Autore: Stefano Gatto

  • Da soli non si può, uniti sì

    Da soli non si può, uniti sì

    Alti livelli di violenza caratterizzano una regione che negli Ottanta salì alla ribalta internazionale a causa delle sue guerre civili, e oggi lo fa per l’elevata criminalità e l’influenza destabilizzante del narcotraffico. La povertà, l’emigrazione sistematica e una governance spesso difficoltosa complicano la situazione generale. Una politica puramente repressiva non può bastare senza cambi fondamentali nella politica antidroga nei mercati consumatori, in primis gli Usa. Ma un approccio regionale e un maggior interesse della comunità internazionale stanno emergendo. L’America Centrale non può essere lasciata sola in questo frangente

    UNA REGIONE IN PREDA ALLA VIOLENZA – La regione centroamericana si è caratterizzata negli ultimi anni per un drammatico aumento della criminalità, legato in parte ma non solo ai nuovi flussi del narcotraffico. L’istmo centroamericano è composto da paesi a reddito medio – basso, con la parziale eccezione della Costa Rica e di Panama, paese in pieno boom economico grazie agli introiti derivanti dal Canale, in mani nazionali dal 1999. Il paese più povero è il Nicaragua, che però paradossalmente presenta livelli di violenza e criminalità significativamente inferiori a quelli dei suoi tre vicini del Triangolo Nord: Guatemala, El Salvador e Honduras. Questi tre paesi si contendono il dubbio onore di essere, secondo le statistiche, i paesi più violenti al mondo: secondo recenti dati ONU, che hanno confermato una tendenza ben consolidata, l’indice di omicidi per abitante dell’Honduras (82 per 100.000 abitanti), di El Salvador (66 / 100.000) e Guatemala (41 / 100.000) è tra i più alti al mondo, rivaleggiando solo con l’Iraq. Il Messico, paese sotto la ribalta dei riflettori, ha un tasso di diciotto, che s’innalza su livelli centroamericani in certe zone del nord, specialmente Ciudad Juárez; gli Usa 5, l’Italia 1,23.

    LE RAGIONI DELLA VIOLENZA – Il livello di violenza nei tre paesi citati è sempre stato alto, sin dai tempi delle guerre civili guatemalteche e salvadoregne, che si sono concluse negli anni novanta, ma si sono ulteriormente innalzati negli ultimi anni, a causa di molteplici fattori: l’eredità appunto delle guerre civili, con la relativizzazione del valore attribuito alla vita umana; la scarsa crescita economica con relativa altissima disoccupazione e sottoccupazione; la pessima distribuzione della ricchezza (questi paesi sono tra i peggiori in questa categoria secondo l’indice di Gini che misura i livelli di diseguaglianza in un sistema economico); l’altissimo tasso d’emigrazione, che sgretola l’unità familiare e che lascia i giovani rimasti a casa in situazione precaria; la debolezza dei governi e l’inefficacia tanto dei sistemi repressivi (polizia) che di quelli giudiziari, che si traducono in livelli d’impunità quasi assoluta (attorno al 98 per cento dei delitti rimangono irrisolti). A tutti questi fattori, di per sé gravissimi, si è venuto aggiungere in questi ultimi anni la presenza crescente del narcotraffico: i successivi Piani Colombia e Mérida, di stampo puramente militare, hanno colpito i cartel prima colombiani e poi messicani, spostando il centro di gravità del traffico verso il primo mercato mondiale di consumo di stupefacenti (gli Usa) da questi paesi a quelli dell’istmo centramericano, che sono divenuti il principale asse di transito dai paesi produttori (Colombia, Bolivia, Perù, il Brasile amazzonico) a quelli consumatori (gli Usa appunto). Chiusa la rotta caraibica, che convogliava la droga in aereo e imbarcazioni verso la Florida, punto d’entrata principale (ricordate Miami Vice?), il traffico ora si fa via terra. I paesi centroamericani, di per sé deboli per tutte le ragioni sovraesposte, si sono trovati alla mercé dei cartel messicani, i veri padroni della nuova rotta di sangue. I cartel principali sono quelli degli Zeta e di Sinaloa, ma la guerra dichiarata dal presidente Calderón con l’aiuto del Piano Mérida, oltre a elevare drammaticamente il numero delle vittime del conflitto armato nel nord del paese, ha spezzettato i clan senza però distruggerli e ha avuto per effetto d’allargare il raggio della violenza ad altre parti del paese, in una spirale che sembra inarrestabile. I cartel messicani si sono anche progressivamente spostati verso paesi deboli, nei quali i loro enormi poteri economici e di corruzione hanno potuto fare facile presa: in primis il Guatemala, paese dalle istituzioni debolissime nel quale intere zone (il Petén, nel nord) sono sotto il controllo diretto dei trafficanti e nei quali lo stato fatica a farsi presente. Recentemente, i cartels hanno cominciato a infiltrarsi anche in Honduras e in El Salvador, mediante accordi con le bande giovanili (maras) che controllano i quartieri meno abbienti delle città e strade – chiave nella “triplice frontiera” tra i tre paesi, attraverso le quali passa la droga. Negli ultimi tempi sono state individuate molteplici tecniche usate dai cartels per far pervenire la droga in Honduras o El Salvador via mare, evitando il Nicaragua, paese nel quale la lotta contro il narcotraffico ha avuto più successo, e da lì risalire verso nord.

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    GLI EMIGRANTI, VITTIME DESIGNATE – Gruppi delinquenziali si servono dei numerosi emigranti che dall’America Centrale risalgono il Messico per cercare di penetrare negli Usa come “burritos“, portatori di droga: l’alternativa a tale servizio è la morte, come succede ogni giorno sulla tragica rotta seguita dagli emigranti: il caso più eclatante fu la strage di Tamaulipas nel 2010, 72 emigranti massacrati in un capannone perché non volevano prestarsi a questo gioco mortale. Ma sono eventi purtroppo frequenti. L’esodo di migliaia di centroamericani verso la terra promessa statunitense lascia dietro di sé una striscia di sangue, violenze d’ogni tipo, soprusi. L’istmo centroamericano e il Messico sono diventati scenari di profonde ingiustizie e sofferenze, una realtà che non può lasciare indifferente la comunità internazionale. L‘approccio armato del presidente messicano Calderón non ha risolto pressoché nulla, dimostrando che la sola repressione non sconfigge i traffici illegali (ma aumenta vertiginosamente la spirale di violenza). L‘amministrazione Obama si è resa conto che il Piano Mérida ha avuto come effetto quello di spostare la pressione sui paesi dell’America centrale, e ha deciso di deviare una parte dei fondi, per la verità piuttosto limitata (200 milioni di dollari su 1,6 miliardi) ai paesi dell’istmo (iniziativa CARSI). Ma al di là delle risorse, il problema è che la repressione da sola, o la mano dura, com’è conosciuta nella regione non basta: non è bastata in Messico e non sarà sufficiente in America Centrale.

    MA LA MANO DURA NON PUÒ BASTARE – Anche supponendo che i paesi della regione riuscissero a utilizzare al meglio e in forma coordinata questi fondi, comunque scarsi, rimarrebbero infatti aperte due anomalie fondamentali:

    1. gli Usa rimangono un mercato di forte consumo di stupefacenti: contro tale consumo, in crescita, è del tutto improbabile che si lanci una vera offensiva: l’attrazione esercitata dal paese più ricco e forte consumatore di droga non può non solleticare gli appetiti dei cartelli delinquenziali, pronti ad affrontare qualsiasi opposizione;
    2. al tempo che primo importatore di droga, gli Usa sono anche il primo esportatore di armi da fuoco, che si acquisiscono con enorme facilità e passano la frontiera con il Messico quasi impunemente, gettando benzina sul fuoco già dirompente delle guerre tra clans. Recenti tentativi dell’amministrazione Obama di limitare questo traffico illegale o di stabilire una tracciabilità delle armi, soprattutto i famigerati AK – 47 utilizzati dai narcos, dal nord verso il sud sono sostanzialmente falliti, boicottati dai grandi interessi occulti e dalle politiche liberistiche in materia a nord del Rio Grande, considerate da molti cittadini Usa un diritto sacro e irrinunciabile.

    Nella nostra analisi dedicata alla realtà centramericana, fatta di Paesi potenzialmente ricchi ma che instabilità politica, violenza e criminalità stanno condannando a una realtà ancora sottosviluppata. Che fare allora? La soluzione ai problemi della regione va ricercata in un approccio condiviso dagli Stati e nell’aiuto efficace da parte di soggetti terzi. Ecco perchè le iniziative del SICA (Sistema di Integrazione Centro Americana) e dell’accordo con l’Unione Europea possono essere un primo passo in avanti

    L’APPOGGIO INTERNAZIONALE A UN APPROCCIO REGIONALE – Sembra inevitabile che s’imponga nella regione un nuovo approccio al problema, più coordinato e multifattoriale: recentemente, i paesi centroamericani hanno finalmente deciso di lanciare un’iniziativa comune (Estrategia de Seguridad para Centroamérica), presentata in Guatemala nel giugno di quest’anno, al fine di coordinare i propri sforzi con l’aiuto della comunità internazionale, superando inerzie e difficoltà che favoriscono solo i delinquenti. Il nuovo piano, cui hanno aderito un gruppo di amici, cui appartengono gli Usa, l’Unione Europea, vari dei suoi stati membri, il Messico, la Colombia, il Canada, il Giappone, la Corea e l’Australia (tutti i principali partner per lo sviluppo della regione), oltre agli organismi finanziari internazionali (BID, FMI, Banca Mondiale), ha elaborato un piano d’azione fondato su quattro assi: lotta contro il crimine, prevenzione della violenza, riabilitazione, reinserimento e sicurezza penitenziaria e rafforzamento istituzionale. In tutte queste aree sono stati identificati dei progetti comuni, finalmente centroamericani e non meramente nazionali, attorno a cui si dovrà strutturare l’azione dei governi, coordinati dal segretariato del SICA (Sistema de Integración Centroamericano) e con il contributo finanziario dei partner internazionali, che potranno scegliere in questo meno i progetti che preferiscono appoggiare. Di un totale di ventidue progetti ne sono già stati identificati otto, che dovrebbero iniziare nel 2012: le aree riguardano la cooperazione tecnologica per lo scambio di informazioni in tempo reale, la sicurezza transfrontaliera (area in cui è particolarmente attiva l’UE, che ha molta esperienza in materia a seguito del processo di Schengen); la prevenzione sociale della violenza tra i giovani, il rafforzamento della capacità dei municipi per affrontare i problemi della violenza e della sua prevenzione sui loro territori (altro settore in cui è attiva l’UE, ad esempio mediante il progetto Projóvenes in El Salvador); la modernizzazione dei sistemi penitenziari nella regione (un punto nero, poiché è dalle prigioni che si controllano le bande delinquenziali e si ordinano i delitti da eseguire); la professionalizzazione delle polizie e dei corpi di sicurezza (non solo il loro armamento). Per questi otto progetti iniziali sono stati identificati dei bisogni finanziari di circa 350 milioni di dollari, cui dovrebbero contribuire in larga misura i “paesi amici”.

    È ancora incerto l’esito di tale nuova strategia regionale, che sarà difficile da mettere in esecuzione e cui i paesi amici potrebbero avere difficoltà ad aderire con fondi freschi in un momento di gravi difficoltà finanziarie, ma la sua mera esistenza evidenzia due progressi importanti, entrambi piuttosto recenti: la presa di coscienza della dimensione regionale del problema da parte dei paesi implicati, e l’interessamento da parte dei partner fondamentali della regione (Usa, UE, paesi asiatici) dell’importanza d’aiutare l’America centrale in difficoltà in un momento di grande bisogno. Tra l’altro, la regione centroamericana è quella che più ha risentito della crisi globale, legata com’è a filo doppio agli Usa tramite il commercio (CAFTA) e i flussi migratori (le rimesse degli emigranti negli Usa ammontano al 16% del PIB salvadoregno): crisi negli Usa significa drammatico aggravamento della precarietà nell’istmo, con tutte le conseguenze negative legate ai fattori elencati a inizio articolo. IL QUADRO POLITICO NELLA REGIONE – In questo quadro, si sono inseriti la crisi politica dell’Honduras, che ha emarginato il paese dalla comunità internazionale tra il 2009 e il 2010, e i recenti processi elettorali in Guatemala e Nicaragua. In Guatemala, confermando la regola nazionale secondo cui sempre s’impone il candidato sconfitto nelle elezioni precedenti, il generale in pensione Otto Pérez Molina, leader del Partido Patriota, si è imposto sul candidato – sorpresa Manuel Baldizón, emerso inaspettatamente dopo l’eliminazione da parte delle autorità elettorali della moglie del presidente uscente, Álvaro Colom. Durante il mandato di quest’ultimo, il paese è scivolato verso una sempre maggiore violenza e impunità, vanificando anche gli sforzi della CICIG (Commissione Internazionale contro l’Impunità in Guatemala), commissione internazionale avente per obiettivo di aiutare il sistema giudiziario guatemalteco a superare le sue inefficienze e distorsioni, quasi endemiche. La dimissione del giudice spagnolo Carlos Castresana nel 2010 è venuta a dimostrare un certo fallimento dell’esperimento CICIG, che non è riuscita a intaccare i meccanismi perversi del sistema giudiziario guatemalteco nonostante abbia raccolto qualche successo significativo, quale la soluzione del caso Rosenberg. La presidenza Colom è stata attiva nel campo sociale, ma non ha scalfito il problema dell’impunità e l’escalation del narcotraffico, che non ha fatto che aumentare negli ultimi anni. Il generale Pérez Molina, che ha un passato questionato in materia di rispetto dei diritti umani durante la guerra civile, è stato eletto per l’aspettativa degli elettori che il suo approccio di mano dura avrà successo (quando non l’ha avuto altrove): augurabile che tale fermezza dia risultati, ma altrettanto importante che non si perda di vista la strategia regionale, l’integrazione degli sforzi con i vicini e gli insegnamenti di altri casi di “mano dura” (vedi Messico). La repressione da sola non basta per far diminuire la violenza. In Nicaragua, il presidente uscente Daniel Ortega è stato appena rieletto in un’elezione criticata dagli osservatori internazionali (missioni OEA e UE) per le molte irregolarità e arbitrarietà commesse dal governo uscente e dalle autorità elettorali: la principale anomalia è stata l’accettazione da parte della Corte Suprema della possibilità del presidente uscente di farsi rieleggere quando la costituzione lo proibisce espressamente (sulla base del dubbiosissimo argomento che tale clausola violerebbe ingiustamente il principio d’uguaglianza tra i cittadini a sfavore del cittadino Daniel Ortega…) Se la vittoria di Ortega non è di per sé in dubbio, l’ammissibilità della sua candidatura certamente lo era: Ortega deve buona parte della sua popolarità ai consistenti aiuti economici fornitigli dal Venezuela nell’ambito dell’ALBA, che potrebbero sparire in caso di sconfitta di Chávez nelle prossime elezioni presidenziali venezuelane. Se lo scenario politico – istituzionale nicaraguense è quindi migliorabile, almeno questo paese ottiene buoni risultati quando la sua situazione in termini di criminalità viene paragonata ai vicini del Nord: sembra importante in questo dato l’impatto relativamente più modesto del narcotraffico, il cui transito sembra evitare il paese, probabilmente a causa dell’attenzione delle forze di sicurezza. El Salvador è stato recentemente scelto dagli Stati Uniti come partner strategico nel quadro dell’ Associazione per la Crescita, un nuovo programma americano avente per obiettivo stimolare la crescita in paesi con attenzione alla problematiche sociali (il centro dell’azione del governo dell‘indipendente di sinistra Mauricio Funes) ma difficoltà economiche strutturali. Gli altri paesi partner degli Usa sono Filippine, Ghana e Tanzania. Il programma, inteso come un gemellaggio teso a creare sinergie pubblico – private tra i due paesi, e non un tradizionale programma di cooperazione Nord – Sud, vuole aiutare El Salvador a sciogliere i nodi strutturali che bloccano la  crescita economica, la più bassa in America centrale e America latina: la violenza, la bassa produttività, le insufficienze del sistema educativo. Problemi di fondo che richiedono risposte a medio – lungo termine. Uno degli assi di tale nuovo programma strategico è il supporto al sistema giudiziario e alla polizia, che si spera dia risultati in un paese disperato per l’alta criminalità. Il resto della comunità internazionale impegnata nella regione, a cominciare dall’UE, primo partner assieme agli Usa anche grazie al peso della cooperazione spagnola, oltre che di quella comunitaria, centra la propria azione su obiettivi simili: prevenzione della violenza, educazione, coesione sociale, sviluppo economico nel quadro regionale. È chiaro che l’Accordo d’Associazione tra l’Unione Europea, l’America e Panama, firmato a Madrid nel 2010, che entrerà in vigore nel 2012, potrà contribuire a tale sforzo solo nella misura in cui si ridurrà il clima di violenza e potrà ripartire significativamente l’attività economica.

    UNA REGIONE CHE NON VA LASCIATA SOLA – Al di là di questi sforzi, è importante rendersi conto che i paesi centroamericani non possono fronteggiare da soli l’effetto combinato di crisi economica globale, cambio climatico e vulnerabilità territoriale (altro tallone d’Achille della regione) e violenza. La cooperazione serve, ma ancor di più il rafforzamento di strumenti regionali d’approccio a problemi comuni e alcuni cambiamenti fondamentali al di fuori della regione: se negli Usa non si modifica in qualche modo l’atteggiamento permissivo verso il consumo di droga, magari proprio mediante una legalizzazione delle droghe leggere che potrebbe tagliare le gambe ai traffici, così come lo fece l’abolizione del proibizionismo negli anni venti, e non si controlla con più rigore il traffico di armi, difficilmente l’America centrale potrà risollevarsi. D’altro canto, l’esodo attuale dell’emigrazione priva i paesi centroamericani delle loro risorse umane, provocando problemi sociali gravissimi (vedi l’emergenza delle maras, nate negli Usa e alimentate dalle costanti espulsioni di illegali dal territorio statunitense, quadruplicatesi durante la presidenza Obama). Sono quindi necessarie decisioni strategiche anche internazionali affinché l’America centrale possa uscire dalla delicata situazione in cui si trova. Risposte parziali (repressione di polizia, criminalizzazione dell’emigrazione) e poco lungimiranti non bastano. Si può pensare che di fronte alla crisi globale, poco importi la situazione di una regione per certi versi marginale negli equilibri globali: la storia insegna però che i problemi cui non si presta attenzione solo quelli che poi moltiplicano i loro effetti negativi qualche anno più tardi. Importante che la comunità internazionale sostenga l’America centrale nel suo sforzo per un futuro migliore.

  • Le elezioni politiche venezuelane

    Le elezioni politiche venezuelane

    Le elezioni parlamentari del 26 settembre 2010 rappresentano un passo avanti per la democrazia venezuelana.

    Il PSUV di Hugo Chávez si è imposto in numero di seggi, mantenendo la maggioranza assoluta anche grazie alla riforma elettorale dell’anno scorso che diede maggior rappresentanza agli stati controllati dal partito di governo, ma l’opposizione entra in parlamento dopo cinque d’assenza, e questo può gettare le basi per un futuro politico più equilibrato in Venezuela.

    La legge elettorale ha prodotto risultati sorprendenti, se pensiamo che 100.000 voti di differenza (5.423.324 per il Partido Socialista Unido de Venezuela – PSUV di Chávez, pari al 48.13% dei voti) hanno corrisposto a 98 seggi su 165, mentre i 5.320.364 de la Mesa para la Unidad Nacional (MUN), pari al 47.22%, hanno portato all’elezione di solo 65 deputati.

    Senza dubbio, si tratta di un sistema distorto, dato che se una perfetta proporzionalità tra voti ed eletti non è sempre possibile, una tale distorsione in un sistema teoricamente proporzionale va di là del ragionevole. Per lo PSUV, il 48.13% dei voti corrisponde al 59.39% dei seggi, per l’opposizione il 47.22% corrisponde al 39.39%. Venti punti di scarto. Ad ogni modo, per l’opposizione a Chávez si tratta di un successo, perché ritrova la via del parlamento, cui aveva follemente rinunciato boicottando le elezioni parlamentari del dicembre 2005.

    In questo modo l’opposizione, che denunciava la poca trasparenza del processo elettorale in mano al CNE (Consejo Nacional Electoral), aveva lasciato via libera a Chávez, che in questi cinque anni ha potuto legislare a piacere.

    Dell’errore l’opposizione si pentì già nel 2006, quando presentò un candidato unico alle elezioni presidenziali, Manuel Rosales, allora governatore dello stato di Zulia, che ottenne il 32% dei voti contro il 68% ottenuto da Chávez alla sua seconda rielezione.

    Tra le tante leggi che l’assemblea d’obbedienza chavista ha promulgato in questi anni per promuovere il socialismo del XXI secolo, vi furono anche le leggi che spogliarono d’ogni autorità i governatori e sindaci eletti nel 2008, per passarle ad autorità di nomina governativa, e la distorta legge elettorale di cui sopra.

    Inoltre, l’assemblea monocolore approvò una riforma costituzionale “bolivariana” che ha modificato notevolmente l’organizzazione dello stato venezuelano, introducendo anche la rielezionesenza limiti del Presidente della Repubblica (respinta in referendum popolare nel 2007, tale riforma è stata poi approvata in un altro referendum nel 2009).

    I risultati elettorali di quest’ultima tornata, pur squilibrati, non permettono alla maggioranza d’ottenere i 2/3 dei seggi necessari per compiere le principali nomine istituzionali in solitario, né quella di 102 deputati che avrebbe permesso di governare per decreto.

    In questo senso, gli sviluppi di questa nuova situazione potrebbero essere positivi, poiché la maggioranza sembrerebbe obbligata a negoziare con l’opposizione sui temi d’interesse nazionale.

    Non è sicurissimo che questo sarà il cammino scelto da Chávez, che ha una concezione molto tribunizia e autoritaria della politica, in cui non c’è posto per l’opposizione.

    Entrambe le parti politiche venezuelane hanno la loro parte di colpa nella degenerazione del clima politico nel paese.

    L’opposizione ha negato per anni, e senza fondamento, la legittimità delle successive vittorie elettorali di Chávez dal 1999 ad oggi. Il favore con cui molti accolsero il tentativo di colpo di stato contro Chávez del 2002 dimostrò come molti sostenitori dell’opposizione non potessero concepire che le vittorie di Chávez fossero reali, anche se ottenute con maggioranze chiarissime, e fossero favorevoli a qualsiasi mezzo per fermarlo.

    La scelta di convocare un referendum revocatorio (2004) e l’ostinazione con cui i proponenti negarono la validità della vittoria del no a favore di Chávez venne a dimostrare una volta di più che l’opposizione al chavismo non poteva concepire l’idea che Chávez avesse una maggioranza di consensi nel paese, cosa che invece era vera.

    Le missioni d’osservazione elettorale internazionali dimostrarono che il sistema elettronico di votazione usato in Venezuela, lungi dall’essere un veicolo per frodi, funziona adeguatamente. Le critiche formulate al sistema venezuelano riguardavano invece l’ovvio sbilanciamento delle autorità di governo nell’appoggiare in tutti i modi le campagne elettorali del chavismo, mediante un uso partigiano della spesa pubblica a fini elettoralistici ed l’occupazione totale dei mezzi di comunicazione statali.

    Dal canto suo, Chávez ha in buona parte sprecato il capitale politico accumulato in successive vittorie elettorali, negando ogni possibiledissidenza, governando in modo autoritario, forzando le situazioni senza aprire mai a possibili compromessi. Le continue statalizzazioni d’imprese private e mezzi di comunicazione e le riforme istituzionali cui abbiamo accennato sono eloquenti.

    Hugo Chaves

    Il risultato elettorale può essere considerato come positivo anche da Chávez che, pur deluso dal non poter governare per decreto come aveva sperato, riesce a ritagliarsi una maggioranza di seggi in una situazione della quale il pessimo stato dell’economia nazionale,ancora totalmente dipendente dal petrolio e il deterioramento della sicurezza hanno minato in gran parte le comode maggioranze di consensi di cui Chávez ha goduto per dieci anni.

    I principali cantieri politici di Chávez in questo decennio sono stati la costruzione di un nuovo modello di socialismo e la sua esportazione nel resto d’America latina mediante l’ALBA, un processo a trazione venezuelana e petrolifera.

    L’attuale congiuntura economica e i problemi del Venezuela nell’usare in maniera efficiente i redditi petroliferi, una tradizione venezuelana che Chávez non ha minimamente intaccato, fanno emergere dei seri dubbi sulla sostenibilità a termine di tale modello.

    D’altro canto, ci si può chiedere se sia legittimo portare avanti progetti di riforma presentati dal suo stesso proponente come epocali con l’appoggio di solo metà della popolazione.

  • Una crisi emblematica

    Una crisi emblematica

    Quanto accaduto nelle scorse settimane in Costa d’Avorio con l’arresto del presidente uscente Gbagbo (foto) non si può semplicemente catalogare alla voce “drammatico risvolto post elezioni”. La semplificazione mediatica è assai lontana dal comprendere le vere ragioni dello scenario ivoriano. Per andare a fondo della questione è necessario ripercorrere il cammino storico del Paese, per capire come la prosperità di un tempo sia potuta naufragare in guerra civile. Il Caffè, in due puntate, vi accompagna in questo viaggio

    UNA CRISI AFFATTO BANALE – La crisi sviluppatasi in Costa d’Avorio e solo recentemente conclusa con l’esautorazione del presidente uscente Laurent Gbagbo è emblematica di alcune delle difficoltà cui deve far fronte la democrazia in Africa. I media e la maggior parte degli analisti si sono generalmente occupati dello stallo post-elettorale, con un presidente uscente che rifiutava di riconoscere il risultato proclamato dalle autorità elettorali e si rifugiava in quello, artefatto, del Tribunale Costituzionale e un presidente eletto riconosciuto dalla pratica totalità della comunità internazionale ma confinato in un albergo di Abidjan assieme al suo governo. La Costa d’Avorio ha avuto per quattro mesi due governi, uno legale ma pressochè impotente e uno di fatto ma isolato dal mondo.

    In quest’ articolo vorremmo invece ritornare su alcuni aspetti a monte della crisi, che è non certo nata dal nulla, come un fulmine a ciel sereno, ma è il risultato di uno scenario conflittuale che per anni non ha fatto che prepararla. E valutare quali sono le lezioni per la governance africana.La soluzione di questa lunga crisi non è in effetti che l’ultimo atto di un processo di divisione di questo paese, ricco di risorse e per lungo tempo esempio di stabilità nel continente africano, iniziatosi con la morte del padre dell’indipendenza e presidente dal 1960 al 1993, Félix Houphouët-Boigny.

    GIOIE E DOLORI DELLA FRANCAFRIQUE – Houphouët-Boigny fu il tipico esempio della Françafrique, quel modello di gestione del potere nelle neo–repubbliche indipendenti dell’Africa coloniale francese che univa al mantenimento di relazioni forti tra i paesi indipendenti e la Francia un rapporto di sudditanza / paternalismo tra Parigi e tali paesi, governati da presidenti totalmente francesizzati per cultura e percorso. Houphouët costituisce, con il senegalese Senghor, poeta e intellettuale e apostolo della négritude, l’esempio piu’ probante di tale concezione, che faceva tra l’altro così comodo all’antica metropoli, che pur perdendo formalmente un impero lo manteneva di fatto, sia in termini di penetrazione economica (supportata anche dal Franco CFA, moneta comune della regione, garantita dal Tesoro francese) che d’influenza geopolitica. Sparito l’impero coloniale, rimaneva appunto la Françafrique, backyard di dominazione esclusiva francese.

    Il contro esempio di tale modello fu la Guinea di Sekou Tourè, l’unico paese che rifiutò il modello gollista d’indipendenza, ruppe del tutto i contatti con la Francia ed è rimasto a languire per cinquant’anni alla coda del plotone dei paesi africani.

    Rispetto al Senegal di Senghor, la Costa d’Avorio aveva il vantaggio, che mantiene tuttora, d’essere un paese molto ricco in risorse naturali, in primis il cacao, di cui Abidjan è uno dei primi produttori mondiali. Ma anche il caffè, il legno, la frutta tropicale.  

    TENSIONI ETNICHE SOTTO CONTROLLO – Sul rafforzamento di questo settore primario esportatore si costruisce la prosperità ivoriana, e il paese diviene la destinazione di migliaia d’emigrati dai paesi limitrofi. Il metodo politico di Houphouët, una dittatura paternalista finanziata dal benessere economico, mantiene sotto controllo anche le tensioni etniche, una costante preoccupazione nel contesto africano, che torneranno a emergere solo dopo la sua morte. In maniera simile al caos post–Tito in Jugoslavia, la morte del padre–padrone del paese nel 1993 fa saltare equilibri consolidati, aprendo il vaso di Pandora dell’instabilità, che accompagnerà la Costa d’Avorio sino ad oggi.

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    UNA SUCCESSIONE DIFFICILE – Laurent Gbagbo, sindacalista e socialista, si è contraddistinto sin dagli anni 70 come l’oppositore per antonomasia dell’houphouetismo. Ma non sarà l’alternanza che prevarrà al momento della sparizione di Houphouët, ma la continuità, nella persona del presidente dell’assemblea legislativa, Henri Konan Bédié, che ne diventerà il successore prevalendo sull’altro candidato, il primo ministro Alassane Ouattara. La costituzione ivoriana non era chiara su questo punto, ma Konan Bédié prevarrà su Ouattara anche per ragioni etniche: Ouattara era un mussulmano del nord, Konan Bédié un cristiano del centro – sud. Questa è la chiave di volta della crisi ivoriana da allora ad oggi.

    Konan Bédié non aveva le doti carismatiche ed aggregatrici di Houphouët, nè la situazione economica negli anni novanta è paragonabile a quegli anni sessanta e settanta che furono la base del modello houphouetista. Dal canto suo, Ouattara inizierà una carriera internazionale nelle istituzioni di Bretton Woods che contribuirà a renderlo un candidato con contatti estesi nel mondo e riconosciute competenze professionali, che gli verranno buone più in là.  

    IVORIETA’, CHIAVE DI TUTTI I MALI – Nel 1994, un fragile Konan Bédié apre una battaglia che finirà per spaccare il paese: quella dell’”ivorietà”, che porta a una modifica del codice elettorale tesa a impedire la candidatura di Ouattara. Ricordiamo che all’interno dell’Africa Occidentale Francofona le frontiere amministrative erano molto labili. Quando i paesi divengono indipendenti, essi si creano frontiere internazionali, e centinaia di migliaia di cittadini non ivoriani risultano residenti in un paese che sappiamo prospero. La comunità più numerosa è quella “burkinabé”, mussulmani del nord, cui appartenevano anche i genitori di Ouattara, l’avversario politico più pericoloso per Bédié. La perniciosa scelta di costui, assecondata dal capo dell’opposizione, Gbagbo, di modificare il codice elettorale per far fuori polticamente Ouattara sarà il fattore che originerà la guerra civile del 2002, dando passo a uno sciovinismo che era sconosciuto nel paese.

    Nel 1995 le elezioni sono boicottate da tutti i partiti d’opposizione. Bédié verrà poi spodestato in un colpo di stato nel 1999, diretto dal generale Robert Guéï. Nelle elezioni del 2000 questi verrà battuto da Gbagbo, ma non accetterà i risultati elettorali prima che inizino degli scontri che l’indurranno a ritirarsi.  

    SCOPPIA LA GUERRA CIVILE – Nel 2002, la profonda divisione tra nord e sud provocata dall’acutizzarsi del dibattito sull’”ivorietà”, che aveva per obiettivo ritirare la cittadinanza a migliaia di persone, porta alla guerra civile tra les Forces Nouvelles, basate a Boauké, e le forze governative. Tra alti e bassi, la guerra continuerà sino al 2007, mantenendo il paese diviso di fatto in due, come rimane oggi.

    Gli accordi di Marcoussis del 2003 vedranno il primo tentativo di ricomporre le differenze tra nordisti e sudisti, mediante l’entrata di ministri della ribellione al governo e l’interposizione di forze militari francesi (operazione Licorne) e della CEDEAO. Ma saranno solo gli accordi di Ouagadougou, simili a quelli di Marcoussis ma conclusi grazie alla mediazione del presidente del Burkina Faso Compaoré che permetteranno di concludere il conflitto armato. Ougadagou include la formazione di un governo d’unità nazionale, diretto dal leader politico dei ribelli, Guillaume Soro, la creazione di un organismo elettorale indipendente, la CENI, la derogazione della legge elettorale del 1994 che aveva tenuto fuori da tutte le elezioni il nordista Ouattara e la tenuta d’elezioni sulla base di un nuovo censimento elettorale che avrebbe dovuto fare chiarezza su chi avesse davvero diritto a votare (la tesi dei sudisti è sempre stata che i nordisti avessero intenzione di occupare il potere facendo votare in massa cittadini del Burkina).

    La Costa D’Avorio, uno dei Paesi potenzialmente più ricchi dell’Africa il cui sviluppo è stato frenato dalla instabilità istituzionale. Presentiamo la figura di Laurent Gbagbo, il Presidente che, dopo aver perso le ultime elezioni, per mesi si è rifiutato di lasciare il potere. Ripercorriamo infine le ultime tappe che portano fino agli eventi degli ultimi giorni

    UN PROCESSO ELETTORALE INFINITO –  Nel frattempo, il mandato di Gbagbo, scaduto nel 2005, era stato prolungato da una risoluzione ONU sino al momento della tenuta di nuove elezioni. La risoluzione crea anche l’ONUCI, contingente dicaschi blu schierato per vigilare il cessate il fuoco. Le Nazioni Unite sono anche incaricate di “certificare” il risultato elettorale, una funzione chiave nello sviluppo della crisi.

    Dal 2007 al 2010 le elezioni sono rinviate infinite volte, a causa del prolungarsi delle operazioni di censimento, rese estremamente complicate dalla carenza di uffici dello stato civile nel nord del paese, dalla distruzione di molti di essi, dalla pratica divisione in due del paese che rende complessa l’obiettività del processo di ricostituzione di tali registri, premessa per la successiva iscrizione nei registri elettorali.

    L’operazione va avanti lentamente, per l’esasperazione sia della comunità internazionale, che finanzia il tutto, compresa una carissima informatizzazione di tutto il processo che ha come obiettivo quello di ricostruire su basi durature lo stato civile del paese che di una popolazione che stenta a capire i tecnicismi d’un processo divenuto bizantino. Il presidente Gbagbo pare non preoccuparsi troppo dei ritardo, installato comodamente com’è al potere e in pieno controllo delle maggiori fonti di divise del paese, situate nel sud. Il suo obiettivo era che si votasse solo quando la lista fosse stata sufficientemente depurata da tutti i casi sospetti di nordisti in modo tale da garantirgli la rielezione.

    FINALMENTE SI VOTA – Dopo l’ennesimo blocco al processo, il presidente della CENI, inviso a Gbagbo, viene destituito. Si giunge finalmente al voto con una lista accettata dai tre principali candidati (Gbagbo, Ouattara, Bédié). Al primo turno prevalgono i primi due candidati (38 e 32%), con Bédié (25%) che invita i suoi elettori a votare Ouattara al secondo turno.

    Diverse le cattive notizie del primo turno per Gbagbo: non solo i voti ottenuti sono meno di quelli che lui prevedesse, ma oltre alla scelta di Bédié, prevista, si rivelano delle tendenze elettorali che non seguono le divisioni etniche, scaricando quindi l’arma della retorica di Gbagbo.

    Per il secondo turno, Gbagbo punterà su un’altro argomento, che userà anche nel dopo – elezioni: si presenterà come il difensore dell’africanità contro un Ouattara venduto ai bianchi (sposato con una francese, a lungo residente all’estero e in buoni rapporti con la comunità finanziaria internazionale). È questo un motivo sempre elettoralmente forte in Africa, usato specialmente da presidenti di lunga data a corto d’altri argomenti (la sua massima espressione ne è Mugabe, ma molti altri l’hanno usata in simili circostanze, lo stesso “re dei re africani” Gheddafi ci ha vissuto per anni).

    UN PERIODO POST–ELETTORALE CONFUSO – Le elezioni andranno in un altro modo: al secondo turno s’impone Ouattara. Così lo proclama la CENI, e lo certificano le Nazioni Unite e le varie misisoni d’osservazione elettorale internazionali, compresa quella dell’UE. Gbagbo, che non aveva mai pensato di poter perdere (da antico oppositore al regime personalista di Houphouët, si era trasformato nel tipico presidente africano convinto d’avere il diritto – dovere di governare sino alla morte), viene preso alla sprovvista e forza il Tribunale Costituzionale, formato da fedelissimi, a rovesciare il risultato elettorale sulla base dell’annulamento selettivo del voto in intere sezioni elettorali del nord. Il tutto viene fatto senza il minimo elemento probante e senza nemmeno seguire i procedimenti previsti dalla legge. La proclamazione della rielezione di Gbagbo è una farsa ma, a differenza di simili farse successe in passato in Africa, non è accettata dalla comunità internazionale che riconosce praticamente in toto Ouattara come presidente legittimo.

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    UNA MEDIAZIONE IMPOSSIBILE – I differenti sforzi di mediazione dell’Unione Africana e le minacce d’intervento militare della CEDEAO, l’organizzazione regionale cui appartiene la Costa d’Avorio, non hanno sortito effetto alcuno su Gbagbo, rinchiuso nel suo palazzo in preda ad autismo e ai suoi proclami di guerra contro il mondo.

    Ouattara, presidente riconosciuto del paese, nomina un governo (diretto da Soro) rinchiuso nell’Hotel Golf di Abidjan, cui si limita la sua giurisdizione e protetto dalle forze ONUCI.

    Finchè Gbagbo riesce a mentenere accesso ad alcuni conti bancari statali può tenersi fedele l’esercito. Gli eventi nel Nordafrica distraggono l’attenzione internazionale da Abidjan, facendo sperare a Gbagbo di potercela fare. Lui perde tempo, ma il congelamento dei conto ivoriani alla banca centrale regionale (BECEAO) e l’embargo internazionale sul commercio ivoriano strangolano Gbagbo.

    LE LEZIONI DELLA CRISI – La comunità internazionale ha fatto bene a appoggiare Ouattara: la sua vittoria elettorale è indiscutibile, e avallare una situazione di fatto avrebbe avuto conseguenze catastrofiche sullo stato della democrazia in Africa, un esercizio ancora in corso. Sicuramente non sarrebbe stata malvista una soluzione consensuale, sulla falsariga dei governi d’unità nazionale creati in Kenya e Zimbabwe per risolvere le crisi elettorali del 2007 e del 2008 rispettivamente. Ma quei governi sono asfittici e non governano, in preda a contraddizioni di fondo. È senz’altro preferibile assecondare l’idea che il risultato delle elezioni si rispetta, un concetto non ancora del tutto acquisito nel continente africano.

    In questo la soluzione delle crisi ivoriana rappresenta un passo avanti, anche se purtroppo non è stato possibile evitare che la situazione si sbloccasse mediante l’offensiva militare delle Forces Nouvelles e l’intervento, su risoluzione ONU, del contingente francese.

    L’alternativa sarebbe stata una nuova sanguinosa guerra civile e la delegittimazione della democrazia elettorale in Africa.

    IL FUTURO DELLA COSTA D’AVORIO – Ovviamente, la crisi ivoriana, così prolungata nel tempo, ha avuto effetti disatrosi sull’economia nazionale, e ci vorrà tempo per superare le ferite di tale conflitto. Gbagbo verrà giudicato in patria, e sarà necessario vigilare sulla correttezza di tale processo. Oggi come oggi pare difficile una soluzione di compromesso tra parti profondamente divise.

    La crisi ivoriana è emblematica delle difficoltà che affronta la democrazia per affermarsi in Africa, tra cultura tribale, gestione personale del potere, debolezza delle strutture statali e retorica populista ”anti bianca”. Il vero problema rimane il modo in cui gli uomini di stato gestiscono il potere, spesso a uso esclusivo del loro clan. Il vantaggio della Costa d’Avorio è la ricchezza del paese, che può rilanciarla rapidamente se usata in modo trasparente.

    È questa la grande sfida di Alassane Outtara, divenuto finalmente presidente diciott’anni dopo la morte di Houphouët. Rilanciare il paese mediante una gestione finalmente democratica e ricostruire la concordia nazionale perduta.

    La crisi ivoriana è stata tutto fourchè una delle qualsiasi indecifrabili crisi africane: è stato un momento di svolta che può marcare in positivo il futuro della democrazia africana.

  • Lo stato della democrazia in Africa

    Lo stato della democrazia in Africa

    Due parole che non possono stare nella stessa frase, o un’impresa possibile? Cosa succede sotto il Maghreb? Proviamo a fare luce sulle possibilità di sviluppo della democrazia nel continente africano, con questo documento in tre puntate. Nella prima, analizziamo il contesto storico e visualizziamo il quadro generale entro cui tenta di instaurarsi la democrazia, tra fatiche, limiti e fallimenti. Ma anche con alcuni sviluppi positivi e incoraggianti

    Anche alla luce di questa fase di grande attenzione nei confronti dei sorprendenti ed inattesi sviluppi politici in Nordafrica, appare importante analizzare lo stato della democrazia in Africa subsahariana, una regione del mondo che e’ probabilmente quella cui si presta meno attenzione dal punto di vista della politica interna, prendendola spesso al contrario come esempio di un fallimento endemico della democrazia.

    CONTAGIO DAL NORDAFRICA? – Può l’onda di proteste che ha sconvolto i paesi arabi del Nordafrica attraversare il Sahara e diffondersi anche nei paesi dell’Africa subsahariana? Qual è il bilancio della democrazia in Africa a una cinquantina d’anni dall’indipendenza e venticinque anni dopo la caduta del muro di Berlino, che tanti cambiamenti ha portato anche nel continente nero?

    Ipotizzando di scrivere questo testo anche solo due mesi fa, in ogni caso era opportuno tenere fuori dall’analisi i Paesi arabi della riva sud del Mediterraneo, che sono sì africani, ma la cui problematica è in gran parte diversa da quella dei loro soci membri dell’Unione Africana (54 paesi in totale con il prossimo arrivo del Sud Sudan).

    I CAMBIAMENTI NELL’AREA MEDITERRANEA – Per quanto riguarda quei Paesi, basti qui sottolineare come la democrazia nel mondo arabo abbia dato sinora scarse prove di sè, riducendosi nella maggior parte dei casi al compimento di riti elettorali privi di valore a causa della scarsa partecipazione (segno di sfiducia degli elettori nel sistema) e delle ricorrenti frodi tese a perpetuare ad aeternum il potere di leader autoritari spesso corrotti ma appoggiati internazionalmente in nome dell’alt agli islamici.

    Il tutto in un contesto di scarse o nulle prospettive di cambiamento: gli ultimi due mesi non hanno mutato queste prospettive, salvo l’ultima. Per un concorso di fattori, le popolazioni tunisina ed egiziana (oltre agli eventi libici tuttora in divenire) si sono ribellate come mai avevano fatto, abbattendo proprio quei regimi che sembravano più solidi (hanno sinora resistito meglio quei paesi, come Marocco ed Algeria, nei quali esiste maggior pluralismo).

    LIMITI DELLA DEMOCRAZIA IN AFRICA – L’Africa subsahariana è spesso presa come l’esempio perfetto di fallimento della democrazia, che sarebbe un vano esercizio a quelle latitudini. Almeno, questo è il sentire comune in Europa. È vero che esistono molti condizionanti che limitano l’espressione democratica in Africa, ma la realtà è più variegata e ci sono stati degli sviluppi positivi per la democrazia africana negli ultimi anni.

    LE INDIPENDENZE AFRICANE – Quando la maggior parte dei paesi africani divennero indipendenti, tra gli anni cinquanta e sessanta, la democrazia elettorale non era considerata una condizione essenziale per i nuovi Paesi. Anche se non mancarono elezioni in quei primi anni, spesso tra partiti definiti in chiave europea e non locale: la politica africana non disponeva di categorie proprie, perchè i processi d’indipendenza presero le potenze coloniali alla sprovvista. Esse non avevano minimamente previsto questa possibilità prima della guerra mondiale e, salvo in pochi casi, non avevano preparato tramite esperienze d’autogoverno una transizione verso l’autonomia dei territori coloniali. La prima preoccupazione dei nuovi stati fu poi di natura economica, più che politica: la chiave del futuro era assicurare agli africani l’accesso alle risorse naturali presenti nei loro paesi, non garantire il funzionamento di una democrazia, concetto poco presente nella cultura atavica africana.

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    I LEADER DIVENTANO DITTATORI – Una volta proclamata l’indipendenza e spariti gli imperi coloniali con l’eccezione di quello portoghese, i leader dei processi d’indipendenza si trasformano poco a poco in capi a vita o vengono deposti in frequenti colpi di stato militari, i cui istigatori si trasformano a loro volta in leader con vocazione all’eternità. Nel quadro della guerra fredda, l’Africa diviene un altro scenario del bipolarismo imperiale, nel quale i Paesi si schierano con Mosca o con Washington a seconda della convenienza e degli appoggi ricevuti. In questo contesto, a pochi importa che sopravviva una parvenza di democrazia elettorale. I partiti protagonisti dell’indipendenza tendono a diventare partiti unici con leader inamovibili, che possono essere rimossi solo mediante colpi di stato.

    I regimi si fanno personali, plutocratici e di polizia. Di democrazia non si parla più in Africa fino al 1989. In alcuni paesi i colpi di stato sono frequenti e l’instabilità perenne. In altri si consolidano regimi che durano decenni attorno ad un leader (Costa d’Avorio, Zaire, Camerun, Malawi).

    CADE IL MURO ANCHE IN AFRICA – La caduta del muro di Berlino cambia completamente il panorama anche in Africa. La sparizione del partner sovietico rende obbligata l’adozione della forma democratica occidentale, divenuta una conditio sine qua non per il mantenimento di rapporti economici privilegiati con le antiche potenze coloniali. Inizia la stagione delle conferenze nazionali, quando l’Africa, un po’ a malavoglia, cerca di costruire quasi dal nulla esperienze di multipartitismo, quando sino a poco prima gli oppositori erano perseguitati.

    Molto spesso, quello che succede è che l’ex-partito unico, convertitosi al multipartitismo per convenienza, s’impone facilmente in elezioni impossibili da vincere per i partiti d’opposizione: i dittatori si trasformano, negli anni Novanta, in presidenti rispettabili eletti in elezioni plurali nelle quali però hanno goduto di tutti i vantaggi e delle risorse accumulate in anni di permanenza al potere.

    L’UOMO FORTE AFRICANO – In questo gioca un elemento importante della psicologia africana, che condiziona parecchio la democrazia nella regione: l’africano tende a rispettare l’uomo forte, traslitterazione del capo villaggio della cultura tradizionale, piuttosto che considerare un suo diritto decidere chi lo debba governare. Per questo motivo di fondo, mentre in Europa dell’Est le prime elezioni multipartitiche videro ovunque la sconfitta dell’ex partito comunista ed il trionfo degli oppositori alla dittatura, in Africa, esse videro generalmente la conferma dell’ex-partito unico che, spogliatosi di una patina superficiale d’ideologia marxista importata, completamente estranea alla cultura africana e trasformatisi in una specie di primus inter pares trionfarono nelle prime elezioni pluraliste (anche se poco aperte).

    Ovvia eccezione il Sudafrica, che nel 1994 celebrò le prime elezioni aperte alle persone di colore e che videro il trionfo di Mandela e della sua ANC. Ma il Sudafrica è paese che ha ben poco a che spartire con i suoi vicini in termini di storia e società (e contrariamente alle previsioni di allora, si è trasformato nella prima democrazia africana). Un altro caso simile a quello del Sudafrica è quello dello Zimbabwe, dove lo ZANU di Robert Mugabe si consolidò al potere, senza però ottenere i risultati brillanti del Sudafrica: vi torneremo, ma senz’altro possiamo dire che Mugabe è molto distante da Mandela.

    Dopo aver esaminato il contesto generale e il quadro storico, entriamo nello specifico su alcune problematiche, che partono dalla ricerca di un “uomo forte”: oltre alla difficoltà dell’alternanza e della condivisione della leadership, che porta a un potere assoluto e a rielezioni pressochè infinite, guardiamo ai fattori etnici, assolutamente determinanti, senza dimenticare il ruolo delle ex-potenze coloniali, spesso tutt’altro che positivo

    Se – come visto nella prima parte dell’analisi – la ricerca dell’uomo forte, del capo supremo è connaturata alla psicologia africana, questa caratteristica ha una serie d’inconvenienti per l’affermazione d’una democrazia piena nel continente.

    IL POTERE NON SI CONDIVIDE – In primo luogo, alimenta il concetto che il potere appartiene ad uno solo, e che non è trasferibile: da qui l’ossessione di molti presidenti africani per perpetuarsi nel potere, sino alla morte. D’altra parte, la fissazione dei presidenti africani con il loro potere assoluto, senza limiti, vanifica il concetto di divisione di poteri, fondamentale per il funzionamento d’una democrazia. Governi, giudiziario, stampa, tutto deve essere sottomesso alla volontà e controllo del leader, che con il tempo tende ad isolarsi sempre più nel suo palazzo, circondato da sicofanti.

    Molte costituzioni africane, ad esempio nell’Africa francofona, sono modellate su quella della V Repubblica francese, ma non portano affatto agli stessi risultati, rimanendo spesso lettera morta quando applicate in un contesto africano.

    L’ALTERNANZA DIFFICILE – Se il potere appartiene per sempre ad un uomo forte, l’alternanza per via delle urne non è vista come un cammino possibile, ma in fondo neanche sempre desiderabile. Spesso in Africa s’apprezza di più la forza di chi ha vinto una guerra che quella di chi saputo vincere delle elezioni: pensiamo alla caduta di Mobutu dopo anni di potere in Zaire. Non portò al potere l’eterno oppositore Tsikehedi, ma Laurent Desirè Kabila, signore della guerra. Allo stesso modo, si può considerare la forza che all’angolano Dos Santos derivò dall’essere il vincitore della guerra civile che l’oppose per anni all’Unita di Savimbi: gli accordi successivi alle prime elezioni tra MPLA e UNITA non poterono mai funzionare, perchè una vicepresidenza come quella concessa allo sconfitto Savimbi non è nulla in Africa. E ancora, la legittimità eterna che la vittoria bellica concede a leader peraltro anche con caratteristiche positive come Kagamé in Rwanda o Museveni in Uganda.

    IL FATTORE ETNICO – Altra anomalia derivante dal potere assoluto nella persona del leader è la natura etnica del consenso politico. Salvo poche eccezioni, i partiti africani sono organizzati, al di là dei loro nomi, non secondo linee ideologiche o programmatiche ma secondo divisioni etniche, perfettamente conosciute ai votanti, che tendono a scegliere il partito della loro etnia o tribù, non il partito di cui preferiscono le idee.

    La democrazia funziona male in caso gli elettori pensino in questo modo: perchè il dibattito fra idee contrapposte non avviene mai, e le campagne elettorali africane ne sono prive. Questo non alimenta un humus, fondamentale in democrazia, di dibattiti o proposte alternative. Prevalgono invece messaggi d’appartenenza etnica e spesso fautori di divisione.

    Male hanno fatto le internazionali politiche ad accettare nel loro seno partiti africani basandosi solo su denominazioni prive di significato o testi di statuti del tutto disattesi nella pratica. Questo le ha trascinate ad appoggiare candidati e partiti che tali appoggi internazionali non meritavano affatto (vedi il caso recente di Gbagbo in Costa d’Avorio).

    In molti casi, la politica africana è quindi etnica e personalista. La gestione del potere segue poi gli stessi parametri:

    _ sovrarappresentazione dell’etnia al potere nei governi, uffici pubblici ed esercito;

    _ discriminazione delle altre etnie, in totale disprezzo alla cultura del merito e della competenza;

    _ conseguente cattivo funzionamento della pubblica amministrazione e sviluppo d’una cultura patrimonialista e di politiche economiche e infrastrutturali non legate a piani coerenti di sviluppo ma alla distribuzione sul territorio delle differenti etnie.

    Questo è particolarmente vero in grandi Paesi, nati a seguito della sparizione degli imperi coloniali ma poco coesi sul piano interno (Nigeria, Camerun, RD Congo) ma anche nei paesi del Golfo di Guinea, dove generalmente esiste una divisione storica di fondo tra etnie della costa (commercianti) e etnie dell’interno (di ascendenza guerriera e economicamente legate all’allevamento e all’agricoltura).

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    IL POTERE ASSOLUTO – Se quindi il potere assoluto è gestito come tale, poco cambia che sia fondato in elezioni o in un conflitto. Una volta che lo si ottiene, non lo si lascia. Essere oppositore in Africa è mestiere ingrato, privo di spazi, ruoli chiari e prospettive di diventare un giorno governante, a meno che non si diano condizioni particolari. Difficilmente si ottengono grandi appoggi, salvo quelli della propria etnia e semmai di qualcun’altra anch’essa emarginata, ma che ambirà piuttosto a gestire essa il potere tramite un suo rappresentante appena possibile.

    RIELEZIONI INDEFINITE – Dal canto loro, i presidenti da tempo al potere, ora eletti, hanno progressivamente eliminato regole costituzionali che li rendevano non rieleggibili o rieleggibili solo una volta. Uno dopo l’altro, vari presidenti hanno ottenuto riforme costituzionali, avallate da poteri non indipendenti a loro soggetti, che hanno trasformato le loro presidenze in monarchie costituzionali. Come monarchie di fatto nonostante la parvenza repubblicana, un’altra tendenza in corso in Africa è quella della successione, alla morte del capo, solo da parte di suo figlio, la cui legittimità può essere o no elettorale, ma è fondamentalmente di sangue. Togo (prima di fatto, e successivamente con elezioni), Gabon (mediante elezioni sospette), RD Congo i casi più recenti. Quest’ultimo fu il caso più sorprendente, dato che Joseph Kabila, figlio di Laurent Desiré, era praticamente sconosciuto fino all’assassinio del padre, ed imposto dall’esercito come successore. Nel 2006, dopo qualche anno al potere, vinse delle elezioni (le prime nella storia del Paese) ed ora le regole sono state modificate in maniera da assicurarne la rielezione nel 2011.

    IL PATERNALISMO COLONIALE – Le ex–potenze coloniali hanno spesso mantenuto politiche poco positive in Africa, sostenendo con frequenza, in nome della realpolitik, uomini forti che poco meritavano tali appoggi, in spregio del loro malgoverno e delle loro dubbiose (o inesistenti) credenziali democratiche, che del resto poco importavano almeno sino agli anni Novanta.

    Troppo spesso gli ex–dittatori si sono trasformati in presidenti eletti in esercizi elettorali che solo a fine anni Novanta sono stati sottoposti a serie osservazioni internazionali (che devono essere credibili e di lungo periodo, non limitarsi a turismo elettorale nella settimana del voto). La politica di cooperazione allo sviluppo, pur necessaria per accompagnare il processo di consolidamento di paesi fragili, troppo spesso è stata ostaggio di malgoverno e corruzione che non erano ignorate ma non sufficientemente combattuti.

    Dopo il contesto generale e il quadro storico, e dopo l’analisi ricorrente di alcune problematiche (alternanza, ricerca dell’uomo forte, divisione dei poteri, fattori etnici, ruolo delle ex-colonie), è il momento di alcuni esempi concreti, sia positivi che negativi. Se in diversi Paesi si registrano passi in avanti significativi (tra gli altri, la prima donna al governo, in Liberia), permangono ancora molte zone d’ombra, tra cui i casi di Zimbabwe e Costa d’Avorio appaiono paradigmatici. E in conclusione, quale futuro per la democrazia in questo continente?

    (Segue. Clicca qui per leggerela prima e la seconda puntata)

    PROGRESSI RECENTI – A partire dagli anni Novanta, diverse cose sono cambiate per il meglio, pur rimanendo aperte le complesse questioni di fondo cui abbiamo accennato sin qui.

    In alcuni casi, il principio dell’alternanza tra governo ed opposizione ha cominciato a farsi strada: il primo caso fu quello del Senegal (2000), quando l’uscente Abdou Diouf accettò la sua non rielezione a favore dell’oppositore di sempre (Wade), al potere da due mandati ma che ora culla l’idea di farsi succedere dal proprio figlio Karim (gli oppositori spesso cambiano idea quando divengono forza di governo).

    Seguirono poi altri casi positivi d’alternanza, normale in altri contesti ma felici novità in Africa: Benin, due volte il Ghana (2000, vittoria dell’opposizione, 2008 ritorno al potere del partito precedentemente sconfitto in elezioni decise per strettissimo margine ma non contestate). In tre occasioni (Mali, Ahmadou Toumani Touré, 1991), Mauritania (Vall 2005) e Guinea (Kounatè) si sono registrati dei casi di colpi militari che al termine di corti periodi di transizione sono sfociati in elezioni libere nelle quali i golpisti non si sono presentati. In Mali, Ahmadou Toumani Touré ritornò al potere mediante elezioni sono anni più tardi, circondato da un’aureola di salvatore della democrazia. Nel caso della Mauritania, purtroppo, la presidenza di Abdallahi fu presto disarcionata da un altro colpo di stato militare, quello di Abdelaziz nel 2008, successivamente legittimato da elezioni cui purtroppo il golpista si presentò.

    In Liberia e Sierra Leone, paesi distrutti da tremende guerre civili, si sono svolte elezioni ragionevolmente trasparenti che hanno portato al potere presidenti civili (in Liberia, la prima donna presidentessa africana, Ellen Johnson Sirlaef).

    Le elezioni nigeriane del 2005 furono una buona notizia, ma quelle successive furono purtroppo molto meno limpide, dimostrando che il progresso della democrazia non è esente da possibili marce indietro. Alcune elezioni recenti sono state particolarmente significative, e non sono state necessariamente portatrici di buone notizie.

    OMBRE RECENTI – In Kenya, Paese nel quale era avvenuta nel 2002 una transizione indolore, l’ex–oppositore Kibaki fece di tutto per farsi rieleggere nel 2007. La sua frettolosa proclamazione come vincitore a conteggio non ancora finalizzato e in presenza di margini strettissimi nei confronti del suo oppositore Odinga, che avrebbero consigliato maggiore prudenza, provocò un inizio di guerra civile, in seguito bloccata per la mediazione di un gruppo di esperti internazionali, che consigliò al Paese l’adozione di una riforma costituzionale che creasse un posto di primo ministro da assegnare allo sconfitto. I risultati dell’elezione non erano chiari, e nella confusione succeduta alla proclamazione di Kibaki molte schede furono bruciate, rendendo impossibile un riconteggio.

    In Zimbabwe, nel 2008, il “padre della patria” Robert Mugabe rifiutò d’accettare la sua sconfitta elettorale al primo turno ad opera di Morgan Tsvangirai. Autorità elettorali partigiane dichiararono necessario, in disprezzo d’ogni evidenza, un secondo turno, in attesa del quale i militante dello ZANU di Mugabe si dedicarono ad intimidare (e spesso ad uccidere) i militanti dell’opposizione. Alla fine Tsvangirai si ritirò per evitare ulteriori spargimenti di sangue. Risultato: un Presidente sconfitto nelle urne riusciva a mantenersi alla presidenza, tra l’altro sostenuto nella sua pretesa dalla maggior parte dei suoi colleghi africani, che rispettano molto l’anzianità al potere ostentata da un Mugabe.

    La crisi dello Zimbabwe è tra le più gravi. Il malgoverno di Mugabe, che ha portato il Paese – un tempo prospero – alla bancarotta, è potuto proseguire mediante una riforma costituzionale appoggiata dalla comunità internazionale, che ha offerto allo sconfitto un posto, di fatto onorifico, di primo ministro. Ma come si è già visto, in Africa il potere lo gestisce spesso una sola persona, e immaginare soluzioni sulla carta impeccabili serve a poco, perchè la divisione dei poteri non è di facile applicazione nel continente.

    Sostenere soluzioni di questo tipo ha il pregio di evitare sanguinose guerre civili, ma il difetto di assecondare l’idea che comportarsi da prepotenti, frodare e intimidire gli avversari alla fine si traduce nel mantenere in un modo o nell’altro il potere: la prepotenza paga, e non è un bel messaggio. Sarebbe molto meglio appoggiare le democrazie africane introducendo su vasta scala, e non solo come eccezione, il principio sacrosanto dell’accettazione del risultato elettorale, quand’anche fosse di corta misura (le elezioni ghanesi del 2008 sono apparse un buon esempio in merito).

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    LA CRISI IN COSTA D’AVORIO – L’attuale crisi della Costa d’Avorio è emblematica rispetto alle ambiguità sin qui mostrate. La crisi ivoriana richiederebbe centinaia di pagine per essere descritta compiutamente, e potrebbe rappresentare bene la complessità africana in tutte le sue dimensioni.

    Un Paese stabile e prospero sotto il padre dell’indipendenza Houphouet Bigny, alla sua morte nel 1992, senza successore, entra in una deriva che lo porta alla guerra civile, con conseguente instabilità e decadenza. L’oppositore di sempre Laurent Gbagbo ottiene finalmente, non senza difficoltà, una vittoria elettorale nel 2000. Scaduto il suo mandato nel 2005, la divisione tra nordisti e sudisti si accentua sino al punto di rendere impossibili elezioni sino alla fine del 2010. Il contenzioso è il censimento elettorale in un Paese erede dell’Africa Occidentale Francese e dalle frontiere porose. Il censimento elettorale più lungo e caro della storia avrebbe dovuto portare ad elezioni finalmente limpide. Questa era la speranza di tutti, affinchè la normalità potesse tornare in un Paese dal grande potenziale.

    Purtroppo, i risultati del secondo turno del 29 novembre 2010 tra l’uscente Gbagbo ed il suo avversario Ouattara non sono stati accettati dal primo, che nonostante l’evidenza della sconfitta, dichiarata dalle autorità elettorali e certificata da Nazioni Unite e da tutti gli osservatori internazionali, ha rifiutato di lasciare il palazzo presidenziale e, forte d’un pretestuoso controconteggio della Corte Costituzionale a lui asservita, ha proclamato il risultato opposto. Ora la Costa d’Avorio ha due Presidenti e due governi, uno riconosciuto da tutta la comunità internazionale, l’altro detentore del potere di fatto. Per l’ostinazione cieca d’un uomo, il Paese è di nuovo alle porte della guerra civile. Tra l’altro, il voto ivoriano è particolarmente interessante, dato che, in maniera eccezionale, non aveva seguito le linee etniche, sconvolgendo le previsioni del presidente uscente.

    CONCLUSIONI – Si sono sin qui analizzate alcune delle caratteristiche che rendono complessa l’applicazione piena della democrazia in Africa. È ovviamente un work in progress, ma non si dovrebbe fare l’errore di dare l’impresa per impossibile ed accettare il ricatto dei prepotenti, interessati a che nulla cambi. In pochi hanno il coraggio di non dichiararsi democratici: appare importante però identificare meccanismi che permettano di sostenere le emergenti democrazie africane (osservazione elettorale, internazionale ma anche nazionale; sostegno ai partiti politici, ai media, al sistema giudiziario, ad autorità elettorali indipendenti, alla società civile; condizionalità della cooperazione al buongoverno e dalle riforme economiche nell’interesse generale). Purtroppo, la crescente influenza cinese in Africa, in cerca di penetrazione economica (materie prime) costituisce un’alternativa che ai leader africani piace, perchè non richiede impegni in termini di democrazia e rispetto dei diritti umani. I buoni esempi, anche se ancora minoritari, non mancano, ed i giovani africani meritano d’essere sostenuti e non scoraggiati, in un’epoca nella quale la gioventù araba ha dato a tutti una grande lezione.

    I tempi non sono ancora maturi per una piazza Tahrir africana, ma la democrazia dev’essere il futuro anche dell’Africa, perchè i risultati di cinquant’anni di natura diversa non provano affatto che l’Africa abbia identificato una miglior forma di governo.

  • Nuovi venti d’integrazione in America Latina

    Nuovi venti d’integrazione in America Latina

    Il recente vertice tra Unione Europea ed America Latina di Madrid (17-19 maggio), forse passato un po’ inosservato a causa dei contemporanei problemi finanziari dell’Ue e la situazione specialmente delicata della Spagna, presidente di turno, è invece stato particolarmente importante per una serie di decisioni prese che danno una svolta alla politica europea nei confronti di una regione latinoamericana che si trova in un momento complesso, ma anche molto dinamico.
    E ormai lontana l’epoca nella quale l’America Latina veniva considerata una semplice periferia statunitense, alle prese con dittature, debiti endemici, povertà, bassa crescita economica, costante confusione istituzionale.
    Passato il decennio perduto degli anni ottanta, le riforme intraprese dalla maggioranza dei paesi latinoamericani negli anni novanta hanno avuto generalmente successo, anche se i miglioramenti sociali avvenuti sono rimasti inferiori a quelli macroeconomici: alla fine del XX secolo, il debito sociale aveva sostituito quello finanziario che la regione aveva patito nei vent’anni precedenti.

    Un decennio più tardi, molte cose sono cambiate in America Latina: il Brasile è definitivamente emerso come quella potenza regionale e globale che ha sempre voluto essere, dimostrando al mondo che la crescita economica può andare unita alla redistribuzione della ricchezza anche nel contesto latinoamericano; gli Stati Uniti non sono più il fratello maggiore in grado di dettare le regole del gioco; l’ALBA è divenuto un modello di riferimento alternativo, pur pieno di contraddizioni. La Cina si fa sentire nella regione, specie come acquirente di materie prime ma anche come investitore. Persino la Russia e l’Iran, tramite la loro alleanza con il Venezuela bolivariano, fanno capolino. Al tempo stesso, il Brasile consolida la sue presenza extra-regionale, in primis in Africa ma facendo sentire il suo peso in tutti gli scenari: G-20, OMC, accordo nucleare con Iran e Turchia. Il Cile raggiunge il Messico nell’OECD.

    E non dimentichiamo poi che, nonostante tutto, l’Europa è ancora un investitore importante, se non il primo, nel complesso dell’America Latina: capitali spagnoli e portoghesi, ma anche tedeschi, francesi e italiani (secondari gli interessi britannici). E l’Ue è il primo partner commerciale di buona parte dell’America Latina.
    Insomma, gli scenari regionali sono molto cambiati rispetto ad un decennio fa, ed anche le prospettive che i cittadini latinoamericani possono nutrire rispetto al proprio futuro.
    Gli scenari dell’integrazione regionale latinoamericana sono anch’essi cambiati nel corso degli ultimi anni: l’America Latina non è estranea a tentativi d’integrazione regionale sulla falsariga europea. Anzi, il Mercado Común Centramericano e la Comunidad Andina nacquero immediatamente dopo il Trattato di Roma. In entrambi i casi però, i progressi nell’integrazione sono stati molto limitati, e se l’obiettivo è sempre stato quello di seguire l’esempio europeo, in realtà tanto il blocco centroamericano che quello andino non sono mai riusciti a creare al loro interno quella dinamica virtuosa che, tramite l’eliminazione progressiva delle barriere commerciali e la successiva creazione di una politica commerciale comune, hanno fatto talmente progredire l’integrazione europea sino all’adozione di una moneta comune.

    Nel caso andino (Bolivia, Colombia, Ecuador, Perù, il Venezuela si ritirò nel 2006) si crearono istituzioni modellate su quelle europee, ma non si è mai raggiunto lo stadio di unione doganale, per la quale è necessaria l’esistenza di un dazio esterno comune, e quindi d’una politica commerciale unificata (obiettivo raggiunto dall’allora CEE nel 1968).
    Nel caso centroamericano, potremmo dire che non è stato raggiunto nemmeno lo status di area di libero commercio, visto che sono ancora numerosi gli ostacoli alla libera circolazione dei prodotti tra i cinque paesi membri (Costa Rica, El Salvador, Guatemala, Honduras e Nicaragua).
    Nel caso dei paesi del Cono Sud, il Mercosur (Argentina, Brasile, Paraguay, Uruguay), nato nel 1999 con il Trattato di Asunción, pur adottando un approccio poco istituzionale e del tutto intergovernativo, avanzò parecchio nel corso dell’ultimo decennio del XX secolo.
    Il Mercosur adottò un dazio esterno comune, pur imperfetto, già nel 1994, e le cifre dimostrano che i volumi commerciali intra-regionali crebbero impetuosamente almeno sino alla crisi argentina del 2001 – 2002, rappresentando un importante pilastro per lo sviluppo economico dei suoi paesi membri e soprattutto del Brasile di Cardoso (1994 – 2002) е dell’Argentina di Menem (1989-1999).

    La tremenda crisi argentina del 2001, causata dall’impossibilità per l’Argentina di mantenere il cambio 1:1 con il dollaro, che era il perno della politica dell’allora ministro dell’economia Cavallo, venne a rallentare lo sviluppo del blocco, tanto dal punto di visto istituzionale come commerciale. Troppo lo squilibrio tra un Brasile sempre più solido ed un’Argentina in preda al caos ed in grave ritardo nel proprio processo di modernizzazione economica, processo certo non ulteriormente avanzato nemmeno durante le successive presidenze Kirchner e Fernández, che hanno visto al contrario un risorgere del nazionalismo economico.
    Il promettente Mercosur degli anni 90 è quindi divenuto il Mercosur stagnante dei primi anni 2000, bloccato nel suo sviluppo interno: mentre l’Argentina si dibatteva con le proprie (infinite) crisi, il Brasile si faceva i muscoli sfruttando il suo enorme potenziale economico negli anni di Lula, divenendo un attore di prima grandezza dello scenario internazionale senza avere più bisogno del Mercosur come veicolo d’espansione.
    Esistono alcune ragioni generali per spiegare il relativo fallimento dell’integrazione economica in America Latina: da una parte, la complementarità relativamente bassa all’interno degli spazi economici centroamericano ed andino, anche se questo fattore non è d’applicazione nel caso del Mercosur.
    L’esistenza poi, sino ai primi anni novanta, di scenari economici non virtuosi (debito, iperinflazione) che rendevano impossibile un’integrazione tra economie in crisi. Anche il poco sostegno dato dagli Stati Uniti ai processi d’integrazione regionale sino agli anni novanta non contribuì a rafforzarli: Washington ha sempre guardato con sospetto a processi che possano rafforzare la coesione tra i propri partner, come dimostra anche la riluttanza degli USA a concludere accordi con regioni anzichè con paesi.
    Fu invece l’apparizione dell’Unione Europea in America Latina negli anni novanta (politica lanciata dall’allora commissario europeo Manuel Marín) che dette uno stimolo all’integrazione regionale latinoamericana, mediante la proposta formulata ai tre blocchi di concludere accordi commerciali biregionali con ognuno dei tre blocchi quando i progressi nei rispettivi processi d’integrazione lo permettessero (essenzialmente, quando si fossero dotati anch’essi d’un dazio esterno comune).
    Lo scadente stato delle infrastrutture regionali è stato causa ed effetto della scarsa integrazione: l’esempio europeo dimostra che i fondi strutturali fecero moltissimo per rafforzare l’integrazione.
    Un’altra difficoltà per l’integrazione regionale deriva dalla riluttanza dei governi latinoamericani nei confronti d’ogni possibile cessione di sovranità allo stile europeo: l’integrazione è vissuta come un processo di pura politica estera, non avendo mai raggiunto in nessun caso una massa critica paragonabile alla dimensione comunitaria che conosciamo in Europа.
    Inoltre, gli organismi regionali latinoamericani sono sempre rimasti esclusivamente economici, senza mai assumere, o pretendere di farlo, un ruolo politico, come quando l’Ue venne a completare la CEE. La dimensione politica americana è sempre stata rappresentata dall’OEA, un organismo diplomatico classico, strettamente intergovernativo e dalle competenze abbastanza limitate. L’OEA fu cassa di risonanza statunitense sino agli anni 90, sino a divenire più variegato a partire dalla fine del secolo per ragioni che analizzeremo più avanti.

    Il primo decennio del nuovo millennio ha cambiato sostanzialmente le carte in tavola: i paesi che sono riusciti a portare avanti ambiziose riforme economiche ed a sostenerle nel tempo si sono rafforzati, entrando nel club degli emergenti (in primis il Brasile, ma anche il Messico, grazie al rapporto con gli USA, il Perù e senz’altro il Cile, che ha perseguito un modello di sviluppo improntato al liberalismo economico ed alla conclusione d’accordi commerciali con tutti i principali attori economici internazionali). Altri, come l’Argentina, hanno caracollato. Il gruppo della ALBA (Alternativa Bolivariana de las Américas) hanno intrapreso un altro cammino, finanziato soprattutto dal petrolio venezuelano: quello di un neo – statalizzazione dell’economia, fondata su un’ideologia sud – sud con toni anti-capitalistici.
    Sono parte dell’ALBA, il cui nome è in voluta contrapposizione all’ALCA (Asociación de Libre Comercio de las Américas, un tentativo infruttuoso d’integrazione economica panamericana pilotato dagli Usa arenatosi da anni) i seguenti paesi: Venezuela, Cuba, Bolivia, Ecuador, Nicaragua, Dominica. Antigua y Barbuda, San Vicente y las Granadinas.

    L’ALBA volutamente rifugge gli schemi classici dell’integrazione “liberale”, per proporre un altro modello, quello dell’integrazione tra popoli sulla base di progetti comuni, quali lo scambio di medici, insegnanti, modelli educativi, prodotti (petrolio) non su basi di mercato ma sovvenzionati a prezzi stabiliti dai governi. Il motore politico dell’ALBA è l’ideologia bolivariana di Chávez (el Libertador, integratore d’America ante litteram), saldata con il castrismo ed impregnata d’antiamericanismo. Il motore economico (od il combustibile) il petrolio venezuelano distribuito generosamente negli anni in cui l’oro nero ebbe corsi molto alti.
    La sfida dell’ALBA, cui senza appartenere guarda con simpatia anche l’Argentina di Cristina Fernández, è quella di proporsi come un modello alternativo d’organizzazione politica, economica e sociale, improntata su leader forti dal discorso molto populista, eletti in elezioni formalmente corrette ma svoltesi in una clima di sempre maggiore asfissia delle oppоsizioni, ed un notevole statalismo economico.
    All’interno dell’America Latina, lo sviluppo di un blocco che pretende di rompere con i modelli che guidarono le riforme economiche degli anni novanta ha portato ad una certa frattura dello scenario politico, nel quale si delineano tre gruppi; oltre all’ALBA, i paesi chiaramente liberali, che rifuggono le tentazioni neo populiste (Colombia, Perù, Costa Rica, Panama) e quelli con governi d’ispirazione socialdemocratica latinoamericana, i cui modelli sono il Brasile di Lula ed il Cile della Bachelet, recentemente sostituita da un Piñera sì liberale ma che non sembra aver intenzione di sovvertire il modello economico consensuale prevalente in quel paese andino. L’Argentina parrebbe ispirarsi a quei modelli, ma con molte contraddizioni e tentennamenti. Uruguay, El Salvador e Guatemala hanno anch’essi governi d’ispirazione socialdemocratica.

    Che riflessi hanno avuto questi movimenti profondi sulla geografia dell’integrazione politica ed economica? L’OEA è non più espressione degli interessi diretti degli USA, i quali hanno sostanzialmente dimenticato la regione negli anni Clinton e Bush. Però, a causa delle divisioni interne delineate sopra, essa è divenuto un organismo abbastanza inefficace a far fronte alle crisi regionali di natura politica (Honduras) o alle emergenze tipo Haiti.
    Il segretario generale Insulza è stato recentemente rieletto più per mancanza d’alternative che per vera convinzione, e molti paesi, pur votando per lui, hanno espresso il bisogno di dare un’importante sterzata all’organizzazione, per renderla più efficace.
    Nel 2008 nacque l’UNASUR (Unión de las Naciones Suramericanas), con l’obiettivo d’integrare tutte le nazioni dell’America del Sud in un solo processo d’integrazione emisferica sia politico che economico, che unisca agli acquis economici del Mercosur e della Comunità Andina una nuova piattaforma politica. Il blocco è stato sinora caratterizzato, a causa della colorazione di sinistra della maggioranza dei governi della regione, da una certa orientazione a sinistra, pur con le ovvie differenze, già analizzate, tra paesi ALBA e paesi moderati. L’UNASUR nacque da un’idea sostanzialmente brasiliana: Brasilia ambiva divenire un leader continentale sulla base d’una piattaforma più ampia del barcollante Mercosur.

    UNASUR ha appena eletto come segretario generale l’ex-presidente argentino Kirchner.
    Esiste poi dal 1986 il Gruppo di Rio, cui appartengono tutti i paesi latinoamericani: nato come foro regionale eminentemente politico avente come obiettivo il consolidamento della democrazia in un decennio nel quale i paesi latinoamericani passarono dalle dittature alla democrazia, è alla ricerca di una nuova agenda, una volta conclusa sostanzialmente con successo quella transizione.
    Da qui la recente creazione della Comunità degli Stati Latinoaemricani e dei Caraibi, nata nella cosidetta Cumbre de la Unidad di Cancún (febbraio 2010); formalmente una riunione del Gruppo di Rio, ampliata però agli
    stati caraibici. La nuova Comunità, le cui specificità verranno definite nel prossimo biennio, viene a costituire un’organizzazione panamericana priva di USA e Canada, ed è vista da alcuni (ALBA) come un’alternativa all’OEA, da altri come un suo complemento.
    Scenari complessi ed in movimento, che vale la pena seguire perché riflettono le differenze esistenti nel dibattito regionale su temi d’importanza globale come la crisi economica, la delinquenza ed il narcotraffico, la corsa al riarmo (particolarmente acuta in America Latina nell’ultimo periodo ed oggetto di dibattito nell’ultima assemblea dell’OEA), la lotta alla povertà ed all’esclusione. Tutti temi su cui i paesi latinoamericani hanno interesse a confrontarsi ed elaborare ipotesi di soluzione comune.

    Per quanto riguarda il ruolo dell’Unione Europea, nonostante i notevoli interessi economici in gioco, la strategia di concludere accordi biregionali con i tre blocchi principali si è trascinata per anni, in parallelo anche con la Ronda dello Sviluppo di Doha (DDA) senza poter portare a risultati probanti, anche a causa della sostanziale asimmetria dei negoziati, mantenuti tra un blocco di 27 paesi davvero integrati sotto la leadership di un organo comune, la Commissione, e gruppi di paesi tra loro divisi e rappresentanti di mercati non veramente integrati.
    Il negoziato Ue – Mercosur si arenò già nel 2002, venendo poi data priorità al negoziato multilaterale OMC (DDA). Quello con la Comunità Andina si arenò più recentemente a causa del disaccordo di fondo con la natura dell’accordo prima del Venezuela, poi di Bolivia ed Ecuador.
    Il recente vertice di Madrid ha portato, come dicevamo all’inizio, a risultati molto significativi. Infatti:
    – Vengono rilanciati i negoziati per un accordo d’associazione (AA) tra Unione Europea ed il Mercosur.
    – A fronte dell’impossibilità di negoziare un accordo biregionale con la Comunità Andina, si sono concluse i negoziati per la conclusione di accordi commerciali bilaterali con Perù e Colombia.
    -Si concludono i negoziati per un accordo d’associazione (AA) tra Unione Europea, America Centrale e Panama.

    Quest ultimo accordo raggiunto a Madrid segna la conclusione del primo accordo d’associazione (politico, commerciale e di cooperazione) concluso tra due blocchi regionali. Anche se sostanzialmente ignorato, a causa del peso economico relativo della regione centroamericana, dai media europei (non da quelli centroamericani), l’accordo merita, per la novità che rappresenta, l’attenzione di riviste più specializzate.
    Al di là del potenziale commerciale, l’AA Ue – AMCP è di natura diversa dal CAFTA, concluso dai paesi della regione nel 2005, che era una sommatoria di accordi bilaterali tra tali paesi e gli USA, senza dimensione regionale. Il suo principale atout è il rafforzamento della sempre vacillante
    dimensione regionale centroamericana, con effetti benefici non tanto sul commercio e gli investimenti bilaterali (che pure esisteranno), quanto sulla crescita economica in questa regione ancora povera ed estremamente esposta alla violenza ed al narcotraffico. Se questi
    temi sembrano lontani dagli interessi italiani, pensiamo alle ripercussioni dell’agenda globale ed alla crescente presenza in Europa delle gangs centroamericane, che preoccupano anche il governo italiano, che ha recentemente ospitato a Roma un convegno su questo tema.

    Simon Bolivar

    L’Italia è poi osservatore del SICA (Sistema de Integración Centroamericana) ed il Presidente Berlusconi ha recentemente partecipato a Panama all’ultimo vertice di questo organismo, ricambiando la visita del Presidente panamense Martinelli. Le imprese italiane non dovrebbero rimanere indifferenti a queste nuove opportunità che si aprono in America Centrale.

    Il nuovo accordo prevede periodi asimmetrici per l’eliminazione dei dazi doganali, e costituisce un accordo completo, in linea coi dettami dell’OMC. L’America Centrale s’impegna a completare il proprio processo d’integrazione, sino all’adozione d’un dazio comune, nei prossimi anni, anche se l’accordo entrerà in vigore già prima, al termine del processo di ratifica.
    In conclusione, l’America latina è cambiata molto in questi anni, ed anche se i risultati delle riforme economiche sono variabili, il rafforzamento della democrazia è indubbio, anche se crisi come quella dell’Honduras e la sfida dell’ALBA sono venute ad aprire nuovi fronti.
    La geografia dell’integrazione sta cambiando, obbedendo ai nuovi venti politici che spirano nella regione (anche l’amministrazione Obama mostra un certo interesse, ed un nuovo tocco). L’Unione Europea ha rettificato alcune sue politiche precedenti, adattandolo alla nuova realtà. Questo il principale risultato del vertice di Madrid, che non va affatto sottovalutato.

  • Il Brasile dopo Lula

    Il Brasile dopo Lula

    Il primo turno delle elezioni presidenziali brasiliane non ha ancor svelato il nome del vincitore finale, ma le probabilità che la candidata appoggiata da Lula, la sua ex-ministra Dilma Rousseff PT, (Partido dos Trabalhadores) s’imponga al secondo turno su José Serra, candidato dell’oppositore PSDB (Partido da Socialdemocracia Brasileira) sono notevoli.

    La ragione per cui Dilma, che ha ottenuto 47.651.434 voti (46.91%) al primo turno, praticamente gli stessi che aveva avuto Lula nel 2006, non è riuscita ad imporsi al primo turno come i sondaggi indicavano sino a poche settimane fa, è stata l’emergenza impetuosa della candidata ecologista Marina Silva, senatrice dello stato amazzonico di Acre ed ex-ministra dell’Ambiente di Lula dal 2003 al 2008. Marina, che ruppe, con Lula contestandone la poca attenzione ai temi dello sviluppo sostenibile, specie in Amazzonia, ha ottenuto 19.636.359 voti, corrispondenti ad un 19,33% ben superiore a quanto previsto dai sondaggi e del 6.5% ottenuto dalla candidatura di Heloisa Helena nel 2006, paragonabile alla sua (cioè alla sinistra di Lula).

    Marina è stata probabilmente avvantaggiata dai recenti scandali sorti nell’entourage immediato di Dilma e dall’appoggio delle chiese evangeliche, potentissime elettoralmente nel religioso Brasile (a Dilma hanno nuociuto le sue posizioni in favore della libera scelta in materia d’aborto). José Serra, l’ex-ministro della Sanità di F.H. Cardoso e candidato sconfitto da Lula al secondo turno nel 2002, ottiene 33.132.283 voti, pari al 32,61%. Sette punti in meno di Alckmin, candidato del PSDB nel 2006, e più o meno gli stessi voti che ottenne al secondo turno nel 2002 (ma allora votarono 25 milioni di persone in meno). Questo risultato non si traduce però nella temuta débâcle del partito tucano, che ottiene successi importanti nelle elezioni statali, imponendosi nei due stati – chiave di São Paulo e Minas Gerais, nei quali i candidati eletti superano nettamente i consensi ottenuti in loco da Serra.

    Due considerazioni elettorali: il Brasile ha dimostrato ancora una volta di disporre di una delle macchine elettorali più efficienti al mondo, capace di far votare elettronicamente 111 milioni di persone (la terza popolazione elettorale al mondo, dopo India e Stati Uniti e leggermente superiore ai 104 milioni di votanti dell’ultima elezione indonesiana) in maniera ordinata, senza contestazioni e con pubblicazione di risultati definitivi e non contestati nel giro di poche ore. Elezioni che tra l’altro non erano solo presidenziali, ma anche statali (governatori di 27 stati), parlamentari e comunali (i municipi in Brasile sono 5565).

    Ebbene, la macchina elettorale brasiliana ha funzionato ancora una volta benissimo, suscitando molte invidie anche in paesi del Nord del mondo. C’è solo da complimentarsi e studiare l’esperienza brasiliana in materia (pensiamo alla diffidenza con cui si guarda al voto elettronico in Europa).

    D‘altro canto, gli elettori brasiliani hanno confermato una partecipazione superiore all’80%, elevata in termini internazionali, che dimostra la loro fiducia nel sistema, a fronte di tassi di partecipazione quasi sempre calanti nelle democrazie cosiddette mature.

    In entrambi i casi, si tratta di buone notizie.

    La chiave del secondo turno saranno ovviamente i votanti di Marina Silva, che però dovrebbero propendere soprattutto verso Dilma Rousseff: sembra davvero difficile che Serra possa recuperare lo svantaggio accumulato, se teniamo conto anche del profilo ideologico dei candidati.

    Le prime dichiarazioni post-elettorali sembrano preannunciare una Dilma più centrata su messaggi propri, che la distinguano da Lula pur nella continuità delle sue politiche.

    Dilma, che nonostante il suo passato guerrigliero che l’ha anche portata in carcere durante la dittatura militare, non è in politica da molto, fu nominata da Lula come ministro “tecnico” all’Energia nel suo primo mandato, per poi passare all’assai più politica “Casa Civil“ (una specie di capo gabinetto, incaricato del coordinamento del governo).

    Da quel posto Dilma è stata catapultata con insistenza da Lula alla candidatura presidenziale per la coalizione che ha appoggiato il presidente uscente, composta da 11 partiti. Oltre al PT, l’altro partito chiave nella coalizione è il PMDB (Partido do Movimento Democrático Brasileiro), erede del partito che si impose con Tancredo Neves nelle prime elezioni post – dittatoriali e che, pur non presentando da molti anni un candidato proprio alle presidenziali continua ad essere il primo partito nazionale per numero di eletti. Il PMDB è stato rappresentato nel ticket presidenziale da Michel Temer, una vecchia volpe della vita parlamentare brasiliana (Dilma, 62enne, non aveva mai concorso ad alcuna elezione).

    La campagna elettorale di Dilma ha puntato sinora esclusivamente su un’identificazione totale con Lula, che si è impegnato al 100% al lato della sua prescelta (prendendosi anche cinque multe dalle autorità elettorali per partecipazione non imparziale nella campagna elettorale) ed è arrivato a dire che votare Dilma era come votare per lui, che non poteva ripresentarsi (ed avrebbe stravinto se lo avesse potuto fare…).

    Dilma ha probabilmente interesse a differenziarsi un poco dal presidente uscente in vista del secondo turno, pur confermando il messaggio di continuità con l’operato del presidente più popolare della storia del paese, che lascia la carica con indici d’approvazione dell’80%.

    Un indicatore significativo dello straordinario successo politico di Lula è il fatto che nessuno dei tre principali candidati, che hanno raccolto insieme il 99% dei voti, abbia osato criticare il presidente uscente: tutte e tre le candidature si presentano come di centro- sinistra, progressiste ma rispettose dei fondamenti del mercato: esattamente la ricetta che Lula ha saputo cucinare magistralmente nei suoi otto anni, divenendo un riferimento mondiale e regionale.

    Proprio la sintonia assoluta con Lula è stato il principale vettore della candidatura di Dilma, una manager più che una politica, fedelissima al suo mentore agli occhi degli elettori.

    E proprio la poca chiarezza di Serra nel differenziarsi dalla socialdemocrazia di Lula (non dimentichiamo che Serra è esponente autorevole proprio del partito socialdemocratico, che con F.H.Cardoso nel 1994 – 2002 avviò quelle riforme strutturali poi portate avanti da Lula nel suo periodo) lo ha penalizzato. Il poco magnetismo personale del pur competente Serra, che ebbe successo sia come ministro della Sanità con Cardoso che successivamente come Governatore dello Stato di San Paolo, (il più importante del Brasile, con un peso economico di molto superiore ad ogni altro paese d’America del Sud) ha poi contribuito a limitare il suo consenso elettorale, che come abbiamo visto non ha spiccato il volo rispetto a precedenti appuntamenti elettorali.

    Che Brasile si ritroverà a governare il successore di Lula? Su questa rivista abbiamo seguito con attenzione la politica brasiliana dal 1994. L’articolo che commentò l’elezione di Cardoso nel 1994 s’intitolò “Il Brasile di Cardoso tra speranze ed incertezze”. I successivi sempre allusero alle fragilità del sistema brasiliano, da sempre caratterizzato da un grande potenziale mai pienamente realizzato. Come si soleva dire scherzosamente in Brasile: il nostro è il paese del futuro, e… sempre lo rimarrà.

    Gli ultimi sedici anni sono stati caratterizzati da una chiarissima linea direttrice, che, poggiando sulle riforme economiche portate avanti da Cardoso, che permisero al paese di sconfiggere l’iper-inflazione degli anni ottanta e la cronica instabilità finanziaria, e poi a Lula di approfondire l’azione sociale senza volgere le spalle al rigore economico.

    Il Lula-spauracchio divenne col tempo un candidato accettabile da parte delle élites economiche e poi il migliore gestore possibile del paese emergente: attento non solo all’azione sociale, ma anche ai fondamentali necessari per la crescita economica, necessaria per promuovere quelle riforme sociali di cui un paese per secoli rimasto un campione assoluto di diseguaglianza aveva tremendamente bisogno.

    La sensazione degli anni di Cardoso fu che si fece molto per modernizzare l’economia e la gestione della cosa pubblica, ma non abbastanza per i due terzi meno abbienti del paese.

    Negli anni di Lula, il cocktail sapiente tra economia e sociale, tra nazionalismo economico e mercato, tra progressismo e rigore ha permesso al paese di approfittare a fondo delle ottime condizioni esistenti nell’economia mondiale prima della crisi: il Brasile, paese industriale competitivo ma anche importantissimo esportatore di prodotti agricoli e materie prime, ha alimentato una crescita economica impetuosa che anche nel 2010 si assesterà intorno all’8%. In questi anni, il Brasile ha poi anche avuto la fortuna di localizzare importantissime riserve di petrolio off-shore, gestite oculatamente dall’impresa statale Petrobras.

    I due fattori trainanti dell’economia brasiliana sono stati da un lato l’espansione del mercato interno, mediante oculate politiche di trasferimento di reddito che hanno permesso a ben venti milioni di persone d’abbandonare la povertà per entrare nella classe media: una delle migliori performance mondiali, comparabile solo a quanto ottenuto da Cina ed India, gli altri due BRIC cui il Brasile si può paragonare.

    Tali politiche sono state accompagnate da una pianificazione economica leggera, un grande sforzo infrastrutturale ed un miglior equilibrio nella gestione delle differenze tra i diversi stati che compongono quest’immenso paese.

    Il secondo fattore-chiave, che può costituire anche il tallone d’Achille del Brasile se non valutato nella sua importanza, è il notevole peso che hanno avuto le esportazioni di prodotti primari ed energetici, specie verso i paesi emergenti. Il Brasile è molto lontano dall’essere dipendente dalle esportazioni di materie prime, come del resto anche la crescita nel 2010 dimostra, ma sarebbe pericoloso dimenticare quanto nella crescita economica brasiliana abbiano pesato gli elevati corsi delle materie prime prima della crisi del 2008 e l’insaziabile sete di risorse da parte dei paesi emergenti. Questo sì, il Brasile di Lula non è incorso nell’errore di tanti altri paesi dotati di risorse, che finiscono per diventare un ostacolo per la crescita economica, ma ha saputo usarle al meglio per modernizzare il paese.

    Negli anni di Lula si è definitivamente avverata quella che era da anni l’aspirazione del Brasile, quello di divenire una potenza con status mondiale: la stabilizzazione finanziaria (non dimentichiamo che Lula dovette firmare, prima d’essere eletto nel 2002, una dichiarazione d’intenti con l’FMI per assicurarne l’ortodossia economica: ebbene, durante il suo mandato non solo si sono estinti i debiti con il Fondo monetario, ma addirittura il Brasile ha partecipato al piano di salvataggio della Grecia, diventandone paese creditore, un qualcosa d‘impensabile sino a pochi anni fa), accompagnata da significativi tassi di crescita ha gettato le basi per fare del Brasile un paese di riferimento non tanto dell’America latina quanto del mondo emergente.

    Lula ha impostato la sua azione esterna, portata avanti dall’impeccabile Itamaraty, il ministero degli esteri brasiliano guidato da Celso Amorim, confermatosi in questi anni come una delle più prestigiose diplomazie mondiali, su due principi essenziali: l’emergenza del Brasile come potenza di prima grandezza e la diplomazia Sud-Sud, in chiave culturale ed economica, specie con i paesi dell’Africa e di lingua portoghese.

    In chiave d’affermazione dell’importanza del Brasile come attore globale, ha avuto molta importanza il ruolo brasiliano nella missione ONU ad Haiti e nella successiva crisi legata al terremoto, nella quale il paese sudamericano ha avuto un ruolo importante al lato degli Usa (e dell’Ue, che pecca però sempre di sufficiente visibilità per la propria azione).

    Ancora più significativo il ruolo centrale assunto dal Brasile in tutti i grandi dibattiti internazionali: dal cambio climatico allo sviluppo delle energie alternative (il Brasile è leader in produzione d’alcool da biomassa), dal Doha round alle nuove architetture internazionali.

    Nessuno dubita che il Brasile otterrà un seggio permanente al Consiglio di Sicurezza ONU quando avverrà una riforma, né che sia un membro fondamentale di quel G-20 che ha reso ridondante l’una volta importantissimo G7.

    Il recente ruolo del Brasile nell’accordo nucleare tra Iran e Turchia ha poi dimostrato il successo di Brasilia nel giocare un ruolo mondiale eterodosso alternativo agli schemi tradizionali del potere internazionale e in zone nelle quali il paese non aveva presenza sino a poco tempo fa.

    Il prestigio internazionale del Brasile negli anni di Lula è quindi aumentato moltissimo: quando io vissi in Brasile, dal 1998 al 2002, era ancora del tutto impensabile che una candidatura internazionale del Brasile potesse avere chances di successo: la doppietta 2014-2016 (mondiali di calcio – olimpiadi) è la dimostrazione di quanto le cose siano cambiate in poco tempo.

    È forse in America latina dove, paradossalmente, il Brasile ha avuto meno successo in questi anni. Se la socialdemocrazia alla Lula è divenuta il riferimento ideologico di moda di molti governi (prendendo il passo sulla boccheggiante socialdemocrazia europea), il Brasile non ha sempre usato al meglio le proprie armi nella sua regione.

    Il Mercosur, processo d’integrazione di gran successo negli anni 90, si è inceppato in questo decennio, a causa dei problemi argentini ma anche degli eterni dissidi tra Buenos Aires e Brasilia: il Brasile, che aveva usato il Mercosur come un fattore d’apertura e stimolo delle riforme economiche, ha dato l’impressione di non dare più particolare importanza all’integrazione con i suoi vicini nel momento in cui la domanda mondiale dopava la sua crescita. D’altro canto, i rapporti con un vicino come la Bolivia non sono stati gestiti al meglio, e questo ha penalizzato gli interessi d’entrambi i paesi.

    Il maggior peso brasiliano non si è automaticamente tradotto in una maggior leadership regionale, e l’integrazione latinoamericana non ha fatto sostanziali passi avanti in questo periodo, anche se la nascita d’UNASUR ha creato un nuovo foro politico d‘integrazione.

    La reazione brasiliana alla crisi in Honduras, molto importante in America Latina anche se poco seguita in Europa, è stata forse un po’ troppo rigida, ed è curioso come ancora oggi Brasilia non abbia riconosciuto un governo d’unione nazionale formatosi dopo elezioni che è azzardato non riconoscere come legittime. L’equilibrismo nei rapporti con i paesi dell’ALBA, in particolare con il Venezuela di Chávez che ne è il leader, sono molto condizionati dai reciproci interessi economici e strategici, a volte a scapito d’una maggiore chiarezza.

    E l’atteggiamento di Lula nei confronti del regime cubano e della sua interpretazione restrittiva dei diritti umani ha causato molta sorpresa. Un’altra politica nella quale sussistono delle ombre è quella portata avanti dai governi di Lula in Amazzonia: il Brasile è sempre stato molto sensibile a evitare che facesse presa l’idea, cara ad alcuni ambienti, dell’internazionalizzazione dell’Amazzonia, considerato un anatema in Brasile. Al tempo stesso, è chiaro che la presenza della più grande foresta tropicale del mondo nel suo territorio condiziona molto le posizioni di Brasilia in materia di cambio climatico e ambiente. Se il primo governo Lula ebbe successo nel
    ridurre la deforestazione, questo trend si è rallentato negli ultimi anni (uscita di Marina Silva dal governo) e l’attuale revisione del codice forestale sembra impostata ad una maggiore attenzione nei confronti degli interessi economici degli allevatori, propensi a permettere quote maggiori di deforestazione, piuttosto che a quelli dei fautori dello sviluppo sostenibile, che di per sé fa parte dell’agenda del Brasile ma per cui non è sempre facile trovare soluzioni ottimali.

    Luiz Inácio Lula da Silva


    I successi di Lula nel ridurre i livelli di povertà non devono però far dimenticare che le disuguaglianze sociali, l’accesso alle opportunità economiche (i cittadini brasiliani si confrontano ai più alti tassi d’interesse bancari al mondo), la criminalità e il miglioramento continuo degli standard educativi, sanitari e scientifico/tecnologici rimangono questioni aperte: i miglioramenti di questi anni devono essere seguiti da ulteriori rafforzamenti delle politiche in tutti questi ambiti, senza i quali il Brasile, che è paese potentemente emergente ma non ancora sviluppato nel senso classico del termine potrebbe soffrire in futuro per mantenere le posizioni raggiunte.

    Importante quindi che al successo di questi anni non faccia seguito l’auto compiacimento, che fa parte del carattere brasiliano.

    Non c’è dubbio che anche una seria riforma dei partiti politici, che ovviasse alla sempiterna confusione della vita legislativa nazionale e statale, potrebbe beneficiare il paese (anche Lula ne soffrì, pur senza vedere intaccata la sua credibilità personale): se ne parla da anni, ma con scarsi risultati. Comunque, i risultati ottenuti da Lula l’hanno reso senza dubbio un personaggio-chiave nella storia del XXI secolo e, senza tema di smentite, pensiamo che, nonostante i rischi evidenziati in alcuni settori, il Brasile non tornerà indietro, essendo ormai evidenti a tutti i benefici di un modello equilibrato tra crescita economica e distribuzione.

    D’altronde, non è un caso che i dati dell’ultimo Latino-Barómetro 2009 evidenzino il Brasile come il paese nel quale la fiducia dei propri cittadini è maggiore: alla domanda “il paese va nella direzione giusta?” risponde positivamente il 75% dei brasiliani, a fronte di una media continentale del 45% ed del dato argentino, il peggiore, del 19%.

    Dopo molti tentennamenti, il Brasile ha finalmente imboccato una strada maestra che lo sta portando in alto, ed a livello internazionale non v’è un solo dibattito nel quale la posizione di Brasilia non conti. Il Brasile che lascia di Lula non è più quello delle eterne promesse, ma delle realtà concrete.

  • El Salvador e Honduras: due modi diversi d’interpretare la democrazia

    El Salvador e Honduras: due modi diversi d’interpretare la democrazia

    Le vicende dell’ultimo anno in El Salvador ed Honduras evidenziano due momenti diversi del processo di democratizzazione in America Centrale: un anno fa, si temeva che le elezioni presidenziali, previste per il marzo 2009 in El Salvador, potessero dar luogo ad una situazione confusa nel caso la destra, al potere da vent’anni ma in realtà da sempre, ne uscisse
    sconfitta.

    D’altro canto, la situazione pareva assai più tranquilla in Honduras, dove le scelte eterodosse del presidente Zelaya, che per decisione sostanzialmente personale aveva portato il paese nell’ALBA, Alleanza Bolivariana per le Americhe, non sembravano far presagire una rottura dell’ordine costituzionale come quella che sarebbe poi avvenuta il 28 giugno, aprendo una crisi
    che si è successivamente complicata in maniera imprevedibile.

    Un anno più tardi, Mauricio Funes, eletto presidente in El Salvador il 15 marzo 2009, affianca Lula e la Bachelet con indici d’approvazione dell’80%, mentre l’Honduras si è isolato dalla comunità internazionale a causa del modo disastroso in cui ha gestito la crisi – Zelaya.

    La crisi honduregna ha sorpresa molti osservatori, che credevano ormai passato il tempo degli interventi militari in America Latina: il colpo di stato “pseudo-costituzionale” del 28 giugno 2009 ha visto una reazione sorprendentemente unanime della comunità internazionale: Stati Uniti. blocco bolivariano, tutta l’America Latina e l’Ue hanno condannato all’unisono l’esautoramento del presidente Manuel Zelaya e la sua successiva espulsione manu militari dal paese. Nessun governo ha riconosciuto il governo di fatto diretto dal presidente del congresso honduregno Micheletti: dal 28 giugno 2009 in poi la comunità internazionale ha cercato di trovare una soluzione che permettesse di ristabilire la legalità infranta, senza riconoscere una situazione di fatto che avrebbe fatto retrocedere la democrazia latinoamericana di vent’anni.

    Mauricio Funes
    Manuel Zelaya

    Un primo sviluppo significativo provocato dalla crisi honduregna è stata proprio la reazione della comunità internazionale: pensare che gli Usa e Chávez potessero essere d’accordo sul sostegno da dare a Zelaya e che nessun governo si sia sentito tentato da un possibile riconoscimento del governo Micheletti dimostra quanto la democrazia si sia rafforzata in America Latina nel corso degli ultimi vent’anni: dai tempi della caduta delle dittature
    militari, iniziata negli anni ottanta e conclusasi con la democratizzazione in Cile (1990), nessun golpe ha avuto successo (e sempre meno ne sono stati tentati). L’immediata espulsione dell’Honduras dall’OЕA, Organizzazione degli Stati Americani, e la sospensione di ogni forma di cooperazione con il governo giudicato illegittimo di Tegucigalpa non sarebbero mai stati possibile qualche anno fa, perché la solidità democratica della regione è ormai significativa.

    Se è parso subito evidente a tutti, salvo ai promotori della destituzione di Zelaya, che non si potesse transigere con gli sviluppi in odore di golpe, in Honduras, bisogna dire che il presidente deposto Manuel Zelaya non è affatto libero da colpe. Eletto nelle fila del partito liberale, che, da decenni,
    con il partito nazionale si alterna al potere in Honduras, era divenuto minoritario perfino all’interno del proprio partito quando, per ragioni tattiche, decise di far aderire l’Honduras all’ALBA senza che nel paese ne esistessero i presupposti: in Honduras non esisteva un movimento significativo ispirato al socialismo del XXI secolo, né Zelaya godeva del consenso popolare interno che si sono saputi costruire Chávez, Morales e Correa.

    Zelaya accarezzò l’idea di mettere in moto un processo di rielezione simile a quelli intrapresi negli ultimi anni in Venezuela, Ecuador, Bolivia e Nicaragua: cominciare da una riforma costituzionale che prevedesse la rielezione per poi trasformare in maniera significativa la società a partire da una posizione di forza nelle istituzioni e giocando su una quasi – coincidenza tra governo e partito – movimento.

    Una dinamica di questo tipo non poteva aver luogo in Honduras perché né Zelaya possiede le doti carismatiche degli altri presidenti menzionati, né aveva a sua disposizione un movimento popolare da poter mobilitare. Zelaya si limitò a governare in forma populista in un paese profondamente diseguale dal punto di vista della ripartizione della ricchezza.

    Messo in minoranza nel proprio partito (il suo vicepresidente e candidato designato del partito liberale alle elezioni non condivideva per nulla le sue posizioni), Zelaya si lanciò in un’improbabile fuga in avanti, ostinandosi a promuovere un referendum sulla riforma costituzionale persino dopo il voto contrario del Congresso e l’opinione negativa della Corte Suprema, che lo giudicò incostituzionale. La mattina del referendum “autoconvocato”, Zelaya fu arrestato dai militari ed immediatamente espulso, mentre il Congresso votava la sua destituzione.

    I promotori della destituzione di Zelaya riuscirono a coagulare attorno a loro la maggioranza dei consensi interni: a fronte dell’unanime rifiuto di riconoscere la situazione di fatto da parte della comunità internazionale, in Honduras si è sviluppato un nazionalismo esacerbato che non ha esitato a preferire l’isolamento ad ogni possibile soluzione negoziata che mettesse in dubbio la legittimità del golpe e del governo di fatto.

    Micheletti ha boicottato ogni tentativo di mediazione, come quello affidato dall’OEA al presidente del Costa Rica Arias, divenuto ancora più necessario dopo il rocambolesco ritorno a Tegucigalpa del presidente deposto, installatosi dal 23 settembre nell’ambasciata brasiliana.

    Gli sviluppi in Honduras hanno messo in luce l’immaturità di una classe politica che non ha esitato a sacrificare gli interessi del paese sull’altare dei propri disegni di potere. Senza poi capire che i tempi in America Latina sono definitivamente cambiati, e che la tolleranza verso l’autoritarismo è finita.

    Le elezioni del 29 novembre 2009 hanno visto l’elezione di Porfirio Lobo, che ha prevalso su Santos, candidato del partito liberale, in un’elezione non boicottata da un numero significativo d’elettori ma neanche osservata dai principali organismi d’osservazione elettorale (OEA, Ue, Centro Carter).

    Le elezioni come tali sono state riconosciute solo da un pugno di paesi: USA, Costa Rica, Panama, Perù. Gli altri paesi latinoamericani e l’Ue si sono mantenuti più prudenti, non volendo riconoscere come valido un ritorno alla democrazia esercitato sotto la tutela del presidente di fatto Micheletti. Solo all’indomani della sua uscita di scena, e dell’uscita dal paese di Zelaya, il processo di ristabilimento dei rapporti con l’Honduras è lentamente cominciato, anche se prenderà tempo.

    Roberto Micheletti
    Porfirio Lobo Soza

    La crisi ha messo in evidenza da un lato la solidità dell’attaccamento alla democrazia in America Latina, che ha impedito il riconoscimento di una situazione di fatto, ma anche la poca efficacia degli strumenti multilaterali, quali l’OEA, nel sostenere efficacemente la democrazia in situazioni di crisi acuta.

    L’unanimismo iniziale della comunità internazionale si è attenuato quando gli Usa hanno deciso di riconoscere le elezioni: come fatto rilevare da Castaneda, ex ministro degli esteri messicano, tutti i processi di transizione politica richiedono certi compromessi, quali elezioni tenute in presenza di un regime non pienamente democratico.

    Il Brasile si è fatto paladino della posizione contraria, quella della necessità di restituire la presidenza a Zelaya, posizione che prevalso in sede OEA e che ha adottato anche l’Ue. Una volta svanita tale possibilità (dopo le elezioni del 29 novembre), tale posizione è evoluta verso la richiesta di formazione di un governo d’unità nazionale e le dimissioni di Micheletti, condizioni anch’esse non soddisfatte.

    Per quanto riguarda l’Ue, a parte il congelamento della cooperazione con l’Honduras, ha dovuto sospendere anche i negoziati per la conclusione d’un accordo d’associazione biregionale con l’America Centrale, che riprendono solo a fine febbraio, in vista di una possibile conclusione a maggio (vertice di Madrid Ue – America Latina).

    Una lezione molto più confortante viene invece da El Salvador: l’elezione del riformista Maurico Funes, candidato del FMLN (Frente Farabundo Martí de Liberación Nacional), ex -movimento guerrigliero trasformatosi in partito politico in seguito agli accordi di pace del 1992, non ha portato alla catastrofe che ARENA, il partito al potere da vent’anni, vaticinava.
    L’immediata accettazione del risultato elettorale da parte del candidato di ARENA Rodrigo Ávila, pur sconfitto per un margine ridotto, fu una notizia confortante per la democrazia latinoamericana. E gli osservatori internazionali confermarono la correttezza di un’elezione vissuta nel paese come una lotta epocale.

    Funes ha poi confermato coi fatti la sua visione socialdemocratica, in sintonia con il modello di Lula e Bachelet, e governa con rinnovata attenzione alla politica sociale senza perdere di vista l’ortodossia economica.

    Nonostante la crisi abbia colpito duro El Salvador, un paese molto dipendente dalle rimesse dei 2.5 milioni di propri cittadini emigrati negli Usa (a fronte dei meno di sei residenti nel paese), la visione da statista di Funes gli ha permesso do ottenere molti consensi, pur creando qualche scontento tra chi, nell’ FMLN, vorrebbe abbracciare il modello chavista. La destra tradizionale, alle prese con un presidente di sinistra diverso dalle aspettative si è avvitata in una crisi che ne rende inevitabile la modernizzazione.
    L’ultimo atto del presidente Funes è stata la richiesta di perdono, a nome dello Stato, alle vittime della guerra civile (1979-92), un’iniziativa mai presa dai governi di ARENA. Dal canto suo, il vice presidente di Funes, Sanchez Cerén, ha chiesto perdono a nome del partito, cui Funes non appartiene. La destra, diretta dall’ex -presidente Cristiani, considera di non dover chiedere perdono.

    Pur tra molte difficoltà, El Salvador cerca di rimarginare le dolorose ferite della propria guerra civile, e lo fa rafforzando la propria democrazia. L’Honduras, paese dalla struttura sociale molto simile ma mai passato attraverso una guerra civile, si dibatte tra le proprie contraddizioni e si chiude su se stesso, indebolendo la democrazia senza che l’elezione di Lobo il 29 novembre abbia risolto del tutto la crisi apertasi con l’allontanamento di Zelaya.

  • L’elezione di Piñera in Cile

    L’elezione di Piñera in Cile

    Le recenti elezioni cilene hanno rappresentato un momento significativo per la storia politica del paese andino: dopo 20 anni di governi di centrosinistra, seguiti ai diciassette di dittatura militare di Augusto Pinochet, la destra ritorna al potere per la via delle urne per la prima volta dopo cinquant’anni (vittoria di Alessandri nel 1958). È la fine di un’era, quella della Concertación di centro-sinistra, ma in fondo di una tappa ancora più lunga, che era appunto iniziata con il colpo di stato contro Allende dell’11 settembre 1973.


    Sebastián Piñera, sconfitto quattro anni fa al secondo turno dalla candidata della Concertación Michelle Bachelet, porta a compimento il suo percorso politico di vent’anni che, da posizioni eterodosse all’interno della destra cilena lo porta alla presidenza del paese.

    D’altra parte, Concertación de Partidos por la Democracia, erede diretta di quel fronte del “no” al referendum proposto nel 1989 dalla dittatura pinochetista, al fine di perpetuarsi in un regime continuista, paga una certa usura dell’alleanza tra democristiani e socialisti dopo quattro periodi consecutivi al governo, dapprima con due presidenti democristiani, Patricio Alwyn e Eduardo Frei, seguiti da due presidenti socialisti, Ricardo Lagos e Michelle Bachelet. Il fatto che la coalizione non si sia dimostrata in grado di trovare un candidato d una generazione diversa da quella che ha governato il paese per vent’anni, e che abbia riproposto agli elettori l’ex-presidente Eduardo Frei, illustra di per sé la necessità di rinnovamento necessaria nel centro-sinistra cileno, figlio di una stagione politica di fondamentale importanza ma bisognoso di un aggiornamento.

    Miguel Juan Sebastián Piñera

    L’attuale situazione cilena richiama quella spagnola alla fine della lunga epoca socialista: quando nel 1996 José M. Aznar, al suo terzo tentativo sconfisse di stretta misura un Felipe González che era stato quattordici anni alla guida del paese, si parlò di completamento definitivo della transizione politica spagnola, che poteva definirsi compiuta nel momento in cui una vittoria elettorale della destra era divenuta possibile. Ed ad Aznar si era ascritto il merito fondamentale di aver traghettato con successo la destra spagnola dall’ombra della continuità con il franchismo alle luci della piena rispettabilità democratica.

    In maniera simile, Piñera, che già nel 1989 si era contraddistinto per il suo appoggio esplicito al “no”, rara avis nell’ambito di una destra fossilizzata su posizioni estremamente rigide e fiancheggiatrici della dittatura pinochetista, lanciò allora una sfida che pareva impossibile: riformare la destra liberandola progressivamente dalle ombre della dittatura militare e sviluppandone l’anima liberal-democratica (in un paese nel quale per molti anni liberale era sinonimo di adesione incondizionata ai dettami ultramercantilistici dei Chicago Boys, che adottarono il Cile come casoscuola per la sperimentazione delle proprie teorie improntate alla deregulation assoluta di moda negli anni ottanta).

    Il suo partito, Renovación Nacional, rappresenta quindi un’anima diversa rispetto ai soci dell’UDI (Unión Democrática Independiente), partito che non solo non rinnega il pinochetismo ma addirittura lo esalta, rinnovando quello spirito del muro contro muro che ha contraddistinto un paese polarizzato come il Cile dai tempi di Allende sino alle prime elezioni vinte dalla Concertación.

    Se il colpo di stato del 1973 ha marcato profondamente la storia cilena, dividendo il paese in modo traumatico per decenni, proprio l’ascesa di una destra moderata, che non vuole mettere in discussione l’eredità positiva degli anni di centro-sinistra, mette in luce il cammino percorso dal paese durante vent’anni di governi riformisti.


    I principali meriti da attribuire ai successivi governi della Concertación sono lo smantellamento progressivo dell’eredità della dittatura, la ricostruzione della convivenza democratica tra cileni, il proseguimento delle politiche di stabilità e sviluppo economico, completate da riforme sociali che hanno permesso di ridurre la percentuale di popolazione in stato di povertà dal 38% nel 1989 al 13% attuale: dati di tipo europeo, non latinoamericano, che situano il Cile in una categoria a parte rispetto agli altri paesi latinoamericani.

    Sino all’elezione di Lagos su Lavín (2000), il Cile era succube di una divisione quasi esistenziale tra modelli incompatibili: per la destra ogni ipotesi di tipo socialdemocratico era definita comunismo e la messa in discussione della dittatura, i cui protagonisti erano elevati al ruolo di eroi nazionali, inconcepibile. Per le forze democratiche, le uniche vie possibili erano quelle dell’unità, necessaria per imporsi in competizioni elettorali molto serrate, e del dialogo permanente, per tenere in piedi coalizioni che si mantenessero ferme nella gestione del modello economico cileno, un modello di stabilità ed imprenditorialità, portando avanti una dopo l’altra riforme consensuali che permettessero di ampliare il raggio della democrazia cilena lasciandosi alle spalle le eredità della dittatura.

    Un percorso difficile, cha ha richiesto ai governanti della Concertación nervi saldi e molta moderazione: tra l’altro, la dittatura, pur perdendo il referendum del 1989, aveva seminato il percorso della democrazia cilena di numerosi paletti, che permettevano di tutelare certi punti considerati irrinunciabili (immunità dei militari coinvolti nel golpe e nella dittatura; senatori vitalizi, tra cui a lungo lo stesso Pinochet; sistema elettorale binominale, che impedisce la formazione di maggioranze nette in parlamento).

    Il maggior successo della Concertación nel corso del ventennio al potere è stato quello di conciliare una sana gestione economica, che ha permesso al Cile di elevarsi allo stato di paese emergente ante litteram e di rompere con una tradizione che voleva i paesi latinoamericani condannati all’instabilità economica e finanziaria e dipendenti in maniera passiva dai mercati internazionali. Al contrario, il Cile ha saputo, durante la dittatura ed anche dopo il ritorno della democrazia sviluppare un ammirevole modello di apertura economica in tutte le direzioni.

    Paese relativamente lontano dai grandi mercati tradizionalmente trainanti sino agli anni novanta (Usa ed Europa), e di per sè sprovvisto di un mercato interno sufficiente ad alimentare da solo la crescita economica, ha saputo inventarsi un proprio ruolo specifico e quasi unico, sviluppando con molto coraggio alcuni atout che non erano affatto scontati: anziché limitarsi ad integrarsi in un solo mercato regionale prossimo a sè (Mercosur, Comunità Andina), o legarsi ad un mercato in maniera univoca (accordo di libero scambio con gli Usa), ha portato avanti una politica di apertura in tutte le direzioni che ha reso l’economia cilena la più aperta al mondo. Il Cile, paese di per sé geograficamente lontano, ha centrato il proprio sviluppo su un’apertura totale della propria economia ed uno sviluppo impetuoso delle esportazioni verso ogni mercato potenzialmente interessato ai propri prodotti. Da paese esportatore tradizionale di una materia prima specifica (il rame), il Cile è divenuto il paese al mondo con maggiore peso del commercio estero sul PIB (tra il 70 e l’80%) ed ha collocato le proprie merci in settori che sembravano assolutamente impenetrabili alla concorrenza su grande scala. Pensiamo alla straordinaria penetrazione della frutta cilena fuori stagione nei mercati europeo, nordamericano e giapponese o all’impressionante crescita del vino cileno nei mercati mondiali, persino in paesi molto legati al loro prodotto nazionale.

    Jorge Alessandri
    Eduardo Frei
    Augusto Pinochet

    Il Cile è oggi il paese al mondo che ha concluso il maggior numero di accordi commerciali bilaterali di libero scambio: all’accordo con gli Usa sono seguiti quelli con l’Unione Europea (accordo d’associazione, l’unico che l’UE ha in Latinoamerica a parte quello con il Messico) ed un grande attivismo nella zona pacifica, principale asse di crescita dell’economia mondiale, nel quale il Cile è pienamente inserito: in particolare, il Cile ha già firmato accordi bilaterali con Cina e Corea del Sud.

    Dal punto di vista macroeonomico e finanziario, il Cile è sempre stato additato come il miglior esempio tra i paesi emergenti, e le performance cilene il riferimento d’obbligo nel contesto latinoamericano. Se altri paesi emergenti, come il Brasile, attirano oggi maggiormente l’attenzione, questo non toglie meriti alla continuità dimostrata dal Cile nel perseguire un modello economico di successo pur essendo un paese dalla popolazione limitata (diciassette milioni) e avendo saputo trasformare in opportunità una posizione geografica che avrebbe invece potuto costituire un handicap.

    Tale stabilità economica ha poi permesso di ridurre la povertà, aumentando la consistenza della classe media, anche se i livelli di concentrazione della ricchezza rimangono elevati in un paese che era profondamente classista, ed in buona parte lo rimane (il Cile occupa il posto n.113 negli indici di distribuzione della ricchezza). Però gli indicatori in materia educativa, sanitaria ed abitativa sono migliorati considerevolmente nel corso degli ultimi vent’anni.

    L’ammissione del Cile nell’OECD, primo paese sudamericano chiamato a far parte del club dei paesi industrializzati, è il riconoscimento del notevole percorso compiuto dal paese in questi decenni.

    Salvador Allende
    Evo Morales, Luiz Inácio Lula da Silva,
    Michelle Bachelet

    Anche nel contesto di crisi internazionale il Cile si è comportato meglio di altri: se la crescita si è ridotta nel 2009 ad un magro 0,4%, a fronte del 5% abituale negli anni precedenti, un dato inevitabile per un’economia aperta come quella cilena, la politica anticrisi portata avanti dalla Bachelet é stata apprezzata dalla popolazione: la presidentessa uscente chiude il suo mandato con un tasso d’approvazione superiore all’80%.

    Non é stata quindi la sua eredità positiva quella che i cileni hanno rifiutato eleggendo ora Piñera: prevale la sensazione che abbiano piuttosto voluto imporre un cambio di dirigenza, scegliendone una in grado di sterzare verso mete ambiziose che consolidino quanto di buono il Cile ha fatto sinora. Sotterrati i fantasmi del passato (grazie anche all’iniziativa del localmente poco amato giudice Baltazar Garzon, la cui iniziativa obbligò le classi dirigenti cilene ad affrontare un problema del passato che pesava troppo sugli equilibri nazionali), i cileni hanno scelto una nuova classe dirigente con lo sguardo rivolto al futuro e non al passato, che completi il cammino che tanto ha fatto avanzare il Cile negli ultimi anni.

    In poche parole, una volta divenuta possibile l’alternanza, i cileni hanno deciso di trarne i benefici.

    Sebastian Piñera, l’uomo che dirige questo nuovo progetto, ha delle caratteristiche senz’altro particolari: miliardario con interessi in campi che vanno dalla finanza alle compagnie aeree, dalla televisione allo sport (il Colo Colo), é senz’altro uomo di successo personale, ma non sprovvisto d’esperienza politica: già senatore, poi candidato sconfitto dalla Bachelet nelle elezioni precedenti, abbiamo già visto come in passato abbia avuto il coraggio di adottare scelte che gli crearono non poche inimicizie nella sua stessa parte politica.

    Piñera ha già dichiarato di voler governare in continuità rispetto all’eredità ricevuta, ma apportando la propria esperienza personale. Probabile che il suo governo sia di ampie intese, e che accolga qualche elemento della Concertacion.

    In chiave latinoamericana, mi sembra riduttivo il commento fatto da parecchi osservatori secondo cui la vittoria di Piñera rappresenterebbe una svolta a destra in America Latina: la realtà é più variegata. In primo luogo, la Bachelet e la Concertacion non rappresentavano governi di sinistra assimilabili al socialismo chavista, ma piuttosto esperienze di centro – sinistra maturate in condizioni uniche nella regione.

    D’altro canto, il consolidamento elettorale dei leader del socialismo del XXI secolo (Bolivia, Ecuador) é anche innegabile. É semmai l’espansione ulteriore del modello propugnato da Chavez al di fuori di quei paesi che sembra arrestarsi, vittima dei problemi interni sperimentati da Chavez in Venezuela per dimostrare la validità del suo approccio e del calo dei prezzi del petrolio che ha reso impraticabile la sua petrodiplomacia.

    É invece in auge il modello tranquillo ed efficace di Lula, che ha fatto del Brasile l’indiscusso leder regionale ma soprattutto un attore di prima fila della scena internazionale. Persino una sconfitta del candidato del PT nelle elezioni presidenziali di ottobre 2010 non significherebbe la sconfitta di quel modello, dato che a prevalere sarebbe probabilmente un Jose Serra che difficilmente può essere definito un leader di destra.

    Più che una divisione tra paesi di “destra” e di “sinistra”, si sta generando in America Latina una divisione tra un blocco ridotto di paesi che vogliono ridare protagonismo allo stato per affrontare le disuguaglianze ereditate dal passato (Venezuela, Ecuador, Bolivia, Nicaragua) ed una maggioranza di governi che invece non credono in tale via, privilegiando la crescita economica come fattore d’alimentazione delle politiche sociali, ormai divenute irrinunciabili ovunque nella regione.

    Batte invece il passo un modello ultraliberale, anch’esso esistente in passato, che minimizzava le questioni sociali, sottomettendole ad una logica esclusivamente di mercato che ha mostrato anch’essa i suoi limiti.

    Tornando al Cile, é probabile che l’esperienza della Concertacion abbia fatto il suo tempo, e che il cartello tra democristiani e socialisti non regga il passo del tempo: é finita la sua stagione, o forse é stato vittima del proprio successo. Il 20% di voti raccolti al primo turno dal candidato indipendente Ominami, sconfitto alle primarie della Concertacion, dimostra l’esistenza di un ampio numero di elettori di sinistra insoddisfatti. Ed in caso di consolidamento di Piñera, l’orbita governativa potrebbe attrarre consensi d’origine democristiana, che andrebbero a rafforzare il centro – destra moderato del nuovo presidente.

    D’altro canto, la vittoria di una destra moderna rappresenta la fine della destra antidiluviana che ancora si riconosce nel pinochetismo, e che si é ritenuta per troppo tempo l’unica degna di governare il paese.

    Queste elezioni hanno davvero rappresentato la fine di un’era politica in Cile, ed il resto dell’America Latina continuerà a guardare con attenzione ai parecchi buoni esempi che vengono da questo paese.

  • La nuova Costituzione boliviana

    La nuova Costituzione boliviana

    Nel 2005, l’elezione di Evo Morales alla presidenza della Bolivia ha avuto un enorme significato simbolico, poiché per la prima volta nella storia del paese, e, di fatto, nella storia dell’America Latina, accedeva alla massima carica una persona appartenente a un’etnia originaria e non un discendente dei colonizzatori.

    Gli elettori hanno espresso in quei giorni una chiara volontà di cambiamento, tanto che Morales è stato eletto addirittura al primo turno, con maggioranza assoluta (53%: un evento raro in Bolivia, reso possibile dal totale discredito nel quale erano caduti i partiti e la classe politica tradizionale. Discredito che continua tutt’oggi.

    Investito di tale ampio mandato, Morales si è impegnato a cambiare profondamente l’organizzazione del paese, per porre rimedio alle ingiustizie storiche che, a suo giudizio, hanno caratterizzato i cinque secoli successivi all’arrivo degli Spagnoli: nella visione di Morales e del movimento che lo appoggia, il M.A.S. (Movimiento al Socialismo), le basi delle disuguaglianze precedono l’indipendenza della Bolivia (1825), e rimontano appunto alla colonizzazione.

    Per questo motivo, Morales ha messo al centro del proprio programma di governo una rifondazione della Bolivia, centrata sulla redazione di una nuova Costituzione.
    Dopo un laborioso processo, costellato da diverse crisi e non privo d’incidenti violenti, tale nuova Costituzione è stata approvata per via referendaria lo scorso 25 gennaio ed è entrata in vigore l’8 febbraio, con una cerimonia svoltasi nella città di El Alto, nei pressi di La Paz, bastione del consenso per il M.A.S. e per Morales.
    La sensazione generale è, però, che l’approvazione della nuova Costituzione non rappresenti affatto il momento finale della crisi boliviana e che le fratture che si sono evidenziate nel corso degli ultimi anni siano ben lontane dal ricomporsi.
    In quest’articolo cerchiamo di ripercorrere brevemente i punti salienti della complessa situazione boliviana e cercare di capire in che direzione si sta dirigendo il paese.
    Cominciamo dai risultati: su base nazionale, la Costituzione ha ricevuto il voto favorevole del 61,43% degli elettori (2.064.417), mentre il 38,57% ha votato no (1.296.175). La partecipazione è stata molto elevata (90,24%), ma dobbiamo ricordare che in Bolivia il voto è obbligatorio e non presentarsi al seggio ha conseguenze significative dal punto di vista amministrativo.
    A prima vista, la maggioranza a favore del nuovo testo sembrerebbe quindi chiara. Però un’analisi attenta mette in luce una situazione più diversificata.

    Quattro dei nove dipartimenti che compongono il paese, quelli della cosiddetta media luna (Pando, Beni, Santa Cruz de la Sierra y Tarija) hanno votato chiaramente contro il nuovo testo costituzionale, con percentuali che variano dal 56 al 67%. Si tratta delle quattro regioni della pianura orientale, dove si concentrano il gas e il petrolio, divenuti negli ultimi anni le prime risorse del paese.
    I dipartimenti dell’altipiano (La Paz, Oruro e Potosí) hanno votato ad ampia maggioranza a favore della nuova Costituzione, così come Cochabamba, altro dipartimento dalle caratteristiche simili a quelli dell’altipiano, dove pero la maggioranza per il sì è stata meno netta.

    A cavallo tra i due, il dipartimento di Chuquisaca ha votato, con maggioranza risicata, per il sì (5500 voti di differenza, due punti e mezzo). In questo dipartimento è situata Sucre, la capitale costituzionale del paese, che pero non è sede delle istituzioni governative che si trovano quasi tutte a La Paz. La questione del trasferimento della “capitale effettiva”, da La Paz a Sucre, ha avuto la sua importanza nel dibattito pre-costituzionale ed ha anche provocato dei morti negli scontri avvenuti a Sucre nel 2007.

    Tale questione non è per nulla risolta nel nuovo testo, che ripropone il principio teorico già presente nella Costituzione precedente, senza stabilire modalità e calendario dell’eventuale trasferimento.
    Quindi, quattro dipartimenti su nove sono contro la nuova Costituzione, quattro sono a favore, e uno è diviso. Non è un caso che nei giorni successivi al 25 gennaio si guardasse con attenzione al risultato incerto di Chuquisaca: il valore simbolico dato dal fatto che una maggioranza di dipartimenti si sarebbe potuta schierare contro la Costituzione sarebbe stato notevole.

    Interessante notare che questa distribuzione del voto coincide esattamente con
    i risultati del referendum sull’autonomia dipartimentale, che si è tenuto nel 2006 in contemporanea con l’elezione dell’assemblea costituente: cinque dipartimenti, quelli dell’altipiano, non volendo l’autonomia, votarono contro, quattro, quegli stessi quattro che adesso hanno votato contro la Costituzione, votarono a quel tempo per l’autonomia.

    Questi stessi quattro dipartimenti votarono a favore dell’interruzione del mandato di Evo Morales, nel referendum “revocatorio” del 10 agosto 2008, mentre gli altri appoggiarono la prosecuzione del suo mandato.

    Il referendum del 25 gennaio 2009 ha confermato ancora una volta la spaccatura tra la Bolivia dell’altipiano e quella delle pianure, che è in larga misura anche la spaccatura tra la Bolivia d’origine indigena e quella composta prevalentemente da boliviani d’origine europea.
    Ma la divisione non è solo di natura geografico-amministrativa: tutti i maggiori centri urbani hanno votato contro la nuova Costituzione, ad eccezione di quelli sull’altipiano (La Paz, El Alto, Oruro). Tutti gli altri, compresi Sucre e Cochabamba, si sono manifestati a maggioranza contro.
    La Bolivia rurale è quindi a favore della nuova Costituzione, quella urbana contro.
    Se sovrapponiamo a tali divisioni le differenze d’ordine etnico e la differenza di peso economico tra le due Bolivie, possiamo capire in che misura il dibattito sulla nuova Costituzione abbia diviso il paese, e come il risultato attuale non faccia che riflettere tali divisioni.
    Quali sono le ragioni per cui la nuova Costituzione boliviana ha sollevato tante controversie? Esse riguardano sia i contenuti del testo sia i numerosi vizi procedurali che hanno viziato la sua approvazione.

    A mio modo di vedere, è difficile stabilire una gerarchia tra queste due diverse obiezioni: se pochi dubitano che la Bolivia abbia bisogno d’un cambiamento anche istituzionale (tant’è vero che persino chi si oppone alla Costituzione ha proposto riforme, sotto forma di nuove regole per l’autonomia dei dipartimenti), il mix tra le due obiezioni, quelle di fondo e quelle di
    forma, ha dato luogo ad una tale confusione che alla fine i cittadini boliviani non hanno effettuato la loro scelta in base ai contenuti della Costituzione, ma piuttosto a favore o contro Evo Morales.

    Quindi il referendum costituzionale si è trasformato in una sorta di referendum revocatorio-bis, e non per nulla i risultati sono stati in pratica identici alla consulta del 10 agosto scorso.
    Partiamo dai contenuti: la nuova CPE (Constitución Política del Estado) è un documento complesso, composto da ben 411 articoli.
    L’idea essenziale è quella, assai ambiziosa e originale, di ricostruire la Bolivia su nuove basi, partendo dai diritti delle popolazioni originarie.
    Non che 500 anni di storia, o duecento anni d’indipendenza possano, di per sé, essere cancellati, ma la Bolivia necessita di essere riorganizzata a partire dai diritti e dai doveri dei cittadini su base di uguaglianza. Il sottofondo è quello della sottomissione, culturale ed economica, che le popolazioni indigene hanno sofferto sin dai tempi della colonizzazione, e che non è per nulla migliorata nella Bolivia indipendente, sempre dominata dalle élites bianche.
    Per raggiungere questo scopo, la CPE inizia, dopo un poetico e interessantissimo preambolo che definisce le basi storiche della nuova Bolivia plurale, dalla definizione del paese come “Stato Unitario Sociale di Diritto Plurinazionale Comunitario”.
    I primi articoli insistono moltissimo sulla multiculturalità della Bolivia: divengono ad esempio ufficiali tutte le lingue indigene (36). Ogni dipartimento dovrà dichiararne ufficiale almeno una, oltre allo spagnolo.
    Si ribadisce il principio di Sucre capitale, ma questa non è una novità.

    Alcuni principi etici delle popolazioni indigene elencati nell’articolo 8, quali ad esempio “ama qhilla, ama llulla, ama suwa” (non essere debole, non mentire non rubare), sono elevati a principi costituzionali, al pari di altri come l’uguaglianza, la solidarietà, la libertà e molti altri valori “occidentali” elencati nella seconda parte dello stesso articolo.
    Nell’art.9, si stabilisce, come fine e funzione fondamentale dello Stato, la Costituzione di una società giusta ed armoniosa, cementata sulla decolonizzazione.
    Nei capitoli successivi viene elencata una lunga serie di diritti civili, politici e sociali, cui si vengono ad aggiungere i diritti specifici della nazioni e comunità indigene originarie, tra le quali la protezione della cultura, della lingua, dell’uso esclusivo delle risorse esistenti nei loro territori e l’uso nei loro territori del diritto indigeno tradizionale, causa quest’ultima di grande controversia. A tale diritto, di natura comunitaria, la Costituzione dà precedenza nelle zone d’autonomia indigena: la coesistenza tra il diritto moderno e quello tradizionale porrà problemi d’applicazione e coerenza d’indubbia complessità.

    Se, culturalmente, la Costituzione vuole contribuire a riscrivere la storia della Bolivia e indirizzarla su nuove basi, essa prevede anche una complessa riorganizzazione istituzionale che, all’autonomia dei dipartimenti ed a quella dei comuni, aggiunga anche quella delle comunità indigene contadine, che sia esclusiva nella propria zona di competenza. E questo uno dei temi maggiormente polemici, perchè tocca la questione, altamente sensibile, del controllo delle risorse economiche presenti nei territori dei dipartimenti: come sappiamo, la maggioranza delle risorse gasifere e petrolifere è concentrata nei dipartimenti dell’Est, che non si accontentano del quadro di competenze previsto dalla Costituzione, ma che propongono, come alternativa, degli statuti d’autonomia dipartimentale che sono stati approvati per via referendaria nei quattro dipartimenti della media luna nel corso del 2008.

    Se a tale contrapposizione, in buona misura centrata sul dibattito circa la percentuale di proventi estrattivi da destinare al governo centrale e quella da riservare ai governi dei dipartimenti, si aggiunge la creazione di nuovi spazi autonomi, quelli destinati alle comunità originali, si può immaginare
    la complessità della nuova organizzazione territoriale boliviana.
    Nel capitolo sull’organizzazione economica dello Stato (articolo 306 e seguenti), si stabilisce il principio della proprietà pubblica
    delle risorse naturali, e si definisce un quadro d’insieme piuttosto intervenzionista,
    senza però che questa dimensione interferisca con la proprietà privata. Di fatto, anche quella che il neo eletto Morales
    chiamò enfaticamente “rinazionalizzazione” altro non fu che una rinegoziazione delle condizioni contrattuali concesse agli investitori stranieri, che alla fine, pur borbottando un po’, accettarono le nuove regole.

    Evo Morales

    A fronte di tali proposte, portate avanti nel corso del 2006 e del 2007 dalla maggioranza ell’assemblea costituente appartenente al M.A.S., il movimento politico di riferimento di Morales, l’opposizione ha contrapposto un rifiuto frontale e di principio.

    L’opposizione a Morales è di per sè diversificata: a livello centrale, essa è rappresentata da un cartello (denominato Podemos) che unisce ciò che resta dei partiti politici tradizionali; a livello dei dipartimenti d’opposizione, dai quattro governatori e dai comitati civici, fautori di ampi spazi d’autonomia per i dipartimenti (si parla, specie a Santa Cruz di “nazione camba”, ma l’indipendenza non è mai menzionata esplicitamente come una possibilità).
    L’opposizione al centro – i vecchi partiti – non ha sempre coinciso però con le posizioni, più radicali, dei dipartimenti della media luna. Questo ha creato una situazione triangolare che ha complicato non poco le diverse fasi dei lavori dell’assemblea costituente ed il periodo successivo all’approvazione del primo testo costituzionale (9 dicembre 2007).

    Durante la seconda metà del 2006 e tutto il 2007, il M.A.S. e Podemos si affrontarono nell’assemblea costituzionale ma senza
    che il dibattito andasse oltre le questioni procedurali. Per quanto possa sembrare impossibile, in un anno e mezzo la discussione non riguardò mai il merito delle proposte costituzionali. La maggioranza
    non permise mai di discutere proposte o formulazioni alternative a quelle da essa presentate; da parte sua, l’opposizione si limitò all’ostruzione procedurale, in una cacofonia poco assimilabile ad un dibattito democratico.
    Dopo un più d’un anno di stasi, la maggioranza decise di far approvare la Costituzione mediante una prova di forza: si cambiarono unilateralmente le regole procedurali, alterando il quorum necessario per approvare il testo costituzionale da due terzi dei membri dell’assemblea a due terzi dei presenti in aula.


    A questo s’aggiunse la convocazione in un luogo diverso dalla sede dell’assemblea costituzionale a Sucre e la serrata di una scuola militare, il nuovo edificio scelto per la votazione, da parte di militanti dei movimenti indigeni, che impedirono alla maggioranza dei membri d’opposizione dell’assemblea di accedere all’aula.
    La Costituzione fu così votata, a maggioranza dei due terzi dei presenti, dai soli membri della maggioranza governativa.
    Non c’e dubbio che si sia trattato d’un processo irregolare, nel corso del quale si sono confrontati due opposti estremismi. Da una parte quello della maggioranza, portatrice di una rivendicazione storica e rafforzata dalla capacità di mobilitazione dei movimenti sociali allo scopo di raggiungere l’obiettivo di modificare, una volta per tutte, la storia della Bolivia; la correttezza procedurale sembrava una quisquilia, un dettaglio di poca importanza (il fine giustifica i mezzi, perchè abbiamo ragione: una logica quindi rivoluzionaria).
    Dall’altra l’opposizione, rappresentante dei ceti che sono sempre stati al potere nel paese, messa di fronte alla prospettiva di un cambiamento radicale dell’organizzazione del paese, sceglieva di negare legittimità a tali pretese, fondandosi esclusivamente su obiezioni procedurali e non proponendo una visione alternativa o complementare a quella proposta dai movimenti sociali.
    La dinamica complessiva sacrificò quindi ogni possibilie dibattito sull’altare dell’intransigenza di entrambe le parti: indubbiamente, si è persa una grande occasione di rifondare la Bolivia su basi condivise.
    A tale contrapposizione frontale tra governo ed opposizione si è poi aggiunta la diatriba tra il governo centrale e quelli dei dipartimenti che nel 2006 avevano scelto la via dell’autonomia: i quattro della media luna.

    Tale dibattito ha portato essenzialmente alla ripartizione delle risorse economiche territoriali e ai contenuti da dare alle autonomia dipartimentali: da definirsi centralmente secondo il governo, da definirsi invece localmente e sulla base di proposte redatte dalla periferia, secondo i prefetti.

    Da segnalare poi che nel 2006 e nel 2007 i costi di gas e petrolio sono stati molto elevati: questo ha comportato grossi proventi per lo stato boliviano, che sono stati usati per finanziare programmi sociali di grande impatto (renta dignidad e il programma Juancito Pinto per l’infanzia). Il governo centrale ha usato costantemente la carta dei programmi sociali per scoraggiare ogni tentativo di ripartizione che venisse incontro alle richieste dei dipartimenti.

    Nel corso del 2008, vari tentativi di negoziato tra governo e dipartimenti sono falliti: i dipartimenti hanno quindi deciso di disconoscere la nuova Costituzione e di promuovere la propria autonomia su basi diverse ed hanno approvato, tra maggio e giugno 2008, per mezzo di referendum auto-invocati e giudicati illegittimi dalle autorità elettorali centrali, i loro statuti d’autonomia specifici.
    A metà 2008, la situazione si è di nuovo completamente bloccata: una Costituzione era stata approvata ma illegittimamente; quattro statuti d’autonomia vi si contrapponevano, ma senza che tali statuti avessero una base legale legittima. La Corte Costituzionale, organo che avrebbe dovuto dirimere l’imbroglio, era a sua volta bloccata per mancanza di quorum, dato che le forze politiche non sono state in grado, negli ultimi anni, di consensuare nomine di giudici per la corte, che ha tuttora in forza un solo magistrato (su nove previsti).
    Solo un accordo politico di ampia portata poteva risolvere tale complessa situazione. Anzichè percorrere quella via, si è deciso di convocare un referendum revocatorio del mandato presidenziale, ma anche di ciascuno dei nove prefetti dei dipartmenti, nella speranza che gli elettori dimostrassero una maturità maggiore dei loro rappresentanti.

    Com’era facilmente prevedibile, i referendum del 10 agosto 2008 non hanno risolto un bel nulla: Morales è stato confermato dal 67% degli elettori, e questo è per lui un grande successo. Ma anche i prefetti d’opposizione sono stati confermati ed escono, di conseguenza, rafforzati dal referendum: si ritorna al punto di partenza.
    Tra agosto ed ottobre la situazione è degenerata, e una ventina di persone sono rimaste uccise negli scontri tra opposte fazioni. Con la mediazione di Unasur (Organizzazione degli Stati Sudamericani), dell’Ue e della chiesa cattolica, governo ed opposizione si sono riuniti a Cochabamba e hanno definito le basi per una revisione consensuale della Costituzione, che verrà approvata il successivo 21 ottobre.

    Il testo rivisto modifica alcuni dei punti più controversi e, tra l’altro, limita la possibilità di rielezione del presidente in carica ad una sola. L’accordo politico legittima quindi a posteriori la Costituzione, ma non riavvicina la distanza tra le parti, che rimangono ancora molto lontane.

    Come detto, il referendum del 25 gennaio ha dimostrato ancora una volta che le posizioni rimangono distanti: se la Costituzione è ora in vigore in tutto il territorio nazionale, la transizione verso la nuova struttura istituzionale richiede l’approvazione di un centinaio di leggi da parte di un Congresso a maggioranza M.A.S. e di un Senato dove la maggioranza è dell’opposizione. La questione più spinosa rimane quella, irrisolta, della compatibilità tra la Costituzione testè approvata ed i quattro statuti d’autonomia di Santa Cruz de la Sierra, Beni, Pando e Tarija.
    La classe politica boliviana dovrà quindi dimostrare, nel corso del 2009, proprio quella capacità di dialogo, di compromesso e di visione che le è mancata sinora.
    Le elezioni generali del 6 dicembre 2009 dovranno poi rinnovare tutte le cariche secondo le nuove regole. Morales sarà senz’altro candidato alla propria successione, meno chiaro, invece, risulta oggi il quadro dei suoi possibili concorrenti.

    In conclusione, è da un lato evidente che Morales è stato eletto con mandato chiaro per il cambio. Il processo di definizione delle nuove regole ha superato una tappa importante, ma non è ancora concluso. Il percorso sin qui è stato accidentato, ed il costo in termini d’instabilità e persino di vite umane è stato elevato.
    Anziché instaurare meccanismi maturi di dialogo politico e di pensare al destino del paese nel suo complesso, i vari attori politici boliviani hanno preferito radicalizzare le loro posizioni e pensare esclusivamente alla propria audience: i movimenti sociali e le popolazioni indigene per il governo, la propria regione per le autorità dipartimentali.
    Nel frattempo, l’instabilità istituzionale ha portato a sprecare opportunità importanti, in anni nei quali i proventi delle materie prime esportate dalla Bolivia sono stati molto alti. Il contesto economico internazionale ora è cambiato, ed anche le rimesse dei numerosi emigranti boliviani
    scemeranno.
    Le parti politiche boliviane dovranno dimostrare, nel prossimo futuro, una maggiore capacità di dialogo e una visione più ampia, se vogliono completare il processo di riforma del paese: la divisione della Bolivia non è un’alternativa.
    D’altro canto, il tentativo ideologico di Morales non va deriso: se alcuni dei contenuti costituzionali possono sembrare eccessivi ed un pò romantici, la situazione di diseguaglianza cui si vuole porre rimedio è una realtà oggettiva, cui va prestata la massima attenzione. Più che ascriversi a protagonisti di un fantomatico socialismo del XXI secolo, che ha tante accezioni, si tratta d’una impresa storica di grande complessità che non è destinata al fallimento se i suoi fautori saranno capaci di pensare agli interessi di tutto un paese e non solo a quelli di una parte di esso.
    I politici d’opposizione dovrebbero invece dimostrare meno provincialismo e presentare proposte costruttive che riflettano gli interessi complessivi del paese, non solo quelli della loro regione.
    Se tale capacità di compromesso non emergerà, la nuova Costituzione non sarà servita a nulla e le contraddizioni boliviane rimarranno tali, a scapito degli interessi della collettività.

  • Hugo Chávez: meriti e contraddizioni di un personaggio ingombrante

    Hugo Chávez: meriti e contraddizioni di un personaggio ingombrante

    Hugo Chávez si è imposto negli ultimi anni come un leader capace di provocare passioni estreme, favorevoli o contrarie, sia nel suo paese, il Venezuela, che nel resto del mondo, dove si seguono le sue costanti eccentricità con curiosità, ammirazione o ripudio, secondo l’angolo visuale dell’osservatore.

    In quest’articolo cercheremo di analizzare alcuni aspetti del fenomeno Chávez, cercando di decifrare un personaggio istrionico come pochi altri, che secondo me non dovrebbe essere né ridicolizzato né esaltato, ma semplicemente analizzato con realismo e conoscenza di causa.

    Abbiamo già parlato diverse volte su questa rivista di Hugo Chávez: dapprima per difenderlo dalle accuse, portategli da più parti all’epoca delle sue prime vittorie elettorali (1998 e poi 2000) di chi lo giudicava personaggio non democratico, a causa del suo passato di ufficiale golpista, che l’avrebbe privato dei requisiti minimi per proporsi come leader democratico.

    Accusa di per sé infondata perché, se è vero che Chávez rimane fondamentalmente un militare e non è persona portata al consenso o al dialogo con l’opposizione, le sue molteplici vittorie elettorali hanno sempre dimostrato che può contare in Venezuela su un’indubbia maggioranza politica. Sino all’ultima recente sconfitta referendaria, Chávez si è sempre imposto con chiarezza nelle successive contese, elettorali o referendarie, in cui si è cimentato.

    Nonostante alcuni limiti che esporremo e nonostante le insistenti e, in buona misura infondate, accuse dell’opposizione, tali elezioni o referendum sono stati correttamente organizzati dalle autorità elettorali venezuelane (CNE, Consejo Nacional Electoral): è altrove che si deve guardare per interpretare la popolarità di Chávez, non ad eventuali frodi elettroniche (il Venezuela è il paese, assieme al Brasile, più avanzato al mondo in materia di voto elettronico).

    Successivamente, abbiamo analizzato Chávez nel contesto della svolta a sinistra dei governi latinoamericani nel primo decennio del XXI secolo, di cui Chávez è indubbiamente uno dei protagonisti più appariscenti.

    Difficile identificare un solo modello che acсоmuni stili diversi come quelli del nostro, di Lula, dei Kirchner о della Bachelet: è però indubbio che i governi che guardano a sinistra, che danno priorità alla dimensione sociale, senza peraltro trascurare l’ortodossia macroeconomica, sono ormai maggioritari in America Latina.

    Chávez può considerarsi il leader di questa nuova tendenza? Solo in parte, dato che la sua influenza si esercita solo sui paesi che partecipano alla cosiddetta ALBA (Alternativa Bolivariana de las Américas): oltre al Venezuela, Cuba, Bolivia, Nicaragua e Dominica, ed in certa
    misura sull’Ecuador. I paesi del cono sud (Brasile ed Argentina), pur avendo rapporti intensi con il Venezuela, sono ben lungi dal lasciarsi influenzare dal suo leader, che tengono a distanza debita. Chávez risulta molto più efficace nei confronti di paesi più prossimi geograficamente (Bolivia, in parte Ecuador) o ideologicamente (Nicaragua), sensibili alla petrodiplomacia di Chàvez.

    Hugo Chávez

    Fondamentale poi l’asse con Cuba, il cantiere della retorica chavista.
    La prima analisi aveva quindi difeso i numeri di Chávez come leader con legittimità democratica, sospendendo il giudizio sulla sua proposta politica all’esame dei risultati della sua gestione.

    Dopo quasi un decennio di presidenza Chávez, il giudizio non può che essere controverso. Egli ha dimostrato solo in parte una genuina vocazione democratica: una democrazia piena non può limitarsi ad accettabili processi elettorali, ma deve strutturarsi sull’indipendenza dei poteri dello Stato, sul corretto ed equilibrato funzionamento delle istituzioni, su di un dialogo ragionevole con l’opposizione, con cui deve impostarsi un dibattito sulle riforme istituzionali e le scelte fondamentali per il paese, sul rispetto al di sopra di ogni sospetto delle libertà fondamentali ed i diritti umani.


    Tutte queste dimensioni sono state carenti nel Venezuela di Chávez, dove peraltro si sono sempre celebrate consultazioni elettive in linea con gli standard internazionali in materia: condizione necessaria ma non sufficiente per qualificare una democrazia.

    L’opposizione venezuelana ha faticato a lungo ad accettare Chávez: invece di analizzare a fondo le ragioni della propria emarginazione elettorale, ha intrapreso per parecchio tempo un cammino del tutto sbagliato, quello di negargli legittimità, invece di ammettere che il successo di questi era il risultato delle manchevolezze di quarant’ anni di vita politica venezuelana. In occasione del primo trionfo elettorale di Chávez del 1998, la società venezuelana si schierò a grande maggioranza con l’ex-colonnello. Vi segui una reazione sempre più irrazionale e scomposta al consolidamento del suo potere: l’opposizione si dimostrò incapace d’accettare il nuovo scenario politico, e la propria improponibilità a fronte dell’offerta populista di Chávez. Una politica diretta in primo luogo a quei tre quarti della popolazione che avevano goduto solo delle briciole del benessere derivante dal petrolio, risorse in buona parte dissipate dai vari governi anteriori a Chávez.

    Il culmine di questa strategia di negazione dall’evidenza, alimentato anche da un appoggio incompetente e cieco d’un’amministrazione Bush del tutto impreparata alle nuove tendenze emergenti sullo scenario latinoamericano, fu il tentativo di golpe dell’11 aprile 2002, appoggiato senza remore dagli Usa e, ancora più sciaguratamente riconosciuto dal governo di Aznar, che agì scorrettamente, senza informare i propri soci dell’UE, di cui pure ostentava in quel momento la Presidenza.

    Il golpe fallì, vittima delle proprie debolezze, e della poca presentabilità di chi l’aveva intrapreso.

    Chávez uscì rafforzato da questa vicenda, cui seguì l’affermazione nel successivo referendum revocatorio del 15 agosto 2004, in occasione del quale ancora una volta l’opposizione invocò frodi non dimostrate e poco credibili anziché ammettere il fatto di essere minoranza nel paese.

    Il muro contro muro, alimentato in buona misura anche dalla retorica e dall’onnipresenza di Chávez e dai molti abusi della sua amministrazione e dei militanti delle organizzazioni chaviste nella vita quotidiana dei venezuelani, continuò sino alle elezioni legislative del dicembre 2005, boicottate dall’opposizione, che regalò in questo modo a Chávez il 100% della rappresentanza parlamentare.

    Se l’opposizione ha a lungo sbagliato strategia, alcuni aspetti dell’esercizio del potere da parte di Chávez sono stati e rimangono davvero inquietanti: ad esempio, l’uso indiscriminato e selettivo delle liste di firmatari del referendum revocatorio (le cosiddette liste Tascón e Maisanta), che hanno permesso d’identificare le simpatie politiche della pratica totalità della popolazione venezuelana, violando in questo modo diritti fondamentali dei cittadini ed esercitando forme d’intimidazione improprie d’una democrazia.

    Anche la sottomissione assoluta al governo dei mezzi di comunicazione pubblici, in primis le televisioni statali, divenute cassa di risonanza esclusiva del presidente e delle sue politiche, e la presenza ossessiva ed incontinente sugli schermi di un presidente oggettivamente logorroico e verbalmente irrispettoso di chiunque non la pensi come lui, non ha certo contribuito ad affermare la democrazia nel Venezuela di Chávez.

    Chávez, e questo è uno dei suoi grandi limiti, non ha mai dimostrato di avere abbandonato una mentalità da militare per adottarne una da uomo di stato: per lui l’opposizione non può che essere composta di nemici e cospiratori, contro cui invocare la solidarietà del popolo in un’ottica non democratica ma rivoluzionaria.

    Da questa mentalità deriva un approccio sempre basato sul confronto verbalmente eccessivo nei confronti di chi resiste, legittimamente o no, al cambio proposto dal governo: il modo di risolvere la crisi che paralizzò PDVSA, l’impresa petrolifera nazionale, portò a migliaia di licenziamenti e una successiva grave crisi aziendale a causa della mancanza di quadri competenti. Ma Chávez non dialoga, travolge, perchè di fronte a lui non ci sono oppositori, ma solo sabotatori.

    La stessa logica ha improntato la scelta dei propri collaboratori: i successivi governi di Chávez sono sempre stati formati più da fedeli, spesso di formazione militare, che da persone professionalmente competenti, metodo dubbiosamente efficace se si vogliono risultati concreti.

    Il costante uso da parte di Chávez di una retorica inutilmente rivoluzionaria e i ripetuti inviti a chi non fosse d’accordo ad andarsene dal Venezuela, nonché le successive epurazioni effettuate, oltre che in PDVSA anche nelle diverse amministrazioni pubbliche, hanno contribuito non poco a spaventare buona parte della popolazione, metodo anch’esso ben poco democratico.

    Le elezioni presidenziali del 2006 videro comunque di nuovo una vittoria netta di Chávez, che s’impose sul candidato unico dell’opposizione, Manuel Rosales. I risultati di quelle elezioni non furono contestati, ma esse furono macchiate da altri difetti: la persistenza di forme d’intimidazione indiretta, soprattutto psicologica, nei confronti dei votanti; la totale identificazione dell’amministrazione pubblica con la campagna elettorale di Chávez; l’uso improprio di risorse pubbliche per tale campagna; la parzialità assoluta delle catene televisive pubbliche, cui fece contraltare, questo si, uno schieramento totalmente anti – Chávez nelle televisioni private.

    Si poteva pensare che una vittoria tranquilla su un’opposizione finalmente unita ed in parte rassenerata, consigliasse a Chávez moderazione e dialogo: invece, fedele al suo carattere, immediatamente dopo la rielezione si lanciò in un’ulteriore accelerazione del suo progetto “rivoluzionario”, imponendo una nuova riforma costituzionale, approvata senza discussione da un Parlamento a lui ascritto (tuttavia, uno dei movimenti alleati, Podemos, se ne smarcò). Si sarebbe trattato della seconda riforma costituzionale promossa da Chávez in pochi anni, dato che la Costituzione bolivariana è del 1999: quel testo aveva rafforzato i poteri presidenziali ed introdotto la rielezione del presidente, avvenuta nel 2006.

    Il nuovo testo introduceva il principio della rielezione indefinita, che ha sollevato non poche perplessità sulla scena internazionale, ed aveva come obiettivo quello di trasformare il Venezuela in un’economia socialista, anche mediante numerose ristatalizzazioni di imprese precedentemente privatizzate.

    In parallelo a questo processo costituzionale, altri preoccupanti segnali di un’ulteriore svolta autoritaria di Chávez furono il ritiro della concessione al canale televisivo privato RCTV, che provocò numerose manifestazioni di protesta soprattutto da parte degli studenti e il giro di vite nei confronti delle ONG (organizzazioni non governative), per le quali si è proposto un sistema di tutela statale molto più rigoroso.

    Tutto indica insomma che Chávez abbia intenzione dunque di statalizzare l’economia e controllare più strettamente la società: si tratta di sviluppi criticabili? Il dibattito è aperto. Certo, i modi che egli ha spesso usato non brillano per democraticità, ma abbiamo già visto che questa non è la sua impostazione e non la cambierà.

    Al tempo stesso, egli ha dimostrato d’avere con se una maggioranza dei venezuelani, anche se nell’ambito di un paese troppo polarizzato e rigidamente diviso tra classi, il risultato questo d’uno sviluppo squilibrato che data da ben prima di Chávez.

    La grande fortuna di Chávez, che è un tribuno ed un retore, ma non un abile gestore, è stata l’ascesa incontrastata dei prezzi del petrolio, che gli ha permesso di spendere in infrastrutture, anche se i ritardi rimangono importanti, ed in politiche sociali.

    Hugo Chávez e Mahmud Ahmadinejad

    Il limite dei programmi sociali, le cosiddette Missioni, risiede da un lato nella loro limitata sostenibilità, che non è assicurata perché dipende in grande misura dai proventi petroliferi, ma soprattutto nel fatto che, anziché essere gestite dai Ministeri, sono strutture indipendenti ed opache. Cosa succederà a tali missioni transitorie se le entrate petrolifere dovessero diminuire? Che tipo di rafforzamento istituzionale si ottiene emarginando la macchina statale dall’erogazione dei fondi?

    Ciò non toglie che le misiones stanno dando risultati concreti e sono molto apprezzate dalle popolazioni dei quartieri più poveri: pensiamo alla Misión Robinson, per insegnare a leggere e scrivere ai bambini, alla Misión Ribas, per rafforzare gli studi elementari, alla Misión Barrio Adentro per portare l’assistenza medica nei quartieri in cui essa brillava per la sua assenza. Tutti questi programmi sono ispirati dalle esperienze cubane e contano in buona parte sull’assistenza tecnica di medici e educatori del paese caraibico.

    Un notevole sforzo è stato anche fatto per rilasciare documenti d’identità a diverse centinaia di migliaia di venezuelani privi d’esistenza anagrafica: anziché chiedere loro di presentarsi presso gli sportelli pubblici, sono state équipes mobili che sono andate a cercare questi cittadini nei loro quartieri periferici.

    Esponenti dell’opposizione hanno criticato quest’iniziativa, giudicata elettoralista, ma non è invece una grave carenza dei governi precedenti aver permesso che un paese non povero come il Venezuela abbia tra lasciato d’interessarsi ad una parte significativa della propria popolazione? Come questi esempi mettono in evidenza, difficile dare giudizi univoci a fronte di una realtà complessa.

    I proventi petroliferi gli hanno permesso di lanciarsi in un’ambiziosa politica estera, particolarmente attiva nell’ambito sudamericano. L’elezione di Miguel Insulza alla testa dell’Organizzazione degli Stati Americani (OEA) evidenzia che per la prima volta non sia stato il candidato appoggiato da Washington a prevalere: non è solo il fattore – Chávez, ma è certo un
    segno dei tempi. Il lancio del Banco del Sur, cui hanno aderito altri sei paesi latinoamericani (Argentina, Brasile, Bolivia, Ecuador, Paraguay ed Uruguay), senza voler essere un’alternativa secca alla Banca Mondiale, costituisce una nuova fonte di finanziamento, in mani latinoamericane, per progetti infrastrutturali e sociali.

    A parte il rafforzamento volutamente provocatorio dei rapporti con stati come Iran, Corea del Nord e Bielorussia, la presenza di Chávez è molto visibile negli stati a lui più vicini ideologicamente: il Venezuela usa il petrolio, venduto a prezzi molto favorevoli ai propri alleati, come arma di penetrazione. Al petrolio si accompagna poi una retorica rivoluzionaria e di sfida agli Stati Uniti, che oggi sono su posizioni molto difensive e caute in una regione che un tempo considerarono loro zona d’influenza esclusiva.

    Chávez finanzia copiosamente le campagne elettorali dei candidati a lui più affini nei paesi della regione (salvo criticare, quando a interferire nelle campagne elettorali sono altri paesi) e visita assiduamente i propri alleati, che sostiene in forma fin troppo rumorosa. Il metodo Chávez si è fatto sentire in Bolivia ed Ecuador, dove i presidenti eletti si sono affrettati a proporre nuove costituzioni ed a rivedere i contratti e le concessioni ottenute dagli investitori internazionali. Politiche legittime, intendiamoci, improntate all’obiettivo di riequilibrare rapporti economici ereditati del passato ed accordi conclusi dai governi precedenti secondo modalità non sempre trasparenti e non sempre vantaggiose per le popolazioni. Giusto quindi che si rivedano i modelli economici e le modalità d’investimento, e che si cerchi d’ottenere una maggior quota delle risorse naturali, abbondanti nella regione.

    Importante però che tali cambiamenti siano effettuati mediante negoziati ragionevoli, in grado di garantire la continuità dei flussi d’investimenti internazionali.

    A mio modo di vedere, la maggioranza degli investitori, anche italiani, che sono giunti in America Latina negli anni ottanta e novanta (o che già vi erano presenti), hanno reagito con misura e compostezza a queste nuove politiche: non bisogna dimenticare che questi investimenti sono redditizi, ma migliorano anche il livello di vita delle popolazioni. Sarebbe quindi sbagliato incaponirsi sulla lettera dei contratti: più ragionevole invece rinegoziare con spirito aperto tenendo in conto la nuova realtà politica. Gli obiettivi da rispettare sono la continuità dell’investimento e l’equilibrio nei confronti del paese, che deve rimanere un importante beneficiario.

    Come detto, le imprese europee che sono, non dimentichiamolo, le prime investitrici in America Latina, hanno reagito in maniera composta, facendosi assistere dai propri governi in maniera costruttiva, al fine d’evitare crisi dolorose per entrambe le parti.

    Importante però che anche da parte dei governi non si ecceda nello spaventare gli investitori ed i mercati, perché i primi a soffrirne sarebbero i cittadini latinoamericani.

    Un’altra caratteristica di Chávez sono gli eccessi retorici, spesso non accompagnati da azioni coerenti: se il suo intervento nella crisi degli ostaggi colombiani non è stato del tutto improduttivo, Chávez non si sta dimostrando capace di capitalizzarlo, agendo con prudenza. Si invece mosso fuori dei canoni, provocando una crisi inutile con Bogotà, quando con più circospezione avrebbe potuto ottenere risultati ben migliori.
    Se si volesse dare sostanza agli attacchi verbali contro gli Stati Uniti, perché non ridurre le vendite di petrolio verso quel paese? Eppure, in tutti questi anni, agli Usa non è mai mancata una goccia di petrolio venezuelano.

    Chávez è stato il primo fautore di una politica economica che mette al primo posto le ristatalizzazioni e le rinazionalizzazioni. Sarà benefica per i cittadini dei paesi del “socialismo del XXI secolo” questa nuova tendenza?

    Rimane da vedere. Se i meccanismi democratici non saranno avviliti, saranno loro stessi a valutarlo, nell’ambito della loro libertà d’espressione. Per questo è importante che Chávez riveda i toni della propria retorica rivoluzionaria.

    In questo senso, il risultato del referendum costituzionale del dicembre 2007, nel quale per strettissimo margine i venezuelani hanno respinto la proposta di nuova riforma costituzionale, è stato mio modo di vedere un ottimo sviluppo:

    • – la democrazia venezuelana ha dimostrato d’avere, dopo un periodo lungo e difficile, di nuovo gli anticorpi del dissenso civile: dimenticati i toni catastrofici del passato, l’opposizione si è organizzata e, trascinata dai giovani, ha fatto prevalere il no;
      – le istituzioni venezuelane, ed in particolare le tanto criticate autorità elettorali, hanno dimostrato ancora una volta di essere indipendenti: se no, come spiegare una vittoria del no con il 50,7% dei voti? Domanda provocatoria: che sarebbe successo se quel 50,7% fosse stato di sì? Si sarebbe accettato senza fiatare un risultato di stretta misura a favore di Chávez?
      – anche Chávez è uscito rafforzato, suo malgrado, dalla sconfitta nel referendum. Una vittoria di stretta misura per una costituzione di contenuti così netti e radicali sarebbe stata solo una fonte d’ulteriori divisioni in un paese che ha invece bisogno di ritrovarsi. Il fatto che abbia accettato, pur a denti stretti, il risultato, è invece buon segno.

    Non c’è il minimo dubbio che Chávez riproporrà in altro modo buona parte delle proposte costituzionali, ma i venezuelani ed il mondo ora sanno che ci sono mezzi democratici per opporsi se la maggioranza dei cittadini non è favorevole.

    In conclusione, Chávez è un personaggio certamente particolare: vuole a tutti i costi riprendere l’eredità di Castro, assurgendo a leader rivoluzionario dell’America Latina. Le sue buone intenzioni in materia sociale sono in parte vanificate dalla sua limitata capacità di gestione; la sua mentalità autoritaria contrasta con le esigenze di una democrazia compiuta; i suoi eccessi retorici divertono, ma sono spesso inopportuni.

    A mio modo di vedere, Hugo Chávez non è né un demonio da esorcizzare, né un eroe da esaltare: è un personaggio contraddittorio, sempre alle prese con il proprio egocentrismo bulimico.

    Resto convinto che il miglior modo per giudicare un uomo politico siano i suoi risultati, non i suoi discorsi, le sue gaffes o le sue intenzioni. Chávez ha ottenuto certi risultati in materia sociale, che la popolazione venezuelana apprezza. Da qui, e dagli errori dei partiti politici che governarono il Venezuela dagli anni cinquanta in poi, discende la sua grande popolarità attuale.

    Chávez riuscirà a cambiare il Venezuela per sempre ed in meglio se sarà in grado di moderare i propri eccessi, usando l’enorme capitale politico di cui è in possesso per affiancare alle iniziative in materia sociale un insieme di riforme economiche che rafforzino l’economia venezuelana al di là del petrolio e se saprà costruire una democrazia nella quale si possano riconoscere tutti i venezuelani.

    Se così non fosse, e se dovesse perseguire i suoi obiettivi politici come se il dissenso non esistesse, avrà perso la sua grande occasione di fare qualcosa di significativo per il paese che dirige da ormai quasi dieci anni.