l’altra, da un membro della famiglia Gandhi. Ma i concetti di famiglia e dinastia hanno molto peso nella cultura indiana.

    Ancor più grave per il Congresso è l’indeterminatezza programmatica: l’agenda economica non differisce molto da quella del BJP, certo con una diversa percezione dei problemi sociali e agricoli del paese, che rimane però assai poco declinata nei programmi e nei discorsi.

    Il grande partito che fu di Nehru sembra ancora lontano dalla compattezza necessaria per proporsi come forza di governo (in fondo lo è stata per decenni!) e il prossimo appuntamento elettorale non preannuncia nulla di buono.

    L’India è anche alle prese con una modifica sostanziale della propria politica estera: paese tradizionalmente geloso della propria autonomia, e desideroso di proporsi come leader dei paesi in via di sviluppo, ha recentemente modificato, con l’attuale governo, alcuni capisaldi che gli erano tradizionali.

    Il rapporto con gli Stati Uniti, tradizionalmente delicato, è divenuto molto pіù fluido sin dai tempi di Clinton (anche se i test nucleari del 1998 vennero a complicare momentaneamente questo riavvicinamento). Una nuova generazione di politici indiani, formati negli USA anziché in Europa, guarda con favore alla società americana, di cui vuole imitare i comportamenti economici (ma non quelli sociali). Dal punto di vista strategico, lo scenario post-11 settembre dà all’India un ruolo-chiave, in quanto grande democrazia nucleare con una posizione strategica fondamentale, tra il Medio Oriente in crisi e la Cina grande potenza emergente.

    L’India, paese in passato piuttosto ripiegato su se stesso e poco amico dell’integrazione economica, guarda anche con molta attenzione a est: il rapporto di tradizionale diffidenza/competizione con la Cina si sta trasformando in un tentativo di partnership economico/strategica tra le due grandi potenze emergenti dell’Asia. Nei confronti del Sud-Est asiatico, l’India ha modificato il proprio atteggiamento riluttante nei confronti dell’apertura economica, e ha intrapreso un’ambizioso ciclo di negoziati commerciali con tutti i suoi vicini (Asean, Thailandia, Singapore).

    Per potersi aprire al mondo senza complessi, l’India ha però bisogno di migliorare i propri rapporti con i vicini immediati, soprattutto con il tradizionale avversario, il Pakistan. Due anni fa si giunse ai limiti di un conflitto dalle conseguenze imprevedibili. Oggi il clima è migliorato parecchio, e il recente vertice SAARC di Islamabad (gennaio 2004) ha aperto la prospettiva di un dialogo tra Nuova Delhi e Islamabad che era divenuto più che necessario. Moltissime le nubi sul rapporto tra India e Pakistan, fortemente appoggiato anche da USA e Ue: principale ostacolo è l’eterno problema del Kashmir, un dossier complicato anche dalla contrapposizione di opposti integralismi (fare cambiare idea a un indiano non è precisamente impresa agevole, e i pakistani sono dei cugini di primo grado).

    Interessante anche l’emergere di un nuovo blocco Sud-Sud, i cui vertici sono Brasile, Sudafrica e India, apparso con tutta la sua forza alla Conferenza ministeriale di Cancún. Il G-20 sembra una versione aggiornata dei non allineati, ma adattata al contesto del mondo globalizzato. Di fatto, l’alleanza tra i grandi paesi emergenti viene ad arricchire lo scenario internazionale, e sarebbe un grave errore sottovalutarne la portata e il potenziale.

    In questo quadro, l’Unione europea e l’India fanno a volte fatica a ritrovarsi: ma recenti sviluppi dimostrano che entrambe le parti hanno capito che hanno interesse a sviluppare le loro sinergie. I vertici annuali UE-India, iniziatisi quattro anni fa, stanno riempiendosi di contenuti e significato. L’UE, primo socio commerciale dell’India e primo investitore, ha tutto l’interesse a legarsi a filo doppio a un grande paese che sarà senza dubbio protagonista, pur con tutte le sue contraddizioni, del XXI secolo.

    E l’India ha dal canto suo interesse a non sottovalutare il suo legame con un’Europa che sta poco a poco imparando ad apprezzare molti aspetti della cultura indiana: la spiritualità, l’inventiva, la musica, la cucina, il cinema.

    Le prossime elezioni non modificheranno queste tendenze di fondo: e sbaglia senz’altro chi decida di continuare a considerare l’India un gigante addormentato.

  • Il Foro sociale mondiale da Porto Alegre a Bombay

    Il Foro sociale mondiale da Porto Alegre a Bombay

    Dare un giudizio complessivo su un evento multiforme e variegato come il Foro sociale mondiale (Wsr), giunto quest’anno alla sua quarta edizione, è impresa assai complicata. Il Foro è la traduzione politica di una rete di reti, impossibile non averne una visione che non sia per definizione parziale. La sensazione che si ha partecipando è più o meno quella che si può avere navigando in Internet: vi si può trovare di tutto, la tentazione di saltare senza pause da un tema all’altro è fortissima. Quasi 100.000 partecipanti, migliaia di dibattiti, conferenze, mostre, attività culturali sui temi più svariati. Anche mettendoci tutta la buona volontà non si può partecipare che a una manciata delle attività previste.

    Ferme restando queste premesse, cercherò di riflettere su quella che mi sembra essere la tendenza del WSF dalla sua creazione a oggi: il fatto d’aver partecipato alle precedenti edizioni, tutte svoltesi a Porto Alegre, e a quella di quest’anno a Mumbai (ex-Bombay) mi permette perlomeno di paragonare sensazioni.

    Il Foro sociale mondiale nacque come idea nel 2000, per opera di un gruppo di intellettuali brasiliani legati al PT (Partido dos Trabalhadores), allora all’opposizione e attualmente al governo in Brasile. L’idea era quella di creare un contraltare rispetto al Foro economico mondiale di Davos (WEF), notissima riunione dei VIP mondiali che si celebra ogni gennaio
    nella stazione alpina svizzera, divenuto col tempo un appuntamento obbligato dei potenti del pianeta.

    L’idea era che, di fronte a una visione prevalente d’inevitabilità della globalizzazione e dei suoi effetti economici, rimasta nella pratica senza alternative dopo la caduta del muro di Berlino, fosse necessario creare uno spazio per i movimenti della società civile, molto meno in grado rispetto a stati, organismi internazionali e imprese di strutturare tra loro contatti stabili.

    A fronte di interessi economici in comunicazione costante tra loro e in grado di influenzare efficacemente il corso degli avvenimenti, gli operatori sociali si trovavano tendenzialmente isolati l’uno dall’altro, spesso alle prese con problemi simili ma non in grado di scambiare
    esperienze e di raggiungere una massa critica sufficiente per influenzare le scelte della politica su scala mondiale.

    Accanto a questa inadeguatezza strutturale dei movimenti della società civile, paradossalmente sempre più presenti nel dibattito politico a causa della riduzione complessiva della sfera d’azione pubblica operatasi un po’ ovunque a partire dagli anni ottanta, appariva anche la debolezza crescente o incapacità manifesta della maggior parte degli attori statali, perlomeno nei paesi in via di sviluppo, di partecipare efficacemente alla presa di
    decisioni politiche internazionali.
    Da qui l’impressione che un numero ridottissimo di attori (stati sviluppati, organismi economici multilaterali, multinazionali) stesse in pratica decidendo, in maniera esclusiva, delle sorti del mondo.

    L’altro paradosso era, ed è, che, contrariamente alle illusioni dei primi anni novanta, il ciclo virtuoso di diffusione degli effetti benefici della democrazia e dell’economia di mercato, che avrebbe dovuto trasmettere a pioggia il benessere da un capo all’altro del pianeta una volta superate le divisioni ideologiche, non si è verificato. O perlomeno non nelle proporzioni previste.

    Gli effetti negativi della globalizzazione sono chiaramente visibili: è discutibile se
    essi siano in aumento o in che misura siano legati a problemi di squilibrio delle relazioni internazionali o a problemi di governance. Ma è chiaro che la divisione tra nord e sud del mondo esiste, anche se essa non è così lineare come alcuni vorrebbero: esiste un nord del sud
    (le élites economiche in sintonia con i nuovi valori imperanti nel mondo globale) e un sud del nord (popolazioni dei paesi sviluppati spiazzate dalle nuove caratteristiche delle economie post-industriali). La linea divisoria corre sostanzialmente lungo la cosiddetta digital divide, che misura l’apertura al mondo dei vari soggetti.

    L’idea brasiliana non a caso è nata in quell’America Latina il cui ritardo di sviluppo era stato tradizionalmente indicato dalla sinistra nei meccanismi che ne accentuavano la dipendenza economica.
    All’epoca, il principale teorico di tale teoria, FH. Cardoso, governava il Brasile rinnegando buona parte dei postulati teorici da lui stesso elaborati. Il progetto brasiliano trovava immediata eco in
    Francia, dove un’opinione pubblica fortemente orientata verso un rifiuto della globalizzazione all’americana si trovava in sintonia con questa visione critica. Le Monde Diplomatique contribuì a internazionalizzare e a dare visibilità a tale fronte alternativo.
    Ma bisogna sin d’ora chiarire un punto: anche se la stampa e molti osservatori si sono semplicemente limitati a catalogare il WSF come una coalizione di antiglobalizzazione, questo non era affatto l’orientamento originale: il Foro sociale è anch’esso un prodotto della globalizzazione, non potrebbe rinnegarla. L’enfasi iniziale, che prevarrà nei primi anni,
    sarà quella della possibilità di un’”altra” globalizzazione, inclusiva e non esclusiva, attenta agli effetti sociali e non solo a quelli economici.

    In quest’ambito, le derive violente degli anti-global da Seattle a Genova hanno
    ben poco a che spartire con l’essenza del movimento di Porto Alegre, totalmente
    non violento.
    Il primo Foro di Porto Alegre (gennaio 2001) costituisce il banco di prova dell’esperimento: si riuniscono associazioni, si definiscono chiavi di lettura della globalizzazione “vista dal basso”. Il successivo Foro 2002, divenuto già un evento di prima grandezza, si struttura attorno a delle tematiche centrali che divengono il filo conduttore di dibattiti e iniziative. Su ogni tema vengono elaborati dei documenti finali che vogliono essere la base di lavoro per le collaborazioni spontanee tra associazioni di ogni parte del mondo, la Carta di Porto Alegre definisce i principi di base per aderire al movimento più che le risposte ai problemi sollevati.
    La sfida dell’11 settembre è naturalmente notevole: la stragrande maggioranza del movimento della società civile condannerà gli attentati, ma nel Foro 2002 era già percettibile l’onda montante “anti-imperialista”, ideale ai fini della vecchia sinistra di ritorno. Tale fenomeno è legato non agli attentati ma alla reazione americana prima in Afghanistan e poi in Iraq, giudicata illegittima e premeditata dalla maggior parte delle associazioni.

    A tre anni dal primo Foro, a che punto siamo con l’elaborazione dell’altro mondo possibile (“Another World is Possible” è il motto del WSr)?
    Alcune delle impressioni che ci ha lasciato Mumbai 2004 sono positive:

    1. Il Foro è stato organizzato per il quarto anno consecutivo, riunendo circa 100.000 rappresentanti della società civile. Il fatto che il luogo di svolgimento fosse Bombay ha naturalmente facilitato la partecipazione di asiatici e anche africani, assai poco rappresentati nelle edizioni precedenti del Foro, nelle quali la partecipazione era essenzialmenté europea e latino-americana. In questo caso, molti europei (con una rappresentanza più variegata rispetto alla prevalenza di francesi, italiani e spagnoli che si riscontrava a Porto Alegre), un buon numero di latinoamericani, un numero crescente di statunitensi, mobilitati essenzialmente dal movimento anti-guerra, e naturalmente una nutritissima rappresentanza di asiatici (assente la Cina). Buona anche la partecipazione africana.
      Il che significa che, in quattro anni, il movimento di articolazione della società civile sta raggiungendo un maggiore equilibrio geografico, sull’asse nord-sud e tra i continenti.
      È un risultato importante, perché non bisogna dimenticare che il primo obiettivo del movimento di Porto Alegre era la strutturazione di una rete mondiale di realtà interessate a sviluppare un approccio alternativo alla globalizzazione.
      Tra l’altro, tutto è basato sull’autofinanziamento, perché il WSF ha rifiutato contributi pubblici (salvo l’uso di strutture quali il campus dove si è svolta la manifestazione). È comunque vero che quasi tutte le ONG ottengono la maggior parte dei fondi da contributi pubblici, anche se non diretti esplicitamente alla partecipazione al WSF. Ma il Foro come tale non dipende da sovvenzioni.
    2. L’atmosfera a Bombay era, come anche a Porto Alegre, del tutto gioiosa e festiva. Fin troppo carnevalesca, se proprio vogliamo. Grande spirito egualitario, tutti i delegati sullo stesso piano, il ministro come il partecipante individuale con la stessa tessera e gli stessi diritti. Nessun tappeto rosso per i VIP. Una bella sensazione, un po’ anarchica ma rinfrescante.
      Anche questo è importante, perché significa che il movimento riesce a tenere fuori provocatori e disturbatori: se pensiamo agli effetti deleteri per la credibilità dei critici della globalizzazione derivante da gruppi come i Black Block, o al fatto che gruppi di estrema destra si dicano anch’essi contrari alla globalizzazione (a Bombay era temuta l’infiltrazione di militanti del Shiv Shena, il movimento integralista hindù e anti-islamico la cui roccaforte è proprio lì), contribuendo ad alimentare la confusione, riuscire a preservare un ambiente festivo e tranquillo quando si riuniscono decine di migliaia di persone dalle caratteristiche le più dispari è un fatto positivo.

    Veniamo alla sostanza dei dibattiti: la mia impressione è che il movimento per un’altra globalizzazione (ora denominato “alter-global”) si stia avvitando su se stesso, perdendo in questo modo gran parte del potenziale derivante dalla constatazione degli oggettivi limiti del modello di sviluppo prevalente.

    Uno dei punti di forza sottolineati prima, quello della democraticità e orizzontalità del movimento, diviene un punto di debolezza nel momento in cui i molti spunti/idee/denunce non vengono canalizzati in una piattaforma di proposte. A Porto Alegre 2001 si era fatta un’analisi
    delle anomalie della globalizzazione, identificando delle linee d’azione, tema per tema. A Porto Alegre 2002 si è lavorato su quelle linee e formulato proposte, alcune fattibili, altre irrealizzabili. Da allora in poi il WSF non ha sviluppato questa concezione strategica, ma si è rifugiato da un lato nello sviluppo di microreti, dall’altra ha dimostrato un’incapacità di legare tali micro-reti di idee/organizzazioni in una visione globale.

    O meglio, la visione globale c’è, ma è talmente poco declinata da rendere superfluo tutto il gran lavoro di analisi che vi sta dietro: no all’imperialismo, nuovo ordine economico internazionale, abolizione degli organismi fautori del consenso di Washington (FMI, BM, Омс есс.), superamento del capitalismo, ritorno al localismo per arginare i mali della globalizzazione.
    Per giungere a tali conclusioni non credo ci sia bisogno di mobilitare tante energie, chiunque può sognare di fronte al suo Pc. Come si dice in spagnolo, no es por aquí no van los tiros…
    Vari sono i motivi che portano a questa radicalizzazione. A mio avviso sono i seguenti:

    1. Organizzativo: la bellezza della democraticità assoluta porta a far sembrare illegittimo ogni tentativo di gerarchizzazione delle priorità da parte di qualcuno (partiti, comitato organizzatore ecc.)
      Questa caratteristica piacerà a chi ha simpatie per l’anarchia, ma il destino nel quale è incorsa tale opzione politica dovrebbe servire da monito. A un certo punto bisogna sforzarsi di sintetizzare e formulare proposte possibili.
    2. Politico: è vero che la radicalizzazione del dibattito politico a scapito del dialogo costruttivo, della capacità d’ascolto è una caratteristica del mondo d’oggi, acceleratasi dopo 1’11 settembre. La famiglia politica conservatrice lo è sempre di più, l’uso di termini ideologici senza significato è divenuto sempre più frequente proprio quando le ideologie sarebbero invece morte, la politica “neutra” e “tecnica” vuole presentarsi come amorfa quando è in realtà tremendamente ideologica, ma accusa chi dissente di essere a sua volta schiavo delle ideologie.
    3. Conseguenze della situazione internazionale: la guerra in Iraq ha monopolizzato l’attenzione del Foro di Bombay, trasferendo in pratica il centro dell’attenzione dal dibattito sull’altra globalizzazione alla lotta contro l’imperialismo. Il motto di quest’anno era: “è la stessa lotta”.
      È chiaro che l’anti-multilateralismo americano, la guerra preventiva, i comportamenti contrari al diritto internazionale sono manifestazioni di radicalità politica che possono avere come effetto il pessimismo cosmico. Da qui la radicalizzazione nell’altro senso. Ma è tra i due estremi che bisogna costruire.
    4. Generazionale: il movimento è composto essenzialmente da due blocchi generazionali; da una parte i ventenni, ancora al di fuori del mondo professionale, e legittimamente perplessi su molti aspetti del mondo che li circonda. Dall’altra i cinquanta-sessantenni reduci dal ’68 che ritrovano d’incanto un’audience perduta. “La nostra battaglia è la stessa, anche noi eravamo anti-globalizzazione ante litteram, il nemico è sempre lo stesso”.

    In questo quadro, la caduta del muro di Berlino diviene un dettaglio senza importanza, e un movimento nato come aideologico e aperto, euristico, tende a venire monopolizzato dai vecchi maestri, che le risposte le hanno già: le tirano fuori dai loro cassetti impolverati. E le nuove generazioni rimangono a boccа aperta ascoltando formule che già incantarono i loro fratelli maggiori e gentori. Parole cariche di fascino, certo, ma anche drammaticamente insufficienti per affrontare una realtà del tutto nuova.
    E con un appeal politico limitatissimo.
    Di fatto, il movimento di Porto Alegre sta scoprendo il linguaggio del comunismo e dell’anti-imperialismo. La montagna sta partorendo un topolino?
    Prendiamo il caso del commercio. Se Porto Alegre aveva avviato una lettura critica dell’OMC e delle sue insufficienze, sottolineando però la necessità di democratizzare l’agenda della liberalizzazione e il funzionamento dell’organizzazione (risultato: il lancio dell’Agenda per lo sviluppo di Doha, il più bilanciato quadro negoziale della storia del commercio internazionale) al fine di ottimizzare gli effetti del libero commercio su scala globale, gli scarsi progressi ottenuti nei due anni di negoziati e la conseguente/contemporanea radicalizzazione del WSF fanno sì che ora si parli solo di abolizione dell’OMC, nuovo ordine economico internazionale, abolizione dei brevetti, drastica riduzione degli scambi, ritorno all’economia locale.

    Nei dibattiti in materia al Foro non una sola voce discordante, non un solo dubbio in materia. Cancún un trionfo per i movimenti civili sui poteri stabiliti, alla prossima ministeriale di Hong Kong (ottobre) bisognerà ripetere l’esperienza.
    Bloccare tutto.
    Senza se e senza ma, per favorire il ritorno a una fantomatica età dell’oro preOMс e pre-capitalistica nella quale, apparentemente (io purtroppo non c’ero ancora, ma forse altri sono sufficientemente stagionati da averla vista coi loro oсchi) la povertà, le malattie e le ingiustizie non esistevano. Solo latte e miele.

    Inutile cercare di dissentire o di portare la discussione sui dettagli dei singoli punti negoziali (che alternative?). Sono solo “tecnicismi liberali”.
    Su molti altri temi, non si riesce a uscire da contraddizioni lampanti: ad esempio agricoltura e uso delle risorse. Giustissimo rivendicare i diritti delle popolazioni, la preservazione della sovranità alimentare e mettere la museruola a comportanti abusivi delle multinazionali (OGM,
    biopirateria есс.).
    Da questo a concludere che l’agricoltura deve rimanere al di fuori della sfera commerciale il passo è un po’ ardito. Quid degli interessi di decine di paesi la cui competitività è esclusivamente agricola?
    Non sarebbe meglio definire regole più equilibrate per il commercio, per esempio riducendo drasticamente quei sussidi che proteggono artificiosamente l’agricoltura dei paesi più ricchi penalizzando i paesi più poveri? E sbrogliare la matassa della confusione tra i “falsi amici” dei
    paesi in via di sviluppo, come Bové e molti altri, che smaniano per rendere quei sussidi eterni (OMC fuori dall’agricoltura significa proprio questo: mantenere l’autonomia di pagare i sussidi per chi può farlo. Chi non può s’arrangia, alla faccia della globalizzazione alternativa).
    In questo contesto, persino voci intelligemente critiche come uno Stieglitz rіmangono drammaticamente minoritarie. Prevale il clima da stadio e le opinioni catastrofistico-massimalistiche.

    Rimango convinto che la ricchezza del movimento internazionale della società civile possa produrre molto, ma molto di più di un cieco ritorno a un passato idealizzato e teorico. Le energie sono tante, gli spunti spesso buoni. Se si riuscisse a scendere dal treno del millenarismo e cominciare a lavorare tema per tema su ciò che è possibile fare, per costruire un ponte tra l’ideale e il possibile, la società civile potrebbe dare un grande contributo alla politica, drammaticamente a corto di idee.
    Purtroppo un discorso di questo tipo pare non interessi a nessuno: i partiti d’ispirazione liberale o conservatrice non hanno mai seguito con attenzione la realtà del WSF, relegando la visione alternativa della globalizzazione a fenomeno da baraсcone (e alcuni suoi esponenti rientrano e Social Forum fanno davvero di tutto per rispondere a questa definizione); la sinistra moderata si è dapprima avvicinata, salvo scottarsi le dita in un rapporto di disamore del tutto condiviso tra le parti; la sinistra tradizionale salta invece sul cavallo in corsa, ma anziché sviluppare nuove idee cerca di riciclare le vecchie già bruciate dalla storia.

    Non c’è davvero spazio nella politica di oggi (e non parlo solo dell’Italia) per una visione costruttiva ed equilibrata della globalizzazione? Probabilmente sì, ma per svilupparla sul serio è necessario che il movimento di Porto Alegre non si faccia incantare dalle sirene del vecchio, e prenda l’iniziativa per costruire nuove proposte. Lo può fare, e i risultati potrebbero essere piacevolmente sorprendenti.

  • La riunione ministeriale Омс a Cancún: a che punto siamo con l’Agenda dello Sviluppo proposta a Doha?

    Il fallimento del lancio del cosiddetto Millennium Round a Seattle aveva segnato un momento fondamentale nella storia dell’Organizzazione mondiale del commercio (Oмс) e in fondo della stessa diplomazia multilaterale: da quel momento in poi, apparve chiaro a tutti che, a fronte delle forti opposizioni esistenti a un’estensione indiscriminata della liberalizzazione commerciale, era tramontata l’epoca in cui i grandi (USA e UE) potevano imporre l’agenda agli altri. Tali opposizioni derivavano essenzialmente dalla consapevolezza che i benefici della globalizzazione non sono equilibrati: senza meccanismi correttivi e misure ad hoc per i paesi in via di sviluppo, questi ne avrebbero tratto ben pochi vantaggi, a scapito dei loro processi di sviluppo e degli equilibri planetari. A Seattle emerse poi che tale scetticismo nei confronti della liberalizzazione senza limiti era condiviso anche da parti significative delle popolazioni del nord.

    L’Agenda per lo Sviluppo di Doha, rubricata a fine 2001, impostò in maniera molto diversa il nuovo ciclo di negoziati commerciali, accentuando gli aspetti in grado di sostenere una maggiore partecipazione al commercio e quindi una maggiore crescita ai paesi del Sud.

    La riunione ministeriale di Cancún (10-14 settembre) è chiamata a fare un bilancio a metà strada dei negoziati intrapresi a Doha, la cui conclusione è prevista per il dicembre 2004.

    A che punto siamo in tali negoziati? Prendiamo in considerazione gli aspetti principali su cui si centreranno i dibattiti in Messico.

    In primo luogo, è stato appena raggiunto, e sarà ratificato a Cancún, un importantissimo accordo relativo alla commercializzazione di farmaci necessari per la lotta contro malattie molto diffuse nei Pvs (AIDS, tubercolosi, malaria). Il raggiungimento di tale accordo è stato molto difficile, ma il tema aveva assunto una tale centralità nell’agenda che sarebbe stato impossibile evitare un fallimento totale a Cancún senza uno sbocco positivo su di esso prima della conferenza. Grazie a tale accordo, i diritti di brevetto su farmaci essenziali nel trattamento di tali malattie, detenuti nella maggior parte dei casi da aziende farmaceutiche americane ed europee, sono sospesi nei paesi in cui l’incidenza di tali malattie è pesante. Aziende locali potranno produrre a prezzo di costo per il mercato nazionale, e anche esportare i farmaci a basso costo in paesi che non dispongano di tale capacità produttiva. La confezione di tale farmaco dovrà però essere dissimile da quella originale e tali prodotti non potranno essere smerciati nei paesi sviluppati, dove le royalties continueranno a valere.

    In definitiva, un buon accordo, che permetterà l’accesso a medicine essenziali a milioni di persone per le quali esse erano proibitive.

    Un buon esempio di come un foro multilaterale come l’OMC, se ben usato, possa portare a risultati positivi per l’umanità. Siamo proprio al cuore dell’ agenda di Doha!

    Da notare che la proposta, d’origine brasiliana e sudafricana, sia stata abbracciata dall’UE sin dagli inizi, e osteggiata sino all’ultimo dall’industria farmaceutica USA, che alla fine ha dovuto cedere.

    Scorriamo brevemente gli altri punti dell’agenda:

    Agricoltura: un tema chiave. Il commercio agricolo rimane molto meno libero di quello industriale e dei servizi. L’Ue ha presentato delle proposte d’apertura dei mercati compatibili con la recente riforma della PAC (Politica agricola comune). Esse sono sostanziali, ma considerate non sufficienti dai paesi esportatori (Gruppo di Cairns) e dagli USA (a loro volta protezionisti ma seguendo un modello diverso da quello europeo). In discussione l’intero sistema dei sussidi agli agricoltori, soprattutto i sussidi all’esportazione, che dovrebbero sparire alla fine di questo negoziato ma su cui l’Ue è restia a prendere impegni precisi. Il dibattito a Cancún sarà molto vivo soprattutto su questo.

    Prodotti industriali: sul tavolo la discussione sulle formule da usare per l’ulteriore riduzione dei dazi industriali, nonché la proposta di liberalizzare completamente il commercio in 7 settori-chiave per i Pvs (tessile, elettronica, gioielleria, cuoio e derivati…).

    Servizi: non saranno un punto centrale a Cancún, ma si farà un resoconto delle diverse offerte presentate dagli stati membri.L’UE l’ha già fatto e ha offerto unu’apertura di certi settori (soprattutto alte tecnologie) a professionisti dal resto del mondo, ma non, come alcuni prevedevano, nei settori della sanità e dell’educazione.


    Indicazioni geografiche: l’UE, sostenuta da altri, richiede l’estensione della protezione delle denominazioni d’origine al di là degli alcoolici, l’unico settore nel quale essa esista. Sono contro gli esportatori agricoli, tra cui gli USA, che producono prodotti contraffatti. Scarse le possibilità d’accordo a Cancún.

    Nuovi temi: sono i cosiddetti temi di Singapore. Si tratta di quattro settori attualmente non coperti da regole dell’Oмс ma fortemente legati al commercio (investimenti, concorrenza, facilitazione commerciale, trasparenza degli appalti pubblici). I paesi sviluppati gradirebbero l’apertura di negoziati tesi alla definizione di un quadro di regole minime multilaterali. Un certo numero di paesi in via di sviluppo teme l’estensione delle competenze OMC e l’ulteriore riduzione del loro spazio di manovra.


    Difficile prevedere l’esito delle discussioni a Cancún, probabilmente legato a progressi in altre parti dell’agenda (in primis sull’agricoltura)

    Trattamento speciale e differenziato: si tratta della definizione di un pacchetto di regole specifiche a favore dei paesi in via di sviluppo, per aiutarli a inserirsi maggiormente nei circuiti del commercio internazionale, e a partecipare più attivamente all’OMc e al suo sistema di soluzione delle controversie.

    Altri saranno gli argomenti all’ordine del giorno, ma quelli elencati sono i principali.

    Cancún non conclude il ciclo negoziale, ma è fondamentale che si facciano dei passi avanti nella direzione indicata a Doha. I negoziati commerciali hanno il pregio di poter offrire soluzioni favorevoli a tutti (win-win), ma per questo è necessario negoziare con realismo e talvolta, generosità. Sinora, l’UE ha fatto prova di entrambi, ma ancora molto resta da fare, specie sul tema sensibile dei sussidi agricoli.

    Dopo Cancún commenteremo i risultati della conferenza: non è chiaro se i negoziati termineranno davvero nel 2004, ma quello che è certo è che l’OMс è un foro di straordinaria rilevanza, da seguire con attenzione. E quando lo si fa, si scopre che la realtà è molto più ricca e complessa di quanto i fanatici di entrambi i bandi affermino.

  • La vittoria di Lula in Brasile

    La vittoria di Lula in Brasile

    L’elezione di Ignacio Lula da Silva (Lula per tutti i brasiliani) alla presidenza della Repubblica rappresenta un passaggio storico di grande significato per il Brasile: per la prima volta nella storia della Repubblica, accede alla massima carica istituzionale un politico che non proviene dalle élite economiche o intellettuali. Se il suo predecessore Fernando Enrique Cardoso aveva effettuato un percorso che l’aveva portato da posizioni di sinistra radicale alla socialdemocrazia, Lula, operaio metalmeccanico e sindacalista, è invece un genuino rappresentante della sinistra storica.

    In realtà Cardoso è stato a più riprese aсcusato dalla sinistra del PT, il partito di Lula, di essere un socialdemocratico solo di nome, e di avere invece perseguito nei suoi due mandati (1994-2002) un programma politico liberale, dettato dal Fondo Monetario Internazionale.

    Come si colloca Lula rispetto all’eredità riformista lasciatagli da Cardoso? Sono motivati i timori espressi da più parti (ma soprattutto fuori dal Brasile) su una possibilità di marcia indietro rispetto a tale periodo, verso un maggior protezionismo commerciale, un ritorno all’interventismo economico e una messa in discussione delle riforme strutturali? O addirittura verso una nuova stagione del “comunismo” in America latina, come paventano alcuni?

    Chi scrive ha appena lasciato il Brasile dopo quattro anni passati a seguire da vicino le vicende politiche ed economiche di quel Paese: come molti altri, avevamo previsto, nel corso di questo periodo, che il quarto tentativo presidenziale di Lula si sarebbe trasformato nel suo quarto onorevole secondo posto. Che la sinistra avrebbe dovuto invece puntare su un altro leader, più moderato e “moderno”, per avere delle reali possibilità di vittoria. Che i “poteri forti” non avrebbero mai permesso a un ex operaio di divenire presidente della Repubblica. Lula sembrava un onesto e rispettabile uomo politico destinato a “morrer na praia“, come si dice popolarmente in Brasile.

    L’evolversi degli avvenimenti nel corso dell’ultimo anno ci ha invece smentiti (venendo a dimostrare una volta di più che non sono gli analisti politici quelli che determinano le sorti del mondo…)

    Lula, che era stato sfidato dalla contro-candidatura di Eduardo Suplicy, si è via via stabilizzato su quote di consenso ben al di sopra di tutti gli altri candidati nel corso dei dodici mesi che hanno preceduto l’elezione, e questa tendenza non si è invertita in nessun momento fino al voto. La differenza nei sondaggi tra Lula e il primo dei suoi concorrenti non è mai stata inferiore ai 15 punti percentuali, anche dopo l’annuncio della candidatura del candidato governativo, appoggiato dal presidente uscente Cardoso, il ministro della Sanità José Serra. La governatrice del Maranhão Roseana Sarney, l’ex ministro delle Finanze Ciro Gomes, il governatore di Rio de Janeiro Anthony Garotinho si sono alternati al secondo posto, ma sempre molto lontani dall’inarrivabile Lula.

    Il Brasile si è quindi abituato poco a poco all’idea di Lula presidente, e l’ha eletto con una maggioranza più che confortevole a ottobre: se al primo turno era mancato un nonnulla perché Lula risultasse eletto (pur avendo ottenuto un numero maggiore di voti rispetto a F.H. Cardoso quattro anni prima), la distanza di venti milioni di voti tra lui e Serra si sarebbe dimostrata incolmabile tre settimane dopo. Lula ha ottenuto quindi il miglior risultato elettorale della storia della “república nova“, ricevendo piú di 52 milioni di voti al secondo turno (62,48 per cento), a fronte dei 33 milioni di voti (37,52 per cento) andati a José Serra.

    Il PT (Partido dos Trabalhadores) ha effettuato, sotto la guida di Lula e del presidente del partito, José Dirceu, un notevole cammino verso il centro e la socialdemocrazia nel corso degli ultimi anni. Un segno chiaro di questa svolta era stato dato dalle elezioni comunali del 2000, che avevano portato al governo di molte cittá brasiliane dei candidati della fazione moderata del partito (il cosiddetto РT “light”, pronunciato “laici” secondo la fonetica brasiliana). Marta Suplicy sindaco di Sâo Paulo, Olivio Dutra governatore del Rio Grande do Sul, culla del Foro di Porto Alegre, e altri si sono imposti come il volto rispettabile e competente di una nuova guida finalmente pronta e matura per prendere le redini del Paese.

    Il programma elaborato dal PT per la quarta candidatura di Lula prende le distanze dalle posizioni più tradizionali della sinistra brasiliana, impegnandosi a difendere le riforme dell’economia e dell’amministrazione intraprese negli anni novanta, ma completandole con un’enfasi maggiore sugli aspetti sociali.

    Questa nuova immagine si è innestata su un sentimento di stanchezza nei confronti delle politiche riformiste del governo Cardoso, apprezzate, questo sì, anche se questi vive in fondo una situazione simile a quella di Gorbaciov, apprezzatissimo all’estero e sottovalutato in casa: la storia dirà senz’altro che F.H. Cardoso è stato il presidente della svolta definitiva del Brasile verso la modernità, ma il Paеse ha dimostrato di essere stanco di macroeconomia, riforme strutturali e piani del FMI. L’elezione di Lula non viene a rinnegare il cammino intrapreso da Cardoso, ma piuttosto ad aprire delle nuove prospettive, dando una maggiore centralità alle dimensioni dello sviluppo e della distribuzione del benessere rispetto all’ortodossia finanziaria.

    Questo sentimento era così prevalente nel Brasile di questi anni che tutti i candidati, compreso il governista J. Serra, proponevano ricette fondate su una prospettiva di cambio nella continuità. Nessuno difendeva apertamente l’eredità di Cardoso, perché non redditizio in termini elettorali. Di fatto, un’eventuale presidenza Serra non sarebbe stata meno di rottura rispetto alla futura presidenza Lula.

    Questo è senz’altro ingiusto nei confronti di Cardoso, il cui bilancio è certamente molto positivo, ma i tempi della storia e della politica non sempre coincidono… Ma di che margini di manovra potrà disporre Lula per mutare l’accento della politica brasiliana? Purtroppo non molti.
    All’inizio del 2002 gli indizi erano chiari: il mondo imprenditoriale brasiliano dimostrava di accettare la prospettiva di una presidenza Lula, vista come un anatema fino al 1998. La crisi argentina toccava solo in parte il Brasile, i cui fondamenti economici erano (e rimangono) buoni, nonostante una notevole fragilità finanziatia legata al forte indebitamento estero.

    Ma dalla primavera in poi il consolidamento di Lula al primo posto dei sondaggi e la confusione fatta dai mercati tra la catastrofica situazione argentina e la ben più sana situazione brasiliana scatenava una spirale speculativa che portava la quotazione del real su parità del tutto artificiali rispetto al dollaro, aggravando gravemente in maniera esogena e ingiustificata il contesto economico brasiliano.

    Da più parti si è incominciato ad agitare ad arte lo spauracchio Lula per creare un’artificiale crisi brasiliana, che non ha sostanziali ragioni di esistere: l’economia brasiliana è forte e competitiva, le riforme sono senza ritorno, il Brasile non è l’Argentina.

    Poche voci attendibili l’hanno scritto e urlato, ma nella confusione generalizzata le grida lanciate da incompetenti o malinformati (a volte assai altolocati, anche se non vogliamo fare nomi) tendono a prevalere.

    Bene ha fatto il FMI a venire in soccorso del Brasile nel momento più acuto della crisi (luglio 2002), al tempo in cui negava un simile aiuto a un’Argentina allo sbando.

    Ma il prolungamento dell’accordo con il FMI, concesso una volta ottenute garanzie scritte sulla continuità delle riforme dai quattro candidati compreso Lula non è stato sufficiente per calmare i mercati, atterriti oltre ragione dalla prospettiva Lula.

    Come cinicamente ma acutamente disse Soros qualche mese fa: “il Brasile non può eleggere il proprio presidente, sono i mercati che lo fanno”. Il Brasile ha deciso di non fargli caso, i mercati lasceranno governare Lula? Non è affatto chiaro, nuove ondate speculative contro la moneta brasiliana possono portare l’esposizione esterna del Paese su livelli insostenibili (e ingiustificabili), in un contesto di sovranità limitata non dalla forza dei carri armati ma da quella della speculazione finanziaria.

    In questo senso, saranno cruciali i mesi di transizione tra l’attuale presidenza Cardoso, che durerà sino al 31 dicembre, e l’inizio della presidenza Lula. Nonostante il diverso colore politico, il processo si sta svolgendo in forma ordinata, e un’agenda comune è stata accordata per i prossimi mesi, estesa anche al lavoro delle Camere. Il messaggio al mondo è chiaro: il Brasile non è immerso in un cataclisma, ma alle prese come un cambio politico significativo ma realista che preserverà molti degli acquis del governo Cardoso.

    Di fatto, le tre principali riforme lasciate aperte da Cardoso (fiscale, previdenziale e del mercato del lavoro) saranno probabilmente portate avanti con maggiore facilità da un governo dichiaratamente di sinistra che da una coalizione dalle mille anime come quella che sosteneva Cardoso. E i contenuti delle proposte del PT sono molto ma molto simili a quelli che erano del precedente governo (e che il PT osteggiava…).

    Sul versante della politica estera, l’uscita di scena di Cardoso fa perdere al Brasile il peso oggettivo della sua figura carismatica. Ma non sono affatto da prevedersi mutamenti spettacolari negli scenari della politica estera brasiliana, sempre guidata con maestria da un competentissimo Ministero degli Esteri (Itamaraty): il Brasile farà il possibile per rinvigorire uno smorto Mercosur, negoziare accordi commerciali equilibrati in ambito OMC, con i vicini nel continente americano (FTAA O ALCA) e con l’Unione europea. Cercherà di consolidare la leadership subcontinentale in ambito latinoamericano resasi evidente negli ultimi anni (e così sgradita a Washington) e i legami con gli altri Paesi emergenti (Cina, India, Sudafrica), nell’ambito di un mondo il meno possibile unipolare.

    In questo senso, i rapporti tra Washington e Brasilia, già piuttosto freddi, non potranno migliorare granché. Negli ultimi anni la diplomazia brasiliana ha assunto un ruolo sempre più attivo nel controbilanciare (nei limiti del possibile) lo strapotere politico ed economico americano sul continente. Le crisi colombiane e peruviane, ma soprattutto i disaccordi in materia di modalità per la creazione di un’Area di Libero Scambio delle Americhe (FTAA O ALCA) hanno messo in luce l’importanza per l’ America latina, di un’autonomia decisionale del Brasile. L’amministrazione statunitense, poco amica delle analisi raffinate e più incline a far risuonare la voce del padrone, non ha affatto gradito, e le stupefacenti sortite del segretario del Tesoro Paul O’Neil e di altri nei giorni della crisi finanziaria brasiliana di quest’estate l’hanno dimostrato.

    Ebbene, il dialogo tra l’amministrazione repubblicana di Bush e quella di Lula non sarà certo più facile.

    Da qui a cadere nelle isterie di certe analisi americane, pubblicate anche su riviste e giornali che dovrebbero mantenere un po’ più di equilibrio, che farneticano di un potenziale “asse del male” tra соmunisti composto da Lula, Chávez e Саstro (!!!), ce ne corre. Queste sono semplici stupidaggini.

    In questo quadro, l’Unione europea ha tutto l’interesse a rafforzare le relazioni con un Paese (e una regione, il Mercosur) del quale è il primo partner commerciale e nel quale le imprese europee sono le prime investitrici. I progressi, lenti ma sicuri, del negoziato bilaterale UE-Mercosur contrastano con lo stallo dei negoziati ALCA.

    Ma per consolidare il ruolo-dell’Europa nella regione, e venire a controbilanciare in maniera sempre più efficace il peso degli Stati Uniti che sono i nostri concorrenti in quello scenario, è necessario adottare scelte coraggiose: per pretendere dai partner concessioni commerciali, sarà necessario aprire i nostri mercati anche in settori che tendiamo a proteggere per ragioni politiche. Questa è la chiave di tali negoziati.

    In Brasile l’elezione di Lula ha dato luogo a uno scoppio di euforia e di gioia, così tipica del carattere brasiliano. Indipendentemente dalle idee politiche che tutti noi possiamo avere, si tratta di un momento storico e importante per tutta l’America Latina. È interesse di tutti che Lula non fallisca, e il suo compito non sarà facile.

  • La crisi argentina

    La crisi argentina

    La situazione di acuta crisi che sta vivendo l’Argentina evolve di giorno in giorno: nel momento in cui scriviamo (1 aprile 2002) non possiamo essere per nulla sicuri di quale sarà la situazione istituzionale ed economica del Paese al momento dell’uscita della rivista. L’evoluzione degli avvenimenti da dicembre a oggi è stata talmente rapida, e i punti interrogativi tanti e di tale complessità che sarebbe illusorio pensare di poter valutare la situazione attuale come definitiva o stabilizzata. Sembrano passati secoli, ed è invece passato solo un anno, da quando Domingo Cavallo tornò alle redini dell’economia argentina come super ministro dotato di poteri eccezionali (aprile 2001).

    Un anno più tardi, non solo Cavallo ha fallito completamente nella sua missione, ma il presidente De la Rúa, che aveva puntato alla disperata su di lui come ultima carta per salvare la propria Presidenza ha dovuto dimettersi. In assenza di un vicepresidente (Chacho Alvárez, vicepresidente di De la Rúa, si era dimesso qualche mese prima senza essere sostituito),e di fronte all’evaporazione politica dell’alleanza di Governo tra radicali e Frepaso, tra l’altro divenuta minoritaria dopo le elezioni legislative dell’autunno, il Congresso a maggioranza peronista ha eletto un presidente, Adolfo Rodríguez Sáa, per reggere la Presidenza ad interim fino al 3 marzo 2002, giorno nel quale si sarebbero dovute svolgere nuove elezioni con una formula assai originale, che avrebbe permesso a ogni partito di presentare diverse candidature.

    A Rodríguez Sáa, che assunse il potere senza dare l’impressione di essersi reso conto della gravità della situazione del Paese, lanciandosi in annunci populisti e insensati, è però venuto a mancare l’appoggio dei pezzi grossi del peronismo, poco disposti a condividere con il neo presidente i costi di una gestione pressoché disperata e di bruciarsi in vista delle elezioni di marzo. Rodríguez Sáa si dimette dalla carica dopo una settimana. Il 1° gennaio, il Congresso elegge a sua volta Eduardo Duhalde, il candidato peronista sconfitto nelle elezioni del 1999, che assume la Presidenza sino alla fine del mandato non completato da De la Rúa (fine 2003). Dopo l’insuccesso di Rodríguez Sáa e tenendo conto dei disordini in piazza (30 morti nei giorni della caduta di De la Rúa, frequenti assalti a istituzioni e supermercati, sdegno della popolazione espresso mediante manifestazioni pacifiche ad altissima partecipazione (i cacerolazos), la maggioranza politica considera che non esistano le condizioni per una competizione elettorale. Due mesi dopo, la presidenza Duhalde è a sua volta alle prese con serissimi problemi, e solo la mancanza di alternative fattibili sembra tenere in piedi un Governo debolissimo. Ma non è per niente sicuro che Duhalde ce la possa fare. La crisi è totale: politica, economica, sociale. La convertibilità peso/dollaro, pezza chiave della politica economica argentina nell’ultimo decennio, è saltata, così come il tentativo del governo Duhalde di mantenere sotto controllo la quotazione del peso all’interno di una fascia tra 1 e 1,4 peso per dollaro.

    Oggi il Paese è sul bordo dell’anarchia, l’economia è praticamente paralizzata, il peso è in caduta libera (la settimana scorsa ha raggiunto anche i 4 peso per dollaro, per poi ritornare su valori inferiori ai 3 peso, lontanissimo comunque dalla parità artificiale che aveva imperato per dieci anni), l’inflazione è fuori controllo (i prezzi sono già aumentati del 50 per cento negli ultimi tre mesi, si teme un ritorno dell’inflazione a tre cifre, un pericolo che sembrava ormai scongiurato dopo un decennio “virtuoso”), le previsioni sulla crescita economica per il 2002 catastrofiche.

    Il tutto condito da un’assoluta indeterminazione delle scelte strategiche sul futuro (il bilancio statale 2002 è stato арprovato in base a delle previsioni ottimisticamente irreali che lo rendono in pratica carta straccia), dall’assenza di credibilità politica sia nelle file della maggioranza peronista, divisa al suo interno sul cammino da intraprendere, sia in quelle di un’opposizione assente e tagliata fuori da tutte le scelte dopo il fallimento della Presidenza De la Rúa, dalla mancanza di credibilità di tutti i poteri dello Stato (all’inefficacia dell’esecutivo e del legislativo corrisponde, infatti, l’immagine al di sotto di ogni sospetto di un giudiziario molto caratterizzato politicamente, e quindi invischiato nella crisi generalizzata del Paese), dalla disperazione di milioni di argentini alle prese con problemi di sussistenza cui non erano abituati, e i cui risparmi vanno in fumo.

    Difficile immaginare una situazione più grigia di quella che l’Argentina di oggi sta affrontando, aggravata anche dall’improvvisa indifferenza degli organismi finanziari internazionali, che, condizionati anche da un atteggiamento di notevole chiusura dell’Amministrazione Bush, sembrano assai poco disposti a venire in soccorso di Buenos Aires con misure concrete.

    L’Argentina di oggi, ex allieva modello delle istituzioni di Bretton Woods, è drammaticamente in balia di se stessa, e non sembra in grado di poter vincere la sua sfida.
    Tenendo conto di tali premesse, e dell’alto grado d’incertezza attuale, penso valga la pena fare qualche riflessione di carattere più generale sugli insegnamenti della crisi argentina piuttosto che entrare nei dettagli d’una situazione tutt’altro che definita.
    La prima questione da porsi è la seguente: se l’Argentina è stata per anni additata come l’esempio da seguire in termini di liberalizzazione dell’economia, privatizzazioni, risanamento dei conti pubblici, sistema monetario, com’è possibile che in pochi mesi lo scenario si sia deteriorato così drammaticamente?
    È tutta colpa loro, come un po’ ipocritamente il segretario americano al Tesoro Paul O’Neill afferma a ogni piè sospinto, o c’è qualcosa che non va nel sistema finanziario internazionale?
    E ancora: la situazione dell’Argentina di oggi è il risultato d’una politica economica sbagliata dell’ultimo governo, o affonda le sue radici in contraddizioni di più lungo periodo? I problemi argentini sono strutturali o congiunturali?

    A mio modo di vedere, la crisi di oggi è il risultato, a un tempo, dell’ostinazione nel mantenere in vita un modello economico che aveva già esaurito il suo compito, e della mancanza di decisione delle autorità argentine nell’intraprendere delle riforme a fondo del sistema competitivo del Paese quando lo scudo protettore del sistema di currency-board lo permetteva.
    Più indietro nel tempo, la crisi argentina di oggi è il frutto di una serie di scelte, o per meglio dire di non-scelte, effettuate dai successivi Governi argentini nell’ultimo secolo, o più precisamente dal 1880 a oggi. La nostra tesi è che coincidono nel manifestarsi della crisi argentina fattori di corto periodo (uscita tardiva dal modello di currency-board, insufficienze
    nel processo di modernizzazione dell’economia) con fattori strutturali che vengono limitando le potenzialità argentine già da molto tempo.

    Dal 1880 al 1930, l’economia argentina fondò la sua crescita su un modello agro-esportatore, pienamente inserito nello schema commerciale internazionale britannico. L’Argentina esportava prodotti agricoli e importava prodotti industriali dall’Europa, essenzialmente dalla Gran Bretagna. Tale commercio permise al Paese il raggiungimento di redditi pro capite non distanti da quelli prevalenti in Europa all’epoca, e una rispettabile partecipazione nel commercio mondiale del 3 per cento.

    La crisi patita dall’Argentina a partire dalla prima guerra mondiale e dall’indebolimento del sistema commerciale britannico mise in evidenza l’eccessiva dipendenza del Paese dal commercio internazionale. Da questa constatazione prende l’avvio una seconda fase della
    storia economica argentina, che va dal 1930 al 1975. Il nuovo modello economico era basato sulla sostituzione delle importazioni, mediante un processo d’industrializzazione a forte connotazione di capitali pubblici (era d’altronde il modello prevalente all’epoca in tutti i
    paesi d’industrializzazione tardiva).
    I risultati furono apprezzabili, sia in termini industriali che infrastrutturali. Durante il periodo peronista, un grandissimo sforzo in termini d’aumento del potere d’acquisto delle classi lavoratrici e ambiziose politiche in materia sanitaria, educativa e sociale portarono a una significativa crescita della qualità della vita di tali classi, su cui Perón aveva fondato
    il suo consenso. Le Presidenze Perón, e soprattutto la prima (1946-1951), trionfale, crearono l’illusione di una potenza argentina con ambizioni mondiali.
    Ma quello fu un miraggio, che era più frutto di una particolare situazione congiunturale, dovuta agli effetti della seconda guerra mondiale e all’impoverimento relativo delle principali potenze industriali mondiali, che il risultato di un’effettiva solidità del sistema produttivo argentino. La bilancia commerciale industriale argentina sarà infatti in permanente disavanzo per tutto questo реriodo, e l’Argentina non riuscirà in alcun momento a proporsi come potenza industriale innovativa.

    A partire dal 1976, la dittatura militare impone al Paese un modello neoliberale ortodosso. Il fulcro dell’economia passa dal settore industriale a quello finanziario, le finanze pubbliche vanno fuori controllo. Il ritorno alla democrazia avverrà in un contesto di tale catastrofe
    economica da provocare le dimissioni del pur carismatico e popolare presidente radicale Raúl Alfonsín (in Argentina si scherza amaramente sulla pericolosa propensione dei presidenti radicali a non terminare i loro mandati elettivi).
    I due mandati Menem (1989-2000) furono improntati all’idea della liberalizzazione: deregulation, privatizzazioni, apertura commerciale, liberalizzazione dei mercati del lavoro e dei servizi, integrazione economica regionale nel quadro del Mercosur. Un’autentica rivoluzione per l’Argentina, il cui caposaldo diviene il sistema di currency-board (parità 1-1 tra il peso e il dollaro). Tale misura, radicale quanto efficace, ebbe per merito quello di strangolare l’inflazione, che aveva avuto effetti destabilizzanti negli anni ottanta.

    In realtà, possiamo affermare che un sistema di questo tipo è sostenibile nel corto-medio periodo. Ma, a differenza del Brasile, che una volta sconfitta l’inflazione mediante il piano REAL, abbandonò dopo quattro anni la parità quasi fissa col dollaro (modello di svalutazione controllata a un tasso del 7,5 per cento annuale), in Argentina la parità fissa peso-dollaro era divenuta un tale orgoglio nazionale che nessuno osava metterne in dubbio i meriti. Farlo significava l’ostracismo politico, dato che nel frattempo le classi medie si erano indebitate in dollari, confidando nell’affidabilità a lungo periodo del sistema. Tali meriti erano esistiti, questo è indubbio, ma col passare del tempo, specie dopo la crisi finanziaria brasiliana e l’abbandono
    da parte del vicino del modello monetario sopra descritto, l’economia argentina si vedeva sempre più soffocata da una camicia di forza che annientava la competitività dei prodotti argentini e aumentava spettacolarmente il costo della vita.

    Se a questo aggiungiamo uno spettacolare aumento dell’indebitamento estero, quintuplicatosi dal 1975 al 2000, ma aumentato soprattutto nel decennio Menem, possiamo concludere che la liberalizzazione “selvaggia” dell’economia e della società argentine, pur avendo degli effetti sicuramente benefici, era comunque fondata su basi fragili.

    Ma il problema non era solo monetario: certo, era illusorio pensare di rendere permanente la parità fissa con il dollaro cementandola solo su basi finanziarie. Le riserve in dollari detenute dall’Argentina erano infatti tali da far pensare ai responsabili politici che la situazione finanziaria argentina fosse inattaccabile.

    Dal punto di vista strettamente tecnico sì, dato che le riserve in dollari erano equivalenti alla massa monetaria in peso, cioè la parità fissa era fisicamente garantita. Ma è stata l’asfissia dell’economia produttiva che ha portato alla crisi. Come pensare che un’economia come quella argentina, basata oggi come un secolo fa sull’esportazione di materie prime (oggi grano, soia, carni e petrolio), possa dar luogo a una parità monetaria permanente nei confronti di un’economia come quella americana, quaranta volte superiore in termini di volume e protagonista, nel corso degli anni novanta, di una straordinaria crescita della produttività basata sulle nuove tecnologie?

    Il miraggio della dollarizzazione può servire in un Paese come Panama, talmente piccolo da non avere nessuna pretesa né peso nel commercio internazionale. Per un Paese intermedio come l’Argentina rinunciare ad avere una moneta nazionale per adottare permanentemente una moneta forte è uno scenario ipoоtizzabile solo per un certo periodo, nel quale l’esistenza di un’ancora cambiale può essere utile per stabilizzare l’economia. Ma tale scelta non è sostenibile nel lungo periodo, specie nel contesto di una globalizzazione finanziaria che rende
    carissime le risorse disponibili per i paеsi emergenti.

    L’errore di Cavallo e dei suoi non è stato quello di puntare sul currency-board, ma piuttosto d’insistere su tale modello quando esso aveva ormai fatto il suo tempo. In economia esistono molti modelli teorici che hanno una loro validità pratica. Ma nessuno di loro sarà valido in tutte le circostanze: l’economista che pretenda d’avere identificato il modello onnicomprensivo, adatto a tutte le situazioni, mente o semplicemente si sbaglia. De la Rúa, incapace di far fronte alla sfida d’un’economia improduttiva e per di più ingessata, richiama Cavallo illudendosi delle doti taumaturgiche di costui. America Gli sono concessi poteri pressoché assoluti per portare avanti tutte le riforme necessarie per ridare fiato al modello-Paese.

    Di che cosa si trattava? La vera grande manchevolezza degli anni Menem non fu l’errore nel regime monetario, che errore non fu se non per eccesso d’insistenza. Non fu neanche l’attenzione limitata al sociale, che fu una conseguenza, non una causa. Non fu l’eccesso di corruzione, che pure esistette. Ma lo scarso rigore del processo di liberalizzazione.

    Le privatizzazioni argentine, effettuate a passo di carica negli anni novanta, sono il frutto di una visione limitata e parziale del concetto di privatizzazione. In quegli anni prevaleva l’idea, di stampo thatcheriano-reaganiano, che il pubblico era il male e il privato il bene. Per definizione e senza equivoci. Privatizzare era un bene in sé. Quest’approccio alla questione prevalse un po’ in tutto il mondo e oggi, dopo dieci anni di funzionamento di quel tipo d’operazioni, sappiamo che una privatizzazione non va valutata in termini ideologici, ma deve dare risultati in termini di maggior efficienza del mercato e maggior scelta e qualità per il consumatore.

    Negli anni ottanta, e in Argentina nei primi anni novanta, si privatizzò senza tener conto di che nuovo mercato si stesse costruendo. Si vendeva al miglior offerente, senza pensare a definire un nuovo quadro di regole, a effettivo beneficio dell’economia nel suo complesso. La logica era di cassa, e tremendamente ideologizzata. Nel mondo intero, le privatizzazioni ben concepite e ben attuate hanno portato a un miglior funzionamento del mercato, composto da operatori in maggioranza privati, ma non necessariamente, operanti all’interno di un sistema di regole eque.

    Le privatizzazioni fatte astraendo da questo quadro hanno dato risultati pessimi, e questo è stato specialmente vero in settori come i trasporti o l’energia, che hanno dato problemi un po’ ovunque.
    Negli anni di Menem in Argentina si privatizzò tutto così: in alcuni settori (telecomunicazioni su tutto) le cose sono migliorate spettacolarmente, in molti altri il nuovo contesto economico non ha fornito quegli stimoli virtuosi alla concorrenza che sono il principale risultato positivo d’una privatizzazione.
    Nel corso degli anni novanta l’Argentina ha perso un’occasione d’oro per riscrivere una volta per tutte le regole del funzionamento della propria economia, per definire finalmente un modello economico competitivo e sostenibile. Dopo l’esaurimento del modello agro-esportatore e quello dello Stato-imprenditore, era necessaria una sferzata liberale. Ma essa avrebbe dovuto essere guidata con spirito strategico, sforzandosi di modernizzare davvero l’economia argentina, non semplicemente di farla cambiare di mano. L’approccio puramente finanziario seguito da Menem e Cavallo (che poi ruppero tra loro ma per questioni d’ambizione politica personale) venne buono negli anni in cui il nemico da battere era l’inflazione. Ma questa è come la febbre, è un sintomo di un malessere, non ci si può illudere che una volta messi sotto controllo i prezzi l’economia possa funzionare da sola senz’altri interventi.
    L’Argentina è stata incapace di fondare un modello economico che vada al di là dell’esportazione delle materie prime: nell’anno 2002, il commercio estero argentino dipende dall’esportazione di carne (e ciò nonostante non si riesce a mantenere sotto controllo la febbre aftosa), di grano, di petrolio. È concepibile per un Paese che si vuole moderno e di primo mondo una struttura produttiva con queste caratteristiche? Difficile poter sostenere quest’argomento.
    Negli anni dell’apertura l’Argentina avrebbe dovuto perseguire con ben maggiore decisione la via delle riforme economiche strutturali del proprio sistema produttivo, approfittando della stabilità garantita dal modello monetario e della buona accettazione presso gli organismi
    finanziari internazionali, che avrebbe permesso di finanziare ambiziosi piani di sviluppo.

    Invece le istituzioni e gli imprenditori argentini si sono cullati nelle dolcezze della congiuntura, buttando a mare un’opportunità storica di modernizzare il Paеse. Quando si ripresenterà tale occasione? Di certo non a breve termine, oggi l’Argentina è divenuto un paria internazionale (sull’atteggiamento degli organismi finanziari internazionali ritorneremo).

    Non per nulla il ministro Cavallo, cosciente di queste manchevolezze, chiamò il suo progetto di riforma, portato avanti da aprile a dicembre 2001, piano di “competitività”. Quello era l’obiettivo da perseguire, anche se ormai era tardi. Tardi perché, per motivi politici, Cavallo non poteva abbandonare il suo modello monetario. Non potendolo rinnegare, si dedicò a due obiettivi: allungare la scadenza media del debito argentino, allontanando il momento del soffocamento, e cercare di flessibilizzare il sistema monetario mediante l’ancoraggio sia all’euro che al dollaro, che supponeva una svalutazione di fatto, ancorché parziale, del peso.

    Sul piano internazionale, Cavallo cerca di creare una nuova fiducia internazionale nei confronti del Paese, riversando tutte le colpe della situazione argentina sulla… slealtà del Brasile. Se è vero che a seguito del cambio di regime monetario in Brasile (gennaio 1999) la competitività commerciale argentina all’interno del Mercosur si era considerevolmente ridotta, è anche vero che non era sostenibile per l’Argentina una situazione nella quale la bilancia commerciale era deficitaria nei confronti di tutti i paesi del mondo salvo i soci del Mercosur. Il problema era di fondo: il Brasile seppe veuеre a tempo i limiti della rigidità mone aria, l’Argentina no. Il Brasile ha saputo approfittare della stabilità economica per portare avanti ambiziose riforme strutturali, su cui cementare la propria crescita. Tali riforme hanno bisogno di un’impostazione politica chiara e ferma, ottenuta da Cardoso in Brasile. Questo spiega perché i piani conclusi dal Brasile con l’FMI dopo la crisi finanziaria del 1999 siano riusciti, mentre dieci piani FMI-Argentina siano falliti nell’ultimo biennio.
    Non è solo una questione economica, ma politica: il sistema politico argentino, tanto dal lato radicale che da quello peronista, tanto a livello centrale come periferico, ha fallito nel disegnare i profili di un nuovo Paese.

    Le misure palliative di Cavallo si dimostrarono quindi insufficienti: quando il peggioramento della congiuntura economica internazionale dopo l’11 settembre rende insostenibile la situazione economica argentina (dal 1999 in crescita negativa) la misura per Cavallo è colma.
    L’introduzione del corralito (che fissa a 1000 dollari statunitensi mensili il tetto massimo di fondi ritirabili dal proprio conto bancario), unito al taglio del 13 per cento di stipendi pubblici e pensioni, crea una situazione insostenibile. La piazza non sopporta più Cavallo, il nuovo miracolo non avviene.

    La caduta di Cavallo comporta anche quella di De la Rúa, un presidente onesto ma inerme e inspiegabilmente assente dalla scena. “Frenando de la Dulа”, come lo si è soprannominato in Argentina, dubiterà persino al momento celle dimissioni, per sparire poi completamente dalla scena una volta ceduto il potere all’opposizione.

    Come detto, Adolfo Rodriguez Sáa, governatore peronista della provincia di San Luís, viene eletto presidente provvisorio dall’Assemblea legislativa. Nessuno dei grandi nomi del peronismo (Ruckauf, De la Sota, Duhalde, Reutemann) vuole occupare quel posto per due mesi, loro puntano alle elezioni di marzo.

    Ma il vertice peronista non sembra rendersi conto della gravità della situazione: Rodriguez Sáa dichiara la moratoria sul debito pubblico, e lo fa con un’aria trionfalistica, come se si trattasse di una vittoria per il Paese. Volendo difendere a tutti i costi la parità peso-dollaro, viene annunciata l’emissione d’una nuova moneta, denominata argentino. L’idea è un po’ balzana (e difatti non funzionerà): si mantiene la parità peso-dollaro, ma vista la scarsa liquidità presente nell’economia (bloccata dal corralito, misura tesa a proteggere il sistema bancario dalla bancarotta), si crea una nuova moneta che dovrebbe sostituire tutti i titoli con valori di moneta emessi dalle province (i cosiddetti patacones nel caso di Buenos Aires, ma che altrove avevano nomi pittoreschi come bonfles, quebrachos, bocaflores, lecops e persino evitas).

    Ecco a cosa porta l’intransigenza nella difesa di un modello insostenibile: per mantenere una parità ormai fasulla tra peso e dollaro, si riduce al minimo la quantità di circolante e, nella pratica, il Paese per funzionare ha bisogno d’inventarsi altre monete: si è arrivati a 17 (peso, dollaro, 15 tipi di patacones). L’argentino sarebbe stata la diciottesima valuta del Paese.

    Non era questa la via per risolvere lo strangolamento dell’economia argentina. I Governatori provinciali peronisti con ambizioni politiche lo sanno e non si presentano alla riunione convocata da Rodriguez Sáa per definire le nuove strategie. Rodriguez Sáa se ne va.

    Una volta eletto, Duhalde, un peronista della scuola “sociale”, intesa come oрposta alla fazione neoliberale di Menem, deve prendere atto della situazione e adottare decisioni più realiste rispetto al suo effimero predecessore.

    Il problema-chiave è quello monetario, legato anche all’impopolarissimo corralito. Siccome il nuovo Governo non può permettersi di revocare la misura che limita l’accesso alle banche, cerca di attenuarne gli effetti negativi stabilendo regole più favorevoli per i crediti fino a 100.000 dollari statunitensi e aumentando i tetti massimi previsti per la ritirata di fondi. Si pone fine alla convertibilità mediante l’introduzione di una nuova parità fissa (1,4 peso = 1 dollaro
    statunitense) per il commercio estero, е una quotazione fluttuante per tutti gli altri usi.

    In pratica, chi ha acceso dei crediti in peso/dollari sino a 100.000 dollari statunitensi, li vede “pesificati” a 1,4: sembra una fregatura, ma solo in parte, dato che nel corso degli anni i depositi peso avevano fruttato tassi d’interesse reali altissimi (attorno al 15 per cento). La perdita attuale è netta, ma ancora ragionevole. Per operazioni oltre 100.000 dollari statunitensi, il cambio è quello di mercato.

    Le grandi perdenti sono le imprese, specialmente europee, che sono entrate nel mercato argentino per offrire servizi (telefonia, energia ecc.). I loro contratti di concessione erano legati al dollaro, d’ora in poi le loro entrate saranno in peso svalutati. La situazione, specie nel settore bancario, è critica: molte banche probabilmente falliranno, generando una crisi difficile da controllare.

    Se la quotazione del peso per qualche settimana è rimasta su livelli più o meno ragionevoli, sotto i due dollari, nelle ultime settimane le incertezze derivanti soprattutto dal confuso quadro in materia di riforme e dalla mancanza di prospettive di un intervento internazionale hanno aggravato la pressione sul tasso di cambio, che ha sfiorato quota 4 dollari.

    Il Governo ha dovuto introdurre delle misure draconiane per riportare la quotazione del peso su valori più accettabili, ma la svalutazione della moneta ha già fatto ripartire l’inflazione, che probabilmente avvicinerà le tre cifre alla fine dell’anno: un salto indietro drammatico per l’Argentina, verso periodi che sembravano passati per sempre. Per quanto riguarda la crescita del PIB, le stime attuali parlano di valori attorno al -8,5 per cento nel 2002. Una situazione gravissima, se pensiamo che la crescita del PIB è già negativa dal 1999.

    L’impoverimento del Paese è drammatico: si calcola che il 40 per cento della popolazione viva in situazione di povertà, un fatto grave in un Paese abituato a ben altri livelli di benessere.

    In questo quadro complesso, la comunità internazionale chiede all’Argentina riforme credibili, in materia fiscale, monetaria, d’organizzazione dello Stato. Come già esposto in precedenza, l’Argentina ha perso molte occasioni per riformare sul serio il proprio sistema-Paese, dove convivono situazioni parassitarie, macroscopiche inefficienze, sperperi di fondi pubblici legati a favoritismi politici.

    In realtà non è un problema puramente economico, ma di vera e propria organizzazione del Paese: quando il sistema politico non offre alternative credibili, il settore privato non è efficiente ma vive spesso di favori e rendite di posizione, la giustizia è politicizzata (persino la credibilità del Tribunale Supremo, i cui membri sono notoriamente legati all’ ‘ex presidente Menem e hanno fatto di tutto per liberarlo dalle accuse che gli erano state rivolte nel caso sul traffico internazionale d’armi, è bassissima), cosa rimane?
    Solo la forza delle casseruole, che appresentano l’indignazione di una società civile beffata e derubata. Ma tale sdegno, comprensibile e condivisibile, ha poi bisogno d’essere articolato in un’azione politica positiva, e oggi nessuno in Argentina sembra in grado di raccogliere la sfida.

    È significativo come per uscire da quest’impasse d’idee e di progetti, il Governo Duhalde abbia proposto un’iniziativa di dialogo sociale tripartita: si tratta del cosiddetto “dialogo argentino”, un’istanza di dialogo con rappresentanti della politica, dell’economia e della società argentine portato avanti dal Governo, dalla Chiesa cattolica e dall’UNDP (Agenzia delle Nazioni Unite per lo Sviluppo). In altre parole, gli attori pubblici sono così screditati in Argentina che il Governo ha bisogno dell’aiuto istituzionale della Chiesa e delle Nazioni Unite per elaborаre un nuovo progetto di Paese.

    Forse l’unica lezione positiva che si può estrarre dall’attuale débâcle argentina riguarda il ruolo dell’Esercito: a fronte d’una crisi così profonda di tutta la società, l’esercito argentino non ha nemmeno pensato di scendere in campo). E dire che in passato la presenza delle forze armate nella storia politica argentina è stata molto significativa! Questo significa due cose: in chiave strettamente interna, le forze armate sono uscite triturate dall’ultima dittatura, e non costituiscono più un’alternativa credibile. In chiave latino-americana, si conferma una tesi che difendiamo da tempo su questa rivista: che l’Esercito, così presente in passato nella storia politica del subcontinente, è tornato per sempre nelle caserme, avendo esaurito il suo ruolo pоlitico. La separazione tra sfera civile e militare è ormai netta, e tocca alla società civile assumersi il compito di governare, la scappatoia militare non esiste più. Abbiamo quindi risposto ad alcune delle nostre domande iniziali: la crisi argentina non è solo congiunturale, ma strutturale, ed essa è il risultato d’una serie di fattori alcuni vicini e altri lontani nel tempo.

    Che dire dell’atteggiamento della comunità internazionale? È giusto dire che la crisi è un problema argentino che gli argentini devono risolversi da soli? Certo, gli errori di fondo che abbiamo elencato sono in gran parte interni: se nel corso degli anni la classe politica non ha saputo organizzare il Paese su basi solide ed efficienti le sue responsabilità sono evidenti.

    Ma sino a poco fa l’Argentina era il modello da seguire in materia finanziaria, era il Paese dove le riforme erano state fatte in maniera più radicale (alloro diviso con il Cile), era un mercato promettente ecc. Gli errori di cui abbiamo parlato sono invece antichi. Non sarà che le valutazioni sulla bontà dell’ultimo decennio sono state un po’ affrettate, che non era tutto oro ciò che luccicava nell’era Menem? E soprattutto, gli organismi finanziari internazionali che sino a pochi mesi prima insistevano sulle bontà del currency-board non hanno contribuito ad affondare l’Argentina? Adesso si chiamano fuori, affermando che quelle scelte erano argentine, e che il problema consiste nell’incapacità dei successivi governi di mettere in pratica i piani accordati con il FMI.

    Si richiedono riforme serie, ed è giusto, ma tanto rigore nei confronti del Paese nella congiuntura in cui esso si trova è ipocrita e ingiusto. L’Argentina deve essere aiutata, nell’interesse di tutti. Purtroppo, la nuova amministrazione americana ha ben altre priorità: in occasione della crisi brasiliana, un piano di salvataggio ben concepito, sotto la leadership USA ma con un decisivo contributo finanziario europeo, fu importantissimo per il superamento dell’impasse. Dopo un solo anno a crescita zero, il Brasile già nel 2000 tornò a crescere, stupendo un pó tutti gli analisti, e sbigottendo i ragazzini di Wall Street, quelli che decidono dei destini del mondo incollati al loro limitatissimo schermo di computer.

    Oggi l’Amministrazione Bush afferma che l’Argentina ha già bruciato in un anno 63 miliardi di dollari in aiuti senza risolvere i suoi problemi, e non merita d’essere ulteriormente aiutata. È vero, ma a chi giova il disastro argentino? Gli USA hanno perso importanti posizioni nel Mercosur negli ultimi anni. Le imprese europee sono state molto più dinamiche nell’approfittare dell’apertura di queste economie nel corso degli anni novanta. Lo stesso negoziato commerciale Eu-Mercosur è molto più avanzato rispetto all’ALCA (Area di Libero Commercio delle Americhe).

    Lo stesso Mercosur, e sul suo esempio l’America Latina nel suo complesso, ha acquisito, grazie ai successi ottenuti negli anni novanta, una densità e un peso strategico impensabili anche solo dieci anni fa.

    Forse sono malvagio nella mia visione, ma a pensare male non sempre si sbaglia: mantenere l’Argentina con l’acqua alla gola significa colpire a morte il Mercosur, un progetto d’integrazione che ha sempre infastidito gli USA, poco propensi a ritrovarsi dei partner forti in America Latina. La via d’uscita per l’Argentina potrebbe essere una dollarizzazione forzata, associata a un’apertura commerciale indiscriminata e rapidissima nel quadro di un’ALCA semplice trasposizione su scala continentale del NAFTA. Un progetto avversato dal Brasile, l’unico vero Paese in grado di fare da contrappeso (relativo) al dominio geopolitico USA nella regione. Un prolungamento della crisi argentina ferirebbe a morte il Mercosur e non potrebbe non avere conseguenze negative sul Brasile, che per il momento regge il colpo.

    E dietro l’Argentina e il Brasile, chi c’è?
    L’Europa, primo investitore e primo partner commerciale del Mercosur, molto più esposta degli USA nella regione. Ecco che in questo quadro agli USA non può fare molto dispiacere tenere l’Argentina a bagnomaria: il messaggio è, infatti, trasversale, e non è diretto solo a Buenos Aires.

    D’altro canto, un quadro di questo tipo mette anche in evidenza la necessità per l’UE di affinare le proprie strategie e le proprie modalità d’azione in crisi come queste: l’Argentina sarà pure lontana geograficamente, ma è vicinissima culturalmente ed economicamente. I paesi europei dovrebbero coordinare meglio la loro azione negli organismi finanziari internazionali, al fine di far maggiormente pesare la loro influenza, teoricamente significativa (quando si tratta di
    pagare il conto), nella pratica troppo condizionata dalle scelte USA (quando si tratta di decidere). E non stiamo parlando di azioni militari, dov’è chiaro che gli USA hanno anni luce di vantaggio rispetto a noi, ma di questioni economiche e finanziarie, dove l’EU pesa tanto quanto gli USA.
    Questa è la situazione oggi in Argentina: il quadro non è positivo, le nubi sono dense e cariche di pioggia. Ma non facciamo l’errore di credere che si tratti solo di un problema interno a quel Paese. La crisi argentina propone dubbi e interrogativi che vanno analizzati seriamente, e richiedono risposte coerenti e ambiziose.