Autore: Stefano Gatto

  • Diario pakistano: numero sei

    Ancora una volta stavo preparando un’entrata del mio diario,e ancora una volta è venuto a intromettersi un atto terroristico: il 16 dicembre era stato l’attacco di Peshawar, qualche giorno fa quello di Parigi, su cui ho scritto qua:

    http://www.lospaziodellapolitica.com/2015/01/il-mondo-tra-l11-settembre-e-la-strage-di-parigi/

    La mia pagina di diario invece s’intitola «Saluti dalla terra dei container».

    Normalmente, non facciamo molta attenzione ai container: sono un oggetto fondamentale per le nostre vite, perche’ dentro di loro si muovono la stragrande maggioranza dei prodotti che consumiamo, ma la maggior parte di noi non ne vede quasi mai uno  nè da lontano, salvo che viva vicino a un porto, e men che meno da vicino.

    Il container invece e’ un oggetto fondamentale nella vita pakistana, specialmente a Islamabad, che ne e’ costellata, e dove essi servono a molto di più che a trasportare merci.

    In Pakistan i container sono un mezzo di controllo del traffico: stanno li’, appoggiati tra una corsia e l’altra quando tutto è normale, pronti a essere mezzi di traverso appena c’è bisogno, soprattutto quando sono in corso manifestazioni politiche di protesta, come molto spesso durante il 2014:

    Container 1
    container 2

    La Islamabad del mio primo mese era tutta cosi’, mezza bloccata da container che impedivano ogni visione e spostamento: una città incomprensibile, che ho incominciato a decifrare solo quando l’affluenza dei manifestanti ai comizi tenuti ogni sera di fronte al parlamento dal leader della protesta, l’ex-giocatore di cricket Imran Khan, ha incominciato a scemare: alla fine saranno stato 121 comizi consecutivi!

    I contanier vengono usati a ventaglio, le strade si aprono e chiudono a piacere con questo mezzo d’indubbia efficacia ma d’una bruttezza difficilmente uguagliabile. In realtà, il motivo per cui qua si usano questi pesantissimi contenitori e non delle semplici transenne è che questi non li muovi proprio, e sono, letteralmente, a prova di bomba (non è una parafrasi in questo caso).

    Il container ha quindi un uso importante nell’ordine pubblico, ma in questo paese ha anche un grande significato politico, perchè i leader tendono a usarli al posto dei palchi smontabili: nel caso di Imran Khan è diventato un vero e proprio simbolo della protesta contro la corruzione politica e lui è ben attento a parlare sempre da uno di loro. Il luogo della protesta è stato poi delimitato da decine di container, al di fuori dei quali sostava la polizia. Un vero e proprio castello, sotto il quale ho scoperto qualche giorno fa, alla fine della protesta, sottostanti tribune per le parate ufficiali:

    Container 3

    Ma anche il principale partito d’opposizione, il PPP che fu di Benazir Bhutto, ha un container nella sua simbologia: sui figlio Bilal da i suoi (pochi) comizi dallo stesso che uso’ sua madre il giorno in cui venne assassinata, mentre si stava allontanando da quel luogo.

    Senza container,  forse non ci sarebbe vita politica in Pakistan.

    Da un container in mezzo alla strada è venuta fuori, come una sorpresa, la mia Volkswagen Tiguan venuta da Bruxelles: siamo andati a prenderla presso quello che immaginavo fosse il magazzino della compagnia di trasporti. Invece no, quattro o cinque containers stavano li’ in uno spiazzo lungo l’autostrada, e sono rimasto allibito nel vederci la  mia macchina, cosi’ spaesata qui, dove non esiste questa marca, il volante è a destra e non come il suo a sinistra, venirne fuori come da un pacco regalo. Sono entrato nel container e l’ho tirata fuori, sotto lo sguardo sorpreso di decine di curiosi (tutti maschi) che non mancano mai in queste oocasioni da queste parti: uno straniero che guida al contrario che tira fuori una macchina sconosciuta da un container in piena autostrada. Grandi risate.

    Dopodichè abbiamo preso la strada di casa, lontanissima, attraversando la città con una macchina targata Belgio. Come nei migliori manuali di sicurezza, primo passare inosservati. No problem comunque, stare in una macchina normale quandi si e’ usi al blindato è come vestire di seta dopo una vita in un sacco da frate.

    Da un container sono anche venute fuori tutte le nostre cose, dopo due mesi e mezzo dalla partenza da Waterloo:

    Camion 2
    Camion 1

    Sembra incredibile che tutta la tua vita possa stare dentro un container, per quanto grande che sia, con ben 470 scatole. Di fronte a una folla interessatissima (tutti uomini) che non avrà avuto nient’altro da fare tutto il giorno che stare a osservare le operazioni di scaricamento (stare a guardare è in assoluto l’attività favorita degli uomini indo – pakistani, seguita dal bere il tè). Il resto è optional.

    Una squadra di scaricatori, diretta da uno splendido pashtun con barba bianca (Lala, cioé nonno), di cui purtroppo non ho preso la foto, il più anziano ma anche il più forte, da tradizione di quella razza rocciosa, ha poi portato dentro tutta la nostra vita, cominciando a aprire tutte le scatole, meno quelle dei libri. Risultato: tra la folla, una dozzina di persone più noi due, più gente che faceva lavori vari nella casa, dopo ben poco non si capiva più nulla. Sono venute fuori innumerevoli lampade, decine di quadri (con una moglie pittrice non si scampa, mi vendico con migliaia di libri), una quantità inverosimile d’elefanti d’ogni materiale e taglia, a quanto pare in India ne abbiamo fatto razzia, e assurdità variegate tutte per terra come in un bazar indo – pakistano. Quello che è stata la nostra casa per qualche settimana.

    L’ordine d’apparizione dei vari oggetti è sempre il più improbabile in questi casi: se cerchi lenzuola, avrai cappotti, se cerchi ombrelli avrai racchette da tennis e cosi’ via. Nella confusione più assoluta, troneggiava il nostro inseparabile compagno Don Chisciotte di legno e i due indios pipiles de El Salvador, imperturbabili e enigmatici come sempre, stavolta cosi’ lontano da casa, per dirla alla Bowles:

    Pipiles

    E’ iniziata quindi la tappa casalinga pakistana, anche se le sorprese non facevano che iniziare: faro’ qualche appunto su cosa significhi vivere in un paese cosiddetto in via di sviluppo, esperienza non fatta da molti tra coloro che hanno la pazienza di leggermi.

    In Pakistan la logistica e le infrastrutture, pur non essendo le peggiori del mondo, sono a livelli inimmaginabili da noi: per dare un’idea, gas e elettricità, in piena capitale, arrivano a intermittenza. In casa la luce manca tra le cinque e sei ore al giorno, il che obbliga a avere meravigliosi generatori grandi come un camion in giardino, uno spettacolo di rara bellezza. Senza quello sei finito: eccolo un altro oggetto che in Europa conosciamo poco: il generatore, irrinunciabile nel Sud del mondo. Il rumore del generatore, alimentato a diesel, t’accompagna giorno e notte, a intermittenza. Più quelli dei vicini, ovviamente. Ho calcolato che la luce se ne va una cinquantina di volte al giorno, in media. In assenza di luce pubblica, il generatore supplisce. Se in India era necessario solo ogni tanto, qui lo è in continuazione, necessario un pieno di diesel alla settimana. Questo significa stabilizzatori per gli apparecchi elettrici e UPS, anche loro begli oggetti decorativi, gli elefanti si stanno facendo amici tecnologici.

    Le case non sono riscaldate, e sono concepite per le temperature caldissime del resto dell’anno, ma l’inverno qui è rigido, attorno allo zero di notte, e vi assicuro che senza riscaldamento le idee rimangono fresche, e non solo quelle. In teoria ci si riscalda col gas, ma dopo aver comprato varie stufe a gas, ho scoperto che il paese è in crisi energetica, e il gas non arriva quasi mai. Si deve sopravvivere in una – due stanze riscaldate con aria condizionata.

    La nostra casa, che di per sè è bella, non era occupata da qualche anno, per cui appena entrati ha incominiciato a guastarsi tutto, fenomeno naturale se vogliamo. Solo ora, dopo un mese di permanenza, incomincia a schiarirsi la situazione. Le idee rimangono comunque fresche, non ricordavo questo freddo in casa dai tempi della montagna da bambino, quando s’andava in bagno la mattina e si gelava.

    Spesso si pubblica degli stipendi favolosi dei diplomatici e del loro stile di vita lussuoso: indubbiamente, case e stile di vita sono attraenti. Bisogna pero’ considerare che la logistica anche nelle belle case in questi paesi è quella ambiente, che ti riporta a decenni fa, a situazioni cho noi avevamo dimenticato. Per questo alcuni colleghi amano solo le destinazioni cinque stelle, tipo Parigi o New York. Io, nonostante tutto, trovo più stimolanti quelle rustiche, dove ti trovi di fronte la vita del resto del mondo (la maggior parte della popolazione locale combatte il freddo solo con coperte attorno al corpo, tanto per capire).

    La cosa curiosa è che per gli espatriati non funzionano le regole del libero mercato; anche per ragioni di sicurezza, affrontiamo un’offerta coatta, limitata e carissima. Per dare un’idea, la mia casa attuale, bella ma con tutte le manchevolezze descritte, costa esattamente il TRIPLO di quella in perfetto stato di nostra proprietà in Belgio, affittata casualmente lo stesso giorno in cui noi entravamo qui.

    Buona parte dello stipendio se ne va quindi in spese di questo tipo, con molti prezzi gonfiati per stranieri senza che tu possa farci molto.

    Di certo, in Pakistan non ti rovini con spese alcooliche, visto che l’alcool non è in vendita. Un’altra volta raccontero’ l’esperienza del recarsi nell’unico bar di Islamabad, nascosto in un sotterraneo di un hotel.

    Il vantaggio della non reperibilità di bevande alcooliche è che dopo un po’ ti scordi che esistano: tra questo e un Natale di lavoro, ho lasciato cinque chili per strada da quando sono arrivato qua.

    E per finire con i container, in uno di quelli dov’è situata per ragioni di sicurezza l’Ambasciata d’Italia, abbiamo trascorso la notte di Natale con i pochi italiani dell’Ambasciata rimasti qui. Una quindicina di persone, con una sola famiglia, gli altri soli, chiusi in un edificio superprotetto nella solitaria zona diplomatica della capitale. Come tipico della nostra nazionalità, l’inevitabile malinconia è stata pero’ compensata da una discreta allegria, nonostante l’ambiente generale fosse di shock dopo Peshawar. D’altronde, questa è la nostra vita, che peraltro abbiamo scelto, anche se per me è stato il primo Natale e Capodanno senza i miei in ventidue anni di carriera.

    Domani finisco le ultime scatole, inshallah.

    Islamabad, 10 gennaio 2015.

  • Diario pakistano: numero cinque

    Avevo in mente un’altra pagina di diario, piu’ divertente, che scrivero’ la prossima volta. Oggi il Pakistan, paese dove sangue e sofferenza non sono certo merce rara, rimane incredulo rispetto al suo 11 settembre, il peggiore attentato della sua storia, «Our darkest hour» come titola l’Express Tribune. Serve a poco fare di tutta l’erba un fascio, colpevolizzare il mondo mussulmano nella sua interezza, invocare «chiusura delle frontiere», «occuparsi degli affari nostri» o al contrario «spedire piu’ bombe su questi pazzi». L’intreccio afgo – pakistano e’ estremamente complesso, e le semplificazioni non aiutano. Ci vuole molto piu’ di qualche riga per entrare nel merito, provero’ a buttare giu’ qualche linea essenziale che aiuti a capire il contesto, approfondiremo col tempo, tra l’altro anch’io devo assimilare poco a poco i frammenti di questo puzzle.

    L’attacco di ieri e’ stato effettuato dal gruppo principale di talibani del Pakistan, conosciuto come TTP. La galassia talibana non e’ unitaria, i talibani del Pakistan, dell’Afghanistan e ISIS (o Daesh) sono cose diverse e pur essendo ispirati da ideologie simili non seguono esattamente la stessa strategia.

    I talibani (studenti, di Corano) sono gruppi d’ispirazione integralista nati in Pakistan negli anni ottanta, a seguito dell’enorme rafforzamento delle scuole coraniche e dell’islamismo effettuato dal regime militare a partire dall’anno 1977 (colpo di stato del generale Zia contro il presidente Bhutto), che avvia il processo d’islamizzazione di questo paese, in contrapposizione all’ispirazione laica iniziale del suo fondatore, Ali Jinnah. L’ispirazione ideologica del talibanismo risiede nella scuola di pensiero Deobandi, cui si ispirano la maggior parte della madrasse (scuole coraniche) e nel wahabismo, interpretazione dell’Islam prevalente in Arabia Saudita, molto conservatore (interpretazione il piu’ letterale possibile del Corano, un testo scritto nel sesto secolo dC).

    Gli studenti coranici formati in queste scuole vengono inquadrati miltarmente e mandati in Afghanistan a lottare contro i sovietici. Questa lotta e’ portata avanti dai cosiddetti mujaheddin, con l’aiuto statunitense e pakistano, che pero’ e ‘ differenziato: gli statunitensi vogliono cacciare i russi dall’Afghanistan, i pakistani controlare il loro «retroterra» (la frontiera tra Pakistan e Afganistan e’ porosa e incontrollabile). Una volta sconfitti i sovietici, nella guerra civile afghana che ne segue, occidente e India tendono a appoggiare le milizie del nord (quella che verra’ conosciuta piu’ tardi come Alleanza del Nord, composta da tagiki, uzbeki, turkmeni e hazara), il Pakistan i gruppi pashtun, a forte presa talibana. Da tenere presente che le popolazioni pashtun, radicate a entrambi i lati della frontiera, si rifugiano dall’una o dall’altra parte di essa a seconda dell’andamento del conflitto. In questo momento ci sono ancora milioni di rifugiati afgani in Pakistan e diverse centinaia di migliaia di rifugiati pakistani in Afghanistan: dipende dalla tranquillita’ relativa delle zone d’origine. I rifugiati, concentrati in campi dalle condizioni penose e senza prospettive, sono facile ricettacolo di propagandisti, millantatori e reclutatori di braccia per la guerra.

    I talibani afghani finalmente presero il potere in Afghanistan dopo la caduta del regime pro – sovietico: sono gli anni del potere talibano a Kabul. L’11 settembre provoco’ un precipitoso intervento militare per cacciare i talibani dal potere (piu’ che altro, perche’ avevano ospitato Bin Laden e Al Qaeda, loro alleato, non perche’ desse fastidio il loro oscurantismo). La caduta dei talibani fu opera delle milizie dell’Alleanza del Nord, appoggiate dagli Usa ed altre potenze limitrofe, ma non dal Pakistan, che teneva a non annientare le milizie talibane, rifugiatesi dall’altro lato della frontiera e rimaste indisturbate per anni nelle zone limitrofe, con liberta’ di passaggio. Il fatto che gli Usa decidessero di non intervenire con proprie truppe ma affidare la lotta contro i talibani solo agli alleati del nord contribui’ a preservare la loro forza. Gli Usa avevano due obiettivi in Afghanistan: catturare Bin Laden e trasferirsi in Iraq, dove si combatteva un’altra battaglia (caduta del regime di Saddam Hussein e relativo controllo delle riserve petrolifere).

    L’appoggio alla ricostruzione dell’Afghanistan rimase sempre un’inquadramento di tipo militare, senza reali risultati in termini di sviluppo e miglioramento delle condizioni di vita. Col tempo, la mancanza di risultati ha permesso ai talibani di recuperare terreno: l’Afghanistan non si e’ rafforzato come struttura statale e rimane debole. La comunita’ internazionale se ne sta andando, dopo un decennio, stanca di vedere cosi’ pochi risultati concreti. Ma per costruire una struttura statale solida ci vogliono decenni di sforzi e ingenti risorse, non basta qualche anno di presenza come ingenuamente si tende a credere in Occidente.

    I talibani, indisturbati per anni nelle zone tribali del Pakistan, sono adesso sotto pressione perche’ il governo civile pakistano ha lanciato un’offensiva militare (Zarb-e-Azb – attacco decisivo e «tagliente»), in zone in cui i talibani fuoriusciti dall’Afghanistan erano rimasti indisturbati dalla fine della guerra in Afghanistan nel 2002. Sono zone tribali, rurali e estremamente conservatrici. I talibani si mimetizzano perfettamente, perche’ la loro cultura corrisponde a quella locale. E’ in quelle zone che fu attaccata Malala e che prevalgono valori lontanissimi dalla vita moderna. Adesso la popolazione di quelle zone e’ rifugiata altrove, in Pakistan o Afganistan, e l’esercito sta lottando contro quella parte di gruppi che sono ancora sul terreno (molti se ne sono andati, ovviamente…in Afghanistan, approfittando del ritiro delle truppe occidentali). E’ l’effetto «coperta corta»: colpisci di qua, loro se ne vanno di la’. Apparente tranquillita’ per un po’, poi si riorganizzano e il terrore riparte.

    Per diversi mesi i talibani pakistani hanno sofferto quest’offensiva, che vuole anche rimuovere i dubbi persistenti da anni sulla vera volonta’ pakistana di eliminare le basi terroriste, e non sono riusciti a controbattere con attentati, che richiedono certa capacita’ logistica, in questo momento alla prova.

    L’attentato di ieri non e’ stato molto sofisticato, e potrebbe confermare che sono in difficolta’: sei uomini armati e coperti d’esplosivo hanno scavalcato i muri d’una scuola che appartiene all’esercito, dove vanno figli di militari e insegnano spesso mogli di militari, sparando a piacere e poi facendosi saltare. 141 morti e’ il bilancio piu’ pesante d’un attentato nella storia del paese, credo.

    Si tratta quindi d’una esplicita vendetta nei confronti dei militari, attraverso le loro famiglie, cui s’aggiunge il simbolismo dell’attacco a una scuola «moderna», quindi non coranica, dove s’insegnano materie «fuorvianti» rispetto all’unica verita’ ammissibile.

    Un’ultima nota (il discorso non finisce certo qui): perche’ gli aggressori considerano ammissibile uccidere bambini? Al di la’ delle chiavi di lettura precedenti, bisogna considerare che le zone di presenza talibana vengono regolarmente bombardate dall’esercito, ma sono anche oggetto dell’azione dei droni, non coordinati con l’azione militare interna e diretti dal territorio statunitense, che vengono telecomandati per colpire targets identificati come terroristici (leader e militanti). Il problema dell’azione telecomandata e’ che dipende da informazioni ottenute sul terreno, per loro natura fuggevoli e incerte, e che provoca ingentissimi «danni collaterali» (nome pudico per dire morti di gente che militante non e’: si calcola che per 20 morti tra i militanti armati si diano 80 morti tra le popolazioni civili circostanti). Questo per dire che gli aggressori di ieri non stimano di comportarsi diversamente da chi considerano loro nemici. Questo stillicidio di vittime tra i civili e’ una delle principali fonti d’alimentazione del terrorismo, e dovrebbe servire a far capire ai fautori della tattica dei bombardamenti dall’alto che quella modalita’ ha anche effetti controproducenti.

    C’e’ molto di piu’ da dire, ci saranno altre occasioni.

    Islamabad, 17 dicembre 2014.

  • Diario pakistano, numero quattro

    In questi giorni mi chiedevo come mai le difficoltà iniziali, più o meno comuni ad ogni inizio in un nuovo paese, e tanto simili in questo caso a quelle che incontrammo in India dodici anni fa (tante difficoltà logistiche in un paese organizzato in maniera completamente diverso dall’Europa e con criteri di qualità completamente differenti, o inesistenti; case grandi, brutte e malfatte a prezzi triplicati rispetto alla logica, senza che come stranieri e a causa delle regole di sicurezza possiamo ovviare a tale sistema, che favorisce i proprietari rispetto ai malaugurati inquilini; tempi infiniti per risolvere qualsiasi cosa, tipo un conto corrente che da più d’un mese cerchiamo d’aprire, finora senza successo, non chiedetemi perché, (questi sono solo alcuni esempi) mi stiano risultando così pesanti adesso rispetto al 2002.

    Credo che ciò dovuto a tre fattori: da una parte abbiamo dodici anni in più, e siamo meno pazienti. Secondo, uno pensa sempre che le esperienze negative non si ripetano nel tempo, solo per scoprire che averle fatte prima non te lo evita: semplicemente ti preparano a affrontarle con una prospettiva diversa, ma devi affrontarle comunque. Terzo, e credo che fattore decisivo: questa è la prima volta che passiamo attraverso queste difficoltà e il relativo stress senza che nostro figlio Matías sia con noi. Oggi ha vent’anni, e studia in Spagna. La sua lontananza, la sua assenza ogni sera quando si fa il punto degli (scarsi) progressi del giorno è l’obolo più pesante da pagare alla nostra professione, specie quando l’eserciti in un paese difficile come questo. Da un lato sei più tranquillo che non corra rischi qui, dove d’altronde non potrebbe studiare, dall’altro ti manca terribilmente la sua presenza fisica: il grande vantaggio della prima parte d’una carriera internazionale è che hai i tuoi figli con te, tutto il resto viene dopo. Nella seconda parte puoi avere posti più prestigiosi, ma senti molto di più il peso della distanza.

    Un’altra cosa cui è difficile abituarsi, e questo vale qui, non altrove, sono le macchine blindate, le scorte, la sensazione di non essere mai da solo, mai davvero libero. D’altronde, difficile sentirti a tuo agio quando non puoi passeggiare per strada, ne’ muoverti liberamente per la città. Una prima considerazione: le macchine blindate sono tremendamente scomode. Le porte pesantissime da aprire, l’ambiente poco confortevole all’interno. L’altro giorno chiedevamo perché le finestre d’una casa che stavamo considerando fossero cosi scure: ingenuamente pensavamo la patina applicata ad esse fosse per ridurre il caldo. Inesatto: è per evitare che in caso d’esplosione nelle vicinanze, i pezzi di vetro si spargano per la casa, divenendo essi stessi proiettili. Lo stesso in macchina. Vabbè. Non strano quindi che quando si vive in queste condizioni la cosa che ti manca di più di solito non sono negozi pieni, bevande alcooliche o ristoranti variati, ma il poter camminare per strada, senza timori.

    In queste settimane si sono verificati in questo paese eventi che hanno fatto clamore nel mondo: oltre alla conferma della condanna a morte per blasfemia di Asia Bibbi, di cui abbiamo già parlato, anche l’omicidio, da parte di una folla inferocita, di una coppia di cristiani in un villaggio del Punjab: erano stati accusati anche loro di blasfemia, perché nella loro spazzatura sarebbe stata trovata una pagina del Corano (notare che i due erano analfabeti). Una folla inferocita, sobillata dall’imam locale, li ha linciati e buttati in un forno. Storie d’ordinario orrore.

    Sulla stampa europea notizie di questo tipo, che vengano dall’India, dal Pakistan o dal medio oriente, vengono di solito presentate come “un’offensiva contro i cristiani”. La realtà è più complessa, anche se non meno preoccupante.

    Quella che è in corso nel mondo mussulmano è una radicalizzazione religiosa della società, ispirata in parti uguali da un rifiuto generalizzato dell’occidente, di una globalizzazione ispirata da valori considerati estranei all’Islam, dall’insuccesso economico di molti paesi islamici, incapace di offrire prospettive allettanti alle loro popolazioni e dal generoso foraggiamento di tali visioni da parte dei paesi del golfo: interessati a buoni rapporti economici con l’occidente cui vendono petrolio e gas, ma anche a evitare quella democratizzazione che uno sviluppo economico condiviso genererebbe.

    Paesi come il Pakistan o come l’Afghanistan, pur senza essere mai stati “occidentali” in passato, avevano sperimentato un certo sviluppo in quella direzione nelle loro realtà urbane. Per nulla nelle campagne, dove vive la maggior parte della popolazione. Dagli anni ottanta in poi (rivoluzione islamica in Iran), e definitivamente dall’11 settembre, quella timida tendenza si è invertita, e una visione radicale dell’Islam ha riacquistato preminenza. Oggi il radicalismo islamico, insegnato nelle madrassa, dove studiano milioni di ragazzi mussulmani materie esclusivamente coraniche, fa concorrenza non all’Islam moderato, ma a quello conservatore, immobile in materia sociale. L’islamismo moderato che tanto ci piace in occidente, laico, moderato e tollerante, è francamente minoritario da queste parti.

    L’Islam conservatore, per sopravvivere l’offensiva di quello radicale, sempre più aggressivo, preferisce blandirlo, non contrastarlo, ingessando quindi la società su posizioni lontanissime da quelle che consideriamo normali in occidente.

    I radicali interpretano alla lettera il Corano, scritto nel sesto secolo d.C., e su questa base giustificano l’eliminazione fisica dei politeisti e la sottomissione delle altre religioni monoteiste (non eliminazione, ma cittadinanza di seconda classe). Una realtà che è stata tale per secoli in terra islamica, ma che ha riacquisito vigore negli ultimi decenni grazie a questo processo di radicalizzazione. I cristiani hanno vissuto per secoli in queste terre come minoranza di seconda classe, ma rispettata. L’auge del radicalismo ha riportato di moda una lettura della situazione da sesto secolo d.C.

    Questo sviluppo è stato in buona parte favorito anche dall’atteggiamento di chi vedeva nel comunismo il nemico da battere, e per farlo ha tollerato o appoggiato chiunque vi si opponesse, fosse chi fosse. La logica il nemico del mio nemico è mio amico SEMPRE GENERA MOSTRI.

    In questo quadro, gli integralisti di fede sunnita considerano loro nemici chiunque sia diverso da loro: sciiti, altre minoranze mussulmane, cristiani, induisti, buddisti, donne emancipate, progressisti, riformisti.

    I cristiani sono in Pakistan tra le comunità più povere e emarginate: non sono attaccati in quanto cristiani, ma in quanto minoranza, in un paese che discrimina pesantemente qualunque minoranza, considerata espressione d’una cittadinanza di rango inferiore.

    Non è quindi in corso un’offensiva contro i cristiani di per sé, ma contro chiunque sia diverso dalla maggioranza.

    La povera coppia linciata e bruciata non aveva commesso alcun atto di blasfemia: erano poveri contadini indebitati, che dovevano dei soldi al proprietario della terra che lavoravano: invocare la blasfemia è stato semplicemente un modo per punirli, e avvisare altri nella stessa situazione. La religione diviene una scusa per intensificare la pressione sociale, in un paese povero e fortemente classista.

    D’altronde, la legge sulla blasfemia è usata soprattutto contro mussulmani, spesso di minoranze, anche se poi in Europa si sa solo dei casi contro cristiani, di per sé gravissimi (le prime reazioni del governo sono state di condanna, e molte persone che hanno partecipato all’eccidio sono state arrestate, vedremo il seguito, spesso deludente). Ma quella che è in corso in parte del mondo mussulmano non è una guerra contro il cristianesimo, ma contro la diversità, contro il pluralismo.

    Di fronte a situazioni cosi mostruose, in un paese nel quale i diritti umani vengono violati sistematicamente, i tribunali non condannano quasi nessuno per delitti commessi nei confronti delle minoranze, religiose o etniche che siano, o nei confronti di donne e bambini, a volte ti prende lo sconforto: per tutte le pressioni che i partner internazionali possano fare, i progressi sono lenti, limitati, più legati al cambiamento sociale e di mentalità che ad azioni di un governo. La coscienza di voler cambiare deve venire dal di dentro, e non è facile vederla emergere.

    Anche la recente visita del rappresentante speciale per i diritti umani dell’UE, Stavros Lambrinidis, ha confermato le molte difficoltà, e gli scarsi progressi. Lo stesso legare l’accesso di prodotti pakistani al nostro mercato a progressi concreti nel rispetto dei diritti umani, cosa che si fa mediante il meccanismo conosciuto come GSP +, ha limiti e va usato con criterio.

    In questo quadro complesso, in una zona del mondo dove essere occidentale non genera simpatie, ma sospetti (la visione prevalente qui è che noi occidentali vogliamo costantemente umiliare i mussulmani, dobbiamo agire con molta circospezione) promuovere le convenzioni internazionali di rispetto dei diritti umani che il Pakistan ha liberamente sottoscritto, come quella sui diritti dei bambini che ha compiuto questa settimana 25 anni, è molto importante. Ricordiamolo, non sono diritti occidentali, ma universali, e nel momento in cui un paese ne sottoscrive la convenzione si obbliga a rispettarli e promuoverli nella legislazione e nella pratica.

    Per dare un’idea della difficoltà di certi temi, basti sottolineare che la settimana scorsa l’associazione delle scuole private pakistane ha proibito l’uso del libro di Malala, considerando che promuoverebbe valori «anti – islamici»: acclamata nel mondo, criticata in casa.

    Questa settimana sono intervenuto due volte sul tema: in un festival di promozione dei diritti per i bambini, in cui una ONG finanziata anche dall’UE ha presentato spettacoli di pupazzi che diffondono storie di promozione dei diritti dei bambini (15 milioni di bambini in Pakistan non vanno a scuola, 10 di loro bambine, e tantissimi lavorano). E in congresso sul tema in un’università di Islamabad.

    Children festival

    Non sono ancora del tutto abituato a trovarmi davanti un pubblico mussulmano, in cui ad esempio le studentesse portano quasi tutte il foulard, ma molto di più mi ha sorpreso il pubblico di bambini di circa dieci anni del primo evento. Ho dovuto cambiare l’impostazione del discorso che mi avevano preparato, centrato su convenzioni internazionali, impegni e legislazione, per trovare il modo di collegarmi con un pubblico così giovane. E parlando dopo i pupazzi, una concorrenza imbattibile!

    Children festival 2

    Ho raccontato loro che anche nel mio paese abbiamo dei pupazzi, con un nome molto simile, “pupi”, per dire loro che i divertimenti che piacciono ai bambini sono molto simili ovunque: siamo legati gli uni gli altri da tante cose comuni, al di là delle nostre culture. E della mia sorpresa quando, già cresciuto, avevo scoperto i “pupi” in Nord africa, capendo che non erano un’esclusiva della nostra terra, come avevo pensato sin lì: quante cose in comune abbiamo in quest’enorme spazio aperto che dal Mediterraneo va all’Oceano Indiano, quanto ci siamo scambiati e influenzati nel corso dei secoli, senza che oggi nemmeno ne siamo coscienti!

    Children festival 3

    Non so se avrò avuto successo nella mia impostazione, ma alcuni ragazzi nelle prime file mi hanno detto che il mio discorso gli era piaciuto più degli altri. Mah, chissà se sarà vero.

    La mia prima conclusione da questo periodo qui è che la battaglia culturale da combattere è immensa, difficile, e sarà un cammino pieno di difficoltà e frequenti frustrazioni. Altro che “fine della Storia”!

    Islamabad, 23 novembre 2014.

  • Diario pachistano – numero tre

    Siamo a un mese dall’arrivo. Tra feste e le lentezza esasperante della burocrazia locale, siamo ancora abbastanza in alto mare nell’installazione: solo questa settimana abbiamo ricevuto dal ministero degli esteri le carte diplomatiche, che sono i nostri documenti in loco, che ci permettono di sbrigare la maggior parte delle formalità. Di trasloco a casa non se ne parla ancora, forse tra un paio di settimane, inshallah: tutto va a rilento, una dimensione di cui spesso ci dimentichiamo in Europa, dove esigiamo risposte rapide (in Italia mica tanto…).

    Lunedì e martedì è di nuovo festa: il nono e decimo giorno di Muharram, primo mese dell’anno islamico, particolarmente importante per gli sciiti, che martedì ricorderanno nell’Ashura la morte dell’Imam Hussein, nipote di Maometto e per loro suo legittimo erede.

    E’ in quest’ occasione che si celebrano, attorno alle moschee d’osservanza sciita, le famose processioni dei flagellanti: solo a Islamabad saranno circa duecento. Io non le ho mai viste dal vivo perché nell’unico paese islamico dove ho vissuto in precedenza, il Marocco, non c’è presenza sciita.

    Il problema è che, a causa dei notevoli problemi esistente tra sunniti e sciiti in tutto il mondo islamico, queste processioni vengono prese dai sunniti radicali come provocazioni, e sono spesso oggetto di attacchi terroristici, spesso con bombe, o provocano diverbi spesso violenti: in occidente queste stragi si perdono un po’ nel calderone dei tanti attentati di questa regione, ma le cerimonie sciite sono spesso il detonante di quelli più gravi.

    Per questo non potrò andare per strada a vederle in prima persona, tutte le ambasciate lo proibiscono, e gli stessi pakistani limitano al massimo gli spostamenti: l’anno scorso morirono 10 persone nella vicina Rawalpindi.

    Un peccato che una manifestazione religiosa molto particolare e sentita (i flagellanti si frustano a sangue davvero, senza risparmio) diventi ragione per uno scontro che d’altra parte sopravvive da secoli. E che la geopolitica attuale non fa che acutizzare.

    Sempre in materia religiosa, la settimana scorsa abbiamo partecipato a una cerimonia religiosa buddista per la pace nella regione svoltasi a Taxila, antica città sulla via della seta, oggi in rovina ma con importanti reperti archeologici: architettura buddista con forte impronta ellenistica, dato che la città fu una delle tappe di Alessandro e l’arrivo dei canoni greci è molto visibile nelle stupa (templi) buddisti. L’impressione di fusione religiosa ricorda, molto in piccolo, quella dei templi di Angkor Wat in Cambogia che, nati induisti con la dinastia khmer, poi divennero luoghi di culti buddisti. Taxila era città importante del regno di Gandhara, che fu prima induista, poi buddista, buddista – ellenistico e perse importanza con le invasioni islamiche. Per curiosità, in Pakistan esiste una valle nella quale vive una comunità d’origine greca: discendenti dei macedoni di Alessandro, praticano una religione pagana e producono, unici nel paese, vino e liquori.

    Taxila è, come la maggior parte dei siti archeologici in questa parte del mondo, diversa dai nostri: molto più dispersa, scomoda da visitare, in rotta errante tra villaggi e greggi: una sensazione forse simile a quella dei viaggiatori inglesi che scoprirono le rovine che in Italia erano state dimenticate per secoli e divenute rifugio di pastori e bestiame.

    La cerimonia religiosa aveva un forte valore simbolico perché la cerimonia per la pace era buddista, ma per definizione aperta a persone di tutte le confessioni e si svolge in un’epoca nella quale il radicalismo religioso sta aumentando esponenzialmente in questa parte del mondo, provocando sempre più intolleranza nei confronti degli altri credi, peraltro anch’essi presenti qui da secoli. Significativo pensare che nel monastero buddista (Jaulian Monastery) nel quale ci trovavamo si trattava probabilmente della prima cerimonia religiosa in millequattrocento anni, da quando i monaci se ne andarono con l’arrivo dell’Islam.

    I giovani presenti erano quasi tutti vestiti di verde: abbiamo chiesto loro se avesse un significato rituale: no, era il verde della bandiera del Pakistan: mai dimenticare l’importanza del sentimento nazionalista al di fuori dell’Europa: lo stato – nazione è stato eroso dalle nostre parti, nel resto del mondo la bandiera continua a contare.

    Per un europeo, abituati come siamo alla secolarizzazione e al peso relativo della diversità religiosa (si è religiosi o no, difficilmente convivono da noi diverse religioni, salvo ora l’impennata dell’islam), è importante notare l’importanza anche dell’appartenenza confessionale e delle sue implicazioni politiche, cha caratterizza tutta l’immensa regione che va dal Marocco al Mar della Cina. L’appartenenza religiosa ti definisce molto più decisamente di quella sociale, sbagliato considerarlo “un dettaglio”.

    Una parte molto importante del mio lavoro è rappresentare l’UE in riunioni pubbliche, eventi, seminari sui vari temi. Con il tempo, mi sono sentito sempre più a mio agio a parlare in pubblico, cosa che per molti altri è un via crucis. Chi l’avrebbe mai detto che un ragazzo timido e silenzioso si sarebbe trasformato in questo modo? Cose della vita. Tant’è, fare il mio lavoro senza quella capacità sarebbe come per un ballerino fare a meno delle gambe. In fondo, la nostra prima funzione è rappresentare l’UE, farne conoscere le posizioni e ricavare la massima quantità d’informazioni su quella dei nostri partner per orientare le nostre azioni. Fondamentali quindi le relazioni pubbliche e la capacità di conoscere e farsi conoscere.

    In questo quadro, uno degli aspetti più difficili al cambiare di paese è adattarsi al senso umoristico prevalente. Ci vuole un po’ a capire le chiavi dell’umore, dei comportamenti che generano empatia. Io mi sento a mio agio se posso intercalare i miei interventi con certa dose d’umorismo complice, e a disagio se devo rimanere troppo formale. La trasferibilità del senso dell’umore è limitata, e questo è uno degli aspetti che alcuni nostri leader politici, nel loro autoreferenzialismo, non hanno mai capito: in ambito europeo, multilingue e con l’intermediazione del traduttore, le battute non fanno lo stesso effetto che a casa tua, dove la complicità è più diretta. Se ne fai troppe, dai di te (e del tuo paese) un’immagine frivola; e poi difficilmente vengono capite.

    Nel giorno per giorno degli uffici dell’UE, dove si lavora in inglese e (sempre meno) in francese, volenti o nolenti prevale il senso umoristico di stampo britannico: più difficile incasellare altri tipi d’umorismo. Nei vertici ministeriali invece le battute non funzionano per niente, meglio evitarle (i nostri leader ne hanno fatto il pieno per anni, curioso che non abbiano mai capito che era controproducente).

    Importante quindi respirare il clima del paese, capire come ridono, cosa li muove, che grado di spontaneità e personalismo adottare.

    In Brasile, mia prima destinazione extra – europea, in poco tempo mi fu facile acquisire le chiavi dell’umore: molto diretto, informato sui temi – chiave dell’attualità, compresa quella calcistica (se non fai riferimenti al calcio non conquisterai mai un uditorio brasiliano), con un certo grado di compiacenza con alcuni aspetti ludici del ser brasileiro. Fondamentale poi, per generare simpatia, intercalare espressioni idiomatiche locali che non starò qui a elencare. Perché la gente t’ascolti con simpatia e maggiore interesse, devi farti capire parlando correttamente la LORO lingua, usando espressioni a loro familiari. Ovviamente, devi poi cambiare il linguaggio a seconda dell’ambiente in cui ti trovi: non è lo stesso parlare al Congresso che in una quartiere dove stai inaugurando un centro sanitario o un’installazione elettrica (cose fatte non in Brasile ma in El Salvador): ovunque devi trovare le parole giuste. Uno dei grandi errori dei cattivi oratori è parlare allo stesso modo a tutti, perché non dimostri empatia, né l’esserti preparato pensando a loro. In quel modo semplicemente li perdi, e fallisci nel tuo compito.

    Quando dal Brasile passai all’India, vidi subito che lo stesso tipo di umore, compiacente e simpatico, non funzionava: inutile cercare la complicità di un pubblico per cui ero comunque un diverso. Milioni di brasiliani hanno origine italiana, e io potrei essere perfettamente brasiliano, per loro. Per un indiano o pakistano, no way, sarai sempre diverso da loro. L’ho visto anche nel caso di coloro che hanno imparato bene la lingua locale, cosa che a me non riuscì con l’hindi, e che ritenterò adesso con l’urdu (d’altronde sono due versioni della stessa lingua, ho una seconda opportunità): non sempre quello sforzo viene apprezzato, perché si vuole che tu rimanga un outsider comunque.

    Col tempo imparai a muovermi nello spazio indiano: imparando a convivere coi loro ritmi (le ghirlande di fiori, gli eterni tè) e assecondare la loro vanità. Ho imparato a usare metafore ispirate al cricket, e anche a giocarvi (il cricket è, in India e in Pakistan, l’equivalente del nostro calcio: se non ne sai niente, ti perdi metà delle metafore). Ho capito che usare esempi storici, anche di storia indiana, non è utile perché loro non vi sono abituati: i riferimenti che un pubblico indiano capisce solo quelli alla mitologia induista, non alla storia dell’India (ovviamente non a quelli dell’Europa: mi stupì un sondaggio appena arrivato in India secondo il quale per gli adolescenti indiani il personaggio storico più significativo del XX secolo era Adolf Hitler: uno avrebbe detto Gandhi, no?).

    In El Salvador importantissimo immedesimarsi nella forte religiosità cattolica del paese: ogni evento pubblico inizia con preghiera e benedizione. Di nuovo in ambito latinoamericano, si crea con molta più facilità empatia e vicinanza, ma va ricordato che le società centroamericane sono molto diverse dalle nostre, e l’umore si adatta anche lui. Di nuovo di scena il calcio, ma non quello locale come in Brasile, ma quello spagnolo: Barcellona e Real Madrid hanno più tifosi in Centroamerica che in Spagna, e non ebbi difficoltà a simpatizzare con la parrocchia più numerosa: la stessa cui appartengo io, di colore blaugrana. Il grande rendimento della squadra in quegli anni aiutò la mia retorica, da vincitori si è generosi.

    Qui in Pakistan non ho ancora dato discorsi in pubblico: sto cercando di capire le chiavi dell’eloquenza locale. La difficoltà è che parlano un’inglese pieno di espressioni urdu, a volte fanno le frasi mezze mezze, non semplicissimo seguirli, come del resto l’accento, a volte un po’ criptico. Ho già capito che la materia religiosa e le abitudini sociali sono materia tabù. Vedremo come si sviluppa la cosa: se a fine mandato sarò in grado di raccontare barzellette mescolando inglese e urdu sarò di sicuro divenuto popolare: anche se l’asticella è un po’ alta per il momento.

    Islamabad, 2 novembre 2014.

  • Diario pachistano: numero due

    Una quindicina di giorni è passata dal nostro arrivo, e le cose avanzano molto lentamente. Il fatto che esso coincidesse con l’importante festa mussulmana di Eid-al Adha (la festa del sacrificio, nella quale tutte le famiglie devono macellare in casa un agnello a ricordo della prova cui fu sottoposto Abramo) ha contribuito a rallentare ulteriormente il nostro inizio: la città è stata del tutto inattiva per sei giorni, impossibile fare alcunchè.

    Questo ha accentuato quel «slowly slowly» gia di per sè tipico di questa parte del mondo, che già avevamo conosciuto in India. Importante assimilare ritmi e regole di qui, inutile pretendere d’imporre un velleitario ritmo accelerato, che genererà solo frustrazione.

    Isabel doveva completare le sue vaccinazioni: per questo ci siamo dovuti recare all’unico ospedale pubblico di Islamabad abilitato a rilasciare i certificati internazionali di vaccinazione (le «carte gialle» dell’OMS). Particolarmente importante quella per la poliomelite, perchè questo è uno dei pochi paesi al mondo nel quale quella malattia non è eradicata. Oltre a quella vaccinazione, qui ancora somministrata oralmente, dovevamo farne alcune altre, per cui abbiamo comprare noi stessi i vaccini e portarli all’ospedale, che non ne ha in dotazione: un primo avviso di cos’è un ospedale da queste parti.

    L’ospedale era in effetti molto «basic», sovraffollato, congestionato, con igiene improbabile: se questo è un ospedale pubblico nella capitale, possiamo immaginare cosa sia di quelli nelle province dove a malapena si nota la presenza statale e sottoposte al regime tribale. Cio’ non toglie che ci abbiano trattati con la gentilezza abituale da queste parti, quella riservata a due extraterrestri, uno in giacca e cravatta, l’altra senza velo in testa, atterrati evdentemente da un altro pianeta. Non male, a volte agli extraterrestri va peggio.

    Il problema è stato di natura molto pratica: come riuscire a somministrare i vaccini a Isabel da parte delle infermiere senza che lei mostrasse alcun millimetro di pelle? Alla fine, in qualche modo sono riuscite a farlo, anche se un po’ maldestramente a causa del loro nervosismo per la situazione cosi’ anomala: non ci è rimasto chiaro come facciano a fare iniezioni in questo paese senza sconvolgere il pudore, forse attraverso il tessuto.

    Il ritorno della poliomelite in Pakistan assume contorni interessanti da conoscere: il Pakistan ha il dubbio onore di essere, con Afghanistan e Nigeria, uno degli unici tre paesi a non aver eradicato la polio, malattia incurabile ma prevenibile mediante vaccinazione infantile.

    Di fatto, nel 2008 i casi erano caduti a zero, premessa per un raggiungimento dello status di «polio – free». Ma questo coincise con il rafforzamento dei talibani nelle zone tribali: i talibani non credono alla medicina moderna, che considerano un’ingerenza indebita nella volontà divina, e nelle zone rurali hanno incominciato a fare propaganda CONTRO la vaccinazione antipolio ai bambini, sostenendo che si trattasse d’un operazione islamica promossa dall’occidente per rendere sterili i bambini mussulmani e infettarli di HIV…In un contesto d’analfabetismo, e con l’attività delle scuole boicottata da quelle stesse persone, il castello ha incominciato a sgretolarsi. Sempre piu’ genitori hanno rifiutato di vaccinare i loro bambini, e la polio è ritornata nelle zone tribali del Pakistan.

    Il fatto che l’arresto di Bin Laden a Abbottabad fosse stato propiziato da un falso ispettore antipolio, che riusci’ a penetrare nella sua dimora e confermare la sua presenza sul posto, ha ulteriormente contribuito a rendere gli agenti dell’antipolio dei nemici pubblici: il fatto è che sono divenuti obiettivo di attacchi terroristici, e molti di loro sono stati già assassinati.

    Risultato: la polio è ritornata, colpendo bambini non vaccinati, già piu’ di duecento quest’anno, e ha ripreso a diffondersi. Ormai, chi ha viaggiato in Pakistan deve dimostrare d’essere vaccinato, cosa che nel nostro caso era stata fatta da bambini, cosa di per sè ormai indimostrabile. Da qui la necessità di rivaccinarci.

    Chi direbbe che qualcuno possa opporsi a un obiettivo di cosi’ evidente salute pubblica? Ebbene, lo stesso Afghanistan ha avuto pochissimi casi quest’anno, tutti nelle zone pashtun, cosi’ come quelli piu’ numerosi pachistani. Con l’eccezione della Nigeria, la poliomelite rimane quindi un problema che riguarda esclusivamente le zone dell’etnia pashtun, all’interno della quale si è svilippato il movimento talibano, a cavallo tra Afghanistan e Pakistan.

    All’etnia pashtun appartiene anche Malala, insignita del premio nobel per la pace la settimana scorsa: un premio accolto con soddisfazione dalle autorità e dalla parte «impegnata» della società, ma criticato da da altre parti: commenti che dimostrano l’esistenza di elementi di forte maschilismo nella società. I talibani hanno pubblicato un comunicato facendo sapere che non ritenevano Malala una rappresentante dell’Islam.

    Questa settimana c’è stato un altro sviluppo negativo: la Corte Suprema ha confermato la condanna a morte di Asia Bibi, una donna cristiana di 50 anni accusata di blasfemia, pena perseguibile con la pena capitale in Pakistan. Proprio questa settimana si è celebrata la giornata per l’abolizione della pena di morte: in questo paese l’ultima esecuzione è avvenuta nel 2008, ma ci sono migliaia di persone condannate, senza che il Pakistan abbia aderito alla moratoria delle esecuzioni capitali promossa dall’UE e accettata dalla maggior parte dei paesi del mondo, molti dei quali non ancora abolizionisti.

    In Pakistan la pena capitale esiste per 27 crimini, tra i quali «blasfemia (contro l’Islam, apostasia e ….relazioni extramatrimoniali). Il caso di Asia è ancora appellabile, e probabilmente non sfocerà in un’esecuzione, ma è indicativo di una situazione complessa di discriminazioni nei confronti delle minoranze religiose, tra cui quella cristiana. L’elemento probatorio dell’avvenuta blasfemia sono dichiarazioni coincidenti di piu’ testimoni, ma conoscendo la realtà dei villaggi e i conflitti tra caste e gruppi religiosi, tutto diviene molto aleatorio. L’UE ha espresso il suo disappunto per la conferma di questa condanna ed auspica che il Pakistan modifichi al piu’ presto la sua legislazione per allinearla con gli standard internazionali prevalenti in materia di diritti umani (secondo i quali i tre delitti sopracitati non possono portare a condanne di quel tipo, quand’anche fossero ammissibli come delitti).

    Viste le forti pressioni esistenti nella società per mantenerli nel codice, si puo’ immaginare la controversia del tema.

    Islamabad, 18 ottobre 2014.

  • Diario pachistano – numero uno

    Grazie a tutti per gli auguri e gli incoraggiamenti. Siamo arrivati a Islamabad e le sensazioni sono cosi’ cosi’: la citta è evanescente, ma soprattutto altri i fattori che lasciano interdetti. La sensazione di passare da una fortezza super protetta (l’hotel) a un’altra (l’ufficio), senza la possibilità di muoversi da soli o semplicemente camminare su una strada; la stranezza di vivere sotto scorta e in una macchina blindata, esperienza quasi nuova per me e del tutto per Isabel, non particolarmente gradevoli. Movimenti lentissimi tra continui posti di blocco e controlli. Mah…sembra difficile abituarsi, credo che l’immensa libertà di cui godiamo in Europa di poterci spostare liberamente e senza pericoli ovunque vogliamo sia una degli aspetti piu’ preziosi della nostra forma di vita, che diamo per scontato, ma non ovunque nel mondo e’ cosi’.

    Islamabad, 3 ottobre 2014.

    Nella prima settimana in Pakistan, sento di nuovo quella sensazione di vortice che ti prende appena arrivato in un nuovo paese, con tutto da organizzare, a partire dalle cose piu’ essenziali: un telefono, mobilita’ in attesa del tuo container, case da vedere cercando di capire qualcosa dei quartieri da scegliere, dove reperire cose che servono da subito. Se ci si trasferisce in Europa o in Occidente, tutto e’ relativamente facile: gli schemi sono simili pur con qualche differenza. Quando invece ti trasferisci in paesi con culture molto diverse, in molte situazioni rimani davvero interdetto. In questo caso, la nostra esperienza indiana ci serve per interpretare le situazioni pakistane, con l’aggravante dell’emergenza sicurezza, molto meno presente nel paese vicino.

    Un punto comune a tutti i nostri trasferimenti extra – europei (Brasile, India, El Salvador, Pakistan) e’ la lotta contro un nemico onnipresente: l’aria condizionata, usata indiscriminatamente nei paesi americani e asiatici in luoghi come hotel e ritrovi pubblici. La prima cosa da fare, nei periodi iniziali passati in albergo, e’ spegnere l’aria condizionata, normalmente glaciale, che poi ti ritrovi regolarmente di nuovo a 18 gradi quando rientri in stanza. In giro per il mondo ho scoperto sulla mia pelle che ovunque, fuori Europa, l’aria condizionata e’ usata come segno di distinzione economica e sociale. Un latino americano e un asiatico «bene» deve muoversi in ambienti ghiacciati, per potersi distinguere dalla realta’ delle masse che stanno fuori da hotel, shopping e ristoranti di lusso, e che loro sono esposte al caldo e al sudore. Leggermente diversa, a mio avviso, la concezione statunitense dell’aria condizionata (e nel loro caso anche del ghiaccio, onnipresente in corridoi d’hotel e bicchieri, anche quando del tutto inutile). Li’ l’aria condizionata non distingue tra ricchi e poveri, ma riflette quel senso di superiorità/indifferenza dell’uomo nei confronti dell’elemento naturale tipico della civilta’ americana. Da nessuna parte ti congeli come negli Usa d’estate. In Asia e America ci si avvicina, almeno chi ha accesso ai luoghi esclusivi a temperatura polare.

    Per cui, alle difficolta’ iniziali si aggiunge quasi sempre una quasi – malattia, in questo momento sia io che Isabel siamo li’ li’ nella stanza la temperatura e’ sotto controllo, ma dal corridoio all’uscita si gela. Inevitabile che un europeo si raffreddi prima o poi. I locali no, per loro l’effetto – igloo e’ un’ onore. Con tanti saluti al riscaldamento globale.

    Islamabad, 7 ottobre 2014

  • Diario pachistano – numero zero

    Domani sarà un compleanno molto speciale: compirò 52 anni e 22 di matrimonio su un aereo che porterà me e Isabel a Islamabad, via Doha: la destinazione più difficile della nostra vita peraltro molto itinerante (è l’ottavo trasloco e il sesto paese da quando ci siamo sposati quel 1 ottobre 1992, alla Villa Napoleonica di Milano). Ieri abbiamo sigillato un grandissimo container dove stanno tutte le nostre cose, oggi consegnato la macchina: le ritroveremo tra due o tre mesi. Partiamo con il giusto grado d’apprensione per il futuro che ci aspetta, in una zona del mondo oggettivamente in ebollizione. Non sappiamo quello che verrà, anche se di solito la realtà del terreno è migliore di quella descritta da mezzi di comunicazione isterici, superficiali e creatori di odio. Tant’è: vedremo cosa ci riserva la vita. Non abbiamo il glamour del matrimonio politicamente perfetto di George Clooney e Amal Alamuddin, né la loro perfezione plastica. Ci prendiamo il nostro taxi e poi il nostro aereo. Sempre assieme per 22 anni, e molti ancora. Con noi lo spirito di Star Trek, e la voglia di capirci qualcosa.

    Waterloo, 30 settembre 2014.

  • UE: è l’anno dell’Italia

    UE: è l’anno dell’Italia

    Il Giro del Mondo in 30 Caffè – Nel secondo semestre 2014 l’Italia assumerà la Presidenza dell’Unione Europea, per la prima volta dall’adozione del Trattato di Lisbona nel 2009. Questo fattore è spesso evocato in Italia come un ostacolo insormontabile per eventuale crisi di governo: infatti, un esecutivo per gli affari correnti, sprovvisto quindi di pieni poteri, come potrebbe dirigere l’Unione? E anche se in teoria potrebbe farlo, quale sarebbe la credibilità, e quindi l’efficacia di tale presidenza?

    UNA PRESIDENZA “MONCA”? – Per verificare la correttezza di tale affermazione, dobbiamo capire in cosa consiste esattamente la presidenza europea nel contesto istituzionale post – Lisbona. L’ultimo esempio di presidenza “monca”, cioè ostentata da un paese il cui governo gestiva solo gli affari correnti, è quella belga del secondo semestre 2010, portata avanti interamente dal governo dimissionario di Yves Leterme, che in realtà avrebbe continuato a dirigere il Belgio fino al dicembre 2011, quando finirono i 541 giorni di negoziati successivi alle elezioni politiche belghe del giugno 2010. Quella presidenza dovette affrontare le sequele della crisi greca (primo bailout maggio 2010), il successivointervento per l’Irlanda (novembre 2010)e il processo di preparazione del meccanismo di stabilità, approvato nel gennaio 2011. Interessante notare che la provvisorietà del governo belga ebbe pochi effetti su queste importanti questioni: eventuali ritardi o manchevolezze nell’approccio europeo alla crisi economica possono essere attribuiti a molti fattori, ma di certo non all’eventuale debolezza della presidenza belga in quel momento di grande difficoltà.
    Nel quadro istituzionale di Lisbona, esiste un presidente dell’Unione, Herman Van Rompuy, che dà continuità all’azione della presidenza, superando i limiti della semestralità del sistema precedente. E la presidenza rotatoria UE ha perso un’importante funzione che esisteva prima di Lisbona, quella della rappresentanza internazionale dell’UE nei rapporti con i partner del blocco europeo, per esempio la presidenza dei vertici con Usa, Russia, Cina etc. Tale funzione è stata assorbita dalla presidenza permanente e dalla nuova funzione di alto rappresentante per la politica estera e di difesa comune, attualmente coperto dalla britannica Catherine Ashton. Tale cambiamento ha implicato anche la trasformazione delle Delegazioni UE in missioni diplomatiche a parte intera, divenute definitivamente ambasciate incluse nella “lista diplomatica” (elenco delle missioni diplomatiche accreditate in un paese e non più, com’era ancora il caso in alcuni paesi, tra gli organismi internazionali). L’ambasciatore UE oggi rappresenta l’UE in permanenza in un paese terzo, mentre fino al dicembre 2009 lo faceva l’ambasciatore della presidenza di turno.

    IL RISCHIO DI UN DOPPIONE – La perdita della dimensione esterna e la presenza d’un presidente permanente hanno quindi molto ridotto le prerogative di quella semestrale, che in tutta coerenza avrebbe dovuto essere eliminata dal Trattato di Lisbona, pur rimanendo, con buona pace della  trasparenza instituzionale, il Consiglio UE e il Consiglio Europeo due istituzioni distinte. Il suo mantenimento, dovuto a un atteggiamento conservatore da parte degli stati membri dell’UE, desiderosi di mantenere un ruolo di certa visibilità di fronte alle proprie opinioni pubbliche, ha di fatto creato un doppione abbastanza vuoto di contenuti concreti. Il ragionamento seguito è che si voleva che tutti gli attuali membri dell’UE post – allargamento potessero avere almeno una volta la presidenza UE, che ha un notevole effetto di mobilitazione pro – europea all’interno del paese. In questo nuovo quadro istituzionale, nel quale tra l’altro i vertici si tengono ormai solo a Bruxelles, il ruolo della presidenza semestrale si limita alla presidenza delle sessioni ministeriali del consiglio e alla facoltà di proporre alcuni temi di particolare interesse all’agenda del consiglio UE. In realtà, gli obiettivi raggiungibili in sei mesi sono davvero pochi, questa la ragione per cui la Costituzione prima e Lisbona poi introdussero la presidenza pluriennale. Per esempio, la tanto criticata lentezza delle istituzioni UE nell’approvare decisioni per affrontare la crisi economica sarebbe stata ancora superiore se l’UE fosse stata diretta da presidenze semestrali e non da un abile mediatore come Herman Van Rompuy.

    TOCCA ALLA GRECIA… – L’attuale presidenza greca ha proposto come priorità i seguenti temi: 1. Crescita – lavoro – coesione; 2. Ulteriore integrazione dell’eurozona; 3. Migrazioni – frontiere- mobilità;  4. Politiche marittime. La quarta è chiaramente un interesse specifico greco, dato che tocca il principale settore economico del paese, mentre le prime tre sono priorità che difficilmente potrebbero mancare qualunque fosse il paese presidente. Quindi possiamo dire che la presidenza greca è caratterizzata dal tema marittimo, gli altri sono obbligatori. In continuità con quella greca, la presidenza italiana concentrerà’ i propri sforzi sul Mediterraneo e le migrazioni, in particolare sulla necessità d’implicare maggiormente i paesi dell’UE non rivieraschi nello sforzo di contenimento dell’emergenza sulla frontiera meridionale dell’UE; la lotta alla disoccupazione e più in generale, una maggiore attenzione alla problematica della crescita rispetto al rigore nell’approccio alla crisi; il perfezionamento dei meccanismi dell’eurozona.

    …E POI A NOI –  Un fattore che pero condizionerà tantissimo la presidenza italiana è la rotazione di tutte le alte cariche comunitarie nel periodo successivo alle elezioni europee del 25 maggio 2014. Per la prima volta nella storia dell’UE, tali nomine (Presidente UE, Presidente Commissione, Presidente Parlamento, alto rappresentante politica estera) sono sincronizzate. Siccome è molto difficile immaginare lo scenario successivo alle elezioni europee, nelle quali si prevede un consistente aumento, anch’esso per la prima volta, di consensi per forze anti – integrazione o fortemente critiche dell’attuale modello europeo, non è chiarissimo quali saranno i tempi per l’accordo politico che porterà al rinnovo di tali cariche: ma in ogni caso l’accordo complessivo dovrà essere raggiunto durante la presidenza italiana. Il presidente della Commissione sarà il leader europeo della forza politica più votata il 25 maggio in Europa, Martin Schulz del PSE o un conservatore ancora non identificato, ma ai governi europei spetterà la nomina del successore di Van Rompuy e di quello della Ashton. Il “pacchetto” di nomine dovrà tenere conto degli equilibri politici evidenziatisi nelle elezioni europee, di quello tra generi e nazionalità d’origine delle alte cariche (difficile non immaginare almeno una donna, se non due, e almeno una delle cariche più importanti per un paese dell’est europeo), oltreché’ dell’eventuale peso degli euroscettici, che non si sa bene come influenzerà tali scelte. Non è molto chiaro che ruolo la presidenza rotatoria possa avere davvero nella soluzione di tale rebus. Di certo l’Italia non può proporre propri candidati, disponendo già di Mario Draghi alla BCE.
    Il ruolo della presidenza di turno potrebbe in definitiva essere di semplice facilitazione della decisione, senza però un vero peso specifico. In ogni modo, pausa d’agosto, transizione in attesa delle nuove nomine e periodo di rodaggio dei nuovi vertici eroderanno la pratica totalità del semestre. Sbagliato quindi illudersi circa i “miracoli” della presidenza italiana: con tutti i paletti esposti sopra,  rimane ben poco spazio per l’ottenimento di risultati significativi.

    OBIETTIVI POSSIBILI – Detto tutto ciò, rimane il fatto che la presidenza ci sarà e bisognerà gestirla il meglio possibile. Il fatto d’avere come presidente del consiglio una persona rispettata internazionalmente (e che parla le lingue) come Letta è indubbiamente un grande vantaggio di partenza. Nonostante tutti i limiti esposti, alcuni obiettivi possono comunque essere perseguiti e raggiunti.

    1. Sulle questioni economiche, la presidenza italiana avrà maggior peso nel creare attorno a sè un consenso di paesi interessati a rettificare l’attuale corso dell’unione economica e monetaria. Importante però che si capisca che non è in discussione, né lo sarà durante la presidenza italiana, una modifica dei trattati, un rilassamento dei criteri di deficit, o il lancio dei famosi (e lontanissimi)  eurobond. La presidenza italiana non ha interesse a cercare una rottura, che avrebbe come solo effetto quello di aumentare i dubbi sull’affidabilità del paese, ma piuttosto a lavorare a una convergenza di misure per stimolare la crescita (in materia di uso dei fondi strutturali, per favorire investimenti e occupazione e magari riuscire a rilanciare il credito bancario, aspetto questo su cui è pero difficile agire prima che sia pienamente operativa l’unione bancaria).

    E’ quindi necessario calibrare bene cosa si può ottenere davvero quando si proclama “vogliamo farci sentire in Europa”: i margini sono stretti e certamente non esiste consenso per rivedere trattati e fiscal compact.

    2. In questo senso, la presidenza italiana dovrà concentrare i propri sforzi sul compimento delle scadenze previste, proprio nel semestre di presidenza, del meccanismo unico di vigilanza bancaria e del meccanismo unico di risoluzione. Dovrebbe anche cercare di approfittare per definire i cosiddetti partenariati per la crescita, intese cogenti prese con i membri dell’eurozona con il fine d’accompagnare il processo di riforme interne e aiutare a eliminare i disequilibri strutturali che penalizzano attualmente l’eurozona, nel modo più costruttivo possibile. Tali disequilibri non sono causati solo da situazioni fiscali in collisione (nel passato più che nel presente, e per passato parliamo di prima dell’euro, giacché i dati dimostrano che i paesi considerati poco virtuosi hanno generalmente seguito una disciplina fiscale ortodossa), ma da alcune situazioni strutturali.

    Se i partenariati per la crescita saranno presi come un’ulteriore riduzione dei margini di discrezionalità per le politiche economiche nazionali, sarà una nuova occasione persa per dare una sterzata all’insoddisfacente situazione attuale.

    Se invece la presidenza italiana riuscisse ad agire per rendere questi nuovi “contractual arrangements” degli strumenti davvero cogenti per tutti i paesi dell’eurozona, non centrati solo sui dati di deficit, ma anche su quelli riguardante crescita, occupazione e funzionamento del mercato, e in grado di porre rimedio anche ai disequilibri strutturali dei paesi creditori, essi potrebbero alla fine risultare degli strumenti vincenti per perfezionare il funzionamento dell’eurozona.

    D’altronde, è risaputo che lo stimolo europeo è stato per anni il principale vettore per le riforme nel nostro paese: anche se l’immagine dell’UE in Europa si è indebitamente deteriorata per la colpevolizzazione dell’euro, presa da più parti come la ragione unica dei nostri problemi, il metodo rimane valido. Ma sarebbe utile riuscire a proporre e non a subire passivamente la definizione del formato di tali contratti. Convergenze con altri paesi con interessi simili, come Francia o Spagna, sarebbe senza dubbio utile.

    In questo senso, la presidenza UE diviene un’occasione per usare di nuovo l’arma europea come uno strumento utile alle nostre riforme.

    Il controllo dei confini e la gestione comune delle politiche migratorie sarà una delle priorità del semestre italiano
    Il controllo dei confini e la gestione comune delle politiche migratorie sarà una delle priorità del semestre italiano

    3. Disoccupazione: essa è provocata dalla bassa crescita, ma abbiamo comunque un problema strutturale che precede la crisi, specie nell’impiego giovanile. La presidenza italiana può offrire una nuova opportunità per saldare riforme interne (a partire dal famoso jobs act) e mercato europeo, usando il semestre per rilanciare il tema a livello UE, facendo un bilancio delle esperienze vincenti a livello continentale, per cercare di riprodurle nel nostro paese. In questo senso, anche se il lavoro da fare è soprattutto interno, importante usare l’Europa come stimolo per cambiare in meglio e non in peggio le nostre regole, per evitare sterili esercizi legislativi avulsi dal contesto in cui ci inseriamo.

    4. Migrazioni e frontiere: ci sono forti resistenze a fare uso degli strumenti di politica estera (PESC) per affrontare il problema della fragilità delle frontiere. E’ indubbio che la presidenza italiana non potrà però accantonare il problema: in questo senso, la presidenza potrà fare buon uso della prerogativa rimasta alla presidenza semestrale (proporre un tema in agenda) e insistere sul necessario impegno di altri paesi nello sforzo di controllo del mare mediterraneo, a fini anche umanitari. In una parola, spiegare meglio Mare Nostrum e proporne l’estensione ad altri paesi disposti a collaborare, se non sarà possibile lanciare una missione UE. Tutto ciò nell’ambito del rilancio della politica migratoria interna, un po’ sconnessa attualmente, e del ruolo dell’agenzia FRONTEX, e magari dando seguito ad alcune iniziative della presidenza greca.

    5. Fisco: nella sua relazione programmatica sulla presidenza, il governo italiano ha anche annunciato il suo impegno per portare avanti negoziati in materia di coordinamento fiscale, in materia di armonizzazione dei criteri sulle esenzioni, e una maggiore armonizzazione dell’IVA.

    Una caratteristica della presidenza italiana sarà il ruolo di Milano, scelta dal governo come sede di diverse riunioni ministeriali e in particolare del vertice UE – ASEM con i paesi dell’Asia: una buona idea, anche in prospettiva EXPO 2015. La visibilità di Milano aumenta: è soprattutto un investimento d’immagine, ma può essere utile.

    In conclusione, i margini per una presidenza semestrale si sono drasticamente ridotti: ciò nonostante, rimane qualche aspetto su cui la presidenza italiana può incidere, bisogna selezionarli con realismo: 1. Contribuire a modificare in maniera più utile i nuovi strumenti contrattuali, in modo tale che anche i paesi creditori assumano la loro parte di compiti e non solo i paesi denominati un po’ impropriamente debitori (non dimentichiamo che l’Italia è ancora contribuente netto dell’UE, tra l’altro il terzo in termini assoluti dopo Germania e Francia: altro che regali…);  2. Fare pressione sulle questioni migratorie, magari dando continuità a iniziative della presidenza greca in materia di politica comune d’asilo, visti e politiche migratorie necessarie per affrontare il problema a lungo termine e diminuire la pressione sui paesi in prima linea; 3. Gestire la Presidenza con efficienza, perché in fondo l’immagine del paese è il fattore più importante in gioco: mantenere quindi il semestre completamente fuori dai giochi e dalle manfrine politiche interne, che in Europa nuocciono tremendamente alla reputazione del paese.

  • Italia e Spagna: destini paralleli?

    Italia e Spagna: destini paralleli?

    Esiste davvero un pericolo latino in Europa? Alcuni tratti della società italiana e di quella spagnola possono rappresentare un handicap, ma vizi e virtù non si distribuiscono secondo le coordinate geografiche. Un e-book sulla crisi dei due paesi.

    [Carta di Laura Canali tratta dal Quaderno Speciale “Nord contro sud il muro d’Europa”]

    L’ebook Italia e Spagna: destini paralleli?, pubblicato da Lo Spazio della Politica e scaricabile gratuitamente, affronta la crisi dei due paesi in forma sinottica, cercando di stabilire rapporti, similitudini e differenze tra i due casi.

    Nel libro, scritto da un economista con doppia appartenenza culturale abituato a studiare paesi e situazioni anche dal punto di vista della propria professione internazionale, vengono analizzati dati, caratteristiche del sistema politico, della società e della storia per cercare di capire come si è arrivati fin qui e in quale misura sia corretto affermare che esista un pericolo “latino o mediterraneo” in Europa.

    L’analisi è impietosa nei confronti delle carenze dimostrate nel corso degli anni da parte dei due paesi, sia per quanto riguarda entrambi i sistemi-paese che per quanto concerne le classi dirigenti, ma anche realista nel rivelare che non tutto ciò che la stampa internazionale dà per scontato è così negativo; vizi e virtù non si distribuiscono in Europa secondo coordinate geografiche.

    Alcuni tratti delle nostre società, riconducibili al nostro essere latini, possono senz’altro diventare un handicap se si rifiutano modernizzazione, apertura al mondo e tutto ciò che di buono la competizione globale può portare. L’Italia, paese il cui imponente debito non è nato nell’estate 2011, ma è il risultato di almeno vent’anni di bassa crescita dovuta a scelte politiche ritardate, vive attanagliata in un sogno impossibile: quello di fermare il tempo per tornare ai magnifici anni sessanta, “quando tutto andava così bene”. Rifiutando le conseguenze e le opportunità della vera concorrenza, che migliorerebbe la vita degli italiani. Nel frattempo, il paese ha sprecato in buona misura le possibilità che l’Europa ci ha offerto per cinquant’anni, senza capire che da lì non venivano solo risorse (da noi mai usate davvero bene), ma soprattutto idee e opportunità.

    La Spagna ha colto meglio l’opportunità europea, usandola per modernizzarsi, crescere e migliorare gli standard di vita della propria popolazione, ma soffre oggi il brusco contraccolpo della mancanza di creatività e ambizione nell’usare quello scenario per fare un ulteriore salto di qualità verso l’innovazione e l’innalzamento della propria quota di valore aggiunto. Uno sviluppo basato solo su mattone e finanza speculativa ha svuotato la Spagna di alternative più solide: la debolezza del settore manifatturiero e della ricerca sono due gravi sintomi di questa situazione, generata da un “pensiero unico” nel quale si sono pienamente riconosciute, per anni, le principali forze politiche iberiche.

    Italia e Spagna hanno comunque ancora dei punti di forza da cui ripartire, se non compiranno l’errore di rinnegare lo scenario irrinunciabile nel quale si muovono: la piattaforma europea. Il basso debito privato italiano e la persistenza di una base manifatturiera ancora significativa possono costituire ottimi punti di partenza, se una classe politica del tutto superata dagli avvenimenti si fa finalmente da parte, una volta constatato il fallimento assoluto della Seconda Repubblica. La Spagna dovrebbe superare le rigidità ideologiche del proprio sistema politico, per riproporre il meglio che è riuscita a dare al mondo nel corso del XX secolo: il suo processo di transizione, condiviso e consensuale, che ha permesso al paese di bruciare le tappe per almeno trent’anni.

    In entrambi i casi, la nostra latinità può divenire di nuovo un punto di forza se usata correttamente, non come scusa per rifugiarsi nella passività e nel passato. Dobbiamo essere coscienti che possiamo farcela, ma che il tempo dell’indulgenza verso noi stessi è davvero finito.

  • L’invincibile Hugo

    L’invincibile Hugo

    La nuova rielezione di Chávez apre la prospettiva che resti vent’anni alla presidenza del Venezuela, dal 1998 al 2019. Un periodo che avrà marcato profondamente la storia del paese andino e avuto anche importanti influenze sugli equilibri latinoamericani, nei quali il Venezuela bolivariano di Chávez ha influito moltissimo in questi anni, portando vere novità

    UNA VITTORIA PIÙ CHIARA DEL PREVISTO – Le attese elezioni presidenziali venezuelane si sono concluse con una vittoria del presidente uscente Hugo Chávez più netta del previsto, anche se storicamente si tratta di un’affermazione meno ampia delle precedenti (1998, 2000 e 2006, cui va aggiunta la vittoria nel referendum derogatorio del 2004, che può essere assimilato a un’elezione presidenziale).Con questa vittoria, Chávez si assicura vent’anni di presidenza, dalla prima elezione nel 1998 al 2019, quando scadrà questo suo quarto mandato. Anche se il mistero rimane sul suo stato di salute: il cancro che l’ha colpito nel 2010, curato a Cuba, sembrerebbe essere sotto controllo, ma è impossibile essere sicuri che Chávez sopravviva per tutta la durata di questo nuovo mandato. Non è impossibile che muoia presidente, confermando ciò che molti esponenti dell’opposizione hanno sempre asserito: che Chávez non avrebbe mai lasciato il potere. La vittoria di Chávez è stata, come detto, più ampia di quanto si prevedesse: l’opposizione, unita nella Mesa de UnidadDemocrática (MUD)  attorno al giovane candidato Henrique Capriles (39 anni) ha ottenuto un risultato molto migliore rispetto al 2006, quando il candidato unico dell’opposizione fu l’allora governatore di Zulia Manuel Rosales (32% dei voti in quell’elezione). Capriles, emerso come candidato da un processo di primarie molto opportuno (una divisione delle opposizioni avrebbe consegnato una facile vittoria a Chávez), ha ottenuto il 44.25%, circa sei milioni e mezzo di voti, mentre Chávez il 55.13%, poco più di otto milioni di voti. L’unità dell’opposizione non è però stata sufficiente a sconfiggere la potente macchina del chavismo, che tra l’altra si è imposta in ben 22 dei 24 stati che compongono il paese, compreso lo stato di Miranda, governato fino a pochi mesi fa da Capriles. L’opposizione pensava d’essere vicina alla vittoria, ma Chávez si è dimostrato ancora una volta imbattibile, nonostante la malattia e la difficile situazione economica del paese che, nonostante il peso del petrolio (95% delle esportazioni) paga una gestione erratica, statalista e inefficiente da parte del governo di Chávez, che tra l’altro fa di tutto per scoraggiare gli investimenti esteri.

    UN PAESE CHE RIMANE PROFONDAMENTE DIVISO – I dati dimostrano però che gli elettori appartenenti alle classi sociali più umili, circa l’80% della popolazione in un paese con grandissime diseguaglianze sociali, rimangono in buona parte attratti dalle politiche di Chávez, imperniate sulle Misiones, programmi di politica sociale redistributiva che, finanziate dai proventi petroliferi, hanno avuto reali effetti, contribuendo a migliorare gli indicatori sociali e a ridurre in certa misura le disuguaglianze. Le classi sociali meno abbienti rimangono quindi molto legate a Chávez, mentre le classi a reddito più elevato confermano il loro schieramento con l’opposizione. Ma il sistema politico venezuelano, radicalmente polarizzato sin dai tempi dell’entrata in politica dell’ex-militare (1998) e del crollo del sistema di partiti tradizionali (AD e COPEI) che aveva governato il paese prima d’allora, sembra comunque incapace di superare la profonda bipolarità, con chiarissima caratterizzazione socio –economica, che lo contraddistingue.

    UNA PARTECIPAZIONE ELETTORALE IN CRESCITA – Da segnalare l’importante aumento della partecipazione elettorale, che all’80.56% colloca il paesi su livelli di partecipazione inauditi tra i paesi a simile livello di sviluppo e rari in America Latina: nel 2012 hanno votato 15 milioni di persone, contro 11.8 milioni del 2006 (74.7%). Ebbene, sembra che proprio Chávez riesca a captare il voto della maggioranza dei nuovi elettori, che sono anche il frutto delle imponenti campagne di censimento e identificazione portate avanti negli anni dall’amministrazione governativa chavista, che anziché aspettare che i cittadini non censiti (circa un 20% della popolazione dei quartieri più miseri) prendessero l’iniziativa di richiedere documenti, ha organizzato sistematiche campagne mobili in tali quartieri. Il progressivo aumento nel numero dei votanti è anche il risultato, legittimo, di quelle campagne: assieme ai funzionari dello stato civile, si muovono anche medici, infermieri e maestri, contribuendo a allargare lo spazio sociale venezuelano, una dimensione che era stata totalmente trascurata dai partiti tradizionali dell’epoca pre – Chávez e che rimane in buona parte inaccessibile ai movimenti politici d’opposizione, di connotazione tipicamente “borghese”. Il voto maggioritario dei meno abbienti, che sono di per sé maggioranza, compensa l’insoddisfazione di quelle forze ed elettori che si sono progressivamente allontanati da Chávez, il quale comunque sente da parte sua l’usura di quattordici anni al potere, esercitato perdi più in modo molto autoritario. Ma il sistema politico venezuelano rimane profondamente diviso e classista, su questo non c’è dubbio: se il Chávez attuale è il più debole di sempre, rimane comunque comodo vincitore in elezioni sufficientemente trasparenti.

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    ELEZIONI CORRETTE, UN SISTEMA SBILANCIATO – Su questo punto bisogna fare chiarezza, a causa di tante accuse proferite in passato: il sistema elettorale venezuelano è valido, in linea con gli standards internazionali e per certi versi molto avanzato: le urne elettroniche usate nel paese ne fanno uno dei sistemi più avanzati tecnologicamente e pur non risultando del tutto impeccabile, le frodi e manipolazioni che l’opposizione ha denunciato per anni non sono di per sé possibili. Non esistono dubbi sul fatto che la giornata elettorale si svolga regolarmente, né che Chávez disponga d’una maggioranza fisiologica nel paese. Il sistema rimane però profondamente squilibrato in materia d’equità nell’accesso ai mezzi d’informazione (l’opposizione non ha accesso alla televisione pubblica, i media privati sono appannaggio dell’opposizione) e di uso a fini politici delle strutture amministrative. L’amministrazione venezuelana è completamente asservita al chavismo, e non esiste nel paese il concetto di “neutralità”: tutti i funzionari pubblici devono vestirsi di rosso nei mesi di campagna, e devono votare e far votare le loro famiglie per il partito al potere. Tali forme d’intimidazione non sono certo segni d’una democrazia matura, ma anche tenendo conto di queste gravi anomalie, Chávez è oggettivamente maggioritario nel paese, piaccia o no all’opposizione.

    L’OPPOSIZIONE AVANZA, MA NON SFONDA – Sono dati preoccupanti per l’opposizione l’affermazione di Chávez su tutto il territorio nazionale o quasi, e il limitato aumento di consensi rispetto alle elezioni parlamentari del 2010, nella quali i partiti di Chávez e quelli dell’opposizione avevano in pratica “pareggiato” attorno ai cinque milioni e mezzo di voti (vedi http://stefanogatto.eu/index.php?option=com_content&view=article&id=118%3Ala-elezioni-politiche-venezuelane&catid=37&lang=it), anche se uno sbilanciatissimo sistema elettorale aveva “regalato” al blocco governativo una maggioranza di seggi del tutto inadeguata alla ripartizione dei voti (98 a 65). E comunque poco importa, perché l’Asamblea Nacional governa per decreto, avendo concesso al presidente una delega permanente per poter farlo. Nell’espletamento del proprio potere, il chavismo risulta quindi una forzatura dei normali modi democratici, anche se non nel consenso, che è reale. Per tornare al raffronto tra i dati elettorali del 2010 e del 2012, si noterà come la candidatura unica di Capriles non abbia attirato che 1.3 milioni di voti in più rispetto alle elezioni parlamentari del 2010, mentre quella di Chávez quasi tre milioni in più: dei quattro milioni di elettori in più tra il 2012 e il 2010, tre quarti li ha presi Chávez, solo un quarto Capriles. Questo significa che la presenza di Chávez come candidato ha un’enorme valenza elettorale, che non necessariamente si manifesta in sua assenza, e che rimane quindi parecchio da fare all’opposizione per scalfire questa forte base elettorale.

    UN CHÁVEZ DALLA SALUTE INCERTA – Il discorso cambierebbe sicuramente in caso di sparizione del presidente dalla vita politica per l’aggravarsi della sua malattia: in tutti questi anni, Chávez non ha mai indicato chiaramente un delfino. Il suo regime è troppo personalista per farlo. Tra l’altro, la costituzione venezuelana prevede che in caso si morte o impedimento del presidente nel corso dei primi quattro anni del suo mandato, sono necessarie nuove elezioni: il vice presidente completerebbe il mandato solo nel caso che l’impedimento avvenisse negli ultimi due anni. Nel corso delle frequenti assenze di Chávez dal paese durante la sua malattia, egli si è premunito di suddividere il potere, senza trasmetterlo al vice presidente nella sua integralità. E usando in abbondanza procedimenti di firma elettronica per evitare di delegare. Adesso, il vice presidente Elías Jaua sfiderà Henrique Capriles nelle elezioni per il posto di governatore di Miranda, in quello che sarà un test politico di prima grandezza per il leader dell’opposizione che, uscito rafforzato dalla tornata elettorale, anche grazie alla sua pronta accettazione dei risultati, sarebbe molto indebolito in caso di sconfitta nel proprio stato, riaprendo la contesa interna all’opposizione temporaneamente chiusa dalle primarie. Nel frattempo, Chávez ha nominato vice presidente e possibile successore il ministro degli esteri Nicholas Maduro, uno dei politici più strettamente legati alla sua linea ideologica. Maduro succederà a Chávez? È presto per dirlo. Anche se il chavismo senza Chávez rimane un’incognita.

    IL CHAVISMO, UN REALTÀ COMPOSITA – Negli anni, Chávez si è contraddistinto per grandi dosi di populismo, un’attenzione sicura ai temi sociali, ma a discapito del rispetto delle forme democratiche, un notevole interventismo, spesso maldestro in economia, con frequenti espropri d’imprese private e fughe d’investitori internazionali; un controllo assoluto dei mezzi di comunicazioni pubblici (leggendari i suoi programmi Aló Presidente, trasmessi per ore e ore dalle catene pubbliche unificate), una feroce retorica antiamericana (che convive con importanti flussi commerciali, il greggio venezuelano è esportato soprattutto negli Usa), un notevole attivismo internazionale, particolarmente penetrante in America Latina (mediante l’ALBA), eterodosso e più sterile fuori dalla regione (alleanze anti – sistema con Iran, Bielorussia, Zimbabwe, Corea del Nord). Chávez s’è ripromesso di sostituire Fidel Castro come leader alternativo, mentre è divenuto la stampella del comunismo cubano mediante la generosa assistenza economica, che ha sostituito per L’Avana quella di Mosca.

    La domanda dunque è: cosa resterà di tutto questo nel nuovo mandato?

    UNA GESTIONE ECONOMICA INSUFFICIENTE – È chiaro che la gestione economica del chavismo non può essere considerata soddisfacente: la necessaria diversificazione dell’economia venezuelana non è avvenuta: petrolio e derivati continuano a monopolizzare la bilancia commerciale, senza che altri settori produttivi vengano sviluppati. Anzi, possiamo dire che la dipendenza dal petrolio è probabilmente aumentata. Il continuo agire a colpi d’espropri, controlli e interferenze nel funzionamento del mercato ha ridotto al minimo l’efficienza economica, giungendosi al paradosso che in un paese con enormi risorse potenziali al di là dell’oro nero, sono venuti spesso a mancare alimenti e energia. Gli investitori esteri vengono scoraggiati e lasciano il paese temendo l’incertezza giuridica imperante: questo non aiuta di certo a diversificare e sviluppare l’economia in beneficio della popolazione. In conclusione, questo trend, alimentato dalla vocazione alla rottura e al confronto permanente, pare difficilmente sostenibile, e richiederà per forza correzioni, anche se per il petrolio non si prevedono riduzioni di prezzo in futuro (ma anche su un’economia mono-prodotto come la venezuelana la crisi si è fatta sentire eccome).

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    LA DIPLOMAZIA DEL PETROLIO E NUOVI SCHEMI D’INTEGRAZIONE REGIONALE – La diplomazia petrolifera di Chávez, tesa a fare del paese un nuovo leader alternativo dell’America latina e del Sud, sostituendo Cuba, non è stata priva di successi: Caracas ha preso il posto di Mosca come finanziatore di Cuba, ma soprattutto ha avviato nuovi processi d’integrazione regionale, come ALBA e Petrocaribe  che hanno rimescolato abbastanza le carte nella regione (vedasi anche: http://stefanogatto.eu/index.php?option=com_content&view=article&id=120%3Anouvi-venti-dintegrazione-in-america-latina&catid=37&lang=it). I primi due sono fondati essenzialmente sulla fornitura di petrolio a basso prezzo e favorevoli condizioni di pagamento a paesi e interlocutori “amici” (ad esempio, municipi di sinistra nei paesi i cui governi non sono in sintonia con il chavismo).

    Il Venezuela è anche molto attivo in UNASUR, la comunità di nazioni sudamericane che, sotto la leadership brasiliana, ha cominciato a pesare parecchio nella regione (si pensi alle deposizioni contestate di Zelaya in Honduras e di Lugo in Paraguay, e alla fermezza in proposito da parte di UNASUR e in conseguenza di buona parte della comunità internazionale, in una chiara dimostrazione di libertà dal pensiero di Washington). La nascita di CELAC, comunità dei paesi americani che esclude Stati Uniti e Canada e che vuole progressivamente emarginare l’OEA, istituzione contestata, a lungo vista come succube a Washington e ultimamente alla ricerca di una nuova identità e credibilità con il suo segretario generale Insulza, è un’altra dimostrazione degli effetti dell’attivismo venezuelano.

    Importantissima anche l’entrata del Venezuela nel Mercosur, materializzatasi a seguito della sospensione del Paraguay dal blocco successiva alla deposizione di Lugo: il Mercosur è un blocco di per sé in crisi, ma che potrebbe essere revitalizzato dall’ingresso, per altro problematico in termini tecnici, del Venezuela e del suo petrolio. L’attivismo regionale di Chávez continuerà a dipendere essenzialmente dai corsi del petrolio, che lo alimenta, e dalla salute del presidente, che non gli permetterà di mantenere il ritmo frenetico degli ultimi anni. Interessante però notare come alla profonda caratterizzazione ideologica di certi schemi (ALBA, Petrocaribe) si associ poi un notevole pragmatismo economico – strategico (Mercosur).

    La retorica anti – americana, già indebolita dall’elezione di Obama, si manterrà in parte: di fatto, l’amministrazione democratica non tende assolutamente nessun ponte a Caracas. Ma non potrà non temperarsi ulteriormente in caso di rielezione di Obama, che pur senza riservare un interesse eccessivo all’America Latina, adotta un approccio costruttivo nei confronti di quei paesi che si dimostrano più attivi nella dimensione economico – sociale. E sia con Obama che con Romney gli Usa riscopriranno in parte l’importanza dei rapporti economici con una regione poco colpita dalla crisi globale e in franca crescita. Chávez potrà difficilmente sostenere l’immagine dell’orco a stelle e strisce.

    La diplomazia “provocatrice” globale di Chávez ha già perso alcuni tasselli (Gheddafi) e molti altri sono indeboliti (Iran, Bielorussia, Cuba). L’alleanza “tutti contro gli Usa” porta pochi dividendi e tanti grattacapi: risentirà per forza dell’indebolimento fisico di Chávez, di quello dei suoi partner, quasi tutti molto anziani, e dell’isolamento che essa suppone, nonchè degli scarsissimi risultati concreti.

    CONCLUSIONI – In conclusione, Chávez si è dimostrato una volta di più imbattibile nell’ambito politico interno, anche se forse per la prima volta dal suo avvento è apparsa un’alternativa con possibilità reali di succedergli. Il chavismo rimane un efficace collante all’interno del paese, potendo poggiare su un ragguardevole consenso. Il suo futuro senza Chávez rimane però molto oscuro, e nei prossimi anni le condizioni di salute del leader rimarranno il fattore – chiave. Probabile però che il chavismo non possa sopravvivere senza il suo carisma. Alcuni aspetti dell’ideologia chavista possono mostrare la corda sul piano internazionale, ma gli effetti della sua azione sugli equilibri latinoamericani non vanno affatto trascurati: il Venezuela è divenuto un attore di peso nelle Americhe. Chávez è personaggio complesso e contraddittorio, che attira le reazioni più disparate e radicali: ma la sua consistenza politica in patria è notevole e la sua influenza internazionale assolutamente da non sottovalutare nè tantomeno dileggiare.