Nel nostro ultimo articolo (Acque &Terre n. 6.98) avevamo descritto la situazione del Brasile nel quadro della crisi finanziaria internazionale: la nostra analisi, pur sottolineando le debolezze strutturali tuttora esistenti nel contesto economico e sociale brasiliano, aveva però concluso che gli enormi progressi fatti registrare dal Brasile negli anni Novanta (apertura economica, stabilizzazione finanziaria, modernizzazione del sistema produttivo, integrazione regionale nell’ ambito del MERCOSUR) hanno creato una situazione d’insieme sostanzialmente positiva per lo sviluppo economico del Paese e il rafforzamento del suo ruolo internazionale.
Ci si può chiedere in che misura queste conclusioni siano state inficiate dal tourbillon di avvenimenti succedutisi a partire dal 13 gennaio, quando la tanto temuta svalutazione del real è divenuta una realtà, trascinando il Brasile, sotto il peso della pressione speculativa dei
mercati, in una spirale che sembrava compromettere in poche settimane un processo di stabilizzazione economica in corso da quattro anni e mezzo (il piano Real).
In questo articolo analizzeremo brevemente l’evolversi della crisi finanziaria brasiliana (il cosiddetto effetto samba) come punto di partenza per esaminare i suoi effetti sul MERCOSUR, il bloccо d’integrazione economica composta da Argentina, Brasile, Paraguay e Uruguay che sta vivendo la sua prima veri crisi dopo anni di successi.
Perché scegliere questo angolo visuale? Il MERCOSUR non solo è un blocco regionale con un importante peso specifico proprio (il quarto per popolazione e volume degli scambi dopo NAFTA,
Unione europea e ASEAN), ma rappresenta un esempio particolarmente ben riuscito di processo d’integrazione economica tra paesi emergenti. Il suo pоtenziale in termini di partnership commerciale e attrazione di investimenti è stato tale che nel corso degli anni Novanta i grandi operatori internazionali si sono affacciati tutti, praticamente senza eccezioni, su questo mercato.
Sia l’ Unione europea sia gli USA hanno avviato o stanno per avviare dei negoziati aventi per obiettivo la conclusione di accordi commerciali intra-regionali: nel caso dell’UE un eventuale accordo con il MERCOSUR rappresentebbe il primo esempio di un’intesa tra due blocchi regionali, mentre l’insieme dei paesi dell’emisfero americano sta iniziando il processo negoziale dell’ALCA (Area di libero scambio delle Americhe), nel quale il MERCOSUR ha assunto un ruolo chiave.
Il rapido successo del MERCOSUR ha inoltre fortemente condizionato gli equilibri economico-commerciali in America Latina (vedasi l’articolo “Fermenti di integrazione regionale in America Latina: dal Patto alla Comunità andina”, su Acque & Terre n. 2.97).
Se pensiamo alla situazione d’insieme del commercio internazionale alla vigilia del lancio del Millennium Round dell’Oмс (Organizzazione mondiale del commercio) e, più in generale, alle conseguenze della globalizzazione e dell’integrazione dei mercati finanziari che proprio la crisi brasiliana è venuta una volta di più a sottolineare, possiamo concludere che il destino del MERCOSUR non è un problema regionale ma una questione di interesse globale per il commercio internazionale. Come si è prodotta la crisi finanziaria brasiliana? Il legame stretto del real al dollaro, mediante una svalutazione tenuta sotto controllo dalla Banca centrale a un tasso del 7.5 per cento annuo, ha tenuto per tutto il primo mandato di Cardoso. Gli effetti erano stati molto positivi sia in termini di controllo dell’inflazione, una sorta di male endemico in Brasile, dove essa è stata sempre usata per finanziare la costante espansione della spesa pubblica, sia in termini di accresciuta credibilità internazionale del Brasile.
Su queste basi, gli ultimi quattro anni erano stati caratterizzati da un notevole rafforzamento del potere d’acquisto delle classi medie e da tassi di crescita significativi del PIB.
Tuttavia, nella parte finale del primo mandato Cardoso questa politica economica aveva cominciato a ricevere critiche crescenti, essenzialmente da parte degli industriali, a causa del relativo ingessamento dell’economia derivante dal legame con il dollaro: in particolare, dopo le crisi asiatica e russa, la difesa del real era divenuta sempre più difficile, spingendo i tassi d’interesse verso livelli altissimi (quasi al 50 per cento reale!).
In questa difesa a tutti i costi del proprio modello monetario, il Brasile bruciò nella seconda parte del 1998 più della metà delle sue riserve: nonostante le iniezioni di fiducia e di capitali fornite dal piano d’assistenza coordinato dal FMI dell’ottobre 1998, alcuni ritardi nell’approvazione delle riforme previdenziali e fiscali da parte del Congresso e la moratoria dichiarata dallo Stato di Minas Gerais scatenarono, ai primi di gennaio del 1999, un’ondata speculativa che rese impossibile difendere ulteriormente il real.
Il primo tentativo di riforma fatto (introduzione di una fascia d’oscillazione larga, da 1,22 a 1,32 reais per dollaro) non durò che 24 ore: la pressione dei mercati obbligò la Banca centrale ad abbandonare la difesa del real. In poche settimane il real si inabissò verso valori considerati esagerati da tutti gli analisti, raggiungendo a fine febbraio un valore attorno ai 2,20 reais per dollaro (una svalutazione dell’80 per cento in sei settimane a fronte di una svalutazione accumulata del 30 per cento nei quattro anni precedenti!).
La crisi provocò scosse ai vertici della Banca centrale: se l’ortodosso Gustavo Franco, contrario all’attenuazione della politica monetaria, era stato sostituito il 13 gennaio dal suo vice Francisco Lopes, questi non resisterà che diciotto giorni all’effetto samba e verrà sostituito ai primi di febbraio da Arminio Fraga, uomo legato a George Soros: una nomina che non ha mancato di suscitare vive polemiche nella classe politica brasiliana, restia ad accettare un esponente della “speculazione internazionale” alle redini della politica monetaria del Paese.
Ma le prime illazioni su eventuali irregolarità commesse da Fraga a favore del fondo Soros nel periodo tra la nomina e l’assunzione delle funzioni si sono rilevate infondate, e di fatto i primi due mesi della gestione Fraga si sono dimostrati estremamente positivi: l’effetto voluto da Cardoso, nominare un esperto dei mercati finanziari internazionali per ottenere credibilità, è stato raggiunto e il real ha recuperato posizioni ben più rapidamente del previsto.
L’ondata speculativa si è arrestata oggi (fine aprile), il real è ritornato su valori tra l’1.60 e l’1.70 rispetto al dollaro, che erano sempre stati unanimemente indicati dagli esperti come corretti rispetto alla valuta statunitense.
Questa stabilizzazione rapida, che ha controbilanciato i picchi speculativi di gennaio-febbraio, permette oggi di approntare delle previsioni macroeconomiche assai più ottimistiche rispetto ai timori di recessione profonda vigenti nelle prime settimane dopo la crisi: se il 1999 si chiuderà in recessione (-1 per cento), la deriva verso valori negativi attorno al 4-5 per cento sembra scongiurata.
Per quanto riguarda l’altra grande incognita, l’inflazione, partita a razzo nelle prime settimane, facendo presagire uno scenario catastrofico al 30-40 per cento annuale per il 1999, è oggi rientrata, grazie ad alcuni provvedimenti governativi riusciti e a una risposta responsabile dei commercianti e soprattutto dei consumatori, che hanno rifiutato di seguire l’escalation dei prezzi modificando le loro abitudini d’acquisto: oggi le previsioni più ragionevoli situano l’inflazione a fine anno più vicino al 10 che al 15 per cento.
Un altro fattore che ha contribuito a migliorare la situazione è stato di natura politica: Cardoso è riuscito a raggiungere un accordo con i governatori statali che, pur senza annunciare una moratoria seguendo l’esempio di Itamar Franco (Minas Gerais), avevano sottolineato la necessità di ammorbidire le condizioni di rimborso dei debiti statali nei confronti dell’amministrazione centrale a causa della crisi. Una generalizzazione della moratoria avrebbe avuto conseguenze drammatiche sulla credibilità internazionale del Brasile. Cardoso ha invece concesso agli stati alcune facilitazioni alternative senza condonare né scaglionare i pagamenti
previsti. L’unico stato che prosegue la sua ribellione è Minas Gerais, più per ragioni politiche (avversione FrancoCardoso e mire presidenziali del primo) che per ragioni finanziarie (la situazione di Minas Gerais è tutt’altro che drammatica se paragonata ad altri stati).
La svalutazione, pur parzialmente rientrata, ha però aggravato il problema del debito pubblico, rendendo impossibile il raggiungimento degli obiettivi fissati a ottobre con il FMI. Una revisione di tale accordo è stata firmata 1’8 marzo, sulla base di nuove previsioni economiche, che in gran parte si stanno concretizzando nel quadro di uno scenario moderatamente positivo.
L’ancora dell’accordo non è più il mantenimento del tasso di cambio ma il controllo dell’inflazione. In questo contesto, i tassi d’interesse hanno cominciato a diminuire (l’accordo prevede un tasso di riferimento al 28,8 per cento a fine anno). Se questo è lo scenario finanziario brasiliano a fine aprile, quali sono state le conseguenze della crisi sul MERCOSUR?
Le prime reazioni argentine sono state di preoccupazione: la svalutazione selvaggia del real tra gennaio e inizio marzo faceva temere agli imprenditori argentini un’importante perdita di competitività dei prodotti argentini nei confronti dei brasiliani, dal momento che il peso argentino è legato al dollaro mediante il sistema del currency board. Dobbiamo segnalare che dall’entrata in vigore del MERCOSUR l’Argentina ha sempre avuto dei saldi positivi di bilancia commerciale nei confronti del Brasile. Gli imprenditori hanno quindi fatto pressione sul governo per ottenere delle misure compensatorie.
D’altro canto, il presidente Menem ha proposto di risolvere una volta per tutte i problemi monetari del blocco adottando il dollaro come moneta unica, seguendo l’esempio argentino: se Menem in passato aveva già parlato di unione monetaria del MERCOSUR sulla falsariga dell’UEM, questo cambio di tendenza verso il dollaro ha ben pochi amici in Brasile, un paese assai restio a concedere cessioni di sovranità e ben conscio della poca popolarità che un’adozione del dollaro avrebbe presso l’opinione pubblica, in buona parte già scettica sull’accordo con il FMI, visto da molti come un’ingerenza.
Le autorità brasiliane hanno quindi fatto sapere che l’eventuale adozione di una moneta unica regionale “richiederà decenni”.
In piena crisi, i presidenti del MERCOSUR si sono riuniti in più occasioni per ribadire la consistenza del MERCOSUR: l’incontro bilaterale Menem-Cardoso di São José de Campos del 17 febbraio, e gli incontri di Cardoso con i presidenti uruguayano Sanguinetti e paraguayano Cubas Grau, evidentemente anch’essi assai preoccupati per le conseguenze della crisi brasiliana sulle economie dei loro paesi e sulla tenuta del blocco, sono serviti per ribadire la solidarietà tra i paesi del gruppo, l’esclusione di misure di salvaguardia da parte dei partners del Brasile, la conferma del principio della consensualità delle decisioni, l’introduzione del concetto di coordinamento macro-economico all’interno del MERCOSUR.
Quest’ultima decisione è particolarmente significativa se pensiamo che il MERCOSUR è stato concepito fino ad oggi come un accordo commerciale, senza che fosse chiara una vocazione di ulteriore approfondimento delle dimensioni dell’integrazione: la prima grande scossa, a un tempo esogena ed endogena, ha dimostrato ai paesi del blocco la necessità di intraprendere gradualmente la via dell’integrazione macroeconomica e monetaria al fine di creare un vero spazio economico regionale: in questo senso, l’esperienza europea è spesso citata nel MERCOSUR come un significativo punto di riferimento.
Dopo gli incontri bilaterali, i presidenti MERCOSUR si sono riuniti in occasione del primo Foro imprenditoriale UE-MERCOSUR di Rio di Janeiro (fine febbraio).
I due mesi successivi a queste prese di posizione presidenziali hanno testimoniato tuttavia un grado crescente di tensione tra i due principali partners del MERCOSUR, Brasile e Argentina. Nonostante siano state adottate alcune misure per contenere gli effetti della crisi (ritirata da parte brasiliana di meccanismi di sussidio all’esportazione all’interno del MERCOSUR, ritirata da parte argentina di misure annunciate in materia di restituzione automatica di saldi negativi nei crediti commerciali bilaterali), l’introduzione di altre misure protettive da parte argentina (provvedimenti fitosanitari, anti-dumping e di restituzione parziale dell’IVA sulle esportazioni) ha inasprito i rapporti tra i due governi in materia commerciale. Bisogna sottolineare che fino a dicembre era l’Argentina che si lamentava di misure discriminatorie da parte del Brasile. Ora non è impossibile pensare ad azioni brasiliane contro l’Argentina presso l’OMс, un brutto segnale per la salute del MERCOSUR.
Altre serie divergenze riguardano le strategie negoziali del MERCOSUR con gli altri paesi dell’America Latina: se il Brasile non aveva apprezzato, alla fine del 1998, il rinnovo di un accordo bilaterale tra l’Argentina e il Messico, considerando che ormai solo il MERCOSUR dovrebbe concludere questo tipo di accordi, lo stesso Brasile ha deciso ora di abbandonare i negoziati per la creazione di un’area di libero scambio tra il MERCOSUR e la Comunità andina per negoziare in solitudine un accordo preferenziale con i paesi di tale gruppo.
In realtà questo negoziato, tecnicamente assai complesso a causa dell’esistenza di un complesso reticolato di accordi bilaterali preessistenti tra le parti conclusi nel quadro dell’ALADI, interessa ben più il Brasile, interessato a rafforzare i propri scambi in particolare con il Venezuela, che l’Argentina. Di fatto, il neo-eletto presidente Chavez ha già visitato Brasilia in due occasioni e ha richiesto l’ingresso del Venezuela nel MERCOSUR.
In conclusione, il clima all’interno del blocco si è deteriorato e alcune dichiarazioni ministeriali argentine stanno facendo planare delle ombre sulla viabilità futura del MERCOSUR: rifacendoci all’esempio europeo, dobbiamo però sottolineare come un progetto d’integrazione sia un disegno per definizione di lungo periodo, soggetto a crisi puntuali e problemi passeggeri. In questo senso, le prese di posizione presidenziali propendono per un approfondimento dell’integrazione come risposta alla crisi: questo atteggiamento sembra ancora maggioritario rispetto a ipotesi di rottura.
Come già sottolineato, l’approfondimento proposto dell’integrazione amplia il raggio d’azione del MERCOSUR al coordinamento macro-economico: poco a poco sta maturando anche la riflessione su temi che fino ad oggi erano stati tabù, almeno nei due grandi paesi del MERCOSUR: l’instaurazione di mессanismi sovranazionali per la risoluzione di controversie e la definizione di una struttura istituzionale del MERCOSUR che integri la dimensione intergovernativa. Se la crisi finanziaria brasiliana ha scosso duramente il MERCOSUR, la crisi politica paraguayana ha invece fornito un segnale positivo sulla saldezza democratica del blocco.
Non entriamo nei dettagli delle vicende politiche paraguayane, pur estremamente interessanti e per certi versi romanzesche. La convulsa situazione è il risultato di una transizione imperfetta dalla dittatura di Stroessner alla democrazia attuale, nella quale il potere è però sempre rimasto nelle mani dell’antico partito stroessnerista (Partido Colorado). Gli odii e le divisioni tra le varie fazioni del “coloradismo” hanno dato luogo a una costante instabilità, già messa alla prova nel 1996 dal tentativo golpista del generale Oviedo contro l’allora presidente Wasmossy.
Se già in quell’occasione il MERCOSUR aveva dimostrato la sua valenza democratica (i partners fecero sapere al Paraguay che un colpo di stato ad Asunción avrebbe significato l’esclusione del Paese dal gruppo), la situazione si è riprodotta nei giorni convulsi che hanno seguito l’assassinio del vicepresidente Argaña. Di fatto, l’intervento diplomatico brasiliano e argentino è stato di grande utilità per scongiurare una escalation violenta tra le fazioni legate al presidente Cubas Grau e a Oviedo e quelle legate al defunto Argaña. Il fattore MERCOSUR ha evitato l’ipotesi di un golpe successivo all’eventuale impeachement di Cubas Grau e l’intervento dei vicini ha facilitato le dimissioni di Cubas Grau che hanno chiuso la crisi.
La crisi paraguayana ha dimostrato una volta di più l’irreversibilità della democrazia nella regione e l’importanza strategica dell’appartenenza al MERCOSUR per i suoi membri.
Il MERCOSUR sta quindi vivendo una crisi di maturità: i primi anni del processo hanno fatto registrare risultati straordinari in termini d’intensificazione degli scambi commerciali, fatto assai significativo in una regione nella quale tali scambi erano sempre stati limitati. La riuscita del MERCOSUR ha inoltre contribuito in maniera decisiva ad accrescere la credibilità internazionale dei paesi membri.
Le difficoltà attuali derivano da complicazioni congiunturali, ma stanno servendo ad approfondire la riflessione sul cammino che il blocco dovrà intraprendere:vari segnali fanno pensare che l’approfondimento dell’integrazione potrebbe essere la risposta alla crisi.
Il MERCOSUR è divenuto il fulcro dell’integrazione economica sudamericana: la creazione a termine di un MERCOSUR allargato a tutti i paesi sudamericani (il cosiddetto AMERCOSUR) non è più un’utopia, anche se tale processo sarà di una certa difficoltà.
Tale dimensione sudamericana s’integra nel processo negoziale dell’ALCA, nel quale il MERCOSUr ha assunto una leadership latino-americana che vuole controbilanciare il peso degli Stati Uniti.
D’altro canto, il MERCOSUR è estremamente interessato ad approfondire i propri legami con l’Unione europea mediante la creazione di un’area di libero scambio tra i due blocchi regionali (l’UE è già oggi il primo partner commerciale del MERCOSUR): l’accesso dei prodotti agricoli del MERCOSUR al mercato europeo è la chiave di volta della questione, la cui formula negoziale non è stata ancora definita.
I prossimi anni dovrebbero quindi vedere un consolidamento progressivo del MERCOSUR Come volano dell’integrazione economica dell’America Latina e una notevole intensificazione delle sue attività di diplomazia commerciale con i principali blocchi commerciali mondiali (UE, NAFTA).

